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6 luglio 2012 5 06 /07 /luglio /2012 09:06

Il discorso del logista è il discorso che diviene autonomo rispetto al pensiero, per cui il logista può arrivare a dire “io non sostengo ma dimostro”. E qui sta la sua alienazione: il discorso che con le sue forme logiche costringe il pensiero e procede secondo la serie delle inferenze, sicuro di tenere il pensiero nelle parole, come se il pensiero procedesse dalla concatenazione delle parole, è segno di automatismo cerebrale condizionante il pensiero, cioè sintomo di alterazione mentale (Cfr. M. Scaligero, “La logica contro l’uomo”, ed. Tilopa, Proma, 1967, pag. 90).

 

Quando questo sintomo si moltiplica e diventa il carattere tipico di un’epoca (la nostra, per esempio, è assolutamente dominata dal logismo, e Mario Monti che distrugge l’economia credendo di svilupparne la crescita è solo uno dei tanti esempi di alterazione mentale essenziale) è difficile che sia più possibile espressione discorsiva di pensiero vivo, a cui risponda nel lettore o nell'ascoltatore la possibilità di rivivere quel pensiero, poiché può aver significato soltanto ciò che ormai per lui si è congiunto fattualmente con determinate parole e forme del discorso. Per cui, chi, esprimendosi, non rientri nel giuoco del generale dialettismo (il cosiddetto politichese) o dell'alterazione mentale, in cui è costituita la specifica coerenza dei partiti, cioè dei vari gruppi intellettuali uniti nella contingenza della dialettica ad essi necessaria, persino per fingere una critica di tale stato di cose, è come se non avesse nulla da dire. In questo contesto, un saggio può esser preso per folle, se non si conforma alle regole del dialettismo: “che non è la forma del discorso, come forma di pensiero, ma la sua meccanizzazione” (ibid. pag. 91).

 

Come si arriva a smarrire, mediante l’automazione logica, la determinazione logica del mondo reale (per intenderci quella che Steiner chiamava logica di realtà)?

 

Anziché distinguere fra la logica giuridica poggiante sull’uguaglianza e quella economica poggiante sul mercato (la vera logica economica poggia sulla fraternità, ma oggi l’economia è degenerata perfino etimologicamente, tanto che la si dovrebbe chiamare “econòmia”, cioè con l’accento sulla “o”), l’uomo in questi ultimi cent’anni di politichese, ha preferito applicare l’odierna logica formale, cioè il calcolo matematico all'espressione discorsiva, credendo così di garantire un canone di precisione espressiva, ed uno strumento metodologico di ricerca. Non che questo sia un male assoluto: l’uomo deve semplicemente accorgersi mediante logismo che questa via è sbagliata. E qui sta la difficoltà, dato che oggi l’uomo sembra essersi perduto  nell’“econòmia” (si è “incartato” nelle carte di Mammona) proprio perché perduto nel logismo.

 

Infatti l'empirismo specifico dell’assunto logista, “per il suo inevitabile carattere dogmatico, dovuto alla presunzione di modellarsi totalmente secondo il metodo logico-matematico che dovrebbe invece costituire semplicemente un suo particolare momento, costituisce un'ulteriore rottura dell'uomo con la sua persona interiore e con la realtà vivente della natura. Per l'automatismo di tale suo procedimento, esso esclude la coscienza gnoseologica del proprio operare. Né può assurgere a valore normativo e assiomatico, senza perdere il carattere positivo della propria empiria. Questa la contraddizione” (ibid., pag. 107).

 

Cosa sta succedendo? Sta succedendo che “proprio i ricercatori del positivo, dell'evidente, del matematico e del tangibile, nella forma logica, rischiano di creare la più organica superstizione dell'epoca: la superstizione della parola che possa dire qualcosa che non sia pensiero”(ibid.). Intendo, ovviamente, per superstizione “quod super stat”, vale a dire ciò che sta sopra le cose senza motivazione alcuna. La canzone di Noemi “Sono solo parole” simboleggia in un certo senso questa realtà dei cosiddetti parolai.

 

 

Se essi aspirano alla matematica della chiarezza espressiva, dovrebbero rendersi conto che qualcosa deve pur essere espresso: e questo “qualcosa” è, comunque, pensiero! (cfr. ibid., pag. 108). Ma costoro lo dimenticano. Perché? Perché tale dimenticanza poggia su una sorta di cecità volontaria dei logisti rispetto alla parola. Non vedono o non vogliono vedere che la parola sta a indicare non la cosa ma il pensiero della cosa, affinché questo possa essere evocato e ridestato in chi ascolta o legge la parola, così che possa riferire la parola alla cosa (cfr. ibid).

 

I logisti, cioè gli odierni parolai, politicanti, partitocratici, tutti coloro che ci governano e noi stessi che li votiamo (vale a dire la Compagnia Dove Ogni Deficiente di pensiero Impera, che io chiamo da anni la DODI&C) non vedono e quindi dimenticano il loro vero potere, il vero potere dell’uomo: la virtù del pensiero: “se scelta di parole e di rapporti tra parole è necessaria, essa avviene per virtù del pensiero che determina l'ordine delle parole e delle proposizioni in base ai propri nessi, a cui i nessi linguistici si conformano, secondo regole possedute e usate dal pensiero ai fini della propria manifestazione, NON SECONDO REGOLE logiche precedenti ed esteriori” (ibid.).

 

Ogni regola logica, ogni enunciazione di significato, cos’è in fondo? È un prodotto del pensiero, che Il pensiero può utilizzare, NON SUBIRE!!! (ibid.).

 

Subire è infatti l’essere fasullo dell’umano, specialmente dell’italiano, in conformità a quanto egli impara nelle università: l’alienazione stessa.

 

E qui, io mi inchino a Massimo Scaligero, lo Steiner italiano, che già nel 1967 aveva scoperto tutto ciò che comporta la logica contro l’uomo:

 

“Una scienza formale non è concepibile se non come scienza del pensiero, dalla quale soltanto possono derivare regole linguistiche valide per il pensiero, nella misura in cui esso sia consapevole della propria preesistenza a qualsiasi propria formulazione. E vedremo come una simile possibilità implichi pura metafisica di pensiero, o ascesi di pensiero, per il fatto che il discorso rigoroso non può essere costruito dall'esterno, bensì dall'interno, secondo un processo di riflessione che muove parimenti dall'immediatezza intuitiva e dalla mediazione contrapposta alla stessa estrinsecazione logica.
Un discorso, se è esatto, viene da pensiero capace di esprimere la propria esattezza, anche quando si creda costruirlo meccanicamente, sulla base di elementi fissi, di cui si usino matematicamente i rapporti, secondo necessità di applicazione tecnica. Un discorso logico riflette la logica insita nel pensiero, in quanto spontaneo essere della sua indeterminazione, che si determina nella forma. L'errore formale si deve sempre all'insufficiente coscienza del momento della determinazione.
L'opinione secondo cui la formalizzazione del discorso, sino ad operazioni riproducibili meccanicamente, sia attuata sul discorso dal di fuori, per via di relazioni “esteriori” precostruite, è ingenua e, in tal senso, indice di non sufficiente coscienza dell'operare logistico. L'operazione, infatti, avviene entro il discorso mediante sue obiettive relazioni, ma tali relazioni, nel loro esser determinate, hanno sempre interiore a sé il determinare da una sfera di indeterminazione: tuttavia vengono attuate come se ricevessero da fuori la determinazione stessa, in quanto il logista sogna di produrla lui mediante quelle, e così di schematizzarla. In tal modo egli non avverte il darsi della relazione nel momento logico della determinazione stessa. L'oggetto più importante, il suo proprio tema, non viene veduto dal logista” (M. Scaligero, “La logica contro l’uomo”, op. cit., pag. 108 e 109).
 
Oggi noi subiamo le stronzate di Mario Monti, e in genere degli altri logisti, solo perché  NON ABBIAMO COSCIENZA di questa alienazione essenziale che si nasconde in questa falsa logica discorsivistica, alienazione che per ora solo i comici riescono a cogliere, in quanto più desti della massa addormentata di coloro che vorrebbero rianimare, far ridere, risvegliare. Il comico in realtà è drammaticamente triste perché vede che siamo tutti dormienti, addormentati nelle nostre coscienze, grazie allo statalismo, scuola dell’obbligo di Stato, dogmatismo, ecc., ed al cattolicesimo di coloro che nascono dogmaticamente cattolici senza mai diventare cristiani…

 

Cercare il canone dell'inferenza è infatti già l'inizio di un'esperienza del pensiero che oggi praticamente abortisce nelle espressioni filosofiche che va conseguendo. DI QUESTO ABORTO NON SI HA COSCIENZA: si da’ e invale come organismo regolare della conoscenza. Cercare tale canone nel calcolo delle proposizioni e nelle loro trasformazioni in simboli, è come cercare dentro lo specchio la realtà dell'immagine riflessa (cfr. ibid. pag. 152).

La logica formale, se non diventa esperienza di pensiero (esperienza del concetto direbbe Steiner) non può  che arrestarsi alle strutture del discorso e alle relazioni tra le parole: è una paralisi del pensiero, perciò è mero psichismo, mera astrazione, “pensiero” disanimato da ogni contenuto concretamente reale.

 

Ed è proprio così che è caratterizzata l’odierna nostra schiavitù, il nostro odierno subire.

Concludo con Scaligero:

 

“L'essenza del pensiero è il nucleo dell'operare umano: è una realtà seria con cui non ci si può baloccare mediante logismi presi in prestito dall'analisi matematica, perché è in giuoco l'orientamento stesso della cultura umana. Il momento presente è grave, appunto per l'insostenibilità di un reale senso della cultura e per l'insufficienza del pensiero dinanzi ai problemi che assediano non determinate correnti o categorie, ma la struttura stessa della civiltà (ibid.).

 

Queste cose Massimo Scaligero scriveva nel 1967!!!

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