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19 agosto 2012 7 19 /08 /agosto /2012 11:22

Seguimi nel Consultorio di economia della triarticolazione sociale

 

reincarnazione.jpgNel regno animale la specie - cioè l’io di gruppo, l’io collettivo - trascende gli individui. Quindi non sono gli individui a reincarnarsi, ma la specie. Nel regno umano, invece, anche se la scienza materialistica non distinguendo fra regno umano e regno animale colloca l’uomo come animale fra gli animali, le cose stanno diversamente, dato che ogni individuo umano è una specie a sé. Quindi nel regno umano è l’individuo a reincarnarsi. La ricerca scientifico-spirituale di Steiner ha più volte messo in luce questa realtà, anticamente detta del ghilgal [in lettere ebraiche ghimel, lamed, ghimel, lamed, 3, 30, 3, 30, tot. 66, sintesi 12 - nota del curatore]. Ghilgal significa in ebraico letteralmente “ciclo” nel senso del passaggio ciclico da un punto ad un altro, appunto, del ciclo delle ripetute vite terrene. È un termine tecnico: il ruotare, il passare e vivere dell’io entro il corpo fisico, il suo passare da un corpo fisico ad un altro. L’evoluzione umana non procede solo in senso materialistico, ma anche mediante processi che si svolgono nelle interiori attività degli individui. Con l’avvento di Elia, l’uomo avrebbe dovuto rinnovare l’antica fede in Iavé rispetto alla reincarnazione dell’io, ed in parte incominciò a farlo fino alla nascita della chiesa cattolica, che bloccò tale rinnovamento, confutando perfino le parole di Gesù di Nazaret “E se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire” (Mt 11,14) in riferimento a Giovanni Battista, cioè all’Elia reincarnato in Giovanni Battista. Ecco un esempio odierno di tale confutazione: “Da Mt 11,14 (“E se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire”) si deduce che il giudizio di Gesù era nuovo e inusitato. Questo voleva dire che non ci sarebbe stata una reincarnazione diretta e personale di Elia” (“Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento”, p. 567, EDB, Bologna, 1980). Questa negazione della reincarnazione è appunto il non volere accettare il “E se lo volete accettare…” di Gesù giustificando tale non accettazione in senso materialistico. Infatti che non possa esistere alcuna “reincarnazione diretta e personale” di qualcuno è cosa ovvia, così come è ovvia l’impossibilità di tuffarsi due volte nel medesimo torrente, direbbe Eraclito. L'esempio del torrente in cui non può scorrere mai la stessa acqua è però la conferma del fatto che un avvenimento ciclico si ripete su un piano della spirale sempre diverso da quello precedente. Quindi si può, sì, negare la realtà della reincarnazione in base alla persona unica e irripetibile, cioè a quella data maschera (in latino “persona” significa “maschera”) del suo io, non in base al suo io non mascherato. Negare dunque la reincarnazione “personale” di qualcuno è solo un gioco di parole, una vera e propria baggianata eristica.

 

Accanto ai nomi biblici della seguente conferenza di Steiner ho scritto per lo studioso il relativo versetto biblico, le lettere ebraiche che compongono quel nome, i relativi valori numerici, la loro somma, e la loro sintesi [ovviamente sarò grato a chi mi indicherà eventuali errori fatti].

Nereo Villa

Il profeta Elia

 

Rudolf Steiner "I profeti dell'io. Punti di svolta della vita spirituale", Ed. Tilopa, Roma, 1988

- A cura di Aurelia Pallastrelli -

 

Come uno degli astri più fulgidi nel cielo dell’evoluzione umana ci splende incontro dalla remota antichità la figura del profeta Elia [1 Re 17,1; in lettere ebraiche alef, lamed iod, he, valori numerici 1, 30, 10, 5, tot. 46, sintesi 10; oppure 2 Re 1,1; alef, lamed iod, he, wav, valori numerici 1, 30, 10, 5, 6, tot. 52, sintesi 7 - ndc]. Profondamente, molto profondamente s’imprimono nei cuori e negli animi i tratti del suo carattere e la narrazione delle sue gesta, tutta la sua grandezza, quale appare dai documenti biblici. Tuttavia  alla storia esteriore riesce difficile afferrare questa importante personalità; mentre per la scienza dello Spirito, ai cui punti di vista si ispira la nostra trattazione, appunto la personalità del Profeta Elia sta a mostrare come alla base dell’evoluzione umana non operino solo i fatti e le idee esteriormente percepibili nel racconto della storia, ma che impulsi motori di massima, primissima importanza, sono i processi svolgentisi nelle anime.

 

Per richiamare davanti al nostro occhio spirituale questo fatto, che tanta luce getta sulla storia, basta ricordare che anche la fondazione del cristianesimo fu per massima parte dovuta ad un interiore processo animico, quello che esteriormente si presenta come “l’incontro di Damasco” dell’Apostolo Paolo. Si discuta pure quanto si vuole sul fatto esteriore, rimarrà pur sempre innegabile che la fondazione del cristianesimo è in intima connessione con quanto in quel momento si svolse nell’anima, nello spirito déll’Apostolo, e si trasfuse poi nelle parole infocate e negli atti pieni d’abnegazione di lui. Ma anche in molti altri casi si può dimostrare che gli eventi umani, il divenire storico, non risalgono in ultimo ai fatti comuni riferiti dalla storia, bensì ad anime umane, a cuori umani.

 

Oggi prenderemo in considerazione uno di questi esempi. Data la brevità e la sommarietà che deve avere questa conferenza, benché tratti un argomento sul quale tanto ci sarebbe da dire, è necessario affidare all’ulteriore elaborazione delle anime, il compito di scoprire come le cose che verranno oggi esposte in relazione al Profeta Elia e al suo tempo, possano essere dimostrative, esplicative, chiarificatrici riguardo allo sviluppo della storia umana. Questa conferenza però non vuol soltanto essere una comunicazione di notizie intorno alla personalità e all’importanza del Profeta Elia, essa vuole al contempo offrire quasi un esempio del modo in cui tali cose possano venir considerate mediante la scienza dello Spirito e come questa, grazie ai propri mezzi, possa gettare luce sui documenti che in altra maniera riferiscono intorno allo sviluppo storico dell’umanità. A tal scopo procederemo oggi in modo del tutto particolare. Esporremo dapprima quanto riguarda la personalità e l’importanza del Profeta Elia, attingendo all’indagine della scienza dello Spirito, col minimo riferimento possibile alla Bibbia, cui ricorreremo soltanto là dove nomi o qualificazioni di personaggi facciano apparire utile tale riferimento.

 

Vogliamo dunque osare tentare di narrare quel che è realmente accaduto, per mostrare come si rispecchi nel testo biblico. I fatti verranno riferiti quali risultano all’indagine scientifico spirituale, che già offrì la base alle conferenze di quest’anno, come anche a quelle degli anni passati. Per quei molti tra i presenti che, essendosi già da anni occupati di scienza dello Spirito, hanno piena conoscenza della forza e potenza dimostrativa dei suoi metodi, ciò che diremo potrà senz’altro venir offerto quale risultato sicuro dell’indagine spirituale, sebbene possa venir presentato soltanto in forma di abbozzo, perché spiegazioni dimostrative richiederebbero molte ore. Prego poi quelli tra gli uditori che non si pongono o non possono porsi su tale terreno, di accogliere come un’ipotesi ciò che dirò intorno al vero svolgimento dei fatti, come un’ipotesi che può essere sottoposta ad esame. Ed io son ben tranquillo: se questo esame verrà intrapreso con perizia e senza preconcetti, confermerà quanto sto per dire.

 

Che cosa dunque ha da dire la scienza dello Spirito intorno alla personalità e all’importanza del Profeta Elia e del suo tempo?

 

Dobbiamo trasferirci in quel periodo dell’antico ebraismo quando lo splendore dell’epoca di Salomone era tramontato, e la Palestina era stata colpita da varie afflizioni; basti ricordare le guerre contro i Filistei e la carestia. Era l’epoca in cui l’antico regno unitario già appariva diviso nei regni di Giuda e d’Israele, e in Samaria regnava il re Achab, figlio di Amri (è questo uno dei punti, come molti ancora se ne presenteranno, per il quale dobbiamo stabilite un collegamento coi nomi biblici, ma lo facciamo unicamente per facilitare la comprensione). Era stata conchiusa una specie di alleanza o patto di fraternità fra il re Achab, anzi già suo padre e il re di Tiro e Sidon, e questa alleanza si era voluta ancora rafforzare col matrimonio di Achab con la figlia della casa regnante di Tiro e Sidon, Izebel [Izebel: 1 Re 16,31; alef, iod, zain, bet, lamed, 1, 10, 7, 2, 30, tot. 50, sintesi 5 - ndc] (questi nomi sono conosciuti dalla Bibbia e mi riferisco a essi per non riuscire incomprensibile). A quei tempi, per coloro che avevano conservato le attitudini corrispondenti, quell’antica chiaroveggenza, che in epoche primordiali era stata una facoltà spirituale comune a tutti gli uomini, non era ancora scomparsa. Ma la regina Izebel non era soltanto dotata di quella facoltà generale, ma pure di una sua particolare forza chiaroveggente, di cui non era affatto disposta ad usare soltanto in senso nobile e buono. Dobbiamo vedere in lei una specie di chiaroveggente, mentre il re Achab era un uomo che, in stati eccezionali, possedeva sì ciò che può emergere a coscienza dalle forze nascoste dell’anima (cosa negli antichi tempi assai più frequente che non oggi), solo che in lui tael condizione non si verificava con particolare frequenza; solo di tanto in tanto, di fronte a particolari enigmi del suo destino, accadeva che egli avesse delle visioni, dei presentimenti.

 

In quelle contrade correvano, a quel tempo, svariatissime voci sull’esistenza di un grande, importante Spirito: quello che nella Bibbia porta il nome di Elia. Pochissimi tra quelli che vivevano, per così dire, nel mondo esteriore, sapevano dove si dovesse ricercare la personalità portatrice di quel nome, e in quale forma e modo esercitasse la sua forte azione sui contemporanei. Lo stato di fatto potrebbe venir caratterizzato col dire che il nome di quella personalità e gli accenni ad essa, venivano per lo più riferiti con un certo senso di terrore; e chi li riferiva sapeva che qualche cosa d’importante si celava dietro quello Spirito. Ma non si sapeva bene, non si aveva una precisa idea di come esso agisse nel mondo e dove lo si dovesse ricercare. Solo alcuni singoli, che possiamo chiamare i discepoli iniziatiti di lui, erano a conoscenza di queste cose, e sapevano anche dove trovare nel mondo fisico, nella realtà esteriore, l’uomo in cui quello Spirito aveva dimora. Il re Achab non ne sapeva nulla. Sentiva però come una paura, un certo particolar terrore quando, davanti a lui, qualcuno accennava a quella personalità, e ciò perché con essa si collegavano e si dovevano collegare certi speciali concetti. Il re Achab di Samaria era quello che, soprattutto attraverso la parentela che aveva stretto con Tiro e Sidon, aveva introdotto nel vecchio regno palestinese una specie di religione che si atteneva a un cerimoniale esteriore, a forme esteriori, a ciò che si estrinseca in simboli esteriori; vi aveva, in altre parole, introdotto una specie di paganesimo. Gli aderenti a tal paganesimo dovevano accogliere con particolar terrore quanto veniva riferito intorno alla personalità del profeta Elia, perché, dalle varie notizie che correvano, si poteva desumere che, certo, dai lontani tempi dell’antico popolo ebraico si era tramandata quella che poteva chiamarsi la religione di Iavé, la fede in un Dio, in un’essenza spirituale del mondo, che governa in modo sovrasensibile e con forze sovrasensibili interviene nel divenire degli uomini e nella loro storia; ma si sapeva pure ch ‘era ormai giunto il tempo in cui, tra i migliori del popolo, doveva farsi strada una comprensione più profonda dell’essere di Iavé. Si sapeva che la religione di Mosè possedeva in germe tutto quanto può qualificarsi come religione di Iavé, ma si sapeva pure che fino allora essa era stata compresa come soltanto un popolo ancora relativamente fanciullo o adolescente poteva comprenderla. La religione di Iavé, il guardare a un Dio sovrasensibile caratterizzabile solo col dire: “non ha somiglianza con nessuna cosa fuorché con l’invisibile-sovrasensibile che l’uomo percepisce quando dirige lo sguardo sul proprio io”, questa religione del sovrasensibile esisteva. Gli uomini però l’avevano compresa come appunto potevano, ed avevano, per così dire, tentato di ricavare dai fenomeni esteriori della vita umana un’immagine dell’operare della divinità. Si erano abituati a dire: quando nella natura esteriore regna fecondità, rigoglio, e la vita in genere scorre facile, Iavé ricompensa gli uomini e si mostra benevolo nei loro riguardi. Ma quando sopravvenivano guerre e carestie o altre calamità, dicevano che egli ardeva di collera ed abbandonava gli uomini. E poiché nel tempo di cui parliamo regnava una terribile carestia, molti si erano allontanati dal Dio Iavé e non avevano più fede nel suo operare, visto il modo come trattava gli uomini. Se vogliamo parlare di un progresso del concetto di Iavé, dobbiamo caratterizzarlo nel modo seguente: doveva sorgere un concetto del divino che fosse, sì, ancora l’antico, ma compenetrato ormai di più elevata comprensione, in modo che gli uomini dicessero: “Qualunque cosa avvenga nel mondo esteriore, viva l’uomo in prosperità o sia colpito da calamità e sciagure, tali cose esteriori non offrono affatto una dimostrazione della benevolenza o della collera di Iavé. Ha il giusto concetto di Iavé e la giusta fiducia in lui chi, pur nella maggiore afflizione e angoscia, non esiti ad innalzarsi verso il Dio invisibile, e tragga dalle sole forze dell’anima - non da considerazioni e convalidazioni esteriori - la certezza che Egli è!”.

 

Questa conversione doveva verificarsi! Quando siffatti mutamenti si preparano, devono sempre esservi degli individui nelle cui anime quelli primieramente si verifichino, anime in cui ciò che deve apparire nella storia come impulso nuovo, forza nuova, possa, per così dire, aprirsi la via. Pur di non venir fraintesi, potremo dire che la personalità indicata col nome del profeta Elia era stata prescelta dal destino dei popoli ad accogliere per prima, questo nuovo concetto di Iavé. A questo fine era necessario che forze del tutto particolari sorgessero in lei dai sostrati e dalle profondità nascoste dell’anima, forze prima non possedute dagli uomini in generale e neppure dai Maestri dell’umanità. In Elia doveva effettuarsi una sorta di iniziazione mistica di primo grado, attraverso la quale egli potesse accogliere la conoscenza di questo Dio. E perciò, per caratterizzare l’avvento del nuovo concetto di Iavé, è straordinariamente importante guardare entro l’anima dell’uomo in cui si era incarnato lo spirito che, mediante la sua iniziazione, doveva renderne possibile l’accoglimento. Bisogna però osservare che quell’iniziazione si svolse nella forma adatta al primo, a colui che avrebbe segnato la via.

 

Tali personalità, con quel che sperimentano per prime nelle loro anime, compiendo un importante balzo in avanti, sono sole nel mondo. Esse però raccolgono dei discepoli intorno a loro; e quelle che in Palestina potevano venir chiamate grandi scuole di religione o scuole di profeti, e presso altri popoli scuole d’iniziazione o Misteri, si componevano appunto di tali accolite di discepoli. Anche il profeta Elia - se vogliamo usare questo nome - era circondato da alcuni discepoli; questi guardavano a lui assai “dal basso”, ma sapevano tuttavia fino ad un certo punto di che si trattasse, pur non essendo in grado di vedere profondamente nella di lui anima. L’altra gente però non sapeva dove fosse l’Essere in cui tali cose accadevano; doveva limitarsi a dire: “Egli esiste; qualcosa avviene”. Correva voce dell’esistenza del Profeta, ma non si sapeva dove egli fosse.

 

Se si guarda soltanto ai nostri tempi, quello che sto per dire potrà apparire strano; ma non apparirà più tale a chi conosca le caratteristiche del lontano passato. Questi Profeti, questi importanti spiriti, posseggono una forza del tutto particolare, una forza che opera dai più svariati luoghi con grande e penetrante efficacia, non solo suscitando sentimenti di terrore, ma anche esercitando sulle anime un’azione positiva della quale non si sa propriamente mai da dove provenga e dove la personalità esteriore da cui muove si trovi. La personalità esteriore portatrice di un tale spirito è talvolta molto modesta. I discepoli lo sanno. Essa compare in un luogo qualsiasi e in condizione magari modestissima. Ed ecco, a quel tempo, la persona esteriore portatrice dello spirito ora caratterizzato, era, senza che Achab lo sospettasse, un suo vicino; abitava proprio nelle vicinanze immediate! Il re Achab però non lo sapeva. Ovunque, fuorché nel modesto proprietario di un piccolo podere vicino, egli avrebbe cercato la persona di cui si poteva parlare nel modo ora caratterizzato. Dove questa talvolta andasse, perché si assentasse, tutto ciò non interessava il re. Izebel invece sapeva, ma ella non fece parte al re del suo segreto. Per ragioni che conosceremo più tardi, lo riserbava per sé. Anche la personalità fisica esteriore, portatrice dello spirito chiamato “Elia” ha nella Bibbia un nome: si chiama Naboth [1 Re 21,1; nun bet wav tav, valori numerici 50, 2, 6, 400, tot. 458, sintesi 17 - ndc]: sulla base dell’indagine chiaroveggente, nel Naboth biblico abbiamo in realtà il portatore fisico dell’individualità spirituale “Elia”.

 

In quel tempo di carestia in cui molti dovevano patir la fame, questa strinse in certo modo anche Naboth. In siffatti periodi d’afflizione, quando non solo regna la fame (a quel tempo la si pativa realmente) ma anche l’infinita pietà verso gli affamati, i tribolati, le condizioni sono particolarmente favorevoli perché in colui che sia stato preparato dal suo destino (karma), penetrino le recondite forze dell’anima mediante le quali sollevarsi ad una missione come quella indicata. Rappresentiamoci ciò che si svolge in una di queste anime, ciò che si svolse nell’anima di Naboth.

 

Si verificano dapprima processi puramente interiori, un’importante auto-educazione o evoluzione dell’anima verso superiori altezze spirituali. È straordinariamente difficile descrivere, esprimere in parole, quel che l’anima sperimenta in sé mentre fa sue le forze che la renderanno capace di vedere nei mondi spirituali, da cui trarre gli impulsi da inserire nell’evoluzione umana. E tale difficoltà è ulteriormente aggravata dal fatto che, neppure in chi li sperimenta, questi processi giungono ad una tale consapevolezza da poter essere tradotti in precisi e ben definiti concetti. E tanto meno ciò poteva accadere in quegli antichi tempi. Ma si trattava, in sostanza, di percorrere in varie tappe un’evoluzione chiaroveggente. In una personalità come Naboth si verificò naturalmente dapprima questa ben definita esperienza interiore: “In me si deve accendere la forza che deve ora penetrare nell’umanità. Io devo aprirmi ad accoglierla”. E poi seguì l’esperienza successiva: “Devo fare ogni sforzo possibile perché in me quella forza possa esprimersi in modo giusto, vale a dire, per appropriarmi delle qualità che mi renderanno atto a vivere in me quello che è necessario che io viva per poter adeguatamente trasmettere quella forza agli altri”.

 

Una siffatta personalità deve dunque percorrere vari gradi. Quando poi uno di questi è stato raggiunto, nell’anima si manifestano determinati segni che non sono sogni e neppur semplici visioni, ma vere esperienze interiori, poiché alla loro base sta la realtà dell’evoluzione animica. Si presentano immagini che sono indizio del fatto che l’anima è ora progredita così da potersi ritenere in possesso della forza cercata. Le immagini in sé possono aver poco a che fare con quello che l’anima in realtà sperimenta; sono soltanto simboli, come quelli creati dal sogno, ma sono, in certo qual modo, simboli tipici, analoghi a quelli che, in date circostanze, si presentano pure nella vita comune, quale ad esempio il sogno di una stufa ardente in chi ha palpitazione di cuore. Nella misura in cui l’anima si conquisti date forze chiaroveggenti, si presentano dunque determinate esperienze simili a visioni. Naboth ebbe dapprima una visione che gli mostrò: “Tu sei quello per il cui mezzo deve venir annunziato che, anche se per le sopravvenute afflizioni l’apparenza esteriore dei fatti lo contraddice, si può e si deve confidare nell’antico Dio Iavé, attendendo con tranquillità il ritorno di tempi migliori. Risponde al Suo volere che regni la carestia e poi torni a regnare l’abbondanza, ma la fiducia non deve mai venir meno”. A Naboth apparì chiaro che quel che così s’esprimeva attraverso di lui, era nella sua anima una forza di convinzione incrollabile. In un’immagine vivente, superiore a una semplice visione, stava davanti a lui il suo Dio, quale poteva rappresentarselo in un’apparizione, e gli diceva: “Va’ dal re Achab e digli che deve confidare nel Dio Iavé finché non torni a mandar la pioggia”, vale a dire finché non tornino tempi migliori. Allora Naboth conobbe la sua missione, seppe che doveva dedicarsi all’ulteriore sviluppo di quella forza animica che poteva condurlo al pieno intendimento di ciò che così stava davanti al suo sguardo spirituale. E sottomettendosi ad ogni sacrificio possibile, egli risolse allora di essere uno di quelli che più avrebbe sofferto dell’angustia dei tempi, compresa anche la fame. Egli non pativa la fame allo scopo di ascendere a mondi superiori (noto espressamente che non si vuol qui raccomandare un regime di digiuno a scopo di conoscenza spirituale), pativa la fame unicamente perché gli altri la pativano, e non soltanto per partecipare al destino degli altri, ma per parteciparvi in ancor più alta misura. In continua contemplazione interiore la sua anima era volta al Dio che gli si era rivelato nel modo prima descritto, senza distogliere i suoi pensieri da Lui. Nell’ambito della scienza dello Spirito, attualmente diremmo che tutto il suo meditare consisteva nel porre volontariamente quel pensiero al centro della propria anima. E che egli fosse nel vero gli apparì da un altro segno, da un’apparizione interiore, la quale, anche questa volta, fu più che mera, sognante visione. L’immagine del Dio che viveva nella sua anima si presentò con tutta evidenza davanti a lui e gli disse: “Persevera, sopporta ogni cosa! Perché colui che nutre gli uomini e te stesso, ti darà il necessario, te lo darà sicuramente; ma la giusta fiducia nell’essenza eterna dell’anima non ti venga mai a mancare!”. Gli apparve inoltre in immagine come se egli - in figura di eremita perché lo svolgimento avesse maggiore realtà plastica - andasse verso il torrente Cherit, là si nascondesse e bevesse di quelle acque finché ancora duravano, e si cibasse di quel che Dio gli mandava, vale a dire di quel che la durezza dei tempi poteva ancora concedergli. E, quale immagine di una particolare grazia di Dio, gli apparve come se i corvi gli portassero l’alimento. In questa visione egli ebbe una convalida per ciò che la sua anima doveva ora principalmente sperimentare.

 

Poi dovette attraversare un gradino superiore in rapporto alle forze nascoste dell’anima. Ed ecco, egli tentò d’immergersi ancora più profondamente nella meditazione (così oggi si direbbe) dalla quale era partito, e che abbiamo già caratterizzata; questa meditazione, questo sperimentare interiore, prese il carattere seguente: “Per essere all’altezza della missione che va risplendendo in te - egli disse a se stesso - come rivelazione d’una nuovissima immagine di Dio, tu devi, in realtà, nelle forze più profonde della tua anima, diventare tutt’altro da come fosti sin qui. Devi superare l’anima che ora vive in te, spogliarti di essa; e, partendo dalle tue forze più profonde, devi vivificare in modo nuovo quello che già possiedi, ma che, come tuo vero io, non deve ulteriormente rimanere quale ora è”. Sotto l’influenza di questo pensiero, Elia lavorava - con intenso lavoro interiore - a mutare, a trasformare il suo io, per renderlo degno di stare al cospetto del Dio che gli si era manifestato. E di nuovo gli apparve una visione, qualcosa che era anzi molto più di una visione, ed aveva tuttavia assai minor importanza, perché valore effettivo avevano i corrispondenti processi interiori attraversati dall’anima. Gli apparve in visione che il suo Dio, il Dio che gli si era manifestato, lo mandasse a Sarepta [1 Re 17,9; tzade resh pe tav he, valori numerici 90, 200, 80, 400, 5, tot. 775, sintesi 19 - ndc] e lì egli incontrasse una vedova madre di un figlio. E il modo come doveva vivere gli apparve come personificato nel destino di quella vedova e di suo figlio. Essi non hanno quasi più nulla da mangiare - così gli mostra la visione - vogliono ormai consumare le ultime cose che possiedono, e poi morire. Ed egli dice loro quello che in realtà, giorno per giorno, settimana per settimana, in solitaria riflessione, aveva detto alla propria anima. Come in un sogno, in una visione, egli dice alla vedova: “Non temere; con la farina che ancora possiedi prepara tranquillamente l’alimento per voi e anche per me e, per tutto quanto dovrà seguire, confida nel Dio che può portare bene e male e del quale non devi mai dubitare!”. Ed ecco, in un sogno, in una visione (questo si svolgeva in lui, e si esprimeva in una visione) gli apparve che il vaso della farina e l’orciuolo dell’olio non si svuotavano, ma si colmavano sempre di nuovo. E la condizione della sua anima gli apparve in questa forma (quando egli fu, per così dire, maturo da vedersi nella personalità dell’eremita), gli apparve come se andasse ad abitare dalla vedova e occupasse il piano superiore della sua casa. Nella realtà interiore ciò significa che la sua anima ascendeva, per così dire, di un piano, raggiungeva un grado di sviluppo superiore. Poi nella visione gli apparve che il figlio della vedova moriva. Questa immagine non era se non il riflesso simbolico dell’aver egli superato, e, per così dire, ucciso quello che il suo io era stato fin lì. A questo punto però le forze subcoscienti della sua anima domandano: “E adesso che fare?”. Egli è in un certo senso perplesso. Grazie alla forza già fluita in lui, raccoglie tuttavia le sue energie, e s’immerge ancor più in quel che gli era stato dato come argomento di concentrazione. E allora gli apparve come se, dopo la morte del figlio, la vedova gli muovesse dei rimproveri, vale a dire come se la parte subcosciente della sua stessa anima lo rimproverasse, gli facesse sentire la sua preoccupazione: “L’antica coscienza dell’io è scomparsa, ed ora, che cosa accadrà?”. Raffigurato in immagine accade questo: egli si fa portare il figlio e, immergendosi arditamente e sempre più nella propria anima, lo risuscita a vita, da ciò traendo ardire per un’ulteriore vivificazione del nuovo io sorto dall’antico.

 

In tal modo egli andava progredendo, e la sua anima maturava fino al punto di possedere la forza necessaria per presentarsi al mondo esteriore ad annunziare quello che doveva essere annunziato, e soprattutto per presentarsi al re Achab e portare a risoluzione quello che doveva venir risolto, vale a dire la vittoria della nuova concezione di Iavé rispetto a quello che, PER L’IGNAVIA DEI TEMPI [il maiuscolo è mio - ndc], vi si era sostituito, e di cui re Achab era il rappresentante.

 

Da un qualche luogo - re Achab certo non sapeva da dove venisse quell’uomo - da un qualche luogo, egli mosse incontro al re che, preoccupato, s’aggirava nella contrada e ne osservava l’afflizione. Achab l’incontra e, alle parole che Naboth-Elia gli rivolge, pur non sapendo affatto che si trattasse del suo vicino, sente destarsi con particolar forza nella sua anima quel senso di terrore che aveva sempre provato quando, davanti a lui, si parlava dello spirito che la Bibbia chiama col nome di profeta Elia. “Sei tu quegli che turba Israele?”, domanda Achab. “No - rispose Naboth-Elia - tu anzi sei quello che attiri sopra Israele calamità e sventura; e occorre decidere a quale Dio il nostro popolo d’ora in avanti si volgerà”.

 

Le cose furono ordinate in modo (entrare in dettagli ci porterebbe oggi troppo lontano) che gran parte del popolo d’Israele fu radunato sul monte Carmelo [1 Re 18,20; kaf, resh, mem, lamed, 20, 200, 40, 30, tot. 290, sintesi 11 - ndc], e il verdetto fra il dio di Achab e il dio d’Elia doveva essere espresso da un segno esteriore - un segno che dovrebbe apparirci del tutto comprensibile. I sacerdoti e profeti di Baal [1 Re 18,22; bet, ayn, lamed, 2, 70,30, tot. 102, sintesi 3 - ndc] - questo era il nome della divinità del re Achab - dovevano offrire i loro sacrifici per primi. E si sarebbe veduto se, mediante le offerte dei sacrifici e le pratiche pie dei profeti in stato d’estasi (per effetto di musiche e danze essi entravano in una condizione del tutto speciale), se grazie a tali pratiche venisse comunicata qualcosa al popolo; in altre parole: si sarebbe veduto se, attraverso la forza divina vivente nei sacerdoti, si fosse manifestato qualche segno della forza e della potenza del loro Dio. L’animale da offrirsi in olocausto venne accostato all’altare; ora doveva apparire se nei sacerdoti operasse realmente la forza capace di afferrare la folla, poiché Naboth-Elia aveva detto: “Bisogna venire a una decisione: io sto qui solo, e di fronte a me stanno quattrocentocinquanta sacerdoti di Baal; si vedrà quanto sia il loro potere sul popolo e quanto il mio”. Il sacrificio venne preparato: si fece tutto quanto era possibile fare per trasmettere al popolo la forza posseduta dai sacerdoti di Baal, affinché il popolo credesse in quel dio. Si andò tanto oltre che, per accrescere maggiormente il senso di terrore che doveva generarsi da quei sacerdoti operanti tra danze e musica, le mani ed altre parti del loro corpo vennero scalfite con coltelli, sicché ne scorresse sangue. Ma non si manifestò nulla; e ciò perché era presente Elia-Naboth con la sua forza. Più semplicemente si potrebbe dire: egli era presente con la sua influenza (non è necessario pensare ad alcunché di magico) e, grazie a tale influenza, gli riuscì di fugare ogni altra forza. Poi egli stesso si accinse al sacrificio. Con tutte le sue forze si accinse al sacrificio l’anima che aveva attraversato quanto abbiamo descritto. L’olocausto ebbe esito. Le anime e i cuori ne furono afferrati. Avvenne qualcosa di analogo a ciò che ho tentato di descrivere nel mio libro “Il misticismo agli albori della vita spirituale moderna”, dove narro come, dopo essere stato per gran tempo un efficace predicatore, Giovanni Tauler abbia poi praticato una particolare disciplina e, al suo ritorno al pulpito, abbia esercitato sugli ascoltatori un’azione così potente, che alla sua predica circa quaranta persone caddero come morte, furono cioè colpite nelle loro anime dalla sua forza. Ed ora non si può pensare che a questo punto le parole della Bibbia diano un immagine esagerata dei fatti - così per lo meno risulta all’indagine scientifico-spirituale. I sacerdoti di Baal, i quattrocentocinquanta nemici di Elia dovettero dichiararsi vinti. Sconfiggendoli nei loro intenti, Elia-Naboth li aveva come uccisi nelle loro anime. Egli rimase padrone del campo.

 

Ma che cosa doveva naturalmente seguire?

 

Vi ho descritto il carattere e le particolari facoltà di Izebel. Ella sapeva: “L’uomo che è causa di tutto questo è il nostro vicino, dimora accanto a noi; quando non è misteriosamente assente, si trova nelle immediate vicinanze”. E che cosa seppe Elia-Naboth fin da quel momento? Gli era noto che Izebel era potente e che conosceva il suo segreto; in altre parole, da quel momento egli seppe che la sua vita fisica non era più sicura e che doveva prepararsi a morte prossima, poiché Izebel avrebbe sicuramente provveduto a farlo morire. La Bibbia a questo punto narra che re Achab fece ritorno alla sua dimora e raccontò a Izebel tutto quanto era accaduto sul monte Carmelo. Ed ella gli disse: “Farò ad Elia quello che egli fece ai tuoi quattrocentocinquanta sacerdoti” (vorrei sapere come tali parole possano venir intese senza i mezzi della scienza dello spirito: all’indagine scientifico-spirituale risultano del tutto chiare). Dunque Elia deve ora provvedere perché, se la vendetta di Izebel lo colpirà, il suo spirito con quanto ha da dire agli uomini, continui ad agire in mezzo a loro. Ed ecco, mentre egli era immerso nella sua anima e, in intensa concentrazione interiore, si domandava che cosa fare per venir sostituito nel mondo fisico quando la morte lo avrebbe raggiunto per la vendetta di Izebel, una nuova rivelazione gli apparve. Il suo sguardo fu indirizzato su di una persona alla quale egli poteva, per così dire, trasmettere quello che doveva dare all’umanità. Il suo sguardo fu diretto su Eliseo [1 Re 19,16; alef, lamed, iod, shin, ayn, 1, 30, 10, 300, 70, tot. 411, sintesi 6 - ndc] (potete anche pensare che lo conoscesse da prima: questo non importa). Lo sguardo di Elia fu rivolto su Eliseo, e l’illuminazione interiore gli disse: “Inizia quell’uomo al tuo segreto”. E con la chiarezza che i testi religiosi acquistano alla luce della scienza dello spirito, nella Bibbia troviamo ancora che Elia-Naboth deve ora compiere qualche cosa di particolare, affinché sopra Eliseo si posi lo spirito che fino allora era stato sopra di lui. Eliseo deve cercare quello spirito a Damasco [1 Re 19,15; dalet, mem, shin, qof, 4, 40, 300, 100, tot. 444, sintesi 12 - ndc]. L’illuminazione doveva scendere sopra di lui a Damasco; doveva scendere sopra Eliseo come più tardi discese sopra l’Apostolo Paolo. Ed ora, dopo che Elia ebbe potuto scegliersi il suo successore, la vendetta di Izebel ben presto lo colpì.

 

Izebel indirizzò i pensieri del suo sposo Achab sul loro vicino, dicendogli a un dipresso: “Guarda, il nostro vicino è un uomo pio e in lui vivono i pensieri di Elia. E se tu lo allontanassi dalla tua vicinanza immediata come uomo che conta grandemente, essendo uno dei principali seguaci di Elia...!?”. Achab non conosceva il segreto di Naboth, e lo riteneva soltanto un fedele seguace di Elia. E Izebel spinse Achab a indurre Naboth a passare alla sua stessa fede, valendosi di tutte le forze della persuasione e perfino dell’autorità sovrana; sarebbe stato un grave colpo per la causa di Elia se, in qualsiasi modo, si fosse potuto attirare quell’uomo! Ella naturalmente sapeva trattarsi solo d’una finzione; ma voleva con quella raggiungere uno scopo: voleva che il suo sposo si risolvesse ad un atto importante. Non mirava però all’atto stesso, ma a ciò che sarebbe seguito. Era dunque una specie di consiglio fittizio quello dato da Izebel.

 

Achab allora indirizzò la sua richiesta a Naboth, ed ecco che Naboth gli rispose: “Mai tu otterrai ciò che ora vuoi!”. Voi sapete che nella Bibbia la cosa è presentata in questo modo: Naboth possiede una vigna nelle vicinanze dei possedimenti di Achab, questi vi aspira e vuole ottenerla con la ragione o con la forza. Nella Bibbia Naboth dice al re: “Tolga il Signore da me ch’io ti dia l’eredità dei miei padri” (1 Re, 21,3). In realtà si tratta d’una tutt’altra eredità che egli non vuol cedere. Su questo Izebel prepara la sua vendetta. Le occorreva il fittizio consiglio perché il re fosse come annientato dal rifiuto di Naboth. È sufficiente leggere nella Bibbia il punto dove è detto: “E Achab tornò a casa conturbato e sdegnato per la parola che Naboth israelita gli aveva detta: ‘Io non ti darò l’eredità dei miei padri’; e si coricò sopra il suo letto, e rivoltò la faccia indietro, e non prese cibo” (1 Re, 21,4). Pensate! egli non prende cibo perché non può procurarsi una vigna nelle vicinanze! queste cose possono in realtà venir comprese soltanto ricercando i fatti reali che vi stanno dietro. Allora Izebel prepara la sua vendetta che consiste nell’organizzare una festa alla quale è anche attirato Naboth; a questi vengono anzi resi particolari onori, né egli può sottrarvisi perché gli offrono un’occasione d’agire. Ma Izebel è chiaroveggente. Degli altri, Elia sarebbe facilmente venuto a capo, avrebbe potuto combatterli con le sue forze. Ella però può nuocergli. Istiga infatti gli assassini, vale a dire, secondo quanto scritto nella Bibbia, i falsi testimoni, i quali sostengono che Naboth è un bestemmiatore di Dio e del Re.

 

Così Elia, come personalità fisica esteriore, muore; è tolto dal mondo. Per effetto di tutto quello che era accaduto e che aveva realmente toccato forze profonde della sua anima, Achab era stato posto, per così dire, davanti a un problema del suo destino. Perciò, appunto in quel momento, poté eccezionalmente presentarglisi un presagio. In una visione gli apparve quell’Elia che così spesso gli aveva ispirato terrore. E nella visione Elia gli disse quel che era realmente accaduto. Fu un’esperienza spirituale. Dopo la morte di Elia, Achab apprese, per così dire, dall’immagine di lui, di aver ucciso Naboth, Naboth-Elia. Di quest’identità non ebbe che il presentimento; ma nella visione fu chiamato assassino. E la Bibbia riporta la tremenda parola che in tal presentimento Achab sentì scatenarsi sulla sua anima, poiché l’immagine di Elia gli disse: “Come i cani hanno leccato il sangue di Naboth, leccheranno altresì il tuo”(1 Re, 21,19). E di Izebel disse: “I cani mangeranno Izebel all’antimuro d’Israele” (1 Re, 21,23).

 

Sappiamo che questo presentimento si sarebbe realizzato. Più tardi, infatti, quando mosse in guerra contro i Siriaci, re Achab fu ferito in battaglia, il sangue gocciolò nel carro ed egli morì; e quando il carro fu lavato, i cani si avvicinarono e leccarono il sangue sgorgato dalle ferite. E dopo che l’ulteriore corso degli eventi ebbe portato Jehu a signore della città, Izebel fu colpita mentre stava alla finestra, poi afferrata e lanciata fuori; e i cani la sbranarono realmente davanti alle mura della città. Ma a queste cose voglio ora soltanto accennare, perché ci manca il tempo per trattarne diffusamente e sono d’altronde, per ora, di secondaria importanza. Molto più importante è quanto segue.

 

Colui che Elia-Naboth aveva prescelto a successore doveva anch’egli prepararsi alla sua missione; questa preparazione però si svolse in modo diverso da quella di Elia. Per il discepolo le cose sono già, per così dire, più facili che per il primo maestro. La forza che Naboth-Elia aveva conquistata, era a disposizione di Eliseo, stava a sua disposizione l’aiuto di Elia. E come, dopo esser passate per le porte della morte, le individualità umane agiscono con forza del tutto particolare dal mondo spirituale, così ora, dopo morto, Naboth-Elia agiva con forza particolare su Eliseo, a un dipresso come il Cristo Gesù stesso agi sui suoi discepoli dopo la morte e la risurrezione. Elia-Naboth agiva potentemente su di Eliseo. E quello che Eliseo ora sperimentava, era in rapporto con la forza irradiata da Elia, la quale, dopo la sua morte, continuava ad agire su quelli che ad essa potevano aprirsi. Per Eliseo fu come se il suo grande maestro Elia gli stesse vivo davanti all’anima e gli dicesse: “Io voglio uscire con te fuori del Ghilgal”. Vorrei qui citare letteralmente le parole della Bibbia:  “In sul tempo che il Signore voleva levare Elia in cielo in un turbo, Elia si partì da Ghilgal con Eliseo”. Non si tratta di un luogo, e neppure la Bibbia intende con tale parola un luogo. Ghilgal significa “passaggio da un luogo all’altro”. È un termine tecnico: il ruotare, il passare e vivere dell’anima entro il corpo fisico, il suo passare da un corpo fisico all’altro. Questo veniva chiamato Ghilgal.

 

Non vi meraviglierete se alla scienza dello spirito risulta che Eliseo, mediante le esperienze attraversate dalla sua anima in contemplazione e dedizione interiore, fosse realmente vicino ad Elia, fosse con lui nei mondi superiori, non con le forze della natura fisica, ma con le sue forze superiori. E lo spirito di Elia gli segnala a questo punto i gradini che deve superare nello sviluppo della propria anima; e sempre anche l’avverte di quanto sia difficile la via. A gradi si sale lassù dove Eliseo potrà sentirsi unito con lo spirito irradiato da Elia. I nomi di luoghi che qui troviamo non sono propriamente da prendersi come tali, ma, nel loro significato letterale, come indicazione di stati animici. Elia, ad esempio dice: “Io vado ora a Beth-El” [2 Re 2,2; bet, iod, tav, alef, lamed, 2, 10, 400, 1, 30, tot. 443, sintesi 11 - ndc]. Ciò appare a Eliseo in una visione che è più di una semplice visione. E, come ammonendolo, lo spirito di Elia aggiunge: “Caro, rimani”. Questo significa: “Pensa bene se avrai la forza di venir più oltre con me”; l’ammonimento si ripete poco dopo nella visione dove tutti i discepoli-profeti, vale a dire i suoi amici in spirito, gli stanno intorno e Io ammoniscono. Essi che, come iniziati a tali cose, sanno che Eliseo può salire nelle regioni superiori dove lo spirito di Elia parla con lui, gli dicono: “Oggi non potrai seguirlo. Sai che il Signore toglie oggi il tuo signore d’appresso a te” (2 Re, 2.3). Ma Eliseo risponde: “Tacete”. E allo spirito di Elia egli dice: “Come è vero che il Signore vive e che l’anima tua vive, io non ti lascerò”. Ed Elia dice ancora: “Devo ora andare a Gerico” [2 R 2,4; iod, resh, iod, chet, wav, 10, 200, 10, 8, 6, tot. 234, sintesi 9 - ndc]. Il dialogo di prima si ripete. Poi Elia domanda: “Che cosa vuoi tu propriamente?”. Ed Eliseo risponde (questo si trova anche nella Bibbia, ma in una forma dalla quale bisogna estrarre il vero significato): “Io voglio che il tuo spirito venga ad aggiungersi al mio, come secondo nella mia anima”, ciò la Bibbia riporta nelle parole: “Mi sia data la parte di due del tuo Spirito” (2 Re 2,9). Ma il senso di ciò che Eliseo chiede a Elia è all’incirca il seguente; egli chiede di essere vivificato nelle profondità della propria anima, e che, destata in quelle profondità a piena coscienza, l’anima si compenetri dello spirito di Ella, così da poter trarre da se stessa le proprie decisioni, come nella vita fisica esteriore. Ed Elia gli dice: “Se ora che devo innalzarmi in regioni superiori, potrai vedere il mio spirito mentre si eleva, avrai ottenuto quello che vuoi, e la mia forza penetrerà in te”. Ed ecco: Eliseo vide Elia “salire in cielo in un turbo”; solo il mantello ricadde indietro; cioè la forza spirituale della quale egli stesso doveva rivestirsi. Questa fu la visione spirituale che gli apparve, e dalla quale conobbe che era chiamato a succedere a Elia. In seguito la Bibbia riporta: “E quando i discepoli-profeti che dimoravano in Gerico, l’ebbero veduto venire, dissero: ‘Lo spirito di Elia si è posato sopra Eliseo’. E gli vennero incontro, e s’inchinarono a terra davanti a lui” (2 Re 2,15). Ciò mostra che in Eliseo la parola era divenuta così potente, da essere compenetrata della forza che i discepoli-profeti avevano prima sperimentata in Elia, così che essi riconobbero come veramente lo spirito di Elia-Naboth continuasse a vivere in lui.

 

Questo è ciò che i metodi scientifico-spirituali, che furono già descritti in queste conferenze e ancora lo saranno, rivelano intorno alla realtà degli avvenimenti accaduti in quel tempo, all’impulso che mosse da Elia e da Eliseo, quale rinnovamento ed elevamento dell’antica religione di Iavé.

 

Avvenimenti come questi - che a tutta prima e, specie in quegli antichi tempi, potevano venir compresi unicamente da chi era iniziato a queste cose - solevano venir narrati, a coloro che non potevano propriamente intenderli, in una forma che fosse loro tuttavia accessibile, ed agisse sulle loro anime; cioè in forma di parabola, di racconto miracoloso. Il racconto biblico intorno a Elia, Eliseo e Naboth si sviluppò da ciò che, in elevatissimo senso spirituale, è davvero miracoloso. A quelli che non avrebbero potuto intendere come un impulso importantissimo per l’evoluzione umana fosse scaturito da anime che dovettero prima sperimentare molte cose che si sottraggono alla vista esteriore, tutto questo fu narrato in immagini. Per essi fu narrato ciò che appunto troviamo nella Bibbia, ossia che Elia visse al tempo del re Achab, che il Dio Iavé gli apparve durante la carestia e gli ordinò: “Va dal re Achab e digli: come è vero che il Signore Iddio d’Israele, al quale io ministro, vive, così non vi sarà né rugiada, né pioggia in questi anni, se non alla mia parola” (1 Re 17,1). E poi ancora: Iddio disse a Elia: “Partiti di qui, e volgiti verso oriente e nasconditi presso il torrente Cherit [1 Re 17,3; kaf, resh, iod, tav, 20, 200,10, 400, tot. 630, sintesi 9 - ndc], che è davanti al Giordano. E tu berrai del torrente, ed io ho comandato ai corvi che lì ti nutriscano” (1 Re 17,3-4). Così Elia fece. E quando l’acqua fu prosciugata, Dio lo mandò a Sarepta [1 Re 17,9; tzade, resh, pe, tav, he, 90, 200, 80, 575, 5, tot. 6, sintesi 17 - ndc]. E “il terzo anno” Elia poté mettersi in cammino e andare dal re e mettere alla prova i quattrocentocinquanta profeti di Baal (a tutto questo ho già accennato presentando le cose quali risultano all’indagine spirituale). Segue il racconto di come Naboth, che in realtà è il portatore dello spirito di Elia, fosse stato derubato della sua vigna da Achab, e di come Izebel lo abbia fatto uccidere. Dalle parole della Bibbia però non si può intendere come Izebel compisse la vendetta di cui aveva detto ad Achab: “Io farò a Elia quello che egli fece ai tuoi quattrocentocinquanta sacerdoti di Baal”, perché vediamo soltanto che ella fa uccidere Naboth, mentre in realtà - ma questo nessuno potrà desumerlo dalla lettura della Bibbia - fa uccidere il portatore dello spirito di Elia. Nella Bibbia troviamo soltanto che Elia è salito in cielo. Izebel avrebbe pertanto adempiuto in modo singolare al suo proposito di nuocergli, di fare a lui ciò che, secondo la Bibbia, egli aveva fatto ai quattrocentocinquanta sacerdoti di Baal. In breve: nella Bibbia troviamo delle immagini che oggi possono venir intese solo se le illuminiamo con quanto l’indagine spirituale attinge direttamente alle proprie sorgenti. Non essendo possibile addurre ulteriori prove in una conferenza, io devo dire che, anche riguardo a quelli fra i miei uditori che non fossero in grado di accogliere, se non come ipotesi, quanto risulta all’indagine scientifico-spirituale, sono perfettamente tranquillo; purché nel giudicare procedano senza preconcetti, esaminino i diversi punti e paragonino quanto è stato offerto oggi con quanto la scienza in genere può dare. Queste cose infatti non possono venir trovate senza l’indagine spirituale, ma la scienza esteriore, come anche il giudizio personale, possono corroborarle.

 

Dobbiamo dunque dire: da un esame della personalità del profeta Elia e del suo tempo, risulta in massimo grado che quanto opera come impulso e causa negli avvenimenti umani non si esaurisce in ciò che si palesa esteriormente e di cui la storia esteriore può tener conto. I fatti più importanti della storia umana sono anzi quelli che si svolgono nelle anime e, movendo da quelle, operano nel mondo esteriore e si propagano ad altre persone, nelle quali continuano ad agire. E, benché ai nostri tempi non possa più accadere, anticamente era opportuno che una personalità di cui si parlava solo in segreto, potesse vivere anche nel semplice e modesto vicino, senza che alcuno lo sapesse. Appunto le più vigorose e intense forze dell’evoluzione umana operano nel maggior mistero. Ci si è dunque mostrato come nel profeta Elia si sia avuta in tal modo un’evoluzione, un maggior approfondimento del concetto di Iavé entro l’umanità e, purché lo si sappia vedere nella giusta luce, potremo riconoscere che egli compì cosa di così grande importanza da segnare un’epoca nuova.

 

Un più approfondito esame mostrerebbe ancor sempre che quanto abbiamo detto getta luce sui fatti accaduti in quel tempo, e anche su ciò che conduce poi alla fondazione del Cristianesimo. Riconosciamo così che, attraverso la contemplazione spirituale di un fatto come questo, ci avviciniamo a ciò che deve apparirci sommamente importante: ai motivi e agli impulsi che operarono nell’evoluzione umana e che, per il fatto d’aver un giorno operato, esercitano ancora un’influenza, anche ai nostri giorni. Non si può quindi intendere  ciò che attualmente si svolge se non comprendendo quel che si svolse in passato. Ma intorno alle cose essenziali la storia esteriore, fisica, che proviene dal mondo sensibile, non riferisce nulla, perché ad essa pure può applicarsi un giudizio che otteniamo apportando ad una parola di Goethe un mutamento che ben poco ne modifica il senso. Intendo quella parola che si riferisce alla necessità di riconoscere lo spirito nella natura, attraverso un’indagine quale può venir compiuta unicamente movendo dai substrati profondi dell’anima. E l’esempio del profeta Elia e del suo tempo, nel cielo spirituale dell’umanità, convalida la parola di Goethe così modificata:

 

Piena di mistero, alla chiara luce del presente,

La storia non concede che il suo vel le sia tolto.

Quello che al tuo Spirito non vuol rivelare,

Non glielo strappi frugando in pergamene,

Né in segni incisi in bronzo, argilla o pietra.

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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