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17 maggio 2012 4 17 /05 /maggio /2012 09:09

Robotic.jpgOvvero:

 

La mancanza di universalità

e di concretezza del pensare

conduce a schiavitù

 

In questi giorni ho avuto una discussione virtuale con una persona in un forum internet.

 

Pubblico la discussione perché la reputo un esempio dell’INGANNEVOLE odierno predominio dell’astratto sul concreto.

 

Con ciò non voglio dire che questa persona sia colpevole dell’INGANNO.

 

È proprio questa persona, anzi, ad essere l’ingannata… da se stessa, cioè ingannata proprio dalla sua stessa capacità dialettica, in quanto ignara del tutto dellala realtà dell’universalità e della concretezza del pensare, per cui non riesce a distinguere il non universale dall’universale, e l’astratto dal concreto.

 

Purtroppo questa incapacità di discernimento è la malattia d’oggi, ed è la stessa per cui ci facciamo giornalmente turlupinare da astratte leggi, del tutto prive di concretezza del pensare che, in quanto tali, rispecchiano solo UN PUNTO DI VISTA FISICO ESTERIORE, ed in base ad esso ci inducono kantianamente a pagare tasse su tasse.

 

L’esempio del dito reciso (usato spesso da Rudolf Steiner) farà da premessa alla discussione, alla quale seguiranno ulteriori riflessioni sui concetti di concretezza e di universalità:

 

“Il dito è dito finché è inserito nell’organismo umano. Non lo è più nell’istante in cui viene reciso. DA UN PUNTO DI VISTA FISICO ESTERIORE, in quanto dito, esso è ancora il medesimo, ma appunto cessa di esserlo se viene reciso dall’organismo umano” (R. Steiner, “Tra destino e libertà”. Fondamenti di scienza karmica”, Bad Liebenzell, 2008).

 

A differenza del vivente organismo umano da cui il dito è reciso, il dito reciso non ha più  vita in sé, e poiché volge alla sua decomposizione si può solo dire che è un dito materialmente “astratto” in via di decomposizione, la cui realtà non è più quella del dito universalmente inteso.

 

Allo stesso modo ogni cosa del mondo cessa di essere se stessa se è strappata dall’esistenza terrena, cioè dal suo divenire nel tempo.  

 

“Se oggi ricevo un bocciolo di rosa, l’immagine che si presenta alla mia percezione è inizialmente (ma solo inizialmente) isolata. Se metto il bocciolo nell’acqua, avrò domani una tutt’altra immagine del mio oggetto. Se non distacco gli occhi dalla rosa, vedrò il suo stato odierno trasformarsi in quello di domani in modo continuo attraverso innumerevoli passaggi intermedi. L’immagine che mi si offre in un determinato momento, è solo un ritaglio casuale dell’oggetto concepito in un continuo divenire. Se non mettessi il bocciolo nell’acqua, non si svilupperebbero tutta una serie di stati che in potenza erano in esso: parimenti potrei domani essere impedito di continuare a osservare il fiore, e potrei averne quindi un’immagine incompleta. Ma darei importanza a semplici casualità, e non comprenderei la realtà, se dicessi dell’immagine staccata che mi si offre in un dato istante: “Questa è la cosa”. Ugualmente, non siamo autorizzati a prendere la somma dei vari elementi percepiti per la cosa in sé” (r. Steiner, “La filosofia della libertà”).

 

Se pertanto ragiono sull’uomo non mi è possibile considerare come uomo la sua immagine scollegata dal tempo. Facendo ragionamenti su oggetti che sono mere immagini degli stessi fuori dal tempo, io ragiono fuori dal tempo, cioè astrattamente, ideologicamente (nell’accezione peggiore del concetto di ideologia).

 

E che diritto ho di ragionare fuori dal tempo se sono un uomo incarnato nel tempo in cui vivo?

 

L’immagine che alcuni si fanno dei fenomeni del mondo, la si considera NON come un quid appartenente alle cose, ma che non esiste se non nella testa dell’uomo; a chi ragiona in questo modo il mondo appare completo anche senza tale immagine; costoro credono il mondo lì, bell’e fatto, con tutte le sue sostanze ed energie, e di questo mondo completo in sé senza costoro, costoro si fanno quell’immagine.

 

“Ma a chi pensa così, bisogna chiedere: “Con che diritto considerate voi il mondo come completo, senza il pensare? Non produce forse il mondo, colla stessa necessità, il pensare nella testa dell’uomo e i fiori sulla pianta? Piantate un seme nel terreno: getterà una radice e un fusto: svilupperà foglie e fiori. Ponete la pianta di fronte a voi stessi: essa si unisce nella vostra anima con un determinato concetto. Perché questo concetto apparterrebbe all’intera pianta meno delle foglie e dei fiori? Voi dite che le foglie e i fiori esistono senza un soggetto percepente, mentre il concetto appare solo quando l’uomo si contrappone alla pianta. Verissimo. Ma anche le foglie e i fiori si formano sulla pianta solo quando vi sia della terra in cui collocare il seme, e vi siano luce ed aria in cui foglie e fiori possano svilupparsi. Proprio cosi si forma il concetto della pianta, quando una coscienza pensante s’accosta alla pianta” (Steiner, ibid.).

 

L’uomo, dunque, non è più tale se viene strappato fuori dal tempo, fuori dal suo nascere, crescere e morire, cioè fuori dal suo divenire.

 

L’uomo appartiene all’esistenza generale del mondo e non è assolutamente possibile capirlo senza di essa.

 

Ciò premesso, ecco la discussione.

 

Un tale, che chiamerò X scrive: “La proprietà è un diritto naturale”… Prima di parlare di moneta io, fossi in voi, ragionerei un po’ meglio su questa definizione”

 

Un altro, che chiamerò A, risponde: “Se la proprietà non fosse un diritto naturale, allora tu non avresti alcun diritto di proprietà sul tuo corpo o sulla tua vita. Prova a ragionare su questa constatazione, prima che su qualsiasi altro argomento”.

 

Chiamerò B il soggetto del mio intervento, cioè me stesso.

 

B: “La proprietà è un diritto naturale… Prima di parlare di moneta io, fossi in voi, ragionerei un po’ meglio su questa definizione [...]”.

A: “Se la proprietà non fosse un diritto naturale, allora tu non avresti alcun diritto di proprietà sul tuo corpo o sulla tua vita. Prova a ragionare su questa constatazione, prima che su qualsiasi altro argomento [...]“.

A me pare che l’obiezione di X sia giusta e che la risposta di A non consideri che quando un essere umano nasce, non viene alla luce col naturale diritto di proprietà sul suo corpo, dato che deve essere accudito fino a quando conquista tale diritto di padronanza di sé. Quindi, da questo punto di vista, la proprietà non è un diritto naturale, ma un diritto che l’uomo conquista in quanto è un essere che si sviluppa ben al di sopra della natura animale. Quindi credo che non si possa filosoficamente affermare che la proprietà sia un diritto naturale, a meno che non si ammetta allora che anche il diritto alla vita è naturale ed anzi, questo non può che venire prima di quello della proprietà, o almeno contemporaneamente”.

 

A: La tua obiezione riguarda solo lo status di minorenne, dunque ammetti (implicitamente) che la proprietà è un diritto naturale delle persone adulte. Se così non fosse, allora dovresti sostenere che non sia un tuo diritto avere la proprietà del tuo corpo e della tua vita - di conseguenza, altre persone potrebbero accampare “diritti” su di essi (come accade in certi regimi, per esempio). Potrei fermarmi qui, perché la visione di X è già compromessa da queste considerazioni. Però consideriamo anche lo status di minorenne. Non pretendo di fornire una visione che sia condivisa da tutti i libertari, [NB: A rivolge la sua non pretesa ad un determinato pubblico costituito da libertari] poiché sul tema ci sono diverse chiavi di lettura. Tuttavia si può dire qualcosa in merito. Se sostieni che la proprietà non sia un diritto naturale del minorenne, allora devi sostenere che qualcuno (i genitori o altre persone) potrebbe lecitamente privarlo della vita. Ma, ammesso che tu sostenga questo (e sarebbe discutibile), resta il fatto che anche un bambino si oppone al tentativo di ucciderlo: più o meno istintivamente, egli ritiene un diritto naturale la proprietà sulla sua vita. Inoltre il fatto che il bambino dipenda da altre persone per soddisfare alcuni suoi bisogni non significa nulla: anche io dipendo dalle ditte di computer per soddisfare il mio bisogno di avere un computer, ma non per questo non sono proprietario della mia vita, del mio corpo o del mio lavoro. Quando le persone scambiano beni/servizi volontariamente, i diritti di proprietà vengono rispettati: ciò vale sia quando un genitore da’ da mangiare al figlio, sia quando la ditta di computer da’ a me un computer. Il diritto alla vita è un diritto di proprietà. Ho diritto di scegliere se vivere o morire, a patto di rispettare l’analogo diritto altrui - cosa ben diversa, tra parentesi, dal dire che ho “diritto” a farmi mantenere dagli altri. Insomma: se valgono i diritti di proprietà, vale anche il diritto alla vita”.

 

B: “La mia obiezione non riguardava uno “status” particolare (e quindi non universale) dell’uomo ma la mancanza di universalità nell’affermazione “La proprietà è un diritto naturale”. Proprio perché l’uomo non è un ente astratto, ma come tu dici, progredisce di “status” in “status”, è possibile affermare “La proprietà è un diritto naturale” solo in un caso particolare e non universale dell’uomo. Quindi affermare qualcosa in un caso di uomo astratto e non concreto (l’uomo che nasce cresce e muore) significa fare un’affermazione NON universale (sempre filosoficamente parlando). Non ho mai contestato questa frase di Facco proprio perché ne ho capito il senso ma le affermazioni non universali non sono filosofia della libertà bensì ideologia, quindi credo sia importante distinguere l’essenziale dal non essenziale o l’universale dal particolare, quando si afferma questo e quello. Per esempio, affermando che “il diritto alla vita è un diritto di proprietà” (ovviamente non nel senso del “diritto” di farsi mantenere dagli altri) tu fai un’osservazione secondo me universale, che proprio per questo motivo, non può essere contraddetta da alcuno. Ecco perché credo che la riflessione auspicata da X sull’affermare la proprietà collegata di per sé al giusnaturalismo sia filosoficamente importante, che può portare a interessanti sviluppi. Svilupperò ulteriormente questo tema nel mio blog.

 

A: Capisco il tuo ragionamento, ma voglio sottolineare che non sostengo la divisione in “status”. La ritengo arbitraria. Chi stabilisce quando una persona è “adulta” o “minorenne”? E poi, valida tale logica, perché non potrebbero esistere altre categorie in cui dividere la popolazione? Tanto più che, qualora un bambino fosse maltrattato dalla famiglia, sosterrei il suo diritto ad abbandonarla; viceversa, non potrei sostenerlo se non credessi che ogni individuo (indipendentemente dalla sua età) abbia diritto di proprietà sulla sua vita. Dunque, secondo me, è possibile affermare universalmente che “la proprietà è un diritto naturale”. Ho ammesso la divisione tra adulto e minorenne solo per venire incontro alla tua obiezione”.

 

B: “Ho ammesso la divisione tra adulto e minorenne solo per venire incontro alla tua obiezione”. Per venire incontro o per contraddirla sezionandola? Comunque se si ammette qualcosa per un motivo, perché poi non la si ammette anche per altri motivi? Che senso universale hanno motivazioni parziali? Inoltre non è affatto arbitrario che l’uomo nasca, cresca e muoia, perché questo fa parte della vita. “Chi stabilisce quando una persona è adulta o minorenne?”. Vi sono elementi fisiologici come la caduta dei denti che segnano il passaggio, ad esempio, dall’infanzia alla pubertà, ed altri segni sempre fisiologici dalla pubertà all’età adulta. Queste cose sono spiegate con cura nella pedagogia antroposofica. Il resto che dici sulle categorie di divisione della popolazione e sulla logica del maltrattamento del bambino di proprietà non l’ho capito. Perché mai qualcuno dovrebbe essere proprietario di suo figlio? Credo che un genitore, se non è un degenerato, debba essere responsabile della sua infanzia, educazione, istruzione, ecc., ma non padrone. Quindi, ripeto, affermare universalmente una cosa non lo si può fare col “secondo me”, perché col “secondo me” non siamo ancora nel campo universale che è secondo tutti.

 

A: “Per venire incontro o per contraddirla sezionandola?”. Ho risposto alla tua obiezione sia per quanto riguarda gli adulti sia per quanto riguarda i minorenni. A te piaceva dividere le persone in quei due status, quindi ho affrontato l’argomento per entrambi. Ma la motivazione che ho usato è la stessa per entrambi i casi. “Vi sono elementi fisiologici”. La mia domanda era: chi stabilisce quando una persona è ‘adulta’ o ‘minorenne’? Se tu scegli di stabilirlo in base a criteri ‘fisiologici’, allora la risposta alla mia domanda è che sei tu a volerlo stabilire in base a un criterio arbitrariamente scelto da te. È secondo te che va usato tale criterio, quindi non è un’affermazione ‘universale’. “Perché mai qualcuno dovrebbe essere proprietario di suo figlio?” Non c’è un motivo logico, infatti. Una persona può essere arbitrariamente definita ‘minorenne’ o ‘adulta’, ma è l’unica ad essere proprietaria di se stessa. È un suo diritto naturale”.

 

B: “A te piaceva dividere le persone in quei due status”? Ma quando mai? Sei stato tu a fare quella divisione, non io. L’universale è universale, il particolare è il particolare. I criteri di scelta fisiologici anche se non sono scelti sono ugualmente percezione della realtà fisiologica, che in quanto tale esige attività pensante. Non si tratta di scegliere ma di percepire la realtà. Se cadono i denti non dipende da una mia scelta ma dalla realtà. Se nascono i peli nella zona pubica non dipende dalla mia scelta ma dalla realtà della pubertà. Ti arrampichi sui vetri per dimostrare che l’universale è il particolare e viceversa. Quindi per me questa argomentazione, fino a prova contraria (universale), è chiusa, perché è improduttivo continuare così. Occorre passare attraverso un cambiamento di coscienza individuale per il raggiungimento dell’universalità del pensare, altrimenti non si va da alcuna parte, eccetto che nella diatriba, che è una magia dialettica da superare, in quanto non porta alla risoluzione dei problemi ma alla frammentazione degli stessi in altri problemi (dialettici) all’infinito. Grazie comunque.

 

A: “Sei stato tu a parlare della condizione umana appena dopo la nascita. Una condizione particolare, non universale; ma hai basato il tuo ragionamento su quella. Chi si è arrampicato sugli specchi? “I criteri di scelta fisiologici anche se non sono scelti sono ugualmente percezione della realtà fisiologica, che in quanto tale esige attività pensante”. Tante parole [NB: per costui l’attività pensante che determina il senso degli oggetti di percezione della realtà sono parole!] per non ammettere che hai scelto arbitrariamente un criterio. Una scelta particolare, non universale. Chi si è arrampicato sugli specchi? Il fatto che una certa persona abbia i capelli biondi è una realtà, ma non per questo si può sostenere che sia oggettivo sceglierlo come criterio [NB: questa affermazione è assurda, è una allusione razzista nei confronti di B, o è l’affermazione implicita che per costui lo sterzare di fronte ad una curva dipende non da fattori oggettivi della realtà ma da criteri soggettivi di scelta?].

Non dubito che per te sia improduttivo ammettere di essere stato smentito. Resta il fatto che ho usato un’argomentazione universale, in quanto si basa su un principio valido per tutti gli esseri umani”.

 

B: “vai avanti così! Hai ragione. Bravo! Vai bene cosììììììì! [Purtroppo qui ho perso la pazienza] Comunque l’uomo concreto consiste di tutto il suo divenire e non del solo suo essere astratto (o status di adulto che dir si voglia). Caratterizzare il concreto non significa arrampicarsi sugli specchi. Arrampicarsi sugli specchi è piuttosto l’astratto che domina il concreto (ma questo è il clima della tassazione e dello statalismo attuali). NON il fatto di ammettere di essere stato smentito (dato che non puoi smentire la concretezza dell’umano divenire), bensì l’avere a che fare con chi, non distinguendo fra divenire ed essere, pretende di parlare dell’essere universale, è improduttivo. Tu sostieni non un’argomentazione ma solo una definizione, che poi è, fino a prova contraria una “religione”, una “mistica”. Per basarsi su un principio valido per tutti, cioè universalmente accettabile, occorre che quei tutti siano collocati nel nascere, nel crescere e nel morire. Fuori da questo contesto si è nell’inganno della mera de”finizione”, che porta già con sé solo la “finizione” di un argomentare. Quindi ripeto: la proprietà è un diritto naturale astratto e non concreto, che pertanto va conquistato e non creduto come dogma di pensiero. Ti conviene cercare un bravo filosofo per questa questione. Io la mia parte l’ho fatta. Comunque se il tuo ragionamento ti soddifa, ripeto: vai avanti così! Hai ragione. Bravo! Vai bene cosììììììì!

 

Ecco come A conclude:

 

A: “Prima hai citato una condizione particolare dell’uomo per obiettare a un argomento universale (la proprietà è un diritto universale di OGNI uomo, senza la quale non esisterebbe nemmeno la proprietà del proprio corpo). Poi hai detto che citare una condizione particolare dell’uomo comporta un ragionamento non universale. Infine hai deciso che le persone debbano essere classificate in base ai criteri che tu hai scelto (cioè in base a una scelta particolare, non universale). Hai fatto tutto da solo, mi sono limitato a sottolineare la mancanza di coerenza in ciò che hai scritto. Se vuoi ti dico che sei un “buon filosofo”, ma nel tuo ultimo commento ammetti finalmente ciò che avevo già scritto nel mio primo: la proprietà è un diritto naturale. Ci voleva tanto? Tra parentesi: bella scoperta quella del dover difendere concretamente i propri diritti naturali, non ci aveva mai pensato nessuno” [La conclusione di un robot non potrebbe essere diversa! Ovviamente abbiamo qui un ragionare robotico poggiante su concetti totalmente astratti e privi di contenuti concreti. Solo con questo tipo di concetti (che sono "solo parole", appunto) è possibile riversare sul mondo esterno i propri errori di pensiero, esattamente come sanno fare i politici nel loro linguaggio politichese. Ma costoro sono politici o politicastri? Filosofi o, come diceva Goethe, fuochi fatui meramente ciarlieri? Insomma, se la proprietà fosse non solo astrattamente, superficialmente e soggettivamente  ma anche concretamente, profondamente e universalmente un diritto naturale, si dovrebbe saper rispondere a questa domanda: l'uomo primitivo scopritore del fuoco avrebbe o non avrebbe potuto offrire come dono ai suoi simili la sua scoperta, dato che il farlo lo avrebbe posto in una situazione di illegalità rispetto alla "politica" dei brevetti? Che livello di pensiero politico sarebbe quello che afferma una simile imbecillità? Libertario? Non mi sembra che vi sia da studiare molto qui. Vogliamo davvero dire che dovremmo pagare i diritti d'autore agli scopritori del fuoco? Quindi delle due l’una: o la proprietà è realmente un diritto naturale oppure non lo è; o l’uomo è naturalmente concepito nel tempo del su nascere, crescere e morire, ed allora si sa che quando nasce NON è padrone di sé, dato che è il mondo esterno che lo accoglie e lo accudisce, oppure lo si concepisce come una idea astratta fuori dal tempo. Però è giusto ragionare fuori dal tempo? Un uomo che ragiona fuori dal tempo è fuori o no? È un giusto o è semplicemente uno che è fuori? Non vi sono molte altre considerazioni da fare. Eppure costui, con la sua dialettica fuori dal tempo, ha menato il can per l'aia fino all'affermazione della mancaza di coerenza che avrebbero non le sue ma le mie affermazioni!!! Proseguirò in altra pagina questo argomento].

 

I seguenti appunti sono ricavati dalla filosofia della libertà di Rudolf Steiner

 

UNIVERSALITÀ E CONCRETEZZA DEL PENSARE

 

Il nostro pensare NON è individuale come la sensazione e il sentimento.

 

È universale.

 

Acquista un’impronta individuale nei singoli uomini, solo perché è in rapporto con le loro sensazioni e coi loro sentimenti individuali.

 

La nostra diversità di esseri umani è data da queste particolari colorazioni del pensare universale.

 

DIMOSTRAZIONE

 

Un triangolo ha un unico concetto.

 

Per il contenuto di questo concetto, è indifferente di esser compreso dalla coscienza umana A oppure da quella B.

 

Eppure da ciascuna delle due coscienze è compreso in modo individuale.

 

IL PREGIUDIZIO NUMERO UNO

 

Contro quest’idea, sta un pregiudizio umano difficile a vincere.

 

In generale non si arriva a riconoscere, che il concetto del triangolo, così come è afferrato da noi, è lo stesso di quello afferrato dagli altri.

 

L’uomo primitivo (del realismo ingenuo) si ritiene creatore dei suoi concetti.

 

Egli crede che ogni persona abbia concetti suoi propri.

 

COMPITO DELLA FILOSOFIA

 

Uno dei compiti fondamentali del pensare filosofico è soprattutto nell’attuale impero del nichilismo, quello di vincere questo pregiudizio.

 

Per il fatto di essere pensato da molti, il concetto unitario del triangolo non diviene una pluralità.

 

Infatti il pensare dei molti è esso stesso un’unità.

 

Nel pensare ci è dato l’elemento che collega la nostra particolare individualità al cosmo, formando un tutto.

 

Nella misura in cui abbiamo sensazioni, sentimenti e percezioni siamo esseri singoli, in quanto pensiamo, siamo l’essere uno e universale che tutto pervade.

 

Questa è la profonda ragione della nostra doppia natura: vediamo che viene a esistere in noi una forza assoluta, universale; ma non impariamo a conoscerla là, dove si irradia a partire dal centro del mondo, bensì in un punto della periferia.

 

Se arrivassimo ad avvertire la nostra coscienza a partire dal centro di tutto, avremmo la rivelazione di tutto il mistero del mondo.

 

Poiché però stiamo in un punto della periferia e troviamo la nostra propria esistenza racchiusa entro determinati confini, dobbiamo imparare a conoscere quanto giace al di fuori del nostro proprio essere, coll’aiuto del pensare che affiora in noi dalla generale esistenza del mondo.

 

Per il fatto che il pensare va in noi al di là della nostra esistenza particolare e si riconnette con l’esistenza generale del mondo, sorge in noi il desiderio della conoscenza.

 

Esseri senza pensiero non hanno questo desiderio.

 

Quando altre cose si pongono loro di fronte, non sorgono in essi domande. Esse rimangono esterne e indifferenti.

 

Invece per gli esseri umani pensanti, di fronte alla cosa esterna sorge il concetto.

 

Il concetto è ciò che della cosa riceviamo non da fuori, ma da dentro.

 

La compensazione, la riunione dei due elementi - interno ed esterno – da’ la conoscenza.

 

La percezione di una cosa dunque non è nulla di completo, di finito in sé, ma è uno dei lati della realtà totale.

 

L’altro è il concetto.

 

L’atto conoscitivo è la sintesi di oggetto percepito e suo concetto.

 

Oggetto di percezione e concetto di una cosa formano la cosa completa.

 

Queste considerazioni mostrano che è assurdo ricercare negli esseri singoli del mondo qualcos’altro di comune, al di fuori del contenuto concettuale che il pensare ci fornisce.

 

Tutti i tentativi tendenti ad un’altra unità universale che non sia questo contenuto ideale, ottenuto per mezzo del pensare applicato alle nostre percezioni, devono fallire.

 

Né un Dio umanamente personale, né energia o materia, né la volontà senza idee di Schopenhauer, né tanto meno un legalismo o un partito o un qualsiasi “ismo” ideologico, possono fare da unità universale.

 

Tutte queste entità appartengono solo ad una zona limitata della nostra osservazione.

 

La personalità umana limitata la percepiamo soltanto in noi. L’energia e la materia solo nelle cose esterne.

 

Quanto alla volontà, essa non può scegliersi se non per l’estrinsecazione dell’attività della nostra limitata personalità.

 

BASI DEL NICHILISMO GIURIDICO

 

IL PENSARE “ASTRATTO”

 

Il ragionamento di cui ci dobbiamo liberare è quello che inizia col dire che il pensare sia sempre “astratto”.

 

Chi crede il pensiero “astratto”, vuole ovviamente evitare di farne un veicolo dell’unità universale, e cerca allora di rimpiazzarlo con qualcosa che gli si presenti direttamente con carattere di realtà, decretando però contemporaneamente l’impossibilità degli esseri umani di capire il mondo esterno.

 

Il pensare però NON è astratto.

 

IL PREGIUDIZIO NUMERO DUE

 

Chi giudica che il pensare sia astratto, cioè che non abbia alcun contenuto concreto, e che possa fornire solo una contro-immagine “ideale” dell’unità universale,  ma non un’unità universale, non ha mai compreso chiaramente che cosa sia la percezione di un oggetto senza il relativo concetto.

 

La percezione priva di concetto non è altro che un aggregato sconnesso di cose spazio-temporalmente collocato, in cui nessuna, entrando o uscendo dalla scena, ha a che fare con l’altra. Il mondo senza il concetto è allora una molteplicità di oggetti di uguale valore, nessuno dei quali ha una parte più importante dell’altro nel congegno del mondo.

 

Per capire che questo o quel fatto ha maggiore importanza degli altri, dobbiamo interrogare il nostro pensare.

 

Se il nostro pensare non funziona, l’organo rudimentale del corpo di un animale, che non ha importanza per la sua vita, ci appare dello stesso valore dell’organo che ha la più grande importanza.

 

I singoli fatti acquistano importanza per sé e per le altre parti del mondo, quando il pensare tira le sue fila da essere ad essere.

 

Questa attività del pensare è pertanto un’attività piena di contenuto.

 

Solo grazie a un contenuto ben determinato e concreto posso sapere perché la chiocciola si trovi sopra un gradino di organizzazione inferiore a quello del leone.

 

La sola vista, la sola percezione priva di vita concettuale non mi da’ alcun contenuto che possa ammaestrarmi riguardo alla perfezione maggiore o minore di un organismo.

 

Questo contenuto è portato verso la percezione dal pensare, che lo attinge al mondo dei concetti e delle idee.

 

In contrapposizione al contenuto della percezione che ci è dato dall’esterno, il contenuto del pensare appare nell’interno.

 

L’intuizione è la forma in cui esso ci appare da principio.

 

L’intuire è, rispetto al contenuto del pensiero, ciò che l’osservare è rispetto alla cosa percepita.

 

Intuizione e osservazione sono le origini della nostra conoscenza.

 

Di fronte a una cosa del mondo osservata si rimane estranei fino a che non abbiamo dall’interno l’intuizione corrispondente, capace di completare la realtà fornendoci la parte mancante a quanto percepito.

 

Chi non ha la capacità di trovare le intuizioni corrispondenti alle cose, non ha accesso alla piena realtà.

 

Come il daltonico vede solo differenza di luminosità ma non qualità di colori, così chi ha mancanza d’intuizione può osservare solo frammenti sconnessi di percezione.

 

Spiegare una cosa, rendere comprensibile una cosa, non vuol dire altro se non ricollocarla in quel complesso da cui la nostra predisposizione neurologica ci permette di toglierla.

 

Cose staccate dal resto del mondo non ve ne sono.

 

Ogni separazione ha solo valore soggettivo per la nostra organizzazione.

 

L’insieme del mondo si scompone per noi in sopra e sotto, prima e dopo, causa ed effetto, cosa e rappresentazione, materia ed energia, oggetto e soggetto, ecc. Ciò che nell’osservazione ci si presenta sotto forma di cose singole, si riconnette però, membro a membro, tramite il mondo coordinato e unitario delle nostre intuizioni.

 

Ciò che separiamo per mezzo della percezione, lo riconnettiamo in uno tramite il pensare.

 

L’enigmaticità di un oggetto risiede nel suo isolamento.

 

L’isolamento è provocato da noi.

 

Ma nel mondo dei concetti, tale isolamento può essere da noi stessi revocato.

 

A prescindere dal pensare e dal percepire, niente ci è dato direttamente.

 

PREGIUDIZIO NUMERO TRE - IL PENSARE RIGOROSAMENTE SCIENTIFICO

 

Se si pretende che una scienza “rigorosamente oggettiva” derivi il suo contenuto soltanto dall’osservazione, si deve pure pretendere che essa rinunzi completamente al pensare. Il pensare infatti per sua natura va sempre al di là dell’osservato.

 

Ecco perché è così importante la conoscenza dell’universalità e della concretezza del pensare umano: per non inoltrarci  kantianamente in DISCORSI GIURIDICI FUORI DAL TEMPO.

 

Quando questi discorsi fuori dal tempo diventano leggi, l’uomo si trova ridotto in schiavitù senza neanche sapere il perché, ed è continuamente illuso dal combattere fuori di sé, cioè partitocraticamente, le leggi sbagliate inventate dall’uomo sull’uomo.

 

Le leggi possono essere scientificamente scoperte, non arbitrariamente inventate, e possono essere scoperte solo dall’universalità e dalla concretezza del pensare umano. Ovviamente non saranno valide in eterno. Varranno fintantoché nuove osservazioni e scoperte sostituiranno quelle precedenti.

 

“Man mano che si allarga la cerchia del nostro osservare, siamo obbligati a correggere la nostra immagine del mondo. Ciò si verifica sia nella vita quotidiana sia nell'evoluzione spirituale dell'umanità: l’immagine che gli antichi si facevano della relazione della terra col sole e cogli altri corpi celesti, dovette essere sostituita da Copernico con un’altra, perché non andava più d’accordo con certe percezioni che prima erano sconosciute. Un cieco-nato operato dal Dr. Franz dichiarò che prima dell’operazione, attraverso le percezioni del suo senso del tatto, si era fatta tutt’altra immagine della grandezza degli oggetti: egli ebbe a correggere le sue percezioni tattili per mezzo delle sue percezioni visive” (R. Steiner, ibid.).

 

Certo, qualcuno come A potrà pure obiettare che quell’obbligo è arbitrario. In verità però non si tratta di un obbligo morale eterodiretto, ma autodiretto da ogni essere umano con capacità di riflessione pensante. Che ne sarebbe del feedback del nostro agire se avessimo continuamente bisogno di leggi provenienti da fuori di noi per far muovere il nostro corpo? Questo può valere per un computer da programmare non per un essere umano!

continua

 

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commenti

Samuele 05/18/2012 19:28

Salve Nereo, ho letto l’articolo, mi ha dato da pensare. Mi sembra che tu convenga abbastanza presto coll’interlocutore quando accetti la formulazione: il diritto alla vita è un diritto di
proprietà. Insomma, meglio dire così che dire “il diritto di proprietà è un diritto naturale”. La prima definizione è universale, la seconda non lo è perché si applica all’uomo colto solamente in
uno stato della sua esistenza. Qui, lo ammetto, mi perdo un po’, non colgo subito perché quest’ultima affermazione sia da preferire. Immagino perché faccia riferimento ad una proprietà più
originaria dell’uomo, ossia alla sua vita, mentre la seconda potrebbe avvallare discorsi come questi: - il diritto di proprietà va difeso sempre e comunque perché è naturale, tanto nelle sue
manifestazioni più immediate, come la sete di vivere del bambino e i bisogni essenziali; quanto nel desiderio di possedere ciò che serve a questa sete di vivere e a potenziarla, fungendo quasi da
appendice di noi stessi (i propri possessi, i frutti della nostra attività, ).
In ogni caso niente ci obbliga a riconoscere che in quanto “esseri che hanno sete di vita” dobbiamo essere tutelati per legge in assoluto; certo, questa legge vale in via di principio, ma cum grano
salis, insomma, per me è più un suggerimento che una legge.

Mi viene in mente questa situazione limite, non so se calza: se solo io ho la formula per l’antidoto che potrebbe guarire la mia comunità colpita da un virus mortale e quella comunità lo vuole ma
io non voglio fornirle la formula, cos’è questo? Esercizio di diritto di proprietà? Allora potremmo dire che è esercizio di “diritto di egoismo”. In quel caso, se la comunità ha rispetto per “il
diritto di proprietà” perché è convinta che tutti siano lasciati liberi nella gestione di noi stessi, farà di tutto per impossessarsi dell’antidoto ledendo il meno possibile la mia libertà
(cercherà di persuadermi, farà pressione, invocherà la mia umanità ecc.). Alla fine non si metterà nemmeno a cambiare la legge, capirò da solo, o no?! Checcaspio!! e se non capirò: amen, magari
tutti insieme andranno a rovistarmi in casa...

Dire che invece il diritto alla vita è una forma di diritto di proprietà, è un modo di riconoscere che esistono diverse forme di proprietà. E forse esse sono naturali in maniera diversa...e anche
qui sarebbe da approfondire. Al contrario, non si può dire che il diritto di proprietà è una forma di diritto alla vita...mi pare

Ma qui forse mi sto perdendo...

Scrivo questo commento per capire se sto girando a vuoto...Accetto bastonate, ma piano!

nereovilla 05/19/2012 10:30



A una prima lettura mi sembra tu abbia ragione su TUTTO. Comunque rileggerò a casa il tuo ottimo scritto e semmai prenderò appunti. Qui ti incollo l'inizio di mie ulteriori riflessioni
su questo tema e su quella che considero una mia scoperta di questi ultimi vent'anni di riflessioni sul concetto di proprietà: se la proprietà fosse non solo astrattamente, superficialmente e
soggettivamente ma anche concretamente, profondamente e universalmente un diritto naturale, si dovrebbe saper rispondere a questa domanda: l’uomo primitivo scopritore del fuoco avrebbe o non
avrebbe potuto offrire come dono ai suoi simili la sua scoperta, dato che il farlo lo avrebbe posto in una situazione di illegalità rispetto alla “politica” dei brevetti? Che livello di pensiero
politico sarebbe quello che affermasse una simile assurdità? Non mi sembra che vi sia da arzigogolare molto qui (e mi riferisco alle contestazioni di A nella pagina http://creativefreedom.over-blog.it/article-kantismo-libertario-nichilismo-giuridico-105313947.html),
perché delle due l’una: o la proprietà è realmente un diritto naturale oppure non lo è; o l’uomo è naturalmente concepito nel tempo del sua nascere crescere e morire, ed allora si sa che quando
nasce non è padrone di sé ma è il mondo esterno che lo accoglie e lo accudisce, oppure lo si concepisce come idea astratta fuori dal tempo. Sorge allora un’altra domanda: è giusto ragionare fuori
dal tempo o in generale per astrazioni? Un uomo che ragiona fuori dal tempo è fuori o no? Chi così ragiona è in sé o è fuori? E se è in sé perché ragiona come se l’uomo che egli è sia fuori dal
tempo? Mi sembra che non vi siano molte altre considerazioni da fare. Oggettivamente, nell’evoluzione universale, l’autocoscienza di sé, cioè la consapevolezza di essere un io superiore rispetto
all’io ordinario (o ego) che è poi l’autoconoscenza del  “non io ma il Cristo in me” di cui parlava Paolo di Tarso, è “quell’esperienza che abbiamo quando diciamo: il rapporto col mondo che
nasce quando l’anima [l’attività interiore di ognuno - ndr] è ‘rinata’, ‘redenta’ dal dato di natura […] corrisponde, se visto fuori nel grande processo cosmico dell’umanità, a ciò che fece
ingresso nel mondo come ‘Cristo’” (Rudolf Steiner, “Chi è il figlio dell’uomo? Realtà e prospettive dell’umano”, Cumiana, 2009). Goethe diceva la stessa cosa con le parole: “Dalla potenza che
vincola tutti gli esseri si libera l’uomo che vince se stesso”. E chi è “la potenza che vincola tutti”? È l’entità arimanica: “Arimane” (pronuncia: Arìmane) è l’antico dio persiano delle tenebre.
La scienza dello spirito caratterizza come “arimanici” tutti coloro che vogliono legare l’uomo alle forze della natura, della materia, privandolo della libertà. Da questo punto di vista il
sostenitore della proprietà come diritto di natura è un antilibertario, che dando per scontato il diritto di proprietà ne impedisce l’attuazione. Questo è uno di quei punti che dimostrano che il
libertarismo senza l’aiuto della conoscenza scientifico-spirituale non potrà che autodistruggersi come mera ideologia priva di concretezza e di universalità di pensiero fondante. Il pensiero può
fare da fondamento a qualcosa solo se sta in piedi da sé. Dunque se non si vuole ridurre il problema della libertà del singolo a processi normativi o a processi economici è necessario approdare
all'epicheia dell'io. Questo necessario passaggio è stato da me scoperto in questi ultimi vent’anni di riflessioni sulla “politica” di Gesù di Nazaret o EPICHEIA, che non è altro che
l’affermazione dell’io umano libero di obbedire a una legge solo nella misura in cui la reputi giusta. La scoperta di questo necessario passaggio è non solo il mio contributo per l’antroposofia
ma potrà esserlo anche per il libertarismo del futuro nella misura in cui esso vorrà accogliere questa mia scoperta.
Senza questo passaggio, l'anarcocapitalismo giusnaturalista dei libertari non potrà attuarsi, in quanto il giusnaturalismo è, sì, la necessaria concezione del diritto, inteso però prima
dell'avvento dell'io epicheico. Ecco perché nella triarticolazione sociale di Steiner l’idea dell'economia autogestita non riduce a sé quelle del diritto e della cultura, né si lascia
ridurre da esse. Tutti e tre questi campi sono visti come autonome e non automatiche amministrazioni di sé, che si distingueranno nelle loro tre essenze specifiche non in comparti stagni separati
ma articolandosi fra loro come avviene nell'organismo umano coi suoi tre sistemi: nervoso, cardiocircolatorio, e metabolico. Solo così l'organismo sociale può funzionare. E questo è anche il
motivo per cui preferisco non parlare di “tripartizione sociale” come spesso fa Massimo Scaligero, ma di “triarticolazione sociale”.



Massimo Francese 05/17/2012 09:58

Sto finendo di leggere "Il segreto dei temperamenti umani" dopodichè riprenderò in mano "La filosofia della libertà", lettura fatta anni fa. E' tempo.

nereovilla 05/17/2012 10:58



Credo che quel libro sia il libro del futuro.



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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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