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13 novembre 2011 7 13 /11 /novembre /2011 11:04

panoplia.jpgDiceva Nathan Rothschild: "Datemi la possibilità di emettere la moneta di un paese, e non m'importerà chi farà le sue leggi". Con ciò cosa vuoi dire Nereo? Voglio dire che Hitler ha vinto la guerra perché i potenti clan familiari che finanziarono il terzo reich ancora oggi dettano le ideologie convenienti ai propri obiettivi economici. Con ciò cosa vuoi dire Nereo? Voglio dire che Hitler ha vinto la guerra perché una sottile linea rossa collega queste ricchissime famiglie all'industria petrolifera, alle banche, al traffico di droga e di armi, alle più prestigiose università, ed al terrorismo. Con ciò cosa vuoi dire Nereo? Voglio dire che Hitler ha vinto la guerra e nessuno se ne è accorto. Con ciò cosa vuoi dire Nereo? Voglio dire che non siamo accorti, perché se lo fossimo non ci lasceremmo manipolare come pirla... Con ciò cosa vuoi dire Nereo? Voglio dire: vaffanculo a te e alle tue domande da pirla (dibattito realmente accaduto).

 

 

Come finirà?

 

Quanto segue sono i dati presentati da Jacques Attali nel suo libro "Come finirà?" Attali, uomo di sinistra, fu primo presidente della Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Le cose qui espresse non può NON saperle il Supermario, anzi, è prevedibile che il Supermario proprio in base ad esse si muoverà, spennando tutti... i pirla. Perché in verità siamo tutti democraticamente pirla! Ahahahahaha aha aha aha aha! Evviva! Evviva! Quanto fa uno pù uno? Non lo so! Ahahahahaha aha aha ah! Tutto è relatovo! Pirlaaaaaaa!

 

"[...] Se l'Asia, l'Africa e l'America Latina si stanno sviluppando e liberano del risparmio, i governi del Giappone, dell'Europa e degli Stati Uniti hanno speso fortune per arginare temporaneamente la crisi bancaria lasciando alle società finanziarie il controllo delle loro istituzioni, senza regolamentare nulla di significativo. Il debito pubblico ha raggiunto un livello tale da poter esplodere, e non soltanto ai confini dell'Europa.

Nel 2010, il rapporto del debito pubblico dei paesi sviluppati rispetto al loro PIL è in media dell'80% per i paesi più ricchi del G20, mentre è soltanto del 40% per i paesi emergenti membri dello stesso club. Se nulla cambierà, nei paesi ricchi questo rapporto sarà presto uguale a quello della fine della seconda guerra mondiale.

D'altra parte, l'interdipendenza crescente delle economie rende le crisi moderne più difficili da limitare di quelle del passato: nel XV secolo, Venezia poteva dichiarare fallimento senza che ciò influisse sulla prosperità di altre nazioni europee, avendo ciascuna altri sbocchi commerciali. Al contrario, se l'Europa dovesse crollare oggi, l'America e il resto del mondo la seguirebbero a ruota, secondo uno degli scenari peggiori che, osservando la realtà di oggi, non è difficile da immaginare.

 

 

Prima tappa: l'indebitamento eccessivo si aggrava

 

Come prima cosa, se non verrà fatto nulla in tempi rapidi, il debito pubblico dei paesi dell'OCSE continuerà a crescere in maniera massiccia, sotto l'effetto combinato del calo delle entrate fiscali, dei piani di rilancio, dell'incapacità di questi paesi di ritrovare una forte crescita, delle perdite gigantesche ancora nascoste nelle banche e nelle istituzioni finanziarie e della volontà frenetica del settore privato, in particolare quello bancario, di disindebitarsi. Inoltre, se l'allungamento della durata della vita e il calo della natalità in Occidente porteranno, senza cambiamenti nella legislazione, una leggera diminuzione della spesa per l'istruzione, causeranno però un aumento massiccio delle spese sanitarie, delle spese legate alle inabilità e alle pensioni, mentre l'aumento delle imposte sarà sempre più impopolare, a causa dei livelli raggiunti.

Riassumendo, nei prossimi anni il debito pubblico nei paesi dell'OCSE probabilmente aumenterà ancora, a partire dai livelli vertiginosi appena raggiunti.

 

Osserviamo le cifre.

tabella-6.gif

In Giappone, a legislazione costante e anche senza evoluzione dei tassi d'interesse oggi quasi nulli, il debito pubblico lordo dovrebbe passare dal 204% al 245% del PIL nel 2014, poi, secondo la Banca per i Regolamenti Internazionali (BRI), al 300% nel 2020. Anche se il Giappone ha accumulato uno stock considerevole di capitale, la sua capacità di finanziare il debito con il risparmio si sta esaurendo. Tanto più che, senza finanziamenti, e con una domanda piuttosto scarsa visto l'orientamento del risparmio verso i buoni del Tesoro, le imprese private giapponesi rischiano di smettere di investire e di alimentare l'innovazione e la crescita. Per riportare in quindici anni il rapporto del debito pubblico giapponese con il PIL al 60%, lo Stato dovrebbe dedicare almeno venti punti del PIL a economie di bilancio o ad aumenti d'imposta. Se non ci riuscisse, i risparmiatori giapponesi, pur essendo molto patriottici, potrebbero perdere fiducia e cessare di finanziare lo Stato. I tassi d'interesse dovrebbero aumentare. Allora il fallimento si verificherebbe molto rapidamente.

Anche in Europa, il debito pubblico, che ha appena raggiunto livelli vertiginosi, non può che aumentare ancora. Dal 2010, i bilanci dei paesi membri dell'Unione Europea hanno bisogno di prestiti pari a 1600 miliardi di euro. Se diamo per buone le previsioni più che incerte dell'Unione Europea, il debito dell'Italia passerà dal 115,3% del PIL nel 2009 al 128,5% nel 2014; quello della Germania, dal 78,7% all'89,3 %; quello della Francia, dall'83% al 96,3%; quello della Gran Bretagna (il paese più in pericolo perché non protetto dall'euro), dal 68,7% al 98,3%. Secondo altre previsioni che provengono dall'FMI, nel 2014 il debito pubblico della Gran Bretagna sarà del 99,7% del PIL; quello del Belgio del 111,1%. Quello dell'Italia del 132,2%; il debito pubblico della Grecia sarà pari al 133,7% del suo PIL.

 

tabella 6

Il Portogallo, l'Irlanda, la Spagna (il cui debito pubblico è raddoppiato in quattro anni) registrano situazioni ancora peggiori.

Nel 2020, questa volta secondo la BRI, il debito pubblico supererà il 200% del PIL in Gran Bretagna, e il 150% in Belgio, in Francia, in Irlanda, in Grecia e in Italia. A tasso d'interesse costante, gli oneri degli interessi rappresenteranno allora più del 10% del bilancio di questi Stati, fino al 27% in Gran Bretagna.

Se i tassi d'interesse salgono, questi importi saranno allora fuori della portata di qualsiasi finanziamento ragionevole. Inoltre, le scadenze sono sempre più brevi. tabella 8E in futuro lo saranno ancora di più, poiché le spese sociali e militari europee continuano a crescere per ragioni sia demografiche sia geopolitiche. Senza contare che le spese europee per gli armamenti, che rappresentano ogni anno più di 250 miliardi di euro, finanziano soprattutto le importazioni, contrariamente agli Stati Uniti, dove la parte preponderante delle commesse militari è indirizzata a imprese nazionali. Bisogna ancora aggiungere le perdite future del sistema finanziario, che occorrerà coprire, e altri disavanzi pubblici nascosti in diversi meccanismi (operazioni di swap, bad bank, agenzie paragovernative, partenariati tra pubblico e privato ecc.) che trasformano l'indebitamento estero in debiti pubblici (come in Irlanda) o lo trasferiscono (come in Spagna) in investimenti immobiliari, convertiti dalla crisi in deficit pubblico interno. Il risanamento dei bilanci primari esigerà sforzi considerevoli (dal 4 all'8% del PIL in economie o in nuove entrate, a seconda del paese).

Lo stesso dicasi degli Stati Uniti, dove le spese militari e quelle sociali, legate anche all'invecchiamento della popolazione e alla sanità, d'ora in poi meglio garantita, aumenteranno e appesantiranno il conto già enorme, e non ancora definitivo, causato dai disordini bancari. A ciò si aggiungerà una grave crisi degli Stati e delle comunità locali, già sull'orlo del fallimento. Senza contare il ripianamento necessario delle perdite della FED, che occorrerà coprire perché questa non perda la sua credibilità.

tabella 7

Ci si può dunque aspettare nel 2010 un deficit del bilancio federale americano di 1600 miliardi di dollari e di almeno
1300 miliardi nel 2011. A questa data, il debito pubblico americano rappresenterà il 400% delle entrate dello Stato (in altre parole, quattro anni di redditi fiscali) e l'80% del PIL. Nel 2012, il governo americano dovrà rimborsare 850 miliardi di dollari di obbligazioni e finanziare un deficit di almeno 1000 miliardi di dollari. E più ancora negli anni successivi. Secondo le previsioni dell'amministrazione attuale, il deficit del bilancio federale resterà ogni anno superiore al 4% del PIL, almeno fino al 2019. Secondo la BRI, il debito federale americano raggiungerà il 150% del PIL nel 2020. Gli oneri d'interesse rappresenteranno, al livello attuale dei tassi, il 25 % delle entrate fiscali. Occorrerà aggiungere le spese legate al nuovo programma della sanità, valutate intorno a 16.000 miliardi per il prossimo decennio. Inoltre, se i tassi d'interesse salgono e anche se il dollaro resta la principale valuta di riserva mondiale, la situazione non sarà tollerabile.

Invece, la maggior parte dei paesi detti "in via di sviluppo" si sta liberando dai debiti: nel 2010 il debito pubblico della Cina è scomparso; quello del Brasile è passato dal 68,5% al 58,8% del PIL; quello dell'India dall'84,7% al 78,6%; anche quello del Messico è passato dal 47,8% al 44,3%, e quello della Russia è rimasto invariato al 7,2%. Questa tendenza continuerà: tra vent'anni, al ritmo attuale, la Cina sarà diventata il primo creditore internazionale, prima persino del Giappone (vedi tabella).

Riassumendo, nel 2014 il debito pubblico potrebbe rappresentare il 120% del PIL dei paesi più ricchi e sempre il 40% di quello dei paesi emergenti. Il rimborso di questo debito esigerà la mobilizzazione di un risparmio che non andrà verso i privati né verso le imprese, ritardando ancora il progresso tecnico, frenando l'investimento competitivo, la produttività, il potere d'acquisto, il consumo privato e le entrate fiscali, ostacolando di conseguenza le ulteriori possibilità di rimborsare i debiti pubblici.

Nel 2050, al ritmo attuale, il rapporto tra il debito dei paesi sviluppati e il loro PIL raggiungerà la cifra del 250%. Situazione ovviamente impossibile.

Tuttavia, questa è la tendenza. Si tratta di un moto di una tale ampiezza, di una tale dimensione geografica, di una tale velocità mai viste prima. In mancanza di un vero meccanismo di ristrutturazione del debito sovrano, il rifiuto, cioè l'insolvenza, potrebbe diventare l'unica soluzione possibile dei governi degli Stati, un tempo più ricchi, per onorare - almeno temporaneamente - gli impegni sottoscritti presso gli elettori (vedi il video "Nereo Villa - Moratorium on debt service": http://vimeo.com/32028762)

 

 

Seconda tappa: il fallimento dell'euro e la depressione mondiale

 

I paesi europei, in particolare quelli dell'Eurogruppo, normalmente hanno i mezzi per resistere a lungo a una crescita del debito sovrano, nella misura in cui i tassi d'interesse sono bassi e il risparmio privato abbondante.

Ma questo stato di cose non sarà eterno, e gli europei dòvranno presto rendersi conto della problematicità di questa sfida. Nel 2060, per ristabilire in Europa un livello d'indebitamento pubblico ragionevole, vicino al 60% del PIL, occorrerebbe passare da un deficit strutturale del 3,5% nel 2010 a un surplus strutturale del 4,5% nel 2020, e conservarlo fino al 2030! Ciò implicherebbe di ridurre Te spese pubbliche dell'8% del PIL, cioè dal 20 al 25% del bilancio. Ciò esigerebbe di fare economia per 300 miliardi di euro o di aumentare in uguale misura le imposte (in Francia, uno scossone da 70 miliardi di euro). Prospettiva quasi impossibile. Nessuna democrazia lo ha mai fatto, e i popoli preferiranno senza alcun dubbio non saldare i loro debiti.

Consapevoli di ciò, i mercati finanziari non crederanno i governi europei capaci di ritrovare un equilibrio. Scommetteranno su un loro crollo. Inizialmente, lo preannunceranno, alcuni paesi vacilleranno o cadranno, come si è visto recentemente per l'Islanda, a

causa della corruzione delle sue banche, e per la Grecia, a causa delle sue follie di bilancio. Esigeranno da loro rendimenti più elevati per prestiti che giudicheranno più rischiosi. Di qui un rincaro del costo del debito pubblico, con considerevoli differenze di tasso tra i diversi paesi dell'Eurogruppo.

I quali faticheranno a essere solidali tra loro: perché prestare 20 miliardi di euro alla Grecia, quando si sa che prima della fine del 2011 avrà bisogno di 150 miliardi che non potrà rimborsare? Non conviene di più conservare questo denaro per coprire le perdite future delle banche europee, in caso di fallimento greco? Incapaci di mettersi d'accordo tempestivamente per aiutare in modo credibile la Grecia (che rappresenta peraltro soltanto il 2% del PIL dell'Unione) e poi il Portogallo e la Spagna, gli altri paesi dell'Unione Europea, anche i membri più solidi dell'Eurogruppo, e la Gran Bretagna, particolarmente vulnerabile, saranno colpiti uno dopo l'altro.

In mancanza di mezzi e di consenso, l'Unione passerà allora sempre più la mano all'FMI. Questa istituzione, oggi ancora dominata politicamente e ideologica-mente dagli Stati Uniti, non dispone di alcuna competenza particolare per gestire il massiccio aiuto finanziario necessario. Tenterà invano di imporre ad alcuni Sta-ti membri dell'Unione Europea un rigore indispensabile, ma che sarà percepito come ingiustificato. A un certo punto, il dibattito verterà sulla responsabilità delle banche e sulla loro eventuale nazionalizzazione. I paesi europei capiranno che, essendosi privati dell'arma illusoria della svalutazione, non possono che usare quella, efficace, della solidarietà; ma non saranno pronti a finanziarla. Gli Stati Uniti e il loro alleato britannico faranno di tutto per screditare l'euro, credendo di salvarsi dal naufragio annegando i loro vicini.

L'Unione Europea cercherà tutti gli espedienti per ritardare il fallimento. L'inflazione, allo stesso tempo tanto attesa e tanto temuta, fino a quel momento accuratamente contenuta grazie alla globalizzazione e alla depressione, si metterà in moto e ridurrà il valore del debito e, con esso, quello dei patrimoni finanziari e dei redditi fissi. I risparmiatori europei che hanno finanziato il debito pubblico saranno rovinati e, con loro, i detentori di un patrimonio finanziario, di qualsiasi natura e di qualsiasi importo. Se non viene attentamente controllata da un aumento dei tassi d'interesse, l'inflazione esploderà. Ma, se questi salgono, il debito sarà ancora meno finanziabile...

Di fronte a questa situazione, in questo scenario estremamente negativo, in mancanza di una reale solidarietà finanziaria tra gli Stati membri dell'Eurogruppo, i paesi più in difficoltà, a cominciare dalla Grecia, falliranno, penalizzando gravemente le banche creditrici. Questo fallimento non basterà a fermare la crisi. Alcuni di questi paesi usciranno, almeno temporaneamente, dalla zona euro per modificare la loro parità, passare attraverso uno shock deflazionistico maggiore e ridurre le importazioni. Ciò svaluterà i loro buoni del Tesoro e indebolirà molto pericolosamente le banche che li avranno finanziati. A meno che i paesi più stabili finanziariamente - la Germania e i Paesi Bassi - non chiedano di uscire dall'euro, vivendolo come un macigno appeso al collo.

L'esistenza stessa dell'euro verrebbe così rimessa in discussione con il rifiuto dei paesi più virtuosi di legare la loro valuta al destino di quelli più lassisti. L'autorizzazione accordata ad alcune banche centrali dell'Unione di ricevere in deposito, con grande discrezione, titoli liberamente scelti da ciascuna di loro lascia prefigurare un ritorno a banche centrali indipendenti e alla fine dell'euro.

Ne deriverà un ritorno al protezionismo, una rimessa in discussione di tutte le conquiste dell'Unione Europea e una depressione molto profonda, estesa a tutto il continente. Le democrazie europee non ne usciranno indenni.

 

 

Terza tappa: fallimento del dollaro e ritorno dell'inflazione mondiale

 

Obbligati anche loro a emettere sempre più carta per finanziare il proprio debito sovrano, gli Stati Uniti saranno felici di vedere così indebolirsi, quindi scomparire, un concorrente del dollaro di cui avranno fatto il possibile per minare metodicamente la credibilità. Poi si renderanno conto che loro stessi potrebbero essere la prossima vittima della crisi di fiducia negli Stati debitori.

Tuttavia, gli Stati Uniti sembrano poter restare, per molto tempo ancora, dei debitori incuranti del pericolo. Dopotutto sono la prima economia del mondo, dispongono dell'esercito più forte, del maggior numero di ricercatori, e la loro valuta è tuttora utilizzata in più di tre quarti degli scambi planetari e delle riserve mondiali. Inoltre sono capaci, se lo vogliono, di risparmiare quello che serve loro per finanziarsi.

Ma la recessione, quindi la crisi che imperversa in Europa, rallenterà la crescita americana, e ciò comporterà un crollo delle entrate fiscali e un aumento delle spese. Il debito pubblico americano (che supera già ufficialmente gli 11.000 miliardi di dollari) aumenterà allora in modo vertiginoso. Il finanziamento del mercato immobiliare poggerà completamente sul governo, con una proroga della garanzia data dallo Stato federale a Fannie Mae e Freddie Mac, cioè con la nazionalizzazione di tutto il credito immobiliare negli Stati Uniti. Il dollaro allora si svaluterà nei confronti di valute considerate oggi esotiche (cinese, russa, indiana e brasiliana). Si scoprirà il quantitativo immenso di attivi dubbi riacquistati dalla Banca Centrale per finanziare il sistema bancario in crisi. In questo panorama, i buoni del Tesoro americani perderanno la notazione AAA.

Durante un certo lasso di tempo, le banche centrali dei paesi asiatici e i fondi sovrani, che detengono dei buoni del Tesoro americani, avranno ancora interesse a non lasciar crollare il corso del dollaro e compreranno i buoni a tassi un po' più elevati. Quindi i creditori saranno sempre più rari; la FED dovrà aumentare ancora i tassi d'interesse dei buoni del Tesoro per ottenere capitali. Quest'aumento finirà per pesare molto sulle finanze pubbliche americane. Un aumento di due punti dei tassi d'interesse farà passare l'onere del debito al di là del 40% delle entrate fiscali. E questo è l'unico indicatore serio che annuncia ai creditori l'imminenza di una grave crisi del debito pubblico.

Per ridurlo, gli Stati Uniti dovranno allora, in questo scenario così negativo, decidersi infine ad aumentare le imposte e a ridurre la spesa pubblica, facendo affondare le ultime illusioni di un ritorno alla crescita, come accadde già nel 1936 quando Morgenthau impose a Roosevelt di rinunciare al lassismo di bilancio dei primi anni del suo mandato. Il presidente americano, qualunque esso sia, sceglierà allora certamente la via dell'inflazione per evitare la depressione - un ricorso ricorrente nella storia americana: un inflazione del 6% su cinque anni può ridurre il rapporto debito/PIL di venti punti. Accetterà anche, come extrema ratio, l'emissione e la distribuzione di somme in valuta dell'FMI, i Diritti Speciali di Prelievo (DSP). Di conseguenza verrà fabbricata nuova cartamoneta, emettendo un'altra valuta, che completerà la   p a n o p l i a   dei finanziamenti immaginari dei deficit pubblici, questi sì, reali.

Se non si rimette in sesto, come ha fatto così spesso nella sua storia, lo Stato americano sarà rovinato dall'inflazione. Il dollaro terrà soltanto con il beneplacito di Pechino. La crisi finanziaria apparirà allora come una tappa importante nell'accelerazione della perdita di fiducia del mondo nei confronti dell'Occidente e nello spostamento "del centro" del mondo verso l'Asia".

 

Fonte: Jacques Attali, "Come finirà?", Roma, novembre 2010.

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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