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22 marzo 2012 4 22 /03 /marzo /2012 09:31

maestra-steineriana-della-mutua.jpgContesto: http://0z.fr/EPCkG

 

Rudolf Steiner

L’uomo e la tecnica

Stoccarda, 17 giugno 1920

A cura di Nereo Villa

 

Carissimi uditori! Colleghi studenti!

 

Se oggi tenterò di illustrarvi qualcosa di quella sfera che da una serie di anni chiamo “scienza dello spirito orientata antroposoficamente”, ciò avviene nella consapevolezza che questa sera, in una sorta di prima conferenza, potrò dare solo alcuni stimoli, senza illudermi assolutamente che la mia esposizione susciti istantaneamente una qualsiasi convinzione.

 

Ma forse, nel dibattito seguente la descrizione generale che mi sarà possibile presentarvi, potranno essere soddisfatti desideri particolari, potranno sorgere domande specifiche.

 

Per non prolungare troppo il tempo a disposizione, vorrei subito addentrarmi in ciò che è innanzitutto importante, e cioè caratterizzare quello che in realtà vuole essere la scienza dello spirito orientata in senso antroposofico.

 

Essa si differenzia da quanto normalmente si chiama scienza tramite il metodo della sua indagine. Ed è convinta che proprio una volontà seria e onesta, portata avanti con coerenza nella scienza moderna, debba necessariamente condurre a quel metodo.

 

Vorrei parlarvi in modo assolutamente scientifico - io stesso provengo, in verità, non da qualche concezione teologica, non da concezioni del mondo filosofiche nel senso in cui normalmente le si pratica: io stesso provengo da studi tecnici.

 

E da quegli stessi studi tecnici questa scienza dello spirito mi si è mostrata come una necessità del nostro periodo di sviluppo storico.

 

Perciò questa sera sono particolarmente felice di poter parlare proprio a voi.

 

Se ci occupiamo di scienze naturali, la prima cosa che abbiamo dinanzi, nel senso del pensiero attuale, è quel che si dispiega intorno a noi come il mondo dei fatti sensibili.

 

Poi, osservando adeguatamente questi fatti sensibili, utilizziamo il nostro pensiero, il nostro pensiero addestrato metodicamente, per trovare delle leggi. Cerchiamo quelle che siamo abituati a chiamare “leggi naturali”, “leggi storiche” e così via.

 

Ora, un tale modo di porsi di fronte al mondo non è assolutamente qualcosa che la scienza dello spirito rifiuta: essa vuole, invece, collocarsi proprio sul saldo terreno di questa ricerca. Ma si pone su questo saldo terreno muovendo, oserei dire, DAL PUNTO DI VISTA DELLA VITA UMANA STESSA [il maiuscolo è mio - nota del curatore].

 

Proprio nell’affrontare seriamente la ricerca scientifico-naturale, la scienza dello spirito giunge a quel confine della conoscenza naturale che anche il naturalista avveduto ammette senza riserve. E, in relazione alle possibilità delle scienze naturali, essa si trova sullo stesso terreno di quanti dicono: “Nel sistematizzare i fatti esteriori con metodo scientifico ci spingiamo solo fino ad un certo grado, ma se rimaniamo sul terreno della ricerca scientifico-naturale non possiamo superare un determinato CONFINE”.

 

E quando si è raggiunto ciò che si cerca nella vita ordinaria, e nella scienza ordinaria, proprio a quel punto inizia quello che vuole la scienza dello spirito qui intesa.

 

Nel comprendere con il pensiero i fatti che ci circondano, giungiamo a determinati CONCETTI-LIMITE - ve ne cito solo alcuni, non importa ora se li si intende come semplici funzioni o come realtà -, giungiamo a concetti-limite come quello di “atomi”, di “materia”. Perlomeno operiamo con essi, anche se non vi ricerchiamo entità “demoniache” retrostanti.

 

Questi concetti-limite, queste rappresentazioni-limite, che ci vengono incontro in modo del tutto particolare anche quando percorriamo i campi delle scienze naturali fondamentali per la tecnica, sono, in un certo senso, delle pietre miliari. E, se si vuole restare entro la scienza comune, ci si arresta proprio davanti a questi pilastri di confine.

 

Ma per lo scienziato dello spirito, così come lo intendo qui, il vero lavoro comincia proprio di fronte a questi pilastri di confine.

 

Il fatto è che il ricercatore dello spirito giunge, con quella che io chiamo - e vi prego di non lasciarvi urtare dalla parola, è un’espressione tecnica come tutte le altre - “meditazione”, ad una certa LOTTA INTERIORE, ad una lotta interiore che nasce dal vivere con questi concetti, più o meno con tutti i concetti-limite delle scienze naturali. E questa lotta interiore non rimane infruttuosa per lui.

 

A questo proposito, miei cari ascoltatori, devo ricordare un uomo che insegnò in questa città, in questa Scuola Superiore, nella seconda metà del secolo scorso, e che sempre sottolineava questa lotta nella quale l’uomo si trova quando giunge al limite della scienza comune. Si tratta di Friedrich Theodor Vischer, il quale sapeva qualcosa di quel che l’uomo può sperimentare quando si avvicina ai concetti di materia, atomi, leggi naturali, forza e così via.

 

Ciò che intendo non consiste in un atto simile al rimuginare, ma piuttosto nel chiederci entro l’interiorità dell’anima nostra che cosa ci ha condotto a questi concetti - di modo che noi tentiamo di vivere “meditativamente” con essi.

 

Cosa significa questo, in realtà? Significa far sorgere in sé la disciplina interiore che sa volgere lo sguardo, così come altrimenti si fa per gli oggetti esteriori, verso ciò che si trova nell’anima quando si giunge ad un tale concetto limite - potrei nominarvene molti altri rispetto a quelli che ho appena citato.

 

Quando poi, astraendo da ogni altra esperienza, si cerca di concentrare rigorosamente su tali concetti l’intera gamma delle forze animiche, si fa una scoperta tutta interiore.

 

E questa intima scoperta ha qualcosa di sconvolgente. Essa ci mostra, infatti, che a partire da un certo punto della vita - della vita interiore - i nostri concetti diventano qualcosa che cresce di forza propria nella nostra anima, qualcosa che, a seguito di un siffatto lavoro meditativo interiore, si comporta diversamente rispetto a come si presenta se lo prendiamo solo come risultato dell’osservazione esteriore.

 

Come nel bambino in crescita osserviamo il differenziarsi di certi organi, apparsi dapprima più indifferenziati, come vediamo in lui crescere gli organi, così nel dedicarci meditativamente ai risultati dell’esperienza scientifica sentiamo che ha luogo una sorta di CRESCITA INTERIORE DELL’ANIMA.

 

Allora arriva la cosa sconvolgente, il dirsi: non è tramite la speculazione, tramite la filosofia speculativa che si procede oltre in quel che viene chiamato il “confine della conoscenza della natura”, bensì attraverso l’esperienza diretta - attraverso il TRASFORMARE QUELLO CHE SI È ACQUISITO CON IL PENSARE NELL’ESPERIENZA INTERIORE DI UNA VISIONE DIRETTA.

 

Questa, cari ascoltatori, è la prima parte di quel che si compie. Occorre comprendere come il metodo cambi completamente e, dal punto di vista del comune metodo scientifico - che anch’io sono in grado, più di chiunque altro, di confermare in tutta oggettività - subentri qualcosa del tutto nuovo: COME IL SEMPLICE PENSARE TRAPASSI NEL COGLIERE L’ESPERIENZA INTERIORE VERA E PROPRIA.

 

Allora, proprio da un’esperienza coerente, paziente, tenace in questa direzione, arriva quello che infine si può solo definire l’ESPERIENZA DI UNA REALTÀ SPIRITUALE.

 

Dal punto di vista della scienza dello spirito orientata antroposoficamente non si può parlare in altro modo dell’esperienza del mondo spirituale. Questa esperienza del mondo spirituale non è infatti qualcosa di innato nell’uomo. È qualcosa che deve, invece, essere da lui conquistato.

 

Se si giunge fino ad un certo grado di questa esperienza, si nota che questo pensare - che noi normalmente esercitiamo, che di solito usiamo come strumento per la comprensione del mondo esterno - che questo pensare sta in una relazione diversa con tutta la nostra natura fisica rispetto a quanto in realtà si è costretti a supporre muovendo dallasemplice conoscenza naturale.

 

Dalla semplice conoscenza naturale si osserva come anche le condizioni dell’anima cambino insieme alle modificazioni e trasformazioni corporee, a seconda dell’età giovanile, dell’età senile e così via. Con il pensiero scientifico naturale si può proseguire in termini fisiologici. Si può mostrare come effettivamente nel sistema nervoso, nel cervello, vi sia un’espressione della struttura, della configurazione del nostro pensare. E se si prosegue coerentemente da quella parte, si può allora dire: “Sì, quel che è ‘pensare’, quel che è vita in pensieri procede da qualcosa che oggi ovviamente si potrebbe constatare in maniera al massimo ipotetica”.

 

Colui che si è inoltrato nell’esperienza interiore fino a ciò che io ho caratterizzato come sperimentabile, parla in modo diverso. Costui dice: Se ad esempio si cammina su un selciato morbido, o se una vettura viaggia su un selciato morbido, vi rimane la traccia di impronte o di solchi.

 

Ora, sarebbe chiaramente sbagliato se, solo per il fatto di non sapere come stanno le cose, ci si formasse la teoria che dovrebbe essere stato un essere extraterreno a formare le impronte o i solchi - oppure se si costruisse l’ipotesi che sotto la superficie terrestre vi siano forze operanti in modo da aver causato queste impronte o questi solchi.

 

Questo è quanto si dice - e affermo espressamente: con una certa dose di ragione - muovendo dalla semplice osservazione scientifico-naturale: “In fin dei conti è la forma fisiologica del cervello che si esprime nella funzione del pensare, nella vita del pensare”.

 

Colui che ha sperimentato quel che ho caratterizzato non parla così! Costui dice: “Quanto poco queste impronte e solchi sono stati aperti dall’interno da parte di forze insite nella Terra, bensì qualcosa vi ha viaggiato o vi è camminato sopra, così il cervello fisico è stato plasmato nei suoi solchi DA UN PENSARE CHE È INDIPENDENTE DALLA CORPOREITÀ”. E ciò che in un certo modo modifica questi solchi anche dopo che con la nascita siamo entrati nell’esistenza fisica, è la stessa realtà che, discendendo da mondi spirituali, compie fin dall’inizio il lavoro di formarli.

 

In questo modo si giunge dunque a dire che l’animico è l’elemento assolutamente attivo, è ciò che forma già in partenza il corporeo.

 

So, carissimi ascoltatori, che ovviamente si possono rivolgere centinaia di obiezioni a quanto sto dicendo, se si muove da un punto di vista puramente intellettualistico-teorico. Ma la scienza dello spirito deve proprio richiamare ALL’ESPERIENZA, deve sottolineare il fatto che prima di tale esperienza si crede a ragione

che dal cervello fisico sorga come una funzione la vita del pensiero - mentre, se si sperimenta personalmente questa vita di pensiero, si sa quanto essa sia in sé attiva, come essa sia in se stessa sostanziale e dinamica, e come costituisca il vero elemento attivo di fronte a quello passivo della fisicità.

 

Così, quello che in un certo senso si presenta come un primo risultato è qualcosa che non si acquisisce attraverso una prosecuzione lineare del comune metodo scientifico, ma solo attraverso una metamorfosi, una TRASFORMAZIONE DELCOMUNE METODO SCIENTIFICO IN UN METODO CHE PUÒ SOLO ESSERE SPERIMENTATO INTERIORMENTE- che non consiste in uno speculare, bensì in un’esperienza interiore. Questo è un aspetto.

 

L’altro aspetto di questa esperienza interiore si riferisce maggiormente all’interiore SVILUPPO DELLA VOLONTÀ umana.

 

Osservando la nostra vita noi possiamo guardare alle trasformazioni che vi abbiamo attraversato. Ripensiamo a quale fosse la nostra costituzione interiore-animica o quella esteriore-corporea uno, cinque, dieci anni fa. E diciamo a noi stessi: “Siamo passati attraverso cambiamenti e trasformazioni”. Questi cambiamenti, queste trasformazioni che noi compiamo, come li compiamo?

 

In un certo modo noi ci abbandoniamo passivamente al mondo esterno. Dobbiamo davvero dire: “Sinceramente, quanto siamo attivi in quel che siamo diventati innanzitutto per mezzo del mondo esterno? Il mondo esterno, con l’ereditarietà, l’educazione e così via, ci plasma, e quello che così ci plasma continua ad agire. In linea di massima noi siamo passivi”.

 

Se però ciò viene trasformato in attività, se da lì si forma quel che si potrebbe chiamare nel vero senso della parola “autodisciplina della volontà”, nel modo che tra breve descriverò, allora, sulla via della ricerca spirituale, il secondo elemento si aggiunge a quello che abbiamo caratterizzato come primo.

 

Se infatti si riesce - e lo si può ottenere solo con l’esercizio metodico nel senso descritto in “L’iniziazione. Come si acquisisce la conoscenza dei mondi superiori”?e in altri libri -, se, con esercizio metodico, si arriva a dirsi: “Voglio per una volta prefiggermi io stesso di conseguire una piccola parte di quello che deve sorgere in me. Voglio lavorare su me stesso per far sì che questo o quello diventi una mia caratteristica”.

 

E se riesco veramente, magari solo dopo anni, a produrre in me una tale qualità attivando energicamente la volontà, se divento liberamente quello che altrimenti lascio fare passivamente alla vita, se, potendomi esprimere un po’ paradossalmente, “prendo in mano” io stesso la mia volontà e il mio sviluppo - per certi aspetti ciò non è ovviamente possibile - si aggiunge il fatto che quel che altrimenti è solo memoria, quel che è solo RICORDO, si unisce con una vera e propria realtà.

 

Si abbraccia per così dire con lo sguardo la propria vita come qualcosa a cui si guarda in una sequenza, per poi giungere a conoscere la volontà nella sua vera essenza.

 

Mentre si conosce il pensare come qualcosa che quanto più si entra nel vivente, tanto più si stacca dal corporeo, si giunge a conoscere il volere come qualcosa che afferra sempre più il corporeo, che sempre più ci compenetra, ci permea fisicamente.

 

Di modo che la morte, in ultima analisi, altro non è che una lotta della volontà con le funzioni corporee, così che queste raggiungono il loro limite, quando prima o poi attraversiamo la morte. E la volontà, che non può più lavorare nel nostro corpo, così da identificarsi completamente con esso, si libera - e l’elemento dell’anima entra ora effettivamente in un mondo reale, spirituale, quando noi con la morte ce ne andiamo.

 

Così, mio stimato pubblico, la scienza dello spirito qui intesa non segue a mo’ di speculazione quello che comunemente viene chiamato l’idea di “immortalità”. Questa scienza dello spirito rompe completamente con la modalità secondo la quale il mondo di solito si avvicina a tale idea.

 

In realtà la scienza dello spirito, quale prosecuzione della ricerca scientifico-naturale giunge, disciplinando il pensare ed il volere, a cogliere nella sua realtà concreta quel che portiamo in noi, il pensare e il volere, in modo da afferrarlo anche quando questo elemento animico, che vive nel pensare e nel volere, vive senza corpo, in una forma non più accessibile ai sensi.

 

Certo, miei cari ascoltatori, è così: di questi tempi, quel che vi ho qui esposto in modo estremamente breve è visto in ampie cerchie come qualcosa di fantastico, di stravagante. Né ci si potrebbe attendere altro!

 

Tutto quanto fa il suo primo ingresso nel mondo e sembra contraddire quel che c’è già, all’inizio viene considerato qualcosa di fantastico e di stravagante.

 

Ma io non credo che sarà per sempre così, che non si riconoscerà che quanto qui descritto come il METODO DELLA SCIENZA DELLO SPIRITO - almeno in due dei suoi elementi caratteristici - sia solo un proseguimento, ma un proseguimento pieno di vita, del punto cui giungono le scienze naturali, ma con il quale esse raggiungono anche un determinato limite.

 

Ora, miei stimati presenti, quando oggi si parla di SPIRITO in termini generali, la cosa viene ancora tollerata. Non lo era ancora nell’ultimo terzo del XIX secolo, quando, in modo alquanto materialistico, partendo dai risultati delle scienze naturali si era formata una concezione che in verità voleva solo trarre le conseguenze ultime del pensiero scientifico-naturale stesso. Oggi invece è di nuovo concesso parlare dello spirito, almeno in modo astratto. Ma si viene aspramente biasimati quando si parla DELLO SPIRITO NEL MODO IN CUI IOL’HO FATTO OR ORA.Poiché ciò ha una certa conseguenza.

 

Se si è conseguito quanto nel mio libro “Enigmi dell’anima”ho chiamato “la coscienza chiaroveggente”, se si è conseguito quel che procede da un pensare ed un volere disciplinati nel modo descritto, allora effettivamente, proprio come tramite i propri occhi ed orecchi si sa di essere in un mondo di colori e di suoni, COSÌ TRAMITE QUESTA COSCIENZA CHIAROVEGGENTE SI SA DI TROVARSI ENTRO UN MONDO SPIRITUALE.

 

In un certo senso, ciò che circonda l’uomo si riempie di spirito: come a colui che è nato cieco e viene operato, e a partire da un certo momento della sua vita vede i colori, quel mondo dei colori si dischiude, ed il mondo che prima lo circondava si riempie di qualcosa di nuovo, così accade quando subentra questa coscienza veggente: il mondo che finora si era abituati a guardare come mondo dei sensi e della razionalità combinatoria si riempie di spiritualità. E

LO SPIRITO DIVIENE QUALCOSA DI CONCRETO.

 

Lo spirito diventa qualcosa di osservabile anche nella sua configurazione concreta. Non si parla più di spirito in generale. Quando qualcuno parla di spirito in generale, è come un uomo che cammini sopra un prato dove vi siano fiori, e se gli si chiede che fiore sia questo o quello, egli risponde semplicemente: “Queste sono tutte piante, piante e piante.” Così oggi si concede all’uomo di dire: “Dietro il mondo sensibile vi è un mondo spirituale.”

 

Ma proprio perché il mondo spirituale intorno a noi è come il mondo dei colori o dei suoni, questa scienza dello spirito non può fermarsi qui, deve INDAGARE NEL CONCRETO I FATTI SPIRITUALI - poiché il mondo spirituale ci attornia come il mondo dei colori e dei suoni, come si indaga nel concreto il mondo dei colori e dei suoni con i sensi e con la ragione combinatoria.

 

Si acquisisce prima di tutto un modo ben preciso di porsi di fronte al mondo. Anche quando si è nati ciechi e si acquista la vista, si acquisisce all’improvviso un’altra relazione con il mondo: ci si deve dapprima orientare, non si sa nulla della prospettiva spaziale, occorre cominciare a farne conoscenza.

 

Altrettanto è necessario anche acquisire una determinata relazione con il mondo, un atteggiamento nei confronti del mondo, QUANDO SI PASSA ALLA COSCIENZA CHIAROVEGGENTE. Allora certe cose ci appaiono in modo singolare. Per questa ragione il ricercatore dello spirito continua ad essere frainteso dai contemporanei.

 

Vedete, il ricercatore dello spirito non dice mai che quanto è acquisito dal metodo delle rigorose scienze naturali - compreso ciò che discende come conseguenza dai risultati delle rigorose scienze naturali - sia stato perseguito con qualche metodo inesatto, illogico o cose simili. Ma, a partire dalla sua osservazione spirituale, egli è indotto ad AGGIUNGERE a ciò qualcosa che, tuttavia, non viene semplicemente assommato, ma che sotto molti aspetti modifica completamente i risultati delle scienze naturali.

 

Prendete, ad esempio, la GEOLOGIA. Preferisco citare un esempio: è meglio parlare di questioni concrete anziché rimanere nella genericità.

 

Conosco bene questo metodo ed ho potuto io stesso seguirlo: se, a partire da ciò che oggi avviene attorno a noi nelle formazioni rocciose, nei depositi fluviali ed idrici, e così via, si analizza la sovrapposizione degli strati geologici e si fanno dei calcoli - sebbene non si tratti mai di calcoli reali, ma solo di approssimazioni -, se si calcola a quando risalga l’azione di queste cose e da quanto tempo esistano, si giunge alle cifre che conoscete tramite le quali, ad esempio, si segue lo sviluppo terrestre fino a quell’inizio in cui, secondo l’ipotesi, la Terra si formò da una qualche “nebbia primordiale”, e cose simili. Voi tutti ne siete a conoscenza, non è necessario che mi dilunghi.

 

Ma lo scienziato spirituale - per il semplice fatto che fa l’esperienza che vi ho descritto, nonostante la mia descrizione sia stata solo un accenno, al fine di stimolare e non di convincere -, il ricercatore dello spirito deve dire a se stesso: voglio supporre che qualcuno esamini i cambiamenti, ad esempio, di un organismo umano, i cambiamenti del cuore nel corso di cinque anni. Osservo come cambia il cuore umano, o un altro organo, nel corso di cinque o di

dieci anni - e vedo che cosa accade.

 

Ed ora calcolo com’era trecento anni fa ciò che mi si è presentato ora, semplicemente traendo conclusioni logiche dal mio conteggio. Certo, tramite il calcolo ottengo un determinato risultato relativamente a come era questo cuore trecento anni fa. Ma qui bisogna proprio obiettare che questo cuore, a quel tempo, non c’era ancora! Dunque anche questo metodo di indagine è “esatto” quanto il normale metodo di osservazione geologico: il dedurre dalle piccole modificazioni del cuore umano com’era questo cuore trecento anni fa. Solo che allora non esisteva!

 

Altrettanto esatto - poiché sono del parere che quanto la geologia rivela abbia almeno una certa correttezza di calcolo speculativo -, altrettanto esatto è ciò che viene calcolato a partire dai fatti geologici riguardo allo sviluppo della Terra. Trasferiamo quello che risulta logicamente dal nostro calcolo in tempi nei quali la Terra non esisteva ancora.

 

Così è anche, miei cari ascoltatori, quando calcoliamo uno stato finale, parlando di una “entropia” o di qualcosa di simile, e trasferiamo ciò che si delinea dalle nostre osservazioni, relative ad un certo tempo limitato, in un’epoca che si trova milioni di anni dopo di noi. Ma per lo scienziato spirituale questo è lo stesso che dover calcolare in quale condizione può trovarsi il cuore umano dopo trecento anni!

 

A questo si giunge quando si trasforma il comune metodo scientifico in qualcosa che può essere sperimentato. Poiché, vedete, l’uomo è effettivamente come un estratto dell’intero universo. Nell’uomo si ritrova, in certo qual modo modificato, “estratto”, “concentrato” o come si voglia dire, quello che nel cosmo è presente come legge.

 

Ora voi mi chiederete: “Già, come puoi tu, acchiappanuvole, affermare una cosa simile - cioé che la Terra allora non esi­steva ancora? Ci devi pur mostrare la via per giungere a dire qualcos’altro di quello stato terrestre di cui tu affermi che a quel tempo non esisteva ancora nella sua forma attuale”.

 

Voglio ora caratterizzare a grandi linee come si giunge alle affermazioni che ho fatto.

 

Sperimentando il volere ed il pensare nel modo che ho tratteggiato, si scopre che l’uomo è davvero una sorta di “mi­crocosmo”. Non lo dico così per dire, come fanno i mistici nebulosi, ma nella consapevolezza che ciò mi si è presentato come la soluzione di una qualsiasi equazione differenziale: da una piena chiarezza logica. Si scopre che l’uomo interior­mente è un compendio, una sintesi del mondo intero.

 

E così come, nella nostra vita ordinaria, noi non sappia­mo soltanto ciò che ci circonda sensibilniente in questo mo­mento; come, distraendoci da quanto in questo momento ci attornia, consideriamo il quadro di qualcosa che abbia­mo vissuto dieci, quindici anni fa, e ciò emerge innanzi a noi come qualcosa che non è più presente - ma di cui una traccia è ancora in noi, che ci permette di ricostruire ciò che era una volta, come per mezzo di quanto avviene in noi in questo momento, e che in questo istante è un “relativo funzionale” della nostra realtà animico-corporea, possiamo porre innanzi a noi come immagine qualcosa che abbiamo vissuto dieci anni fa, che è dunque trascorso -, così accade con la COSCIENZA AMPLIATA, la quale si forma a partire dalla trasformazione del pensare e del volere ordinari.

 

Come l’uomo è realmente unito in un senso più tota­le, completamente diverso, più spirituale, alle esperienze di dieci, quindici anni fa, esperienze che può nuovamente far emergere dalla sua interiorità, così gli è possibile, quando la coscienza si amplia, far affiorare, come da una “memoria cosmica”, ciò che lui ha vissuto in prima persona in quan­to era presente, ciò che continua a vivere in lui non per la coscienza ordinaria, ma per quella coscienza che si forma con la trasformazione interiore che ho descritto.

 

Non si tratta di altro che di una estensione, di un’ele­vazione di quella forza che normalmente è la nostra forza mnemonìca, tramite la quale - semplicemente per propria natura, che è una sintesi del “macrocosmo” - l’uomo fa sorgere interiormente con metodo per così dire “costrut­tivo” quel che è avvenuto effettivamente in un determinato periodo della nostra Terra.

 

L’uomo volge allora lo sguardo ad UNA CONDIZIONE DELLA TERRA IN CUI ESSA NON ERA ANCORA MATERIALE. E mentre con gli attuali risultati della geologia dovrebbe costruirsi qualcosa che è presumibilmente collocato nel tempo, egli giunge a vedere un tempo in cui la Terra non esisteva ancora, nel quale essa esisteva in una forma molto più spirituale. Ricostruendo in modo “costruttivo” quanto vive in lui, l’uomo vede ciò che veramente sta alla base della formazione della nostra Terra. E lo stesso accade con quanto, in un certo modo, può sor­gere in noi come qualcosa di “costruttivo” circa uno stato futuro della Terra.

 

Mi rendo conto di come debba essere insoddisfacente una siffatta descrizione sommaria, ma da quel che ho detto ve­dete che quanto caratterizzo come scienza dello spirito non nasce da qualche abbaglio o dalla fantasia.

 

Si tratta, certo, di qualcosa di insolito. Ma una volta compiuta la citata METAMORFOSI DELLA COSCIENZA, quello che ci si rappresenta interiormente in modo “costruttivo” appare interiormente altrettanto chiaro alla coscienza quanto ciò che le appare nella matematica o nella geometria, che pro­vengono non meno dall’interiorità dell’uomo.

 

Se poi qualcuno viene a dire: “Sì, ma tu devi afferma­re qualcosa che tutti gli uomini possano riconoscere”, io rispondo: “Ed è così!”. Ma il punto è che da un lato chi vuole sincerarsi di queste cose deve compiere tutti i pas­saggi necessari a tale scopo, similmente a chi per risolvere un’equazione differenziale deve prima fare tutti i passi che lo conducono a poterlo fare.

 

È se, d’altro canto, si obietta: “Sì, ma ciò che è matemati­co-geometrico pone costruttivamente davanti alla coscienza solo ciò che non è reale, ciò che applichiamo quando os­serviamo la realtà che è quella del mondo esteriore”, allora io replico: “Certo, è così. Ma sappiamo ben convincerci, quando lo poniamo davanti a noi in modo costruttivo, che è qualcosa di puramente formale.”

 

Quando invece si ha nella coscienza quanto ho delinea­to, si è altrettanto convinti che sia una realtà. Qualcuno può allora dire: “Forse e un autosuggestione.” Al che io dico: “TUTTO QUANTO CI DA’ LA POSSIBILITÀ DI AFFERMARE CHE QUALCOSA È REALE, È SEMPRE SOLO UN RISULTATO DELL’ESPE­RIENZA VISSUTA”.

 

È se qualcuno obietta: “Ci si può però ingannare, si può, ad esempio, concepire il vivo pensiero di un succo di limone che si beve, e se si è “ipersensibili” si può addirittura gusta­re il sapore del limone”, io dico: “Questo è possibile. Ma come nella vita normale si può distinguere il caldo sempli­cemente pensato da quello che agisce su una persona quan­do tocca veramente un ferro rovente, altrettanto, tramite l’esperienza interiore - poiché solo con essa si coglie tutto ciò che è reale - se si possiede la ‘coscienza veggente’, si può distinguere tra ciò che è solo fantasia, solo suggestio­ne, e ciò che è realtà”.

 

E vorrei aggiungere: È necessario che si osservino le cose fino in fondo, e che non ci si fermi in un punto qual­siasi. (Chi si ferma là, dove la via dovrebbe proseguire, forse soggiace alla suggestione. Perciò dico: Certo, se si è “iper­sensibili”, è possibile abbandonarsi all’autosuggestione:

 

“Ho l’idea della limonata, ne sento il sapore”. Ma la limo­nata che immagino non mi placherà mai la sete!

 

Si tratta di passare dalla sensazione gustativa al togliersi la sete, e quindi di proseguire con coerenza il percorso. Si deve solo proseguire fedelmente l’esperienza, e allora anche il fatto che qualcosa inteso spiritualmente venga indicato come realtà diviene assolutamente un risultato dell’espetien­za. Così come, in fondo, anche l’attribuire realtà a qualcosa dì materialmente visibile non può avvenire in base a una teoria, ma è un risultato dell’esperienza.

 

Gentili ascoltatoti! Vi ho delineato quella scienza dello spi­rito a cui si giunge qualora come uomini pienamente mo­derni si passi attraverso ciò che la vita offre oggi.

 

Negli ultimi trenta, cinquant’anni, questa vita si è davvero straordinariamente modificata, particolarmente tramite i rivolgimenti della tecnica. Se io stesso torno a pensare agli anni in cui fu avviata la prima cattedra di tecnica, all’inizio degli anni ottanta [1871 - ndc], e a tutto ciò che da allora è avvenuto, ho un’idea approssimativa di quanto questo UOMO MODERNO si sia modificato per mezzo di tutto quanto è entrato nel­la nostra vita conoscitiva, morale, e particolarmente nella nostra vita sociale.

 

Colui che vi ha partecipato seriamente, che non dice pregiudizialmente: “Macché, tutta questa scienza non può darci proprio nulla!”, bensì si pone proprio nella prospet­tiva che dice: “Le scienze naturali ci possono dare molto!”, che con tutta l’anima fa suoi i trionfi della scienza moderna, costui può arrivare a capire che quanto di spirituale è alla base del mondo deve essere colto nel modo che ho cerca­to di illustrarvi oggi.

 

Allora si guarda indietro a tempi antichi dello sviluppo dell’umanità e ci si dice: in questi tempi antichi dell’evolu­ztone dell’umanità gli uomini hanno ben parlato dello spi­nto. Ed il modo in cui essi hanno parlato dello spirito si è conservato tradizionalmente in diverse confessioni reli­giose, le quali, a voler essere onesti e senza ambiguità, oggi non si possono davvero conciliare con i noti risultati delle scienze naturali.

 

Questi risultati spirituali, vien fatto di dirsi, sono sgorgati da una costituzione della coscienza umana completamen­te diversa. Quello che abbiamo imparato nei tre o quattro secoli nei quali si sono formati i metodi delle scienze natu­rali, ciò che è divenuto in noi costituzione animica tramite il pensiero copernicano, galileiano, tramite Keplero, essen­do noi nei tempi recenti passati attraverso tutto quanto ha derivato le LEGGI TECNICHE dalle leggi delle scienze naturali - tutto questo non ci ha dato solo dei risultati esteriori, ma ha anche in certa misura EDUCATO tutta l’umanità civilizzata [ad eccezione ovviamente dei sedicenti antroposofi che rifiutano pigramente le LEGGI TECNICHE - ndc].

 

L’intera configurazione animica è cambiata [idem - ndc] - non per­ché siamo divenuti più teorici, ma perché ORA SIAMO DIVENUTI PIÙ COSCIENTI avendo dovuto abbandonare, in base all’evolu­zione dell’umanità, certe condizioni che, in epoche prece­denti, erano istintive [idem - ndc].

 

Guardiamo indietro a ciò che le epoche precedenti han­no sentito come spiritualità, conservata poi nelle tradizioni religiose, e diciamo a noi stessi: ciò che a quel tempo esiste­va come spiritualità veniva colto dall’uomo istintivamente. Non si poteva dire che per coglierlo fosse necessario solle­vare la coscienza coi metodi delle scienze naturali, coi me­todi dell’esperienza sociale dei tempi moderni.

 

Allora gli uomini si esprimevano in modo che, nel ve­dere i fenomeni naturali, questi ultimi quasi portavano loro in dono lo spirito del quale parlavano. Come si poneva, ad esempio, un egiziano colto nei confronti del mondo? Egli guardava verso l’alto, seguiva il corso delle stelle, la confi­gurazione del cielo stellato. In quel cielo stellato non vedeva solamente ciò che vi hanno visto Copernico, Galileo, Ke­plero, ma vi vedeva qualcosa che per lui manifestava contemporaneamente una realtà spirituale. Così come, quando muovo il mio braccio, qualcosa di animicamente attivo è alla base del movimento della mano, allo stesso modo l’uomo di epoche antiche sentiva, in quello che accadeva esterior­mente, ciò che di spirituale sta alla base di questi avveni­menti esteriori - ma lo percepiva istintivamente.

 

Poi venne l’epoca moderna, l’epoca delle scienze natu­rali. Un lungo periodo si concluse solo verso la metà del XV secolo, un lungo periodo dell’evoluzione umana nel quale gli uomini non potevano fare altro che vedere con­temporaneamente come realtà spirituale quel che di sensi­bile li circondava.

 

Quando oggi parliamo di stati di aggregazione - del so­lido, del liquido, dell’aeriforme -, parliamo in modo da FIS­SARE LO SGUARDO SULLA MATERIALITÀ. Quando l’uomo antico parla­va di quelli che sono oggi per noi gli stati di aggregazione, per lui essi erano, sì, gli elementi, ma non si trattava solo di materialità. Gli si manifestava in essi lo spirituale. Quello che circondava l’uomo come mondo materiale era per lui, allo stesso tempo, l’espressione esteriore “fisico-spirituale” dello spirituale-animico, come per noi l’organismo fisico è un’espressione dello spirituale-animico - ma tutto veniva vissuto istintivamente.

 

Questa via si è dovuta abbandonare negli ultimi tre o quat­tro secoli, quando l’umanità è passata a qualcosa di com­pletamente diverso, che poi è diventato determinante nella cultura - quando l’umanità è passata a quello che ha liberato la visione della natura dal semplice osservare, che è sempre alquanto legato al guardare istintivamente, spiritualmente alla “natura”, qualcosa che si nasconde perché si è conser­vato solo nel nome.

 

Dalla semplice osservazione della natura l’uomo è pas­sato a quello che si potrebbe chiamare “afferrare sperimen­talmente la natura”.

 

IN SEGUITO ALL’OPERA DI BACONE E DI ALTRI, ALLA SEMPLI­CE OSSERVAZIONE DELLA NATURA È SUBENTRATA L’INDAGINE SPERIMENTALE DELLA NATURA.

 

In laboratorio, nella stanza di fisica, noi eseguiamo L’ESPERIMENTO invece di guardare al lavoro tecnico [in questo punto del testo dell’editore Archiati compare, fra parentesi rotonde, un punto interrogativo, che dimostra presumibilmente una mancata comprensione del contenuto del testo; io preferisco scrivere due punti, e la cosa è subito comprensibile]: vediamo nel loro insieme le condizioni che noi stessi creiamo come con­dizioni per un qualche evento naturale. Di fronte all’esperi­mento noi ci troviamo in una condizione diversa rispetto a quello che osserviamo semplicemente nella natura [NB: infatti Steiner diceva già nel 1920 ciò che Popper avrebbe balbettato circa mezzo secolo più tardi - ndc].

 

Nella natura io non posso sapere se ciò che si svela al mio intelletto o alla mia fantasia sia una qualche totalità, o se invece devo andare più a fondo - molto, molto più a fondo di quanto a tutta prima la cosa mi presenti. Insomma, nonostante l’osservazione precisa, ciò che os­servo nella natura rimane ai miei occhi come qualcosa di sconosciuto.

 

Quando ho davanti a me l’esperimento, sono io stesso a crearne le condizioni. Osservo come una cosa si produce dall’altra, e quello che è ancora sconosciuto, è in fondo ciò che veramente interessa. Chi predispone un esperimento ed infine osserva quel che si rende osservabile, in realtà ha già in mente il risultato di quanto consegue dalle condizio­ni che lui stesso osserva nel loro insieme [idem come sopra - ndc].

 

LA TRASPARENZA DELLE COSE IN UN ESPERIMENTO È COMPLETAMENTE DIVERSA RISPETTO ALLA TRASPARENZA DI QUEL CHE OSSERVO NELLA NATURA. Per cui nell’esperimento cosiffatto gli uomini si sono pro­gressivamente abituati a vedere un interprete della natura, diciamo a seguire la legge naturale là, dove si possono individuare le condizioni stesse della sua manifestazione.

 

Questo METODO SPERIMENTALErimane sempre collegato ad un certo anelito interiore, che un tempo era il movente di ogni conoscenza. In quei tempi antichi, quando non esiste­va ancora nessuna tecnica, nessuna scienza nel senso che noi vi attribuiamo, quello che si considerava scienza derivava principalmente dall’ANELITO DI CONOSCENZA- dal desiderio, se mi posso così esprimere, di conoscere, di indagare “il nodo universale che intimamente tiene unito il mondo”.

 

Ora, con la comparsa del metodo sperimentale non si tratta solo dell’anelito alla conoscenza, ma anche del DESIDERIO DI IMITARE ciò che la natura forma. Ma l’antico anelito di cono­scenza continua a vivere. Si imita quello che si vuol osserva­re nell’esperimento, con l’intento di decifrare la natura stessa tramite ciò che il nostro sguardo coglie nel suo insieme.

 

Ma e naturale che, nella storia moderna, proprio da questo metodo sperimentale si sia sviluppata LA TECNICA. È nella tec­nica abbiamo una fase del tutto nuova.

 

Possiamo quasi dire: nella storia evolutiva dell’umanità ab­biamo dapprima l’indagine che mira alla pura conoscenza, poi il metodo sperimentale, che nel riprodurre la natura contiene ancora l’anelito dell’antico desiderio di conoscenza.

 

Ma una volta che si è passati - e basta solo osservare quel che è realmente accaduto - da tutto ciò che si può vi­vere nell’esperimento a ciò che, muovendo da esso, viene creato nelle COSTRUZIONI TECNICHEin base alle leggi naturali - for­me tecniche che tanto profondamente incidono sulla vita umana, sulla vita sociale - allora ci si può dire: abbiamo tre cose, tre grandi passi che vanno: 1) DALLA NATURA (OSSERVAZIONE) A 2) QUELLO CHE CONTIENE ANCORA IN SÉ UN’IMITAZIONE DELLA NATURA (ESPERIMENTO), A 3) QUELLO CHE È UN ELEMENTO CREATORE NELL’UOMO STESSO (TECNICA).

 

Non credo di parlare ad animi completamente insensibili se di questo elemento creatore dico quanto segue: colui che con quel particolare modo d’essere, con quella particolare costituzione animica riceve proprio una FORMAZIONE TECNICA, costui vive in essa diversamente da chi, ad esempio, com­pie una FORMAZIONE TEOLOGICA - che è una copia dei più antichi metodi di conoscenza - o di chi ha una FORMAZIONE SCIENTIFICO-NATURALE sperimentale.

 

Chi compie quest’ultima, applica a quello che osser­va l’elemento matematico, geometrico, teorico-meccanico, cinematico e via dicendo. In un certo senso, egli misura e calcola ciò che è nella natura.

 

SORGE INVECE UN TIPO DI COSCIENZA COMPLETAMENTE DIVERSO QUANDO SI HA DAVANTI A SÉ CIÒ CHE È DEL TUTTO TRASPARENTE PER IL PENSIERO - L’ELEMENTO MATEMATICO, GEOMETRICO -, E NON LO SI APPLICA AL SOLO ESPERIMEN­TO, CHE È UN’IMITAZIONE DELLA NATURA, MA LO SI UTILIZZA IN UN CREARE PIENAMENTE LIBERO PER DARE FORMA ALLA MACCHINA.

 

Quando si vede che quel che si è vissuto come matema­tica, come meccanica teorica e chimica si volge a conge­gnare oggetti tecnici, allora il mondo viene sperimentato in modo completamente diverso da come lo può vivere il semplice scienziato naturalista o il tecnico teorico-spe­rimentale.

 

Qual è la vera differenza? C’è una cosa che spesso non viene considerata. Provate a pensare che nella banale vita co­mune noi chiamiamo “reale” qualsiasi cosa possibile - anche quello che, in senso più profondo, reale non è.

 

Di una rosa diciamo che è “reale”. Ma una rosa è davve­ro reale in un senso superiore? Se l’ho davanti a me, strap­pata dallo stelo, essa non può vivere. Può essere così com’è solo se cresce sul suo stelo, solo se fiorisce dalla sua radice. Recidendola, io ho in realtà davanti a me una “reale astra­zione” - una cosa che non può affatto sussistere stando a ciò che ho davanti a me.

 

Ma questo è quanto, in qualche modo, avviene per ogni FORMAZIONE NATURALE. Se osservo una forma naturale, sia pure lo stesso cristallo - per il quale la cosa vale di meno - non posso comprenderlo semplicemente guardandolo, poiché, in sostanza, esso può sussistere da solo altrettanto poco di quanto lo possa la rosa. Devo dirmi: questo cristallo è pos­sibile solo nel suo intero ambiente, essendosi forse origina­to nella cavità di una formazione montuosa.

 

SE invece HO DAVANTI A ME QUELLO CHE IO STESSO HO CREATO COME STRUTTURA TECNICA, vivo la cosa in tutt’altro modo. Sono convinto che lo si può capire fino in fondo, lo si può sentire addirittura come qualcosa di radicalmente significativo nell’espe­rienza dell’uomo moderno,il quale, [a partire - ndc] da una formazione tecnica guarda a ciò che la tecnica è diventata nella vita moderna.

 

Quando ho di fronte a me un congegno tecnico, co­struito a partire dalla matematica, dalla meccanica teorica, HO QUALCOSA DI CONCLUSO IN SÉ. Con esso ho di fronte QUALCOSA CHE È IN SÉ COMPLETO. E se vivo nella realtà comune a tutto il creare tecnico, allora non mi sta di fronte solo una riproduzione delle leggi naturali, ma, in quello che dalle leggi naturali si è trasformato nelle forme tecniche, ho QUALCOSA DI REALMENTE NUOVO davanti a me. LE LEGGI CHE STANNO ALLA BASE DELLE CREA­ZIONI TECNICHE SONO QUALCOSA DI DIVERSO DA QUELLO CHE STA ALLA BASE DELLA STESSA NATURA INORGANICA.

 

Non vengono semplicemente applicate le leggi della natu­ra inorganica, bensì È TUTTO IL SENSO DELL’OGGETTO CHE VIENE CREATO di fronte all’ordine cosmico NEL MOMENTO IN CUI IO, come uomo che liberamente crea, IMPRIMO AL CONGEGNO TECNICO QUELLO CHE IMPARO A PARTIRE DA ANALISI FISICHE O CHIMICHE.

 

E allora si può dire: poiché l’umanità moderna è giun­ta ad emancipare l’elemento tecnico dall’insieme della na­tura, poiché nei tempi moderni abbiamo dovuto imparare a vivere nell’ambito della tecnica in modo che il rapporto della coscienza umana con la tecnica sia di tutt’altra natu­ra che non quello con ciò che produce la natura, diciamo a noi stessi:

 

Per la prima volta CI TROVIAMO DI FRONTE AD UN MON­DO che è per così dire TRASPARENTE nel suo contenu­to animico.

 

Il mondo delle scienze naturali è, in un certo senso, animi­camente impenetrabile: non se ne vede il fondo. IL MONDO DELLA TECNICA invece È COME UN CRISTALLO TRASPARENTE - inteso naturalmente in senso psicologico. Così, proprio CON LA TECNICA MODERNA SI È EFFETTIVAMENTE RAGGIUNTO UN NUOVO GRADINO DELLO SVILUPPO SPIRITUALE DELL’UMANITÀ [come mai allora i sedicenti antroposofi delle scuole steineriane odierne (2012) rifiutano questo NUOVO GRADINO DELLO SVILUPPO SPIRITUALE DELL’UMANITÀ? La risposta è certamente questa: sono solamente sedicenti, cioè blaterano di antroposofia; hanno magari letto un libro o una conferenza di Steiner, e già si sentono maestri di scuola o amministratori della stessa; sono semplicemente degli affaristi che hanno fiutato l’affare; insomma delle due l’una: o sono dei business man oppure sono professionalmente degli ignoranti - ndc]. CON LA TECNICA È ENTRATO QUAL­COSA DI DIVERSO NELLA STORIA EVOLUTIVA DELL’UMANITÀ.

 

Per questo motivo anche i filosofi moderni si sono sentiti spiazzati di fronte a quel che è sorto nella coscienza mo­derna proprio tramite i trionfi della tecnica. Mi è forse con­cesso accennare a quanto poco il pensiero puramente filo­sofico, speculativo, sia stato in grado di affrontare ciò che da un certo momento ha afferrato la coscienza moderna dell’umanità proprio con la tecnica [lo stesso Emanuele Severino, bravo filosofo vivente, che tratta di questi problemi connessi alla tecnica, è difficilmente compreso oggi se non avversato, soprattutto da coloro che accettano dalla scienza solo il materialismo scientifico - ndc]. Oggi veniamo trasci­nati da quanto proviene dalle correnti autorevoli dell’evolu­zione umana molto più di quel che crediamo. Quando non esistevano ancora l’editoria, la stampa e i giornali - quan­do l’unica attività culturale era sentir parlare il parroco dal pulpito la domenica in chiesa - allora non esisteva ancora quello che oggi è opinione comune.

 

Quello che oggi è cultura comune fluisce, attraverso certi canali, dalle correnti-guida entro le vaste masse, senza che se ne sia consapevoli. È così, quello che è sopraggiunto per mezzo della COSCIENZA TECNICA è diventato, nel corso di brevissimo tempo, forma di pensiero delle vaste masse. Vive nelle vaste masse, senza che esse lo sappiano.

 

Così possiamo dire: è davvero subentrato qualcosa di nuovo. E là, dove una coscienza si è lasciata possedere in modo unilaterale - cosa che noi in Europa per fortuna non abbiamo ancora raggiunto! -, dove una coscienza nelle sue guide, nei suoi capi si è lasciata completamente possedere da questo elemento astratto, là è comparsa una singolare corrente filosofica, il cosiddetto “pragmatismo” di William James e via dicendo, che afferma: “Verità, idee che vogliono essere pura verità: è qualcosa di as­solutamente irreale. ‘Verità’ è solo ciò di cui vediamo che si può realizzare. In quanto uomini riformiamo certi obiettivi, su di essi formiamo la realtà. E quando diciamo a noi stessi: questo o quello è reale secondo una legge naturale, da ciò ci formiamo un corrispondente congegno. Se nella macchina, nel­la meccanica, possiamo realizzare quel che ci rappresentiamo, l’utilizzo nella vita ci dimostra che ciò è ‘verità’. Ma non vi è altra dimostratone della verità che l’applicazione nella vita. Perciò è vero solo quello che possiamo realizzare nella vita”.

 

Il cosiddetto pragmatismo, che nega ogni esistenza della verità nel mondo logico-interiore e che fa valere in fondo solo la dimostrazione della verità mediante ciò che si rea­lizza esteriormente, appare oggi in vaste cerchie di perso­ne come FILOSOFIA AMERICANA ed è ciò che già in Europa aveva conquistato da decenni alcune persone, anche prima del­la guerra.

 

TUTTI COLORO CHE SONO FILOSOFI E CHE VOGLIONO CONTINUARE A PENSARE NEL VECCHIO MODO, NON SANNO FAR ALTRO, CON QUEL­LA CHE È APPARSA COME TECNICA MODERNA, COME COSCIENZA DELLA TECNICA MODERNA, SE NON DESTITUIRE COMPLETAMENTE IL CON­CETTO DI VERITÀ. Avendo lasciato dietro di sé 1) la comprensione istintiva della natura; 2) l’imitazione sperimentale della natura per approdare al 3) libero armeggiare tecnico sulla natu­ra, NON È RIMASTO LORO ALTRO CHE QUESTO CREARE LIBERO ESTERIORE.

 

IN REALTÀ, COSÌ SI NEGA L’ESPERIENZA INTERIORE DELLA VERITÀ, il vivere coscientemente dentro se stessi ciò che è spiritua­le e che compenetra l’anima. E SI FA VALERE COME “VERITÀ” SOLO QUELLO CHE PUÒ VENIR REALIZZATO NEGLI APPARECCHI ESTER­NI FUNZIONALIZZATI, QUELLO CHE SI VEDE REALIZZATO LÀ FUORI. IL CHE SIGNIFICA: IL CONCETTO DI UNA VERITÀ, CHE SI AUTOSOSTIENE NELL’ANIMA UMANA, VIENE IN REALTÀ SPAZZATO VIA!

 

Ebbene, è possibile imboccare anche un’altra strada. È possibile QUELtipo di cammino per cui noi sentiamo come nella realtà dei meccanismi della tecnica qualcosa si stagli dalla natura, in cui non si cela più nulla di ciò che possiamo solo INTUIRE, ma in cui c’è solo ciò che possiamo CAPIRE FINO IN FONDO. Solo afferrandolo con assoluta chiarezza di pensiero lo possiamo creare.

 

Facendo questa esperienza, nel compenetrarci a fondo con quello che questa esperienza comporta per noi, deve tanto più destarsi in noi un certo bisogno.

 

Questo “nuovo mondo esterno” della tecnica ci si mo­stra senza la conferma interiore delle idee, ci si mostra sen­za l’esperienza interiore delle idee. Perciò QUESTA NUOVA ESPE­RIENZA CI PREPARA ALLA PURA ESPERIENZA DI QUELLO CHE È LO SPIRITUALE, di quello che l’uomo, indipendentemente da ogni osservare esteriore, deve sperimentare dentro di sé nel modo che ho cercato di descrivervi brevemente all’inizio delle mie odier­ne considerazioni.

 

E poiché, nell’evoluzione dell’umanità, siamo avanzati fino alla contemplazione di quella realtà che, pur essendoci esterna, noi possiamo capire fino in fondo, nella cui este­riorità non possiamo più vedere qualcosa di demoniaco, di spettrale; poiché siamo finalmente giunti a non dover più interpretare ciò che è esteriormente percepibile dicendo “Ci resta impenetrabile e possiamo credere che vi sia dietro qualcosa di spirituale” - così dobbiamo supporre di trovare in noi le forze che afferrano lo spirito, attraverso un’evolu­zione individuale dell’anima.

 

Sono sempre stato dell’idea che un’esperienza vera­mente genuina proprio di quel tipo di coscienza che ci viene dalla tecnica sia d’altro lato una sfida - poiché altrimenti ciò che è intimamente connesso con la no­stra natura umana dovrebbe andar perduto del tut­to - a sperimentare ora nell’interiorità la realtà dello spirito, per controbilanciare il polo della meccanica e della chimica, che sono “trasparenti”, con ciò che ora si può raggiungere con la visione spirituale, con ciò che ora si può presentare agli uomini in pura forma spirituale.

 

Mi pare che nel nostro tempo sia necessario che si presenti LA VISIONE SPIRITUALE PROPRIA DELLA SCIENZA DELLO SPIRITO, DELL’ANTROPOSOFIA; per il fatto che abbiamo raggiunto un preciso grado di sviluppo nella storia dell’umanità.

 

E a ciò si aggiunge un’altra cosa, miei cari ascoltatoti: con questa moderna tecnica è sorto contemporaneamente UN NUOVO TIPO DI VITA SOCIALE.

 

Non è necessario che io descriva come sia stata proprio la tecnica moderna a dar origine all’INDUSTRIALISMOmoderno, come questa tecnica abbia prodotto il PROLETARIATO MODERNO nella forma in cui esso è oggi, e via dicendo.

 

Ma mi pare che, SE SI VUOL RESTARE NELL’OTTICA DEL METO­DO SCIENTIFICO PRECEDENTE, CHE FA VALERE SOLO QUEL CHE DERI­VA DALL’OSSERVAZIONE, LE NOSTRE IDEE RESTINO INADEGUATE. NON ARRIVIAMO AD AFFERRARE CIÒ CHE REALMENTE SI MANIFESTA NELLA VITA SOCIALE.

 

Al fine di COMPRENDERE CIÒ CHE NELLA VITA SOCIALE PROCEDE DALL’UMANO -, a tal fine è necessario che noi giungiamo a verità che si manifestino anch’esse unicamente tramite la natura umana stessa.

 

Perciò penso che il marxismo - e pasticciate simili che oggi pongono l’uomo in tumulto - potranno venir supe­rati solo quando determinati metodi, visti come necessari a far da contrappeso alla tecnica, verranno applicati a quella che è la vita sociale degli uomini, solo quando si saprà portare lo SPIRITOnella vita esteriore, nelle vaste mas­se, avendo noi stessi trovato questa spiritualità per espe­rienza interiore.

 

Per questo non è un caso se dallo stesso terreno dal qua­le mi è risultata la scienza dello spirito orientata antropo­soficamente sia sorto anche, senza che io lo volessi espli­citamente, ciò che ho cercato di descrivere nel mio libro “I punti essenziali della questione sociale”. Ho semplicemente tentato di trarre le conseguenze per la vita sociale di quello che è la conoscenza scientifico-spirituale. E ciò che ho descritto in quel libro mi si è presentato come del tutto evidente. Non credo che senza una scienza dello spirituale si possano trovare i metodi per comprendere cos’è l’uomo per l’uomo nella vita sociale.

 

CREDO SIA PER IL FATTO CHE OGGI NON SIAMO ANCORA GIUNTI A CAPIRE LA VITA SOCIALE CHE NON RIUSCIAMO NEANCHE A GESTIRLA. NEL MOMENTO IN CUI, DOPO LA TERRIBILE CATASTROFE DELLA GUERRA, GLI UOMINI SONO STATI POSTI DI FRONTE ALLA NECESSI­TÀ DI AVVERARE UNA RICOSTRUZIONE, SONO PIOMBATI NEL CAOS, ESSENDO NECESSARIO REALIZZARE QUEL CHE VA REALIZZATO MUO­VENDO DA LEGGI SPIRITUALI NON DA QUELLA LEGGE CHE UNA MALIN­TESA CONOSCENZA CREDE DI DOVER FONDARE SU LEGGI NATURA­LI, COME AVVIENE NEL MARXISMO ED IN ALTRE FORME RADICALI DELLA SCIENZA SOCIALE.

 

Così, cari convenuti, mi è stato concesso di dar ragione di qualcosa che per me è anche profondamente persona­le. E posso dire: parlando a voi, in questo istante mi sen­to portato indietro nel tempo, negli anni ’80 del secolo scorso [1871-1880 - ndc], quando noi dell’Europa centrale credevamo di vi­vere un periodo sentito da tutti come un tempo di gran­di progressi.

 

Oggi le persone come me, che sono avanzate in età - oggi siamo arrivati ad un punto per cui quel che allora era af­fiorato come speranza di primavera sta ora davanti ai nostri occhi spirituali in una forma certamente molto tragica.

 

Coloro che guardano indietro di quarant’anni a ciò che allora sembrava un’ascesa inarrestabile, vedono oggi qual­cosa in cui molti riconoscono sotto svariati aspetti un er­rore.

 

Nel parlarvi, io parlo a “compagni di studi” che si tro­vano in ben altra condizione. Vi sono molti, tra voi, del­l’età in cui io vissi quella speranza primaverile, e che vivo­no ora qualcosa di molto dissimile dalle fantasie che a quel tempo si presentarono all’anima umana a partire da quelle speranze.

 

Ma chi che è intimamente convinto della possibili­tà e della necessità di un conoscere spirituale, come colui che vi parla, non può mal essere pessimista di fronte alla forza della natura umana. Può solo esse­re ottimista!

 

Perciò non appare affatto qualcosa di impossibile alla mia anima che, quando avrete raggiunto l’età che oggi ho io che vi parlo, voi avrete fatto il percorso inverso - quel percor­so inverso che ora, con la forza dell’anima umana, soprat­tutto CON LA FORZA DELLO SPIRITO INSITO NELL’ANIMA UMANA, conduce nuovamente verso l’alto.

 

E poiché io credo negli uomini proprio grazie alla co­noscenza spirituale, penso anche che non si possa parlare, come fa Spengler, del tramonto, della morte della civiltà occidentale. E confidando nella forza dell’anima che vive negli uomini, credo anche che possiamo nuovamente giun­gere ad una riascesa.

 

Questa ripresa non sarà opera di un vuoto fantasma, ma della VOLONTÀ UMANA.

 

Ed io credo tanto fortemente alla verità della scienza dello spirito che vi ho illustrato, da essere convinto che questa volontà possa condurre avanti l’uomo, possa operare una nuova risalita, possa far albeggia­re una nuova aurora.

 

Per questa ragione, gentili ascoltatori, vorrei concludere con le parole che risuonarono alle mie orecchie di giovane studente quando il rettore di meccanica moderna ed inge­gneria meccanica a Vienna pronunciò il suo discorso inau­gurale, a quel tempo per individui che a loro volta ci crede­vano - nonostante tutto ci credevano a ragione, anche se in seguito si realizzò una ripresa univoca, solo tecnica: non sociale, né politica.

 

Ora ci troviamo invece in un tempo nel quale, se non vogliamo disperare, possiamo, dobbiamo pensare ad una risalita. Perciò dico a voi, come allora quell’uomo disse a noi giovani: “Compagni studenti! Concludo dicendo che chi prova un sentimento sincero per l’evoluzione dell’umanità, di fronte a quanto deve sorgere dall’intera scienza, dall’in­tera tecnica può solo dire: sempre avanti!”.

 

[Ovviamente gli antroposofi attuali, anzi, i sedicenti antroposofi attuali dell’integralismo taleban-cretinista, cosa dicono? Dicono: sempre indietro! “Indietro tutta”, solo che non fanno ridere come Arbore… Fanno schifo! Sgrufolano nei porcili che fondano come scuole steineriane… Ciao bestie! - ndc].

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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