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14 maggio 2012 1 14 /05 /maggio /2012 17:44

Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? (Matteo 6,26)

 

Mi pare che l’uomo non nasca libero. Se così fosse non dovrebbe essere accudito dalla nutrice. L’uomo può comunque liberarsi se trova il coraggio di farlo. E diventa libero solo quando comincia ad usare il pensiero, cioè quando col pensiero comincia a rimettere in discussione ed eventualmente correggere il suo agire, dato che fin dalla nascita, è sottoposto ai condizionamenti della specie (educazione domestica, credo religioso, scuola dell’obbligo di Stato, doveri di impegno sociale, del rispetto della legalità, di tolleranza razziale, ecc.).

 

Non si può quindi da questo punto di vista dire che la libertà è un diritto naturale, così come non si può affermare che lo sono la proprietà o la vita stessa. Possono esserlo ma solo come conquista. E la conquista, se è umana, non può prescindere dal pensare. Bisognerebbe saper pensare in modo universale...

 

Certo si può pensare tutto quello che si vuole, anche in modo tutt'altro che universale. Quando però si scrive pubblicamente quello che si pensa bisognerebbe almeno saper distinguere fra il senso universale e il senso non universale del dire.   

 

Così, per esempio, si può dire che fare ciò che si vuole è libertà, ovviamente non nel senso che si voglia fare la "professione" del nullafacente o del disoccupato.

 

Oltretutto, fare nulla è impossibile, così come è impossibile smettere di pensare.

 

Solo il deficiente, cioè il malato di mente, può non fare nulla e non pensare, e proprio per questo motivo egli non è nemmeno in grado di dirlo.

 

In un organismo sociale di umani, però, se uno è malato di mente, è pur sempre un essere umano, e va accudito. Anzi, forse costui avrà bisogno di maggiore cura dai suoi simili, e quindi di maggiori valori economici, anche e soprattutto perché non sarà idoneo a costituirli egli stesso. E non è detto che un giorno quel suo guardare nel vuoto si trasformi, propri grazie a quelle cure, in visione; non è detto che prima o poi egli non lo voglia persino dimostrare, magari con colori e pennello, creando opere pittoriche, e così via.

 

Questo non lo dico avendo in testa il reddito da disoccupazione. Anzi, quest’idea la reputo ancora una volta un’idea dello statalismo più accentrato e quindi più imbroglione.

 

Ciò che più conta secondo me è che il concetto di lavoro incominci ad essere pensato in modo differente da come è pensato oggi.

 

Oggi il lavoro è ancora primitivamente connesso al reddito, e questo è appunto un primitivismo da cambiare.

 

Perché?

 

Perché in realtà gli esseri umani ottengono un loro reddito non solo per mangiare e bere, o per soddisfare altri bisogni fisici o psichici, ma, soprattutto, ANCHE per lavorare per gli altri uomini. La moderna divisione del lavoro contempla infatti che tutti lavorano per tutti, e se un sarto volesse confezionarsi un abito solo per sé, oggi spenderebbe molto di meno acquistandoselo in un negozio. Così è per qualsiasi altro lavoro. Per esempio il panettiere non potrebbe mai fare il pane se qualcuno non gli avesse costruito un forno, l’impastatrice, ecc.; il pianista non potrebbe suonare se qualcuno non gli costruisse il pianoforte…

 

Se così non fosse, e cioè se gli esseri umani non lavorassero anche per tutti gli altri, la loro economia sarebbe identica a quella degli animali: anche gli animali mangiano e bevono, anche loro hanno una specie di vita economica, e per lo più godono di ciò che non ha bisogno di molta preparazione. La maggior parte degli animali prende in natura ciò che per loro già esiste. In tal caso è la natura ad essere "produttiva".

 

Però l’uomo NON è un animale. Ha un io e un cervello neocorticale che gli animali non hanno, dato che di simile all’uomo hanno solo il cervello limbico e prelimbico o rettiliano.

 

Quindi se non si vuole assolutamente ragionare, e neanche provare a ragionare col proprio io individuale della neocorteccia, per cui ci si attiene all’io gregario del limbico o peggio ancora del rettiliano (ipotalamo: centro neurovegetativo della paura), non si riuscirà mai, coi semplici concetti delle ideologie o dei vari economisti, ad afferrare il lavoro umano completamente liberato dal reddito. Cioè non si riuscirà mai a capire perché il reddito in futuro NON POTRÀ MAI PIÙ provenire dal lavoro ma dovrà provenire da tutt’altro ambito.

 

Ecco perché chi ragiona solo in base ad astrazioni e a nozioni è tagliato fuori da questa comprensione, anche perché sa produrre ben poco per i suoi simili: produce dialettica, ideologia, frasi fatte, vuote di realtà, inutili pensieri di routine. Non è in grado di produrre valori, e quindi produce politica, vampirismo, parassitismo. È esattamente come un malato di mente. Solo che non lo sa e crede addirittura di lottare contro i parassiti.

  

Ma i veri valori economici sono sempre costituiti da fatti reali e concreti che vivono NELLA vita. Innanzitutto sono costituiti dai TALENTI degli uomini, in secondo luogo dal lavoro, e in terzo anche da innumerevoli rapporti.

 

Chi afferma alla Marx che un bene inserito nella circolazione economica è lavoro cristallizzato, è ancora un primitivo.

 

Il lavoro è sempre un fare, non è un fatto o un manufatto. Solo il manufatto è merce, non il lavoro che lo fa. Il lavoro che fa il manufatto non esiste senza l'io, a meno che sia una macchina a lavorare, ma qui l'io ha già lavorato creando la macchina. E la macchina non è l'io che la crea e la mette in "moto".

 

Occorre pertanto passare attraverso un cambiamento di coscienza individuale per poter ragionare in modo diverso da come ragionano i soggetti alle economie animali.

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commenti

Massimo francese 05/15/2012 10:11

E' difficile commentare questo post tanto è grande la quantità di pensieri e considerazioni che scatena. Una porzione: il lavoro e il denaro che ci procuriamo con esso dovrebbero essere separati
innanzitutto nei nostri pensieri. Oggi è possibile. Proprio lo sviluppo della tecnica, frutto di ingegno umano e straordinario mezzo di liberazione, sono in mano a chi questi pensieri non coltiva e
non comprende. Eppure alcuni si dicono cristiani. Abbiamo davanti agli occhi dell' intelletto e del cuore tutto ciò che serve per liberare l' uomo, per aiutarlo a liberare i propri talenti e non ce
ne accorgiamo ( o non vogliamo). Liberare tempo e liberare l' uomo da inutili preoccupazioni indotte artificialmente, permetterebbe un fiorire fantastico di capacità sopite. Qualcuno sprecherebbe
"tempo e denaro" certo, ma vorrei qui ricordare il significato della parabola del figliol prodigo ( Vangelo secondo Luca 15,11-32). Non parla forse di questo argomento? E non è bellissimo ciò che
viene raccontato, se compreso?
Un aneddoto su R. Steiner racconta di come venne rimproverato per aver fatto l' elemosina ad un povero ubriacone. "Li spenderò in vino" dissero i suoi accompagnatori. Lui rispose che non potevano
sapere dove l' avrebbe portato il suo bere. Arroganti ed egoisti, come il figlio che rimane col padre e nulla rischia e si lamenta.

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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