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9 novembre 2011 3 09 /11 /novembre /2011 12:55

Tutti i nostri politici, servi dei banchieri, muovono forsennatamente le chiappe indignate ad ogni aumento di spread. Nessuno di loro vede che il marcio consiste non tanto in tale aumento ma nell'esistenza dello stesso spread. Dico subito che il libero arbitrio non è per me la libertà (cfr. Rudolf Steiner, "La filosofia della libertà"); che reputo abominevole ogni tipo di impresa irresponsabile, vale a dire ogni impresa che in nome del mero libero arbitrio supponga di non dover rispondere ad alcuno in merito alle conseguenze in campo economico delle proprie scelte; e che ogni sistema di prestito ad interesse è usurocrazia altrettanto abominievole dalla quale dovremmo liberarci. Quindi non mi considero un libertario o, meglio, mi considero libertario solo nella libertà di distinguere e di scegliere fra libero arbitrio e libertà. Viceversa, questa libertà sembra non essere concessa fra certi sedicenti libertari nemmeno come libertà di parola.

 

Il movimento libertario si propone come movimento liberatore dalla schiavitù di Stato. Questo è un bene. Non tiene conto però che avversando l'idea di un futuro reddito di base per tutti e incondizionato dalla nascita alla morte, di fatto si fa perpetuatore di una schiavitù che se non sarà di Stato sarà di mercato, ma sempre di schiavitù si tratta. E questo perché l'impresa irresponsabile genera mercato-contro-l'uomo. Il problema non è solo quello di dirigenti più o meno inclini a commettere crimini in colletto bianco, che pure esistono; è piuttosto dato dal risultato di un modello strutturale, per vari aspetti scientificamente costruito, di governo dell'impresa. Lo scopo dominante di tale modello è far salire il prezzo delle azioni, più precisamente il valore di mercato dell'impresa. Succede però che per esempio tra l'impresa A che vale in borsa 10 miliardi di euro ma ha un fatturato di soli 5 miliardi e 3000 dipendenti, e l'impresa B che vale 6 miliardi benché fatturi 60 miliardi e conti 50000 dipendenti, il modello porta a concludere che A è largamente preferibile a B (questi rapporti fra vendite e valore di mercato delle imprese sono del tutto realistici e supportati  nelle classifiche annuali delle Global 500 o 1000 pubblicate da "Business Week", "Fortune", "Financial Times, "Forbes", ecc., in Luciano Gallino, "L'impresa irresponsabile", Trento, 2009).

 

La liberazione dall'obbligo del lavoro (badate: non dico liberazione dal lavoro ma dall'obbligo del lavoro) è oggi la principale esigenza del nostro tempo, e ciò è invece avversato dai libertari, ciechi di fronte al fatto che in questa loro avversione si ragiona come nell'ottocento, nel tempo cioè della nascita dell'industria. Proprio oggi che l'industria tradizionale sta sparendo perché il lavoro è prevalentemente svolto dall'automazione, avviene che

 

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l'ideologia libertaria incentrata principalmente sull'assolutizzazione della proprietà, rifiuta di vedere che tale libertà è l'unico vero raggiungimento del nuovo millennio (auspicato fra l'altro già dagli anni sessanta) avente la concreta possibilità di attuazione di un sostentamento proveniente non più dal lavoro ma da altra fonte. Fonte ovviamente non statale ma economica nel senso della triarticolazione fra cultura, economia e diritto spiegata da Rudolf Steiner.

 

001 robogate2

 

Proprio grazie ai nuovi raggiungimenti tecnologici dell'automazione del lavoro abbiamo dunque la possibilità di tale nuovo sostentamento. Il non accoglimento di tale sostentamento, di fatto rende l'uomo ancora più schiavo di prima. Quindi siamo ancora daccapo: prima l'uomo faticava per lavorare, oggi fatica addirittura per vivere perché il lavoro non c'è più in quanto svolto dalle macchine. È un paradosso!

 

Assolutizzando la credenza che sia giusto possedere ciò che si produce, si ritiene che la terra non sia di tutti ma solo di chi lavora. Ma a conti fatti si vede subito che ciò è solo un'astrattizzazione della realtà. 

 

Osserviamo per esempio un semplice ferro di cavallo, vare a dire un prodotto derivante dal lavoro del fabbro. Che sia proprietà del fabbro che lo ha prodotto, lo può dire per esempio un bambino o chi astrae dal ragionamento il fatto - di cui il fabbro è ben consapevole - che il ferro di cavallo "appartiene" anche al fornitore da cui ha acquistato la materia prima, l'incudine e il carbone, e pure ai minatori da cui il fornitore ha acquistato ferro, e così via, e a tutti coloro che in un modo o nell'altro hanno partecipato alla sua creazione secondo i presupposti della moderna divisione del lavoro nella quale tutti siamo coinvolti. Certamente in astratto o in modo superficiale, posso dire di essere proprietario di quello che compro, ma quello che pago per avere il ferro grezzo è nulla in confronto all'impiego di ciò che è stato necessario per ricavare dalla miniera il ferro: la tuta del minatore, il suo lavoro, il trasporto del materiale, ecc., tutti elementi anch'essi bisognosi in concreto di altri lavori (divisione del lavoro) al fine della loro e della mia esistenza. A me fabbro rimane poi solo una briciola del valore di quel ferro di cavallo, e so che dovrò scambiarla col macellaio, col panettiere e col sarto in cambio di tutti quegli altri beni che costituiscono l'autentico tessuto, o involucro, del mio vivere. Oltretutto, pagherò questi beni più del loro valore, perché anche gli altri commercianti dovranno soddisfare le richieste dei rispettivi lavoratori e creditori coinvolti nel loro e nel mio sostentamento. Tutto questo ragionamento sfugge al teorizzatore della proprietà assoluta, il quale non si rende conto che non vi è nulla di assoluto nel mondo (assoluto = ab-soluto = disciolto, staccato dal resto del mondo).
 

Se per ipotesi un gigantesco re del mondo stringesse in una mano una corazzata e domandasse al più saggio degli uomini chi l'ha costruita e a chi dovrebbe appartenere, delle due l'una: il più saggio degli uomini ammutolirebbe, oppure direbbe che quel re è il costruttore supremo, e che tutto dipende dunque da lui? (un esempio simile fece G. Bernard Shaw nel suo"Preface on the Prospects of Christianity" del 1916, trad. it."Sia fatta la sua volontà", Milano, settembre 2011)

 

Ma poniamo che non si voglia parlare del re o del creatore del mondo. Si potrebbe allora domandare: come fa una moltitudine di persone, ciascuna delle quali lavori per se stessa, a costruire una nave, o un aereo, o una centrale elettrica? Non ce la farebbe.

- Primo, perché perfino per realizzare un panino il panettiere non ce la farebbe mai se dovesse per se stesso prima arare il campo in cui seminare il grano e costruire un mulino per macinarlo.

- E secondo perché lavorare per sé significa avere un compenso che in sé non potrebbe mai bastare a compensare tutti coloro che dovrebbero lavorare a tali realizzazioni.

Questo significa che, fin dalla sua origine, il credito capace di compensare ogni essere umano è accresciuto dall'incremento della cooperazione di tutti. Il credito dunque aumenta con la organizzazione dei nativi della nazione.


In tal senso ogni credito è un prodotto nazionale (da non confondere con"statale") e ciò vale anche per il credito personale, dato che la responsabilità personale è una delle componenti del credito concesso ad un individuo, e in genere lo si concede fidando nella buona fede e nelle buone intenzioni del debitore, cioè sulla sua volontà di restituire la somma ricevuta.

 

Se si considera che tale restituzione dipende poi anche dalle condizioni ambientali e dal mantenimento dell'ordine pubblico, è chiaro che il credito personale è un prodotto nazionale (nel senso di cosa realizzata dai nativi di un luogo o nazione, oppure sociale nel senso di cosa realizzata dai soci di tutto l'organismo sociale in cui essi vivono).
 

Il caos sociale che stiamo vivendo non avrà mai fine finché non incominciamo a conoscere la terra come luogo dei nativi, cioè dei terrestri. La terra è di tutti!

 

Coloro che lo negano, credono che la terra appartenga non a tutti ma a pochi. E, ovviamente, si collocano fra quei pochi, ma senza alcuna animadversio, anzi quasi da ciechi volontari: grazie alla divisione del lavoro costoro, producendo ognuno un pezzo di meccanismo - chi una vite, chi una rotella, chi una conduttura elettrica ecc. - per il funzionamento dei macchinari, non si sono accorti (o non vogliono proprio vederlo) di avere creato, lavorando tutti non per sé ma per tutti gli altri, mezzi automatici di produzione di quelle stesse viti, rotelle, schede elettroniche, vale a dire macchine che producono macchine senza mano d'opera umana.

 

Non accorgendosi di ciò non riescono ad accogliere un nuovo modo di ragionare.  Questo nuovo paradigma di pensiero è, per chi lo vuol vedere, contenuto nella famosa parabola dei talenti (vangelo di domenica 13 novembre 2011): il Padre da' i talenti a tutti i suoi figli secondo la capacità di ognuno. Qualcuno li coltiva, qualcuno no, ed il debito rimane a colui che non ha coltivato.

 

Ecco la parabola:

"Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti" (Matteo 25, 14-30, bibbia C.E.I.).

Chi è convinto che la terra sia di pochi e non di tutti, dato che tutti non la lavorano, dovrebbe riflettere ancora sulla frase "A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì" e soprattutto sulle parole "a ciascuno secondo la sua capacità". Non tutti infatti nascono con gli stessi talenti per lavorare la terra.

 

In altre parole ogni essere umano è uguale per legge divina ma diverso per i talenti che ha: uno ha il talento del lavoro nei campi, un altro per dipingere chi lavora nei campi, un altro ancora per creare sonetti sul lavoro nei campi, e così via. Questi diversi talenti possono essere coltivati nella libertà di ognuno. Libertà, uguaglianza e fraternità sono valori essenzialmente diversi uno dall'altro.

 

Cosa dice l'uguaglianza? Dice che ognuno deve godere dei medesimi diritti divini ed umani di cui godono gli altri. Qui siamo nel campo della vera giustizia.

 

Cosa dice la libertà? Dice che ognuno è libero di coltivare i talenti che vuole. Qui siamo nel campo della vera cultura.

 

Cosa dice la fraternità? Dice che ognuno lavora per gli altri, e qui siamo nel vero campo etimologico di ciò che l'economia dovrebbe essere (cfr. l'etimologia).

 

In sintesi il ragionamento è di una semplicità estrema: la terra è del Padre, che ama tutti i figli suoi in uguale misura. Dunque vuole che un pezzo di questa sua terra sia di ciascuno. Poiché però vi saranno alcuni che possiedono anche le cose degli altri e alcuni che non possono disporre delle proprie, questi ultimi rimangono in credito, mentre gli altri rimangono in debito. Una discrepanza dunque.

 

Con un reddito di fondo incondizionato elargito dall'organismo sociale ad ogni suo socio dalla nascita alla morte, questa discrepanza non si verificherebbe, in quanto l'organismo sociale risarcirebbe ognuno, appunto, attraverso tale reddito incondizionato.

 

L'individuo dunque dovrebbe avere questo naturale diritto, almeno come ipotesi: nell'ipotesi possibile che il socio di un organismo sociale riceva dall'organismo sociale un reddito di fondo incondizionato dalla nascita alla morte, si verificherebbe che nella sua serie di conti egli resterebbe "in dare". L'organismo sociale invece resterebbe "in avere" in quanto gli conferirebbe tale reddito.

 

Il sistema di scrittura contabile che permette di registrare spostamenti di valori simultaneamente in due serie di conti al fine di rilevarne il dare e l'avere reciproci è detto infatti "partita doppia", e non è così difficile da capire: se mi dai dei soldi o mi offri una quantificabile prestazione di lavoro, tu rimani "in avere", mentre io "in dare".

 

Quando ti restituisco i soldi o il compenso dovuto, i conti chiudono a zero. Perché sommando tutto il "dare" e tutto l'"avere" la dinamica della partita doppia esige che si chiuda sempre a zero. 

 

Anche dal punto di vista del gigantesco re del mondo (quello che nell'esempio di prima stringeva in una mano la corazzata), la cosiddetta partita è doppia perché vedrebbe da un lato la terra che è di tutti, e dall'altro coloro che la sfruttano schiavizzando gli altri.

 

Il riconoscimento che i beni del creato attualmente fuori da ogni proprietà e sovranità (risorse minerarie di fondi oceanici o della luna, Antartide, bacini idrici, orbite satellitari per le telecomunicazioni, ecc.) valorizzati dalle tecnologie avanzate, sono di pertinenza comune, dove conduce? Conduce all'ipotesi che coloro che li sfruttano e li commercializzano siano in debito verso tutti gli altri.

 

Da questo punto di vista, la creazione di un fondo per la perequazione di quel debito e per lo sviluppo - mediante i proventi dei canoni di concessione dei beni di pertinenza comune - potrebbe non solo far uscire l'umanità dall'attuale usurocrazia, ma decondizionare ogni individuo dall'obbligo di lavorare per vivere.

 

Quindi non si tratta del dono ai poveri per filantropia o per collettivismo ma di denaro di donazione, che deve tornare (già Seneca affermava: "Ciò che dai all'altro non lo presti, ma lo restituisci": "De beneficiis",5,1,4) a essere elemento centrale della vita economica, così come è stato spiegato da Rudolf Steiner nei cicli di conferenze su "I capisaldi dell'economia", "Seminario di economia", "Esigenze sociali dei tempi nuovi" e nel libro "I punti essenziali della questione sociale", secondo la logica della triarticolazione dei soldi nelle tre forme essenziali di "acquisto", "prestito", e "donazione".

 

Steiner, profeta nell'avere anticipato l'incapacità governativa e parlamentare di limitare il potere del denaro a corso legale, aveva assegnato già nel 1920 l'organizzazione del denaro (monetaggio) alla sfera economica e non a quella giuridica: "[...] non sarà più l'amministrazione statale che dovrà riconoscere il denaro come mezzo legale di pagamento, ma questo riconoscimento dovrà fondarsi su misure emanate dai corpi amministrativi dell'organizzazione economica, perché in un sano organismo sociale il denaro non può essere altro che un assegno su merce prodotte da altri [...]" (R. Steiner, "I punti essenziali della questione sociale", cap. 3, Ed. Bocca). Il fenomeno delle tante valute locali o complementari che nascono nella sfera economica da associazioni di imprese è la conferma di questa affermazione, che sarebbe da discutere e da trattare sul mercato, nelle associazioni, nelle cooperative e non nel parlamento. Le nuove piccole valute complementari o locali favoriscono l'economia (da nomòs), e ogni indagine fatta sull'effetto sociale delle valute

 

nomos

 

locali conferma che queste rinforzano le comunità in cui circolano e sono accettate. Invece il monetaggio tradizionale favorisce l'"econòmia" con l'accento sulla seconda "o" (da nòmos) favorendo innanzitutto la legge della speculazione. Bisognerebbe incominciare a vederlo!

 

Si tratta di prendere coscienza che se si vuole un’economia che non sia anticapitalista e allo stesso tempo diversa dal capitalismo antiuomo, occorrono nuove fondamenta fra cui, appunto, il dono come era concepito nei tempi antichi, ovviamente impostato non più nell'antica coscienza sognante ma nella moderna coscienza di veglia. Certo che se non ci si sveglia, si rimane indietro e turlupinati dagli esemplari umani della specie animale più svegli...

 

Oggi sono ancora in molti quelli che credono di avere in banca i soldi che risparmiano, senza la minima consapevolezza che tale specie di denaro si chiama, in senso scientifico e spirituale, "denaro di prestito", specie diversa da quella detta "denaro d'acquisto" e dall'altra denominata "denaro di donazione".

 

Proprio per questa credenza, che dai tempi dei tempi imperversa per assenza di giudizio critico (e soprattutto oggi col pensiero debole) nelle persone, le persone sono turlupinate.

 

Chi non distingue le tre forme essenziali del denaro (acquisto, prestito, e donazione) e si fa attivista promotore astratto del denaro nell'aspetto che ha oggi, cercando consensi, voti, aderenti, ecc., divide di fatto gli uomini in partiti, obbligandoli psicologicamente e con dispendio di tempo e denaro (volantini, pubblicità, emails, spot pubblicitari, ecc.), ad organizzarsi a loro volta per cercare altri aderenti secondo l'anti-logica del pagare (propaganda, campagna pubblicitaria, public relations, ecc.) per avere consensi col risultato di una "catena di sant'antonio" capace di produrre solo dispendio di tempo, energia, e onorevole stupidità per le solite stolide "azioni politiche". E questo solo allo scopo di promuovere il possesso della terra per pochi eletti manipolatori di capitali. Invece occorre rendersi sempre più consapevoli che la terra è di tutti i terrestri, ed un pezzo di terra appartiene anche a te individuo.

 

Se riesci a vedere che la terra possa avere dato un potenziale reddito sufficiente perlomeno al tuo sostentamento, tale potenzialità la puoi benissimo pensare "in avere" nella tua serie di conti, mentre "in dare" rispetto all'organismo sociale a cui appartieni come socio. D'altra parte l'organismo sociale, ponendosi in "dare", non può non avvertire che la terra non appartiene più a se stessa, bensì ai vari proprietari terrieri.

 

Tutti i redditi potenziali dei vari proprietari terrieri dovrebbero pertanto - se questo ragionamento è esatto - essere messi in "dare". Per il solo fatto di possedere la terra, divengo allora debitore della terra elargitrice di quel reddito. L'individuo coltiva la terra e non solo produce quel reddito ma cento volte quel reddito. Trasformato quel reddito in denaro grazie ad individui che hanno tenuto la terra coltivata e che quindi hanno prodotto più di quello che era stato loro addebitato, vi dovrebbero essere in definitiva i conti di ogni sussistenza umana, anche per gli altri che invece hanno tenuto la terra lì, ferma, solo per desiderio di possesso. Questi ultimi rimangono pertanto "in dare", in quanto responsabili verso il Creatore perché non hanno fatto produrre la terra.

 

C'è dunque nell'assolutizzazione della proprietà qualcosa che non funziona e che va di pari passo con un'altra cosa che funziona come logica contro l'uomo anche se accettata come cosa buona e giusta: l'ideologia del"tasso"! Questa è l'ideologia dell'usura dormiente nella specie animale (come il"tasso" animale, appunto). Ebbene, chi dorme nella propria specie animale rifiuta di farsi individualità ed ama essere ancorato alla bestia, o tutt'al più elevarsi al mero livello canino del"lupus" secondo il noto adagio"homo homini lupus". In tal modo, imbestialiti, latranti e rabbiosi, si accetta la legalità del pizzo (pagabile per avere un utile prestito) e del conseguente"spread", neologismo (anzi orwelliano neolinguismo) il cui significato è"margine","guadagno", ottenuto dal"far la cresta" al prezzo dei soldi da vendere a qualcuno, così che il venditore facendo la cresta sulla sua merce, rende iniquo il mercato del prodotto, vale a dire il monetaggio, che produce materialmente quella carta detta cartamoneta.

 

Anticamente lo"spread" era detto"signoraggio" (i saputelli che procedono per definizioni fino a far finire l'economia nell'econòmia non lo ammetteranno mai e diranno che bestemmio), ma poiché lo stile gattopardiano vuole che tutto cambi affinché non cambi nulla - o che cambi la maniera ma non la sostanza del rubare o del far la cresta a un costo, a un prezzo, ecc. - lo ripeto: oggi il"signoraggio" è detto"spread" in quanto il"signore", la"signoria" e il predominio dell'uomo sull'uomo sono sostituiti da un altro dominatore o signore invisibile detto"democrazia"! La cresta fra le obbligazioni (bond) e i buoni pluriennali (btp) di un tesoro che fra l'altro non c'è, la cresta fra il"denaro" (che gli intermediari finanziari detti"market maker" sono disposti a comprare) e la"lettera" (che gli stessi sono disposti a vendere), e la cresta fra il costo di produzione delle banconote (carta e stampa) e il loro valore facciale, sono tre creste differenti o tre diverse espressioni della medesima dinamica principale dell'usurocrazia, scambiata oggi per democrazia in un mondo rovesciato come quello attuale?

 

In un simile mondo rovesciato, la parabola dei talenti, dovrebbe essere allora un motivo di risveglio, cioè un toccasana per prendere contatto inizial con lo stato di veglia dell'umano.

 

Si potrebbe parlare a lungo di questa parabola, e credo che non basterebbe una biblioteca per spiegarla a fondo, anche perché è una parabola escatologica come quella delle dieci vergini... Qui ho detto solo alcuni punti essenziali che riguardano il momento storico del presente. Ciao Bestie.

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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