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18 aprile 2012 3 18 /04 /aprile /2012 09:36

Quanto segue prende le mosse da considerazioni psichiatriche di Ignazio Majore, nel suo libro “Morte, vita e malattia. Introduzione all’analisi mentale” (Ed. Astrolabio, pag. 244-255), che ho riscritte a proposito dell’osservazione della psicosi emergente dall’interpretazione di molti aspetti astrologici del cielo di nascita di Mario Monti, già esaminati dall’amico editore Ciro Discepolo (cfr.: "Astrologia dell'alterato che ci governa": 12, e 3). Le ho riscritte (ma a richiesta sono disposto a pubblicarne le pagine originali) non per caratterizzarle astrologicamente o per dire che Monti è un malato mentale (che comunque è davvero quello che penso di lui fino a prova contraria), bensì perché egli è uno dei tanti psicotici che passano per lo più inosservati nella vita comune di tutti. Tutti, chi più e chi meno, siamo un po’ psicotici, soprattutto quando rigettiamo sugli altri le nostre colpe e responsabilità che non vogliamo - per paura di cambiare - attribuire a noi stessi. In fondo, si potrebbe dire che l’assunto del film “Il Gattopardo”, per il quale “Tutto cambia affinché nulla cambi” è il frutto delle nostre psicosi.      

L'operazione con cui l’uomo attribuisce all'altro (sia esso una persona o un oggetto) ciò che rifiuta di accettare come proprio o come parte di sé (pensieri, sentimenti, desideri, tratti di personalità ecc.) è studiata nella psicanalisi come PROIEZIONE. La proiezione è il più primitivo dei meccanismi di difesa dell'uomo: di fronte a sollecitazioni endogene sgradevoli e intense, egli reagisce in modo rudimentale, negandole come proprie, e rigettandole all'esterno. Il mondo esterno è allora costretto a subire le rimostranze e le paure del paranoico. Ecco perché alla luce di questa concatenazione di eventi, la proiezione è la dinamica della paranoia: il paranoico odia l'altro (o una cosa o una situazione che egli percepisce fuori di sé), ma non potendo accettare la paternità di questo odiare, lo attribuisce all'altro, e così, sentendosi vittima dell'altro, si sente anche legittimato nel ri-odiarlo. In questo modo la proiezione adempie alla propria funzione difensiva, secondo un paradigma che sussiste anche in ogni fobia, invidia, gelosia, estremismo, razzismo, ecc., in cui il pericolo pulsionale viene proiettato nel mondo fisico esterno in quanto il paranoico proietta fuori di sé, sugli altri, o su situazioni da lui percepite materialmente come altre da sé, una o più persone caratteristiche che sono presenti in lui come qualità negative ma delle quali non vuole riconoscere l'esistenza in se stesso.

 

 

LA PSICOSI DEL CAPRONE

 

“Fai un bel respiro, gonfia un po’ le palle, e lascia affluire un po’ di sangue al cervello” - disse un toro ad un caprone - “perché agitarti così non ti fa molto onore! Ogni tua mossa è prevedibile e perciò ti fa perdente. Io ti voglio vivente se vuoi competere con me. Se no sei un supermario qualsiasi. Diventa individualità. Liberati. Fai ciò che vuoi ma fallo come VOLERE interiore di libertà (volere in atto, attività interiore), non come POTERE esteriore di possibilità o mero arbitrio. Credi nel tuo intuire. Credi in te stesso. Lascia affluire più sangue al tuo emisfero destro. E calmati un po’. Ridi un po’. Autoironizzati un po’”.

 

Allora il caprone scoreggiò, e incominciò a “liberarsi”… Ma non capiva… Arrivò solo a brucare un suo zoccolo credendolo di un altro e se ne andò zoppicando…   

 

PSICOSI SIGNIFICA PREVALENZA DI FORMALISMO, CIOÈ DELLA MORTE DELL’INTUIZIONE ENTRO LA SOSTANZA VITALE DEL PENSARE.

 

Questa caratterizzazione della psicosi come prevalenza di morte interiore spiega le diverse forme di psicosi, che pur tra loro dissimili, furono tuttavia raggruppate sotto la medesima etichetta dall’intuito degli psichiatri.

 

Psicosi è quindi permanenza ed affermazione della morte nel pensare, vale a dire sottrazione dell’intuizione dai livelli biologici più primitivi. Come la nevrosi, è malattia di esemplari della specie-animale-uomo non ancora divenuti individualità o insufficientemente differenziati a livello mentale: mentre nella nevrosi prevale la percezione del divenire e del morire, per cui si cerca compensazione nella definizione formale dell’assoluto legale come essere sconnesso dalla vita intuitiva, nella psicosi il formalismo, cioè la morte della vita intuitiva è contenuta e concentrata.

  

Uno dei motivi principali del diffondersi delle forme psicotiche è pro­prio la lotta che la medicina ed il progresso hanno svolto nevroticamente contro la morte fisica. E poiché tale lotta è fatta con mezzi che originano dal pensare, la vita del pensiero si trova costretta ad un contatto più vasto con la morte, ed inoltre porta in sé il padroneggiamento delle cariche mortali sottratte ai livelli biologici. La morte, come sappiamo, è ineliminabile. La si può combattere portandola a livello superiore e possibilmente contenendola lì. I nostri livelli superiori però non sono ancora in grado di padroneggiarla sufficientemente; da qui l’accrescersi della psicosi. È illusorio ritenere che per stornare la morte bastino sistemi farmacologici, igienici, e/o legali. Essi posso­no agire in qualche modo, ma le forze mortifere che ci porteranno al ter­mine della vita dovranno prevalere. Anche quando, per opera del pensare, queste sono allontanate da certi livelli organici presentali, esse si rivoltano contro il pensare stesso, dove l’azione della morte è meno visibile.

 

L’uomo psicotico, anche se mentalmente invaso dalla morte, non è però morto. Muore rapidamente in certe forme psicotiche acute, cosid­dette tossiche. Muore progressivamente negli stadi avanzati di malattie in­gravescenti, quando anche il corpo più non si difende, come accade negli schizofrenici avanzati. Tuttavia riesce a sopravvivere biologicamente, anche per lungo tempo, in alcune psicosi più attenuate come in certe forme de­liranti paranoidee. Talvolta l’invasione psicotica nel pensare fa sì che il malato riesca a reagire proprio mediante pensiero, al punto da creare livelli di padroneggiamento che lo portano ad una forma di relativa guarigione, la quale giunge a conferirgli particolari approfondimenti della propria vita pensante. Altre volte invece lo psicotico vede distrutte le sue principali qualità mentali dal­la morte stessa (difetto schizofrenico) e termina la sua vita come un essere quasi soltanto vegetativo.

 

Nella psicosi l’uomo è bloccato vicino alla morte dell’intuire, la quale non gli lascia la possibilità di isolarla, concentrarla, né gli lascia la pos­sibilità di distanziarla nel tempo e nello spazio (tempo e spazio, che sono sempre una dimensione interiore). Di conseguenza le principali difese nei suoi confronti sono di fuga, di non percezione (cioè anestesia - sonno) e di continua esternalizzazione di essa. Tentativi, questi ultimi, di disintossicazione che consistono talvolta nel somministrare agli altri la morte dalla quale ci si sente invasi. Ne deriva un agire dannoso fino ad essere omicida ed una proiezione della morte all’esterno. Anche per questo lo psicotico è spesso preda di deliri perse­cutori (dall’avere la “coda di paglia” fino alla paranoia) nei quali la morte viene avvertita come proveniente dall’esterno. Tuttavia, dato che lo psicotico ha perduto le sue possibilità di controllo del proprio pensare in profondità, dato che la paura (psicosi, paranoia, ecc.) ha invaso i livelli più arti­colati del riflettere, le stimolazioni esterne negative vanno effettivamente a ledere gli aspetti più primitivi della sua mente che, una volta affiorati in superficie, sono meno protetti e quindi più fragili. Lo psicotico sente la sua vita real­mente attaccata da ogni stimolo, che sia anche minimamente distruttivo. Lo psicotico non solo proietta la sua morte all’esterno, ma si sente veramente uccidere dall’esterno. Questo perché la sua fragilità è estrema.

 

Lo psicotico, come accennato, è spesso costretto a ricorrere a meccani­smi di anestesia che gli consentono di non percepire le cariche aggressive esterne. Tale anestesia è necessaria anche nei confronti dei livelli interiori invadenti e lesivi. Quindi egli è un individuo spesso prevalentemente anaffettivo ed inerte. La sua inerzia, che è anche deficienza di funzio­ne dei livelli superiori, fa sì però che certi stimoli aventi la qualità dei livelli superiori stessi, che cioè rappresentino fisiologicamente le sue parti più evolute, siano in grado di condurlo e di comandarlo al di là dei suoi stessi interessi vitali. Lo psicotico infatti può essere guidato da frazio­ni di idee e di pensiero che risiedono in lui e che non sono state suf­ficientemente filtrate da giudizio critico. Può essere però anche guidato da principi e sugge­rimenti altrui, anche se parziali, purché sia in grado di raccoglierli. Lo psi­cotico spesso è invece reattivo alle minime influenze negative, anche inconsce, altrui. Lo psicotico può avvertirle come mortifere e comportarsi di conse­guenza. Infatti quando si sente uccidere, lo psicotico uccide.

 

In genere, lo psicotico non è cosciente. La sua è una pseudo­coscienza, legata a livelli FORMALI che gli consentono REAZIONI FORMALI. Ma è sostanzialmente incosciente e non collegato ai suoi diversi livelli di vita pensante, data la sua incapacità di sopportarli tutti insieme. Così, se uccide, o uccide se stesso, o compie altri atti di grave danneggiamento di sé e degli altri, non sa effettivamente quello che fa. Sono le sue parti prementali che agiscono,anzi, che  distruggono, appena si sentono distruggere (ecco perché ho intitolato la pagina “La psicosi del caprone”, con rispetto per gli ovini). Oppure sono suoi primitivi li­velli biologici che, avvertendo la morte nel pensare, riescono a condurre una zona di esso dalla loro parte per distruggere quelle frazioni di umano che sentono mortali e pericolose. Così finiscono invece col distruggere l’umano intero. Si autodistruggono. Lo psicotico che si uccide è sempre con­dotto da una errata battaglia contro la morte che però trova alleati in una parte biologica profonda che vuole non più soffrire. Essa sente la mor­te della vita intuitiva come il superamento della sofferenza stessa.

 

UNA DELLE MANIERE DI DIFENDERSI DALLA MORTE, TIPICA DELLO PSICOTICO, È LA DISSOCIAZIONE. TALE TERMINE, CHE CARATTERIZZA LA SCHIZOFRENIA, INDICA UNA DIFESA, GRAZIE ALLA FRAMMENTAZIONE DEL PENSARE.

 

La dissociazione è sintomo di meccanizzazione del pensare, ed ha il fine - se di fine si può parlare per un meccanismo automatico - di in­terrompere i vari collegamenti tra i diversi punti di vista e livelli di pensiero. Ciò permette una relati­va frantumazione della morte stessa, e fa sì che la carica mortale, ormai pre­valente, possa non invadere massicciamente tutta la persona fino a portar­la ad atti estremi, oppure in condizioni estreme. La morte viene quindi così combattuta frazionatamente con la conseguenza del ritorno parziale ad un tipo di organizzazione preindividuale, cioè primitivo. In esso vari aspetti funzionano ciascuno per proprio conto ma non giungono a collegarsi, con gravi conseguenze per la persona, ma anche con il risultato di non far collegare le pressioni mortali. La persona, inoltre, si dispone AUTOMATICAMENTE in maniera tale che alcuni suoi livelli possono essere addirittura distrutti, poniamo i livel­li di memoria o di fantasia cosciente, o di immaginativa morale, mentre altri rimangono relativamen­te integri. In tale contesto i valori non esistono in quanto viene infranta la personale gerarchia per la quale un li­vello superiore di pensiero è guida dei livelli inferiori. Se così non fosse la morte dell’intuire, giunta massicciamente nella mente dello psicotico, porterebbe a morte tutto l’individuo, perché risulterebbe prevalente. Infatti ciò accade spesso. Quando non accade è perché tale morte viene isolata localmente nei diversi livelli, anche se questi non riescono, data la maggior quantità di morte, a concentrare e a localizzarla, percependola come avviene nella nevrosi.

 

Oltre alla dissociazione, altri fenomeni che intervengono nella psicosi sono quelli della riduzione funzionale di certi aspetti e quindi della relati­va prevalenza di altri. Quando infatti certe parti della persona pensante ri­ducono la loro funzione, altre parti di essa subentrano ed avocano a sé quelle funzioni che erano proprie dei livelli più evoluti.

 

La vita fa quel che può per sopravvivere: I LIVELLI DI SINTESI SUPERIORE E DI PERCEZIONE SUPERIO­RE CHE SI CHIAMANO PROCESSI DI PENSIERO, SONO ESTREMAMENTE RIDOTTI NELLA PSICOSI E QUINDI SPESSO ALTERATI DAI LIVELLI INFERIORI, ANCHE SE IN GRADO VARIABILE SECONDO LE DIVERSE FORME.

 

Livelli più elementari (ingenui o primitivi in senso filosofico) relativamente indenni prendono allora la prevalenza e tentano di provvedere alla vita stessa. Co­sì accade per esempio che certi psicotici abbiano attività alimentari preva­lenti, seppure fortemente conflittuate proprio perché prevalenti. Accade che aspetti sessuali reattivi vengano temporaneamente caricati. Accade, co­me accennato, che reazioni primitive di omicidio o di suicidio, intervengano e prevalgano. Il predominio di certi livelli primitivi ha la funzione di porre su questi che sono relativamente indenni il carico della morte, crean­do però una situazione altamente pericolosa. Essa infatti può essere distruttiva per i livelli superiori, perché i livelli inferiori acquistano preva­lenza sopraffacendo quelli superiori e mettendoli in soggezione. Accade che il ridotto funzionamento degli aspetti più articolati faccia sì che altri prendano a dominare e riducano ulteriormente i livelli superiori. La persona può così divenire un essere essenzialmente animale o addirittura qua­si vegetativo. Può anche accadere, come già detto, che in presenza di con­flitto fra livelli di pensiero una delle due parti distrugga l’altra. Così il corpo può ucci­dere la mente e la mente può uccidere il corpo. Ecco perché si hanno certi incomprensibili suicidi psicotici, che sono condizionati da dissociazione e da anestesia, e che si manifestano in ridottissimo stato di coscienza. C’è poi ri­duzione dei livelli sintetici superiori, i quali vengono invece sottomessi alle forze più primitive.

 

Un altro meccanismo tipico della psicosi è quello della fuga. Essa si ma­nifesta, relativamente ai livelli superiori, in maniera più avvertibile. La ca­renza di coscienza di fronte alla morte dell’intuito è una manifestazione di fuga di cer­ti aspetti capaci di allarme e di sintesi che formano la coscienza stessa, ol­tre a rappresentare gli effetti di un meccanismo di prevalenza di livelli in­feriori. Anche l’anestesia relativa di certe nostre parti emotive è un analo­go meccanismo di fuga. La fuga si può manifestare per alcuni aspetti e non per altri. In genere rimangono vive certe percezioni di morte dell’intendere che danno un’angoscia violenta, la quale però non ha il carattere dell’angoscia nevro­tica. Essa infatti non è filtrata da elementi articolati così da giungere alla coscienza in maniera relativamente tollerabile. È invece espressione di mor­te totale e prevalente ed ha carattere di superficialità pur provenendo in gran parte dal profondo (invece l’angoscia nevrotica viene avvertita come profonda). Ciò è perché molti dei pensati altrui (dogmi, leggi, ideologie, tabù, ecc.), vale a dire molti dei livelli interessati sono superficializzati, vicinissimi ai residui di coscienza e mancanti dei canali abituali che fanno passare lo stimolo attraverso numerose stazioni intermedie. Lo stimolo do­loroso è infatti dappertutto, perché la morte dell’intuire è dappertutto; dunque è tanto profondo quanto superficiale.

 

Altro meccanismo di protezione contro il divenire e il morire è la passività. Esso è presente anche nelle nevrosi e nella vita in genere. Corrisponde alla “non lotta” di aspetti del pensare e prementali che hanno la sensazione che è meglio non dare segno di sé per non essere eliminati. Nella psicosi la pas­sività può essere totale. Essa, come in molti sintomi psicotici e nevrotici, è una sorta di sintesi e di intesa tra gli aspetti più propriamente mortali e quelli di protezione della morte stessa. I primi tendono ad impedire la vi­ta delle parti che essi temono e che quindi sentono nemiche, i secondi ten­dono con l’immobilità a non offrire bersagli per non essere uccisi. È IL DOMINIO DEL FORMALISMO. Ci si sente molto forti col formalismo, col legalismo, col giustizialismo, col fariseismo, ma è in realtà una forza della sopraffazione dell’astratto sul concreto, della forma sulla sostanza. Ma la forma, essendo concretezza spirituale, cioè immateriale, configge con concretezza minerale.

 

A questo proposito accenno al conflitto psicotico. Esso si svolge sempre sotto il segno prevalente della morte dell’intuizione. Ho già detto che un conflitto “normale” è un equilibrio di reciproche forze, che per motivi di prevalenza potrebbero risultare reciprocamente distruttive. Nella psico­si tale conflitto è decisamente mortale, perché lo psicotico è sempre sotto il segno della morte e dell’annientamento totale, che può essere annientamento dell’intuire, annientamento biologico, suicidio o omicidio, ma è reale possibilità di annientamento. Non si tratta di semplici fantasie infan­tili temute, ma di morte vera; come è morte quella da cancro, da infezioni, da alterazioni vascolari.

 

NELLA PSICOSI VENGONO FORTEMENTE ALTERATI I CON­CETTI e le percezioni di tempo e di spazio. Ciò deriva dal fatto che l’ecces­siva vicinanza della morte ai livelli superiori del pensare impedisce il loro funzionamento. Ciò, detto in altro modo, significa la mancanza delle possibilità stesse di distanziamento del­la morte. Cioè di un funzionamento del pensare che abbia la capacità di per­cepire la morte con i suoi sistemi di avvistamento a distanza, di coordina­re una azione di difesa, di agire. La morte intimamente mescolata con la vita impedisce tali funzioni. Impedisce ritmi mentali di una certa ampiez­za. Impedisce quindi la creazione di tempi e di spazi interni.

 

È ANCORA DA RILEVARE NELLE PSICOSI L’ESISTENZA DI INTENSE ALTERAZIONI DEGLI APPARATI PERCETTIVI. Il percepire è in genere essenzial­mente rivolto verso l’esterno. La persona che ha costituito un elaborato ed integrato sistema di comunicazioni interne possiede una certa sicurezza in­teriore. Ha la sensazione di essere sufficientemente protetto dalla morte interiore, perché i suoi livelli di raccordo e di equilibrio fra emisfero cerebrale sinistro e destro, sono tali da ov­viare in buona parte alle intossicazioni ed aggressioni interne. Nella psicosi invece la morte è divenuta internamente preva­lente in misura maggiore che non all’esterno di noi. Gli organi percettivi tendono a perdere la loro funzione che li porta a dirigere il movimento esterno dell’individuo e la sua lotta contro la morte. La pressione della morte interna fa rivolgere verso l’interno la maggior parte delle energie disponibili. Al punto che il malato può assu­mere un comportamento ed una maniera di sentire molto simile a quella del sonno e del sogno (fasi ove fisiologicamente la nostra mente si volge ai contatti con il mondo biologico profondo). Poiché però siamo abituati a percepire attraverso gli organi di senso, accade che nelle psicosi i nostri più profondi pensieri, collegati con gli organi di senso, danno delle pseu­do percezioni esterne. Così come nel sogno! Anche se in maniera più ri­dotta ma più pericolosa, data la disponibilità di una certa motilità da par­te dello psicotico. In genere lo psicotico, più che una percezione errata si­mile a quella del sogno, manifesta piuttosto l’effetto di questa: percepisce la stimolazione di livelli tossici e sopraffattori profondi, spesso sotto forma di frammenti di idee, e reagisce come se percepisse con livelli di organi di senso. Egli ha stimolate invece, quasi direttamente, le zone cerebrali che corrispondono agli organi di senso. È questo un effetto della mancanza di distanza dalla morte; gli organi di senso sono infatti un’ope­ra di distanziamento. Gli organi di senso vengono danneggiati nel loro funzionamento non solo dalla relativa inutilità della loro funzione che non corrisponde più ai livelli articolati, ma anche dalla massiccia azione dei tos­sici interni ed esterni che influenzano le zone cerebrali alle quali sono collegati. Si riproduce il meccanismo del sogno, in cui essi non funzionano ma sembrano funzionare perché funzionano, relativamente, le loro matrici.

 

Le DINAMICHE ALLUCINATORIE sono però più complesse. In esse c’è la libera­zione dei livelli di memoria. Si tratta dei livelli di memoria che sono d’abi­tudine particolarmente controllati perché ripieni di cariche mortali. Infat­ti gran parte del nostro sviluppo avviene nella linea della reazione alle esperienze lesive di origine esterna, oltre che a quelle trasmesseci dai no­stri genitori. Se tali esperienze esistono, esse sono dentro di noi. Sono in definitiva parti del nostro cervello. Registrazioni che significano organizza­zioni mentali e quindi cerebrali di memorie, ma anche variazioni funzio­nali e addirittura anatomiche. Esse hanno la funzione di ricordarci della nostra passata esperienza, di predisporci ad una lotta adeguata contro il pericolo e di stimolarci coscientemente contro di esso. Ma sono esse stes­se parti di noi, parti viventi equilibrate con il resto della nostra vita. Con­dizionano comunque buona parte del nostro comportamento spontaneo ed automatico, così come accade negli animali.

 

In stato di psicosi, con riduzione della coscienza e riduzione delle capa­cità percettive del mondo esterno, tali DINAMICHE ALLUCINATORIE assumono prevalenza. La me­moria cioè il passato memorizzato diventa il presente, mescolato con le percezioni della vita attua­le reale, così come avviene nel sogno, ma in maniera ancor più contraddittorio. Nel sogno infatti la relativa non dissociazione fa sì che tutta la persona si as­soci al processo di sonno. Invece nella psicosi la persona sogna a pezzetti e comunica dentro di sé a pezzetti.

LA PREVALENZA DEGLI STATI DI MEMORIA, che può portare a gravi disturbi della percezione della realtà, cioè della vera morte esterna, ha un suo senso preciso. Esso È LA PRECONDIZIONE DI UN FUNZIONAMENTO AUTOMATICO. CIOÈ DELLA POSSIBILITÀ DEL RICONOSCIMENTO PRIMITIVO ED ANIMALE DELLA STRADA DA SEGUIRE. È questa la strada dell’uomo-bestia! ECCOLO LÀ L’UOMO SUPERMARIO SRAGIONANTE! Attraverso questa strada grossolana e fatta di grossolane esigenze, si crea IL SUBUMANO. E come negli animali, essa è relativamente sufficiente ad una certa forma di sopravvivenza. È pertanto  inevitabile che QUELL’ESSERE PRIMITIVO CHE È LO PSICOTICO subisca scontri da più parti: INNANZITUTTO si scontra CON SE STESSO, anzi coi suoi pensieri preconfezionati e ancora funzionanti in una lotta senza quartiere; POI anche CON GLI ALTRI CHE LO SENTONO NEL SUA PRIMITIVITÀ E CHE TENDONO IN PARTE AD ALLONTANARLO. Ecco spiegata la “coda di paglia” dello psicotico: tutti sono realmente temibili per lo psicotico, perché egli sente che tutti lo possono distruggere ed, in un certo senso, questo è anche vero. Perché non tutti accettano la capra o il caprone nella loro distruttività come qualcosa che appartiene all’individualità umana. E in verità egli non è ancora un individuo. È solo un esemplare della specie animale uomo! Una specie di diavoleria che gira a piede libero per il mondo. Ecco perché il satana è anticamente raffigurato coi piedi di capra e con le corna. Questa specie subumana di baffometto è la specie dei vari politicanti di tutte le stagioni e di tutte le aree. Costoro girano a piede libero spaventando tutti, ed è chiaro che tutti cerchino di difendersi da costoro, cioè dalla psicosi, anche psicoticamente (la psicosi genera psicosi) cioè  obbedendo a spontanei meccanismi vitali che tendono ad eliminare tutto quello che viene sentito come pericoloso.  Lo psicotico lo avverte. E questa è la sua “coda di paglia”.

 

A tale proposito bisogna accennare al RAPPORTO DELLO PSICOTICO CON IL MONDO ESTERNO. Questo rapporto è comandato dagli istinti più profondamente primitivi, che possono condurre i più articolati residui di pensiero. Questo primitivo sentire avverte tutto il mondo esterno in maniera estrema, quasi come potrebbe sentirlo un organismo unicellulare, come se ogni cosa avvertita fosse immediatamente decisiva per vita. Il caprone, cioè lo psicotico sente tutto globalmente distruttivo quando supera un certo livello di resistenza morale, che in effetti ha una soglia molto bassa. Le percezioni del mondo esterno sono tutte indirizzate al riconoscimento della benché minima pericolosità, che è sempre come ravvicinata. La ricerca della vita è, dove possibile, concentrata sull’evitare e combattere i pericoli supposti o reali. In questa patologia in effetti le stimolazioni percettive sono di per se stesse effettivamente dannose. Infatti la carica che abitualmente portano al cervello è spesso pericolosa anche di per sé,  al di fuori delle operazioni di riconoscimento e di analisi della morte dell’intuire che ad essa seguono. La vulnerabilità e la carenza vitale di chi è sommerso dalla morte intuitiva fanno sì che percezioni minime possano essere soverchianti e oppressive, in quanto non hanno sufficienti livelli di controllo e di distanziamento. Nella malattia avanzata infatti lo psicotico può essere in pratica invaso dalle percezioni stesse. Può avvertire come penetranti in lui gli oggetti, cose, i rumori, le stimolazioni tattili. Ed è anche per questo motivo che è costretto a ridurre ulteriormente le proprie capacità di percezione. In definitiva lo psicotico può essere perseguitato perfino da un oggetto inanimato. E ciò non solo per eventuali aspetti simbolici, ma per rapporti di forze con gli agenti percepiti non mediati dall’intuire. Infatti solo l’oggetto di percezione mediato dall’intuire che lo concepisce come concetto o idea, può essere un rapporto corretto col mondo esterno. Se a ciò si toglie il pensare, l’intuire, il concepire, resta la paura caprina del percepito… 

 

In definitiva quindi lo psicotico oscilla tra una anestesia alle percezioni ed una iperestesia ad esse, in maniera che spesso sconcerta e fa meraviglia.

 

Accenno ora al DELIRIO e alle MANIFESTAZIONI DI TIPO DELIRANTE. Esse SONO certamente in buona parte un effetto di PROIEZIONE. Sono tentativi di portare la morte dell’intuizione fuori di sé. Tentativo tuttavia insufficiente. Il delirio è un’effettiva possibilità di creare un dialogo ed una dialettica nei confronti di tale morte. Il delirio riesce in effetti a dare un minimo di distanza e di tempo alla lot­ta sia contro la morte del pensiero e sia contro la morte reale, che è il vero motivo esistenziale irrisolto di questa patologia mentale. Inconsciamente lo psicotico diventa tale in quanto esemplare della specie animale uomo che vuole permanere allo stadio animale quando non può non chiedersi, a differenza dell’animale: “Perché si muore?”. Restando bestia, genera allora il suo materialismo, pensiero debole, e conseguente delirio. IL DELIRIO e le manifestazioni che accompagna­no lo psicotico evitano le sommersioni della morte interna e permettono un certo ristabilimento di alcune minimali capacità esterne per sopravvivere e far funzionare alcuni livelli organizzati. Questo non significa che il delirio sia un processo cosciente ed intelligente. È UN PROCESSO AUTOMATICO DI ALLEG­GERIMENTO ED ANCHE DI ESTERNALIZZAZIONE DI TOSSICI: SOLO FACENDO FUNZIONA­RE CERTE DIFESE E CERTE POSSIBILITÀ DI LOTTA ALL’ESTERNO SI RIESCE A FARLE FUNZIO­NARE ANCHE VERSO L’INTERNO. LO PSICOTICO È COSÌ FATTO CHE LA SUA CORRISPONDENZA TRA INTERNO ED ESTERNO È CONTINUA. I livelli interiori funzionano per stimolazioni esterne e viceversa. Se manca la luce non vi sono immagini e gli occhi non funzionano. Se mancano i livelli formati attorno alla visione, mancano le possibilità di vedere ulteriormente. VI È CECITÀ VOLONTARIA DELL’INTUIRE! Senza nemici esterni l’individuo non lotta contro la morte interna, specie se, come nello psicotico, essa si confonde con quella esterna. La persona così, come la vita in genere, possiede apparati di osmosi continui che tentano di stabilire situazioni di equilibrio tra l’esterno e l’interno, senza le quali i due mondi non sarebbero compatibili. Ugualmente accade per cellule che si trovino in eccessive concentrazioni di sostanze saline cui siano permeabili, o che si trovino in carenza di acqua. Possono morire distrutte. La perma­nenza della vita richiede possibilità di osmosi non distruttive. Quindi equi­librio tra gli esseri viventi e il mondo esterno, e non solo per i rapporti bio­chimici ma anche per quelli mentali che di quelli biochimici sono un’equivalenza.

 

ACCENNO ORA ALLE CAUSE DI PSICOSI. Esse sono RIASSUMIBILI, come det­to, NELLA PREVALENZA DELLA MORTE DELL’INTUIZIONE DURANTE LO SVOLGIMENTO DELLA LOT­TA TRA VITA E MORTE A LIVELLO DI PENSIERO O PERLOMENO  A LIVELLO ESISTENZIALE.

 

Quindi la psicosi può essere determinata in maniera congenita. Ciò ac­cade quando viene trasmessa all’individuo una carica di morte prevalen­te prima ancora della nascita. Può avvenire per l’incontrarsi nell’unione gametica di aspetti mortiferi complementari. Così come accade per ma­lattie congenite biologiche. Tali aspetti possono svilupparsi tardivamente o dare segno di sé all’inizio della vita, dove tendono piuttosto a manifestarsi in forme organiche, seppure cerebrali, le quali si evidenziano con deficit neurologici. Talvolta invece, specie se trovano stimolazioni am­bientali (per esempio da parte dei genitori, nella stessa linea delle stimo­lazioni congenite), possono precocemente dare invasioni mortifere da parte dei livelli congeniti stessi. Così come accade in alcune psicosi infantili, in genere difficilmente distinguibili da forme chiaramente organiche degenerative.

 

Ma la psicosi può insorgere in età infantile anche quando la carica am­bientale sia distruttiva a livello di ragionamento. Per esempio, un eccesso di odio genitoriale, seppure inconscio, può portare ad alterazioni di fondo nel cer­vello sensibilissimo e condizionabile del bambino, che daranno segno di sé quando si saranno in lui manifestati aspetti mentali più articolati.

In genere però LE PSICOSI INSORGONO QUANDO LA VITA RICHIEDE LA MOBILITA­ZIONE DI ASPETTI DI LOTTA INDIVIDUALE INDIPENDENTI. Allora bisogna affronta­re la morte con i propri mezzi. Se questi non sono sufficienti, L’ESEMPLARE DELLA SPECIE ANIMALE UOMO NON DIVENTANDO INDIVIDUO PUÒ PERIRE NEL PENSIERO, specie con il primo determinarsi della necessità di assumere su di sé pesi e RESPONSABILITÀ PERSONALI, e specie se al­tri pseudoindividui non permettono la liberazione delle sue capacità e delle sui prerogative, in quanto avvertono ciò come una sottrazione di vita per loro stessi. È IL CASO DELLE SOCIETÀ A RESPONSABILITÀ LIMITATA, IN CUI VIENE LEGITTIMATA TALE MANCANZA DI RESPONSABILITÀ! ED È IL CASO DI CERTI GENITORI CHE SI NUTRONO DEI LORO FIGLI, O DI CERTI PER­SONAGGI DIRIGENTI CHE NECESSITANO DI NUTRIRSI DEI LORO DIPENDENTI OPPURE PROTEGGERSI PER MEZZO LORO. Spesso tali rapporti di reciproca necessità so­no rispettivamente condizionati, per cui più individui hanno divisi tra loro i compiti della lotta contro la morte, e non è quindi possibile sottrarsi perlomeno bruscamente, alla situazione di gruppo per ciascuno di essi. In tali casi l’interdipendenza è enorme e gli effetti di certi affrancamenti possono essere letali.

 

In definitiva la psicosi, come ogni altra evenienza delta vita, può essere determinata da forze esterne e da forze interne. LA POSSIBILITÀ DI PSICOTIZZAZIONE DA PARTE DI ELEMENTI ESTERNI È ANCORA SCARSAMENTE COMPRESA. È INVECE TENUTA IN GRANDE EVIDENZA DA POPOLI E CULTURE PRIMITIVE. NELLA NOSTRA CULTURA LA SI RITROVA IN MITI, FIABE E RELIGIONI. È UN FATTO COMUNE E CORRISPONDE AD UN EFFETTO LOGICO DELLA INTERAZIONE DI FORZE COMPLEMENTARI. NEL CONTATTO TRA INDIVIDUI DIVERSI, POSTO CHE VI SIA UNO SCAMBIO, I RISULTATI SARANNO QUELLI DETERMINATI DA TALE SCAMBIO. Ciascuno darà di sé, per quei livelli ed aspetti che sono suscettibili di essere scambiati. Tra un individuo relativamente vivo ed uno relativamente morto, posto che esistano certe condizioni di contatto, di tempo, di spazio e di sensibilità, ci sarà uno scambio di prevalenze che potrà essere determinante. La vita tende ad adattarsi, non solo, ma cerca di affermare se stessa e di trovare un livello di tollerabilità trasformandosi e trasformando l’ambiente esterno e quindi anche gli altri aspetti di vita. LO PSICOTICO TENDE, AUTOMATICAMENTE, A PSICOTIZZARE. Il “sano” tende a rendere l’altro simile a sé oppure, invece, a respingerlo. Ciò non significa che gli psicotici siano particolarmente potenti. Essi sono meno potenti dei “sani”, di quelli cioè che hanno l’universalità del pensare, cioè concretezza di pensiero a loro disposizione. TUTTAVIA GLI PSICOTICI AGISCONO SPESSO IN UNA MANIERA INAVVERTIBILE PERCHÉ NON MANIFESTA, MA SEMPRE A LIVELLO MOLTO PROFONDO. LA PERICOLOSITÀ STA NEL NON RICONOSCERE LA RELATIVA PENETRABILITÀ, COSÌ COME È PERICOLOSO NON RICONOSCERE LA MORTALITÀ DI CERTE IDEOLOGIE E DOTTRINE POLITICHE CHE CONDUCONO ALLA DISTRUZIONE O ALL’INSENSATEZZA.

 

Per quello che riguarda gli elementi influenzanti esterni vi sono anche diverse situazioni ambientali che possono spingere alla morte. Se assorbi­te, possono indurre psicosi quando divengono prevalenti su di noi al pun­to da creare rottura, cioè alterare il nostro individuale riconoscimento del­la realtà, la nostra personale lotta contro la morte. CERTE SITUAZIONI DI VITA, CERTI INFLUENZAMENTI, CERTI CONDIZIONAMENTI NON SONO PER TUTTI TOLLERABILI. POSSONO METTERE IN MINORANZA ALCUNI LIVELLI SUPERIORI MENTALI DEGLI UOMINI. SPECIE NEL CASO DI SOGGETTI CHE LI ABBIANO FORTEMENTE SVILUPPATI. LA SOPRAFFAZIONE DEI LIVELLI SUPERIORI DI PERSONE FORTEMENTE CEREBRALIZZATE PUÒ ESSERE FORIERA DI PSICOSI, PERCHÉ ÀLTERA LE STRUTTURE ORGANIZZATIVE E LE RIEMPIE DI MATERIALE ESTRANEO.

 

CIÒ ACCADE ANCHE IN CONSEGUENZA DI IDEOLO­GIE E DI REGIMI DI VITA VIOLENTANTI. D’ALTRONDE LA PRESENZA DI TALI IDEOLOGIE E COLLETTIVI PUÒ ESSERE AVVERTITA COME RASSICURANTE, IN QUANTO CREA PSEUDOCOMPETENZE E POSSIBILITÀ NON RAGGIUNGIBILI DALL’ESEMPLARE DELLA SPECIE ANIMALE UOMO: LA IDEOLOGIZZAZIONE E L’IRREGGIMENTAZIONE COLLETTIVE CAUSANO IN GENERE LA DISTRUZIONE DEGLI INDI­VIDUI PIÙ EVOLUTI E LA PSEUDOVITALIZZAZIONE E PSEUDOVALORIZZAZIONE DEI ME­NO EVOLUTI, I QUALI GUIDATI DA LIVELLI MENTALI ARTIFICIALI, SEMBRANO AVERLI RAG­GIUNTI PER LORO CONTO. CREANO PERÒ PER TUTTI UNA NEGAZIONE DELLA MOR­TE CHE PUÒ PORTARE ALLA MORTE STESSA DI UN GRUPPO COSÌ ORGANIZZATO!

 

Queste sono pertanto le conseguenze estreme del nichilismo estremo, cioè caprino.

 

Veniamo ora ai FATTORI INTERNI di psicosi. Essi possono essere, nella for­ma più pura, determinati dall’evoluzione di aspetti interni che si rivelino malati. Per esempio certe maturazioni sessuali, amorose o ideologiche mo­strano residui di morte di antica provenienza. Però, in genere, vi è un som­marsi di fattori esterni e fattori interni. Così elementi di penetrazione tos­sica esterna, con difficoltà di smaltimento e di comprensione di situazioni lesive, si accompagnano con emersioni di aspetti congeniti. Inoltre il progressivo trascorrere del tempo, con il crescere delle stimolazioni da assor­bire e il decrescere della capacità reattiva, fa sì che l’individuo possa arri­vare a punti di saturazione che diano segno di sé con una psicosi. È da ri­cordare che la morte avanza sempre con il proseguire della vita. Ciò viene avvertito biologicamente quando i nostri apparati entrano in crisi nella totalità. Cioè quando debbono fronteggiare qualcosa di NUOVO. Quindi alla nascita, allo svezzamento, nei vari distacchi, nella pubertà, negli incontri amorosi, nelle paternità e maternità. All’inizio dell’invecchiamento, nelle malattie. OVUNQUE LA MORTE PRENDA PIEDE E OVUNQUE DEBBA ESSERE COMBAT­TUTA - SPECIE DOVE I LIVELLI DI PENSIERO NON POSSANO AGIRE COSCIENTI DELL’ENTITÀ DEL­LA BATTAGLIA DA SVOLGERE. DOVE QUINDI IL PENSARE È DOMINATO DALLA PAURA E NON È IN GRADO DI PADRONEGGIARE IL DOLORE. DOVE IL PENSARE VIENE FATTO FUORI DAL CORPO, DAL GRUPPO, DAGLI ALTRI. E DALLE DIVERSE ESIGENZE DEL PENSARE STESSO.

 

A questo proposito un cenno all’AZIONE DELLA cosiddetta SOCIETÀ per la formazione della psicosi.

 

LA SOCIETÀ TENDE A SCARICATE LA MORTE VERSO QUEGLI INDIVIDUI CHE IN QUALCHE MODO LO PERMETTONO. QUESTO FA PARTE DELLA SUA ECONOMIA. SI TRATTA DI UN’OPERA DI PROIEZIONE MA ANCHE DI CONCENTRAZIONE NEL SENSO PRECEDENTEMENTE DETTO PER I LIVELLI NEVROTICI ENDOPSICHICI.

 

Si può pertanto dire che LA PSICOSI DELL’INDIVIDUO È LA NEVROSI DELLA SOCIETÀ.  

 

LA SOCIETÀ, IN DEFINITIVA, PER I SUOI LIVELLI CHE NE FANNO UN ORGANISMO ESTREMAMENTE GROSSOLANO E TERRORIZZATO, SI SERVE DELLO PSICOTICO COME PUNTO DI SCARICO DELLA MORTE CHE LA PERVADE. TUTTAVIA ANCHE LO PSICOTICO FA PARTE DELLA SOCIETÀ ED È RESPONSABILE DELLA SUA FORMAZIONE. Così come una cellula malata è parte di un organismo più complesso e ne rappresenta una frazione di morte. LO PSICOTICO, FACENDO PARTE DELLA SOCIETÀ, DIFFICILMENTE PUÒ LOTTARE CON ESSA. Del resto la lotta è inadeguata e già segnata nei risultati. LA CREAZIONE DI PSICOTICI DA PARTE DELLA SOCIETÀ NON È FACILMENTE PREVEDIBILE, NÉ È PRATICAMENTE ARRESTABILE. IL SUCCESSIVO RIASSORBIMENTO DELLO PSICOTICO NELL’AMBIENTE SOCIALE PUÒ INOLTRE ESSERE PER LUI MOLTO PEGGIO CHE NON UN RESPINGIMENTO. LA SOCIETÀ LO UCCIDE PIÙ FACILMENTE SE MOSTRA DI ACCOGLIERLO CHE NON SE LO RESPINGESSE E LO RICONOSCESSE PER QUELLO CHE È. Che muoia per una malattia organica, per un suicidio o per omicidio non fa differenza. Non ha senso dire che la società forma gli psicotici e poi sostenere che la stessa li debba assorbire. È MEGLIO CHE QUALCUNO LI DIFENDA DA ESSA INVECE DI AFFIDARGLIELI D’IMPROVVISO DIMENTICANDONE E NEGANDONE LE QUALITÀ MORTIFERE.

 

UN ALTRO PROBLEMA: si è discusso e si discute sull’eziologia della nevrosi e della psicosi contrapponendo teorie organicistiche a teorie psicogenetistiche. Ciascuno dei due gruppi di sostenitori di tali opposte teorie sembra spaventato che l’altro possa avere ragione e distruggere tutta la sua impalcatura teorica. In realtà il bisticcio non esiste se non nei rispettivi PREGIUDIZI. Esso risente delle LIMITAZIONI DELLA NOSTRA CULTURA DI IMPOSTAZIONE CATTOLICO-CARTESIANA CHE VOLLE L’ESEMPLARE DELLA SPECIE ANIMALE UOMO DISTINTO IN CORPO E ANIMA. È però anche questo solo una difesa contro la morte e quindi un tentativo di isolarla in uno specifico livello. Perciò la morte, anche se non identificata come tale, viene isolata da alcuni nel “nel corpo”, da altri “nella psiche”. POICHÉ IL RIFLETTERE SI ATTUA GRAZIE AL CERVELLO, ORGANO SPECIALIZZATO DELL’ESEMPLARE DELLA SPECIE ANIMALE UOMO, È CHIARO CHE TUTTO CIÒ CHE ACCADE AL RIFLETTERE, ACCADE A VOLTE ANCHE A TALE ORGANO. Non sempre, ovviamente, ma in qualche caso di psicosi inveterata possono apparire lesioni evidenti.

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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