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19 luglio 2012 4 19 /07 /luglio /2012 13:41

in-principio-c-era-l-uomo.jpgSegue da “Immaginativa morale  - Cap. 12 della filosofia della libertà 02

 

L’opinione qui sostenuta sembra in contraddizione con la teoria fondamentale della scienza naturale, detta teoria dell’evoluzione. Però sembra soltanto. Per evoluzione si intende il reale svilupparsi, secondo le leggi naturali, di ciò che segue da ciò che precede. Nel mondo organico s’intende cioè per evoluzione il fatto che le forme organiche ultime (più perfette) siano vere discendenti dalle più antiche (imperfette) nonché da esse derivate da esse secondo leggi naturali.

 

I seguaci della teoria dell’evoluzione organica dovrebbero ritenere che ci sia stata una volta sulla terra un’era, in cui un essere avrebbe potuto seguire con gli occhi la graduale evoluzione dei rettili dai protoamnioti, supposto che tale essere avesse potuto esser presente come osservatore e che fosse stato dotato di sufficiente longevità.

 

Parimenti, i sostenitori della teoria dell’evoluzione dovrebbero ritenere che un essere avrebbe potuto osservare lo sviluppo del sistema solare dalla nebula primordiale di Kant-Laplace, se, durante quel periodo infinitamente lungo, tale essere avesse potuto occupare un posto conveniente nell’etere cosmico. (Non ha qui importanza il fatto, che in una simile concezione occorrerebbe pensare tanto la natura dei protoamnioti, quanto pure quella della nebula cosmica di Kant-Laplace, diversa da come la pensano i pensatori materialisti).

 

Ma a nessun sostenitore della teoria dell’evoluzione dovrebbe passare per la mente di dire, che dal suo concetto di protoamnioto egli potrebbe ricavare quello di rettile con tutte le qualità del rettile, anche senza aver mai visto un rettile.

 

Altrettanto poco potrebbe ricavarsi il concetto di sistema solare dal concetto di nebulosa di Kant-Laplace, se tale concetto di nebulosa fosse stato formato solo grazie a percezione della stessa.

 

In altre parole: chi professa la teoria dell’evoluzione, se pensa coerentemente, deve ritenere che da fasi di evoluzione precedenti si evolvono REALMENTE [il maiuscolo è mio - nota del curatore] le successive; e che una volta dati i concetti dell’imperfetto e del perfetto, noi possiamo comprenderne il nesso; ma non dovrebbe ammettere a nessun costo che il concetto ottenuto dalla fase precedente sia in se stesso sufficiente per dedurne le fasi successive.

Da ciò consegue che in etica è, sì, possibile capire il nesso di concetti morali più recenti grazie ad altri più antichi, ma che non sarà possibile dedurre una sola idea morale nuova DA quelle precedenti!

 

L’individuo, come essere morale, produce il SUO PROPRIO  [ibid. - ndc] contenuto.

Questo contenuto così prodotto è, per l’etica, un dato, così come i rettili sono un dato per la scienza naturale.

 

I rettili sono derivati dai protoamnioti, ma il naturalista non può trarre il concetto dei rettili da quello dei protoamnioti.

 

Le idee morali più recenti si evolvono da quelle più antiche; ma L’ETICA NON PUÒ FABBRICARE DAI CONCETTI MORALI DI UNA CULTURA ANTERIORE QUELLI DI UNA CULTURA POSTERIORE [ibid. - ndc].

 

La confusione nasce da questo: come naturalisti, partiamo dai fatti che sono già dinanzi a noi, mentre nell’azione morale dobbiamo creare NOI STESSI i fatti che in seguito conosceremo.

Nel processo evolutivo dell’ordinamento morale del mondo facciamo noi ciò che sopra un gradino più basso fa la natura: modifichiamo una parte del mondo percettivo.

 

La norma etica non può dunque essere direttamente conosciuta come una legge naturale, ma deve prima essere creata.

 

Solo quando sia stata creata, può divenire oggetto della conoscenza.

 

Ma non possiamo misurare il nuovo sull’antico? Non sarà ogni uomo costretto a giudicare la produzione della sua immaginativa alla stregua delle dottrine etiche tradizionali?

 

Per ciò che deve manifestarsi come moralmente produttivo, il far questo sarebbe tanto assurdo quanto il voler misurare una nuova forma naturale sulle antiche, e dire che i rettili sono una forma illegittima (degenerata) perché non coincidono con i protoamnioti.

 

L’individualismo etico non solo non è dunque in contrasto con una bene intesa teoria dell’evoluzione, ma procede direttamente da essa.

 

L’albero genealogico di Haeckel, che dai protozoi risale fino all’uomo considerato come essere organico, dovrebbe potersi seguire, senza violare le leggi naturali e senza infrangere l’unità dell’evoluzione, fino all’individuo, considerato come essere morale in senso determinato. In nessun caso, però, potrebbe dall’Essere di una specie antica derivarsi l’Essere di una specie seguente. Così mentre è vero che le idee morali dell’individuo sono derivate percettivamente da quelle dei suoi antenati, d’altra parte è pur vero che L’INDIVIDUO È MORALMENTE IMPRODUTTIVO SE NON POSSIEDE IDEE MORALI PROPRIE.

 

L’individualismo etico, che ho svolto sulla base delle precedenti considerazioni, potrei derivarlo anche dalla teoria dell’evoluzione. La conclusione finale sarebbe la medesima; sarebbe soltanto diversa la via per raggiungerla.

 

Per la teoria dell’evoluzione è altrettanto poco miracoloso che idee etiche totalmente nuove si sviluppino dall’immaginativa, quanto che una nuova specie animale si sviluppi da un’altra. Solo che, quella teoria, come concezione monistica del mondo, deve respingere - tanto nella vita morale quanto in quella naturale - ogni influenza dell’al di là (metafisica), meramente dedotta e non sperimentabile in idee. Con ciò essa segue il medesimo principio da cui è guidata nel ricercare la causa di nuove forme organiche in forme già esistenti, e non nell’intromissione di un Essere posto fuori del mondo, che produca per influenza soprannaturale ogni nuova specie secondo un nuovo pensiero creativo.

 

Come il monista non può valersi di alcun pensiero creativo soprannaturale per spiegare la vita organica, così gli è pure impossibile dedurre ordinamenti morali del mondo da cause che non risiedono NEL mondo. Il monismo non può spiegare esaurientemente la natura morale di un atto volitivo: né ammettendo un’azione soprannaturale continuativa sulla vita morale (un governo divino del mondo dal di fuori), né una speciale rivelazione temporanea (imposizione dei dieci comandamenti), né la manifestazione di Dio sulla terra (Cristo).

 

Tutto ciò che per queste vie accade all’uomo e nell’uomo, acquista valore morale sol quando, con l’esperienza umana, l’individuo lo abbia fatto proprio.

 

I processi etici per il monismo sono prodotti del mondo, come tutto ciò che esiste, e le loro cause devono ricercarsi nel mondo, cioè nell’uomo, poiché L’UOMO È IL VEICOLO DELLA MORALITÀ.

 

L’individualismo etico è con ciò il coronamento dell’edificio che Darwin e Haeckel hanno costruito per la scienza naturale. È la teoria dell’evoluzione spiritualizzata e trasportata nella vita morale.

 

Chi, grettamente, assegna a priori al concetto del naturale un campo arbitrariamente limitato, può riuscire facilmente a non trovarvi posto per la libera attività individuale. Ma l’evoluzionista conseguente non può incorrere in siffatta grettezza. Non può arrestare il processo naturale di evoluzione alla scimmia e ammettere per l’uomo un’origine “soprannaturale”. Egli deve, anche nel cercare gli antenati dell’uomo, cercare lo spirito già nella natura; e così non può considerare come naturali solo le funzioni organiche dell’uomo, ma deve considerare la vita morale libera come spirituale continuazione delle funzioni organiche.

 

Il cultore della teoria dell’evoluzione, alla stregua della sua concezione fondamentale, può reputare soltanto che l’azione morale attuale derivi da altre forme del divenire del mondo; ma deve lasciare la caratterizzazione dell’azione, cioè la sua determinazione come libera, alla diretta osservazione dell’azione. Egli sostiene infatti che gli uomini si siano sviluppati da progenitori non ancora umani; ma per conoscere come siano fatti gli uomini deve portare l’osservazione sugli uomini stessi. I risultati di tale osservazione non possono riuscire in contraddizione con la storia dell’evoluzione giustamente intesa. Solamente l’affermazione che i risultati sono tali da escludere un ordinamento naturale del mondo, sarebbe in contraddizione con la tendenza più recente della scienza naturale.

 

(Nota 1 nel testo: noi siamo autorizzati a indicare i pensieri (idee etiche) come oggetti dell’osservazione. Perché anche se i prodotti del pensiero non entrano nell’atto pensante a far subito parte del campo di osservazione, possono tuttavia diventarlo successivamente. È in tal modo che riusciamo a caratterizzare il nostro agire. Questo è ovviamente tanto assurdo quanto il far consistere la libertà nella facoltà di poter fare ciò che si deve volere. Ma è proprio questo che Hamerling sostiene, quando dice: “È completamente vero, che la volontà viene sempre determinata da motivi, ma è assurdo dire che essa perciò non sia libera; perché nessuna maggiore libertà può per essa desiderarsi e pensarsi, di quella di poter realizzare sé stessa secondo la propria forza e la propria decisione”. Certo, si può desiderare una libertà maggiore, e solo allora si ha vera libertà, vale a dire la libertà di determinarsi da sé i motivi delle proprie volizioni. In determinate condizioni l’uomo può essere indotto a tralasciare l’esecuzione di ciò che vuole. Ma a lasciarsi prescrivere ciò che deve fare, vale a dire voler ciò che altri, e non egli stesso, stima giusto, l’uomo si presta solamente in quanto NON si sente libero. Le forze esteriori possono impedirmi di fare ciò che voglio; e allora mi condannano semplicemente all’inazione o alla non-libertà. Soltanto quando asserviscano il mio spirito, e mi scaccino dalla testa i miei motivi e al loro posto vogliano mettere i proprî, soltanto allora attentano alla mia libertà. Perciò la Chiesa si volge non solo contro l’azione, ma specialmente contro i pensieri impuri, cioè contro i motivi della mia attività. Essa mi rende non libero, quando tutti i motivi che essa non prescrive le appaiono impuri. Una Chiesa o un’altra comunità genera non-libertà, quando i suoi preti e i suoi maestri si fanno dominatori delle coscienze, vale a dire quando i credenti devono prendere da essi, dal confessionale, i motivi delle proprie azioni).

 

Da una scienza naturale che comprenda sé stessa, l’individualismo etico non ha nulla da temere: l’osservazione rivela che la caratteristica della forma perfetta dell’attività umana è la libertà.

 

Questa libertà va attribuita al valore umano, in quanto esso realizza intuizioni puramente ideali: perché queste non sono risultati di una necessità agente su di esse dal di fuori, ma hanno radice in se stesse.

 

Se l’uomo trova che un’azione rispecchia una siffatta intuizione ideale, egli la sente come libera.

 

In questo contrassegno di un’azione sta la libertà.

 

Ora, dal punto di vista citato, che cosa dobbiamo pensare della distinzione menzionata più sopra fra le due sentenze: “esser libero significa poter fare ciò che si vuole” e l’altra: “poter desiderare a piacimento e poter non desiderare costituiscono il vero significato del dogma del libero arbitrio”?
 
Hamerling fonda la sua concezione del libero arbitrio appunto su questa distinzione, in quanto dichiara giusta la prima sentenza, e chiama la seconda un’assurda tautologia. Egli dice: “Io posso fare ciò che voglio. Ma dire: posso volere ciò che voglio, è mera tautologia”. Che io possa fare, vale a dire trasformare in realtà, ciò che io voglio, ciò che mi sono prefisso come idea della mia azione, è cosa che dipende da circostanze esterne e dalla mia capacità tecnica. Essere libero significa poter determinare da sé, con immaginativa, le rappresentazioni che stanno a base dell’azione (i motivi).

 

È IMPOSSIBILE la libertà, se qualcosa al di fuori di me (un processo meccanico, o un Dio posto fuori del mondo e frutto di una illazione) determina le mie rappresentazioni morali.

Io sono dunque libero solamente quando produco IO STESSO queste rappresentazioni, e non quando posso semplicemente dare esecuzione ai motivi che un altro essere ha posti in me.

Un essere libero è quello che può volere ciò che egli stesso stima giusto.

 

Chi fa cosa diversa da ciò che vuole, deve essere spinto a farla da motivi che non risiedono in lui; e non agisce liberamente.

 

Poter volere a proprio talento ciò che si stima giusto o non giusto, significa dunque: poter a proprio talento essere libero o non libero.

 


AGGIUNTA ALLA SECONDA EDIZIONE (1918)

 

In queste dissertazioni sull’umano volere è rappresentato ciò che l’uomo può sperimentare, agendo, per giungere, attraverso quest’esperienza, alla coscienza che “il mio volere è libero.

È di particolare importanza il fatto che il diritto di designare un volere come libero si raggiunge grazie allo sperimentare nel volere un’intuizione ideale. Ciò può essere solo un risultato di osservazione, ma lo è nel senso in cui il volere osserva se stesso in una corrente evolutiva, il cui fine consiste nel raggiungere una siffatta possibilità di volere, sostenuta da intuizione puramente ideale. Ciò è possibile in quanto nell’intuizione ideale non agisce altro che la sua propria entità poggiata su se stessa. Se una siffatta intuizione è presente nella coscienza umana, allora essa non è sviluppata né tratta dai processi dell’organismo; al contrario: l’attività organica si ritira per far posto a quella ideale.

 

Se io osservo una volontà che ritrae l’intuizione, anche da questo volere si è ritirata la necessaria attività organica. La volontà è libera.

 

Non può però osservare questa libertà della volontà, chi non è in grado di vedere, che la libera volontà consiste in questo, che soltanto dall’elemento intuitivo la necessaria attività dell’organismo umano viene paralizzata, respinta, e sostituita dall’attività spirituale della volontà piena di idee.

 

Solamente chi non può fare questa osservazione del duplice organamento di una libera volizione, crede alla non-libertà di ogni volontà.

 

Chi invece è in grado di osservarlo, riesce a capire il fatto che l’uomo non è libero nella misura in cui non riesce a compiere fino in fondo il processo di repressione dell’attività organica; che però questa non-libertà anela alla libertà, la quale non è per nulla un ideale astratto, bensì una forza dirigente che risiede nell’essere umano.

 

L’uomo è libero nella misura in cui può realizzare nella sua volontà la stessa disposizione d’anima che risiede in lui quando è cosciente dell’elaborazione di intuizioni puramente ideali (cioè immateriali, spirituali).

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