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10 novembre 2011 4 10 /11 /novembre /2011 09:39

 

Storia monetaria d'Italia

La ripubblicazione di questo mio vecchio scritto (del 2004) mi è stata ispirata dalle tante parole che si fanno oggi sulla presunta attendibilità di Mario Monti, recentemente nominatio “senatore a vita”. Forse qualcuno avrà sentito nominare l’infame Bilderberg, comunque qui accennato. Nel 1996 Mario Monti risultava nella “LIST OF U.S., CANADIAN AND EUROPEAN V.I.P.'s AT SUPER-SECRET, TORONTO, BILDERBERG MEETING!”, lista che gentilmente mi inoltrò l’amico Bruno Aprile. Dunque ebbe a che fare non solo con l’infame Goldmann & Sachs!!! Ciao bestie. Siete pregati di copiare questa pagina perché se mi girano i coglioni posso rimuoverla ancora! Ahahahahahaha aha aha aha!

 

E a proposito: a chi sostiene che il signoraggio non esiste a priori consiglio la lettura di "Storia monetaria d'Italia. L'evoluzione del sistema monetario e bancario" scritto da Franco Spinelli e Michele Fratianni, i quali nel 1991 calcolarono che, nei ben centovent'anni dal 1861 al 1980, il signoraggio annuo era ammontato al 3,6% del reddito nazionale e la tassa sull'inflazione al 3,9% (cit., Milano, 1991, p. 134 in G. Alvi, “Il capitalismo”, Venezia, ottobre 2011). Non so se vi rendete conto di queste cifre annuali moltiplicate per 120! Pensateci. Alla fine di questa pagina ho aggiunto un breve paragrafo sul “Lobbying”, che oggi va di moda ma passa per complottismo nelle menti più marce, tipo quella di Monti!

cetto-la-qualunque

Nereo Villa - Ma quale politica? 

Ma quale politica? - Ma cos'è il signoraggio? - I controllori del mondo - I padroni del mondo - Il controllo incontrollato dei manipolatori di capitali - "Democratico consenso" - L'ordine "democratico" dei banchieri - Dalla tirannide delle "lobbies" alla riconquista della sovranità nazionale.

 

PRESENTAZIONE

 

In questo scritto è espresso il contenuto di tutte le mie precedenti pubblicazioni internet dal 1999 ad oggi in merito all'indagine sulla cosiddetta depressione economica, il cui sintomo maggiore può essere espresso in poche parole: "Tutte le imposte sul reddito finiscono per gravare sui poveri, in quanto obbligano le aziende a scaricarle sui prezzi". Tale sintomo è l'effetto di una logica contro l'uomo, o antilogica, per usare una parola di Platone (Platone, Fedone, [b] XLIX, 101e; Liside, XII, 216b; Teeteto, XVIII, 164c), produttrice di schiavitù, cioè di nuovo schiavismo, che riguarda tutti gli uomini, non solo categorie di essi. Anche il cosiddetto mobbing non è che un aspetto di tale antilogica da schiavi. Quest'ultima, pertanto, va combattuta non a partire dai sintomi, ma dalle cause profonde, cioè a partire dall'interiorità.

La vita pone da sempre il problema della necessità di disporre di alcuni prodotti della natura per la sopravvivenza, ed il procacciamento del necessario impegna da sempre a progettualità diverse. Perfino agli schiavi veniva chiesta la prestazione di attività fisiche poggianti su tali progetti. Ma il lavoro degli schiavi, mancando di progettualità soggettiva, potenziò più l'esecuzione automatica che la consapevolezza dei loro talenti individuali, creando di fatto due categorie di lavori, una coinvolgente l'intera personalità degli uomini liberi, e l'altra senza la libera partecipazione degli uomini (non liberi). Con la rivoluzione industriale, la precedente schiavitù si modificò poi nel lavoro subordinato, e la grande diffusione del lavoro subordinato allargò progressivamente la fascia dell'infelicità, strettamente connessa con l'agire eterodiretto, cioè motivato a partire dal di fuori della personalità (se le azioni lavorative impegnano l'intera personalità umana, educano alla libertà, e quindi alla capacità di amore; se al contrario la motivazione del lavoro viene limitata alla sola ricerca del denaro si ha l'educazione all'egoismo e quindi all'isolamento e all'infelicità).

Perciò in questo scritto ho cercato di ricollegare chi legge con la sua capacità immaginativa e creativa, che la tirannia del "lavorismo" tende a sopprimere. E l'ho fatto a partire dalla verità, che nessuno ancora, in questo tetro clima di schiavitù, osa dire. Credo che, in tal senso, questi risultati di ricerca, in quanto verità, facciano liberi, formando in chi legge una specie di organo di percezione, adatto a cogliere le vere cause del male o del "grande mobbing" o truffa nei confronti dell'umanità stessa.

 

MA QUALE POLITICA?

 

Dagli attuali bilanci della banca d'Italia (in realtà "banda" d'Italia) risulta che essa riporta A DEBITO, a proprio debito, il denaro che emette, anziché A CREDITO, come dovrebbe essere. Questa operazione si chiama falsificazione del bilancio.

 

Perché - si chiede il dubbioso - tu affermi che l'emissione monetaria riporta a debito, e non a credito?

 

La risposta è: per logica dei FATTI. E basta saper leggere i bilanci bancari per accorgersene. Ma il cittadino può prenderne consapevolezza anche semplicemente attraverso la sua riflessione pensante.

 

Come anticamente il gregge, in quanto somma delle pecore, era la ricchezza delle comunità pastorizie, così la somma dei patrimoni e dei prodotti di una comunità è la ricchezza dell'organismo sociale attuale.

 

Come la pecus, cioè la pecora, in quanto unità di misura per regolare gli scambi, apparteneva ai pastori, così la pecunia, cioè la moneta, per logica, dovrebbe essere (ma non è) di proprietà del popolo perché sostituisce la pecus. Ed il suo conio e controllo, sempre per logica, dovrebbe essere compito del popolo sovrano in quanto Stato.

 

Infatti come i pastore vigilava sulla salute del gregge, così lo Stato, costituito dal popolo sovrano, deve vigilare perché la quantità di moneta circolante equivalga al valore reale della ricchezza esistente (beni immobili, mobili, di consumo e strumenti di produzione, ecc.).

E come il volume del gregge era proporzionale all'aumento delle pecus, così il volume di pecunia circolante è proporzionale all'aumento delle ricchezze (per conseguenza, come la minore ricchezza dei pastori era determinata dalla diminuzione del gregge, così la minore ricchezza dell'organismo sociale è determinata dalla diminuzione della quantità della moneta o pecunia).

 

Da questo punto di vista meramente logico, inflazione e deflazione risultano essere una pericolosa patologia economica, consistente nello squilibrio esistente tra i beni presenti sul mercato e la quantità di denaro circolante.

 

Per rendere stabile il potere d'acquisto di una moneta è dunque necessario un controllo sull'equilibrio tra ricchezza e circolazione monetaria, ma a questa funzione dovrebbe essere deputato solo lo Stato, istituito per perseguire il bene della collettività.

 

Le banche, invece, in quanto S.pA. con scopo di lucro, sono state inventate e strutturate per ottenere utili attraverso speculazioni e transazioni finanziarie, ed il terreno più fertile per tale attività è quello dell'instabilità, dell'inflazione e della deflazione. È quindi logico che quando, come oggi avviene, il controllo dell'economia è affidato al mondo bancario, tanto la stabilità del potere d'acquisto della moneta, quanto la veridicità di ogni politica che non sia quella della moneta al popolo, sono destinate a rimanere una chimera, perché le conseguenze di questa situazione si moltiplicano a cascata, coinvolgendo ogni aspetto della vita della collettività.

 

Infatti, che senso possono avere le scelte elettorali, se nessun candidato, una volta eletto, può avere il controllo delle leve economiche del credito? E quale politica di sviluppo può essere programmata da un governo che non sa né quanto costerà il denaro, né di chi è la proprietà del denaro stesso?

 

Oltre alla verifica della falsificazione percepibile dalla lettura dei bilanci, la falsificazione del bilancio della banca centrale risulta altresì dalla dichiarazione apposta sulle banconote delle lire. Perché là era scritto, per es., "Lire tot pagabili a vista del portatore". Ora, un documento giuridico non può essere contemporaneamente titolo di credito e oggetto del medesimo credito, come invece la banca pretende che sia.

 

Anche questo FATTO prova dunque la falsificazione del bilancio. Infatti, delle due l'una: o è un credito oppure è oggetto del credito. Questa precisazione va fatta perché, come non si può contestare la percezione di un albero, in quanto un fatto percepibile non può diventare un discorso sulla validità della percezione stessa, così la scritta "Lire tot pagabili a vista del portatore" è un fatto, che esige di rispondere al significato di "pagabili". La domanda è: come lo paghi? Con un'altra cambiale? Detto con parole ancora più semplici: se io uso la cambiale non solo come titolo di credito, ma come oggetto per pagare il credito, la cosa è davvero una ridicola tautologia, tant'è vero che sull'euro se ne sono vergognati di apporre "Euro tot pagabili a vista del portatore", e che si sono ben guardati di rispondere alle contestazioni riguardanti tale mancanza. Infatti gli argomenti per i quali è stata cancellata questa frase sono stati contestati a suo tempo. Ma non vi sono state risposte, in quanto queste cose non camminano se non nell'ambito della alte leggi massoniche.

 

Dunque il "pagabile a vista del portatore" come può essere pagato? Il fatto che esista una cambiale, la banconota, che è al contempo cambiale e mezzo per pagare la medesima cambiale, non è forse un insulto all'intelligenza umana? Quando si fanno errori logici di interpretazione di questa portata, si ha di fatto la documentazione di essere cretini.

 

La storia dell'incretinimento progressivo del cittadino nessuno la racconta, né alle elementari, né alle università, però è vera, e ci trattano da cretini dal 1694, anno della fondazione della banca d'Inghilterra, fatto già denunciato da Marx: "Fin dalla nascita le grandi banche, agghindate di denominazioni nazionali, non sono state che società di speculatori che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipare loro denaro. Quindi l'accumularsi del DEBITO PUBBLICO non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui sviluppo risale alla fondazione della Banca d'Inghilterra (1694). La Banca d'Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all'otto %, contemporaneamente era autorizzato dal Parlamento a battere moneta con lo stesso capitale tornando a prestarlo un'altra volta al pubblico in forma di banconota. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito fabbricata dalla banca d'Inghilterra stessa, diventasse la moneta con la quale la banca stessa faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per averne in restituzione di più con l'altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua verso la Nazione, fino all'ultimo centesimo che aveva dato" (C. Marx, "Il Capitale", libro I, cap. 24, paragrafo 6, Edizioni Riunite, Roma 1974, pp. 817-818).

 

Nel 1694, infatti, regnante Guglielmo III d'Orange, un gruppo di finanzieri capeggiati da William Paterson prestano un milione e duecentomila sterline al governo inglese al tasso d'interesse dell'8% annuo. Il re, per ottenere il prestito, concede alla banca di Paterson l'autorizzazione a stampare cartamoneta - allora chiamata "nota di banca" - per un importo equivalente alla somma prestata. La banca di Paterson si trova quindi - oltre ad essere proprietaria di un capitale sul quale percepiva gli interessi - a disporre di una massa monetaria fittizia - non corrispondente a nessuna ricchezza reale - con la quale può intraprendere fruttuose operazioni finanziarie o concedere prestiti sui quali percepire altri interessi.

 

Per il governo inglese, che rinuncia a battere cartamoneta in proprio, comincia così la lunga e mai terminata sequela di interessi da versare alla banca, e per l'economia inglese è consentita la circolazione di denaro inventato, col quale illegittimamente si promuovono speculazioni finanziarie.

 

L'esempio inglese, nei secoli successivi, è seguito da tutti i governi del mondo, fino alla situazione attuale, in cui nessun popolo è proprietario della moneta che utilizza, e dove tutti sono debitori delle banche private che battono moneta.

 

Le banche, nel momento stesso della loro nascita, iniziano a creare moneta fittizia - culminante con l'immensa massa di denaro virtuale oggi circolante nel mondo - dando vita a una colossale truffa ai danni dei popoli. Il prezzo che gli uomini devono pagare per l'utilizzo di tale cartamoneta ASTRATTA, cioè creata dal nulla, è il lavoro, la produzione, i beni mobili ed immobili, cioè la ricchezza CONCRETA, determinata dal sudore della fronte.

 

Per inciso va detto che, accanto a questa truffa, esistono da sempre le grandi furbizie dei banchieri: le banche, iniziando a conservare nei depositi blindati valori ad esse affidati per motivi di sicurezza dai cittadini, consentirono a questi ultimi di compilare "buoni di cessione" - capostipiti del moderno assegno - di questi preziosi per utilizzarli come forma di pagamento. Ovviamente, la tendenza di chi deposita è rivolta più al risparmio che all'utilizzo a breve dei beni, ed il furbo banchiere, verificando che costui ne movimenta in pratica solo il 10% circa, cosa fa? Sfrutta il restante 90% circa: sapendo di non rischiare molto, crea a proprio uso ricevute di pagamento per un importo pari al 90% dei valori depositati nella sua banca, ed utilizza queste stesse ricevute per concedere prestiti ad interesse, e per partecipare a fruttuose attività finanziarie!

 

Oggi siamo andati molto più in là. Mentre l'antico denaro, che l'antico banchiere aveva illegittimamente creato, non essendo lui il proprietario dei beni depositati, era pur sempre garantito da beni esistenti, il denaro do oggi viene semplicemente stampato "ex nihilo", senza nessuna garanzia, e senza nessun limite, e oltretutto si è aggiunto il denaro virtuale, elettronico.

 

Attraverso gli intrallazzi fra governi e banche in nome di politiche cosiddette democratiche promotrici di "sovranità" del popolo, il popolo è stato di fatto rimbecillito.

 

Il valore monetario nasce dal fatto che il popolo incretinito accetta e usa denaro stampato, non dal fatto che qualcuno ha pensato bene di stamparlo. Se infatti lo stesso banchiere emette le banconote in un'isola deserta, quale valore possono avere?

 

Ciononostante, le banche centrali, che sono banche private, creano moneta addebitandola al popolo e, truffa per truffa, la pongono a bilancio sotto la voce "passivo", nonostante l'unica spesa sostenuta sia il costo della carta, dell'inchiostro e della stampa.

 

La moneta viene così prestata allo Stato ed agli istituti bancari che, su tali operazioni, devono pagare poi anche gli interessi. E la trafila di questa truffa è ormai talmente consolidata che nessuno si pone quesiti sulla sua ineluttabilità. In realtà la truffa passa nella misura dell'intorpidimento mentale generale della cittadinanza, continuamente bombardata da informazioni fuorvianti, o da mezze verità.

 

Per esempio, lo Stato in effetti conia, presso la sua Zecca, le monete metalliche - per importi assai limitati in confronto a quelli del cartaceo - ed in passato furono stampate in Italia banconote da 500 lire come "Biglietto di Stato a corso legale". Ma i cittadini non hanno certo rilevato un fatto del genere, così come non se ne rendono conto per ciò che riguarda le monetine che oggi, nell'era dell'euro, vengono coniate dai singoli Stati, anche se per importi rigidamente determinati dalla BCE (banca centrale europea). Siamo cioè arrivati al colmo: ora è lo Stato a dover chiedere al potere bancario l'autorizzazione a battere moneta, peraltro per importi piccolissimi - gli spiccioli appunto -, e non l'inverso, come avveniva nel 1694 in Inghilterra, quando iniziò il lungo percorso della grande truffa monetaria!

 

Ad aggravare la situazione si aggiunge il "maldestro" operare dei governatori. Si veda per esempio la beffarda ed umiliante risposta che Wim Duisenberg, governatore della BCE, inviava all'ex ministro dell'economia, Giulio Tremonti, in merito alla sua proposta di sostituire le monete da 1 e 2 euro con simboli cartacei: "Ne abbiamo parlato e in linea di principio - recita testualmente la dichiarazione di Duisenberg - non abbiamo nulla in contrario. Mi auguro che il ministro Tremonti sia consapevole che così perderebbe i proventi del diritto di signoraggio sulle monete". Ovviamente, per motivi "politici", Tremonti viene poco dopo subito sostituito. Si consideri anche che col suo condono fiscale, Tremonti avrebbe potuto essere il pallido inizio di una rivoluzione monetaria per l'abolizione definitiva del debito da signoraggio. La BCE infatti non può avere diritto al signoraggio monetario, semplicemente perché non dispone di riserva aurea, essendo questa abolita dal 15 agosto 1971 con la fine degli accordi dei Bretton Woods.

Al cittadino è fatto credere che il prelievo fiscale sia un corrispettivo monetario, dovuto per funzioni e servizi statali. Se veramente fosse così, il prelievo fiscale dovrebbe essere basato su valori monetari rigidi, non decurtabili, né condonabili, in quanto considerati come corrispettivo, al puro costo, di atti di scambio senza scopo di lucro, tra cittadini e Stato.

 

La verità è invece che, nonostante l'avvento della moneta nominale, cioè astratta in quanto creata dal nulla, le banche centrali hanno continuato e continuano ad emettere moneta prestandola, come se si trattasse di moneta concreta, cioè sostanziata da oro di riserva. Continuando a prestarla anche allo Stato, il prelievo fiscale non può che aumentare continuamente del cosiddetto debito da signoraggio verso la banca centrale, per un valore pari a tutto il denaro messo in circolazione!

 

MA COS'È IL SIGNORAGGIO?

 

Il cittadino non sa niente di queste cose, dunque non può nemmeno prendere atto o accorgersi che è merito di Tremonti di avere messo, consciamente o no, il dito nella piaga e fatto emergere dalla dichiarazione Duisemberg, conscia o no, che si vuole lasciare agli Stati solo l'elemosina proveniente dal "signoraggio degli spiccioli", riservando così il malloppo agli usurai della Banca Centrale Europea. Qui infatti la truffa si chiama usura. Occorre pertanto informare i cittadini. Basterebbe aprire l'Enciclopedia Treccani alla voce "Vandea" per accorgersi che la causa della rivoluzione vandeana (rivoluzione francese) fu il fisco: con l'emissione degli assegnati (moneta nominale concepita sulla falsariga della sterlina inglese) era nato, infatti, il debito da signoraggio nei confronti della banca centrale. Il portatore della moneta era stato inconsapevolmente trasformato da proprietario in debitore del suo denaro. Al momento del prelievo fiscale si verificava così il trauma psicologico che apriva una nuova drammatica pagina di storia, incompatibile con quella che l'aveva preceduta. Il popolo della Vandea abituato, per tradizione, alla moneta romana di proprietà del portatore, avvertì l'oltraggio della truffa quando ebbe la consapevolezza che gli assegnati lo avevano trasformato da proprietario in debitore della sua moneta. Con la Vandea iniziava il ciclo storico della guerra del sangue contro l'oro, in cui le verità essenziali si sono avvertite in movimenti romantici più col sangue che col cervello, e perché è mancata una scuola di pensiero all'altezza dei problemi della generazione. Dalla Vandea ad oggi non è cambiato nulla, crollano le Torri Gemelle, simbolo di un sistema economico ad uso e consumo dei banchieri e siamo di nuovo in guerra…

 

Perciò solo l'informazione corretta può fermare questo stato di cose. Occorre sapere per esempio che la differenza tra euro-carta ed euro-moneta è riscontrabile dal fatto che mentre la carta è perfettamente identica in tutte le nazioni che utilizzano l'euro, le monete sono personalizzate dallo Stato che le conia in una delle due facce. Ma i cittadini utilizzano e spendono allo stesso modo cartamoneta e monete metalliche.

 

Come cittadino, come posso credere in Tremonti, se Tremonti, ma anche Berlusconi e tutti coloro che hanno operato per dimetterlo, dimostrano di non sapere che è diritto dello Stato stampare non solo gli spiccioli ma anche la cartamoneta, sottraendo così questa prerogativa alle banche private? In tal modo infatti si affermerebbe il diritto alla sovranità monetaria, fondamentale per la libertà di un popolo così come quella territoriale, quella militare e quella politica.

 

Thomas Jefferson, presidente americano dal 1801 al 1808, ebbe a dire a questo proposito: "Credo che per le nostre libertà le istituzioni bancarie siano più pericolose degli eserciti nemici. Sono già arrivate al punto di erigersi in un'aristocrazia del denaro che sfida il governo. La facoltà di emettere moneta dovrebbe essere loro strappata e restituita al popolo, al quale giustamente appartiene. In realtà, il potere di produrre moneta dovrebbe essere riservato soltanto allo Stato, che provvederebbe a metterla in circolazione a seconda delle necessità".

 

Stretti dalla morsa del ricatto bancario, tutti governi del mondo sono invece "costretti" a pagare cifre di interessi tali da incidere pesantemente sul bilancio delle rispettive nazioni: LE TASSE CHE I CITTADINI DEBBONO VERSARE, INVECE DI FINANZIARE OPERE PUBBLICHE, SERVONO A COPRIRE ANCHE QUESTI INTERESSI. Ecco perché il sistema non funziona, tant'è vere che per denominare una cosa scadente, per esempio un prodotto, invale il detto "È un prodotto 'della mutua'"! Per le strade, gli acquedotti, gli ospedali e tutte le altre strutture necessarie alla collettività, lo Stato è infatti costretto a chiedere nuovi prestiti, sui quali tutti i cittadini debbono pagare il balzello riservato ai banchieri.

 

Si tratta di una situazione assurda che il rincretinimento giudica inevitabile. Ma basterebbe che lo Stato tornasse a battere moneta e tutto sarebbe risolto.

 

Parecchi hanno intravisto la possibilità di questa soluzione, ma finora nessuno è riuscito a diffondere questa idea, in modo tale da creare una coscienza collettiva, necessaria per una radicale ribellione, né alcun politico è riuscito ad attivare provvedimenti alternativi senza scontrarsi - rovinosamente (si veda la tremarella di Tremonti nei suoi rapporti con Fazio) - con i poteri forti che governano il mondo.

 

Due presidenti statunitensi, per altri versi assai discussi, tentarono l'inversione di marcia.

Abraham Lincon fece stampare dei "Biglietti degli Stati Uniti" -chiamati, per il loro colore, "greenbacks" - su cui non gravavano interessi da pagare alle banche. Tutti sanno che nel 1865 Lincon fu ucciso; qualche storico induce a collegare la persona dell'assassino, John Wilkes Booth, con casa Rothschild.

 

John F. Kennedy tentò un provvedimento analogo - alcune banconote prive di interesse stampate allora sono ancora in circolazione -, ma l'iniziativa non ebbe molta durata per quel che avvenne a Dallas nel 1963.

 

Storicamente, il "signoraggio" era il termine col quale si indicava il compenso richiesto dagli antichi sovrani per garantire, attraverso la propria effigie impressa sulle monete, la purezza e il peso dell'oro e dell'argento. Ogni cittadino poteva infatti portare alla Zecca metallo prezioso per farlo trasformare in denaro e il sovrano tratteneva, come signoraggio, una percentuale del metallo.

 

Ciò che viene oggi indicato come "reddito monetario" in effetti non è altro se non l'antico signoraggio.

 

Se dunque un ente statale si prendesse la briga di stampare moneta, diffonderla, controllare l'operato degli Istituti bancari, certamente sarebbe legittimo istituire una tassa per coprire le spese necessarie al buon funzionamento di quell'ente. Ma la dimensione del moderno signoraggio va ben al di là di una semplice tassa. Il reddito monetario di una banca di emissione è dato infatti dalla differenza tra la somma degli interessi percepiti sulla cartamoneta emessa e prestata allo Stato e alle banche minori e il costo infinitesimale di carta, inchiostro e stampa, sostenuto per la produzione del denaro.

 

I CONTROLLORI DEL MONDO

 

Se l'ente di emissione fosse statale, il problema avrebbe innanzitutto un peso relativo, perché sparirebbero di colpo gli interessi pagati dallo Stato. Che senso avrebbe infatti, per lo Stato, pretendere interessi da se stesso? In secondo luogo si tratterebbe di utili che, rimanendo in mano allo Stato, apparterrebbero sempre alla collettività.

 

Il reddito monetario, cioè l'utile di esercizio di una banca di emissione, viene distribuito invece a tutti i "partecipanti", né più né meno di come accade in una normale società per azioni con scopo di lucro.

 

Ma il problema inerente la natura delle banche centrali non è tanto quello della quantificazione degli utili e della loro distribuzione - peraltro in alcune nazioni, per attutire gli effetti dell'increscioso balzello monetario, è stata prevista una restituzione allo Stato di una percentuale del signoraggio -, quanto il potere esercitato sulla politica monetaria e su tutta l'economia nazionale in conseguenza delle prerogative proprie di un istituto di emissione: stabilire il tasso di sconto, la politica monetaria e del credito, la concessione dei mutui, ecc.; prerogative della sfera politica, nel caso di un istituto di Stato, ma che sono invece riferibili, nel caso di istituti privati, a interessi di centri economici e finanziari, per di più quasi sempre non nazionali.

 

Le banche di emissione sono dunque istituti dello Stato, cioè pubblici, oppure sono privati?

In Italia, nel 1874, fu promulgata, per la prima volta dalla nascita del Regno, una legge bancaria per porre un freno alle emissioni di cartamoneta e per regolamentare la concorrenza tra le banche che stampavano denaro. Le banche autorizzate a emettere cartamoneta erano infatti ben sei: la banca nazionale del regno d'Italia, la banca nazionale tscana, la banca toscana di credito, la banca pomana, il banco di Napoli e il banco di Sicilia. Con tale legge, inoltre, si stabiliva che le variazioni del tasso di sconto dovevano essere autorizzate dal ministero delle finanze.

 

Con la successiva legge del 1893, promulgata a seguito del clamoroso fallimento della banca romana, i quattro istituti dell'Italia centrosettentrionale vennero fusi, dando vita alla banca d'Italia, e rimasero ancora attivi il banco di Napoli ed il banco di Sicilia, ma con ruoli di emissione più limitati.

 

Bisogna arrivare agli anni 1926-27 per vedere attribuito il diritto di battere moneta solo alla banca d'Italia, che diventa così banca centrale.

 

La sua natura, definita e regolamentata nello statuto approvato con regio decreto solo nel 1936, fu addirittura definita come quella di un "istituto di diritto pubblico", ma la sua struttura e la sua proprietà rimasero quelle che erano: quelle di una società anonima, trasformata successivamente in società per azioni con scopo di lucro.

 

Il governatore assunse da subito un ruolo massimamente rilevante, non solo per l'amministrazione monetaria, ma anche per l'intera vita economica delle nazione. Lo statuto stabilì la non revocabilità del governatore da parte del potere politico, attribuendo questa facoltà solo al consiglio superiore della banca d'Italia, organo tecnico ed estremamente frammentato, quindi difficilmente condizionabile.

 

Nel 1926, mentre si stava discutendo sull'assetto da dare alla banca di emissione italiana, le pressioni per garantirne la sostanziale autonomia e l'inamovibilità del governatore furono notevoli. Benjamin Strong, governatore della federal reserve bank di New York intervenne direttamente su Mussolini per ottenere garanzie sull'indipendenza della banca d'Italia e sulla permanenza di Bonaldo Stringher al posto di suo governatore, mettendo sul piatto della bilancia l'appoggio della federal reserve e della banca d'Inghilterra alla stabilizzazione della moneta italiana.

 

I cedimenti in campo monetario, pur se compiuti nel tentativo di ottenere momentanei benefici, sono sempre anticipatori di ulteriori e più gravi concessioni. Infatti, nonostante numerose correnti del fascismo spingessero verso la nazionalizzazione della banca centrale, il decreto del 1936 si limitò a sostituire i vecchio azionisti con un consorzio di enti e banche, con prevalenza delle casse di risparmio. La banca d'Italia rimaneva dunque una banca privata.

 

La sua proprietà, nel corso degli anni, non è sostanzialmente cambiata: la proprietà della banca d'Italia non è mai stata dello Stato, cioè del popolo, ma delle banche.

 

E la storia dell'autonomia della banca d'Italia è, sino ad oggi, una sequenza di tappe sempre più significative, tutte indirizzate ad aumentarne il distacco dallo Stato.

 

Nel 1981, quando era ministro del tesoro Beniamino Andreatta e governatore della banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi, si giunse a sancire il diritto della banca a non sottoscrivere, sia parzialmente che "in toto", i titoli di Stato; un divorzio sempre più definitivo che dimostrava, senza alcun dubbio, chi erano coloro che detenevano il bandolo della politica monetaria italiana e in quale conto era tenuta l'autorità politica.

 

Nel 1992 cadde anche la residua possibilità da parte dello Stato di controllare il tasso di sconto: il potere di modificarlo, antico appannaggio del governo, era stato nel corso dei decenni attribuito al governatore della banca d'Italia, che doveva però agire "in concerto" con il ministro del tesoro.

 

L'ex governatore Guido Carli, nei panni di titolare del dicastero economico, il 7 febbraio 1992 fece approvare dal parlamento l'assoluta autonomia dell'istituto di emissione in materia di tasso di sconto.

 

Si tratta di una questione chiave: il debitore riconosce al creditore la facoltà di fissare unilateralmente le regole del prestito! Regole che poi saranno applicate a tutta l'economia nazionale.

 

Che senso hanno allora le scelte elettorali, se nessun candidato, una volta eletto, ha il controllo delle leve economiche del credito? Quale politica di sviluppo può essere programmata da un governo di imbecilli che non sanno quanto "costerà" il denaro?

 

Così, anche l'ultimo residuo di cordone ombelicale tra banca centrale e potere politico era stato definitivamente reciso.

 

Non solo. Con il passare dei decenni i personaggi del mondo monetario, non contenti dell'assoluta autonomia conquistata, proposero se stessi in modi sempre più arroganti come controllori e spesso perfino come gestori del mondo politico!

 

Nel 1945 l'allora governatore della banca d'Italia Luigi Einaudi cumulò la sua alta carica monetaria con quelle di vicepresidente del consiglio e di ministro del bilancio. Nel 1948 Einaudi divenne presidente della Repubblica.

 

Da allora, i casi del genere sono stati molteplici, e si svolgono in un crescendo pericolosissimo: Carli, già governatore, divenne ministro del Tesoro; Ciampi, dopo essere stato governatore, è divenuto ministro, poi presidente del consiglio e infine è approdato al Quirinale; Lamberto Dini, direttore generale della banca d'Italia, è divenuto ministro e poi premier; Antonio Maccanico, già presidente di Mediobanca, è divenuto ministro e consigliere del presidente della Repubblica. C'è anche da ricordare la carriera politica di Giuliano Amato, che da assiduo frequentatore degli ambienti finanziari americani, divenne più volte ministro e primo ministro, e quella di Romano Prodi, passato dall'incarico di consulente della banca Goldmann & Sachs alla poltrona di palazzo Chigi e successivamente a quella di presidente del consiglio europeo.

 

Si tratta di scalate politiche quasi mai scaturite da consultazioni elettorali, ma frutto di alchimie di potere operate in assoluto dispregio del consenso popolare. Quale politica dunque vanno cianciando costoro? E quale democrazia!

 

Con l'avvento dell'euro e della BCE, le cose sono peggiorate. Le autonomie godute dal mondo bancario si sono rafforzate e la lontananza delle sedi dove si decide e si comanda, hanno infittito l'atmosfera di sospetto e di mistero sul mondo monetario ed economico.

 

È un problema di casta. Da questi signori manipolatori di capitali, le cariche che contano vengono spartite rigorosamente tra loro, gli intoccabili delle banche centrali nazionali; le cariche della BCE, che sono di spettanza dei governi, per statuto devono essere attribuite a "persone di riconosciuta levatura ed esperienza professionale nel settore monetario o bancario".

 

Mentre gli uomini delle banche continuano sistematicamente ad occupare gli scranni dei politici, a nessun politico è concesso di entrare nei blindatissimi palazzi del denaro!

 

Non vi è ministro, né presidente del Consiglio, né presidente della Repubblica o monarca ad avere il potere, l'insindacabilità e la durata della carica che hanno a disposizione un presidente e un dirigente della banca centrale europea. La BCE da' "indicazioni" vincolanti ai governi, stabilisce i tassi e la politica monetaria. E nessun potere politico può interferire.

 

E il popolo? Il popolo è sempre più lontano, e sempre più sottomesso. Dov'è dunque la democrazia? Qui siamo in una super dittatura occulta.

 

Analoga la storia delle altre banche centrali negli altri paesi d'Europa e del mondo.

 

La più autonoma, la più indipendente, e la più spudoratamente privata è indubbiamente la federal reserve americana. La sua proprietà è inoltre tenuta scrupolosamente segreta, come segrete sono le riunioni della sua dirigenza. Palese è invece il suo potere, beffardo ed efficace, negli USA e nel mondo.

 

Scrisse Gertrude Coogan: "La legge sulla federal reserve fu un grave errore. Essa consegnò ai banchieri internazionali il controllo assoluto sul sistema bancario americano e, di conseguenza, su ogni attività economica".

 

Persino nei regimi comunisti, in smaccata contraddizione con i dettami ideologici marxisti, le banche di emissione finirono in mano ai banchieri internazionali. Nel 1937 la Gosbank, l'istituto di emissione sovietico, fu privatizzato, e nel consiglio di amministrazione fu accolto il plurimiliardario ebreo americano Armand Hammer.

 

Ci fu una sola nazione, nel XX secolo, che osò nazionalizzare la propria banca di emissione, riconoscendo allo Stato, e quindi al popolo, la proprietà della moneta: la Germania nazionalsocialista.

 

Riflettendo sull'accanimento criminalizzante riservato a Hitler ed ai suoi seguaci, e sulla nazionalizzazione della Reichsbank, forse si potrebbero formulare spiegazioni inconsuete e illuminanti sull'intera storia del secolo appena trascorso.

 

I PADRONI DEL MONDO

 

Le banche centrali, quelle cioè che stampano la cartamoneta dei vari paesi del mondo, sono dunque private, ed i proprietari sono in maggioranza le altre banche e i grandi finanzieri internazionali.

 

Ma allora, se il mondo della politica, se i governi, i capi di Stato, i ministri del tesoro e dell'economia non hanno più voce in capitolo sui tassi di sconto, sulle strategie monetarie, sulle condizioni dei prestiti, sui finanziamenti internazionali, sui cambi, sulle borse, chi coordina tutto questo complesso MONDO DI NUMERI, di previsioni economiche, di interventi piccoli e grandi destinati a influire in maniera determinante sulla vita di tutti i popoli?

 

Chi prende le decisioni? Chi comanda?

 

C'è chi afferma che sarebbe il sistema stesso, nel suo complesso groviglio di interessi e di meccanismi automatici, ad autogovernarsi, a funzionare come una enorme macchina avviata così bene da non aver più bisogno di progettisti e di macchinisti. Non ci sarebbe nessuno dunque a comandare. Tutto avverrebbe così, naturalmente, ineluttabilmente, come in un Eden illuminato dallo splendore del dio denaro.

 

Ma si tratta di un'analisi che sa di malafede. Se le cose andassero così come vanno in modo automatico, se non ci fosse nessuno a decidere e comandare, non avrebbe senso cercare i responsabili. A nessuno potrebbe essere imputata la colpa delle crisi economiche, dei crolli monetari, dello sfruttamento delle risorse o del lavoro, e della fame nel mondo. Certo si tratta di una spiegazione eccessivamente comoda, e assai difficile da accettare.

 

È allora necessario informarsi, ed osservare più da vicino il mondo delle banche centrali, cercando di individuare il momento e la sede dove esse si incontrano per decidere.

 

Infatti costoro decidono veramente per tutti. E gli effetti di tali decisioni sono davanti agli occhi di tutti.

 

E allora, informandosi, si viene a sapere che a Basilea, in Banhofplatz 2, ha sede la banca dei regolamenti internazionali BRI, o BIS, "Bank for International Settlements", fondata nel 1930, dove si riuniscono, ogni mese, i dirigenti di tutte le banche centrali del mondo. Proprietarie della BRI sono infatti tutte le banche centrali del mondo, ma in proporzioni assai differenti tra di loro. Il 25 % delle azioni sono della federal reserve USA, il 15 % della banca d'Inghilterra e il rimanente 60 % è distribuito, con quote minime, tra tutti gli altri. Un 60 %talmente frammentato da rendere impossibile una qualsiasi aggregazione percentualmente significativa.

La federal reserve, col suo 25 % di proprietà e con la costante, servile disponibilità della banca d'Inghilterra, ha facile mano nel determinare il bello e il cattivo tempo.

 

Nell'ambito della la banca dei regolamenti internazionali BRI, le banche centrali dei paesi più industrializzati del mondo, Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Canada, Olanda, Belgio, Svezia e Svizzera, hanno istituito appositi comitati di vigilanza internazionale: il CBVB, "Comitato di Basilea sulla Vigilanza bancaria"; il CSPR, "Comitato sui Sistemi di Pagamento e Regolamento"; e il CSFG, "Comitato sul Sistema Finanziario Globale".

Le nomine dei governatori delle banche centrali delle varie nazioni del mondo, prima di giungere alla ratifica dei rispettivi governi, dove ciò è ancora previsto, devono essere approvate dalla BRI; se a Basilea non sono d'accordo, tutto viene rimesso in gioco, si vagliano altre candidature, più gradite ai signori della Banhofplatz, fino ad individuare l'uomo adatto a gestire, a livello nazionale, le decisioni che vengono assunte lassù, nell'Olimpo dei potentissimi Morgan, Rockefeller, Warburg, Rothschild...

 

Certo, perché, nonostante i proprietari della federal reserve siano tenuti segreti, e segrete le loro riunioni, si sa per certo che tra di loro ci sono anche questi uomini, e che le loro quote pesano molto. Nomi che compaiono da secoli nella storia del denaro e, soprattutto, nella scalata che il potere finanziario internazionale ha fatto ai danni del potere politico.

 

Quindi chi comanda il mondo del denaro, cioè il mondo dell'economia, cioè il mondo "tout court", esiste davvero.

 

In quelle riunioni mensili vengono affrontate tutte le questioni di ogni paese, vengono decisi i tassi di sconto, i beneficiari dei prestiti della BM (banca mondiale) e del FMI (fondo monetario internazionale), quali governi devono essere aiutati, facilitati, finanziati, quali monete devono decollare e quali svalutarsi, quali movimenti rivoluzionari devono essere armati e quali riforme devono essere sponsorizzate. Sì, perché chi ha il potere di decidere la politica monetaria può influire, in maniera determinante, su ogni cosa.

 

Certamente, nei sontuosi saloni della BRI, si è molto discusso, e deciso, prima che venissero firmati gli accordi di Bretton Woods nel 1944, con i quali fu stabilito, tra l'altro, che il dollaro dovesse essere assunto come moneta per gli scambi internazionali. Certamente, negli uffici della Banhofplatz 2, si è molto discusso, e deciso, prima che il presidente USA Richard Nixon, nell'agosto del 1971, annunciasse al mondo l'inconvertibilità del dollaro in oro (sino ad allora per 35 dollari doveva esistere la garanzia di un'oncia d'oro). Certamente a Basilea si è molto discusso, e deciso, prima che la pubblica opinione del mondo venisse a conoscenza della perestrojka, del trattato di Maastricht, dell'euro, della guerra all'Iraq, della guerra nei Balcani, della guerra all'Afghanistan. E, probabilmente, si è parlato anche di attentati, di grattacieli e di tante altre cose.

 

Ora, nessuno, assolutamente nessuno di questi signori che si riuniscono, discutono e decidono al numero 2 di Banhofplatz di Basilea, è mai stato candidato in nessuna lista di nessun partito, è mai stato eletto da elettori di questo o di quel popolo del mondo.

 

È dunque questa la democrazia?

 

IL CONTROLLO INCONTROLLATO DEI MANIPOLATORI DI CAPITALI

 

Mark Alonzo Hanna, consulente del presidente USA William McKinley e mitica figura di organizzatore di campagne elettorali, citato anche da Bush jr., ebbe ad affermare nel 1896: "Per vincere occorrono due cose. La prima è avere molti soldi... La seconda non me la ricordo".

Ed è per questo che la scalata dei signori del denaro non è iniziata all'interno dell'area politica o delle istituzioni rappresentative delle singole nazioni. Si è sviluppata dove i soldi si fabbricano, all'interno delle banche centrali, affiancandone l'attività con una miriade di istituzioni internazionali, enti, fondazioni, banche di credito e d'affari tutte rigidamente dirette o controllate tra loro. Una ragnatela così ampia e articolata da consentire il progressivo condizionamento planetario di tutte le attività: la "Trilateral Commission", il "Council on Foreign Relations", il "Bilderberg Group", il "Club de Paris", il "FMI", la "BM", l'"OMC" (organizzazione mondiale del commercio), la "CCI" (camera di commercio internazionale), l'"Institute of International Finance", il "Forum di Davos"; e, ancora, il "Comitato di Bali", per la supervisione bancaria; l'"IOSCO" (International Organisation of Securities Commissions) per la supervisione delle borse e dei mercati di capitali; l"ISMA" (International Securities Market Association); l'"IAIS" (International Association of Insurance Supervisors) per la vigilanza sulle compagnie di assicurazione; e l'"ISO" (International Standard Organisation) alla quale è demandato l'incarico di definire gli standard industriali, tanto per citarne i più noti e importanti.

Al condizionamento politico ed economico delle singole nazioni, attraverso il controllo monetario, si aggiunge il potere di influire sui rapporti internazionali. Poco importa se intere nazioni, nel gioco delle speculazioni, sono travolte e ridotte alla fame - vedi i paesi dell'America Latina - o altre vengono a trovarsi in posizione di immeritato vantaggio. Un esempio tra i tanti che si potrebbero fare: il 30 % dell'intero ammontare dei prestiti concessi dal FMI è attualmente assorbito dalla Turchia, favorita dalla sua posizione geostrategica nel "vicino Oriente", che va salvata per non far perdere un forte alleato a Stati Uniti e ad Israele.

 

Inoltre, attraverso il flusso dei finanziamenti, si attivano tutte quelle iniziative che si ritengono funzionali a questo disegno criminale mondiale, condizionando pesantemente, spesso sino a stravolgerle, anche quelle iniziative che, a prima vista, potrebbero apparire di segno opposto. Esempio particolarmente eloquente ne è il movimento dei "No Global".

 

Maurizio Blondet, nel suo libro "No Global", informa che, contrariamente a quanto la pubblica opinione è indotta a credere, "l'International Global Forum è largamente finanziato dalla Foundation for the Deep Ecology, un think-tank con sede a San Francisco, erede delle fortune del magnate Douglas Tompkins, il padrone della Esprit Clothing Company, la nota multinazionale di prêt-à-porter. Detta "Fondazione per l'Ecologia Profonda" nel 2000 ha dichiarato attivi per 150 milioni di dollari: grazie a questi fondi essa funziona come una finanziaria, che fornisce capitali iniziali per il lancio di gruppi antiglobal in tutto il pianeta".

 

Ed ancora: tra i "finanziatori dei 'No Global' spicca un nome: Theodor (Teddy) Goldsmith. [...] Teddy è il fratello minore del defunto sir James Goldsmith, speculatore mondiale in materie prime, uno dei dodici uomini più ricchi del mondo, cugino dei Rothschild".

 

Procedendo nella sua indagine, Blondet mette in luce anche le relazioni che legano il mondo dei "No Global" a un altro celebre miliardario, George Soros: "Ebreo ungherese naturalizzato americano, Soros è diventato enormemente ricco e famoso con speculazioni internazionali sulla lira negli anni 90, il genere di operazioni possibili nel mercato globale".

 

Dunque, ovunque si cerchi, escono fuori soldi, enormi quantità di soldi, attraverso i quali i soliti signori indirizzano, determinano, controllano.

 

Per ciò che riguarda l'Europa, taluni sono indotti a credere che l'euro sia il punto di arrivo spontaneamente perseguito dalle nazioni del vecchio continente, nel quadro della loro volontà di unificazione.

 

Il professor Joshua Paul, docente della Georgetown University, ha pubblicato nell'autunno del 2000 una serie di documenti del Bilderberg Group, sino ad allora tenuti segreti, che documentano come da cinquant'anni quegli ambienti stessero lavorando perché l'Europa si dotasse di un'unica valuta. Già nel 1948 le Fondazioni Ford e Rockefeller avevano dato vita all'American Committee for a United Europe, con lo scopo di condizionare lo sviluppo monetario, economico e politico del nostro Continente in modo convergente agli interessi d'Oltreoceano. Un memorandum della sezione Europa del Dipartimento di Stato americano, in data 11 giugno 1965, riporta precisi suggerimenti al vicepresidente della Comunità Economica Europea, Robert Marjolin, per giungere al varo di un'unica valuta europea, non come concorrente del dollaro, ma come agevole mezzo di controllo delle economie delle singole nazioni europee.

 

È infatti molto più semplice controllare un'unica entità monetaria e un'unica banca centrale indipendente, piuttosto che quindici valute e quindici Istituti di emissione con ancora qualche residuo legame con i ministri economici, i governi e il mondo politico.

 

All'articolo 7 dello Statuto del Sistema Europeo di banche Centrali e della BCE si legge: "Né la BCE, né una banca centrale nazionale, né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai governi degli Stati membri, né da qualsiasi altro organismo".

 

Le banche centrali delle singole nazioni europee, prima del Trattato di Maastricht, avevano un'indipendenza dal potere politico variabile tra il 40 e il 65 %; oggi, dopo i cambiamenti determinati dall'avvento dell'Euro, hanno raggiunto il 90 %.

 

Dunque, mentre nessuna influenza può giungere dal potere politico alla BCE, dai vertici monetari giungono al potere politico continue indicazioni, parametri cui attenersi, precisi paletti che coinvolgono l'intera economia delle nazioni.

 

Come giustamente osserva Bruno Tarquini, già procuratore della Repubblica a Teramo, nel suo "La banca, la moneta e l'usura", "lo Stato ha rinunciato alla propria sovranità monetaria, trasferendola a un istituto privato: questo perciò, in perfetta autonomia e indipendenza, esercita una pubblica funzione di essenziale rilevanza per la vita della Nazione, essendo noto che la politica monetaria (vale a dire l'emissione della moneta e la regolamentazione della sua circolazione nonché del mercato monetario) condiziona l'intero sistema economico di uno Stato e influisce quindi anche sulla sua politica generale, e particolarmente su quella sociale".

 

È davvero singolare come il Trattato di Maastricht si sia preoccupato di definire la BCE esclusivamente per ciò che riguarda la sua indipendenza. Francesco Papadia e Carlo Santini, nel loro "La banca centrale europea", ricordano: "Dalla lettura del Trattato emerge la particolare collocazione della banca centrale europea nell'assetto istituzionale dell'Unione Europea. L'articolo 4, infatti, non la menziona tra le istituzioni (Parlamento europeo, Consiglio, Commissione, Corte di giustizia e Corte dei conti) della Comunità. Alla banca, però, il Trattato conferisce personalità giuridica e lo Statuto riconosce la più ampia capacità di agire in ciascuno degli Stati membri. Sotto il profilo giuridico-formale, la banca centrale europea non è, dunque, un'istituzione comunitaria [...], i suoi atti non sono imputabili alla Comunità. La banca centrale europea è inserita in una cornice giuridica che ne stabilisce e ne tutela l'indipendenza nell'attuazione della politica monetaria".

 

La BCE determina dunque, in perfetta autonomia, come se ciò non avesse rilevanza politica e sociale, il livello dei tassi di interesse ufficiali, cioè il costo del denaro, in altre parole: la politica di espansione o di restrizione monetaria. E, se non bastasse, decide e guida, in perfetta indipendenza, tutte le operazioni di acquisto e di vendita degli euro contro altre valute sul mercato dei cambi. E le banche centrali nazionali devono conformarsi in tutto e per tutto alle direttive della BCE - il consiglio direttivo vigila attentamente! -, altrimenti bacchettate sulle dita, con tutto il potere per farlo!

 

La BCE, e di conseguenza anche tutte le banche centrali nazionali, ufficialmente - e ormai questo è scritto a chiare lettere, nero su bianco, nei Trattati e nei Regolamenti - non possono concedere, per nessun motivo, crediti agli Stati, o alla comunità europea o a qualsiasi altro soggetto pubblico, e quindi è loro proibito acquistare titoli di Stato, sia al momento dell'emissione che successivamente.

 

Non solo: se prima di Maastricht, qualche banca centrale, come sopra ricordato, poteva ancora prevedere allo Stato un parziale ritorno del signoraggio, reddito ottenuto attraverso la politica monetaria, alla BCE si fa obbligo di non fare uscire neanche un centesimo dalle casse del Sistema europeo di banche centrali.

 

E, ancora, mentre i dibattiti e le sedute della camera dei deputati e del senato sono aperti al pubblico, le sentenze delle corti di giustizia devono essere dettagliatamente motivate e pubblicate, le riunioni del consiglio direttivo della BCE sono assolutamente secretate, ed è lo stesso consiglio che, di volta in volta, decide se pubblicare le proprie deliberazioni, se pubblicarne solo alcune parti, o se non pubblicarle affatto.

 

Oltre tutto questo, i dirigenti della BCE godono di una sostanziale immunità: non sono infatti previste, all'interno della BCE, sanzioni per comportamenti impropri. Nei regolamenti si legge che è sufficiente il rischio di perdere credibilità e fiducia per garantire la certezza dell'operato dei dirigenti. Solo in caso di colpe gravissime e di comportamento palesemente illegittimo può intervenire la Corte di giustizia e occuparsi del caso.

 

La perdita delle sovranità monetaria e legislativa, che sono parti essenziali della sovranità nazionale, da parte degli Stati europei, è stata stabilita in maniera irrevocabile. Ed alla chetichella.

 

In Italia, come sottolineò Ida Magli su "il Giornale" dell'11 marzo 2001, "nella legge di riforma della Costituzione, approvata dalla maggioranza di sinistra in gran fretta poche ore prima dello scioglimento delle Camere, c'è un passo fondamentale e che pure non è stato portato a conoscenza dei cittadini né prima né dopo della sua approvazione. Si tratta dell'articolo 117 in cui si stabilisce: "La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali". In queste tre righe è codificata la perdita della sovranità legislativa dell'Italia. Per questo l'articolo 117 non è stato discusso apertamente: GLI ITALIANI NON DEBBONO SAPERE".

 

Forse, la politica della democrazia è proprio questa.

 

Da qualche parte si è sentito il dovere di coinvolgere ed ascoltare il popolo attraverso regolari referendum, e lì, vedi il caso della Danimarca e della Svezia, Maastricht ed euro sono rimasti lettera morta. Il popolo ha detto no. Ma queste sono rare eccezioni.

 

Molto democraticamente, a tutti gli altri paesi europei è stato imposto di uniformarsi al modello americano senza diritto di replica, senza alcun referendum.

 

Scrive Giulietto Chiesa sul suo "La guerra infinita": "È il denaro che decide non più soltanto come l'economia deve procedere, ma anche - direttamente, immediatamente - come l'America deve essere governata. [...] Il popolo, come tutto il resto, non è più sovrano di nulla, essendo diventato, nel frattempo, consumatore. Non ha forse invitato, l'imperatore Bush, pochi giorni dopo il tremendo impatto terroristico, i suoi elettori a 'tornare a fare shopping'?".

 

"DEMOCRATICO CONSENSO"

 

L'economia è governata da uomini che, fino a prova del contrario, nulla hanno a che vedere con il consenso popolare; su questo non può ormai esservi più dubbio. E si crede che queste siano le regole del libero mercato, della globalizzazione, del consumismo e del benessere. L'importante, si dice, che il sistema politico - adottato o imposto -, ovunque, in ogni angolo del mondo, sia quello democratico. Si devono svolgere "libere" consultazioni elettorali attraverso le quali il popolo possa scegliere i candidati proposti dai diversi partiti.

 

A parte la sopra citata frase di Mark Alonzo Hanna, che ricorda come nelle campagne elettorali più dei programmi contino i soldi, il cittadino sovrano può e deve legittimamente chiedersi cosa possa offrire al popolo una classe dirigente politica privata di ogni potere inerente la moneta e l'economia, e quindi di ogni possibilità di intervenire nel sociale. Sforzandosi di essere ottimista fino in fondo, egli osserverà come la democrazia riesce a gestire l'oggetto principale del suo esistere: il consenso.

 

È per garantire il libero consenso, infatti, che i "padri fondatori" hanno inventato la moderna democrazia. E di questo sistema politico esiste un modello indicato ad esempio, ad ogni pie' sospinto, un vero e proprio santuario: "la grande democrazia americana".

 

Si osservi, dunque, come si esprime il consenso in quel paese.

 

I dati che si riscontrano non possono che lasciare perplessi. Nelle elezioni presidenziali va a votare meno del 50% degli aventi diritto, quindi il presidente USA rappresenta a malapena un americano su quattro. Nelle altre consultazioni, le cose vanno molto peggio: i votanti nelle elezioni dei singoli Stati sono il 35-40%, in quelle di contea e municipali addirittura il 25-30%. Dunque, nel santuario della democrazia ci sono anche "maggioranze" che rappresentano meno del 13% della popolazione.

 

Qualcosa non funziona: le motivazioni addotte per condannare le dittature si sono sempre incentrate sui temi della libertà e del consenso. Ma è legittimo domandarsi quanto possa durare un regime quando si basi su un consenso del solo 13% o 25% della popolazione. Negli Stati totalitari certamente molto poco.

 

Il consenso, quando è una cosa seria, è un fatto di coscienza, è un senso di appartenenza e di partecipazione: è una forza centripeta che ingrandisce il cittadino e lo rende parte fondamentale del popolo, anzi di "quel" popolo.

 

In democrazia, intesa come regno del più sfrenato individualismo, le forze che prevalgono sono invece quelle centrifughe, che rimpiccioliscono il cittadino, lo rendono anonimo, un semplice numero, e lo collocano in una massa amorfa e spersonalizzata: una massa che si può governare anche con un misero 13% di "maggioranza".

 

Il consenso, in democrazia, ha la dignità di una lattina di "Coca-Cola" venduta sullo scaffale di un supermercato.

 

E più la democrazia è imposta al mondo, più la finanza internazionale ha mano libera per i suoi traffici, più crescono le sacche di povertà entro le nazioni ricche e più popoli vengono cacciati nel girone della fame.

 

Nell'ultimo rapporto ONU sullo sviluppo umano (1998) si legge che il 20% più ricco della popolazione mondiale consuma l'86% dei beni disponibili, mentre il 20% più povero solo l'1,3%.

 

E la "grande democrazia americana" prosegue nella sua opera di conquista planetaria. Attraverso quali strumenti?

 

Siamo alle solite, rispuntano i banchieri. Scrive ancora Giulietto Chiesa: "Strumenti sovrannazionali di questo progetto sono state le due istituzioni regine di Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale e la banca Mondiale, cui negli ultimi anni si è aggiunto il WTO (World Trade Organization), loro parente stretto in quanto erede del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade). Non a caso, questi tre strumenti operativi sono estranei alle Nazioni Unite. Altrettanto non a caso, essi sono le uniche istituzioni sovrannazionali che hanno ricevuto concreti, reali poteri di limitazione, di abrogazione delle sovranità nazionali dei paesi che vi aderiscono. Ma non tutte le abrogazioni sono eguali tra loro. Il "consenso di Washington" ha rappresentato il grimaldello con cui la rappresentatività internazionale del sistema delle Nazioni Unite è stata smantellata per far posto al decalogo della globalizzazione americana".

 

E la "grande democrazia americana" continua, con ricatti monetari, con azioni militari, con spoliazioni delle sovranità nazionali sempre più devastanti, ad imporre il proprio modello "buono", "libero", "politicamente corretto".

 

Le regole? I Trattati internazionali? Contano solo, se, e quando, sono funzionali al disegno USA, altrimenti si ignorano, si stracciano o si riscrivono. Una risoluzione dell'ONU non rispettata può essere ottimo pretesto per scatenare una guerra se si tratta dell'Iraq di Saddam Hussein, ma non ha nessuna importanza se nella parte dell'inadempiente si trova lo Stato di Israele.

 

Quando, nel 1999, l'obbiettivo era lo smantellamento della Serbia di Milosevic, gli americani non esitarono a stravolgere la natura della NATO. Da patto difensivo la trasformarono in alleanza militare offensiva. I regolamenti furono, in quattro e quattr'otto, cambiati. Gli articoli 5 e 6 dello Statuto che circoscrivevano, in chiave difensiva, l'uso della forza, vennero riscritti: la NATO si autodefinì e si comportò, con atto unilaterale, e in dispregio dell'articolo 51 della Carta dell'ONU sulla legittima difesa, come il "gendarme del nuovo ordine mondiale".

 

L'ORDINE "DEMOCRATICO" DEI BANCHIERI

 

Per comprendere quale, puntualmente, si dimostra essere la considerazione che gli americani hanno della legalità e della libertà basta osservarli in una qualsiasi delle loro scorribande.

 

A titolo di esempio riporto la ricostruzione fatta da Noam Chomsky dell'aggressione militare scatenata dall'America di Ronald Reagan contro il Nicaragua: "Il Nicaragua non rispose. Essi non risposero mettendo bombe a Washington. Essi risposero chiamando Washington a difendere il proprio operato davanti al Tribunale internazionale [...] Non ebbero difficoltà a trovare le prove. Il Tribunale le accettò, deliberò in loro favore, [...] condannò ciò che essi avevano denunciato come "uso illegale della forza", che è un altro modo per definire il terrorismo internazionale, [...] intimò agli Stati Uniti di porre fine al crimine e di pagare massicci indennizzi. Gli Stati Uniti, ovviamente, respinsero con sdegno la sentenza della Suprema Corte e annunciarono che da quel momento non ne avrebbero più riconosciuto la giurisdizione. Allora il Nicaragua si rivolse al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Che emise una risoluzione invitante tutti gli Stati a osservare le leggi internazionali. Nessuno fu nominato, ma tutti compresero. Gli Stati Uniti misero il veto alla risoluzione. Ed essi sono oggi l'unico Stato che ha dovuto subire una condanna del Tribunale internazionale e che, al tempo stesso, ha posto il veto su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che esortava gli Stati a osservare le leggi internazionali. Allora il Nicaragua andò oltre e si rivolse all'Assemblea Generale dell'ONU, dove non esiste tecnicamente un meccanismo di veto, ma dove un voto negativo degli Stati Uniti equivale a un veto. E l'Assemblea approvò una risoluzione analoga a quella del Consiglio di Sicurezza con il voto contrario soltanto degli Stati Uniti, di Israele e del Salvador. L'anno successivo si votò di nuovo e questa volta gli Stati Uniti raccolsero soltanto il voto di Israele [...] A quel punto il Nicaragua non poteva fare nient'altro di legale. Aveva tentato tutte le strade. Ma esse non potevano funzionare in un mondo governato dalla forza".

 

È questa la particolare interpretazione che la "grande democrazia americana", quella che si attribuì l'autorità per istruire e dirigere i processi di Norimberga e di Tokyo, ha dei valori di libertà, di legalità e di giustizia. Esattamente come quando proclamano il diritto dei palestinesi di avere un proprio Stato, ma a condizione, non solo che sia uno Stato di tipo democratico, ma anche di poter porre il proprio veto sulla scelta della persona che il popolo palestinese vorrà scegliere come capo.

 

In questa strana politica, e strana democrazia, lo spirito "missionario" dei cavalieri a stelle-e-strisce nel "liberare" i popoli del mondo lascia perplessi, almeno quanto lo spessore di quel consenso democratico che consegna al mondo "maggioranze" del 13%.

 

Ma, a chiarire cosa sia il consenso democratico, arriva poi il banchiere Carlo Azeglio Ciampi, nella sua nuova veste di presidente della Repubblica. A chi gli chiedeva spiegazioni sulla legittimità di portare avanti riforme della portata dell'euro e dell'istituzione della BCE, questo mortificatore della democrazia e di ogni cittadino italiano, senza sottoporre le questioni al vaglio di referendum popolari, ha detto: "Si parla a volte di fare un referendum sull'Europa. Ma a me pare che un "referendum di fatto" sia già stato celebrato, il primo gennaio scorso, quando è stato varato l'Euro, e mi chiedo quale consultazione popolare migliore di quella sia possibile". Con una frase breve, lapidaria, e chiarissima, egli ha spiegato che il consenso democratico "migliore" è quello di utilizzare una moneta imposta d'autorità. Nell'epoca del denaro virtuale è probabilmente logico che ci si debba accontentare del consenso virtuale. E probabilmente, proprio questa è la democrazia.

 

DALLA TIRANNIDE DELLE "LOBBIES" ALLA RICONQUISTA DELLA SOVRANITÀ NAZIONALE

 

Nell'epoca del denaro virtuale, della "e-money", cioè del soldi che non esistono, ma che possono determinare benessere o povertà per intere popolazioni, ricchezza o rovina per intere categorie, si fa passare per logico che il sistema politico dominante sia quello democratico, dove "sovrano" sia il popolo, ma a patto che a decidere siano solo i banchieri e le loro "lobbies", dove si confondono le alchimie monetarie con i referendum popolari, dove le maggioranze possono essere del 13%, e dove si scambia la libertà con l'obbligo a consumare, la dignità con il possesso di una carta di credito, la patria con un titolo quotato in borsa, e la vita con la storia di un conto corrente.

 

Di fronte ai grandi temi di attualità le uniche risposte sono quelle ispirate dall'interesse dei soliti gruppi finanziari. E nessuno si ribella, perché non c'è più un potere politico rappresentativo e autorevole da cui aspettarsi risposte differenti, autonome, ispirate dall'interesse della collettività.

 

Sul "Corriere della Sera" del 23 gennaio 2002, Giovanni Caprara, affrontando il problema dell'inquinamento, riporta la possibile soluzione indicata dal Nobel Carlo Rubbia: "Per risolvere i problemi bisogna fabbricare veicoli con emissione zero, cioè che non inquinano. E lo strumento ideale è la cella a combustibile a idrogeno. Ne sono già state costruite e dimostrano di funzionare egregiamente. Anche meglio del motore a benzina, per quanto riguarda il rendimento che risulta addirittura tre volte più elevato: 45% la cella, 15% il motore a benzina. [...] In cinque anni l'intero parco dei mezzi pubblici potrebbe essere riconvertito e disponibile. Per le auto private, basterebbe solo qualche anno in più. [...] Bisogna solo decidere politicamente di andare in questa direzione ed esserne tutti consapevoli".

 

Ma è proprio questo il problema. Per "decidere politicamente", nell'interesse della collettività, occorre un potere politico vero e indipendente, un potere che oggi non esiste più, di cui altro non è rimasto se non l'ectoplasma, un'immagine più o meno decorativa ad uso e consumo degli interessi dei soliti signori.

 

Per risolvere i problemi dell'inquinamento è inutile ricercare ciò che è buono per il popolo, anzi per "quel" popolo; sarà più opportuno individuare le soluzioni favorevoli agli interessi dei commercianti di petrolio, degli Agnelli, Ford e &.

 

Ma, in tutta questa vicenda di ordinaria dittatura finanziaria, i numeri hanno un forte peso e i conti si possono anche sbagliare. Anzi, la storia lo dimostra, prima o poi si sbagliano. Vuoi perché l'avidità è spesso più forte della prudenza, vuoi perché le reazioni della psicologia umana spesso non coincidono con la fredda consequenzialità dei calcoli numerici, vuoi perché a forza di sottrarre libertà e sovranità si arriva al punto in cui i popoli si arrabbiano e si ribellano.

Ha destato scalpore il successo che in diverse parti del mondo ha ottenuto il film "The Bank". Si narra di un personaggio che si vendica dei torti subiti inventando un sistema informatico capace di distruggere la banca che aveva rovinato la sua famiglia. La storia ha il pregio di mettere a nudo i ricatti, le manipolazioni contrattuali e giuridiche, la sete di potere e il cinico controllo delle vite umane messi in atto dagli istituti che maneggiano il denaro. Alle battute finali del protagonista, "la banca non c'è più" e "odio le banche", nelle sale cinematografiche esplodono ovazioni da stadio.

 

In Argentina, nelle riunioni familiari, un nuovo gioco da tavolo ha soppiantato la tradizionale Tombola e il Monopoli: si chiama "Debito eterno". Sulla scatola si legge: "Chi è capace di sconfiggere il Fondo Monetario?".

 

Forse, gli esseri umani stanno cominciando a comprendere chi sono i veri nemici, e stanno cominciando ad odiarli. Non si tratta di esseri esterni alla loro coscienza. Si tratta di un demone che abbiamo tutti dentro, che già Gesù di Nazaret chiamava Mammona, il dio denaro.

Il giro di boa che condurrà al crollo della dittatura monetaria e alla riconquista delle sovranità nazionali è probabilmente molto più vicino di quello che, di fronte alla potenza planetaria delle "lobbies" finanziarie, si sarebbe indotti a credere.

 

Si preparano tempi duri, durissimi, simili a quelli vissuti e che stanno ancora vivendo gli argentini.

 

Sarà un passaggio traumatico, dolorosamente traumatico, dato che tutte le risorse sono ormai nelle mani di quei signori manipolatori di capitali, e che gran parte delle nostre qualità lavorative sono state travolte: il villaggio globale ha distrutto l'artefice del prodotto finito, e lo ha sostituito con l'operaio costretto a costruire un bullone, un ingranaggio o solamente ad assemblare, e con l'impiegato o il fattorino capace solo di consegnare ciò che le multinazionali hanno commercializzato.

 

Dovremo reimparare ciò che ci hanno fatto dimenticare. Dovremo trovare il coraggio di intraprendere strade nuove, soluzioni originali. Dovremo sbarazzarci della moneta-truffa dei banchieri, e di tutti i loro ricatti, e fondare finalmente una moneta vera, quella del popolo.

Scrive Bruno Tarquini: "Siamo seduti su una polveriera" ha annunciato, dall'alto della sua competenza, l'economista Paolo Savona; e non può certamente sostenersi che non ci si renda conto, già da oggi, di quali potrebbero essere gli effetti di una sua eventuale esplosione. L'emissione della "moneta del popolo", già utile nell'attuale situazione per contrastare la rarità monetaria, arbitrariamente scelta dalle autorità finanziarie per la soddisfazione della loro sete di dominio, in caso di crisi sarebbe anche decisamente necessaria".

 

I popoli, vere vittime della tirannide delle "lobbies", sapranno riconquistarsi, pezzo per pezzo, tutta la sovranità che è stata loro sottratta.

 

Quando il cloroformio del benessere consumista si sarà esaurito, quando il bailame di gadget, telefonini, computers sarà andato in tilt, quando il "luna park" di supermercati e centri commerciali sarà rimasto senza prodotti, i popoli necessariamente dovranno riscoprirsi, rifondarsi, tornare ad esistere con la propria specifica identità e la propria cultura.

 

Questo sistema consumista, monetario e di "libero" mercato è un sistema entropico: un sistema destinato, prima o poi, a spegnersi, perché si basa sul continuo aumento dei consumi, quindi della produzione, quindi dello sfruttamento delle risorse, aumento che non può essere infinito, perché, giunti al punto in cui la disponibilità dei beni sarà inferiore alla quota d'incremento necessaria al perpetuarsi del sistema consumistico, si giungerà all'implosione economica.

 

Sarà un momento durissimo.

 

Ho ascoltato recentemente da un'anziana montanara il racconto dei tempi, non poi così lontani, in cui nelle nostre valli mancava tutto quello che oggi c'è. Si mangiava polenta, latte, castagne, formaggio, cotenne e qualche raro insaccato. Ma non tutto ciò era disponibile sempre; un giorno si mangiava questo, l'altro quello; la povertà era grande. Spesso, tra gli abitanti del villaggio, ci si riuniva e, allora, le cose andavano meglio perché c'era chi portava cotenne, chi cipolle, chi polenta, chi un salame, chi una ciotola di latte. "La miseria ci teneva uniti, e ci ha consentito di superare anche gli inverni peggiori", fu la conclusione del racconto.

 

I popoli hanno dimostrato già in molte occasioni di saper superare prove tremende, sviluppando una forza e una capacità solidale oggi insospettabili. Anzi, le loro qualità migliori le hanno espresse nei periodi più duri, e in quelli della ricostruzione, qualità che i signori delle banche internazionali non sospettano nemmeno e sicuramente non hanno preventivato.

 

I popoli europei, oggi ridotti a bracciantato per i servizi necessari allo sviluppo della nuova economia, quella della globalizzazione o del mondialismo, e delle multinazionali, sapranno ritrovare le proprie caratteristiche produttive e creatrici. Non resteranno, storditi, affamati, accampati accanto agli aeroporti, ad attendere l'arrivo degli "aiuti umanitari", come avviene in molti paesi del terzo mondo.

 

I popoli europei non accetteranno i nuovi ricatti di qualche nuova banca internazionale e sapranno ritrovare la sopita passione per la libertà e l'indipendenza.

 

La lotta per la libertà è una costante nella storia degli uomini. La lotta dei popoli per la libertà e per la sovranità sarà il tema dominante della storia di domani.

Nereo Villa

Castell'Arquato, 2/9/04

 

AGGIUNTA SUL LOBBYING

 

Lo stretto legame tra attività delle imprese e le dinamiche della politica si sono stabilite "da lungo tempo" (L. Gallino, "L'impresa irresponsabile", Milano, 2009, XIV-XV): "In misura crescente le grandi imprese si sono impegnate nei processi elettorali, nel finanziamento dei candidati e dei partiti politici, e in imponenti attività di pressione personale e di gruppo sui membri dei corpi legislativi e amministrativi, ciò che in sintesi si chiama LOBBYING (ossia, alla lettera, "aggirarsi nei corridoi"). Quando il costo della campagna per le elezioni presidenziali in Usa supera i 500 milioni di dollari, com'è avvenuto nel 2004, il finanziamento dei candidati per mano delle grandi imprese diventa indispensabile. Corrispettivamente diventa naturale la disponibilità che gli eletti, A QUALSIASI PARTE POLITICA APPARTENGANO, mostrano di fronte alle società finanziatrici allorché queste pretendono da loro interventi legislativi volti a ridurre il rischio che si chieda alle imprese di rispondere delle loro attività, in patria o all'estero. In Italia, la necessità di coprire quelli che furono sagacemente chiamati i "costi della democrazia" rientra fra le concause della condotta irresponsabile di molte imprese pubbliche negli anni '70 e '80, con relativi scandali finanziari e strategie industriali fallimentari. Una condotta cui erano state sospinte dai politici che controllavano attraverso il ministero delle Partecipazioni statali di allora la quota maggioritaria delle azioni, proprietà dello Stato (particolarmente pesante fu l'intervento dei politici nella chimica pubblica: cfr. F. Briatico, "Ascesa e declino del capitale pubblicoin Italia. Vicende e protagonisti", Bologna, 2004, spec. pp. 406 sgg.).

Quanto al LOBBYING, già nel 1996 un rapporto del leader della maggioranza repubblicana della Camera dei deputati Usa stimava in oltre 67.000 gli addetti regolarmente stipendiati del "settore lobbying" a Washington - divenuto il principale datore di lavoro privato della capitale. Trent'anni prima erano meno di 17.000. In altre parole nel 1964 v'erano 31 persone per ciascun membro del Congresso che lavoravano per influenzare la politica governativa; a metà degli anni '90 i lobbisti erano saliti a 125 per parlamentare (Office of Congressman D. Amery, "Washington's Lobbying Industry: A Case for Tax Reform", U. S. Congress, Washington, 19 giugno 1996).

L'Unione europea appare da tempo procedere per la stessa strada. Allo scopo d'influenzare le decisioni del Parlamento europeo, della Commissione europea e del Consiglio dei ministri, opera anche a Bruxelles un "SETTORE LOBBYING" formato da rappresentanti di oltre 3000 gruppi di interesse, tra cui 200 grandi imprese con i loro appositi uffici. L'intero settore occupa oltre 15.000 persone a tempo pieno. È possibile che né a Washington né a Bruxelles le corporation formino la maggioranza assoluta dei gruppi di pressione ivi dislocati. Nondimeno esse costituiscono di gran lunga i gruppi di maggior influenza per le risorse che sono capaci di mobilitare, compresi i servizi di agguerritissimi studi legali, forti di decine quando non di centinaia di avvocati (l'attività nell'Ue dei gruppi di pressione facenti capo a grandi imprese è oggetto da tempo di appositi studi. Cfr. tra gli altri P. Bouwen, "A Comparative Study of Business Lobbying in the European Parliament, the European Commission and the Council of Ministers", Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung, discussion paper 02/7, novembre 2002)” (ibid.).

Nereo Villa

Castell'Arquato, 10/11/11

BIBLIOGRAFIA

 

Paul Bairoch, Economia e storia mondiale, Garzanti, 1998.

Maurizio Blondet, No Global, Ed. Ares, 2002.

Giulietto Chiesa, La guerra infinita, Feltrinelli, 2002.

Mario Consoli, Contro il dio denaro, l'Uomo libero n. 48, 1999.

Gertrude H.Coogan, I creatori di moneta, Edizioni di Ar, 1998.

Massimo Fini, Il denaro "sterco del demonio", Marsilio, 1998.

Adriano Giannola (a cura di), Grandi banche in Europa, Guida Editori, 1990.

Sergio Gozzoli, Sulla pelle dei popoli, l'Uomo libero n. 27, 1998.

Arthur Nussbaum, Storia del dollaro, Sansoni, 1961.

Anna Panicali (a cura di), Bottai: il fascismo come rivoluzione del capitale, Cappelli, 1978.

Francesco Papadia - Carlo Santini, La banca Centrale Europea, Il Mulino, 1999.

Marco Pifferi - Angelo Porta, La banca Centrale Europea, EGEA, 2001.

Alessandro Polsi, Stato e banca Centrale in Italia, Laterza, 2001.

Ezra Pound, Sulla moneta, Edizioni di Ar, 1977.

Ezra Pound, L'ABC dell'economia, Boringhieri, 1994.

Fabrizio Saccomanni, Tigri globali, domatori nazionali, Il Mulino, 2002.

Giuseppe Santoro, Banchieri e camerieri, Società Editrice Barbarossa, 1999.

Bruno Tarquini, La banca, la moneta e l'usura, Controcorrente, 2001.

AA.VV., L'antibancor, Edizioni di Ar, settembre 1992.

AA.VV., L'antibancor, Edizioni di Ar, settembre 1993.

AA.VV., L'antibancor, Edizioni di Ar, settembre 1995.

Mario Consoli in "Ma quale democrazia?" da "l'Uomo libero", a cura di Benedetto Brugia (http://www.paginadelleidee.net/7_politica/politica28.htm).

Nereo Villa, Il cielo di tutti, Ed. Ricerca '90, Napoli 2004.

Nereo Villa, Astrologia, numerologia e triarticolazione sociale, Ed. Ricerca '90, Napoli, 2003.

 

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