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29 ottobre 2011 6 29 /10 /ottobre /2011 17:12

Seguimi nel "Consultorio di economia della triarticolazione sociale"

 

ultima-cenaOmelia per cervelli non fusi sull'etimologia di economia

 

L'etimologia di "economia" ha in sé la solidarietà. Fuori da questa solidarietà l'economia è molto pericolosa.

 

La "calamità" è una disgrazia, la "calamìta" è un magnete; il "pànico" è una paura, il "panìco" è una graminacea. Gli accenti contano. "Prendere  bòtte" è diverso dal "prendere una bótte"; la nota musicale "re" è tutt'altra cosa dal "rè" sovrano, ecc. Allo stesso modo l'economia di oggi poggia essenzialmente su regole anziché sulla sua vera essenza che è la solidarietà. Invece le regole, le leggi, dove portano? All'ira. "La legge (nòmos) infatti produce l'ira; dove non vi è legge (nòmos), non vi è neppure violazione" (Paolo di Tarso, "Lettera ai romani", 4,15; vedi anche 3,20; 5,13-20; 7,8-10).

 

Nel quinto volume della "Grande Encyclopédìe" Rousseau riferisce la parola "economia" ai termini greci "oikos", "casa", e "nòmos", "legge", traducendo "oìkonomìa" come "legittimo governo della casa". In tal modo ne sballa completamente l'etimologia, quella stessa accettata per buona dai cervelli incolti degli odierni economisti buzzurri (http://youtu.be/I2neIgnzUIM) che conferisce loro ulteriore e facile pretesto per sparare idiozie su idiozie fino a generare l'odierna crisi economica.

 

Ovviamente nelle universalità odierne l'economia è spiegata con questa etimologia d'accatto e cioè come crescente intento amministrativo di "efficienza" che conosciamo tutti dalla storia!

Le scuole che obbligano a questo superficiale nozionismo ideologico sono università che non poggiano su universalità di pensiero, così che esigono fede, non ragionevolezza; credenza, non vita del pensare.

Se nella testa del nozionista ideologico vi fosse un'apertura per una minima esperienza culturale differente, potrebbe avvedersi del fatto che l'etimologia di "economia" è completamente diversa da quella che crede.

 

Se per esempio il docente di economia delle università avesse davvero letto Omero non potrebbe accettare di insegnare l'economia come "nòmos", legge, dato che in greco non vi è solo il termine "nòmos" con l'accento sulla prima "o", ma anche "nomòs" con l'accento sulla seconda.    

 

nomos


Nell'Odissea ogni questione economica non rimanda forse al pastorale 'nomòs', che significa "pastorizia" o tutt'al più "cura di un gregge da parte di un pastore"? In greco, "pastore" si dice "nomeus"! Ed Eumeo è il nome di un personaggio dell'Odissea, quello ammirato da Omero per la sua generosità, al di là di ogni parsimonia, persino in circostanze difficili, e per il suo agire Omero usa il verbo "némo", che significa "distribuire".    

 

Nel 14° libro dell'Odissea, Eumeo, è appunto il pastore che ospita uno straniero senza sapere che è Ulisse, confermando in ogni suo atto che l'economia, alle sue origini caratterizza, sì, il modo di condurre la casa ("oikos") ma solo in quanto ospitalità generosa, non in quanto parsimonia o calcolo!

Il torto di Rousseau e dell'etimologia prediletta dagli economisti buzzurri è quindi evidente.
 

 

Ma chi si rilegge il 14° libro dell'Odissea può andare ben oltre. Nei versi dal 433 al 438 l'economia del pastore Eumeo è così spiegata da Omero:

 

 "[Eumeo] Si alzò per spartire: perché conosceva la retta maniera. E, spartendo, divise tutto in sette porzioni: ne offrì una alle Ninfe e ad Ermete, il figlio di Maia, pregando; distribuì le altre a ciascuno; onorò Odisseo con l'intera schiena del porco dalle bianche zanne; e rallegrò l'animo del suo signore". 

  

In questi versi "neimen hekasto" significa "distribuire condividendo", coerente alla funzione del "nomeus" Eumeo. Si tratta di un agire solidale, che non abbisogna di calcolo alcuno, in quanto indotto da una "retta maniera" stabilita dal fato, "aisima""Istato daitreuson", "si alzò per spartire", ribadisce qui Omero, dato che neanche il verbo "daizein", "spartire", rimanda al calcolo. "Daizein" ha la stessa radice di "daimon", la divinità che presenzia in ogni uomo. Il condividere riguarda dunque sia gli uomini che gli dei, anzi, ne è inseparabile: riguarda dunque una divino-umanità, che ingloba l'economia in coerenza alle Moire (le divinità del destino). Anche il verbo "dieimoirato" usato per "dividere" proviene dalla stessa radice di "daimon".

 

Il nòmos dell'econòmia buzzurra dovrebbe dunque essere un nomòs! È troppo complicato? Certamente è più complicato di quanto la spenta immaginazione degli odierni economisti possa comprendere. Se ben compreso e compiuto, questo condividere parti divise, non condurrebbe forse alla divino-umanità di cui parlava il filosofo russo Solovi'ev?

 

Non è forse tipico offrirsi reciprocamente da bere nelle osterie? Appena entro in una osteria c'è subito qualcuno che mi accoglie come ospite chiedendomi: "Che cosa bevi?". Ebbene, lì, vive ancora l'economia come dovrebbe essere. Non a caso il termine tedesco per "economia" è "Wirtschaft", che significa anche "osteria"!

 

La sofisticazione dell'economia farà poi perdere la sua vera essenza di solidarietà, presente in Omero. Dunque l'economia non era per nulla riducibile alla sistematicità, che assunse il significato odierno  della parola. In Omero "non esiste ancora un tempo scontato e distribuito, come nel capitale moderno, ma uno spartire sentito ancora divino e solo perciò solidale [il grassetto è mio]. Tuttavia, malgrado la distinzione di Aristotele, l'epoca seguente si disabituò a questa percezione originaria. La sofisticazione dell'atto economico, come la chiamava brillantemente Campbell, avvicinò la parola al suo uso triviale e moderno. «Seguendo Plutarco si può dedurre che la parola venisse usata nel senso moderno di razionale sistematico ordinamento degli affari familiari. Un significato, comunque, già palese nell'uso che della parola fanno Senofonte e Platone»" (William S. Campbell, "Pericles and the Sophistication of Economics", in "History of Political Economy", XV, 1, primavera 1983). 

"Ma ciò non toglie che Omero, poco dopo la scena ospitale che conforta Ulisse, reiteri quest'uso del verbo "nemo", come agire provvidente in un rito. «Il dio darà questo e lascerà quello, come nel suo animo vuole perché egli può tutto. Disse così ed offrì le primizie agli dei eterni e avendo libato pose nelle mani di Odisseo distruttore di città scuro vino: ed egli sedeva, con accanto la propria porzione. Distribuì il pane ad essi Mesaulio» (444-449). Il dio darà, "dosei", perché può tutto, e perciò a Eumeo si rende necessario il "dosis", il dono all'ospite e agli dei, che implica di sacrificare loro il meglio. Perciò, l'avere accanto la propria porzione, di Odisseo, rimanda alle Moire: è "para moire", scrive Omero. Solo alla fine di questo ricevere e ridare in sacrificio le parti agli dei può arrivare dispiegata nel suo senso la distribuzione anche del pane: "siton de sfi eneime". E dire che per la percezione consueta della razionalità economica non si tratterebbe che della spartizione di un maiale cotto...".


La funzione di redistribuzione, sia quella antica che quella odierna, porta un po' di complicazioni. Per lo spartire, il dividere nell'Odissea, si usa, come ho accennato, il verbo "daizein", da cui deriva la parola "daimon", che definisce una divinità, cioè un «nume distributore di sorte favorevole o avversa». Da questo punto di vista la redistribuzione progressista spiegata agli omerici avrebbe, in definitiva, sofferto di qualche difficoltà anzitutto a dirsi. Invece le redistribuzioni di oggi sono spartite senza tenere minimamente in considerazione la sorte, comunque assunta come favorevole, se le redistribuzioni avvengono.

 

Quando invece la redistribuzione è affidata allo Stato, "è burocratica sciagura. Del resto, non c'è atto più complicato del dono individuale, facile a rovinare amicizie e a fraintendersi. Ma almeno gli omerici o le caste indiane sapevano questa complicatezza e la componevano in un sacrificio agli dei".

Alla descrizione omerica è presente perfino la parola "profitto": "Del maiale, poco prima, al verso 415, Eumeo dice: «Ne trarremo profitto anche noi», "pros d'autoi onesometha". Ma l'egoità di questo suo intento viene subito inglobata nel divino: «Il porcaro non trascurò gli immortali, perché aveva un animo pio» (419-420)".

 

E nei versi precedenti non manca neppure la percezione di uno sfruttamento ad Eumeo. Tuttavia Eumeo non attribuisce questo sfruttamento al suo padrone, ma ai proci: "l'insopportabile è la violazione dell'ospitalità da parte dei pretendenti. E di essi egli non si fa complice, come consiglierebbe il calcolo comunista; anzi, da loro si sente sfruttato, tutt'uno in ciò col suo padrone. Il quale lo ricambia: «Zeus ti conceda, o straniero, con gli altri immortali ciò che tu più desideri, perché gentilmente mi accogli». E tu rispondendo, o porcaro Eumeo, gli dicesti: «Straniero, non è mio costume offendere un ospite, neppure se arriva uno meno di te: ospiti e poveri vengono tutti da Zeus. Il dono è piccolo e caro da parte nostra» (53-59).

 

Non esiste in Omero un termine economico che si accordi con l'uso moderno di questo concetto.

La crescita non è più prospera oggi perché è sparito dall'economia il "dosis", il dono all'ospite e agli dei, vale a dire il dono del peculio. Ovviamente ciò non significa che dobbiamo tornare ai tempi mitologici o agli dei. Significa che dobbiamo comprendere il senso scientifico della solidarietà, del dono, e dell'ospitalità, o della vita conviviale come caratteristiche essenziali  reali dell'economia. Altrimenti non sarà mai possibile alcuna prosperità: "Gli dei hanno avvinto il ritorno di chi mi avrebbe voluto un gran bene e data tutta la roba che un padrone d'animo buono da' al suo servitore - una casa, un pezzo di terra, una donna ambita da molti -, a chi tanto fatica per lui, a chi l'opera fa prospera il dio, come anche a me rende prospera questa fatica, in cui duro" (61-66). Rendere prospera proviene da "aechsetai", "accresco", "prospero", che rimanda al latino "augeo"! La prosperità, meglio della crescita o dello sviluppo odierni, è il cosiddetto aumento di stipendio. Ma a chi oggi viene da usare questa parola?

Il peculio si dona. Bastano pochi versi d'Omero e l'economia si svela diversa, e in grado di liberare molteplici percezioni, tutte non riconducibili al capitalismo, anzi opposte, come in Dickens.

 

L'oikonomia non è dunque il calcolo arcaico inefficiente del capitalismo ma un agire che basta a se stesso, oltretutto irriducibile all'efficienza. 
 

L'economia dell'inefficiente calcolo arcaico è quella del pensiero debole, anzi debolissimo, quasi morto. Ecco perché si parla qui di marmorea freddezza. Siamo oramai i cadaveri di noi stessi. Siamo zombi, credenti, creduloni , convinti di avere questo o quel punto di vista, questa o quella opinione. Siamo convinti di essere i creatori dei nostri concetti: crediamo quindi che ogni persona abbia concetti suoi propri. Uno dei compiti fondamentali del pensare filosofico dovrebbe essere, appunto, quello di vincere questo pregiudizio. Allora si supererebbero le strettoie del pensiero debole.

 

Allora si arriverebbe anche al concetto vero di economia. E sicuramente non vi sarebbero crisi.

 

Il superamento del pensiero debole consiste nell'aprirsi all'universalità del pensare, che è spirito di verità, spirito sano e santo. Coloro che non operano liberamente in se stessi tale superamento sono come le cinque vergini che non hanno olio e che nessuno può salvare...

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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