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16 gennaio 2012 1 16 /01 /gennaio /2012 09:03

Quanto segue è il terzo capitolo dell'opera di Rudolf Steioner  "I punti essenziali della questione sociale". In questo profetico scritto vi sono anche le basi essenziali per superare i tipici di tabù di oggi, che si sono creati storicamente intorno al denaro.

Incominciai a lavorare a queste pagine il 3/10/2003, con l'idea di rendere massimamente fruibili questi contenuti, attraverso un linguaggio semplice ed attuale. Invece lo studio dei punti essenziali per la triarticolazione dura dal 1970, quando incontrai l'opera omnia di Rudolf Steiner.
Spero in queste pagine di avere ottenuto ciò che mi proponevo: una "
traduzione" (1) fresca e adatta all'italiano d'oggi (traduzione fra virgolette, in quanto ho semplicemente tradotto quell'italiano bacchettone e pedante che a mio avviso era impossibile da comprendere, soprattutto per l'uomo d'oggi, che non ha tempo neanche per pensare al suo portafoglio, preso com'è dagli automatismi economicistici indotti surrettiziamente nella sua interiorità da TV, radio, giornali, media, ecc.).
In queste pagine troverete cose importanti per il momento storico attuale e per l'immediato futuro di tutti.

 

Rudolf Steiner

Capitalismo e idee sociali
(Capitale, lavoro umano)
da "I punti essenziali della questione sociale"
[a cura di Nereo Villa]

 

Prima parte (Seconda parte)

 

Rendersi consapevoli oggi delle esigenze sociali è impossibile. Perché? Semplicemente perché oggi delle dinamiche basilari dell'organismo sociale non ne vuole sapere nessuno. Ed "I punti essenziali della questione sociale" di Rudolf Steiner, tentativo riuscito di pervenire a tale comprensione, di fronte all'attuale deficienza di giudizio critico, per cui tutti credono di sapere tutto, non possono di conseguenza portare vantaggio alcuno ai vari partiti o movimenti. Anzi, quanto emerge da questi, esprime evidenti perturbamenti non solo in superficie, ma proprio alle basi stesse dell'organismo sociale, che si dovrebbero conoscere. È pertanto sempre più necessario comprenderli dalle fondamenta. Ogni giorno che passa, ogni ora ed ogni minuto è espressione di morte proprio a causa di stolida ignoranza.

 

Occorrerebbe avere chiaro che parlare oggi di capitale, significa per l'individuo oppresso cercare le ragioni della sua oppressione.

 

Raggiungere un giudizio proficuo sulla maniera in cui il capitale opera - a volte promuovendo e a volte inceppando il movimento dell'organismo sociale - è però possibile solo attraverso la comprensione di come a produrre e a consumare il capitale sono tre cose:

 

le attitudini individuali dell'uomo;

la costituzione dei diritti;

e le forze della vita economica.

 

Chi parla di lavoro, parla di ciò che - col capitale e col fondamento naturale dell'economia - crea i valori economici, e che - nella misura in cui è percepito - offre al lavoratore la coscienza della sua posizione sociale.

 

Per poter inserire dignitosamente nell'organismo sociale il lavoro dobbiamo considerare da un lato il rapporto fra lavoro ed esplicazione di talenti umani e, dall'altro, il rapporto fra lavoro e individuale coscienza del diritto.

 

Questo lo si può ottenere solo in un modo: conoscendo il rapporto fra azione umana e le basi di un organismo sociale sano. Solo con tale conoscenza si può percepire, ognuno dal proprio punto di vista, luogo di lavoro, o posto in cui saprà collocarsi, quali sono i compiti che i fatti stessi gli assegneranno.

 

Ciò che impedisce tale conoscenza, è passato ormai da tempo e in modo acritico dal volere umano a quello imposto dagli ordinamenti sociali, ai quali l'uomo si è talmente abituato che ricava da essi  ogni opinione su ciò che di tali ordinamenti si debba conservare o cambiare. Perciò ci si lascia regolare nel pensiero da ciò che invece dovrebbe essere dominato dal pensare.

 

Ecco perché oggi è di conseguenza necessario riconoscere come non possiamo formarci un giudizio all'altezza dei fatti, se non ritornando ai pensieri originari che sono alla base di ogni ordinamento sociale. Perché quando nell'organismo sociale sono in deficit le energiche e perenni loro sorgenti, gli ordinamenti sociali tendono a non promuovere più la vita, ma ad ostacolarla. Allora succede che quei pensieri originari continuano, più o meno coscientemente, a vivere negli impulsi umani, ma lo fanno anche là dove il pensiero sbaglia. Perciò si creano fattori avversi alla vita, di fronte ai quali sono proprio quei pensieri originari, palesi o velati, ad esplicarsi caoticamente, manifestandosi nelle convulsioni rivoluzionarie dell'organismo sociale. Convulsioni che terminano solo quando - tramite continua attenzione nell'osservare dove si formi una deviazione, e dove sia possibile operare per neutralizzarla subito prima che abbia raggiunto una forza funesta - l'organismo sociale sia in grado di impedire le deviazioni dalle istituzioni predisposte da quei pensieri originari in modo sano.

 

Tali deviazioni dalle condizioni volute dai pensieri originari si sono oggi accentuate dappertutto. E l'esistenza di tali impulsi, così generati, è già un'eloquente critica, proveniente dai fatti, di ciò che nell'organismo sociale si è formato dai secoli passati.

 

Occorre perciò la buona volontà di tornare risolutamente ai pensieri originari, riconoscendo quanto sia dannoso, proprio oggi, bandire dalla vita tali pensieri, come generalità "non pratiche".

 

Nella vita e nelle esigenze della cittadinanza oppressa, sono proprio i fatti a criticare ciò che il tempo attuale ha fatto dell'organismo sociale. È compito del presente dunque reagire contro tale critica unilaterale, partendo dai pensieri originari. E ciò al fine di trovare le direzioni in cui i fatti devono essere coscientemente ri-avviati. Il tempo in cui poteva bastare all'umanità ciò che si poté produrre da una direzione istintiva è infatti terminato.

 

Una delle questioni fondamentali che emerge da tale critica è in quale modo possa cessare l'oppressione che gli oppressi soffrono a causa del corporativismo "privato ma non privato", detto erroneamente "capitalismo", e consistente nel fatto che la maggior parte degli Stati del pianeta è coalizzata nella gestione socialista dei soldi, avendo legalizzato un legame fra Stati e banche centrali (private società per azioni con scopo di lucro), laddove le banche centrali sono funzionale al parassitismo degli Stati nella misura in cui il possesso di denaro senza dover lavorare per ottenerlo è quanto i governatori delle banche centrali forniscono ai vari governi!

 

In un organismo sociale sano, ciò non può essere, e là dove il padrone di un capitale si trovi in condizione di porre il lavoro fisico di altri uomini a servizio di ciò che intende produrre, nel rapporto sociale risultante dalla cooperazione fra capitale e lavoro umano è necessario distinguere tre fattori:

  1. l'attività dell'imprenditore, che deve fondarsi sulle facoltà individuali di una persona o di un gruppo di persone;

  2. il rapporto fra il datore di lavoro ed il lavoratore, che deve essere un rapporto di diritto;

  3. la produzione di cose che nel giro della vita economica assumono valore di merce.

L'attività dell'imprenditore può intervenire in modo sano nell'organismo sociale solo se in esso operano forze capaci di portare alla migliore espressione le individuali facoltà umane. Ciò può darsi solo se nell'organismo sociale vi è un ambito che garantisca la libera iniziativa di far uso dei talenti umani ai loro possessori, e che dia agli altri la possibilità di giudicarne liberamente il valore. Si vede quindi che la partecipazione sociale dell'individuo per mezzo del capitale appartiene alla parte dell'organismo sociale in cui la vita spirituale legifera ed amministra. Se su questa partecipazione influisce lo Stato politico, di fronte ai talenti individuali e alla loro estrinsecazione, deve necessariamente regnare almeno in parte l'incomprensione. Lo Stato politico, infatti, si basa sull'attivare esigenze vitali comuni, presenti in tutti gli uomini. Nella sua sfera, esso deve permettere a tutti di far valere il proprio giudizio. Per i talenti individuali, la comprensione o l'incomprensione non c'entra qui con ciò che lo Stato ha da compiere. Di conseguenza, ciò che si attua nello Stato politico non può nemmeno influire sull'esplicazione delle capacità umane individuali. Per l'esplicazione dei talenti individuali, resa possibile dal capitale, anche il fine del vantaggio economico dovrebbe contare poco. A tale vantaggio economico taluni saccenti di capitalismo attribuiscono eccessiva importanza, ritenendo che solo lo stimolo del lucro possa mettere in azione le attitudini individuali. E come "uomini pratici" citano l'"imperfetta" natura umana che credono di conoscere. È vero che nell'ordinamento sociale, che genera le condizioni attuali [1919 circa - nota del curatore], la prospettiva del vantaggio economico ha assunto profonda importanza. Ma è proprio questo fatto a postulare l'attivazione di talenti individuali tramite stimolo diverso, proveniente dalla comprensione sociale di una sana vita culturale. L'educazione e la scuola, attingendo all'energia di una vita spirituale libera, forniranno l'uomo di impulsi che, grazie alla sua genuina capacità di comprendere, lo porteranno a realizzare ciò a cui lo spingono i suoi talenti individuali.

 

Questa opinione non deve ovviamente provenire da esaltazione. L'esaltazione ha certo causato mali incommensurabili nel campo della volontà sociale come in altri. Ma come si può argomentare da quanto è stato finora detto, la concezione qui esposta non si basa sulla falsa credenza che "lo spirito" faccia miracoli nella misura in cui i suoi sedicenti portatori ne parlino il più possibile, ma deriva direttamente dall'osservazione di come si svolge la libera cooperazione degli uomini nel campo spirituale. Questa cooperazione acquista per sua natura un'impronta sociale purché possa svilupparsi davvero in maniera del tutto libera.

 

L'inceppamento della vita spirituale ha finora impedito che si manifestasse questa impronta sociale.

 

Fra le classi dirigenti ogni forza culturale si è organizzate in modo da relegare in modo antisociale i suoi risultati in precisi ambiti dell'umanità. Ciò che così generato lo si poté portare nel popolo oppresso solo artificialmente, così che da quella vita spirituale la gente non poté attingere nessuna forza a sostegno dell'interiorità, non partecipando realmente quest'ultima alla vita di quel patrimonio spirituale.

 

Fino a quando la cultura continuerà a conservare il carattere che ha assunto oggi, ogni istituzione per l'"istruzione popolare", per l'"educazione del popolo al godimento artistico", ecc., non sarà mai un vero mezzo per far partecipare ai beni della cultura il popolo. Infatti il "popolo" non è per nulla inserito nella vita di questo bene spirituale con l'intima partecipazione del suo essere umano. È come se fosse offerta alla gente la possibilità di guardare nella "kultura" ma solo da un punto di vista esterno. Eppure, le ramificazioni delle attività culturali sfocianti nella vita economica sulla base del capitale sono massimamente importanti per la vita culturale.

 

In un organismo sociale sano, chi lavora non deve stare alla sua macchina, in contatto soltanto coi suoi congegni, mentre solo il capitalista conosce il destino riservato alle merci prodotte nel giro della vita economica. Chi lavora deve poter sviluppare con piena partecipazione i concetti relativi al modo in cui egli fa parte della vita sociale, in quanto lavora alla produzione della merce. Conversazioni, da calcolarsi inerenti all'esercizio di un'azienda al pari del lavoro stesso, devono essere regolarmente istituite dall'imprenditore allo scopo di sviluppare un campo di idee comuni tanto a chi da' il lavoro quanto a chi lo esegue. Una sana azione in questo senso farà comprendere a chi lavora in che modo un'adeguata attività del capitalista sia utile all'organismo sociale e con ciò anche al lavoratore che ne è parte. Col rendere pubblica la sua gestione, per avere la libera comprensione da parte dei suoi operai, l'imprenditore sarà indotto a procedere in modo irreprensibile.

 

Ritenere queste cose di poca importanza, equivale a non avere alcuna capacità percettiva dell'effetto sociale consistente nella partecipazione armonica ad un lavoro comune. Chi invece possiede tale capacità, sa riconoscere subito come la produzione è promossa se i dirigenti capitalisti si basano sulla libera cultura. Solo a partire da questa premessa, l'interesse al capitale e al suo aumento come mero amore del profitto, può oggettivamente darsi come interesse a produrre merci, offrendo prestazioni personali.

 

Oggi [1919 - ndc] i pensatori socialisti aspirano all'amministrazione sociale dei mezzi di produzione, ma ciò che di questa loro aspirazione è giusto può attuarsi solo se tale amministrazione viene curata dalla sfera di un libero campo culturale, con il quale sia resa impossibile la coercizione economico-bancaria, e sia sentita degna di un essere umano ogni sua azione. Non dovranno esservi paralisi dei talenti individuali, risultanti invece come necessarie conseguenze, se  essi sono governati statalisticamente.

 

In un organismo sociale sano, il provento di un lavoro materiale o immateriale al quale concorrono il capitale e le attitudini individuali, deve risultare dalla libera iniziativa di chi opera, e dalla libera comprensione degli utenti. Alla libera iniziativa di chi opera deve essere lasciata in questo campo la misura di ciò che egli pretende come provento delle sue prestazioni, secondo la preparazione che gli occorre per eseguirle, le spese che deve fare per renderle possibili, e così via. E potrà trovare soddisfazione alle sue richieste soltanto se vi sia negli utenti un adeguato apprezzamento della sua opera.

 

Per mezzo dei provvedimenti sociali secondo le direttive sopra indicate, si crea il terreno per un accordo realmente libero fra dirigenti ed esecutori del lavoro. E questo accordo non si riferisce a uno scambio di merce (denaro) contro energia lavoro, ma alla determinazione della parte spettante a ciascuno dei due contraenti che concorrono in comune alla produzione della merce.

 

Ciò che grazie al capitale viene prodotto per l'organismo sociale poggia intrinsecamente sulla socializzazione delle attitudini individuali, il cui sviluppo può ricevere l'impulso adeguato solo da una libera cultura. E persino volendo sottomettere tale sviluppo all'amministrazione politico-economica dello Stato, la produttività reale riguardante l'impiego di capitale poggerà sempre su quel tanto di libere forze individuali che riesce a farsi valere nonostante le istituzioni paralizzanti; solo che in tali condizioni l'evoluzione è malsana: ciò che oggi ha condizionato la forza umana di lavoro facendone merce, non è imputabile alla libera esplicazione dei talenti individuali, operanti sulla base del capitale, ma il loro aggiogamento allo statalismo ed alle varie politiche economiche. Riconoscere ciò in modo spregiudicato è oggi la necessaria premessa per il futuro dell'organizzazione sociale. L'attuale credenza che le norme adatte al risanamento dell'organismo sociale debbano emanare dallo Stato politico o dalla vita economica, è infatti solo una superstizione, generatrice di istituzioni che portano solo ad aumentare a dismisura l'oppressione dei cittadini che si vorrebbe veder cessata.

 

Vedendo nel capitalismo la causa patologica e sperimentando la patologia nella società, si ritiene necessario combatterlo. Ma si dovrebbe vedere di più, dato che l'origine della patologia consiste nel prosciugamento del capitale da parte del sistema economico. Continuare a credere utopica l'idea che l'attività capitalistica possa essere governata dalla libera vita culturale, impedisce alle migliori forze umane di operare come esse energicamente pretendono, reclamando la loro evoluzione. Totalmente incapaci di cogliere il rapporto fra vita spirituale e socializzazione di un capitalismo avviato su una strada sana, si presero le mosse dall'economia, osservando che si arrivò al capitalismo attuale perché la produzione di merci portò alle grandi industrie, e si vorrebbe sostituire a questa forma economica quella socialistica che lavora per i bisogni dei reali produttori. Ma per conservare i nuovi mezzi di produzione, che ovviamente si pretendono, si tende a riunire tutte le aziende in una sola grande società, credendo che, così, poiché tutti producono per incarico della comunità, questa non può essere sfruttatrice, perché sfrutterebbe se stessa. Pertanto, volendo e dovendosi ricollegare a ciò che già esiste, si ha in mira lo Stato moderno, che si vorrebbe trasformare in un società che tutto accentri in sé.

Non si è però in grado di osservare che da una tale società ci si ripromettono effetti tanto meno attuabili quanto più larga essa è. Se in essa non viene organizzata la partecipazione dei talenti individuali nel modo sopra accennato, la socializzazione del lavoro non può condurre ad alcun risanamento.

 

Che ci sia al presente poca disposizione a giudicare spassionatamente in merito all'intervento della vita culturale nell'organismo sociale, dipende dall'abitudine che si è presa di pensare la cultura e lo spirituale lontanissimi dal pratico e dal materiale. In genere si trova, anzi, demenziale l'idea qui esposta che nell'attività del capitale si manifesti l'azione di una parte della cultura nell'economia. Può darsi che nel qualificare cretina quest'idea si trovino d'accordo i rappresentanti delle classi finora dirigenti e i pensatori socialisti. Per rendersi conto dell'importanza di questa "cretineria" ai fini di un risanamento dell'organismo sociale, basta osservare alcune correnti del pensiero attuale, che pur derivando da impulsi interiori per così dire onesti, là dove possono, ostacolano il formarsi di un modo di pensare realmente sociale.

 

Queste correnti di pensiero tendono più o meno incoscientemente ad allontanarsi da ciò che da' all'esperienza interiore la giusta forza di propulsione. La concezione, la vita del pensiero, la conoscenza scientifica, e la vita interiore a cui esse tendono, formano nel complesso della vita umana una specie di isolotto, in modo tale da non essere poi in in grado di costruire nessun ponte tra questa specie di immateriale isola e le cose incontrate dalla gente nel quotidiano. Percepiamo da un lato il filosofismo ciarliero di chi sente in sé una speciale "nobiltà interiore" nel salire fra le nuvole a fantasticare - sia pure scolasticamente - su ogni genere di problema etico-religioso, in cerca delle massime virtù di buonismo e di grazia celeste. Dall'altro riscontriamo che costoro sono totalmente impotenti nel trovare il passaggio dal buonismo a ciò che di quotidianamente concreto ci circonda, vale a dire l'azione del capitale, i salari, il consumo, la produzione e la circolazione delle merci, il credito e le operazioni di banca e di borsa. Sono dunque ben evidenti due grandi correnti parallele poste l'una accanto all'altra anche nelle nostre abitudini mentali: l'una vuole rimanere nel mondo intenzional-buonistico dello spirito divino, senza collegamento alcuno col quotidiano; l'altra vive acefala nelle cose d'ogni giorno. La vita però è un'unità, e può prosperare solo se le energie che la muovono discendono da tutta la vita culturale, etica e/o religiosa fino a quella più profana e comune; cioè fino a quella che per qualcuno sembra appunto meno nobile. Senza un ponte fra questi due campi della vita, si ricade religiosamente, moralmente e socialmente, nella mera fantasticheria, estranea alla vera realtà quotidiana. Allora la realtà quotidiana si vendica: per "lo spirito", aspiriamo verso ogni possibile ideale e buonismo, ma per gli istinti che come base dei bisogni quotidiani si contrappongono a quegli "ideali", abbandoniamo "lo spirito", relegando l'economia al soddisfacimento di quei bisogni istintivi; senza dunque conoscere nessun concreto passaggio dal concetto di spiritualità al quotidiano, il quotidiano diventa tutt'altro dagli impulsi morali posti nelle altezze più nobili di noi stessi, e questa forma - vendetta del quotidiano - è quella della menzogna interiore: proprio in quanto si estrania dal quotidiano, cioè dalla vita pratica diretta, la nostra vita etico-religiosa, si trasforma inavvertitamente in menzogna interiore.

 

Quanti sono oggi coloro che, per una certa nobiltà etico-religiosa, mostrano le migliori intenzioni di una giusta comunanza di vita coi loro simili, ai quali vorrebbero fare il maggior bene possibile! Ma non sapendo acquisire un pensare sociale capace di esplicarsi nelle abitudini pratiche della vita, non possono attuare nulla delle loro buone intenzioni.

 

Dalla cerchia di tali persone provengono gli esaltati che in questo momento storico fatto di questioni sociali così scottanti, si oppongono alla pratica della vita, e la ostacolano, ritenendosi "pratici" della vita. Da costoro si possono sentire discorsi come questo: "Occorre che gli uomini si sottraggano al materialismo, alla vita materiale esteriore che ci ha spinti alla catastrofe della guerra mondiale e alla rovina, e che si rivolgano invece ad una concezione spirituale della vita". Chi vuole indicare in tal modo le vie verso la spiritualità, non si stanca di citare personalità di ieri, venerate per il loro modo spirituale di pensare. Così può capitare che proprio a chi tenta realmente di indicare cosa lo spirito debba concretamente dare alla vita pratica, e come debba venir prodotto il pane quotidiano, viene innanzitutto osservato che occorre convertire gli uomini al riconoscimento dello spirito.

 

Invece ciò che più conta oggi è trovare le giuste direttive per il risanamento dell'organismo sociale a partire dalle individuali forze interiori, e a tale scopo non basta occuparsi dello spirito in una corrente laterale della vita. Che l'esistenza quotidiana divenga conforme allo spirito, è certamente necessario, ma la tendenza a ricercare simili orientamenti laterali per la "vita spirituale" non ha forse condotto le attuali classi dirigenti a godere di condizioni sociali sfociate poi negli avvenimenti attuali [prima guerra mondiale - ndc]?

 

L'uso del capitale per produrre merci, ed il possesso del capitale in quanto possesso dei mezzi di produzione, sono vissuti come un'unica realtà della società attuale [1919 - ndc]. Eppure questi due rapporti dell'uomo col capitale sono del tutto differenti nella loro azione nell'organismo sociale. L'uso del capitale, regolato funzionalmente dalle attitudini individuali, apporta all'organismo sociale beni che interessano ogni essere umano, e qualsiasi posto uno occupi nella vita, ha tutto l'interesse a che nulla vada perduto dei talenti provenienti dalla natura umana, perché tramite essi si producono beni utili alla vita di tutti. Ma lo sviluppo di quelle attitudini può darsi solo se chi le possiede può renderle attive per propria libera iniziativa, e quanto non può fluire liberamente da tale provenienza naturale umana, limita, almeno fino ad un certo grado, il benessere di tutti. Ora, essendo il capitale il mezzo attuante le attitudini individuali nei vari campi della vita sociale, dev'essere vero interesse di tutti che il possesso complessivo del capitale venga amministrato nell'organismo sociale in modo che l'individuo capace in un dato campo, e i gruppi di persone specializzate in qualche altro, possano disporne secondo modalità scaturenti unicamente dalla loro originale iniziativa. Pertanto ognuno, lavoratore immateriale o materiale che sia, se vuole servire senza pregiudizi il proprio interesse, deve potersi dire: vorrei che un numero sufficiente di persone, o di gruppi di persone capaci, possano non solo liberissimamente disporre del capitale, ma anche pervenirvi di loro iniziativa, poiché soltanto tali persone possono giudicare di come, per mezzo del capitale, le loro attitudini individuali forniscono merci adatte all'organismo sociale.

 

Nei limiti imposti a questo libro, non è necessario esporre ora come - in merito ai prodotti del talento individuale storicamente causati dall'evoluzione umana nell'organisnmo sociale - sia derivata la proprietà privata da altre forme di possesso. Oggi la proprietà privata si sviluppa nell'organismo sociale sotto l'influenza della divisione del lavoro. Dunque occorre parlare ora delle condizioni attuali e della necessità di svilupparle ulteriormente.

 

Comunque si formi la proprietà privata, dal potere, da conquiste e simili, essa è pur sempre un risultato di azioni sociali connesse con attitudini umane individuali. Chi ritiene "socialisticamente" che l'oppressione proveniente dalla proprietà privata possa eliminarsi solo trasformando quest'ultima in proprietà collettiva, pone così la questione: per eliminare l'oppressione che esercita sui poveri tale proprietà dei mezzi di produzione, come possiamo impedirle radicalmente di nascere? Chi pone la questione in questi termini non considera che l'organismo sociale vive sviluppandosi in un continuo divenire, di fronte al quale non possiamo pretendere di regolarlo per il meglio una volta per tutte affinché permanga poi così nella giusta condizione riconosciuta. Ciò si potrebbe pretendere solo rispetto a ciò che, da un dato punto di partenza in avanti, operasse sostanzialmente in modo invariabile; ma l'organismo sociale è vivo, e trasforma continuamente ciò che in esso si produce. Se gli diamo una presunta forma ideale, in cui debba poi permanere, distruggiamo le sue stesse condizioni di vita.

 

Per l'organismo sociale è vitale che non si impedisca a chi è in grado di rendersi utile alla collettività tramite talenti propri e per propria libera iniziativa. Porre ostacolo là dove ciò richieda la libera disponibilità di mezzi di produzione, non può che nuocere ai generali interessi sociali. Obiettare come al solito che gli imprenditori, per essere stimolati ad agire, necessitano di prospettive di guadagno legate al possesso dei mezzi di produzione, risulterà insensato per chi adotta le idee qui esposte sull'evolversi sociale consistente proprio nella possibilità di far cessare quel tipo di stimoli, attraverso una cultura (vita spirituale) capace di sbarazzarsi tanto della comunità politica, quanto di quella economica. Va da sé che la vita spirituale, così liberata, sviluppa poi in modo autonomo la necessaria comprensione sociale, dalla quale potranno venire stimoli di tutt'altra natura di quelli rivolti a mere speranze di vantaggio economico. Oltretutto, conoscere che tipo di impulso ci renda cara la proprietà privata dei mezzi di produzione, è molto meno interessante che conoscere cosa sia meglio per la vita dell'organismo sociale fra disponibilità di tali mezzi regolata dalla comunità e libera disponibilità di essi. Non bisognerebbe mai dimenticare a questo proposito che per il nostro organismo sociale non andrebbero considerate primitive condizioni di vita illusoriamente osservabili, ma esclusivamente quelle della nostra attuale evoluzione.

 

Al presente grado evolutivo, infatti, la feconda attività dei talenti individuali non può esercitarsi economicamente tramite capitale senza la libera disponibilità di capitale. Volendo produrre in modo fecondo si deve poter fruire liberamente di questa disponibilità, non tanto per il vantaggio di singoli individui o gruppi, quanto perché essa, adeguatamente sostenuta dalla comprensione sociale, può servire nel miglior modo la collettività.

 

Siamo insomma collegati a ciò che produciamo da soli o con altri, così come lo siamo con la destrezza delle nostre membra: ostacolare la libera disponibilità dei mezzi di produzione è come paralizzare a fini produttivi il libero uso della destrezza delle nostre membra!

 

Il mezzo per tale libera disponibilità non è altro che la proprietà privata!

 

In merito ad essa, null'altro va preso in considerazione per l'organismo sociale se non che il proprietario abbia, per sua propria libera iniziativa, il diritto di disporne. Come si vede, nella vita sociale vi sono due cose, che pur essendo reciprocamente collegate, hanno per l'organismo sociale un'importanza completamente diversa:

  • la libera disposizione del fondo capitalistico per la produzione sociale;

  • e il rapporto di diritto che si stabilisce fra chi ne dispone e gli altri, dato che dal diritto di disporre liberamente, conferito all'uno, gli altri vengono esclusi dal libero agire derivato dal capitale.

Gli inconvenienti sociali non provengono dall'originaria libertà di disporre del capitale, ma solo dal persistere del diritto ad essa, pur cessando le condizioni che congiunsero quest'ultima - in modo corrispondente allo scopo - ai talenti individuali. Chi sa vedere il continuo divenire e svilupparsi dell'organismo sociale, non può fraintendere quanto qui accennato, ed, anzi, si chiederà come ottenere che quanto da un lato serve alla vita, sia regolato dall'altro in modo che non le arrechi danno. Ciò che vive non può essere regolato fruttuosamente senza che, sviluppandosi, porti anche dei danni. Per una giusta collaborazione umana di sviluppo dell'organismo sociale in via di divenire, il compito non dovrebbe consistere nell'impedire addirittura il sorgere di un ordinamento necessario per evitare gli inconvenienti, perché in tal modo si minerebbe la sua stessa possibilità di vita. Dovrebbe consistere solo nell'intervenire nel momento giusto, quando ciò che era corrispondente al fine si trasforma, diventando nocivo.

 

Se da un lato è imprescindibile che le attitudini individuali debbano poter disporre liberamente di capitale, dall'altro, il diritto di proprietà, connesso a tale possibilità, deve potersi trasformare nel momento in cui si tramuta in un mezzo di ingiustificata potenza. Oggi abbiamo un istituto che tiene conto dell'esigenza sociale qui indicata ma che viene realizzato solo in parte e solo per la cosiddetta proprietà spirituale. Questa, qualche tempo dopo la morte dell'autore, passa nel libero dominio pubblico; alla base di questo istituto sta una maniera di vedere che corrisponde alla vera natura della convivenza umana. Per quanto la produzione di un bene meramente spirituale sia strettamente legata alla capacità individuale di un singolo individuo, tale bene è sempre un risultato della vita sociale, alla quale deve pertanto - nel giusto momento - passare. Il problema però non è diverso in merito alla proprietà delle altre cose. Ciò che aiuta l'individuo a produrre, a vantaggio del tutto, risulta soltanto dalla cooperazione, appunto, del tutto. Quindi il diritto di disporre di una proprietà non può essere amministrato disgiunto dagli interessi della comunità. Non si tratta dunque di cercare il mezzo per distruggere la proprietà del capitale, ma di cercare il mezzo di amministrarlo nel modo che meglio risponda al vantaggio della collettività.

 

Questo giusto mezzo può trovarsi nella triarticolazione dell'organismo sociale. Gli uomini riuniti nell'organismo sociale operano come collettività mediante lo Stato giuridico. L'attivarsi dei talenti individuali appartiene all'organizzazione spirituale.

 

Poiché per un modo di vedere non sopraffatto da emotività ma basato su realtà, tutto proclama la necessità della triarticolazione dell'organismo sociale, in modo particolare ciò è richiesto dalla questione del rapporto fra il talento individuale, fondamento capitalistico della vita economica, e la proprietà del capitale. Finché i talenti saranno connessi al capitale in modo che l'adoperarlo sia un servizio reso alla totalità dell'organismo sociale, lo Stato politico non dovrà ostacolare l'origine e l'amministrazione della proprietà privata del capitale: di fronte alla proprietà privata esso rimarrà Stato politico e mai si impossesserà della proprietà. Provvederà invece a che nel giusto momento il diritto di disporre di capitale passi a una persona, o a un gruppo di persone, che a loro volta possano sviluppare mediante la proprietà un rapporto determinato da talenti individuali. Da due diversi punti di partenza può dunque darsi un buon servigio all'organismo sociale: dai fondamenti democratici dello Stato - comprendente ciò che riguarda in ugual modo tutti gli uomini - si può vigilare affinché nel tempo il diritto di proprietà non divenga un diritto ingiusto; e, per il fatto che lo Stato non usa esso stesso la proprietà, ma ne cura il trapasso ai talenti individuali, questi possono svolgere la loro feconda energia a vantaggio di tutto l'organismo sociale. Con questa organizzazione il diritto di proprietà e la disponibilità di essa possono rimanere affidate all'elemento personale, finché ciò appaia corrispondente allo scopo.

 

Si può immaginare che i rappresentanti dello Stato politico daranno in diversi tempi leggi del tutto differenti sul trapasso della proprietà da un individuo, o gruppo di individui, ad altri. Nel momento attuale [1919 - ndc], in cui è largamente sviluppata una grande sfiducia verso ogni proprietà privata, si pensa a un radicale trapasso di questa a proprietà comune. Se si andasse molto innanzi su questa via, si vedrebbe che, così facendo, si blocca la possibilità di vita dell'organismo sociale, e si batterebbe poi, ammaestrati dall'esperienza, un'altra via.

 

Sarebbe meglio quindi prendere già ora direttive che risanino l'organismo sociale nel senso qui esposto. Finché un soggetto, da solo o con altri, continui l'attività produttiva che l'ha portato a disporre di un fondo di capitale, dovrà rimanergli il diritto di disporre della quantità di capitale, risultante come profitto del capitale di base, nella misura in cui tale profitto sia adoperato per allargare l'azienda di produzione. Dal momento in cui la persona in questione cessa di amministrare la produzione, quel capitale dovrà passare nelle mani di un'altra, o di un altro gruppo, per l'esercizio di una produzione dello stesso - o di un altro - genere utile all'organismo sociale. Anche il capitale guadagnato nell'esercizio di un'azienda e che non si usa per la sua espansione, deve prendere fin dalla sua origine la stessa via. Come sua personale proprietà il dirigente aziendale dovrà considerare solo la somma prelevata in base alle richieste che - nell'assumere l'azienda - poté valutare in base ai suoi talenti personali, e che furono giustificate come capitale ricevuto dalla fiducia altrui per la sua valorizzazione. Se grazie all'opera di costui il capitale sarà aumentato, alla somma da lui originariamente percepita si aggiungerà - come sua proprietà privata - il corrispettivo di interesse calcolato sull'aumento del capitale. Per volontà dei proprietari originari, il capitale con cui si iniziò un esercizio di produzione passerà - con tutti gli obblighi prima assunti - a un nuovo amministratore, oppure tornerà ad essi, se il precedente non potrà o non vorrà continuare ad occuparsi dell'esercizio.

 

In tale ordinamento si ha a che fare con trapassi di diritto. Escogitare le disposizioni legislative per regolare questi trapassi compete allo Stato giuridico, che dovrà vigilarne anche l'esecuzione e regolarne l'amministrazione. Non è da escludere che le disposizioni che regolano nei particolari tale trapasso di diritto possano essere ritenute giuste dalla coscienza giuridica ora in una modo, ora in un altro. Un modo di pensare che - come quello qui esposto - voglia corrispondere alla realtà, può solo indicare la direzione in cui il riordinamento può svolgersi. Seguendo consapevolmente questa direttiva, si trova sempre ciò che fa allo scopo, in ogni singolo caso concreto. Ma dallo spirito della cosa occorre trarre ciò che è giusto secondo le diverse condizioni della vita pratica. Quanto più una maniera di pensare corrisponde alla realtà, tanto meno pretende fissare leggi e regolamenti per ogni singolo caso secondo esigenze preconcette. D'altronde, proprio dallo spirito di questo modo di pensare risulta di necessità e in modo deciso quella soluzione o quell'altra. Ne risulterà che lo Stato, dovendo curare i trapassi dei diritti, non potrà mai impadronirsi esso stesso della facoltà di disporre di capitali. Dovrà curarsi solo del fatto che il trapasso avvenga in favore di persona o di gruppi di persone che - grazie ai loro talenti individuali - lo giustifichino. Su questa premessa dovrà stabilirsi - sia pure in modo del tutto generico - la disposizione che chi, per le ragioni dette, deve procedere per l'utilizzazione di un capitale, possa decidere con libertà di scelta in merito al suo successore. Potrà scegliere una persona, o un gruppo di persone - o anche cedere il diritto di disponibilità a una corporazione dell'organismo spirituale - poiché chi rende un buon servizio all'organismo sociale amministrando un capitale, è è anche in grado, per le sue attitudini individuali, di giudicare con sociale intendimento sull'uso ulteriore del capitale stesso. E fondarsi su questo giudizio anziché rinunciarvi, lasciando il relativo provvedimento in mano a persone non direttamente legate alla cosa, è più giovevole all'organismo sociale.

 

Una norma di questo genere verrà presa in considerazione per capitali da un certo livello in su, per capitali che siano stati accumulati da una persona o da un gruppo di persone con mezzi di produzione (compresi i fondi e i terreni), non per generare proprietà personali secondo compensi originariamente richiesti per prestazioni di talenti.

 

Gli acquisti fatti in tal modo e tutti i risparmi provenienti da prestazioni di lavoro proprio, rimangono fino alla morte di proprietà personale di chi li ha accumulati, o dei suoi successori per un certo tempo dopo. Fino a quel momento si dovrà esigere da colui a cui sono affidati quei risparmi per l'acquisto di mezzi di produzione, un interesse da stabilirsi dallo Stato giuridico e risultante dalla coscienza del diritto. In un organismo sociale poggiante sulle basi qui indicate, può farsi una netta distinzione tra

  • proventi derivanti da lavoro fatto con mezzi di produzione

  • e patrimonio acquisito in base a lavoro personale (materiale e immateriale).

Questa distinzione riguarda la coscienza del diritto e gli interessi della collettività sociale. Ciò che uno risparmia e mette a disposizione di un'azienda di produzione, serve agli interessi generali perché rende possibile ai talenti umani individuali dirigere la produzione. L'aumento di capitale tramite mezzi di produzione (dedotto il corrispondente interesse ) è dovuto all'azione di tutto l'organismo sociale, ed è giusto che ad esso ritorni nel modo suddetto. Lo Stato giuridico dovrà solo stabilire che il trapasso dei capitali in questione sia fatto nel modo accennato, ma non a che tipo di produzione (materiale o immateriale) dovrà porsi un capitale passato dall'uno all'altro, o formatosi col risparmio. Ciò condurrebbe a una tirannia dello Stato sulla produzione spirituale e materiale; mentre la migliore produzione è per l'organismo sociale quella diretta dai talenti umani. Solo chi non voglia scegliere da sé la persona a cui trasmettere il capitale da lui ammassato avrà la libera facoltà di cedere a una corporazione dell'organizzazione spirituale il diritto di disporne.

Anche un patrimoto accumulato col risparmio - somma degli interessi compresa - per designazione testamentaria del proprietario, passerà - alla sua morte o dopo qualche tempo - a individuo o gruppo, designati dal testatore come capaci di produrre materialmente o immaterialmente, e solo a loro, mai a persone improduttive per le quali quella ricchezza costituirebbe una rendita pura e semplice. Anche in questo caso, se uno o più persone non potessero essere designate direttamente, il diritto di disporre della somma in questione passerà a una corporazione dell'organismo spirituale. Solo se qualcuno non dia da sé alcuna disposizione interverrà lo Stato politico affinché la disposizione venga presa dall'organizzazione spirituale (continua).

NOTE

 

(1) I traduttori di opere sacre, o come questa, dovrebbero prendere consapevolezza di essere anch'essi protagonisti dello spirito dell'autore, non solo abili nel comprendere il messaggio di cui sono portatori, ma cercare di restituirlo in una lingua, in rapporto alla loro anima di popolo. Nella misura in cui esiste l'amore per il prossimo, e in cui il sentimento individuale riesce a risuonare con quello della comunità, si meriteranno compiti nuovi, affidati loro dal mondo spirituale: "estraniandosi al piccolo sentire egoico, l'essere umano riceve la parola ispirata e in certi casi diviene un poeta nazionale, un missionario oppure un grande traduttore. Così ogni grande concezione spirituale di natura universalistica - il buddhismo, il cristianesimo, la stessa antroposofia - trova e troverà sempre più ampi consensi, quando si sapranno ricreare ex novo i contenuti del suo messaggio, lasciando alla lingua che li riceve libertà di risuonare e di vibrare, secondo la propria vocazione. Sotto questo aspetto è vero il detto "traduttore uguale traditore", forse perché in realtà traditor ha il significato positivo di "colui che consegna, che affida". Una vera traduzione è quella che non conserva quasi tracce dell'identà della lingua di origine, dando quasi l'impressione che il testo sia stato già dall'inizio concepito nella lingua che invece lo ha ricevuto. Se i Vangeli fossero stati scritti in lingua semitica e poi tradotti maldestramente in greco, e poi ancora in latino, il cristianesimo non avrebbe fatto molta strada. Invece essi, tranne forse quello di Matteo (come sostiene anche Rudolf Steiner), furono già originariamente redatti in greco, già destinati dal nascere alla divulgazione apostolica. Ma quanti sforzi fecero i redattori dei Vangeli nel rendere le categorie del pensiero ebraico in lingua greca, quanta difficoltà nel rendere nella lingua del Mediterraneo un messaggio che era stato ideato e concepito da un ebreo quale Gesù e in una lingua come l'aramaico! I traduttori sono gli angeli umani che accompagnano sulla Terra il cammino delle concezioni spirituali, coloro che traghettano queste concezioni da un popolo all'altro, da un continente all'altro: essi afferrano queste concezioni con le forze superiori della coscienza e le reimmettono nel tessuto eterico del popolo che è pronto ad accoglierle, ovvero nella lingua, che è per eccellenza la dimensione eterica in cui un popolo vive. Ecco perché non si potrà mai comprendere davvero la natura di un altro popolo se non si entra nella dinamica della sua lingua. Ma ecco anche perché sul traduttore incombe un grave compito…" (G. Burrini, "L'angelo dei nuovi tempi. Oriente e Occidente verso la spiritualità futura", Ed. Edilibri, Milano 2003, pag. 90-91).

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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