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19 maggio 2012 6 19 /05 /maggio /2012 17:40

Luigi Villa fu Nereo - Partigiano- CreativefreedomLa proprietà non è un furto ma neanche un diritto naturale! Occorre cominciare a parlarne, con una nuova visione del diritto, una nuova visione della proprietà, e una nuova visione della tassazione. 

 

Se la proprietà fosse un diritto naturale non sarebbe un diritto acquisito dall'uomo ma sarebbe come un frutto che io colgo da un albero che cresce naturalmente in terra che non appartiene a nessuno e senza bisogno di essere coltivato. Dunque il frutto è mio e guai a chi me lo tocca, cioè ho il diritto di mangiarlo semplicemente perché lo colgo. Se invece il diritto non è qualcosa che la natura di per sé mi offre ma è una mia conquista poggiante su concreto pensiero universale significa che mediante questa conquista posso circoscrivere i limiti di questo diritto nel tempo e nello spazio. Allora ho bisogno di un contratto per avere il diritto di possedere un pezzo di terra sul quale coltivare ciò che voglio. Ma questo allora non è più diritto naturale, è un diritto sociale o civile che dir si voglia.

 

In altre parole, il libertario ha ragione nel dire che la proprietà non va tassata (a penalizzarla con le tasse è infatti la tendenza mentecattocomunista, perché considera la proprietà come una specie di furto da penalizzare). Ma non va tassata non perché è un diritto naturale, bensì perché le tasse vanno applicate NON sul reddito da lavoro o sulla proprietà, cioè sulle ENTRATE, ma casomai sulle USCITE, vale a dire sulla spesa o sull'emissione di moneta nel mercato. Questo è il mio parere. 

 

Pertanto  delle due l’una: o la proprietà è realmente un diritto naturale oppure non lo è; o l’uomo è naturalmente concepito nel tempo del suo nascere crescere e morire, ed allora si sa che quando nasce non è padrone di sé ma perché è il mondo esterno ad  accoglierlo e ad accudirlo, oppure lo si concepisce come idea astratta fuori dal tempo. Sorge allora un’altra domanda: è giusto ragionare fuori dal tempo o in generale per astrazioni? Un uomo che ragiona fuori dal tempo è fuori o no? Chi così ragiona è in sé o è fuori? E se è in sé perché ragiona come se l’uomo che egli è sia fuori dal tempo? Mi sembra che non vi siano molte altre considerazioni da fare se non si vuole pervenire in senso scientifico-spirituale all’io.

Oggettivamente, nell’evoluzione universale, l’autocoscienza di sé, cioè la consapevolezza di essere un io superiore rispetto all’io ordinario (o ego) che è poi l’autoconoscenza del  “non io ma il Cristo in me” di cui parlava Paolo di Tarso, è

 

“quell’esperienza che abbiamo quando diciamo: il rapporto col mondo che nasce quando l’anima [l’attività interiore di ognuno - ndr] è ‘rinatà, ‘redentà [cioè LIBERATA - ndr] DAL DATO DI NATURA […] corrisponde, se visto fuori nel grande processo cosmico dell’umanità, a ciò che fece ingresso nel mondo come ‘Cristò” (Rudolf Steiner, “Chi è il figlio dell’uomo? Realtà e prospettive dell’umano”, Cumiana, 2009).

 

Goethe diceva la stessa cosa con le parole: “Dalla potenza che vincola tutti gli esseri si libera l’uomo che vince se stesso”. E chi è “la potenza che vincola tutti”? È l’entità arimanica: “Arimane” è l’antico dio persiano delle tenebre. La scienza dello spirito caratterizza come “arimanici” tutti coloro che VOGLIONO LEGARE L’UOMO ALLE FORZE DELLA NATURA, della materia, privandolo della libertà. Da questo punto di vista il sostenitore della proprietà come diritto di natura è un antilibertario, che dando per scontato il diritto di proprietà ne impedisce l’attuazione.

 

Questo è uno di quei punti che dimostrano che il libertarismo senza l’aiuto della conoscenza scientifico-spirituale non potrà che autodistruggersi come mera ideologia priva di concretezza e di universalità di pensiero fondante. Il pensiero può fare da fondamento a qualcosa solo se sta in piedi da sé.

 

Dunque se non si vuole ridurre il problema della libertà del singolo a processi normativi o a processi economici è necessario approdare all’epicheia dell’io.

 

Questo necessario passaggio è stato da me scoperto in questi ultimi vent’anni di riflessioni sulla “politica” di Gesù di Nazaret o “epicheia”, che altro non è se non l’affermazione di un diritto ben preciso: quello dell’io umano libero di obbedire a una legge solo nella misura in cui la reputi giusta.

 

La scoperta di questo necessario passaggio è non solo il mio contributo per l’antroposofia ma potrà esserlo anche per il libertarismo del futuro nella misura in cui esso vorrà accoglierlo.

 

Senza di esso, l’anarcocapitalismo giusnaturalista dei libertari non potrà attuarsi, in quanto il giusnaturalismo è, sì, la necessaria concezione del diritto, ma del diritto romano, o del diritto inteso prima di Cristo, cioè prima dell’avvento dell’io epicheico. 

 

Ecco perché nella triarticolazione sociale di Steiner l’idea dell’economia autogestita non riduce a sé quelle del diritto e della cultura, né si lascia ridurre da esse. Tutti e tre questi campi sono visti come autonome e non automatiche amministrazioni di sé, che si distingueranno nelle loro tre differenziate essenze specifiche, non in comparti stagni separati ma articolandosi fra loro come avviene nell’organismo umano coi suoi tre sistemi: nervoso, cardiocircolatorio, e metabolico. Solo così l’organismo sociale può funzionare.

 

E questo è anche il motivo per cui preferisco non parlare di “tripartizione sociale” come spesso fa Massimo Scaligero, ma di “triarticolazione sociale”. Per esempio, il lavoro, tutto il lavoro concepibile, d’ufficio o pesante come quello del minatore, o del carpentiere, o del muratore, ecc., non è un concetto della fattispecie economica. È piuttosto un concetto di tipo culturale o spirituale: ogni tipo di lavoro può essere svolto con l’aiuto dello spirito umano, l’immateriale pensiero. Senza di esso come farebbe il muratore a erigere un muro determinandone la direzione verticale rispetto ad un determinato punto? Come si potrebbe usare il filo a piombo senza il pensiero? Ecco spiegata allora la ragione della seguente continua affermazione di Steiner nelle sue conferenze, per la quale il procacciamento dei mezzi di sussistenza è qualcosa che va separato dal lavoro:

 

“Se non si fosse remunerati per il proprio lavoro, il denaro, come mezzo di potere, perderebbe il suo valore per il lavoro. In tal modo non si potrebbe più far sì che qualcuno sia costretto, mediante denaro, a lavorare. In avvenire il denaro sarà un equivalente della merce, non della forza umana di lavoro!” (R. Steiner, 2ª conferenza del ciclo “Esigenze sociali dei tempi nuovi”).

 

Ecco dunque perché non si può progredire di un passo senza epicheia. Il fatto di oggi 19 maggio 2012, la bomba esplosa a Brindisi, ne è la conferma. Mafia? Strategia delle tensione? In ogni caso è la conseguenza del terrorismo di Stato, che è un’altra violenza imposta dal governo Monti col suo insensato rigore. Oggi a violenza si risponde con violenza proprio perché manca la rivoluzione cristiana dell’epicheia, che è il vero diritto, quello nuovo dell’io umano!

 

Il 22 settembre 2011, nel discorso sul diritto naturale al Bundestag di Berlino, Ratzinger ha parlato solo in modo velato di epicheia:

 

In gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare LEI STESSA i criteri del proprio orientamento”.

 

Ciò significa implicitamente EPICHEIA. Perché non parlarne in modo esplicito? Poi ha fatto il seguente esempio:

 

“Nel terzo secolo, il grande teologo Origene ha giustificato così la resistenza dei cristiani a certi ordinamenti giuridici in vigore: se qualcuno si trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro, costui senz’altro agirebbe in modo molto ragionevole se, in nome della legge della verità che presso il popolo della Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che hanno la stessa opinione, formasse ASSOCIAZIONI anche CONTRO L’ORDINAMENTO IN VIGORE”.

 

E che altro sarebbero queste se non  ASSOCIAZIONI EPICHEICHE?

 

In ogni caso oggi non è più il tempo di associarsi per disubbidienza civile. Oggi è tempo di disubbidire INDIVIDUALMENTE, ognuno come può, all’infame Stato del terrore, e basta. Questo insegna Gesù di Nazaret quando fa ciò che la Legge vieta, e lavora di sabato.

 

Continua Ratzinger:

 

“In base a questa convinzione [CONTRO L’ORDINAMENTO IN VIGORE - ndr], i combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo incontestabile che il diritto vigente, in realtà, era ingiustizia”.

 

Queste parole di BenedettoXVI hanno ovviamente tutta la mia condivisione, non solo perché sono figlio di un partigiano, ma semplicemente perché è connaturata in me la disubbidienza ad ogni tipo di autoritarismo.

 

Luigi-Villa-fu-Nereo---Partigiano--Creativefreedom.jpg 

Altro è l’autorevolezza, cioè il talento dell’autore, questo va seguito; l’autoritarismo è invece il disvalore dell’autore del misfatto, e chi sa compiere solo misfatti come Monti e compagnia bella, questi barbari neonazisti vanno combattuti esattamente come allora, perché, continua Ratzinger:

 

“Per queste persone era evidente in modo incontestabile che il diritto vigente, in realtà, era ingiustizia”.

 

Poi però, il Papa tira l’acqua al suo mulino riferendosi alla “Divinità”:

 

Ma nelle decisioni di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge della verità, che cosa sia veramente giusto e possa diventare legge non è altrettanto evidente. Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé. Alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi, nell’abbondanza delle nostre conoscenze e delle nostre capacità, tale questione è diventata ancora molto più difficile.

Come si riconosce ciò che è giusto? Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto”.

 

E no, caro Paparazzo, qui sei fuori, dato che oggi è finito il tempo della “Divinità”:

 

“ogni tentativo tendente ad un’unità universale che non sia il contenuto ideale, ottenuto per mezzo del pensare applicato alle nostre percezioni, deve fallire: non un Dio umanamente personale, né energia o materia, né la volontà senza idee di Schopenhauer, possono far da unità universale. Tutte queste entità appartengono solo ad una zona limitata della nostra osservazione” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”).

 

Nel tuo intervento nel Reichstag di Berlino, tu traduci il termine “epicheia”: “cuore docile”. E qui sei falso come i teologi cattolici nel tradurre quel termine “mitezza”. Non che sia completamente sbagliata quella traduzione. È semplicemente una mezza verità, dato che tali parole, “cuore docile”, “cuore mite”, mitezza” non sono altro che i significati secondari di “epicheia”, rispetto al significato più importante che è “equità”! Dunque “Come si riconosce ciò che è giusto?”. Si riconosce mediante l’“equità” presente nella sindéresi di ogni individuo umano, Ratzinger, perché non ne parli? Di cosa hai paura? Hai paura di fare la fine di Papa Luciani? Tu usi le parole di Paolo per camuffare il senso della disobbedienza che l’epicheia comporta come diritto canonico. Dici:

 

“Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta San Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: “Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi… sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza” (Rm 2,14s).  

 

E perché mai allora il diritto canonico dell’epicheia della “disubbidienza civile in quanto cristiana” non dovrebbe essere anche diritto di tutti? Rivolti le cose per farne uno strumento contro la “fede nelle divinità”, cioè contro “i pagani” per appellarti al vecchio testamento:

 

“Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui ‘coscienza’ non è altro che il ‘cuore docile’ di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere”.

 

Perché? Perché non ricordi che non solo Salomone del vecchio testamento ma anche e soprattutto Gesù di Nazaret del nuovo testamento aveva quel cuore docile, cioè pieno di equità, epicheico?

 

Vorrei inviarti per la seconda volta questa lettera, o smemoratissimo vecchio bacucco, ma mi limito a pubblicarla in questa pagina sul concetto neotestamentario di equità, dato che l’epicheia è una fattispecie di PROPRIETÀ CRISTIANA:

 

Nereo Villa - Lettera aperta a Ratzinger Joseph

 

Castell’Arquato, 8 ottobre 2008

Egregio Signor Ratzinger,

l’articolo 2266 del catechismo della chiesa cattolica recita: “Difendere il bene comune della società esige che si ponga l’aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, l’insegnamento tradizionale della Chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte. Per analoghi motivi, i detentori dell’autorità hanno il diritto di usare le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità.

La pena ha come primo scopo di riparare al disordine introdotto dalla colpa. Quando è volontariamente accettata dal colpevole, la pena ha valore di espiazione. Inoltre, la pena ha valore medicinale: nella misura del possibile, essa deve contribuire alla correzione del colpevole”.

L’articolo 2321 del catechismo della chiesa cattolica recita: “La proibizione dell’omicidio non abroga il diritto di togliere, ad un giusto aggressore, la possibilità di nuocere. La legittima difesa è un dovere grave per chi ha la responsabilità della vita altrui e del bene comune”.

Per molti secoli la chiesa cattolica ha accettato i peggiori supplizi imposti dalla legge penale invocando il comandamento più sacro “Non uccidere”. La chiesa si limitava, ovviamente, a consegnare l’eretico al boia e mentre il colpevole, straziato dalle peggiori torture, veniva accompagnato nelle mani di questo, chiedeva pregando che gli venisse data una morte indolore.

Non intendo rivolgere alla chiesa le stesse accuse lanciate dagli atei, pronti a fustigare gli errori compiuti dalla chiesa in materia di diritti dell’uomo. La chiesa non si è mai opposta al castigo supremo rappresentato dalla pena di morte, e ritengo inutile intentare un processo contro un passato che osservava determinate regole, norme e principi. Sono però deciso a condannare questa pena di morte del secolo 21°, ricordando a tutta la gerarchia ecclesiastica, a tutti i nati cattolici che mai sono divenuti cristiani, e soprattutto a Lei, che il mondo è mutato e che i cambiamenti avvenuti rendono attualmente improbabile un ricorso all’esecuzione capitale.

I redattori del catechismo, avulsi dalla realtà, invocano la pena di morte per i casi gravi. Ma di quali reati si tratta? Dell’eresia? Della bestemmia? Voglia dunque, signor Ratzinger, definire l’estremo reato punibile con la pena di morte!

Qualsiasi omicidio è atroce. Scoraggiare e punire il colpevole secondo le leggi stabilite dalla società contemporanea è ben giusto. Ma è giusto fare ciò con un altro omicidio, un omicidio legale?

L’uccisione di un bambino, il delitto più efferato, è quasi impossibile da perdonare; tuttavia, alcuni genitori non hanno forse testimoniato una carità cristiana che dovrebbe far impallidire i redattori dell’articolo 2266, affermando: “Vogliamo che il responsabile sia messo nell’impossibilità di fare ulteriore male, ma non desideriamo la sua condanna a morte perché la vendetta non ci restituirà il nostro bambino. Vogliamo soltanto che nessun altro bambino sia vittima della violenza di quest’individuo”?

Voi, invece, asserite: senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte.

Io vorrei professare la fede cattolica e vivere secondo le sue leggi, ma nel mondo moderno, non nel passato. L’esempio di purezza cristiana testimoniato da genitori disposti a perdonare l’assassino di un figlio vi dimostra che siete irresponsabili: non avete infatti capito che oggi l’espiazione è un atto interiore, non uno spettacolo dove un capro espiatorio viene punito come simbolo di tutti i peccati, come veniva un tempo.

Nonostante i principi di bontà e di comprensione rafforzino il comandamento del “Non uccidere” voi predicate ancora il concetto di legittima difesa. Ma dove vivete? Nel tempo in cui la giustizia degli uomini cerca di sostituire le pene repressive con pene di tipo correttivo o preventivo o in quello in cui l’individuo si fa omicida legale per combattere la criminalità? Anche nel caso in cui siate disposti ad assolvere il panettiere che ammazza il ladruncolo, nessuno potrà dire se questo vostro eventuale atto di carità rappresenti davvero la vittoria del cristianesimo e la forza della conversione della chiesa.

Redigendo gli articoli 2266 e 2321 avete peccato di leggerezza o di negligenza? O  complottate subdolamente  per screditare la fede e rafforzare il declino del cattolicesimo? Espiazione e perdono sono parole senza senso, che non possono preparare un detenuto condannato a morte ad affrontare una nuova vita nella speranza di diventare un uomo nuovo, permettendo la sua vera risurrezione interiore.

Predicando concetti di ieri, vi siete resi ridicoli ed avete ridicolizzato tutta la vostra assemblea. La luce del messaggio cristiano è stata offuscata dall’oscurità del passato. Invocate l’esigenza legittima di punire e di rendere innocuo un aggressore. È ben giusto. Ma la pena di morte è tutt’altro, dato che non è uno strumento di correzione. Nel vostro antico gioco avete deluso il senso del nuovo testamento, attraverso un catechismo non ispirato dal dio d’amore e di comprensione del vangelo, ma permeato dalla presenza del dio vendicatore del vecchio testamento. Volete adottare la legge del taglione “occhio per occhio, dente per dente”? Se è così, parlate con franchezza perché i vostri intendimenti non rimangano nascosti.

Leggendo il catechismo, il cristiano reale, che ha capito meglio di voi chi è il dio d’amore, si sente tradito e deliberatamente abbandonato. Ma abbandonato da una volontà divina che non esiste, in quanto se siete gli uomini di morale che dite di essere e contemporaneamente dimostrate, col vostro fare, di continuare a sospettare che l’amore sia massimamente amorale, non siete dissimili agli uomini di diritto, scribi e farisei, che non possono capire la follia dell’amore.

Mi chiedo e Le chiedo: la volontà di Dio riguardo all’uomo del 21° secolo è che l’uomo agisca secondo il catechismo perché deve, oppure è che l’uomo faccia del dovere il proprio volere? Se Dio volesse che il motivo dell’agire umano sia fare o volere ciò che Egli vuole, in quanto non può identificarsi adeguatamente con ciò che l’essere umano vuole, ne conseguirebbe che Dio non vuole libero e autonomo l’uomo, in quanto la norma dell’agire umano sarebbe situata fuori dell’uomo; e che appunto Dio stesso si troverebbe fuori dell’essere umano. D’altronde, se la volontà di Dio riguardo all’uomo è che questi faccia del dovere il proprio volere, allora l’uomo, paradossalmente, ubbidisce solo quando non agisce più per mera ubbidienza, ma seguendo la propria volontà. Inoltre, se l’uomo si ostina a voler agire per mera ubbidienza ai comandamenti di Dio, senza fare di essi il suo proprio volere essenziale, proprio allora disubbidisce al comandamento di Dio più fondamentale, che è quello di amare, cioè di agire non per ubbidienza, ma per amore. E questo è epicheico spirito neotestamentario. Non è forse l’omissione dalla predicazione cattolica dell’epicheia a far riproporre il “nuovo” catechismo della “legge del taglione”? E poiché sostituire tutte le tasse con un’unica tassa a tempo sulla moneta emessa è l’unica via razionale per uscire dal caos economico esigente una moneta concepita cristianamente, cioè nel tempo, come affermava il poeta Ezra Pound, perché anziché predicare la legge del taglione in contraddizione con la stabile parola di Dio, a lato dell’instabilità delle finanze, non incominciate a dare il buon esempio creando nel Vaticano una moneta cristiana, cioè per l’uomo, attraverso lo IOR (banca vaticana)? 

Epicheia Christi urget nos

 Nereo Villa

 

continua 

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commenti

Massimo Francese 05/21/2012 10:32

Un commento a questo post è improponibile data la ricchezza del medesimo. Vorrei solo dire che una diversa e corretta emissione della moneta sposterebbe l' asse dei rapporti umani con il potere ad
un livello tale che anche i rapporti familiari (figli-genitori ad esempio, moglie-marito)risulterebbero profondamente mutati. I figli potrebbero gestire la loro vita in modo molto più libero,
lasciando il nido molto prima e senza dipendenze e ricatti da subire. Una moglie potrebbe liberarsi senza problemi di un compagno senza temere per il proprio mantenimento. Tutto questo grazie anche
all' introduzione del RdB reso più facilmente realizzabile e logico grazie ad una diversa emissione monetaria. Il mondo del lavoro muterebbe profondamente e in positivo. Ma, c'è un ma. La
maggioranza è disposta a vivere in un mondo migliore senza pecore e pastori, rispondendo a se stessi in primis? Bisogna far crescere buone idee, diffonderle e confrontarle e a questo servono blog
come questo.

nereovilla 05/21/2012 12:25



Infatti questo post termina con un "continua"... Come sempre ti ringrazio dicendoti che questo blog è anche un po' tuo sia per i tuoi contributi e gli incoraggiamenti iniziali (se ricordi, volevo
chiuderlo). Userò queste tue parole per il "continua" del post. Un caro saluto. Stamattina ho pubblicato una pagina un po' dura. Ma la penso così. Sarò sospettoso, ma per me è così. Stiamo
comunque a vedere...  



Raffaele 05/20/2012 21:03

Ci sono novità sulle tasse, cosa sono e perché vengono pagate.
mmtdemocrazia.info
Ti abbraccio
raffaele

nereovilla 05/21/2012 09:09



Vado a vedere. Ciao



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