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6 novembre 2013 3 06 /11 /novembre /2013 09:14

L’incredibile lectio di Archiati “sul bernoccolo”

J. Gottlieb Fichte, avviandosi a riflettere sul suo “assolutamente primo, in tutto e per tutto incondizionato principio fondamentale” (Fichte, “Fondamento dell’intera dottrina della scienza”, Bompiani, Milano 2003, p. 139), parte dalla proposizione “A è A” scrivendo che ognuno può ammetterla “sicuramente senza rifletterci più di tanto: la si riconosce come totalmente certa e stabilita” (ibid., p. 141).

Con ciò egli crede di attribuirsi “il potere di PORRE QUALCOSA IN ASSOLUTO” (ibid.).

Ma vaneggia soltanto. Questa è una vera cazzata, ed oltretutto pone le basi per una dialettica totalmente priva di contenuti reali.

Cerco di spiegarlo.

Se tu affermi che “A è A” e lo fai riflettendo sul fatto che io non vi rifletto più di tanto per ammettere quanto affermi, cosa fai in realtà? Rifletti sulla probabilità che io non vi rifletta per potermi così imporre che “A è A” come assoluto senza condizioni.

Però se io rifletto incomincerò col chiedermi: perché mai costui vuol parlarmi per assoluti? Perché assolutizza la sua proposizione iniziale “A è A”? Che bisogno ha di dire che A è A o che rosso è rosso, o che tavolo è tavolo? È forse un cretino che parla senza gli articoli? Perché parla senza grammatica? Forse che in tedesco si parla senza articoli? No, in tedesco gli articoli si usano, eccome!

Solo che nella sua proposizione di partenza Fichte non li usa. Usarli significherebbe affermare che da qualche parte, lì su quel pezzo di carta, o là sulla lavagna, c’è “una A”, cioè inchiostro su carta o gessetto sulla lavagna. Ma Fichte non vuole affermare questo, perché non vuole “materiali”, NON VUOLE MATERIA. A lui interessa solo che la forma di una cosa sia riconosciuta senza il suo contenuto di sostanza.

Dunque Fichte scrive: “La proposizione ‘A è A’ non è affatto equivalente a ‘c’è una A’ […]” (ibid. p. 143), aggiungendo in modo esplicito che con ciò “non si pone in questione il ‘contenuto’ della proposizione, bensì semplicemente la sua ‘forma’” (ibid.).

Ciò significa che a Fichte interessa solo affermare una connessione formale fra termini privi di contenuto.

Gli interessa ciò che perfino gli americani (che sono i campioni di superficialità) chiamano aria fritta, cioè connessioni di aria fritta.

E Fichte si muove proprio in tali connessioni di aria fritta, vale a dire in un ambito privo di concretezza del pensare, dunque nel mero ambito del pensare astratto.

Non distinguendo fra pensare astratto e pensare concreto, si può così dimostrare tutto e il contrario di tutto ma solo a parole, cioè solo in modo nominalistico.

Questo modo “parolistico” di procedere negando la sostanza delle cose, è tipico di coloro che credono che il pensare sia totalmente astratto, e che in base a questo pregiudizio parlano poi di spirito o di idealismo.

Questo tipo di spiritualismo o di idealismo è in fondo solo negazione della sostanza del mondo reale, quello in cui se batti la testa contro il muro ti viene un bernoccolo.

Ebbene chi, come un pappagallo, segue pedissequamente J. Gottlieb Fichte nelle sue astrazioni e si impadronisce del suo formalismo dialettico è oggi il predicatore di professione Pietro Archiati, che di formalismo in formalismo riesce a dimostrare che l’acqua è asciutta o che la formazione di un bernoccolo non è la formazione di qualcosa di concreto, ma che è sempre la formazione di qualcosa di immateriale…

Quanto segue è l’incredibile lectio di Archiati “sul bernoccolo”.

Si tratta di una risposta data ad un’ascoltatrice che al suo spiritualismo assoluto obietta “Quando io sbatto contro il muro tu non mi puoi dire ‘La materia non è una realtà’; e senza muro la protuberanza non sorge!”.

Ecco come Archiati procede per negare la realtà del bernoccolo.

«“Quando io sbatto contro il muro tu non mi puoi dire ‘La materia non è una realtà’”? Non c’è mai stato nessuno che ha sbattuto contro il muro. Non esiste proprio. È un modo del tutto rudimentale, infantile, di esprimere il fenomeno. Ci sono stati esseri umani che hanno vissuto il dolore di una protuberanza fisica. Ma il dolore è una realtà, non il muro! “Ma senza muro la protuberanza non sorge”? E allora cos’è il muro? La scienza dello spirito è un po’ più difficilina della scienza naturale perché complessifica le cose. Allora Steiner direbbe [sentite questa cazzata che il signor Archiati mette in bocca a Steiner - ndr]: ‘Un muro, la cosiddetta materia, sono spiriti della forma che sovrasensibilmente agiscono in certe direzioni. Fanno una struttura, diciamo, no? Ma una struttura di forze. La materia non c’entra nulla. Poi ci sono spiriti del movimento che portano, diciamo, questa… supponiamo che sia una struttura stabile. Tutto il fisico ha delle strutture e delle forme stabili, altrimenti sarebbero in metamorfosi. Ora lo spirito del movimento porta un essere umano in movimento e impinge in queste forze. Forze stabili della forma che impingono, che si scontrano, con forze in movimento, fanno sorgere il bernoccolo, il dolore, perché sono in contrasto fra loro. Vogliamo una forma stabile o vogliamo scioglierla? E questo dolore porta a coscienza il fatto che l’evoluzione è possibile soltanto in quanto interazione di forze opposte. Cos’è il bernoccolo? Una forma che fino a poco fa era fissa e che adesso è entrata in movimento! È così. Però la realtà, dietro, è sempre lo spirito. Non è la cosiddetta materia. Questo è il concetto fondamentale della scienza dello spirito. E senza questa interazione fra forza e controforza non ci sarebbe evoluzione. Non ci sarebbe neanche coscienza. Perché come faccio io a portare a coscienza che qui c’è un contrasto fra forma e movimento? Attraverso il dolore. Perché se io non sentissi nulla, non avvertirei nulla. Sento col dolore il contrasto tra forma, che in quanto forma deve stare un pochino ferma se no…, e il movimento, che scioglie la forma» (Pietro Archiati, 3° seminario sulla filosofia di Steiner, tenuto a Rocca di Papa (RM) dal 14 al 17 febbraio 2008).

Evidentemente Archiati non riesce a liberarsi dei suoi bernoccoli, cioè dei suoi pregiudizi di idealismo assoluto, e parla per bocca di Steiner, proprio come fanno i medium che parlano per bocca di un altro. Archiati spiega anche così, da medium, il pensiero di qualcuno spacciandolo per quello di qualcun altro.

Steiner però mai disse e mai si sarebbe sognato di dire o di scrivere simili astrazioni concettuali finalizzate a negare la materia. L’opera di Steiner propone un monismo, che nulla ha a che fare col monismo di coloro che negano la materia in nome dello spirito (o il contenuto percettivo in nome del concetto): “Un concetto astratto non ha di per sé realtà alcuna, così come non ce l’ha una percezione di per sé […] Solo il collegamento di ambedue, la percezione che si incorpora nell’universo conformemente a regole, è realtà piena. Se consideriamo la mera percezione di per sé non abbiamo alcuna realtà, bensì un caos sconnesso; se consideriamo di per sé la conformità della percezione a regole, allora abbiamo a che fare soltanto con concetti astratti. Non il concetto astratto contiene la realtà, bensì invece l’osservazione pensante la quale non considera unilateralmente di per sé né il concetto, né la percezione, ma la connessione di ambedue” (R. Steiner, “Gli ultimi problemi. Le conseguenze del monismo”, §1, in “La filosofia della libertà”).

Chi è allora quest’altro che Archiati vorrebbe far parlare mentre predica Steiner? È J. Gottlieb Fichte.

Parlando per bocca di Steiner - che invece, ripeto, è GOTTLIEB FICHTE il quale, come ho mostrato prima, NON VUOLE MATERIA - Archiati gli fa dire che la materia sarebbe spirito; spirito che, in quanto immateriale, non c’entra nulla con essa; gli fa dire che il bernoccolo sarebbe il risultato dello scontro dello spirito con se stesso, e precisamente dello scontro fra se stesso in quanto forma immateriale e se stesso in quanto movimento immateriale; e gli fa dire che il dolore sarebbe il generatore di coscienza dell’interazione di forze opposte in quanto in evoluzione!

Secondo questa esaltata visione di forze opposte che si scontrano in questa strana evoluzione in cui l’uomo avrebbe solo la parte del dolore, la scienza dello spirito sarebbe più difficile di quella naturale in quanto, anziché comprendere le cose, le renderebbe più complesse di quello che sono.

Dunque la scienza dello spirito sarebbe per Archiati come una specie di UCAS, “Ufficio Complicazioni Affari Semplici”!

Da tale ufficio proviene la confusione di chi, avendo frainteso “La filosofia della libertà” di Steiner come “Dottrina della scienza” di Fichte, proietta tale confusione su Steiner: “Steiner usa di solito il termine «monismo» (Monismus) a indicare il proprio pensare, ma questo termine può dar adito a confusione. Infatti, nel secondo capitolo del suo libro egli stesso chiama monismo quella teoria errata, che vuol ridurre il reale o alla sola materia (negando lo spirito) o al solo spirito (negando la materia). Sarebbe stato meglio, secondo me, se Steiner avesse distinto chiaramente la terminologia: o riservando il termine «monismo» per l’uso fattone nel secondo capitolo (e trovando allora un altro termine per la propria visione); oppure riservando il termine di monismo a sé, senza usarlo per teorie diverse dalla sua, o addirittura opposte. Si tratta qui però di una pura questione di terminologia, che non tocca il contenuto dell’opera”. (Pietro Archiati, “Libertà senza frontiere” p. 200).

Archiati, dunque, che pur dimostrando di non avere capito nulla e ciò nonostante volendo ugualmente spiegare e predicare, arriva all’alienazione essenziale per cui da’ del confusionario a Steiner… “Cretinismus” imperat!

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5 novembre 2013 2 05 /11 /novembre /2013 12:35

Da anni Pietro Archiati, predicatore di professione, predica imperterrito, e con precisione millimetrica, la dottrina della scienza di J. Gottlieb Fichte, spacciandola per la scienza dello spirito di Rudolf Steiner. La cosa che più meraviglia non è tanto lo spaccio, ma le dissimulazioni di questo falsificatore nel promuovere il comunismo giuridico proibizionista di J. Gottlieb Fichte come fossero intenzioni di Steiner.

Ciò dimostra che la sedicente società antroposofica è composta solo di accaniti businessmen.

Questo è comunque il mio parere, basato su quanto segue.

Premetto comunque che io non ho nulla contro l’idea del comunismo. Sono convinto, anzi, che essa potrà concretamente attuarsi solo a partire dall’idea di una triplice articolazione dei poteri dell’organismo sociale. Ciò significa che potrà realizzarsi solo dal basso, cioè dall’individuo, dal singolo. Chi vede tale realizzazione dall’alto del diritto di Stato persevera nell’errore. La storia ha dimostrato che lo STATO ETICO promosso da Fichte, Shelling, Hegel, è un’astrazione utopica che non si realizza. Credo che solo l’INDIVIDUALISMO ETICO promosso da Rudolf Steiner possa generare un organismo sociale a misura d’uomo proprio anche in senso fisiologico…

Il 21° capoverso del 3° capitolo della filosofia della libertà di Steiner intitolato “Il pensare al servizio della comprensione del mondo” inizia con la seguente domanda: “Quando nel mio pensare io vi intesso un oggetto che è dato senza la mia collaborazione […] in che modo è possibile che il mio pensare abbia una relazione con l’oggetto?”.

Per spiegare queste parole di Steiner, Archiati afferma che il pensare è creazione dal nulla e dice: “L’elemento che pensa sulla natura lo crea dal nulla l’uomo. Il pensare umano è una creazione dal nulla compiuta dallo spirito dell’uomo” (Pietro Archiati, 3° seminario sulla filosofia di Steiner, tenuto a Rocca di Papa (RM) dal 14 al 17 febbraio 2008).

Questa affermazione potrà anche essere valida per qualcuno che si crede capace di pensare senza contenuti di pensiero. Se però si riflette sul suo contenuto si vede che essa non sta in piedi: se ne scorge l’inconsistenza perché un pensare senza oggetti - cioè senza i pensieri degli oggetti - non può esistere. Un pensare, inteso come creazione dal nulla, non può che essere un pensare senza oggetti del pensare, e dal momento che si pone la natura come oggetto del pensare, si pone un oggetto di percezione che in quanto tale È qualcosa. E se è qualcosa, non è un nulla.

Qualcosa è un nulla solo reputando le cose un nulla, o disprezzando il mondo, cioè ponendo il mondo alla maniera di J. Gottlieb Fichte, il quale proprio come Archiati nega la realtà del mondo per affermare la realtà dell’io, assolutamente libero in quanto attivo, e quindi reale e quindi attivo. Sì, perché la realtà e l’attività per J. Gottlieb Fichte coincidono: “attività [Tätigkeit] per Fichte coincide con la realtà, anzi i due concetti sono identici: attività è realtà, realtà è attività” (“Fichte Fondamento dell’intera dottrina della scienza” a cura di Guido Boffi, Ed. Bompiani, Milano 2003, pag. 669). Ecco perché l’uomo passivo è per Fichte mera espressione del patire [Leiden], l’“opposto dell’attività, la negazione positiva e quantitativa della sua realtà” (ibid. pag. 672).

Insomma, secondo Fichte “la determinatezza del dovere morale appare come una determinatezza che deve essere prodotta dall’io” (Giovanni Cogliandro, “Organismo e determinazione: il corpo nella dottrina della scienza di Fichte”, Etica & Politica / Ethics & Politics, XIII, 2011, 2, pag. 93). E scrive: “Io mi trovo come tale né limitato né illimitato, ma solamente libero, determinabile all’infinito da me stesso, e mediante tale predicato dell’io, ogni essere, ogni sussistere, ogni essere statico ne restano esclusi” (Wissenschaftslehre NM-H, pag. 227, in ibid.).

Attraverso l’idea di “creazione dal nulla” usata da Fichte “per designare la libertà” (ibid., nota 27, pag. 95), Archiati predica la filosofia della libertà di Steiner, anche se per Steiner libertà, individualismo etico, e fantasia morale non c’entrano nulla con la “creazione dal nulla”.

La creazione dal nulla di Archiati è comunque una sua mera rappresentazione campata per aria, dato che afferma: “la creazione dal nulla non è il concetto che non ci sia assolutamente nulla prima di questa creazione [... ma] significa che la legge e la forza di ciò che c’era prima viene annientata, viene disgregata, viene annullata” (Pietro Archiati, “Cristianesimo e reincarnazione”, Roma 22 - 25 aprile 1994, pag. 137). Inoltre per lui tale annullamento riguarda “il sostrato precedente nella sua capacità di causare. Questa è la nullificazione; non è che sparisce del tutto: si nullifica la sua capacità causante in modo che tutta la capacità causante proviene dallo spirito” (ibid.).

Questa rappresentazione del “nulla-non-del-tutto-nulla” è però fuorviante, dato che il concetto di “nulla”, come ogni altro concetto, evoca un preciso contenuto, che rende possibile il dialogo. Se uno dice pane per intendere “pane-non-del-tutto-pane” e fa così coi suoi concetti, è impossibile comprenderlo, perché, dal momento in cui si pone un concetto spurio, tutto si intorbida ed ogni dialogo è reso impossibile, oppure diventa possibile solo in quanto settario.

Del resto è notorio che J. Gottlieb Fichte, nonostante usasse la sopra accennata espressione “creazione dal nulla” per designare la libertà, considerava la teoria della creazione dal nulla un’aberrazione. Anche da ciò si vede come Archiati faccia “salti mortali” per spiegare la scienza dello spirito di Steiner tramite la dottrina della scienza di J. Gottlieb Fichte, che di Giorgio Panariello fu precursore nello stile “un po’ di qui, un po’ di là” del politichese marcio.

Per Steiner l’azione morale non è mai un atto creativo che genera le cose dal nulla; l’azione morale per Steiner trasforma invece quelle esistenti: “L’azione dell’uomo non crea percezioni bensì modifica le percezioni che già esistono, conferisce loro una nuova forma” (R. Steiner, “La fantasia morale”, cap. 12° de “La filosofia della libertà”,§2°).

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4 novembre 2013 1 04 /11 /novembre /2013 12:19

Il 20° capoverso del 3° capitolo della filosofia della libertà di Steiner intitolato “Il pensare al servizio della comprensione del mondo” inizia con la seguente frase: “Quando si rende oggetto di osservazione il pensare, si aggiunge al rimanente contenuto del mondo osservato qualche cosa che di solito sfugge all’attenzione; il modo in cui l’uomo si comporta però, anche nei confronti delle altre cose, non si modifica”.

Non mi sembra un’affermazione difficile da capire.

Eppure, Archiati la illustra secondo l’aut-aut della logica binaria, quella delle macchine, dei computers, o della catena di montaggio, perfino postulando la possibilità di un salto a ritroso nel tempo come se esistesse una macchina del tempo funzionante, cioè capace di rendere possibile tale salto, sia pure per un “momentino”: “Venti [20° capoverso - ndr]: quando si prende il pensare come oggetto dell’osservazione, noi stiamo osservando il pensare. Stiamo facendo oggetto di percezione qualcosa che non è, non viene percepito ma prodotto direttamente, creato direttamente. Qui c’è un paradosso. Il pensare sul pensare è un paradosso. Perché il pensare sul pensare ci presenta il pensare come percezione, però scopriamo che non è percezione. Diventa percezione nel momento in cui è già pensato. È già pensato! Però accorgendomi di questo ho la possibilità di tornare indietro un momentino e di sorprendermi mentre penso. E mentre penso, il pensare non è una percezione ma è un puro creare” (Pietro Archiati, 3° seminario sulla filosofia di Steiner, tenuto a Rocca di Papa (RM) dal 14 al 17 febbraio 2008).

Questa, sì, che è bella!

Il paradosso che l’intelletto rileva alla luce della logica “analitica”, usata da Archiati per spiegare la dinamica dell’osservazione del pensare, dimostra ancora una volta che tale dinamica non è stata da lui compresa.

È difficile comprendere “La filosofia della libertà” secondo quel “principio d’identità” (o di “non contraddizione”) caro ad Aristotele per cui se A è A e se B è B, allora A non è B e B non è A. Se chiamo A il pensare, e B, l’osservarlo, non posso - in base al principio di identità - dire che A è B, perché tale affermazione sarebbe una paradossale contraddizione.

Però il procedere in base al principio di “non contraddizione” è una logica che va sempre bene solo per la catena di montaggio o per un pensare senza alcun contenuto di esperienza, cioè disincarnato, come lo è ad esempio il pensare il J. Gottlieb Fichte. Tale pensare però non va sempre bene per l’essere umano incarnato.

Già la logica dialettica o speculativa di Hegel consentiva di scoprire che nel divenire A è B e che B è A dato che l’uno e l’altro non sono che due momenti del divenire (o dello svolgersi) di uno stesso concetto. Solo in virtù del movimento della ragione è possibile riunire quanto l’intelletto ha separato.

Con la logica meramente intellettuale è ovviamente difficile comprendere che solo in virtù del movimento della ragione è possibile riunire quanto l’intelletto ha separato dato che, con essa, l’intelletto e la ragione risultano sinonimi, e quindi non vi è alcuna differenza.

Ma così non è, dato che tanto per Goethe quanto per Steiner “la ragione è rivolta al divenire, l’intelletto al divenuto” (Goethe, "Detti in prosa" in R. Steiner, "Le opere scientifiche di Goethe”).

Diceva Goethe: “Che cosa è più difficile di tutto? Vedere con i propri occhi ciò che si ha sotto il naso”.

In effetti è così.

Ed Archiati, per spiegare l’osservazione del pensare, assolutizzando fichtianamente tanto il pensare quanto l’osservarlo, è costretto a rilevarne il paradosso e a risolverlo con un sognante salto a ritroso nel tempo come se ciò fosse possibile tramite una reale macchina del tempo… La pazzia galoppa…

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4 novembre 2013 1 04 /11 /novembre /2013 09:32

Il comunismo giuridico proibizionista di J. Gottlieb Fichte, ardentemente predicato da Pietro Archiati come scienza dello spirito a carattere antroposofico, poggia su una precisa CONDITIO SINE QUA NON, o condizione, senza la quale è impossibile vivere della propria creatività, vendendo i propri prodotti, per es., le proprie idee scritte nei propri libri: catturare il maggior numero di utenti compratori nei quali generare il bisogno di tali idee, bisogno che sarà bianco per i bianchi e nero per i neri, anche se il bianco è il contrario del nero.

La CONDITIO SINE QUA NON è quindi la capacità eristica di “appianare” la contraddizione dando un colpo al cerchio ed uno alla botte tramite il vetusto gioco del bastone e della carota. Ciò è possibile con la solita arte di assolutizzazione dei concetti, arte eristica come modo di avere ragione sui nostri simili vissuti sempre come avversari da trasformare in clienti.

A me pare che tutta la “filosofia” di J. Gottlieb Fichte sia improntata in definitiva al suo business da pennivendolo, mascherato da idealismo assoluto, e vorrei mostrarlo.

Se provo a immaginare qualcosa di statico e mi rivolgo poi alla fisica con tale immagine di staticità, devo subito ricredermi, dato che vengo a conoscere che gli atomi di ogni cosa sono tutti sempre in elettronico movimento.

Così mi accorgo che è impossibile sperimentare staticità anche in ogni concetto, dato che tutto ciò che penso lo posso sempre pensare meglio e che, inoltre, tutto si trasforma sia in me che fuori di me: il concetto di geocentrismo fu per esempio superato da quello di eliocentrismo ed ancora oggi quest’ultimo non è per nulla un concetto assoluto o assolutizzante.

Ciò significa che una filosofia statica, fatta di concetti immobili, definiti e finiti, morti insomma, non può esistere, perché la vita del pensare ovviamente non li reggerebbe. Anzi, li espellerebbe continuamente da sé. Dico “ovviamente” intendendo il pensare come mutante, evolutivo; in caso contrario, cioè procedendo per assoluti, niente muta.

In tal caso, l’ovvio non è più tale e abbisogna di essere detto. Ecco infatti che l’idealista assoluto Johann Gottlieb Fichte non può esimersi dal dire l’ovvio: “Nell’ambito di ciò che io chiamo filosofia non può entrare nulla di statico, immobile e morto. In essa tutto è azione, movimento e vita” (J. G. Fichte, Lettera privata del gennaio 1800). Se uno parla così, in definitiva è come se dicesse: “Stai attento nell’avere a che fare con uno come me, perché io cambio idea in quanto mi evolvo: io penso, mi evolvo e cambio idea”. E ciò è lodevole. Però diventa aberrante se questo modo di “evolversi” si trasformasse poi, per es., nel cabarettistico slogan “Qui lo dico e qui lo nego”.

Dall’iniziale legittimazione della Rivoluzione francese, ghigliottina compresa, e dall’affermazione della necessaria estinzione della “forma-Stato”, Fichte passò ben presto a rappresentare daccapo il suo radicale statalismo in “Der geschlossene Handelsstaat” (“Lo Stato commerciale chiuso”) del 1800, negando così la prima fase “giacobina” del suo pensare.

Tale suo ripensamento radicale, facendo a cazzotti con gli stessi suoi princìpi, apparsi nella sua “Dottrina della scienza” (“Wissenschaftslehre”) ebbe un fragoroso effetto comico sui suoi lettori, tanto che Schopenhauer, togliendo l’acca al termine “Wissenschaftslehre”, la chiamò “Wissenschaftsleere”, che significa “Vuoto della scienza”.

Il “Vuoto della scienza” di Fichte è infatti null’altro che “scilipotismo”: puro scilipotismo, di cui Fichte fu massimo pioniere di genuina comicità in quanto filosoficamente giustificata.

Oggi quest’ultima impera perfino nella sedicente società antroposofica, che si è fatta recentemente propugnatrice del comunismo giuridico proibizionista di Fichte, predicato ad una massa di persone ignare, che la crede filosofia della libertà!

Abbiamo dunque un “primo Fichte”, corrispondente al “qui lo dico” giacobino, sovversivo, e nemico dello Stato, e questa era l’immagine che di lui veniva veicolata negli ambienti conservatori, ed un “secondo Fichte”, quello che, dopo la batosta dell’essere stato allontanato dalla sua cattedra, si reinsedia nell’Università, del tutto riconciliato con lo status quo, predicando la necessità di uno Stato forte e sovrano, commercialmente chiuso e organicisticamente strutturato.

Il “secondo Fichte”, nel suo caratteristico “qui lo dico e qui lo nego”, terminava dunque di predicare la necessità di estinguere la “forma-Stato”, e iniziava “scilipotisticamente” a predicarne un’altra, quella della forza sovrana della “forma-Stato”.

Per coniugare questa sua svolta teorica con l’immagine presentata prima come “filosofia della trasformazione” e della libertà, per sua vocazione avversa al dogmatismo e all’inerzia, Fichte si appellava a Kant, in nome dell’assoluto, consapevole ora che la morale trasformazione assoluta non avrebbe mai potuto darsi (ma non poteva esserne consapevole prima?). Era stato infatti Kant a mostrargli che la condizione di “piena moralità” dell’umanità doveva essere intesa nel suo uso regolativo e che quindi costituiva un obiettivo sempre perfettibile, dunque impossibile da raggiungere in modo compiuto: “per ritenerci moralizzati (moralisti) ci manca ancora molto” [I. Kant, “Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico”, a cura di F. Gonnelli, Laterza, Roma-Bari 2006, p. 38].

Per risolvere la sua contraddizione, Fichte si attenne dunque a questa impostazione kantiana, per la quale la moralizzazione dell’umanità andava intesa in forma mai conclusa e sempre “in movimento” secondo la filosofia dell’ovvio, anzi dell’ovvio assolutizzato, per cui all’idealista assoluto Fiche ben conveniva dire nel 1800: “Nell’ambito di ciò che io chiamo filosofia non può entrare nulla di statico, immobile e morto. In essa tutto è azione, movimento e vita” (J. G. Fichte, op. cit.).

Gli conveniva perché, così, tutto allora andava a posto: basta assolutizzare la “filosofia della trasformazione” (qualsiasi altra filosofia come compito inesauribile) e mostrarne il “telos” come “carota”, ed il gioco è fatto, dato che in nome di quella filosofia si potrà disporre di qualsiasi “bastone” si voglia nella misura in cui lo si renda necessario in nome della “carota”, anche se questa è il contrario del “bastone”.

Questo è dunque il punto: il compito inesauribile. Basta dire che il fine della “carota” (“primo Fichte”) non potrà mai dirsi compiuto in modo assoluto, e subito apparirà come cosa buona e giusta che lo Stato non potrà mai essere superato (“secondo Fichte”), ancorché l’obiettivo (del “primo Fichte”) era di rendere lo Stato superfluo.

In tal modo, mentendo sapendo di mentire, si fa apparire che il superamento della “forma-Stato” resta un “fine ultimo”, un ideale assoluto in nome del quale sforzarsi per favorire il perfezionamento dell’umanità lungo il suo cammino di moralizzazione, cioè per favorire l’attuazione di uno “Stato etico” per definizione inattuabile (lo Stato essendo - anche come participio passato - qualcosa di statico e tutt’altro che dinamico, o in movimento o in trasformazione): “Avvicinarsi a questo fine ultimo, ed avvicinarsi in progressione infinita, ciò egli [l’uomo] può e deve farlo. Possiamo definire unione (Vereinigung) questo avvicinarsi a una completa unità ed unanimità di tutti gli individui. Dunque la vera destinazione dell’uomo nella società è un’unione che divenga dal punto di vista dell’interiorità sempre più profonda e dal punto di vista dell’estensione sempre più ampia. Questa unione è però possibile solo mediante un perfezionamento” [J. G. Fichte, “La missione del dotto”, a cura di N. Merker, Fabbri, Milano 2001, p. 34].

Con questo tipo di “scilipotismo” del “qui lo dico e qui lo nego”, Fichte riesce a catturare adepti antistatalisti a cui predica la non necessità di vivere nello Stato e contemporaneamente adepti statalisti ai quali predica il contrario sostenendo l’insuperabilità della “forma-Stato”, e motivandola sulla base dell’avanzamento infinito come scopo dell’agire umano nella storia, in coerenza con gli stessi princìpi della sua Wissenschaftslehre, anche se ricadendo nel dogmatismo reso in tal modo necessario.

Furbo no? Ma era solo un businessman, esattamente come gli antroposofi odierni mossi da pensiero morto.

L’idealismo assoluto di Fichte si capovolse insomma in dogmatismo assoluto in base e in nome dell’assolutizzazione eristica dei concetti. Ma col pensiero debole o morto si potrà sempre dire che “in verità Fichte risolve l’aporia conservando lo sforzo (e dunque la libertà) di moralizzazione e di “toglimento” dello Stato: libertà che se, invece, potesse effettivamente giungere a una determinazione concreta, e dunque al raggiungimento dell’obiettivo in questione, si capovolgerebbe in “inerzia”, in “inazione” e dunque in dogmatismo. Il mantenimento dello Stato pur nella prospettiva asintotica del suo superamento è dunque la CONDITIO SINE QUA NON [il maiuscolo è mio, e intende sottolineare l’intercalare continuo delle prediche di Archiati nei suoi continui riferimenti a questa espressione latina] per tenere vivi la prassi e l’ininterrotto sforzo dell’umanità” (Diego Fusaro, “L’aporia dello Stato in Fichte”).
Aberrante, no? E soprattutto diabolico, in quanto perseveranza nell’errore. Che il muro di Berlino sia caduto non ha evidentemente senso per chi si inoltra in questa “prospettiva asintotica”. Anzi, costoro l’hanno ben presto sostituito col nuovo muro di Maastricht che predicano come cosa buona e giusta...

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3 novembre 2013 7 03 /11 /novembre /2013 11:52

Pietro Archiati, ponendo al pubblico un quesito sulla realtà della percezione (e ponendolo in modo retorico dato che poi risponde subito egli stesso) nega realtà alla percezione: "C'è una realtà che veramente è fuori della coscienza? Sì!, ed è la percezione, che proprio per questo non è una realtà, perché è fuori della coscienza!" (P. Archiati, "Esistono limiti alla conoscenza?", Ed. Pensarelibero).

Mi chiedo dove sia la logica di questa affermazione.

Se dico di una cosa che essa è una realtà, posso fare ciò solo perché di quella cosa sono cosciente. Come faccio a sostenere immediatamente dopo anche il contrario dicendo che essa è fuori dalla mia coscienza?

Non posso. Pietro Archiati invece può. E tutti zitti! Pensiero debole dell'oratore o dei muti ascoltatori? Fatto sta che antichi slogan come "un po' di qui e un po' di là", o del "qui lo dico e qui lo nego" del comico Giorgio Panariello che riprendevano satiricamente la filosofia del "ma-anchismo" del politicastro Walter Veltroni, diventano in Pietro Archiati antroposofia.

Oggi l'ottundimento imbelle del pensare in cui deliranti psicologismi sono scambiati per antroposofia è spaventosamente ridicolo!

Che fuori dalla coscienza ci siano delle realtà è possibile affermarlo a condizione di non considerare realtà solo ciò che è dentro. Se invece crediamo realtà solo ciò che è dentro non possiamo neanche supporlo. Infatti solo in uno stato sognante potremmo supporre fuori di noi delle realtà, nella convinzione che esse sono realtà solo dentro di noi.

Osservare la superficialità dell'oratore di professione Pietro Archiati, e contemporaneamente la mancanza di osservazione dei suoi ascoltatori non mi sorprende.
Del resto, dopo avere assistito all'"allotriofagia" di coloro che come bestie urlanti in piazza S. Pietro acclamavano la fumata bianca del nuovo papa senza nemmeno sapere chi fosse, nulla mi meraviglia più.

Chi ritiene le cose reali NELLA MISURA IN CUI sono dentro e non fuori della coscienza, ritiene realtà ciò di cui è cosciente e non realtà ciò di cui non è cosciente. In altre parole conferisce realtà solo a ciò che conosce. Se per esempio non sa cosa sia un bemolle o un diesis dice che bemolle e diesis sono NON-realtà

Ora, affinché non sembri che tutta questa riflessione sia condotta fuori dal suo contesto reale, ecco il contesto delle frasi precedenti: "la Filosofia della Libertà - dice Archiati - crea l'equilibrio fra l'affermazione degli idealisti, che vorrebbero farci credere che si trova realtà senza il lato della percezione e lo spirito anglosassone che vorrebbe farci credere che si trova realtà senza il lato del concetto, soltanto con la percezione. E la Filosofia della Libertà ti dice: no!, la realtà ce l'hai quando metti insieme tutti e due" (Archiati, op. cit., ibid.).

Considerando dunque il contesto delle valutazioni di Archiati sulla percezione, risulta che dopo avere affermato che la realtà è l'insieme di percezione e concetto, e che quindi la percezione è parte della realtà, il predicatore afferma poi che la percezione non sia realtà in quanto "fuori della coscienza"!

Se dunque per Steiner e per l'osservazione dei fatti della realtà, la percezione è una parte della realtà assieme al concetto, per Archiati ciò significa che la percezione non è realtà assieme al concetto, ma che essa è NON-realtà.

Ciò però per essere detto esige assolutizzazione eristica dei concetti, e con l'eristica è risaputo che si può dimostrare tutto e il contrario di tutto.

L'eristica è infatti l'arte deipennivendoli come Johann Gottlieb Fichte, a cui Archiati, alias Archiagottlieb, si ispira.

Allora vorrei chiedere ad archiati: o Archiagottlieb che fai? Giochi a fare lo Steiner pubblicando idiozie in base a Gottlieb Fichte, dicendo come lui tutto e il contrario di tutto, senza nemmeno correggerle come se tu fossi già postumo? Non sarebbe meglio che studiassi davvero la filosofia della libertà prima di predicarla come se fosse la "Dottrina della scienza" di Fichte?

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2 novembre 2013 6 02 /11 /novembre /2013 10:47

L'idea della triarticolazione sociale di Rudolf Steiner non impedisce al singolo l'accumulo di capitale, come invece predica Pietro Archiati (alias Archiagottlieb) nel suo comunismo acefalo e proveniente dal comunismo giuridico di J. Gottlieb Fichte: "L'idea della triarticolazione - scrive Steiner - non vuole impedire l'accumularsi dei capitali nelle mani dei singoli, perché riconosce che con ciò verrebbe meno anche la possibilità di porre le facoltà di questi singoli al servizio sociale della collettività" (R. Steiner, "I punti essenziali della questione sociale", pp.171-172). 

 

La percezione della realtà è un problema culturale purtroppo ancora irrisolto e bloccato (in quanto oscurato) già a partire da Kant, la cui cosiddetta “rivoluzione copernicana” in campo gnoseologico portò solo al “vorrei ma non posso” di essa, che rimase pertanto a metà, e danneggiata di molto.

Archiagottlieb è un personaggio da me inventato su basi reali dell’odierna sedicente società antroposofica, evocati anche nel mio sito “Nereo Villa Opere” e in alcuni miei video.

Si presume che chi frequenta questo  sito non giochi con le parole come Pietro Archiati, o come Gottlieb Fichte, che concepiva l’“intelletto” come “fissazione”, solo perché in tedesco “Verstand”, “intelletto”, ha in radice lo “stehen” di “stare”... una vera superficialità etimologica questa... Con la stessa superficialità si potrebbe infatti sostenere che il “caimano” è parente dell’“umano” in quanto in italiano ha in sé la “mano”. Ma ecco le parole reali di Fichte: “L’intelletto è intelletto semplicemente NELLA MISURA IN CUI qualcosa è fissato in esso, e tutto ciò che è fissato è fissato soltanto nell’intelletto” (“Der Verstand ist Verstand, bloß insofern etwas in ihm fixiert ist; und alles, was fixiert ist bloß im Verstande fixiert”, Johann Gottlieb Fiche, “Fondamento dell’intera dottrina della scienza”, Ed. Bompiani, Milano 2003, pp. 444-5).

Oggi 2 novembre è la festa dei morti ma anche la festa per la rivalutazione della facoltà di rappresentazione umana. Chi è convinto che il soggettivo rappresentare non conduca alla realtà, e vive questa convinzione fino in fondo, si accorge della via d'uscita possibilke "grazie al riconoscimento dell'errore a cui essa conduce" (R. Steiner, "La conoscenza del mondo", cap. 5° de "La filosofia della libertà").

Chi conosce l'Opera di Rudolf Steiner e la sua idea di organismo sociale può accedere a questo sito con tranquillità.

Questo sito è per chi, avendo a cuore la verità, ricerca in sé la risoluzione di problemi filosofici come quello della percezione, o del percetto, o del concetto, ecc., risoluzione che comporta non logica intellettualistica o eristica da quattro soldi come quella di Pietro Archiati, ma logica di realtà. Tutti possono parteciparvi.

Accorgendomi che l’antroposofia sta diventando ciò che non è: un business propositivo del comunismo giuridico di Fichte, ritorno a scrivere qui per smascherarne gli affaristi, e per salvare dall’inganno coloro che, ignari, si affidano alla massoneria della sedicente società antroposofica.

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24 ottobre 2013 4 24 /10 /ottobre /2013 10:54

Da aggiungere alla storia del progetto “La percezione di Archiagottlieb

 

Accorgendomi che l’antroposofia sta diventando il business che non dovrebbe essere, un mero business che ripropone - oltretutto a spese dei neofiti - nientemeno che il comunismo giuridico di Fichte, caratterizzato da totalitarismo che sostituisce il monismo del pensare, ho creato questo progetto per smascherarne gli affaristi, e per salvare dall’inganno coloro che, ignari, si affidano alla massoneria di questa sedicente società antroposofica.

 

 

A me pare che a capo di questa mandria di deficienti vi sia un vanesio (Archiagottlieb, alias Pietro Archiati) che li cattura vantandosi della propria cultura d’accatto fatta di “latinorum” seminaristici cattolici, che egli poi fa mostra di contestare con veemenza, ma con la veemenza tipica di chi sputa nel piatto dove mangiò a sbafo, dato che Archiati si fece prete, poi pentendosene, si spretò. Archiati si mostra un pentito, non solo nella sua vocazione al cattolicesimo, ma un pentito in tutto, perfino nell’essere nato italiano, dato che dichiara che vorrebbe essere tedesco. Sembra che la sua natura sia quella di “pentirsi” di tutto, perfino dell’accettazione di Steiner nella terminologia, che predica di voler aggiustare, proponendo appositi gruppi di studio. La sua prosopopea durante le sue prediche è talmente gonfia da ricordare l’invidia del Salieri per Mozart nel film “Amadeus”, con la differenza che Salieri era un bravo musicista, mentre il rapporto fra Archiati e Steiner è simile a quello fra il cagnolino di onice della “Favola” di Goethe, e Goethe.

Il “sapere” di un uomo come questo, che continuamente si vanta di avere studiato il latino o Steiner, o Fichte, o Heidegger, o qualsiasi altro autore, e che si comporta come un “vu cumprà” qualsiasi, a che serve?

Archiati pretende soldi inventandosi addirittura formule di pagamento come quella del “libero apprezzamento” per le sue prediche, col significato di “libero prezzo”, che chiede continuamente ai suoi ascoltatori, infastidendosi poi se tale libertà genera contributi inferiori alle aspettative pattuite, segnandone il prezzo sulla lavagna: “Mancano 4930 euro. Grazie!!”, esattamente come un politico o un esattore che chiede di rispettare il pagamento dell’ennesima nuova imposta inventata sotto forma di libertà, che tipo di servizio fa all’antroposofia? Quando mai Steiner scrisse sulla lavagna simili cose per spiegare la libertà? E che tipo di inganno è quello di chi predica la percezione come inganno o maya (Pietro Archiati, “La percezione un inganno da superare”, Edizioni Archiati) o la realtà come esclusivamente sovrasensibile (spiritualismo assoluto), togliendo così valore di realtà alle cose sensibili? E perché mai un simile predicatore dello spiritualismo assoluto si infuria con coloro che affermano di amare la genialità di un Mozart?

A proposito dello spiritualista assoluto che vorrebbe fuggire da quanto lo circonda sulla terra, Rudolf Steiner dichiara con precisione che il suo sapere è inutile e solo luciferico: “Prendiamo dunque un uomo come questo che sa a memoria, per così dire, tutto ciò che si trova nei diversi libri teosofici, ma che per il resto si comporta secondo gli usi correnti della vita. A che serve tutto il sapere che egli acquisisce in funzione dei suoi alti interessi spirituali? Gli serve qui sulla Terra per procacciarsi un po’ di godimento interiore animico, un godimento proprio luciferico, seppure raffinato e sottile. Nulla di ciò viene però portato oltre le porte della morte, proprio nulla” (R. Steiner, “La missione di Michele”, Dornach 12/12/1919, 9ª conf., Milano, 1981).

E Pietro Archiati chiama questo suo godimento sottile: “vertigine”, “vertigine del pensare puro”, “creazione dal nulla”, ecc.

Dunque a che serve?

Oltretutto, se questo sapere è fasullo come è fasullo il “diritto” di Fichte, ancora fissato sull’obsoleto Stato etico, che Archiati continua a inserire come condimento nelle sue moraleggianti prediche su Steiner, servirà ancora meno! Meno di nulla!

Questo spiritualista, anche se fa mostra di proporsi di arrivare e/o di far arrivare la “mandria” all’“individualismo etico” di Steiner, non potrà mai pervenirvi attraverso il sapere fichtiano dello Stato etico. Oppure potrà pervenirvi solo nella solita prospettiva asintotica del superamento di detto Stato. Prospettiva del “campa cavallo che l’erba cresce”, ma forse sarebbe più preciso dire prospettiva dell’asino.

Ogni prospettiva asintotica è una prospettiva di approssimazione. Cosa ne sarebbe di una scienza se i suoi risultati fossero sempre e soltanto approssimativi come quelli che si manifestano da migliaia di anni in campo sociale, mediante l’“asintoticissima” formula del bastone e della carota? In base a quest’ottica asintotica, il bastone dello Stato etico, e la carota del suo superamento mediante individualismo etico, genererebbero fino a prova contraria come risultato quello di tendere ad avvicinarsi sempre più ma senza mai raggiungersi né coincidere. Insomma, in una tale prospettiva, perfino l’individualismo etico di Steiner assomiglierebbe alla “cagata pazzesca” di Fantozzi!

La stessa prospettiva bufala può essere attribuita a quella di tutti quegli ignobili individui della scienza spirituale del business antroposofico, che per “fare” gli iniziati non ragionano più secondo realtà (e quando mai ragionarono oltre al business?) ma solo farisaicamente secondo versetti biblici, tappandosi gli occhi di fronte alle aberrazioni dell’antroposofia fichtiana, in nome della pagliuzza e della trave, cioè del neomoralismo (vedi ad esempio il “Caso Balin“) che fa loro strappare le vesti in coro!

Questi neobarbari costruiscono poi siti internet che già dal nome dimostrano lo storpiamento di quanto vorrebbero insegnare, l’antroposofia e la triarticolazione sociale cosicché in neolingua è più facile storpiarne poi anche ogni contenuto: antroponordest, ecoantroposophia, tripartizione, ecc.!

Costoro sono perfino arrivati a dichiarare che Steiner sia incompatibile col “minimo vitale”! Dunque, delle due l’una: o sono criminali, o sono cretini…

Il loro stile di gregari li fa assomigliare a guizzanti pesci lamentosi che si riuniscono boccheggianti nel loro io di gruppo, per sopravvivere del loro trasudato psichico, in mancanza dell’acqua vitale dell’io. E in tal modo, questa frangia di antilogici pratica la suzione reciproca di quel trasudato, costituito dal permanere nei retroterra mentali dei loro errori di pensiero, dai quali non vogliono saperne di uscire. Non sbarazzandosi dai pregiudizi insensati da cui sono ferreamente dominati, ritengono e ritengono menzogne su menzogne. Mi sembrano persone stitiche e molto malate che non si liberano mai, non defecano. Puzzano.

Questa carenza di cultura che ambisce restare carenza è l’ignavia, pusillanimità, mancanza di nerbo, di forza, e ricorda la mitologia di coloro che perdevano la virilità bagnandosi nelle acque del lago Salmace.

Questo è il gregarismo acefalo di questi primitivi selvaggi del terzo millennio.

La lotta tra il fallo (che è slancio, dono, rischio, passione) e il pene-cervello (l’autentica “testa di cazzo”) c’è sempre stata in ogni cultura. Ed anche se oggi, con questi “antroposofastri di Stato”, e/o dello Stato etico fichtiano, tale lotta sembra essersi conclusa con la vittoria del pene-cervello, in verità essa accadde già nel passato. Non dobbiamo disperare. La Storia li conosce…

Si tratta, infatti, di una lotta archetipica, profondamente inscritta nella dinamica delle diverse energie umane. La ritroviamo per esempio nell’ostilità a Shiva, nell’epopea delle sacre scritture a lui dedicate.

Shiva è interessante non solo perché rappresenta uno dei grandi archetipi del maschile, ma perché la sua immagine ed energia è stata una delle più amate, anche in Occidente.

La forza di Shiva è però difficile da accogliere, soprattutto per i giovani e pallidi occidentali odierni, tutta “netiquette”, “politically correct”, e “pruderie” delle “brutte parole”, sconvenienti per questi sedicenti antroposofi caproni e pecore della scienza dello spirito a carattere fichtiano.

Questi cretini senza fallo e senza testicoli imperversano più che mai! Il loro è un mondo malato, e la loro malattia è l’ornitopenia (mancanza di uccello)!

C’è una racconto su Shiva che anni fa pubblicai auspicando il superamento della paura. L’avevo preso dal Shiva Purana ed è stato poi copiato da vari siti internet. In questa storia si racconta di come certi moralisti, detti saggi, maledissero un uomo dalla condotta licenziosa: “Hai agito con perversità” - gli dicono, maledicendolo - “Che il tuo fallo si stacchi e ti cada per terra”. E così avvenne. Quell’uomo, però, era Dio, era Shiva, ed il suo fallo caduto cominciò ad bruciare tutto dinanzi a sé e a consumare ogni cosa: “si spostava negli inferni, nel cielo, sulla terra. Non stava mai fermo. I mondi e i loro abitanti vivevano nell’angoscia. Gli dei e i saggi vivevano nell’angoscia...”.

Dunque la “pruderie” del disprezzo del fallo trasforma gli umani in destabilizzatori del mondo e naturalmente ciò produce angoscia in tutti.

I saggi si recarono allora dal creatore, Brahma, che li insultò: “SIETE DEI CRETINI, DEI VERI CRETINI; l’uomo dal sesso eretto, o razza di impotenti, era Dio in persona”. E proseguì: “Fino a quando quel fallo non si stabilizza, nulla di buono può accadere”. Dopo di che, impartì loro le istruzioni per onorare il fallo, calmare Shiva, e riportare la pace nel mondo.

L’angoscia, fin dai miti di origine del mondo è infatti vista come il risultato di un destabilizzarsi della forza fallica, non adeguatamente riconosciuta e onorata.

Ecco dunque perché il disprezzo, fatto dall’uomo senza meraviglia che sottovaluta il proprio simile, è il disprezzo che il cretino porta in sé per tutto e per tutti, e serve per promuovere se stesso da “cretino semplice” a “cretino cattivo”. Questo è in fondo il passaggio di grado del cretino.

Non sto esagerando in modo fantasioso ma esprimendo realtà dei fatti. E poiché dimostro sempre quanto affermo, anche ora, dopo le necessarie premesse, farò lo stesso con recenti fatti accaduti davvero.

Tutti sanno cos’è l’associazione delle idee: c’è un principio di connessione fra i più differenti pensieri o idee, anche nelle fantasticherie più sfrenate o nei sogni. Questo, perché la nostra facoltà immaginativa non corre del tutto a caso, ma una connessione logica è sempre mantenuta tra le diverse idee che si succedono una all’altra. Così, per esempio un ritratto condurrà all’originale; il parlare di qualcosa introdurrà l’associazione di idee rispetto ad altre cose che le somigliano, ecc.

Poniamo il caso che Tizio entri un giorno in un sito internet per dire una cosa e che Caio, che ben la conosce, dopo ben quattro giorni risponda ponendo “distinzioni” avverse ad essa, e che solo al quinto giorno, dopo essere stato contraddetto da Tizio, sia costretto ad affermarla come vera. La domanda che sorge spontanea è: costui ha l’associazione di idee rallentata o associa le cose solo se è costretto da qualcuno a farlo? In altre parole, costui ha perso la virilità bagnandosi nelle acque del lago Salmace oppure è come uno dei cretini di Brahma?

Ridete, o cani! Perché questo fatto è avvenuto veramente, ed il “Caio” in questione è un certo Hugo (verificane i post negli incredibili contenuti del “Caso Balin“).

Ecco cosa avviene nel terzo millennio: alle mie affermazioni del 30 settembre 2013 su Fichte e su Pietro Archiati, un certo Hugo rispose il 4 ottobre 2013 distinguendo in Fichte una parte luminosissima nonché adamantina, per poi convenire, il giorno dopo, col fatto da me denunciato circa la mascalzoneria di Pietro Archiati.

Ecco parte del post di Hugo del 5 ottobre 2013 in cui afferma la pericolosità di Pietro Archiati (ma perché costui per convenire con le mie affermazioni costui ha prima bisogno di confutarle?): “[…] il fatto che, prima che lui [Archiati] andasse volutamente in rotta di collisione con la lobby dornacchiana, egli venisse cercato, lodato, coccolato, foraggiato, viziato, ecceterrato dalla dirigenza della Società Antroposofica la dice lunga dello “sguardo di aquile” di quei mercanti dell’intellettualismo antroposofizzante. Credimi, Nereo, con Archiati io ce l’ho - per troppi meditati motivi - molto più di te [e perché allora non l’hai detto subito?]. E quel che lui afferma sul piano gnoseologico - che tu ascrivi ad una sua visione per te “fichtiana” - me lo rende ancor più pericoloso, e affatto antipatico. Solo che per me, che lo reputo - per una serie di motivi che non è il caso di esplicitare in questa sede [e perché mai? Questa tua sede si chiama “Ecoantroposophia”, nome che dovrebbe evocare almeno un minimo di ecologia all’interno, no?] - un provocatore, ritengo che lui non tenga al pur deprecabile “Stato commerciale chiuso” del buon Fichte, bensì è tutto a pro - qualunque cosa egli affermi a fior di labbra - della “Ecclesia commercialmente e finanziariamente chiusa”. È un avversario astuto e pericoloso: un avversario intellettualmente preparato, non un pastasciuttaro allo stato brado. Spero di essermi spiegato”.

E sì, che ti sei spiegato. Ma perché anziché dirmelo subito hai aspettato che io ti facessi ragionare sul fatto che se il “diritto” fichtiano è l’unico errore di Fichte, ciò significa che tutto il pensiero che ne sta alla base è errato, in quanto il valore di un diritto fu, è, e sempre sarà la sanità del pensare che lo sorregge?

Hugo poi continua e, dicendosi certissimo della perfetta malafede di Archiati, dichiara: “a parte la testimonianza di Attila, Flagellum Dei, circa l’incontro tra l’Archiati con Agnese B., antroposofa svizzera, alla quale egli, che ancora non aveva discusso alla Pontificia Università Gregoriana la sua tesi, presentata da un relatore gesuita, parlò senza infingimenti, non prevedendo certo che le sue parole sarebbero giunte ad Attila, e quindi anche a me. Ma ho testimonianze anche più recenti circa la sua permanenza in case di amici, ai quali pure egli manifestò le sue opinioni, che poi mi furono esattamente testimoniate. Mi fu riferito dei tentativi di “cattolicizzazione” dell’Antroposofia “ad usum Romanae Curiae”, della sua mendacità aperta, della sua “elastica” moralità, del suo calunniare sottilmente o apertamente certe opere di Rudolf Steiner come la Christengemeinschaft. Una volta lo vidi “predicare” in una conferenza, e mi fu chiaro che egli è prete nell’anima, e vidi come egli adoprasse forze occulte per affascinare, addormentare, magnetizzare l’uditorio, forze derivate dall’addestramento gesuitico nell’Ordine al quale appartiene. Anche se lui nega che gli Oblati di Maria siano di derivazione gesuitica, io ne ho le prove provate. Che poi l’Archiati abbia vasta cultura, e facile gioco nel manodurre le persone, illudendole, giocando sulla sentimentalità, che abbia influenza sulle donne e sia persuasivo assai, è cosa che concedo volentieri. Ma non è certo a suo onore e lustro. Semmai è motivo di infamia. Come lo sono le sue segrete intenzioni di disgregare prima l’ambiente antroposofico, e poi di demolire le figure spirituali di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero. È un infiltrato, e la sua opera è infida ed esiziale”.

Essendo io un impulsivo, ho poi risposto di essere stato rincuorato dalle parole di Hugo, ma non è così, dato che esse poggiano solo, a ben vedere, su pettegolezzi. Amaramente rincuorato, dunque.

Riflettendoci, mi pare che costui, sedicente conoscente personale di Scaligero, abbia quindi avversato quanto affermavo per poi confermarlo. È cretino?

E ciò che affermavo e che affermo - non su mere impressioni personali basate sul “si dice” di “amici”, ma IN BASE A FATTI REALI (cioè a indagini su affermazioni di Archiati prese da libri di Fichte che ognuno può verificare) - è che la scienza dello spirito di Archiati non è a carattere antroposofico, ma a carattere fichtiano, dunque a carattere del comunismo giuridico di Fichte.

A questo punto io non so cosa dire. Non so che parole mettere qui per concludere.

Quindi metto le parole di Dio (Brahma): “SIETE DEI CRETINI, DEI VERI CRETINI”!

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30 agosto 2013 5 30 /08 /agosto /2013 11:23

Ovvero: la filosofia che fraintende se stessa

Grazie alla scuola di Archiagottlieb, oggi l’antroposofia di Steiner si è trasformata in “ingannosofia” vale a dire nella filosofia di chi crede che la percezione sia un inganno da superare.

Questa filosofia parte dall’opinione che il mondo delle rappresentazioni sia dominato dalle leggi dello spirito, ed i suoi portatori, gli “ingannosofia”, sono convinti che tutto quanto arriva loro da fuori è solo un inganno, o una maya, in quanto riflesso soggettivo.

Secondo gli “ingannosofi” la parvenza delle cose nascerebbe dal fatto che le cose producono su di loro impressioni che essi connetterebbero secondo leggi del loro intelletto e della loro ragione.

Della possibilità che l’essenza delle cose possa parlare loro attraverso la loro ragione, essi non hanno la più pallida idea, e neanche la vorrebbero. Per questo motivo l’“ingannosofo” può essere caratterizzato con ragione come il prototipo degli sprovveduti gnoseologici.

Il suo errore fondamentale consiste nel pretendere di considerare come oggetto la facoltà soggettiva di conoscenza, distinguendo acutamente ma ingiustamente IL PUNTO DOVE SOGGETTIVO E OGGETTIVO S’INCONTRANO.

QUAL È QUESTO PUNTO?

Soggettivo e oggettivo s’incontrano quando si anela ad unire in un’unica essenza le cose del mondo, e questo vale per ognuno a partire dalla propria interiore attività. In tal caso perciò il contrasto tra soggettivo e oggettivo termina nella realtà unificata.

Per l’“ingannosofo” non è così, in quanto egli è a priori convinto che, anche osservando le cose del mondo, non si potrà mai pervenire alla loro realtà essenziale, quindi manco ci prova, convinto com’è, che un’opinione sulla loro essenza non può esistere, e che può essere invece osservato solo il come le cose appaiono a lui. In tal modo però egli palesa un modo alquanto subordinato di rapportarsi al mondo.

Eppure una conoscenza della relazione tra soggetto e oggetto, corrispondente al nostro rapporto con le cose che vogliamo conoscere non è così impossibile. Diventa piuttosto impossibile solo quando non si riesce a far fuori un secolare pregiudizio culturale: la convinzione che la soggettiva facoltà di rappresentarci le cose sia un’invalicabile barriera che ci separa tanto dalla nostra essenziale realtà quanto da quella della cosa.

Nel loro acutissimo ma erroneo pensare gli “ingannosofi” procedendo ancora kantianamente nella convinzione fichtiana di avere superato Kant è come se dicessero: “Noi sappiamo che il rappresentare non ci è dato dalla realtà oggettiva! È piuttosto il rappresentare soggettivo a darci, non la realtà essenziale come NOUMENO, bensì l’illusione della realtà, cioè il FENOMENO. Accettare l’inganno come se fosse realtà è per noi accettare un dogma, il dogma dell’accettazione del mondo nella sua datità, assunta come dato empirico da collocare poi surrettiziamente come rispecchiabile sul piano gnoseologico. L’unica possibile nostra filosofia della libertà è dunque l’idealismo, dato che esso parte dall’idea dell’io e da ciò che essa comporta come attività creatrice e trasformativa dell’io”.

Con questo loro atteggiamento pseudorivoluzionario, gli “ingannosofi” pongono davvero un dogma estremo, quello dello Stato assolutamente etico: partendo dall’idea dell’io e tematizzando la non necessità di vivere schiacciati da dogmatismi imposti da individui, gruppi, istituzioni, ecc., Stato compreso, finiscono per sostenerne l’insuperabilità, motivando la “forma-Stato” sulla base di una sedicente evoluzione dell’io, intesa come scopo dell’agire umano nella storia, in coerenza con i princìpi di una filosofia della libertà in base alla quale sia sostituita ogni legge positiva (devi fare questo e quello…) con la relativa legge negativa (non devi fare questo e quello…) scientificamente finalizzata a proibire ogni non libertà.

È incredibilmente pazzesco ma è proprio così: l’“ingannosofo” cade nell’inganno da lui stesso tramato: in base alla sua rappresentazione di libertà dice “Basta” alle imposizioni! E credendo semanticamente che imporre proibizioni non significhi imporre ma solo proibire per lui l’unica cosa “imponibile” è la proibizione di tutto ciò che impedisce di essere liberi. Così, affannandosi nel predicare di sostituire per esempio l’imposta della “decima” - cioè la legge che imponeva al contadino di dare il dieci per cento del raccolto al suo signore o imperatore o dirigente territoriale - con la proibizione di tenere per sé più del novanta per cento del proprio raccolto o reddito, l’“ingannosofo” è convinto di salvaguardare così la sua libertà, in quanto egli può dire: “Io sono libero, se voglio, di dare più della decima al mio signore”, ed essendo libero di pagare più del dovuto, non si accorge della stupida ipocrisia che si nasconde in quella arzigogolata libertà, dato che pagare una tassa per via impositiva o per via proibitiva è sempre un privarsi del reddito proveniente dal sudore della propria fronte!

Ovviamente, qualora in un sistema legislativo si attuasse veramente questa stupida ipocrisia dell’“ingannosofo” si cadrebbe solo da un’antica padella a una “nuova” brace, o dal sistema antico della carota e del bastone ad un nuovo sistema in cui al posto del bastone ci sarebbe un bastono ricoperto dal guanto dell’ipocrisia, in una sorta di magnifico e sempreverde pugno di ferro in guanto di velluto…

Il tutto riconfigurerebbe così l’inattesa ricaduta nel dogmatismo, grazie ad una malintesa - cioè moraleggiante - finalità del compito dell’umanità: se il compito dell’uomo consiste nell’avvicinare sempre più l’uomo ad una condizione etica che renda superfluo il ricorso allo Stato e se tale compito è infinito, e dunque non giunge mai a determinazione concreta, allora non solo lo Stato non può mai essere superato, ma diventa esso stesso l’inatteso “noumeno” (o realtà essenziale o “cosa in sé”) che la prassi trasformatrice dell’io non può affatto rimuovere. È così in realtà che secoli fa pensava J. Gottlieb Fichte, e che oggi ancora pensa il suo ripetitore Archiagottlieb surrettiziamente forzando ogni pagina della filosofia della libertà di Steiner.

L’idealismo dell’“ingannosofo” si capovolge così, grazie al fraintendimento del compito dell’uomo, nel dogmatismo che egli voleva debellare. La terapia adottata diventa allora mortale esattamente come la malattia che si voleva curare.

Il fraintendere una cosa incomincia dal sopra accennato punto in cui il concetto di essa incontra la propria percezione.

L’“ingannosofo”, nel suo idealismo di base, non riesce minimamente a cogliere tale punto, convinto com’è che concetto e percezione abbiano contenuti diversi, e che quest’ultima va considerata un inganno da superare (P. Archiati, “La percezione. Un inganno da superare”, Ed. Archiati, 2004) o addirittura “il momentaneo spegnersi del pensare” (P. Archiati, 3° seminario sulla filosofia di Steiner, tenuto a Rocca di Papa - Roma - dal 14 al 17 febbraio 2008), come se il percepire dei sensi non comprendesse anche un senso per il pensare, o come se il percepire sovrasensibile non fosse realtà. Lo spirito del linguaggio non contraddice forse questo materialismo (e/o intellettualismo) di Archiagottlieb quando si parla di soppesare o di percepire intendendo il riflettere pensante? Il contenuto di un concetto e quello di una percezione sono forse antitetici o nemici? Per l’“ingannosofo”, sì. Per la realtà, no.

Scrive Steiner: “Il concetto è altrettanto individuale, altrettanto pieno di contenuto quanto la percezione. La sola differenza sta in ciò che per afferrare il contenuto della percezione non occorrono se non sensi aperti e contegno puramente passivo di fronte al mondo esterno, mentre il nucleo ideale del mondo deve nascere nello spirito per la spontanea attività di quest’ultimo se, in genere, ha da manifestarsi. È vacuo e ozioso dire che il concetto sia nemico della percezione piena di vita. Ne è l’essenza, il vero principio attivo e operante in essa; e aggiunge il proprio contenuto al suo SENZA ABOLIRLO [il carattere maiuscolo è mio - ndr], poiché come tale non lo riguarda” (R. Steiner, “Le opere scientifiche di Goethe”, cap. 8°).

Ecco invece come Archiagottlieb predica il contenuto della percezione per ABOLIRLO. Quanto sto per dire ha dell’inverosimile. E soprattutto ha dell’inverosimile il fatto che nessuno mai si sia accorto, soprattutto in ambito antroposofico, del fatto che Archiagottlieb usa Steiner per abolire il contenuto della percezione in nome del contenuto dello spirito ed approdando così a quel monismo obsoleto che Steiner ha sempre combattuto.

Spiegando l’aggiunta finale alla nuova edizione del cap. 3° de “La filosofia della libertà” e riferendosi al concetto di intermittenza luminosa, Archiagottlieb afferma: “Nella percezione ho un mondo non reale ma astratto, perciò frammentato all’infinito; ma questa frammentazione è astratta: astrae dalla realtà perché la realtà è il NODO che mette insieme tutto quanto. Quindi la materia, la cosiddetta materia è l’astrazione dalla realtà dello spirito. Astraendo dalla realtà dello spirito, che è continua, l’astrazione della materia, quindi la cosiddetta materia, il mondo della percezione è l’astrazione più grande che ci sia perché astrae dalla realtà dello spirito. Quindi nella percezione ho un’astrazione non una realtà, e perciò è frammentata” (P. Archiati, 3° seminario sulla filosofia di Steiner, tenuto a Rocca di Papa - Roma - dal 14 al 17 febbraio 2008).

Se si esamina il primo pensiero di questa affermazione alla luce di un intelletto che non sia intellettualismo si scorge già il primo errore. Egli dice “Nella percezione ho un mondo non reale ma astratto”. Astratto da chi? Astratto da cosa? L’unica cosa al mondo capace di astrarre è il pensare. Dunque qui non abbiamo affatto una percezione ma già una mediazione di pensiero. Lo sperimentare la percezione osservata da Steiner è sempre e soltanto quella della percezione immediata, cioè dell’aggregato sconnesso di sensazioni non ancora mediato dal pensare. Poi dice: perciò frammentato all’infinito; ma questa frammentazione è astratta: astrae dalla realtà perché la realtà è il NODO che mette insieme tutto quanto”. Il soggetto dell’astrarre qui è la frammentazione! Invece dovrebbe essere il pensare, no? Però Archiagottlieb non può dirlo perché se lo dicesse ammetterebbe di parlare non della percezione ma del pensare. Infatti come fa una frammentazione ad astrarre? Questo fatto della frammentazione che astrae avviene dunque solo nella mente arruffata di Archiagottlieb, secondo il quale la frammentazione astrae dalla realtà perché la realtà è il NODO che mette insieme tutto quanto! No! Non è così. Se fosse così avremmo che l’uomo è libero e/o monista grazie alla realtà, non grazie a se stesso. La realtà non è quel NODO. La realtà è fatta di percezione e di concetto non ancora “annodati”. Ed il fatto che percezione e concetto non siano ancora annodati in quel PUNTO DOVE SOGGETTIVO E OGGETTIVO S’INCONTRANO ma che ciò attenda l’opera umana non rende l’uno nemico dell’altro: “Ne è nemico soltanto quando UNA FILOSOFIA CHE FRAINTENDE SE STESSA vuol trarre fuori dall’idea tutto intero il ricco contenuto del mondo sensibile; perché in tal caso essa presenta, invece della natura vivente un VUOTO SCHEMA DI FRASI” (“Le opere scientifiche di Goethe”, op. cit. ibid.)

“UNA FILOSOFIA CHE FRAINTENDE SE STESSA” è appunto l’“ingannosofia” dei vari Archiagottlieb circolanti a piede libero in veste antroposofica.

Più avanti, per spiegare le percezioni, Archiagottlieb pone un’equazione presa dall’ambito musicale che fa solo confusione. Egli dice: “Le percezioni stanno al pensare come le macchie d’inchiostro nere stanno alla musica” (P. Archiati, 3° seminario sulla filosofia di Steiner, tenuto a Rocca di Papa - Roma - dal 14 al 17 febbraio 2008), facendo intendere che quelle macchie sono la notazione musicale. Ma le cose non stanno così. Quelle macchie, cioè l’aggregato sconnesso di sensazioni di chiaroscuro che mediante il pensare concettualizzo come note, pause, battute, ecc., sul pentagramma musicale sono GIÀ realtà in quanto percezioni e concetti. La loro realtà è di essere notazione, perché solo in questa loro realtà possono evocare precisi rapporti di intervalli sonori. La musica ha tutta un’altra realtà fatta anch’essa di percezione e concetto ma non è musica per via della notazione. Infatti si può produrre musica anche senza conoscere una nota scritta! Allo stesso modo si può parlare di ogni scrittura. La scrittura non è scrittura in quanto contenuto di ciò che evoca. Il contenuto evocato e il contenuto di una scrittura sono due cose differenti, dato che la sostanza del primo e la sostanza del secondo sono differenti.

Ma vediamo come Archiagottlieb arriva a FRAINTENDERE tutto spiegando Steiner e svisandolo.

Egli legge: “Chi nel pensare vuol vedere qualcosa di diverso da ciò che vien prodotto nell’io stesso come attività - attività continua quindi, non frammentata, attività di sintesi - osservabile, deve anzitutto rendersi cieco di fronte al semplice dato di fatto evidente all’osservazione, per poter poi mettere a base del pensare un’attività ipotetica - frammentata, che riaccende il pensare a ogni pié sospinto” (ibid.).

E spiega che “IL PENSANTE [lo spirito pensante] ED IL PENSARE SONO LA STESSA COSA” (ibid.). Ma non sono la stessa cosa! Dicendo che il pensante ed il pensare sono la stessa ci si rende davvero ciechi ma sul fatto che il pensare inconscio NON È LA STESSA COSA del pensare conscio!

NON SONO LA STESSA COSA pur avendo la medesima natura. Che non siano la stessa cosa non significa infatti che il loro contenuto percettivo sia un’attività di un’altra natura.

Questo e non altro intendeva ed intende significare Steiner scrivendo l’aggiunta finale alla nuova edizione del cap. 3° de “La filosofia della libertà” a proposito di intermittenza. Pensante e pensare sono la stessa cosa solo non distinguendo di cosa si tratta o distinguendo in modo assai grossolano.

Insomma, delle due l’una: o si pretende di predicare la filosofia della libertà senza pensare, oppure si pensa. Il “pensare attivo” ed il “pensato”, cioè “i risultati di un’attività non

cosciente che sta a base del pensare” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, Aggiunta alla nuova edizione, cap. 3°).

Resta quindi da stabilire, e questo è il punto se l’“attività non cosciente che sta a base del pensare” sia altra dal pensare o altro pensare. Io so che è “altro pensare”, dato che si tratta di attività che, a partire dalla fonte “incosciente” dell’io, attraversa prima la regione “subcosciente” della “psiché”, poi quella “precosciente” della “physis”, e sfocia infine, arrestandosi, in quella “cosciente” del “sòma”.

Come si può osservare, l’ordinaria coscienza del pensiero è una coscienza “postuma”, cioè una coscienza che resta nell’oscurità per tutto il tempo in cui il pensiero risplende e vive, per illuminarsi solo quando il pensiero tramonta e muore.

Il morto pensiero cosciente non viene dunque, come crede von Hartmann, da attività di altra natura, ma dal precosciente o incosciente pensiero vivente. È casomai il morto pensiero cosciente a essere di natura differente, ma solo nella misura in cui un essere vivente è altro dalla propria fotografia o dalla propria salma.

Gli “ingannosofi” non sono solo coloro che come Pietro Archiati, parlamo di scienza dello spirito di Steiner essendone sprovveduti e sostituendola col “Vuoto della scienza” di Fichte o con altre filosofie della moderna new age americana - Schopenhauer la chiamava “Vuoto della scienza” sostituendo il termine “Wissenschaftslehre”, “dottrina della scienza” con “Wissenschaftsleere”, che significa appunto “vuoto della scienza” (A. Schopenhauer, “L’arte di insultare”, Adelphi, Milano 1999, p. 64). Sono tutti coloro che da secoli pretendono arrampicarsi sullo spirito attraverso VUOTI SCHEMI DI FRASI (“Le opere scientifiche di Goethe”, op. cit. ibid.), già a partire da Kant, col suo “noumeno” senza contenuto, da Schopenhauer stesso col suo mondo di rappresentazione, da Avenarius col suo empiriocriticismo, ecc., fino ai preti o mezzi preti attuali del “pensiero”, che da decenni ho battezzato “mentecattocomunista”.

Credendo di combattere il materialismo con l’idealismo, i vari Archiagottlieb del mentecattocomunismo planetario non si rendono minimamente conto del fatto filologicamente e storicamente incontrovertibile in base al quale il “codice filosofico” della cosiddetta “filosofia della prassi” è tutt’altro che materialistico. È idealistico! E nemmeno si rendono conto che la formazione di questo “codice” risale proprio alla “Wissenschaftslehre” di Fichte. Sottolineo che Kant, in una solenne dichiarazione pubblica del 1799 prese ufficialmente le distanze da Fichte, affermando che il proprio sistema era radicalmente incompatibile con quello di Fiche, che definì come “metafisico” e metafisico addirittura in senso “scolastico”! Comunque entrambi i sistemi si fondavano sulla metafisica della morale universale, che sostanzialmente bloccavano, anche se in modo diverso, la gnoseologia al “noumeno” cioè alla cosa in sé (Ding an Sich). Ecco perché perfino Lenin poi lodò quel mantenimento kantiano del “noumeno” come “elemento materialistico della filosofia di Kant” (cfr. Costanzo Preve, “Una approssimazione al pensiero di Karl Marx. Tra materialismo e idealismo”, Saonara, 2007).

In poche parole, kantianamente o fichtianamente, gli “ingannosofi” distinguono ancora il cosmo dal “cosmo in sé” o dal “non-io”, in nome della conoscenza (Kant) o della morale necessità della “forma Stato” o di “Stato etico assoluto” (la “cosa in sé” di Fichte), studiando e predicano la morale universale fondata ancora oggi su dualismo e/o su monismo malinteso.

«Da un dualismo di questo tipo - scrive Steiner - scaturisce la distinzione tra oggetto di percezione e “cosa in sé”, distinzione introdotta da Kant nella scienza e fino ad oggi mai più rigettata» (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 7°, §3°).

Per chiarire, la reale dinamica del rapporto fra percezione e concetto durante il processo conoscitivo è la seguente: C’È UN ATTO PERCETTIVO DEL SOGGETTO, E C’È UN CONTENUTO OGGETTIVO DELLA PERCEZIONE, che il kantismo chiama “percetto” confondendolo col soggettivo risultato del processo percettivo. MEDIANTE IL PENSARE CHE CONCETTUALIZZA TALE CONTENUTO, L’OGGETTO DI PERCEZIONE È COSÌ CONOSCIUTO. Il formarsi del concetto (nell’universalità del pensare) avviene gradualmente attraverso la rappresentazione (o concetto individualizzato)

Ogni conoscenza è invece per Fichte qualcosa di opposto allo spirito. Per Fichte l’attività conoscitiva fondamentale, resa possibile dall’immaginazione, è il rappresentare [Vorstellen] ed ogni conoscenza è innanzitutto “rappresentazione” [Vorstelung], che sintetizza per la coscienza una realtà oggettiva, cioè rende conosci­bile all’intelligenza dell’“Io teoretico” [theoretisc Ich] un non-io esterno OPPOSTO ad essa (cfr. “Fichte Fondamento dell’intera dottrina della scienza” a cura di Guido Boffi, Ed. Bompiani, Milano 2003, pag. 670)!

Da qui l’arzigogolo di Archiagottlieb sul sopra citato “NODO” della realtà e sulla percezione da lui fichtianamente vissuta come immagine rappresentativa opposta, e quindi come inganno da superare (“La percezione. Un inganno da superare”, op. cit)!

Questa confusione è difficile da eliminare proprio perché l’esperienza della percezione colta nel suo stato ancora antecedente il pensare non tutti riescono ad avvertirla. Ecco perché si scambia la percezione col giudizio di essa, che è quindi non antecedente ma successivo al pensare, il quale è già entrato in gioco per poter giudicarla come quel dato oggetto.

Ecco la convinzione erronea di un altro prete in merito al fenomeno della percezione consistente nell’incontro dell’essere del soggetto con l’essere dell’oggetto.

Non si pensi che sia cosa evidente: don Luigi Giussani, ad esempio, è convinto che sia già il giudicare a ricevere il “colpo dell’essere” (L. Giussani, “L’attrattiva Gesù”, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1999).

Ma non è così.

Il “COLPO DELL’ESSERE” avvia il processo percettivo, così come l’“immagine percettiva” lo conclude. Molti fraintendimenti derivano proprio dal fatto che, grazie a questa immagine FINALE prendiamo coscienza dell’esistenza dell’oggetto. Kant distingue, dice Steiner, “fra oggetto della percezione e cosa in sé”. Ora, se “oggetto della percezione” non è la “cosa in sé”, dovrebbe esserlo allora l’immagine percettiva... Ma considerarla “oggetto della percezione” significa però confondere, SIA l’immagine percettiva dell’oggetto (che ha forma, come ha forma la rappresentazione) con il percetto (che non ha forma, come non ha forma il concetto), SIA il percetto con l’essenza dell’oggetto (che non è solo percetto, ma unità di percetto e concetto).

IL PUNTO DOVE SOGGETTIVO E OGGETTIVO S’INCONTRANO possiamo chiamarlo come vogliamo: NODO come lo chiama Archiagottlieb, o COLPO DELL’ESSERE come lo chiama Luigi Giussani. Ciò che conta è distinguere gli oggetti di percezione dai loro concetti senza opporre i primi ai secondi o viceversa né abolirli in nome di un monismo malinteso, che è solo pensiero malato.

La trasformazione dell’antroposofia nell’“ingannosofia” procede proprio da questo malanno in cui il sano intelletto si sclerotizza intellettualisticamente, si rammollisce sentimentalisticamente, o si disprezza volontaristicamente.

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8 luglio 2013 1 08 /07 /luglio /2013 11:06
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6 luglio 2013 6 06 /07 /luglio /2013 19:39
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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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