Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
29 giugno 2012 5 29 /06 /giugno /2012 10:12
Fonte dell'audio: "Nineteen Eighty-Four" ("Orwell 1984") film diretto
 da Michael Radford, basato sul romanzo "1984" di George Orwell.
Repost 0
28 giugno 2012 4 28 /06 /giugno /2012 14:38
Video per chiaroudienti
 
Repost 0
27 giugno 2012 3 27 /06 /giugno /2012 19:02

DI PETER SLOTERDIJK*

Per poter valutare l’espansione senza precedenti che lo Stato democratico moderno ha registrato in Europa, è utile ricordare l’affinità storica tra due movimenti che emersero alla sua nascita: il liberalismo classico e l’anarchismo. Entrambi questi movimenti furono motivati dall’ipotesi, rivelatasi poi errata, che il mondo si stesse incamminando verso un’era di indebolimento dello Stato. Ma mentre il liberalismo propendeva per uno stato minimo che governasse i cittadini in modo quasi impercettibile, lasciando loro la libertà di condurre i loro affari in  santa pace, l’anarchismo, al contrario, auspicava la dissoluzione totale dello Stato.

Dietro questi due movimenti si celava una speranza tipica del Novecento europeo: che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo sarebbe ben presto giunto al capolinea. In un caso, ciò sarebbe originato dall’eliminazione della predazione parassitaria esercitata dalle classi improduttive, quali la nobiltà e il clero. Nell’altro caso, la chiave di volta era stata individuata nel processo di riorganizzazione delle tradizionali classi sociali, che si sarebbero costituite in piccoli gruppi autosufficienti. Ma la storia politica del ventesimo secolo, e non solamente nel corso delle sue derive totalitarie, si è dimostrata del tutto inclemente, tanto con il  liberalismo classico, quanto con l’anarchismo. Lo Stato moderno democratico a poco a poco si è trasformato nell’attuale “Stato debitore”: nel volgere di un secolo, il processo di metastasi ha dato luogo a un mostro colossale, un mostro che respira e sputa fuori i soldi.

 

Questa metamorfosi è stata la risultante, soprattutto, di un prodigioso allargamento della base imponibile, specie in forza dell’introduzione dell’imposta progressiva sul reddito. Questa imposta è l’equivalente funzionale dell’ espropriazione socialista. Ma capace di garantire, in più, il notevole vantaggio di essere reiterata di anno in anno, almeno in tutti i quei casi in il soggetto non risulti dissanguato dal salasso dell’anno precedente (Per avere un’idea della tolleranza dei cittadini del giorno d’oggi, basti ricordare che quando l’imposta sul reddito fu introdotta, per la prima volta,  in Inghilterra, con una pressione del 5 per cento, la regina Vittoria era seriamente preoccupata del fatto che ciò avrebbe rischiato di oltrepassare ogni limite tollerabile. Da quel giorno, ne è passata di acqua sotto i ponti: e siamo ormai assuefatti all’idea che una manciata di cittadini produttivi debba  necessariamente fornire, con le loro tasse, più della metà del gettito sul reddito nazionale).

 

Quando questo prelievo forzoso si combina con una lunga batteria di ulteriori tasse e imposte, che vanno ad incidere soprattutto sui consumatori, si origina un risultato sorprendente: ogni anno, gli Stati moderni rivendicano la metà dei proventi economici generati dalle loro classi produttive e li affidano in consegna agli esattori delle tasse. E ciononostante, queste classi produttive non tentano di rimediare alla loro situazione  ricorrendo alla sola reazione che appare come la più ovvia e naturale: una civile rivolta fiscale! Questa totale ed assoluta sottomissione si configura effettivamente, [per i governanti, ndt], come un formidabile successo politico, che avrebbe fatto cadere in deliquio  il ministro delle finanze di qualsiasi sovrano.

 

Rifacendoci a queste considerazioni, possiamo ben capire che la domanda che molti osservatori europei continuano a formulare durante l’attuale crisi economica – “il capitalismo ha un futuro?”, è del tutto mal riposta. In realtà, quello in cui ci tocca vivere non è affatto un  sistema capitalistico: ma è una forma di  ibrido semi-socialista che gli europei, con molto tatto, definiscono “economia sociale di mercato”. La mano avida dello Stato cede parte del bottino soprattutto per placare l’apparente interesse pubblico, finanziando attività inutili e prive di senso  in nome della “giustizia sociale”.

  

Così, lo sfruttamento diretto ed egoistico dell’epoca feudale è stato trasformato, nell’era moderna, in un  stato,  giuridicamente vincolato e quasi disinteressato, di totale cleptocrazia.

 

Oggi, un ministro delle finanze è una sorta di Robin Hood che ha prestato fedeltà a un giuramento costituzionale. La capacità che caratterizza il Tesoro, di arraffare il bottino con la coscienza perfettamente pulita, è legittimata, tanto da un punto di vista teorico quanto nella pratica, dall’affidamento che si ripone nell’incontestabile utilità dello Stato nel mantenere la pace sociale, per non parlare di tutti gli altri vantaggi che si vuole esso fornisca (In tutto questo, la corruzione rimane un fattore del tutto irrisorio… Per comprovare quello che sto dicendo, basti solo pensare alla situazione della Russia post-comunista, dove un ordinario uomo dell’establishment, come Vladimir Putin, è stato in grado, nei pochi anni in cui è stato Capo di Stato, di accumulare una fortuna personale di oltre  20 miliardi di dollari). Gli osservatori favorevoli al  libero mercato fanno sicuramente bene, dal canto loro, a richiamare l’attenzione su una serie di pericoli ben precisi: sia che si sostanzino in una eccessiva regolamentazione, suscettibile di inibire l’afflato imprenditoriale; ovvero, in una imposizione fiscale fuori controllo, che punisce il successo; o, ancora, in un debito ipertrofico, che è la conseguenza di un rigore di bilancio che ha ceduto il passo alla leggerezza speculativa.

 

I sostenitori del libero mercato non hanno inoltre mancato di osservare come l’attuale stato delle cose determini il sovvertimento del concetto stesso di “sfruttamento”. In precedenza, i ricchi vivevano a spese dei poveri, in via del tutto diretta ed inequivocabile. Nelle economie moderne, invece, sono sempre più i cittadini improduttivi a vivere parassitariamente alle spalle di quelli produttivi, ancorché lo facciano in maniera del tutto equivoca, posto che, come si dice e si reputa, essi sono svantaggiati ed in virtù di questo meriterebbero un sostegno ancor maggiore. Ai giorni nostri, di fatto, una buona metà della popolazione di ogni nazione moderna è costituita da persone che, disponendo di un reddito scarso se non nullo, sono esenti da qualsiasi obbligo fiscale, e vivono, in larga misura, a scapito dell’altra metà della popolazione, che al contrario paga le tasse. Se tale situazione dovesse radicalizzarsi, ciò potrebbe sicuramente  dar luogo ad estesi conflitti sociali. Questa tesi, eminentemente plausibile, dello sfruttamento da parte dei ceti improduttivi, elaborata dai fautori del libero mercato, avrebbe poi prevalso sulla omologa tesi di matrice socialista, di sicuro molto meno convincente, che ravvisava lo sfruttamento dei lavoratori ad opera dei capitalisti. L’affermarsi di questa rivoluzione concettuale recherebbe con sé l’avvento di un’era post-democratica.

 

Allo stato attuale, il pericolo principale per la futura tenuta del sistema coinvolge il crescente indebitamento degli Stati, intossicati dal proliferare delle politiche keynesiane. In maniera del tutto impercettibile, ma ormai del tutto inevitabile, ci stiamo dirigendo verso una situazione in cui, ancora una volta, i debitori potranno espropriare i loro creditori, come è purtroppo sovente accaduto nel corso della storia della tassazione, dall’epoca dei faraoni, alle riforme monetarie del ventesimo secolo. La novità è data dalla scala gigantesca del debito pubblico. Non importa le spoglie sotto cui formalmente si presenteranno – se come garanzia, insolvenza,  riforma monetaria, o inflazione – ma i prossimi grandi espropri sono già in corso d’opera. Oggi, la mano avida dello Stato si è già insinuata nelle tasche delle generazioni di coloro che devono ancora venire al mondo. Abbiamo già scritto il titolo del prossimo capitolo della nostra storia: “il saccheggio del futuro da parte del presente”.

 

Articolo di Peter Sloterdijk su City-journal.org

*Link all’originale: http://vonmises.it/2012/06/26/la-mano-che-arraffa-quella-dello-stato/

Traduzione di Cristian Merlo

Repost 0
27 giugno 2012 3 27 /06 /giugno /2012 17:58
Questo è un mio sogno vero, fatto nel 2004... Ciao bestie!
Repost 0
27 giugno 2012 3 27 /06 /giugno /2012 09:10

fior di pescoDonatori di sangue, state in campana! Anzi, stiamo in campana tutti!

 

Cari Soci,
dopo il comunicato "Chi è contro i trapianti non dona sangue" fra le varie risposte abbiamo ricevuto la seguente mail:
  
Sent: Friday, June 15, 2012 9:22 PM
Subject: R: COMUNICATO STAMPA Chi è contro i trapianti non dona sangue
Il primario mi ha proprio detto questo se suo padre era donatore di sangue avrebbe donato pure gli organi ed io ho risposto al dott. P.G. dell'AZIENDA ospedaliera S. Paolo ke anche io ero donatore ma dal giorno stesso in avanti avrei donato sangue solo a ki ne avrebbe avuto bisogno per intervento e a persone ke conoscevo. Sono  nella falsità e nella falsità rimangono".
  
Questo messaggio è un avvertimento, facciamone tesoro.
In effetti il sangue è considerato un tessuto quindi i predatori, per estensione, sostengono che chi dona sangue dimostra una generosità che lo rende, nella interpretazione pro domo loro un donatore "universale".
 
Inoltre facciamo presente che non è permessa dal sistema "la donazione dedicata", come lo stesso scrivente della mail ed altri vorrebbero. Ci sono state situazioni in cui l'ospedale ha chiesto il sangue ai parenti, ma non ha trasfuso quel sangue. Il fatto è che il sangue invecchia e a seconda delle componenti  ha diversa durata: le piastrine durano per un massimo di 5 giorni, i globuli rossi resistono per 42 giorni e il plasma per un anno, debitamente conservati. Quindi viene fatta la rotazione.
 
Chi è stato donatore di sangue e si è iscritto ad un'associazione a tal fine, a titolo cautelativo dovrebbe revocare l'iscrizione e chiedere la restituzione del relativo documento, onde evitare di essere considerato donatore di organi per assimilazione.
 
I più cordiali saluti.
 
La Segreteria
Repost 0
27 giugno 2012 3 27 /06 /giugno /2012 08:34

sito-epicheia.jpg

 

 epicheia-greco.jpg

Repost 0
25 giugno 2012 1 25 /06 /giugno /2012 13:32

Seguimi nel Consultorio di economia della triarticolazione sociale 

  

 

 

Chi è Arimane?

 

Quando i tempi sono maturi, nel mondo occidentale Arimane si incarna in un corpo umano, perché così è stabilito dall'evoluzione terrestre, spiegava Rudolf Steiner nel 1917 ("Il mistero della volontà").


Oggi è quel tempo! E dobbiamo aprire gli occhi... Paolo di Tarso lo chiamava Belial. I vangeli a volte satana, a vole mammona... Per Leopardi e per Steiner era Arimane...

 

Quando Arimane compare nel mondo occidentale, sui soliti registri comunali si annota: “È nato Mario Rossi”, o "Mario Monti", o "Romano Prodi", ecc., e costui è considerato un cittadino  come tanti altri... Ma così non è, e non dovremmo lasciarci sfuggire ciò che sta veramente accadendo...

 

Arimane ci porta tutti in un sogno illusorio, e tra i mezzi più significativi di cui dispone per agire sulla terra dall’aldilà, vi è quello di promuovere nell’umanità il pensiero astratto.


"Nulla potrebbe meglio predisporre la cattura della terra intera da parte di Arimane, per l'evoluzione, che il continuare la vita astratta ed astraente già oggi [1917] penetrata persino nella vita sociale. È questa una delle finzioni, uno degli scherzi attraverso cui Arimane prepara, secondo il suo disegno, il suo regno sulla terra. Invece di mostrare oggi agli uomini ciò che ha da venire in base ad un’esperienza completa, si parla all’umanità di teorie generiche, persino di teorie sociali. Coloro che parlano di teorie ritengono astratto proprio quanto si rifà all’esperienza, poiché non hanno alcuna idea della vita. Tutto ciò fa parte del piano voluto da Arimane" (R. Steiner, cit.).


Un'altro strumento di Arimane è la falsa interpretazione dei vangeli preparata dall'imperialismo giuridico romano che non ha mai voluto trasformare se stesso eliminando la sua antica forma anticristiana, poggiante sul sequestro delle donne sabine e sul fratricidio di Remo da parte di Romolo. Questo pseudo diritto, tuttora vivente attraverso lo IOR (banca vaticana) e attraverso il diritto romano, è il male supremo, quello dell'anacronismo del sistema fiscale, predatorio e schiavizzante l'uomo del terzo millennio.


Oggi la schiavitù si manifesta nel fatto che l'uomo, prono all'imperialismo antico, non ha più il tempo di rifermarsi a riflettere. E non vuole neanche più riflettere, accontentandosi di astrazioni del bene, eterodirette ed imposte.


Oltretutto, l'uomo perde sempre più la memoria... Non si accorge che sono i professori a generare la catastrofe. Oggi abbiamo il prof. Monti, ieri avevamo il prof. Prodi. Basterebbe ricordare come "anticamente", quest'ultimo si appresta a servire agli italiani un piatto dal sapore antico: il compromesso storico tra la sinistra dc e gli "euro-comunisti". Ovvero i "comunisti dell'euro", orgogliosi di aver "risanato l'italia" negli anni Novanta, tassando il lavoro produttivo, vendendo le industrie di Stato agli oligarchi loro amici, e mettendo in ginocchio, con l'incongruo ingresso nell'euro, le ditte esportatrici e le massaie.


L'astratto dominava il concreto, esattamente come oggi, che per comprendere le condizioni dell'economia italiana si continua a far riferimento a indici astratti come il PIL (Prodotto Interno Lordo, da me sempre caratterizzato con articoli e con canzoni come "Pil-astro della truffa").

 

 

 

Dagli anni '70 agli anni '90 cosa ha fatto Arimane, cioè i governi? Ha fatto ciò che continua a fare: tassa soprattutto il lavoro, prima per ottenere l'entrata nell'euro, e oggi per insistere nel permanervi anche se quell'istituzione si è dimostrata antilogica. Quando mai si costruisce una casa incomiciando dal tetto? Ebbene l'istituzione dell'euro è stata fatta con questa logica, basada sul materialismo del "primo vivere, e poi filosofare"...


Ma a cosa è servito?


L'euro è servito solo a indebolire la posizione dei lavoratori attivi. E questo è stato il grande tradimento della sinistra di governo.

Ci veniva detto che i sacrifici sarebbero stati necessari per ossequiare il Santo Euro che ci avrebbe salvati dall'inferno argentino.


Era una menzogna.

 

L'Argentina aveva fatto una brutta fine proprio perché aveva legato la sua moneta a un cambio fisso; viceversa, il Brasile evitò lo sfascio lasciando oscillare la sua moneta come avveniva con la nostra lira. Insomma "al riparo dell'euro" è solo aumentata la spesa corrente come sarebbe stato impossibile con la lira. Ma ci dicevano che senza l'euro sarebbe stata una tragedia poi accostarsi ad una pompa di benzina!!!


Tutto avrebbe avuto senso solo se l'euro si fosse comportato come una moneta stabile; ma in realtà in questi suoi 10 anni di vita ha oscillato più della lira, continuamente valutandosi e svalutandosi addirittura del 30-40%.


Non può quindi vantare di essere una moneta più stabile della lira.


Chi dunque si è avvantaggiato dell'abolizione della lira?


La risposta è solo una; la Germania, la confindustria tedesca, che ha annullato il saldo attivo di esportazioni italiane verso la Germania. La confindustria tedesca ci ha dunque fatto entrare nell'euro così come si fa entrare il topolino nella gabbia! Per loro c'era un chiaro tornaconto. Per le nostre imprese no. Il "nostro" vantaggio fu casomai la diminuzione dei tassi di interesse. Ma lo Stato italiano lo dilapidò subito.


Quindi i post-comunisti al governo di chi hanno fatto gli interessi? Si sono trovati a gestire il fallimento del comunismo e per grazia di Tangentopoli hanno tratto da quella gestione fallimentare pure loro una rendita, divenendo oltretutto più realisti del re. La loro idolatria dell'Europa burocratica non era altro (e così lo è ancora) che la riedizione della teoria della sovranità limitata: smisero di ossequiare l'URSS, e andavano in brodo di giuggiole potendo ancora ossequiare un nuovo Super-Stato europeo.


E chi sono i post-comunisti? Sono secondo me tutti i politici (di sinistra, di destra e di centro), incominciando da Berlusconi. Qualsiasi Stato non fosse e non sia l'Italia va sempre bene a queste canaglie.


E perché? Perché sono appunto l'incarnazione di Arimane! Tutti quanti. Attenzione, io non parlo come Steiner dicendo che Arimane si incarnerà in un uomo preciso. Questo potrà avvenire con la moneta unica mondiale, ma non siamo ancora a quel punto. I tempi sono tuttavia maturi per accorgersi di Arimane nella veste di ogni nuova politica post comunista.


Arimane è colui che in fondo da' all'uomo il senso di Stato, Super Stato, a partire dalle scuole dell'obbligo... di Stato...


Ma lo Stato è un falso valore e il senso di Stato - l'ho detto e ripetuto (ma repetita iuvant) è il senso del materialismo arimanico dove ogni deficiente impera. Ciò che Giacomo Leopardi e Rudolf Steiner chiamavano Arimane, che per Goethe era Mefistofele, per Paolo di Tarso Belial, per gli evangelisti Satana, e per Gesù "mammona" (termine aramaico simile all'ebraico moderno "mimen", che significa "finanziare"), io chiamo appunto Compagnia Dove Ogni Deficiente Impera, o DODI&C.


Con questo acrostico, sintetizzai il gregarismo degli accidiosi portatori di "pensiero" debole, o pensiero all'ammasso, che in realtà è agitazione ideologica ritenuta pensare.


Ma è giusto che sia così. Così ce ne accorgiamo. Il "pensato" è infatti sentito come Stato perché il participio passato di un essere è ciò che partecipa solo in parte alla sua natura, e che non è mai presente nel qui ed ora, ma è "passato" - appunto - nell'oggetto, percepibile materialmente in ciò che lo rappresenta come pezzo di carta. Questo Stato, questo passato, questo participio passato, offre - ma solo alle inconsce paure dei materialisti - più sicurezza dell'affermazione "io sono".


Infatti ancora oggi questa affermazione esige (ed è impensabile senza) l'oggettivazione di che si è.

 

Io sono che cosa?


Questa domanda fa incazzare ogni essere arimanico!


Dire "io sono" come fece Gesù di Nazaret durante il suo processo intendendo "io lo sono" in riferimento a Yhwh (nome impronunciabile di Dio, che solo Dio poté dire di sé a Mosè sul Sinai annunciando "Io sono l'io sono") comporta - come è rilevato da recenti studi giuridici del processo di Gesù - la condanna per le "aspirazioni criminali di Gesù: predicazione (blasphemia) e regalità (lesa maiestas)" (Massimo Miglietta, "Gesù e il suo processo nella prospettiva ebraica").

 

Oggi, la "lesa maiestas" dovrebbe essere la sovranità del popolo, dato che non c'è più Cesare; ma nella nostra democrazia tale sovranità è di fatto un enunciato meramente formale.


L'affermazione dell'io in quanto vera divinità è infatti di massimo disturbo per lo spirito arimanico dello statalismo della dodi&c.


Cosa comporta ciò?


Comporta che l'antitesi Dio-Cesare nel "dare a Cesare quel che è di Cesare, "spesso interpretato come dimostrazione e fondamento della lealtà dei cristiani verso l'autorità civile" (ibid.), possa essere letto in senso non più positivo (e quindi impositivo di imposte di Stato) ma negativo come di "non dare a Cesare ciò che è di Dio" (C. Cohn, Processo di morte di Gesù. Un punto di vista ebraico in M. Miglietta, "Gesù e il suo processo...", op. cit.), vale a dire dell'io umano nel senso di cristiano.


Questa visione delle cose non può non portare al diritto individuale di epicheia, cioè di equità a discrezione dell'io (Dio) nel non pagare o nel pagare i tributi a Cesare o il signoraggio ai signori creatori dal nulla della moneta odierna.


Che le cose stiano così, e cioè che il materialismo e la correlativa accidia che lo sostanzia nella tendenza a "non volerne sapere" di impiegare maggiore giudizio critico nel proprio "pensiero" debole, lo si può osservare anche nel dogma del materialismo, consistente nel non riconoscimento della concretezza spirituale dell'idea. Il materialismo è infatti incapace di fraternizzare, dato che non riesce a fraternizzare neanche con la parte idealistica di sé (l'idea della materia non è riconosciuta dal materialismo). Pertanto può solo fingere la fraternità, dogmaticamente costringendo verso la propria monovalente dialettica qualsiasi pensiero altrui, o qualsiasi richiesta di coerenza logica col proprio principio (principio che tutto fonda sulla materia). Anche quando il materialismo è dotato di capacità analitiche raffinatissime, non può non essere dogmatico, perché ignorando l'incorporeo movimento del "pensiero materialista" (il cui soggetto non può non essere l'idea per quanto da esso ignorata come realtà), o la propria interna verità, attribuisce verità a ciò che è fuori di sé, e che da fuori impone assolutezza come eterodirezione di sé.


Ecco allora, da tale imporre provenire, come cosa buone e giusta, le imposte, le tasse, le leggi, la carta: rimasugli di imperialismo romano, o del faraone ritenuto Dio, o del Signore della giurisdizione territoriale, o dell'apparato statale sovieticamente inteso!


Ed ecco infine la spiegazione del fatto per cui il materialismo è un "pensiero" che concepisce, piuttosto che la comprensione, l'eliminazione di coloro che lo contraddicono, e che perciò tende a fare della propria impotenza una forza fratricida!


Fingendo la fraternità, un simile "pensiero" costringe l'organizzazione dei singoli ad una forma esteriormente fraterna, meccanicamente sociale.


Di conseguenza serpeggia fra i singoli, al posto del collegamento interiore, la corrente del sospetto e dell'odio. Segno questo che indica l'esigenza di una via diversa dalla partitocrazia del "participio" o del senso di Stato, i quali non possono non essere non coercitivi.


Un ordine sociale senza coercizione è però possibile. Ed ha un nome solo: triarticolazione dell'organismo sociale.

Per concludere sottolineo altresì che il senso di Stato non è altro che il senso satanico dei conati di succubanza fantozziana ad un anacronismo cesaropapista che l'individualismo etico dell'uomo moderno non può che stornare da sè.


Il cristiano di oggi  (e non mi riferisco certo ai nati cattolici senza essere divenuti mai cristiani) dovrebbe essere in grado di "vedere" (sovrasensibilmente) che chi oggi parla di "senso di Stato" è solo un mascherato manipolatore di capitali, i cui reggicoda Gesù chiamava "sepolcri imbiancati".


Come si fa per usare Arimane e non lasciarsi usare da Arimane?


Gabriele d'Annunzio diceva: "lo ho quel che ho donato".


Occorre innanzitutto accorgersi di una cosa importante che riguarda un lato essenziale del denaro, che è quello di essere donato, di essere offerto. Il fine vero dell'economia è ancora quello antico, che spiegai a suo tempo parlando di Eumeo (nell'Odissea) e che può essere ritrovato nel bello, nell'arricchimento artistico, nella ricerca spirituale autentica.

 

L'accumulo indefinito del denaro non ha senso, perché a un dato punto deve organicamente "decumularsi" (così come il sangue nell'uomo ha continuamente da rinnovarsi con l'inspirazione di ossigeno e l'espirazione di anidride carbonica) per offrirsi alle fondazioni spirituali, educative artistiche (metabolismo dell'organismo sociale).


Ma il decumulo del denaro non può essere gestito dallo Stato. Esso è il frutto dell'individualismo etico. Quando lo Stato si arroga il diritto di ridistribuire le ricchezze, imponendo gioghi alle categorie produttive e alimentando mille rivoli parassitari, i risultati sono solo la carestia assoluta.


Lo Stato deve limitarsi alle funzioni della sicurezza, della giustizia, e della politica estera.

Deve liberare le possibilità di lavoro eliminando tasse e burocrazia. Deve lasciare a libere fondazioni i compiti dell'educazione, della ricerca, e dell'arricchimento spirituale.

 

E ciò non perché lo dico io o qualcun altro, ma semplicemente perché lo Stato nell'organismo umano è come il suo cuore, ed il cuore non può occuparsi delle funzioni nervose o di quelle metaboliche. Il cuore deve fare il cuore, non può fare le veci del nervo, ecc.

 

La triarticolazione è appunto questo: un vero sabato per l'uomo, in cui le istituzioni siano funzionanti a sua misura.

 

Solo così possiamo usare Arimane, senza farci usare da lui.

 

Repost 0
25 giugno 2012 1 25 /06 /giugno /2012 09:59

Pubblico questo post che ho inviato come risposta all'intervista a Nicolò Giuseppe Bellia ascoltabile sul sito stampalibera.com:

 

<<Nereo Villa:
22 giugno 2012 at 08:25
La prima indicazione data da Bellia sulla possibilità di calcolo di un “reddito di cittadinanza”, compare nel suo primo scritto “La via d’uscita”, in cui egli espone le dinamiche che renderebbero possibile tale calcolo con le seguenti parole: “Tale reddito è calcolabile nella misura di 700 mila lire mensili attuali per ciascun cittadino, dalla nascita alla morte, in sostituzione della vecchia previdenza sociale”. Nello scritto non vengono però mai presentati quei calcoli, e si afferma solamente che essi sono calcolabili in base ad un nuovo modello fiscale che, anziché prelevare tasse dai redditi, dovrà prelevare direttamente dal capitale monetario italiano, valutato nel 1979 da Bellia a “più di 7 milioni di miliardi di lire”. Il 1979 è infatti l’anno dell’autopubblicazione de “La via d’uscita”.

L’ultima indicazione di Bellia sulla possibilità di tali calcoli è data dalla sua raccolta di scritti che vanno dal 25/01/1992 al 04/12/1996, intitolata “L’antropocrazia”, nella quale, in data 10 Ottobre 1992, è detto : “Se si adottasse in Italia una tale fiscalità […] si potrebbe prevedere come valido un valore mensile del Reddito di Cittadinanza di circa 700 mila lire in valore odierno”.

In ambedue questi scritti (“La via d’uscita” e “L’antropocrazia”) non sono riportati i calcoli del reddito di cittadinanza. Però in “L’antropocrazia” egli afferma, in data 25/01/1992, che “i dettagli nonché le rilevanze sociali positive di tale soluzione sono indicate nei due libri LA VIA D’USCITA del 1979 e LA NEOSOCIETÀ del 1991″. Ma questa affermazione è contraddittoria in due punti. Innanzitutto nello scritto “La via d’uscita” non compare – come sopra accennato – alcun “dettaglio” in merito ai calcoli del reddito di cittadinanza. La seconda inesattezza consiste nel fatto che – stando alla data di edizione, lo scritto “La neosocietà” non risalirebbe al 1991, ma al 1993.

L’osservazione di queste inesattezze è importante non tanto per la svista o per l’errore in sé, ma perché permette di dirigere l’attenzione sul fatto ben più importante che nei ragionamenti di Bellia, anche in quelli relativi allo scritto “La neosocietà” del 1993 – ed addirittura anche nella postfazione del libro “Verso l’antropocrazia”, edito da Bellerofonte nel 1998, che raccoglie tutti e tre i precedenti scritti – egli parla effettivamente di calcoli e di formule ma sempre attribuendo al capitale monetario italiano la stessa valutazione da lui fatta nel 1979, cioè al tempo dell’autopubblicazione de “La via d’uscita”, e pervenendo sempre al medesimo reddito di cittadinanza di 700 mila lire, calcolato in base a tale valutazione:

1979: “700 mila lire mensili attuali” (“Conseguenze della fiscalità monetaria” in “La via d’uscita”).
1992: “700 mila lire in valore odierno” (“Filosofia della fiscalità monetaria” del 10/10/1992, in “L’antropocrazia”.
1998: “beni monetari, che ammontano a più di 7 milioni di miliardi di lire” (N.G. Bellia, “Verrso l’antropocrazia”, Ed. Bellorofonte, Roma, 1998, Postfazione, pag. 248); “Le 700.000 scaturiscono dal calcolo del risparmio, degli interessi sul debito pubblico allargato, diviso per i Cittadini Italiani, diviso 12″ (ibid., pag. 251).

Qui la “svista” mi sembra un po’ troppo grave. L’esposizione del progetto infatti non tiene assolutamente conto del fatto che l’ammontare della massa monetaria cresce, e di molto. Tant’è vero che già nel ’95 è pubblicato da De Simone il libro “UN MILIONE AL MESE PER TUTTI” (Ed. Malatempora). In tale libro è esposto che l’ammontare concreto del capitale monetario cresce mediamente ogni anno di circa 400.000 miliardi di vecchie lire!

Ora, dando per buona l’affermazione di Bellia che la base monetaria italiana del 1979 sia stata di 7 milioni di miliardi di vecchie lire, e dando per buona anche l’affermazione di De Simone sopracitata, dovremmo avere per l’anno 1998 (anno di pubblicazione di “Verso l’antropocrazia”), un incremento della base monetaria, già maggiore del doppio di quei 7 milioni di miliardi del ’79, affermati da Bellia:

1979 = 7 milioni di miliardi
1980 = 7 milioni e 400.000 miliardi
1981 = 7 milioni e 800.000 miliardi
1982 = 8 milioni e 200.000 miliardi
1983 = 8 milioni e 600.000 miliardi
1984 = 9 milioni di miliardi
1985 = 9 milioni e 400.000 miliardi
1986 = 9 milioni e 800.000 miliardi
1987 = 10 milioni e 200.000 miliardi
1988 = 10 milioni e 600.000 miliardi
1989 = 11 milioni di miliardi
1990 = 11 milioni e 400.000 miliardi
1991 = 11 milioni e 800.000 miliardi
1992 = 12 milioni e 200.000 miliardi
1993 = 12 milioni e 600.000 miliardi
1994 = 13 milioni di miliardi
1995 = 13 milioni e 400.000 miliardi
1996 = 13 milioni e 800.000 miliardi
1997 = 14 milioni e 200.000 miliardi
1998 = 14 milioni e 400.000 miliardi

Domanda: perché Bellia nel suo progetto non accenna, e neanche minimamente considera tale incremento?

Come si può farsi sostenitori dell’antropocrazia, cioè di un sedicente:
“progetto culturale benefico per tutte le parti sociali” (“La Fiscalità Monetaria per l’Italia” in “La via d’uscita”, 1979),
“progetto globale di riforma di qualunque sistema sociale” (“La questione sociale” in “L’antropocrazia”, 07/05/1992),
“progetto definito in ogni sua parte” (N.G. Bellia, “Verrso l’antropocrazia”, Ed. Bellorofonte, Roma, 1998, Postfazione, pag. 247),
in cui si parla astrattamente per 19 anni (dal 1979 al 1998) della medesima base monetaria del 1979?

Certamente, si potrà rispondere a questa domanda dicendo che per 19 anni si è parlato in tal modo della base monetaria, per semplificare la comprensione delle formule e della loro dinamica di applicazione.

Se però si cerca di applicare i dati di Bellia alla realtà del 1979, con lo scopo di osservare se si tratta davvero di un progetto definito realmente in ogni sua parte o no, si trova quanto segue.

A pag. 74 di “Verso l’antropocrazia” (Ed. Bellerofonte), Bellia scrive: “Se chiamiamo “Massa mon. gen.”, la massa monetaria della compagine sociale, “N° Cittadini”, il numero dei cittadini, e “Massa mon. pro cap.”, la quota monetaria pro capite, sarà “Massa mon. pro cap. = Massa mon. gen. : N° Cittadini”. Dunque, per applicare questa formula che individua la “Massa mon. pro cap.” occorre conoscere in concreto l’ammontare effettivo della “Massa mon. gen.” e dell’effettivo “N° Cittadini”. In merito alla “Massa mon. gen.”, abbiamo il dato sopra accennato di 7 milioni di miliardi. In merito al “N° Cittadini”, Bellia non da’ alcun dato, ma ognuno può risalirvi. Infatti, i cittadini italiani secondo il censimento del 1981, dunque due anni dopo il 1979, erano 55 milioni circa. Nella pagina successiva però , Bellia pone la massa monetaria pro capite al valore di 100 milioni: “Nell’attuale situazione italiana, ponendo la ‘Massa mon. pro cap.’ = L. 100 milioni [...]” (Ibid. pag. 75). Per risalire al “N° Cittadini”, basta dunque fare l’operazione inversa e cioè dividere la “Massa mon. gen.” per la “Massa mon. pro cap.”. Così facendo però si ottiene una popolazione di 70 milioni per il 1979, il che è impossibile. Infatti se è vero che il censimento dell”81 fu di circa 55 milioni, avrebbero dovuto morire in due anni ben 15 milioni di italiani!

Anche per questo motivo, reputo il discorso di Bellia sulle formule eccessivamente semplificatorio e superficiale. Il progetto, così com’è non è ancora un vero e proprio progetto, ma un piccolo inizio di progetto, che abbisogna di ulteriore studio e riformulazione delle parti, con normali esempi di applicazione delle formule. Proprio perché lo stesso Bellia lo ritiene conforme, almeno nei suoi tratti generali, all’idea della triarticolazione (o tripartizione) dell’organismo sociale. Quest’idea fu proposta verso la fine dell’Ottocento in modo romantico da St-Yves d’Alveydre, e in modo scientifico-spirituale da Rudol Steiner agli inizi del secolo passato.

Ecco perché, in quanto studioso dell’opera sociale di Steiner, per anni ho ripetuto a Bellia tutta questa problematica, chiedendogli spiegazioni e dicendogli a più riprese che la gente non è scema e se vuole sa fare i calcoli. Oggi, a quanto pare, Bellia sembra avere recepito il problema del signoraggio (che nel 2005 reputava un’invenzione diabolica di Auriti in cerca di fama). Ma per il resto non sono stato mai ascoltato. Quindi deve ancora rispondere alla mia domanda con concreti esempi pratici di applicazione delle sue formule, perché – come egli afferma – “chiunque aderisce liberamente ad un gruppo, lo fa solo se è certo che da tale adesione non scaturisca alcun pericolo per la propria sopravvivenza” (La neosocietà)>>.


Inoltre ho ulteriori  considerazioni da fare sull'idea di Bellia che scrivo qui di seguito: 


Innanzitutto, chi afferma che bisogna avere la pancia piena per poter filosofare, pensa in modo assurdo, cioè meramente causidico.


Se per esempio si ragiona in modo causidico sull'affermazione "prima bisogna avere la pancia piena per poter ragionare" cosa si fa? Cominciando dal fondo, si ha da questa frase come prima lettera la "e" di "ragionare". Essa deriva dalla "r". Si prende allora la "r", che deriva dalla "a" che precede, e poi la "a" dalla "n", e la "n" dalla precedente "o", ecc. In tal modo si ha ogni volta l'effetto della causa che precede. La "e" è l'effetto della "r", la "a" della precedente "n", e la "n" della precedente "o", e così via.


Ma questo è un assurdo. Ogni lettera ha origine unicamente per il fatto che un io umano l'ha scritta, e certamente la lettera che precede non ha prodotto quella che segue. È dunque completamente assurdo dire che la lettera che precede sia la causa di quella che segue, o che quella che precede produca quella che segue.


Quindi le vere cause vanno ricercate altrove dato che con la pancia, vuota o piena, 1 + 1 farà sempre 2.


Questo per quanto riguarda il materialismo di Bellia o di chi sostiente che prima bisogna vivere e poi filosofare. Per Bellia invece è assolutamente esatta la massima aristotelica “primum vivere, deinde philosophari”, nel senso che “prima bisogna avere la pancia piena e poi si può anche ragionare”, dimenticandosi che questa è una massima molto spuria, anzi aberrante, di un “Aristotele” arabizzato da Avicenna e da Averroè.


Per il resto lo spostare il prelievo delle imposte dal reddito alla massa monetaria come predica Bellia è secondo me un errore, o tutt'al più una impossibilità pratica. La massa monetaria non è un chilo di prugne percepibile da tutti, per cui basta prenderne il 7 o l'8 per cento da dare ai poveri.


Per entrare nella massa monetaria occorre entrare nel portafoglio della gente. Ora, dopo il dimezzamento del valore della lira con Prodi (fra l'altro Bellia allora affermava che con l'euro non sarebbe cambiato nulla!), e dopo quello dell'euro ora che si ritornerà alla lira (con Monti o Berlusconi che sia), credo che farsi mettere ancora le mani nel portafoglio dall'inventore della fiscalità monetaria sia davvero un'altra assurdità.


Ecco perché "osai" chiedere formule funzionanti a Bellia! Se le sue formule fossero state funzionanti, a quest'ora tutti le avrebbero capite, e tutti vorrebbero la sua fiscalità monetaria. Così non è. Io sto ancora aspettando risposte chiare e tonde, che mai arriveranno semplicemente perché non ci sono.


Una distribuzione di beni, non può essere fatta, prendendone la metà per saldare un debito, proveniente da una truffa; così come un'azione non può essere fatta mediante l'agire in conformità al suo contrario.


Chiamare antropocrazia la rappresentazione di tale agire, è antilogica: è esattamente come quando nel gioco delle tre carte si sostituisce, una carta. E in tale antilogica quel sostituire è effettuato sul piano dei contenuti, concettuali. Ma è sempre antilogica. La stessa che pone a fondamento di una teocrazia, creduta antropocrazia, un procedimento democratico. Chiamare "antropocrazia" tale "contrario-crazia" è la medesima antilogica che fa poi porre a fondamento di una pseudo antropocrazia un procedimento democratico o di "democrazia informatica" o di "democrazia diretta" che dir si voglia.


Antropocrazia è altro da Democrazia. Non può chiamarsi antropocrazia un solipsismo poggiante su antilogica, anziché su universalità del pensare.


Pretendere consensi democratici sull'antropocrazia, o su un determinato tipo di antropocrazia è come pretendere di mettere, ai voti, che la somma degli angoli di un triangolo sia di 180 gradi. Ecco perché chi come Bellia insiste in questa pretesa è un solipsista, anche perché nel suo discorso, che egli crede assolutamente scientifico, compare prima o poi il Padre eterno... 


Il termine solipsismo, proviene dal latino "solus" e da "ipse". Il solipsismo, è una dottrina di pensiero che sostiene l'evidenza assoluta ed esclusiva dell'io o di contenuti di coscienza. Ne deriva un idealismo soggettivo di tipo metafisico che nega la realtà del mondo esterno (nel mondo esterno della realtà comune a tutti l'antropocrazia non è la democrazia), così come nega la possibilità di mostrarlo e/o di attingerlo come realtà (o come realtà di altri soggetti, cioè di altri io). Per tale visione metafisico solipsistica, è perciò necessario poi il ricorso a Dio come unico garante, dell'oggettività del conoscere. E in tale contesto di pensiero, la storia, è cconcepita come opera divina. "Ecco perché - era solito dirmi Nicolò Bellia concludendo ciò che affermava in modo completamete arbitrario -  io dico sempre che la realizzazione dell'antropocrazia dipende dalla storia, e quindi dal Padre eterno".


Credo che il maggiore avversario dell'"antropocrazia di Bellia" sia, fino a prova contraria, Bellia stesso. Il suo comportamento infatti, per quanto ne so, è quello di un piccolo Cesare, pavido ed arrogante come in fondo è un qualsiasi dittatore.


Lo stile dittatoriale, intrinseco ad ogni egoismo, egotismo, sopravvalutazione di sé, ipertrofia dell'io, ecc., ognuno lo può anche nascondere, dato che possiamo benissimo essere egoisti pur avendo un carattere mite, ma si tratta sempre, in fondo, di un modo d'essere che non paga, in quanto ci lascia poi monchi, e ci debilita. Succede comunque sempre, però, che su questa reale condizione di minorità o minorazione dovuta alla sopraffazione dell'altro, faccia subito luce lo spirito libero, appena si affaccia nella vita di ognuno. Allora lo spirito libero mette subito il dito nella piaga, e l’anima non libera ne ha paura, e scappa, accusando magari: ti nascondi dietro il dito...


Così ha fatto fino ad oggi Bellia ed ogni suo tirapiedi da me conosciuto.


Chi continua a scappare solipsisticamente dai propri errori anziché antropocraticamente combatterli in sé, deve prima o poi scontrarsi con la propria solitudine, e riflettere maggiormente sulla paura che probabilmente li genera.


Chi frequenta per un po' Bellia, incappa prima o poi in certe sue affermazioni del tipo "questa è la mia convinzione", "io procedo nella mia strada", "io procedo nella mia convinzione", ecc., che non sarebbero di per sé niente di anormale se non si riferissero però ad una tuttologia assurda delle "verità sociali", e perfino a verità matematiche. Il fatto è che anche quando si tratta di numeri, il Bellia segue la sua strada! Ma una verità matematica può essere esatta o non esatta, confutabile o inconfutabile. Non può essere una convinzione, o un cammino di fede.


Eppure vi sono sedicenti matematici alla Bellia che, anche dopo essere stati matematicamente confutati, continuano a procedere per la loro strada, nonostante essa risulti matematicamente sbagliata. Si veda la pagina "Commenti sulla Formula Bellia", dove sta scritto che: "Il calcolo della traslazione di Bellia [...] introduce un errore nell'equazione del polinomio traslato, dovuto all'errore di arrotondamento nell'aritmetica del computer. Questo errore rischia di accumularsi al procedere del processo iterativo. Nella descrizione dell'algoritmo di Bellia non viene MAI detto che [...] se ci si ferma dopo un numero finito di passi si ha inevitabilmente un errore. Anzi, nell'algoritmo si dice: "vediamo, ad ogni traslazione, che la funzione tende ad avvicinarsi all'origine degli assi fino a passarvi [...]", lasciando intendere "errore zero dopo un numero finito di passi". Naturalmente non c'è alcun cenno ad un test di arresto, o al numero di iterazioni effettuate. Men che meno ci sono dimostrazioni di convergenza [...]". Ecco perché questi sognatori sono poi confutabili come sognatori "fai da te" che "aggiustano il tiro" della realtà quando la realtà mostra loro che è diversa dal sogno.


"Chi voglia approfondire l'iter di pensiero che porta a tale concezione dell'Essere Umano, troverà ne "La filosofia della Libertà" di Rudolf Steiner, una completa trattazione filosofica di tali argomenti", scrive Bellia in "L'antropocrazia" (Ladispoli 7 Marzo 1992). Anche qui egli non esce dal suo sogno di grandezza... Ma il denaro di decumulo di Steiner non è assolutamente quello di Bellia.


Steiner dice di tassare casomai le uscite, non le entrate (Rudolf Steiner, "Cultura, politica, economia", Monaco, 2006, pag. 95).


Bellia invece dice di tassare tutta la base monetaria, nella quale vi è ancora reddito, costituito dai risparmi della gente, quindi tassa ancora le entrate (tanto reddituali quanto risparmiate). Quindi il suo passare dalla fiscalità reddituale a quella monetaria è solo - fino a prova contraria - un'illusione.


Altra questione: l'emotività. Per Bellia sembra che l'emotività umana, il sentire umano, sia un peccato. Steiner dice che il diritto non può darsi senza il sentire l'uguaglianza da uomo a uomo...

Eppure chi si imbatte in Bellia prima o poi si sente dire (anche in un contesto affatto non pertinente): "Mi sembra innanzitutto che nei tuoi toni [...] ci sia ancora traccia di coinvolgimento emotivo che impedisce di pensare oggettivamente".


Conosco bene questo stile di Bellia che considero mero egotismo di chi considera se stesso Dio, mentri gli altri merdacce. :D :D :D


Il coinvolgimento emotivo non è disumanità. Solo si tratta di esserne consapevoli e di non fingere di essere animicamente morti per non sporcarsi le mani con gli umani.  


Insomma, la realizzazione della proposta di Bellia del reddito di cittadinanza non comporta per nulla una modifica dell'idea di Stato. Solo se in tale proposta si distinguesse fra reddito di base e reddito di cittadinanza potrebbe esistere culturalmente tale modifica. A questo proposito rimando alla pagina "Sulla distinzione fra RDB e RDC".


Ripeto. Si provi ad immaginare l'attuazione concreta del prelievo delle tasse dalla massa monetaria. Si intende per massa monetaria tutti i soldi compresi quelli che sono in banca come risparmi degli individui? Anche questo argomento l'ho delineato più volte a Nicolò, col risultato di essere insultato, dato che rimuoveva i miei scritti dal suo sito come qualcosa di sporco (conservo ancora i files). Sono emotivo? Sì. Sono emotivo in quanto non sono sporco. E allora?


Altra domanda: come fa uno Stato ad a ritirarsi dall'economia come Bellia vorrebbe se è lo Stato ad elargire reddito di cittanza? Non è una contraddizione?


Di fatto le banche emittenti emettono moneta. E qui sta il problema: non si sa ancora di chi sia la moneta all'atto dell'emissione...


"La parabola dei talenti" è forse la parabola funzionale allo statalismo o ai cambiavalute?

No. Gesù non è uno statalista. E Steiner è favorevole al free banking, e lo dice più volte nelle sue conferenze.


Inoltre, dove starebbe la serietà di una proposta ballerina come quella di Bellia? Una proposta in cui quella percentuale della tassazione annua muta ogni volta che la si ripropone! Una volta è il 7%, poi il 6%, poi l'8%, poi di nuovo il 7, ecc. Ma come si fa a proporre i calcoli per arrivare al reddito di cittadinanza se non ci si intende almeno ipoteticamente in un esempio (almeno uno!) chiaro e valido per tutti?


Naturalmente la proposta Bellia potrebbe essere sicuramente migliorata e corretta, non certo scartata come errata.


Però il solipsista Bellia non ne vuol sapere di migliorarla né di migliorarsi, con la scusa che lo stesso Steiner diceva dei suoi esempi che potevano essere migliorati... Sarebbe meglio allora studiare davvero Steiner, anziché usarlo per supportare confusioni su confusioni, come finora ha dimostrato di fare il sognatore Bellia.

Repost 0
25 giugno 2012 1 25 /06 /giugno /2012 09:01

feedback.jpgSegue da “Immaginativa - Cap. 12 della filosofia della libertà 01

Entrando in una data sfera di oggetti di percezione, l’immaginativa realizza la propria rappresentazione.


L’azione umana non crea oggetti di percezione, ma trasforma quelli già esistenti rinnovandone le caratteristiche [questa trasformazione è il cosiddetto "feedback" presente nel nostro comportamento - nota del curatore].


Per poter trasformare un dato oggetto di percezione (o un complesso di tali dati) secondo rappresentazione morale, occorre capire la legge dell’oggetto di percezione (cioè la sua dinamica di funzionamento che si vuole trasformare, o a cui si vuol dare una nuova direttiva). Occorre poi trovare il modo di  trasformare tale legge(o dinamica) in un’altra.


Questo aspetto dell’attività morale poggia sulla conoscenza del particolare mondo fenomenico con cui si ha a che fare; si deve perciò ricercare in un ramo della conoscenza scientifica in genere.


L’azione morale, dunque, presuppone accanto alla facoltà di idee morali e di  immaginativa, quella di trasformare il mondo degli oggetti di percezione senza violarne le leggi di natura da cui provengono. Questa capacità è TECNICA MORALE.


La TECNICA MORALE la si può apprendere nello stesso senso in cui in genere si apprende la scienza.


Più che a determinare col produttivo lavoro immaginativo azioni future che ancora non esistono, gli uomini sono infatti generalmente più portati a trovare concetti corrispondenti al mondo che già c’è. 


È pertanto possibilissimo che uomini privi di immaginativa abbiano rappresentazioni morali da altri e incorporino queste abilmente nella realtà.


Viceversa può verificarsi che uomini dotati di immaginativa manchino di abilità tecnica, e debbano valersi di altri uomini per realizzare le loro rappresentazioni.


In quanto per l’azione morale è necessaria la conoscenza degli oggetti su cui ci accingiamo ad agire, la nostra azione riposa su tale conoscenza.


Si tratta qui della conoscenza delle leggi della natura.


Le leggi della natura appartengono alla scienza naturale. Non all’etica.


L’immaginativa e la facoltà di idee morali possono diventare oggetto del sapere solo dopo che l’individuo le ha prodotte. 


Ma, così considerate, esse non regolano più la vita, bensì l’hanno già regolata; e vanno intese come cause efficienti al pari di tutte le altre cause (sono finalità solo per il soggetto).


Immaginativa e facoltà morali sono per noi una scienza naturale delle rappresentazioni morali.


Accanto a tale scienza non può esistere un’etica come scienza normativa.


Qualcuno ha voluto conservare il carattere normativo delle leggi morali intendendo l’etica come una specie di dietetica, capace di trarre dalle condizioni di vita dell’organismo regole generali, in base alle quali poi esercitare influenze particolari sul corpo (Paulsen, “Sistema di Etica”). Ma questo confronto è errato, perché la vita morale umana non la si può paragonare a quella dell’organismo.


L’attività dell’organismo c’è, senza che ci mettiamo nulla di nostro. Le sue leggi sono già lì belle e fatte. Noi possiamo scoprirle e, poi, applicarle.


Ma le leggi morali devono essere prima create da noi. Non possiamo applicarle se prima non sono state create.


L’errore nasce dal fatto che il contenuto delle leggi morali non è creato ex novo ad ogni istante. Tale contenuto si tramanda per eredità. Ecco perché le leggi ricevute dagli antenati ci sembrano date come quelle naturali dell’organismo. Da ciò però non consegue che una generazione posteriore abbia ragione ad applicarle come si applicano le regole dietetiche. Perché le leggi morali valgono per l’INDIVIDUO e non, come le leggi naturali, per l’ESEMPLARE DELLA SPECIE.


Come organismo, io sono un mero ESEMPLARE DELLA SPECIE. Come tale, vivo conformemente alla mia natura se applico al mio caso particolare le leggi naturali della mia specie. Come essere morale sono invece un INDIVIDUO, e ho le mie proprie leggi (quando Paulsen, alla p. 15 del libro citato, dice: “Diverse disposizioni naturali e diverse condizioni di vita, esigono sia una diversa dieta del corpo, sia una diversa dieta spirituale” si avvicina, sì, alla verità, ma non coglie il punto decisivo. In quanto individuo, io non ho bisogno di alcuna dieta. La dietetica è l’arte di porre un determinato esemplare in accordo con le leggi generali delle specie. Ma come individuo, io non sono un esemplare della specie). (continua)

Repost 0
24 giugno 2012 7 24 /06 /giugno /2012 11:16

ilgiornale-18-06-12Paolo Bracalini intervista Daniel Estulin
Fonte: Il Giornale (18/06/2012)

 

L'autore del libro sul Bilderberg, il gruppo oligarchico finanziario di cui fa parte il prof., svela i piani del clan sulla crisi: "Hanno deciso di sacrificare la Spagna".

 

La Gruber piace a quei big perché ha molti contatti.


«Monti? È Goldman Sachs » risponde in automatico Daniel Estulin, scrittore-investigatore russo (ma vive in Spagna) che col suo Il Club Bilderbergla storia segreta dei padroni del mondo si candida alla palma di maggior cospirazionista del pianeta.


Se è un folle, le sue follie interessano parecchia gente: più di tre milioni di copie vendute in 81 paesi e 50 lingue diverse. Intervistarlo equivale ad entrare in un thriller (ne stanno facendo un film) che ha per protagonisti banchieri, squali della finanza, magnati dell’industria, politici, lobby e logge segrete. Dentro questo plot, c’è pure Mario Monti, membro delle annuali riunioni del Bilderberg: «Monti è la perfetta esemplificazione del concetto di Compagnia unica mondiale (One World company Ltd, ndr) teorizzata da Lehman Brothers per il vertice Bilderberg del 1968».


E che sarebbe?


«L’idea che gli Stati nazione siano superati, e che la grande finanza, che già controlla l’industria attraverso le banche, debba prendere il posto delle nazioni. È quel che è successo».


E il nostro premier Monti?


«È il custode degli interessi dell’oligarchia finanziaria, non eletto da nessuno».


Lei è un complottista.


«Il gruppo Bilderberg non è una teoria cospirazionista, non è una società segreta. È una realtà, lo strumento con cui le oligarchie finanziarie, le élite di Usa e Europa, riescono a imporre le loro politiche ai governi».


Il gruppo Bilderberg si è riunito due settimane fa in Virginia: cos’avrebbero deciso?


«Hanno discusso del problema Russia, o meglio di Putin, che sta diventando un grande inconveniente per loro. Un membro europeo del Bilderberg ha ammesso che “Putin è di gran lunga il più formidabile avversario per i nostri piani”».


Perché?


«Bilderberg è particolarmente preoccupato per il gasdotto South Stream, che potrebbe risultare vincente rispetto a quello Ue Usa “Nabucco”. Ma la maggiore preoccupazione è il tentativo di Putin di integrare l’Asia in un blocco sotto la sua leadership , e poi l’intesa con l’Iran. Insieme controllerebbero il 50% del gas mondiale. Perciò il Bilderberg continua a finanziare il “Fronte civile unito” di Kasparov contro Putin».


Hanno parlato anche della crisi in Europa.


«Hanno deciso che la Spagna verrà sacrificata sull’altare della finanza. Il sistema bancario spagnolo è al collasso, la Santander ha un debito di 800 miliardi, e il Bilderberg lo sa. Il prestito di 100 miliardi è il primo passo verso la piena proprietà del Paese da parte della finanza mondiale. La Spagna non esiste più».


E l’Italia sì?


«L’Italia non è la Spagna, non ha bolle immobiliari, ha poco debito privato e ha un sistema creditizio solido, con 750 anni di storia. E soprattutto alcune delle sue grandi imprese formano una parte importante del Bilderberg Group».


Secondo le sue fonti avrebbero deciso le sorti del dollaro.


«Una delle principali conclusioni del meeting 2012 è che gli Usa dovranno svalutare il dollaro rispetto allo yuan per ridurre il debito degli Usa».


Ma almeno lei ha capito cosa ci facesse Lilli Gruber al Bilderberg?


«È una giornalista con molte entrature tra la “ money people ”. E lavorando in una tv importante ha accesso a un larga audience . E questo interessa il Bilderberg».

Repost 0

Presentazione

  • : Blog di creativefreedom
  • Blog di creativefreedom
  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
  • Contatti

Link