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8 aprile 2012 7 08 /04 /aprile /2012 11:28

 

Pagina dedicata a Massimo Francese.

 

La libertà dovrebbe concernere l’ambito culturale, politico ed economico. Dare preponderanza ad uno qualsiasi di questi tre è un errore.

 

Per esempio dare alla sola libertà economica il valore di regola o di legge suprema della vita sociale trasforma l’economia in econòmia, vale a dire in una aberrazione in cui il nomòs (pascolo) è sostituito al nòmos (legge). nomosCiò avviene infatti quando al liberismo economico si conferisce il valore di legge sociale e allora - da legittimo principio economico - il liberismo si trasforma in  ILLEGITTIMA teoria etica, cioè in una morale edonistica e utilitaria, che assume a criterio di bene la massima soddisfazione dei desideri in quanto tali.

 

In base poi al suo fondarsi meramente sulla quantità, il liberismo si trasforma necessariamente nella soddisfazione “ad libitum” , cioè “a piacere” individuale o pseudo sociale, cioè statisticamente intesa come piacere medio individuale.

 

Il liberalismo etico non può però accettare che i “beni” siano solo quelli che soddisfano l’“ad libitum” individuale, né che la ricchezza sia solo l’accumulo dei mezzi a tal fine; e, più esattamente, non può accettare nemmeno che questi siano beni e ricchezza, se non sono anche e soprattutto strumenti di elevazione umana.

 

La “libertà”, di cui il liberalista etico intende parlare, è dunque sempre indirizzata a promuovere la vita spirituale nella sua interezza, e perciò la vita morale. Ogni altra libertà è fasulla in quanto è mero “libero arbitrio”, che deve ancora fare i conti (etici) con la libertà.

 

Ciò posto, il problema del liberalismo non si configura nel determinare se un certo provvedimento sia “liberistico” (meramente o astrattamente economico), ma se sia “liberale”, cioè “non se sia quantitativamente produttivo” - diceva Benedetto Croce - “ma se sia qualitativamente pregevole; non se la sua qualità sia gradevole a uno o più, ma se sia salutare all’uno, ai più e a tutti, all’uomo nella sua forza e dignità di uomo” (B. Croce, “Liberismo e liberalismo” in “Etica e politica”, Laterza, Bari, 1967, pp.263, 264, 265).

 

Mi sembra che questo ragionamento di Benedetto Croce sia sacrosanto e non faccia una piega. Eppure sembra che vi siano libertari che considerano invece Croce un confusionario (cfr. Marco Faraci, in “Liberali, liberisti o libertari?” in Osservatorio scientifico spirituale).

 

Certamente la “religione della libertà” di Croce non è la “filosofia della libertà” di Steiner, dato che si fonda su una “teoria filosofica” della libertà, mentre la “filosofia della libertà” di Steiner si fonda su una scienza della libertà, che si attua attraverso la pratica del suo contenuto. Però mi sembra che non si possa dire che Croce sia un confusionario per il fatto che dividesse moralisticamente tra libertà di ordine superiore (quelle civili) la cui difesa competeva ai liberali, e libertà di ordine inferiore (quelle economiche) la cui difesa poteva essere lasciata ai liberisti. Chi afferma questo dovrebbe prima leggere qualcosa di Croce e confutarlo in base a sue affermazioni che non condivide mostrandone i motivi, altrimenti sono tutti capaci di fare filosofia in questa maniera, cioè dicendo di qualcuno che non si riesce a comprendere che è un confusionario.

Posso comprendere che qualcuno affermi che la distinzione di Croce fra libertà superiore e libertà inferiore sia un moralismo, ma mi riesce difficile capire come qualcuno possa affermare che Croce sia un confusionario, dato che la sola libertà economica o di mercato è solo un terzo della libertà che dovrebbe invece competere a tutto quanto l’organismo sociale (gli altri due terzi riguardano il diritto e la cultura). In tal senso la sola libertà economica è inferiore a quella che dovrebbe riguardare gli altri due terzi dell’organismo sociale, vale a dire la scuola e lo Stato di diritto.

 

Invece col mostrare il Croce come un confusionario si vuole affermare che “la maggior parte dei liberali autentici rifiuta la distinzione di Croce in quanto ritiene senza senso pensare di scindere libertà civili e libertà economiche e non ama pertanto il termine ‘liberismo’” (ibid.). Per questo motivo i liberali “autentici” amerebbero invece il termine “libertarismo”, che connoterebbe “una variante più radicale del liberalismo classico, tipicamente americana, e che porta con sé una critica allo Stato ben più marcata (cfr. ibid.)?

 

Ma Croce non è proprio quel filosofo che aveva introdotto nella logica hegeliana i concetti di “distinto” e di “distinzione”?

 

Allora sorge subito la domanda: colui che distingue è forse chi “divide” e “scinde” senza distinguere? No, perché se uno fa una distinzione può fare ciò solo motivandola concettualmente, e se il contenuto di quei concetti consiste in un aporema, la contraddizione si nota, e ciò significa che la motivazione è filosoficamente fasulla.

 

E dove starebbe l’aporema di Croce?

 

Invece Croce, appunto SENSATAMENTE “distingue” la libertà come principio etico (superiore) dalle sue manifestazioni (inferiori), sia di carattere civile, politico o giuridico, sia di carattere economico.

 

Ebbene Croce,  per certi libertari, sarebbe invece un confusionario che divide e scinde “senza senso”,  le “libertà di ordine superiore (quelle civili) la cui difesa competeva ai liberali”, dalle “libertà di ordine inferiore (quelle economiche) la cui difesa poteva essere lasciata ai liberisti”!

 

Mi chiedo allora: non è forse vero che sono proprio i libertari di questa risma (cioè i confusi che ex cathedra danno del confuso a coloro che non riescono a comprendere) a non disporre di un “senso” che consenta loro di distinguere l’ordine “superiore” o spirituale da quello “inferiore” o materiale?

 

Infatti di quale “senso” atto a distinguere l’essenza della libertà dalle sue manifestazioni si può disporre rifacendosi solo a Locke, come in generale è proprio di questo tipo di libertari?

 

Chi era Locke?

 

Locke era un filosofo che, nel giusto intento di confutare le idee “innate” dei razionalisti, non seppe far di meglio che concepire l’anima come una “tabula rasa” e far nascere le idee dall’“esperienza”, senza però approfondire la natura dell’esperienza stessa; quindi senza rendersi conto che la “realtà delle idee” (indipendente dall’esperienza, in quanto io posso avere l’idea di fare un’esperienza senza poi farla) è cosa ben diversa dalla realtà della “coscienza delle idee” (dipendente dall’esperienza, in quanto solo facendo quell’esperienza posso averne coscienza)!

 

Allora, di fronte a ragionamenti come questo, cosa dice in genere questo tipo di libertari? Dice che chi così ragiona è un utopista!  E Marilee Haylock, galoppino del Partito Libertario dell’Ontario dal 1976 al 1979, afferma per esempio che “la filosofia libertaria è idealista nella sua visione e nei suoi fondamenti”, ma “non è utopista” (M. Haylock, “La filosofia libertaria” in www.ospi.it).

 

Ma è troppo comodo ragionare così.

 

E poi non è così.

 

Innanzitutto tale filosofia non è una filosofia.

 

È superficialismo.

 

Infatti non è solo “utilitarista” e non “idealista”, come rileva Croce, ma è pure frutto, come osserva Hegel, di un “infelicissimo pensare” (G. W. F. Hegel, "Lezioni sulla storia della filosofia", La Nuova Italia, Firenze 1981, vol. 3, II, p. 151) in quanto “non si solleva affatto sullo stadio della coscienza volgare” (ibid., p. 152) dato che “si attiene unicamente a ciò che appare, a ciò che è, e non a ciò che è vero” (ibid., p. 168), non avendo “neppure il presentimento di quel che sia la speculazione” (ibid., 166). 

 

 Se quella è la filosofia libertaria, abbiamo allora a che fare col solito (solito in quanto dura da secoli) realismo primitivo, filosoficamente detto anche realismo ingenuo o acritico, e quindi, essenzialmente, col MATERIALISMO, che è in definitiva l’espressione di uno spirito che ha occhi - come afferma Croce - per ciò che è “QUANTITATIVAMENTE produttivo”, ma non per ciò che è “QUALITATIVAMENTE pregevole”.

 

E ciò non è forse confermato dalla Rand, che riassume alcuni principi di quel tipo di realismo, chiamandolo però “oggettivismo” (A. Rand, “Che cos’è l’oggettivismo).

 

Ma proprio in questa scrittrice sta la contraddizione. Da un lato dice che: “la realtà esiste come un assoluto oggettivo - i fatti sono fatti indipendentemente dai sentimenti, i desideri, le speranze e le paure dell’uomo”, come se i sentimenti, i desideri, le speranze o le paure non fossero anch’essi dei “fatti”, senza altresì precisare se i fatti siano anche “indipendenti” dai pensieri (e sarebbe stato importante precisarlo, dato che se un fatto fosse indipendente dal pensiero non sarebbe neanche un fatto, ma solo un “percetto” cioè un immediato (non mediato dal pensare) e indeterminato contenuto di percezione; un “aggregato sconnesso di sensazioni” direbbe Steiner). Dall'altro che: “la ragione (la facoltà che identifica e mette insieme i materiali provvisti dai sensi dell’uomo) è l’unico modo che l’uomo ha per percepire la realtà, la sua unica fonte di conoscenza, l’unica guida per la sua azione ed il fondamento della sua sopravvivenza”.

 

Ma cos’è questa se non una contraddizione o una superficialità? Per me è una bestialità dire nello stesso argomento di una stessa pagina una cosa e il suo contrario!

 

Forse sono matto (come molti amano definirmi anche bonariamente con la scusa che gli artisti sono un po’ tutti matti; e comunque se fosse vero sarei contento di esserlo e non vorrei di certo divenire sano), ma se ci si prende la briga di leggere almeno una volta “La filosofia della libertà” di Steiner (ho studiato i contenuti di questo volume dal 1980 fino al 1990 e, più lo studiavo, più mi rendevo conto che l’uomo odierno continua a starnazzare nei medesimi e secolari errori di pensiero presi come oro colato) ci si accorge subito - per dirla con Hegel - “che nulla è più superficiale” (G. W. F. Hegel, op.cit., p.163) di un’affermazione come quella sopracitata della Rand.

 

Per prima cosa, analizzando la realtà e dicendo che essa esiste come un assoluto oggettivo la Rand confonde l’analisi con sintesi, cioè afferma una sintesi come se fosse un’analisi e viceversa in quanto non spiega alcunché se non che i fatti sono fatti indipendentemente dall’attività interiore umana (sentimenti, desideri, speranze e paure dell’uomo). Invece il pensare analitico - e ciò è mostrato con dovizia di particolari da Steiner - dovrebbe essere in grado di creare “concetti dai contorni nettamente delineati”, mentre il pensare sintetico di riunire poi “in un insieme unitario i singoli concetti in tal modo creati” (R. Steiner, "Linee fondamentali di una gnoseologia della concezione goethiana del mondo" in "Saggi filosofici", Ed. Antroposofica, Milano 1974, p. 61).

 

Inoltre quando afferma che “la ragione è l’unico modo che l’uomo ha per percepire la realtà”, semplicemente straparla.

 

Perché straparla? Perché è risaputo (anche dai non filosofi) che sono i sensi, e non la ragione, a permettergli di “percepire la realtà”.

 

Certo, perché un immediato e indeterminato “percetto” (o “aggregato sconnesso di sensazioni”) si risolva in una determinata “immagine percettiva” (come pure in una determinata “rappresentazione”) serve la ragione; ma si dovrebbe allora precisare che, col termine “percepire”, si allude appunto all’immagine percettiva, e non al percetto o all’atto percettivo (del soggetto).

 

Infine, dicendo che la ragione “mette insieme i materiali provvisti dai sensi dell’uomo” costei ragiona veramente alla carlona. Perché? Perché anche il muratore “mette insieme” i mattoni, i tavelloni e le tegole “provvisti” dall’industria laterizia. Ma qui dovrebbe sorgere almeno una domandina: il muratore li mette insieme a caso i mattoni, così come viene, o non piuttosto secondo un certo progetto, un certo ordine o una certa idea? Ed allora la ragione, secondo quale progetto, ordine o idea, metterebbe “insieme i materiali provvisti dai sensi”?

 

Dunque  da un pensiero che, sul piano conoscitivo (e per usare sempre le parole di Hegel) “non si solleva affatto sullo stadio della coscienza volgare”, ci si può forse aspettare, sul piano etico, qualcosa di più nobile o di meno “volgare”? No, di certo.

 

A questo punto si può ancora procedere e osservare altro.

 

La Rand, alla quale io riconosco comunque il dono della sincerità, si fa infatti promotrice di un’etica “egoistica”, dichiarando: “L’uomo - ogni uomo - è fine a se stesso, non un mezzo per i fini altrui. Egli deve esistere solo per amore di se stesso e mai sacrificarsi per gli altri, né sacrificare gli altri per se stesso. Il perseguimento del proprio interesse personale e della propria felicità è il più alto scopo morale della vita di un uomo”.

 

Come si vede, qui sono mischiate verità e falsità. È vero che l’unico fine dell’uomo è quello che egli da’ a se stesso, ma non è vero che il perseguimento del proprio interesse personale e della propria felicità è il più alto scopo morale della vita di un uomo. Perché? Perché l’egoismo della Rand per essere il più alto scopo della vita dell’uomo deve andare fino in fondo, e ciò significa accorgersi dell’INDIVISIBILITÀ del benessere, accorgersi cioè che chi pensa solo ai fatti suoi credendo di separare così il bene proprio da quello degli altri, dimostra in realtà di non saper assolutamente fare il proprio interesse.

 

PAZZO.pngDunque se non vuole essere l’apoteosi del narcisismo e dell’egoismo e la disfatta dell’amore, l’etica “egoistica” della Rand deve essere portata più oltre, perché in verità io sono soltanto quello che posso essere oltre me stesso… Nereo sei un mistico… sento già le voci (sento le voci! Sono pazzo! :D :D) dei libertari che mi danno dell’utopista…  

 

In ogni caso aveva visto bene allora Benedetto Croce (altro che “confusione”!) ravvisando e denunciando il carattere “edonistico” e “utilitario” di quel liberismo che, secondo il libertario confuso che da' del confusionario a chi non comprende, si starebbe oggi sforzando di sottoporre, negli Stati Uniti, ad un astuto “restyling”, dato che il partito libertario americano, fondato nel 1971, sarebbe il terzo partito americano, dopo quello repubblicano e quello democratico. Senz'altro il partito libertario sarà anche il terzo partito d'America. Però l'America ha duecento anni di cultura e l'Italia di Benedetto Croce, che è tutt'altro che confuso, ne ha più di due millenni! 

 

Quale sarebbe allora, considerando questa “filosofia” della Rand come libertaria, l’aspetto sociale conseguente?

 

La Rand scriveva: “Il sistema politico ideologico ideale è il Capitalismo Laissez-Faire. È un sistema in cui gli uomini si rapportano gli uni con gli altri non come vittime e carnefici, non come padroni e schiavi, ma come mercanti, attraverso lo scambio volontario per il mutuo beneficio […]. Lo Stato agisce solo come poliziotto per proteggere i diritti dell’uomo; usa la forza fisica come rappresaglia e solamente contro coloro che hanno dato inizio a tale violenza, come i criminali o gli invasori stranieri. In un sistema di pieno capitalismo, ci sarebbe (ma storicamente non c’è mai stata) una completa separazione tra Stato ed economia, nello stesso modo e per le stesse ragioni per cui sussiste la separazione tra Stato e Chiesa”.

 

Quello del capitalismo “laissez-faire” che, evidentemente, sembra discendere da un pensiero che è anch’esso un “laissez-faire”, è dunque un sistema “in cui gli uomini si rapportano gli uni con gli altri” come “mercanti”. Ciò significa che in quel sistema gli uomini non si rapportano fra loro come puri e semplici esseri umani? Se la risposta è affermativa significherebbe che essi non si rapportano come degli individui (degli io) dai quali prendono le mosse e nei quali convergono le varie attività: quella culturale legata all’agire libero della ricerca (volere in atto), quella politica o giuridica legata al sentire (percezione dell’uguaglianza da uomo a uomo), e quella capitalistica legata al capo (frutti e talenti della testa umana, intesa come radice capace di sviluppare e cogliere i doni della terra; se ben si osserva le circonvoluzioni del cervello sono simili a radici di piante e alberi, che prendono dalla terra le sostanze minerali di cui abbisognano).

 

L’“organismo sociale triarticolato”, come quello auspicato da Steiner, dove in ognuno si ritrovino, si riuniscano e si raccordino liberamente le autonome attività dei tre suddetti apparati, non c’entra nulla però col “mercato integrale” in cui viga una “completa separazione” tra la Chiesa (deputata a surrogare, confessionalmente, la funzione spirituale dell’apparato culturale), lo Stato (deputato a surrogare, laicamente, la funzione culturale dell’apparato spirituale) e l’economia, e in cui si dia un inevitabile sbilanciamento a favore della vita economica, poiché ognuno, sentendosi anzitutto un “mercante” o un “homo oeconomicus”, non potrebbe che dirsi: “Io scambio o commercio, dunque sono”.

 

Se ci si guarda attorno senza fette di salame sugli occhi, non si può negare come la vita spirituale, ipotecata com’è dalle confessioni religiose, sia d’ostacolo a una “libera ricerca della verità”, e come la vita culturale, ipotecata dal laicismo materialistico, sia viceversa d’ostacolo a una vera ricerca della libertà.

 

Tutto ciò può spiegare molte cose. Non ultimo il fatto che se una “religione della libertà”, fondata (come quella di Croce) su una “teoria filosofica” della libertà è cosa già diversa da una “filosofia della libertà”, fondata  (come quella di Steiner) su una SCIENZA DELLA LIBERTÀ, tutt’altra e peggior cosa è allora una “filosofia libertaria” o una “ideologia della libertà” che in tanto si appaga di una copertura ideale “nuova e antica” (che mescola disinvoltamente Locke all’“ordine spontaneo di Lao Tze”) ("Egualitarismo? No, libertarismo" - L’Indipendente, 31 maggio 2004.), in quanto ha in cuore ben più corposi e terreni interessi di natura economica e politica.

 

Ecco perché chiedo a qualche studioso libertario di indicarmi una vera filosofia libertaria, cioè una filosofia capace di reggersi su se stessa.

 

In altre parole, chiedo al mondo libertario italiano se esiste una risposta filosofica reale alla problematica qui accennata.

 

“Non ha detto forse Croce che i tedeschi avevano il concetto, ma non la pratica della libertà, mentre gli inglesi ne avevano solo la pratica?” (Cit. di Nicola Matteucci in B. Croce, “La religione della libertà”, Ed.  Sugarco, Milano 1986, p.73). Quindi se si volesse veramente ragionare, bisognerebbe considerare che se è vero che la libertà consiste nella “pratica” del suo “concetto”, è vero anche che avere il “concetto” della libertà ma non la sua “pratica” (o, viceversa, avere la “pratica” della libertà, ma non il suo “concetto”) vuol dire allora NON avere la libertà. Ecco perché “La filosofia della libertà” di Steiner si divide in due parti: una dedicata appunto al “concetto” o alla “scienza della libertà” e l’altra dedicata invece alla “pratica” o alla “realtà della libertà”.

 

C’è insomma qualche libertario di pensiero libero, di sentimento sociale e di buona volontà, che sappia rispondere ai contenuti di questa pagina senza dire che Croce è un confusionario? Io credo ci sia e che se non c’è, prima o poi nascerà.

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commenti

Massimo Francese 04/10/2012 13:29

Colpito e affondato

nereovilla 04/10/2012 15:33



Ahahahahaha aha ah! La battaglia liberale!



Massimo Francese 04/09/2012 11:29

Cro Nereo, innanzitutto grazie per avermi dedicato un articolo di questa portata.
Devo uscire per un invito a pranzo e non ho subito tempo per cominciare a far fruttare uno scritto così importante, che merita tempo ed attenzione.
Mi staccai anni fa dall' anarchismo per una sensazione di "mancanza di ossigeno", mi sentivo costretto.
Il tuo scritto riapre, come altri, le finestre della mia casa interiore, che ha spesso bisogno di cambiare aria e far entrare luce.
Con profondo rispetto
Massimo

Massimo Francese 04/08/2012 13:39

Sei un serial-killer del pensiero, ma in positivo.
Occhio all' FBI comunque, non distingue.
Ho di che pensare per mesi. Grazie, è solo seguendo chi è più avanti di te che cresci.
Massimo

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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