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21 maggio 2012 1 21 /05 /maggio /2012 11:48

Che rapporto c’è fra la magnificazione delle scuole di Stato, dello Stato stesso, Governo, istituzioni di Stato, Polizia, ecc.,  alla quale stiamo assistendo in tutti i massmedia di questi giorni dopo la bomba di Brindisi del 19 maggio scorso, e la bomba stessa?

 

Per me è fin troppo evidente, e questo è il mio sospetto, che, proprio in base a tutti questi incensamenti, la bomba sia anch’essa di Stato, cioè dei servizi segreti dello Stato: come sempre! Lo Stato, vedendo che dopo avere “suicidato” molti a causa del rigor Montis, ha perso il consenso generale dei contribuenti, ha provveduto ad inscenare ulteriore terrorismo per poi mostrarsi protezionista nei loro confronti.  

 

Forse che sono troppo sospettoso?

 

Forse che dopo anni ed anni sappiamo chi sono i colpevoli della strage di Piazza Fontana (e di tutte le altre)?

 

Forse che tutti non sanno che le scuole italiane fanno schifo, che la politica fa schifo, che lo Stato fa schifo?

Col “dopo bomba” invece dovrei credere che le scuole avrebbero dato futuro alle ragazze bombardate, e che le scuole dell’obbligo di Stato sono buone? Ma lo Stato con le sue istituzioni non è forse il vero colpevole di avere depredato tutti del futuro?

 

Dovrei credere che le istituzioni dello Stato sono buone perché hanno già in mano la foto del colpevole? Ma quando mai? Quanta gente è stata messa dentro per stragismo e poi giudicata innocente?

 

Sono tutte palle, guano, fuffa di Stato, appunto.

 

Ecco dunque la necessità che con l’apoteosi, la lode, la  celebrazione, la deificazione, l’esaltazione, la mitizzazione, il plauso, l’ovazione, ed il tripudio dello Stato protettore, sia possibile mascherare ulteriormente il fatto che lo Stato e la mafia sono un unico ente.  

 

Da un lato il bastardo della Goldman Sachs va dall’America a Trapani per consolare la Sicilia, come poche settimane fa andò nei campi di concentramento tedeschi per dire al mondo: guardate che io non sono cattivo come furono i nazisti, e dall’altro la mossa simile di un altro capetto mafiosetto, il padrino dei padrini Ratzinger, che è andato al Bundestag di Berlino (22 settembre 2011) a parlare di diritto esaltando la resistenza all’ordinamento in vigore  senza parlare di epicheia!

 

La strategia delle tensione non è che la conseguenza del terrorismo di Stato, che è un’altra violenza imposta dal governo Monti col suo insensato rigore.

 

Oggi a violenza si risponde con violenza non perché l’uomo sia cattivo, ma perché lo Stato stesso è, fino a prova contraria, l’autore di violenza e di contro violenza.

 

E tutto questo avviene perché manca la rivoluzione cristiana dell’epicheia, che è il vero diritto, quello nuovo dell’io umano!

 

Tutto il resto è noia.

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19 maggio 2012 6 19 /05 /maggio /2012 17:40

Luigi Villa fu Nereo - Partigiano- CreativefreedomLa proprietà non è un furto ma neanche un diritto naturale! Occorre cominciare a parlarne, con una nuova visione del diritto, una nuova visione della proprietà, e una nuova visione della tassazione. 

 

Se la proprietà fosse un diritto naturale non sarebbe un diritto acquisito dall'uomo ma sarebbe come un frutto che io colgo da un albero che cresce naturalmente in terra che non appartiene a nessuno e senza bisogno di essere coltivato. Dunque il frutto è mio e guai a chi me lo tocca, cioè ho il diritto di mangiarlo semplicemente perché lo colgo. Se invece il diritto non è qualcosa che la natura di per sé mi offre ma è una mia conquista poggiante su concreto pensiero universale significa che mediante questa conquista posso circoscrivere i limiti di questo diritto nel tempo e nello spazio. Allora ho bisogno di un contratto per avere il diritto di possedere un pezzo di terra sul quale coltivare ciò che voglio. Ma questo allora non è più diritto naturale, è un diritto sociale o civile che dir si voglia.

 

In altre parole, il libertario ha ragione nel dire che la proprietà non va tassata (a penalizzarla con le tasse è infatti la tendenza mentecattocomunista, perché considera la proprietà come una specie di furto da penalizzare). Ma non va tassata non perché è un diritto naturale, bensì perché le tasse vanno applicate NON sul reddito da lavoro o sulla proprietà, cioè sulle ENTRATE, ma casomai sulle USCITE, vale a dire sulla spesa o sull'emissione di moneta nel mercato. Questo è il mio parere. 

 

Pertanto  delle due l’una: o la proprietà è realmente un diritto naturale oppure non lo è; o l’uomo è naturalmente concepito nel tempo del suo nascere crescere e morire, ed allora si sa che quando nasce non è padrone di sé ma perché è il mondo esterno ad  accoglierlo e ad accudirlo, oppure lo si concepisce come idea astratta fuori dal tempo. Sorge allora un’altra domanda: è giusto ragionare fuori dal tempo o in generale per astrazioni? Un uomo che ragiona fuori dal tempo è fuori o no? Chi così ragiona è in sé o è fuori? E se è in sé perché ragiona come se l’uomo che egli è sia fuori dal tempo? Mi sembra che non vi siano molte altre considerazioni da fare se non si vuole pervenire in senso scientifico-spirituale all’io.

Oggettivamente, nell’evoluzione universale, l’autocoscienza di sé, cioè la consapevolezza di essere un io superiore rispetto all’io ordinario (o ego) che è poi l’autoconoscenza del  “non io ma il Cristo in me” di cui parlava Paolo di Tarso, è

 

“quell’esperienza che abbiamo quando diciamo: il rapporto col mondo che nasce quando l’anima [l’attività interiore di ognuno - ndr] è ‘rinatà, ‘redentà [cioè LIBERATA - ndr] DAL DATO DI NATURA […] corrisponde, se visto fuori nel grande processo cosmico dell’umanità, a ciò che fece ingresso nel mondo come ‘Cristò” (Rudolf Steiner, “Chi è il figlio dell’uomo? Realtà e prospettive dell’umano”, Cumiana, 2009).

 

Goethe diceva la stessa cosa con le parole: “Dalla potenza che vincola tutti gli esseri si libera l’uomo che vince se stesso”. E chi è “la potenza che vincola tutti”? È l’entità arimanica: “Arimane” è l’antico dio persiano delle tenebre. La scienza dello spirito caratterizza come “arimanici” tutti coloro che VOGLIONO LEGARE L’UOMO ALLE FORZE DELLA NATURA, della materia, privandolo della libertà. Da questo punto di vista il sostenitore della proprietà come diritto di natura è un antilibertario, che dando per scontato il diritto di proprietà ne impedisce l’attuazione.

 

Questo è uno di quei punti che dimostrano che il libertarismo senza l’aiuto della conoscenza scientifico-spirituale non potrà che autodistruggersi come mera ideologia priva di concretezza e di universalità di pensiero fondante. Il pensiero può fare da fondamento a qualcosa solo se sta in piedi da sé.

 

Dunque se non si vuole ridurre il problema della libertà del singolo a processi normativi o a processi economici è necessario approdare all’epicheia dell’io.

 

Questo necessario passaggio è stato da me scoperto in questi ultimi vent’anni di riflessioni sulla “politica” di Gesù di Nazaret o “epicheia”, che altro non è se non l’affermazione di un diritto ben preciso: quello dell’io umano libero di obbedire a una legge solo nella misura in cui la reputi giusta.

 

La scoperta di questo necessario passaggio è non solo il mio contributo per l’antroposofia ma potrà esserlo anche per il libertarismo del futuro nella misura in cui esso vorrà accoglierlo.

 

Senza di esso, l’anarcocapitalismo giusnaturalista dei libertari non potrà attuarsi, in quanto il giusnaturalismo è, sì, la necessaria concezione del diritto, ma del diritto romano, o del diritto inteso prima di Cristo, cioè prima dell’avvento dell’io epicheico. 

 

Ecco perché nella triarticolazione sociale di Steiner l’idea dell’economia autogestita non riduce a sé quelle del diritto e della cultura, né si lascia ridurre da esse. Tutti e tre questi campi sono visti come autonome e non automatiche amministrazioni di sé, che si distingueranno nelle loro tre differenziate essenze specifiche, non in comparti stagni separati ma articolandosi fra loro come avviene nell’organismo umano coi suoi tre sistemi: nervoso, cardiocircolatorio, e metabolico. Solo così l’organismo sociale può funzionare.

 

E questo è anche il motivo per cui preferisco non parlare di “tripartizione sociale” come spesso fa Massimo Scaligero, ma di “triarticolazione sociale”. Per esempio, il lavoro, tutto il lavoro concepibile, d’ufficio o pesante come quello del minatore, o del carpentiere, o del muratore, ecc., non è un concetto della fattispecie economica. È piuttosto un concetto di tipo culturale o spirituale: ogni tipo di lavoro può essere svolto con l’aiuto dello spirito umano, l’immateriale pensiero. Senza di esso come farebbe il muratore a erigere un muro determinandone la direzione verticale rispetto ad un determinato punto? Come si potrebbe usare il filo a piombo senza il pensiero? Ecco spiegata allora la ragione della seguente continua affermazione di Steiner nelle sue conferenze, per la quale il procacciamento dei mezzi di sussistenza è qualcosa che va separato dal lavoro:

 

“Se non si fosse remunerati per il proprio lavoro, il denaro, come mezzo di potere, perderebbe il suo valore per il lavoro. In tal modo non si potrebbe più far sì che qualcuno sia costretto, mediante denaro, a lavorare. In avvenire il denaro sarà un equivalente della merce, non della forza umana di lavoro!” (R. Steiner, 2ª conferenza del ciclo “Esigenze sociali dei tempi nuovi”).

 

Ecco dunque perché non si può progredire di un passo senza epicheia. Il fatto di oggi 19 maggio 2012, la bomba esplosa a Brindisi, ne è la conferma. Mafia? Strategia delle tensione? In ogni caso è la conseguenza del terrorismo di Stato, che è un’altra violenza imposta dal governo Monti col suo insensato rigore. Oggi a violenza si risponde con violenza proprio perché manca la rivoluzione cristiana dell’epicheia, che è il vero diritto, quello nuovo dell’io umano!

 

Il 22 settembre 2011, nel discorso sul diritto naturale al Bundestag di Berlino, Ratzinger ha parlato solo in modo velato di epicheia:

 

In gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare LEI STESSA i criteri del proprio orientamento”.

 

Ciò significa implicitamente EPICHEIA. Perché non parlarne in modo esplicito? Poi ha fatto il seguente esempio:

 

“Nel terzo secolo, il grande teologo Origene ha giustificato così la resistenza dei cristiani a certi ordinamenti giuridici in vigore: se qualcuno si trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro, costui senz’altro agirebbe in modo molto ragionevole se, in nome della legge della verità che presso il popolo della Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che hanno la stessa opinione, formasse ASSOCIAZIONI anche CONTRO L’ORDINAMENTO IN VIGORE”.

 

E che altro sarebbero queste se non  ASSOCIAZIONI EPICHEICHE?

 

In ogni caso oggi non è più il tempo di associarsi per disubbidienza civile. Oggi è tempo di disubbidire INDIVIDUALMENTE, ognuno come può, all’infame Stato del terrore, e basta. Questo insegna Gesù di Nazaret quando fa ciò che la Legge vieta, e lavora di sabato.

 

Continua Ratzinger:

 

“In base a questa convinzione [CONTRO L’ORDINAMENTO IN VIGORE - ndr], i combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo incontestabile che il diritto vigente, in realtà, era ingiustizia”.

 

Queste parole di BenedettoXVI hanno ovviamente tutta la mia condivisione, non solo perché sono figlio di un partigiano, ma semplicemente perché è connaturata in me la disubbidienza ad ogni tipo di autoritarismo.

 

Luigi-Villa-fu-Nereo---Partigiano--Creativefreedom.jpg 

Altro è l’autorevolezza, cioè il talento dell’autore, questo va seguito; l’autoritarismo è invece il disvalore dell’autore del misfatto, e chi sa compiere solo misfatti come Monti e compagnia bella, questi barbari neonazisti vanno combattuti esattamente come allora, perché, continua Ratzinger:

 

“Per queste persone era evidente in modo incontestabile che il diritto vigente, in realtà, era ingiustizia”.

 

Poi però, il Papa tira l’acqua al suo mulino riferendosi alla “Divinità”:

 

Ma nelle decisioni di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge della verità, che cosa sia veramente giusto e possa diventare legge non è altrettanto evidente. Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé. Alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi, nell’abbondanza delle nostre conoscenze e delle nostre capacità, tale questione è diventata ancora molto più difficile.

Come si riconosce ciò che è giusto? Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto”.

 

E no, caro Paparazzo, qui sei fuori, dato che oggi è finito il tempo della “Divinità”:

 

“ogni tentativo tendente ad un’unità universale che non sia il contenuto ideale, ottenuto per mezzo del pensare applicato alle nostre percezioni, deve fallire: non un Dio umanamente personale, né energia o materia, né la volontà senza idee di Schopenhauer, possono far da unità universale. Tutte queste entità appartengono solo ad una zona limitata della nostra osservazione” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”).

 

Nel tuo intervento nel Reichstag di Berlino, tu traduci il termine “epicheia”: “cuore docile”. E qui sei falso come i teologi cattolici nel tradurre quel termine “mitezza”. Non che sia completamente sbagliata quella traduzione. È semplicemente una mezza verità, dato che tali parole, “cuore docile”, “cuore mite”, mitezza” non sono altro che i significati secondari di “epicheia”, rispetto al significato più importante che è “equità”! Dunque “Come si riconosce ciò che è giusto?”. Si riconosce mediante l’“equità” presente nella sindéresi di ogni individuo umano, Ratzinger, perché non ne parli? Di cosa hai paura? Hai paura di fare la fine di Papa Luciani? Tu usi le parole di Paolo per camuffare il senso della disobbedienza che l’epicheia comporta come diritto canonico. Dici:

 

“Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta San Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: “Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi… sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza” (Rm 2,14s).  

 

E perché mai allora il diritto canonico dell’epicheia della “disubbidienza civile in quanto cristiana” non dovrebbe essere anche diritto di tutti? Rivolti le cose per farne uno strumento contro la “fede nelle divinità”, cioè contro “i pagani” per appellarti al vecchio testamento:

 

“Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui ‘coscienza’ non è altro che il ‘cuore docile’ di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere”.

 

Perché? Perché non ricordi che non solo Salomone del vecchio testamento ma anche e soprattutto Gesù di Nazaret del nuovo testamento aveva quel cuore docile, cioè pieno di equità, epicheico?

 

Vorrei inviarti per la seconda volta questa lettera, o smemoratissimo vecchio bacucco, ma mi limito a pubblicarla in questa pagina sul concetto neotestamentario di equità, dato che l’epicheia è una fattispecie di PROPRIETÀ CRISTIANA:

 

Nereo Villa - Lettera aperta a Ratzinger Joseph

 

Castell’Arquato, 8 ottobre 2008

Egregio Signor Ratzinger,

l’articolo 2266 del catechismo della chiesa cattolica recita: “Difendere il bene comune della società esige che si ponga l’aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, l’insegnamento tradizionale della Chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte. Per analoghi motivi, i detentori dell’autorità hanno il diritto di usare le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità.

La pena ha come primo scopo di riparare al disordine introdotto dalla colpa. Quando è volontariamente accettata dal colpevole, la pena ha valore di espiazione. Inoltre, la pena ha valore medicinale: nella misura del possibile, essa deve contribuire alla correzione del colpevole”.

L’articolo 2321 del catechismo della chiesa cattolica recita: “La proibizione dell’omicidio non abroga il diritto di togliere, ad un giusto aggressore, la possibilità di nuocere. La legittima difesa è un dovere grave per chi ha la responsabilità della vita altrui e del bene comune”.

Per molti secoli la chiesa cattolica ha accettato i peggiori supplizi imposti dalla legge penale invocando il comandamento più sacro “Non uccidere”. La chiesa si limitava, ovviamente, a consegnare l’eretico al boia e mentre il colpevole, straziato dalle peggiori torture, veniva accompagnato nelle mani di questo, chiedeva pregando che gli venisse data una morte indolore.

Non intendo rivolgere alla chiesa le stesse accuse lanciate dagli atei, pronti a fustigare gli errori compiuti dalla chiesa in materia di diritti dell’uomo. La chiesa non si è mai opposta al castigo supremo rappresentato dalla pena di morte, e ritengo inutile intentare un processo contro un passato che osservava determinate regole, norme e principi. Sono però deciso a condannare questa pena di morte del secolo 21°, ricordando a tutta la gerarchia ecclesiastica, a tutti i nati cattolici che mai sono divenuti cristiani, e soprattutto a Lei, che il mondo è mutato e che i cambiamenti avvenuti rendono attualmente improbabile un ricorso all’esecuzione capitale.

I redattori del catechismo, avulsi dalla realtà, invocano la pena di morte per i casi gravi. Ma di quali reati si tratta? Dell’eresia? Della bestemmia? Voglia dunque, signor Ratzinger, definire l’estremo reato punibile con la pena di morte!

Qualsiasi omicidio è atroce. Scoraggiare e punire il colpevole secondo le leggi stabilite dalla società contemporanea è ben giusto. Ma è giusto fare ciò con un altro omicidio, un omicidio legale?

L’uccisione di un bambino, il delitto più efferato, è quasi impossibile da perdonare; tuttavia, alcuni genitori non hanno forse testimoniato una carità cristiana che dovrebbe far impallidire i redattori dell’articolo 2266, affermando: “Vogliamo che il responsabile sia messo nell’impossibilità di fare ulteriore male, ma non desideriamo la sua condanna a morte perché la vendetta non ci restituirà il nostro bambino. Vogliamo soltanto che nessun altro bambino sia vittima della violenza di quest’individuo”?

Voi, invece, asserite: senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte.

Io vorrei professare la fede cattolica e vivere secondo le sue leggi, ma nel mondo moderno, non nel passato. L’esempio di purezza cristiana testimoniato da genitori disposti a perdonare l’assassino di un figlio vi dimostra che siete irresponsabili: non avete infatti capito che oggi l’espiazione è un atto interiore, non uno spettacolo dove un capro espiatorio viene punito come simbolo di tutti i peccati, come veniva un tempo.

Nonostante i principi di bontà e di comprensione rafforzino il comandamento del “Non uccidere” voi predicate ancora il concetto di legittima difesa. Ma dove vivete? Nel tempo in cui la giustizia degli uomini cerca di sostituire le pene repressive con pene di tipo correttivo o preventivo o in quello in cui l’individuo si fa omicida legale per combattere la criminalità? Anche nel caso in cui siate disposti ad assolvere il panettiere che ammazza il ladruncolo, nessuno potrà dire se questo vostro eventuale atto di carità rappresenti davvero la vittoria del cristianesimo e la forza della conversione della chiesa.

Redigendo gli articoli 2266 e 2321 avete peccato di leggerezza o di negligenza? O  complottate subdolamente  per screditare la fede e rafforzare il declino del cattolicesimo? Espiazione e perdono sono parole senza senso, che non possono preparare un detenuto condannato a morte ad affrontare una nuova vita nella speranza di diventare un uomo nuovo, permettendo la sua vera risurrezione interiore.

Predicando concetti di ieri, vi siete resi ridicoli ed avete ridicolizzato tutta la vostra assemblea. La luce del messaggio cristiano è stata offuscata dall’oscurità del passato. Invocate l’esigenza legittima di punire e di rendere innocuo un aggressore. È ben giusto. Ma la pena di morte è tutt’altro, dato che non è uno strumento di correzione. Nel vostro antico gioco avete deluso il senso del nuovo testamento, attraverso un catechismo non ispirato dal dio d’amore e di comprensione del vangelo, ma permeato dalla presenza del dio vendicatore del vecchio testamento. Volete adottare la legge del taglione “occhio per occhio, dente per dente”? Se è così, parlate con franchezza perché i vostri intendimenti non rimangano nascosti.

Leggendo il catechismo, il cristiano reale, che ha capito meglio di voi chi è il dio d’amore, si sente tradito e deliberatamente abbandonato. Ma abbandonato da una volontà divina che non esiste, in quanto se siete gli uomini di morale che dite di essere e contemporaneamente dimostrate, col vostro fare, di continuare a sospettare che l’amore sia massimamente amorale, non siete dissimili agli uomini di diritto, scribi e farisei, che non possono capire la follia dell’amore.

Mi chiedo e Le chiedo: la volontà di Dio riguardo all’uomo del 21° secolo è che l’uomo agisca secondo il catechismo perché deve, oppure è che l’uomo faccia del dovere il proprio volere? Se Dio volesse che il motivo dell’agire umano sia fare o volere ciò che Egli vuole, in quanto non può identificarsi adeguatamente con ciò che l’essere umano vuole, ne conseguirebbe che Dio non vuole libero e autonomo l’uomo, in quanto la norma dell’agire umano sarebbe situata fuori dell’uomo; e che appunto Dio stesso si troverebbe fuori dell’essere umano. D’altronde, se la volontà di Dio riguardo all’uomo è che questi faccia del dovere il proprio volere, allora l’uomo, paradossalmente, ubbidisce solo quando non agisce più per mera ubbidienza, ma seguendo la propria volontà. Inoltre, se l’uomo si ostina a voler agire per mera ubbidienza ai comandamenti di Dio, senza fare di essi il suo proprio volere essenziale, proprio allora disubbidisce al comandamento di Dio più fondamentale, che è quello di amare, cioè di agire non per ubbidienza, ma per amore. E questo è epicheico spirito neotestamentario. Non è forse l’omissione dalla predicazione cattolica dell’epicheia a far riproporre il “nuovo” catechismo della “legge del taglione”? E poiché sostituire tutte le tasse con un’unica tassa a tempo sulla moneta emessa è l’unica via razionale per uscire dal caos economico esigente una moneta concepita cristianamente, cioè nel tempo, come affermava il poeta Ezra Pound, perché anziché predicare la legge del taglione in contraddizione con la stabile parola di Dio, a lato dell’instabilità delle finanze, non incominciate a dare il buon esempio creando nel Vaticano una moneta cristiana, cioè per l’uomo, attraverso lo IOR (banca vaticana)? 

Epicheia Christi urget nos

 Nereo Villa

 

continua 

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18 maggio 2012 5 18 /05 /maggio /2012 11:38

foto-non-disponibile-al-momento.jpgCaro Nereo,

quanto segue è solo uno sfogo di pancia (e mi sono limitato) ma voglio farti partecipe di un piccolo ritaglio di vita in Italia, vissuto sulla mia pelle.
Nella mia ricerca di un qualsivoglia reddito, attività peraltro umiliante, accedo giornalmente al sito dell'ufficio per l'impiego (che impiega più che altro chi vi lavora).

Copio e incollo:


Trattoria di CHIUSI (rif.MP776) ricerca
n. 1 lavapiatti
    
RICHIEDE
- Età compresa tra i 20 e i 45 anni
- esperienza nel settore


OFFRE
- Sede di lavoro: CHIUSI
- Contratto: tempo determinato
- Contratto da subito inviare il cv alla email

ci.montepulciano[at]provincia.siena.it

- Orario di lavoro: spezzato

Rivolgersi allo sportello del Centro Impiego di Montepulciano,

Piazzetta Pasquino da Montepulciano 7, Montepulciano

 

Età compresa tra i 20 e i 45 anni? A 19 anni o a 51 cosa impedisce di lustrare piatti, posate e pentoloni?

 

Esperienza nel settore, ESPERIENZA NEL SETTORE? Quale cazzo di eperienza devi accumulare? Dopo la prima ora di lavoro hai già tutta l'eperienza che ti serve anzi potresti aprire una scuola di lavaggio stoviglie. E lo dico con sicumera perchè nella vita ho fatto anche il lavapiatti.

 


Ovviamente (la stupidità è come una valanga che man mano che avanza si ingrossa) è richiesto il curriculum vitae, ovviamente. Ha detto bene Salvatore Brizzi nel suo blog: il CV è l' imbellettarsi della puttana per piacere al suo cliente. Comunque mi infilo le scarpe con tacchi a spillo e invio il CV per email. Peccato che non ti rispondano mai e quando telefoni, faticano a ritrovare la mail e di norma gliela devi reinviare al momento. Mi strucco e lascio perdere.
 

Sul " Rivolgersi allo sportello del Centro Impiego di Montepulciano ecc." voglio fare presente che dovrei fare 70 km tra andata e ritorno che vogliono dire 10 euro di benzina ogni viaggio o 5/6 euro di bus. Peccato che siano quasi tre mesi che non vedo una lira.
 

Orario spezzato: l' unica cosa da spezzare è un nodoso bastone sulla schiena di coloro che hanno tramutato l'ufficio di collocamento in uno spaccio di corsi di formazione, istruzioni per compilare i CV e per sostenere un colloquio di lavoro.

 


L' ultimo colloquio che feci sei anni fa con la titolare dell'azienda andò così:


- domanda "Perchè vuole fare questo lavoro?"
- risposta "Beh, nessuno da bambino sogna di fare l'operaio, di solito si sogna di diventare calciatori, astronauti o ingegneri. Però ho la competenza che vi serve e voglio cambiare ambiente".
Il lunedì successivo ero al lavoro.

 

Concludo: noi stiamo qui a parlare di reddito di base, di liberazione delle proprie vere capacità, di libertà di pensiero, di formare il consesso umano sulle leggi universali invece di farlo sembrare un quieto manicomio.

 

Ma la falda della stupidità umana è spessa, molto spessa!


Certo che non ci pensano nemmeno al reddito di base (o di cittadinanza), il manicomio chiuderebbe, non subito magari, ma chiuderebbe...

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17 maggio 2012 4 17 /05 /maggio /2012 09:59

e-fum-mia-rid.jpg

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17 maggio 2012 4 17 /05 /maggio /2012 09:09

Robotic.jpgOvvero:

 

La mancanza di universalità

e di concretezza del pensare

conduce a schiavitù

 

In questi giorni ho avuto una discussione virtuale con una persona in un forum internet.

 

Pubblico la discussione perché la reputo un esempio dell’INGANNEVOLE odierno predominio dell’astratto sul concreto.

 

Con ciò non voglio dire che questa persona sia colpevole dell’INGANNO.

 

È proprio questa persona, anzi, ad essere l’ingannata… da se stessa, cioè ingannata proprio dalla sua stessa capacità dialettica, in quanto ignara del tutto dellala realtà dell’universalità e della concretezza del pensare, per cui non riesce a distinguere il non universale dall’universale, e l’astratto dal concreto.

 

Purtroppo questa incapacità di discernimento è la malattia d’oggi, ed è la stessa per cui ci facciamo giornalmente turlupinare da astratte leggi, del tutto prive di concretezza del pensare che, in quanto tali, rispecchiano solo UN PUNTO DI VISTA FISICO ESTERIORE, ed in base ad esso ci inducono kantianamente a pagare tasse su tasse.

 

L’esempio del dito reciso (usato spesso da Rudolf Steiner) farà da premessa alla discussione, alla quale seguiranno ulteriori riflessioni sui concetti di concretezza e di universalità:

 

“Il dito è dito finché è inserito nell’organismo umano. Non lo è più nell’istante in cui viene reciso. DA UN PUNTO DI VISTA FISICO ESTERIORE, in quanto dito, esso è ancora il medesimo, ma appunto cessa di esserlo se viene reciso dall’organismo umano” (R. Steiner, “Tra destino e libertà”. Fondamenti di scienza karmica”, Bad Liebenzell, 2008).

 

A differenza del vivente organismo umano da cui il dito è reciso, il dito reciso non ha più  vita in sé, e poiché volge alla sua decomposizione si può solo dire che è un dito materialmente “astratto” in via di decomposizione, la cui realtà non è più quella del dito universalmente inteso.

 

Allo stesso modo ogni cosa del mondo cessa di essere se stessa se è strappata dall’esistenza terrena, cioè dal suo divenire nel tempo.  

 

“Se oggi ricevo un bocciolo di rosa, l’immagine che si presenta alla mia percezione è inizialmente (ma solo inizialmente) isolata. Se metto il bocciolo nell’acqua, avrò domani una tutt’altra immagine del mio oggetto. Se non distacco gli occhi dalla rosa, vedrò il suo stato odierno trasformarsi in quello di domani in modo continuo attraverso innumerevoli passaggi intermedi. L’immagine che mi si offre in un determinato momento, è solo un ritaglio casuale dell’oggetto concepito in un continuo divenire. Se non mettessi il bocciolo nell’acqua, non si svilupperebbero tutta una serie di stati che in potenza erano in esso: parimenti potrei domani essere impedito di continuare a osservare il fiore, e potrei averne quindi un’immagine incompleta. Ma darei importanza a semplici casualità, e non comprenderei la realtà, se dicessi dell’immagine staccata che mi si offre in un dato istante: “Questa è la cosa”. Ugualmente, non siamo autorizzati a prendere la somma dei vari elementi percepiti per la cosa in sé” (r. Steiner, “La filosofia della libertà”).

 

Se pertanto ragiono sull’uomo non mi è possibile considerare come uomo la sua immagine scollegata dal tempo. Facendo ragionamenti su oggetti che sono mere immagini degli stessi fuori dal tempo, io ragiono fuori dal tempo, cioè astrattamente, ideologicamente (nell’accezione peggiore del concetto di ideologia).

 

E che diritto ho di ragionare fuori dal tempo se sono un uomo incarnato nel tempo in cui vivo?

 

L’immagine che alcuni si fanno dei fenomeni del mondo, la si considera NON come un quid appartenente alle cose, ma che non esiste se non nella testa dell’uomo; a chi ragiona in questo modo il mondo appare completo anche senza tale immagine; costoro credono il mondo lì, bell’e fatto, con tutte le sue sostanze ed energie, e di questo mondo completo in sé senza costoro, costoro si fanno quell’immagine.

 

“Ma a chi pensa così, bisogna chiedere: “Con che diritto considerate voi il mondo come completo, senza il pensare? Non produce forse il mondo, colla stessa necessità, il pensare nella testa dell’uomo e i fiori sulla pianta? Piantate un seme nel terreno: getterà una radice e un fusto: svilupperà foglie e fiori. Ponete la pianta di fronte a voi stessi: essa si unisce nella vostra anima con un determinato concetto. Perché questo concetto apparterrebbe all’intera pianta meno delle foglie e dei fiori? Voi dite che le foglie e i fiori esistono senza un soggetto percepente, mentre il concetto appare solo quando l’uomo si contrappone alla pianta. Verissimo. Ma anche le foglie e i fiori si formano sulla pianta solo quando vi sia della terra in cui collocare il seme, e vi siano luce ed aria in cui foglie e fiori possano svilupparsi. Proprio cosi si forma il concetto della pianta, quando una coscienza pensante s’accosta alla pianta” (Steiner, ibid.).

 

L’uomo, dunque, non è più tale se viene strappato fuori dal tempo, fuori dal suo nascere, crescere e morire, cioè fuori dal suo divenire.

 

L’uomo appartiene all’esistenza generale del mondo e non è assolutamente possibile capirlo senza di essa.

 

Ciò premesso, ecco la discussione.

 

Un tale, che chiamerò X scrive: “La proprietà è un diritto naturale”… Prima di parlare di moneta io, fossi in voi, ragionerei un po’ meglio su questa definizione”

 

Un altro, che chiamerò A, risponde: “Se la proprietà non fosse un diritto naturale, allora tu non avresti alcun diritto di proprietà sul tuo corpo o sulla tua vita. Prova a ragionare su questa constatazione, prima che su qualsiasi altro argomento”.

 

Chiamerò B il soggetto del mio intervento, cioè me stesso.

 

B: “La proprietà è un diritto naturale… Prima di parlare di moneta io, fossi in voi, ragionerei un po’ meglio su questa definizione [...]”.

A: “Se la proprietà non fosse un diritto naturale, allora tu non avresti alcun diritto di proprietà sul tuo corpo o sulla tua vita. Prova a ragionare su questa constatazione, prima che su qualsiasi altro argomento [...]“.

A me pare che l’obiezione di X sia giusta e che la risposta di A non consideri che quando un essere umano nasce, non viene alla luce col naturale diritto di proprietà sul suo corpo, dato che deve essere accudito fino a quando conquista tale diritto di padronanza di sé. Quindi, da questo punto di vista, la proprietà non è un diritto naturale, ma un diritto che l’uomo conquista in quanto è un essere che si sviluppa ben al di sopra della natura animale. Quindi credo che non si possa filosoficamente affermare che la proprietà sia un diritto naturale, a meno che non si ammetta allora che anche il diritto alla vita è naturale ed anzi, questo non può che venire prima di quello della proprietà, o almeno contemporaneamente”.

 

A: La tua obiezione riguarda solo lo status di minorenne, dunque ammetti (implicitamente) che la proprietà è un diritto naturale delle persone adulte. Se così non fosse, allora dovresti sostenere che non sia un tuo diritto avere la proprietà del tuo corpo e della tua vita - di conseguenza, altre persone potrebbero accampare “diritti” su di essi (come accade in certi regimi, per esempio). Potrei fermarmi qui, perché la visione di X è già compromessa da queste considerazioni. Però consideriamo anche lo status di minorenne. Non pretendo di fornire una visione che sia condivisa da tutti i libertari, [NB: A rivolge la sua non pretesa ad un determinato pubblico costituito da libertari] poiché sul tema ci sono diverse chiavi di lettura. Tuttavia si può dire qualcosa in merito. Se sostieni che la proprietà non sia un diritto naturale del minorenne, allora devi sostenere che qualcuno (i genitori o altre persone) potrebbe lecitamente privarlo della vita. Ma, ammesso che tu sostenga questo (e sarebbe discutibile), resta il fatto che anche un bambino si oppone al tentativo di ucciderlo: più o meno istintivamente, egli ritiene un diritto naturale la proprietà sulla sua vita. Inoltre il fatto che il bambino dipenda da altre persone per soddisfare alcuni suoi bisogni non significa nulla: anche io dipendo dalle ditte di computer per soddisfare il mio bisogno di avere un computer, ma non per questo non sono proprietario della mia vita, del mio corpo o del mio lavoro. Quando le persone scambiano beni/servizi volontariamente, i diritti di proprietà vengono rispettati: ciò vale sia quando un genitore da’ da mangiare al figlio, sia quando la ditta di computer da’ a me un computer. Il diritto alla vita è un diritto di proprietà. Ho diritto di scegliere se vivere o morire, a patto di rispettare l’analogo diritto altrui - cosa ben diversa, tra parentesi, dal dire che ho “diritto” a farmi mantenere dagli altri. Insomma: se valgono i diritti di proprietà, vale anche il diritto alla vita”.

 

B: “La mia obiezione non riguardava uno “status” particolare (e quindi non universale) dell’uomo ma la mancanza di universalità nell’affermazione “La proprietà è un diritto naturale”. Proprio perché l’uomo non è un ente astratto, ma come tu dici, progredisce di “status” in “status”, è possibile affermare “La proprietà è un diritto naturale” solo in un caso particolare e non universale dell’uomo. Quindi affermare qualcosa in un caso di uomo astratto e non concreto (l’uomo che nasce cresce e muore) significa fare un’affermazione NON universale (sempre filosoficamente parlando). Non ho mai contestato questa frase di Facco proprio perché ne ho capito il senso ma le affermazioni non universali non sono filosofia della libertà bensì ideologia, quindi credo sia importante distinguere l’essenziale dal non essenziale o l’universale dal particolare, quando si afferma questo e quello. Per esempio, affermando che “il diritto alla vita è un diritto di proprietà” (ovviamente non nel senso del “diritto” di farsi mantenere dagli altri) tu fai un’osservazione secondo me universale, che proprio per questo motivo, non può essere contraddetta da alcuno. Ecco perché credo che la riflessione auspicata da X sull’affermare la proprietà collegata di per sé al giusnaturalismo sia filosoficamente importante, che può portare a interessanti sviluppi. Svilupperò ulteriormente questo tema nel mio blog.

 

A: Capisco il tuo ragionamento, ma voglio sottolineare che non sostengo la divisione in “status”. La ritengo arbitraria. Chi stabilisce quando una persona è “adulta” o “minorenne”? E poi, valida tale logica, perché non potrebbero esistere altre categorie in cui dividere la popolazione? Tanto più che, qualora un bambino fosse maltrattato dalla famiglia, sosterrei il suo diritto ad abbandonarla; viceversa, non potrei sostenerlo se non credessi che ogni individuo (indipendentemente dalla sua età) abbia diritto di proprietà sulla sua vita. Dunque, secondo me, è possibile affermare universalmente che “la proprietà è un diritto naturale”. Ho ammesso la divisione tra adulto e minorenne solo per venire incontro alla tua obiezione”.

 

B: “Ho ammesso la divisione tra adulto e minorenne solo per venire incontro alla tua obiezione”. Per venire incontro o per contraddirla sezionandola? Comunque se si ammette qualcosa per un motivo, perché poi non la si ammette anche per altri motivi? Che senso universale hanno motivazioni parziali? Inoltre non è affatto arbitrario che l’uomo nasca, cresca e muoia, perché questo fa parte della vita. “Chi stabilisce quando una persona è adulta o minorenne?”. Vi sono elementi fisiologici come la caduta dei denti che segnano il passaggio, ad esempio, dall’infanzia alla pubertà, ed altri segni sempre fisiologici dalla pubertà all’età adulta. Queste cose sono spiegate con cura nella pedagogia antroposofica. Il resto che dici sulle categorie di divisione della popolazione e sulla logica del maltrattamento del bambino di proprietà non l’ho capito. Perché mai qualcuno dovrebbe essere proprietario di suo figlio? Credo che un genitore, se non è un degenerato, debba essere responsabile della sua infanzia, educazione, istruzione, ecc., ma non padrone. Quindi, ripeto, affermare universalmente una cosa non lo si può fare col “secondo me”, perché col “secondo me” non siamo ancora nel campo universale che è secondo tutti.

 

A: “Per venire incontro o per contraddirla sezionandola?”. Ho risposto alla tua obiezione sia per quanto riguarda gli adulti sia per quanto riguarda i minorenni. A te piaceva dividere le persone in quei due status, quindi ho affrontato l’argomento per entrambi. Ma la motivazione che ho usato è la stessa per entrambi i casi. “Vi sono elementi fisiologici”. La mia domanda era: chi stabilisce quando una persona è ‘adulta’ o ‘minorenne’? Se tu scegli di stabilirlo in base a criteri ‘fisiologici’, allora la risposta alla mia domanda è che sei tu a volerlo stabilire in base a un criterio arbitrariamente scelto da te. È secondo te che va usato tale criterio, quindi non è un’affermazione ‘universale’. “Perché mai qualcuno dovrebbe essere proprietario di suo figlio?” Non c’è un motivo logico, infatti. Una persona può essere arbitrariamente definita ‘minorenne’ o ‘adulta’, ma è l’unica ad essere proprietaria di se stessa. È un suo diritto naturale”.

 

B: “A te piaceva dividere le persone in quei due status”? Ma quando mai? Sei stato tu a fare quella divisione, non io. L’universale è universale, il particolare è il particolare. I criteri di scelta fisiologici anche se non sono scelti sono ugualmente percezione della realtà fisiologica, che in quanto tale esige attività pensante. Non si tratta di scegliere ma di percepire la realtà. Se cadono i denti non dipende da una mia scelta ma dalla realtà. Se nascono i peli nella zona pubica non dipende dalla mia scelta ma dalla realtà della pubertà. Ti arrampichi sui vetri per dimostrare che l’universale è il particolare e viceversa. Quindi per me questa argomentazione, fino a prova contraria (universale), è chiusa, perché è improduttivo continuare così. Occorre passare attraverso un cambiamento di coscienza individuale per il raggiungimento dell’universalità del pensare, altrimenti non si va da alcuna parte, eccetto che nella diatriba, che è una magia dialettica da superare, in quanto non porta alla risoluzione dei problemi ma alla frammentazione degli stessi in altri problemi (dialettici) all’infinito. Grazie comunque.

 

A: “Sei stato tu a parlare della condizione umana appena dopo la nascita. Una condizione particolare, non universale; ma hai basato il tuo ragionamento su quella. Chi si è arrampicato sugli specchi? “I criteri di scelta fisiologici anche se non sono scelti sono ugualmente percezione della realtà fisiologica, che in quanto tale esige attività pensante”. Tante parole [NB: per costui l’attività pensante che determina il senso degli oggetti di percezione della realtà sono parole!] per non ammettere che hai scelto arbitrariamente un criterio. Una scelta particolare, non universale. Chi si è arrampicato sugli specchi? Il fatto che una certa persona abbia i capelli biondi è una realtà, ma non per questo si può sostenere che sia oggettivo sceglierlo come criterio [NB: questa affermazione è assurda, è una allusione razzista nei confronti di B, o è l’affermazione implicita che per costui lo sterzare di fronte ad una curva dipende non da fattori oggettivi della realtà ma da criteri soggettivi di scelta?].

Non dubito che per te sia improduttivo ammettere di essere stato smentito. Resta il fatto che ho usato un’argomentazione universale, in quanto si basa su un principio valido per tutti gli esseri umani”.

 

B: “vai avanti così! Hai ragione. Bravo! Vai bene cosììììììì! [Purtroppo qui ho perso la pazienza] Comunque l’uomo concreto consiste di tutto il suo divenire e non del solo suo essere astratto (o status di adulto che dir si voglia). Caratterizzare il concreto non significa arrampicarsi sugli specchi. Arrampicarsi sugli specchi è piuttosto l’astratto che domina il concreto (ma questo è il clima della tassazione e dello statalismo attuali). NON il fatto di ammettere di essere stato smentito (dato che non puoi smentire la concretezza dell’umano divenire), bensì l’avere a che fare con chi, non distinguendo fra divenire ed essere, pretende di parlare dell’essere universale, è improduttivo. Tu sostieni non un’argomentazione ma solo una definizione, che poi è, fino a prova contraria una “religione”, una “mistica”. Per basarsi su un principio valido per tutti, cioè universalmente accettabile, occorre che quei tutti siano collocati nel nascere, nel crescere e nel morire. Fuori da questo contesto si è nell’inganno della mera de”finizione”, che porta già con sé solo la “finizione” di un argomentare. Quindi ripeto: la proprietà è un diritto naturale astratto e non concreto, che pertanto va conquistato e non creduto come dogma di pensiero. Ti conviene cercare un bravo filosofo per questa questione. Io la mia parte l’ho fatta. Comunque se il tuo ragionamento ti soddifa, ripeto: vai avanti così! Hai ragione. Bravo! Vai bene cosììììììì!

 

Ecco come A conclude:

 

A: “Prima hai citato una condizione particolare dell’uomo per obiettare a un argomento universale (la proprietà è un diritto universale di OGNI uomo, senza la quale non esisterebbe nemmeno la proprietà del proprio corpo). Poi hai detto che citare una condizione particolare dell’uomo comporta un ragionamento non universale. Infine hai deciso che le persone debbano essere classificate in base ai criteri che tu hai scelto (cioè in base a una scelta particolare, non universale). Hai fatto tutto da solo, mi sono limitato a sottolineare la mancanza di coerenza in ciò che hai scritto. Se vuoi ti dico che sei un “buon filosofo”, ma nel tuo ultimo commento ammetti finalmente ciò che avevo già scritto nel mio primo: la proprietà è un diritto naturale. Ci voleva tanto? Tra parentesi: bella scoperta quella del dover difendere concretamente i propri diritti naturali, non ci aveva mai pensato nessuno” [La conclusione di un robot non potrebbe essere diversa! Ovviamente abbiamo qui un ragionare robotico poggiante su concetti totalmente astratti e privi di contenuti concreti. Solo con questo tipo di concetti (che sono "solo parole", appunto) è possibile riversare sul mondo esterno i propri errori di pensiero, esattamente come sanno fare i politici nel loro linguaggio politichese. Ma costoro sono politici o politicastri? Filosofi o, come diceva Goethe, fuochi fatui meramente ciarlieri? Insomma, se la proprietà fosse non solo astrattamente, superficialmente e soggettivamente  ma anche concretamente, profondamente e universalmente un diritto naturale, si dovrebbe saper rispondere a questa domanda: l'uomo primitivo scopritore del fuoco avrebbe o non avrebbe potuto offrire come dono ai suoi simili la sua scoperta, dato che il farlo lo avrebbe posto in una situazione di illegalità rispetto alla "politica" dei brevetti? Che livello di pensiero politico sarebbe quello che afferma una simile imbecillità? Libertario? Non mi sembra che vi sia da studiare molto qui. Vogliamo davvero dire che dovremmo pagare i diritti d'autore agli scopritori del fuoco? Quindi delle due l’una: o la proprietà è realmente un diritto naturale oppure non lo è; o l’uomo è naturalmente concepito nel tempo del su nascere, crescere e morire, ed allora si sa che quando nasce NON è padrone di sé, dato che è il mondo esterno che lo accoglie e lo accudisce, oppure lo si concepisce come una idea astratta fuori dal tempo. Però è giusto ragionare fuori dal tempo? Un uomo che ragiona fuori dal tempo è fuori o no? È un giusto o è semplicemente uno che è fuori? Non vi sono molte altre considerazioni da fare. Eppure costui, con la sua dialettica fuori dal tempo, ha menato il can per l'aia fino all'affermazione della mancaza di coerenza che avrebbero non le sue ma le mie affermazioni!!! Proseguirò in altra pagina questo argomento].

 

I seguenti appunti sono ricavati dalla filosofia della libertà di Rudolf Steiner

 

UNIVERSALITÀ E CONCRETEZZA DEL PENSARE

 

Il nostro pensare NON è individuale come la sensazione e il sentimento.

 

È universale.

 

Acquista un’impronta individuale nei singoli uomini, solo perché è in rapporto con le loro sensazioni e coi loro sentimenti individuali.

 

La nostra diversità di esseri umani è data da queste particolari colorazioni del pensare universale.

 

DIMOSTRAZIONE

 

Un triangolo ha un unico concetto.

 

Per il contenuto di questo concetto, è indifferente di esser compreso dalla coscienza umana A oppure da quella B.

 

Eppure da ciascuna delle due coscienze è compreso in modo individuale.

 

IL PREGIUDIZIO NUMERO UNO

 

Contro quest’idea, sta un pregiudizio umano difficile a vincere.

 

In generale non si arriva a riconoscere, che il concetto del triangolo, così come è afferrato da noi, è lo stesso di quello afferrato dagli altri.

 

L’uomo primitivo (del realismo ingenuo) si ritiene creatore dei suoi concetti.

 

Egli crede che ogni persona abbia concetti suoi propri.

 

COMPITO DELLA FILOSOFIA

 

Uno dei compiti fondamentali del pensare filosofico è soprattutto nell’attuale impero del nichilismo, quello di vincere questo pregiudizio.

 

Per il fatto di essere pensato da molti, il concetto unitario del triangolo non diviene una pluralità.

 

Infatti il pensare dei molti è esso stesso un’unità.

 

Nel pensare ci è dato l’elemento che collega la nostra particolare individualità al cosmo, formando un tutto.

 

Nella misura in cui abbiamo sensazioni, sentimenti e percezioni siamo esseri singoli, in quanto pensiamo, siamo l’essere uno e universale che tutto pervade.

 

Questa è la profonda ragione della nostra doppia natura: vediamo che viene a esistere in noi una forza assoluta, universale; ma non impariamo a conoscerla là, dove si irradia a partire dal centro del mondo, bensì in un punto della periferia.

 

Se arrivassimo ad avvertire la nostra coscienza a partire dal centro di tutto, avremmo la rivelazione di tutto il mistero del mondo.

 

Poiché però stiamo in un punto della periferia e troviamo la nostra propria esistenza racchiusa entro determinati confini, dobbiamo imparare a conoscere quanto giace al di fuori del nostro proprio essere, coll’aiuto del pensare che affiora in noi dalla generale esistenza del mondo.

 

Per il fatto che il pensare va in noi al di là della nostra esistenza particolare e si riconnette con l’esistenza generale del mondo, sorge in noi il desiderio della conoscenza.

 

Esseri senza pensiero non hanno questo desiderio.

 

Quando altre cose si pongono loro di fronte, non sorgono in essi domande. Esse rimangono esterne e indifferenti.

 

Invece per gli esseri umani pensanti, di fronte alla cosa esterna sorge il concetto.

 

Il concetto è ciò che della cosa riceviamo non da fuori, ma da dentro.

 

La compensazione, la riunione dei due elementi - interno ed esterno – da’ la conoscenza.

 

La percezione di una cosa dunque non è nulla di completo, di finito in sé, ma è uno dei lati della realtà totale.

 

L’altro è il concetto.

 

L’atto conoscitivo è la sintesi di oggetto percepito e suo concetto.

 

Oggetto di percezione e concetto di una cosa formano la cosa completa.

 

Queste considerazioni mostrano che è assurdo ricercare negli esseri singoli del mondo qualcos’altro di comune, al di fuori del contenuto concettuale che il pensare ci fornisce.

 

Tutti i tentativi tendenti ad un’altra unità universale che non sia questo contenuto ideale, ottenuto per mezzo del pensare applicato alle nostre percezioni, devono fallire.

 

Né un Dio umanamente personale, né energia o materia, né la volontà senza idee di Schopenhauer, né tanto meno un legalismo o un partito o un qualsiasi “ismo” ideologico, possono fare da unità universale.

 

Tutte queste entità appartengono solo ad una zona limitata della nostra osservazione.

 

La personalità umana limitata la percepiamo soltanto in noi. L’energia e la materia solo nelle cose esterne.

 

Quanto alla volontà, essa non può scegliersi se non per l’estrinsecazione dell’attività della nostra limitata personalità.

 

BASI DEL NICHILISMO GIURIDICO

 

IL PENSARE “ASTRATTO”

 

Il ragionamento di cui ci dobbiamo liberare è quello che inizia col dire che il pensare sia sempre “astratto”.

 

Chi crede il pensiero “astratto”, vuole ovviamente evitare di farne un veicolo dell’unità universale, e cerca allora di rimpiazzarlo con qualcosa che gli si presenti direttamente con carattere di realtà, decretando però contemporaneamente l’impossibilità degli esseri umani di capire il mondo esterno.

 

Il pensare però NON è astratto.

 

IL PREGIUDIZIO NUMERO DUE

 

Chi giudica che il pensare sia astratto, cioè che non abbia alcun contenuto concreto, e che possa fornire solo una contro-immagine “ideale” dell’unità universale,  ma non un’unità universale, non ha mai compreso chiaramente che cosa sia la percezione di un oggetto senza il relativo concetto.

 

La percezione priva di concetto non è altro che un aggregato sconnesso di cose spazio-temporalmente collocato, in cui nessuna, entrando o uscendo dalla scena, ha a che fare con l’altra. Il mondo senza il concetto è allora una molteplicità di oggetti di uguale valore, nessuno dei quali ha una parte più importante dell’altro nel congegno del mondo.

 

Per capire che questo o quel fatto ha maggiore importanza degli altri, dobbiamo interrogare il nostro pensare.

 

Se il nostro pensare non funziona, l’organo rudimentale del corpo di un animale, che non ha importanza per la sua vita, ci appare dello stesso valore dell’organo che ha la più grande importanza.

 

I singoli fatti acquistano importanza per sé e per le altre parti del mondo, quando il pensare tira le sue fila da essere ad essere.

 

Questa attività del pensare è pertanto un’attività piena di contenuto.

 

Solo grazie a un contenuto ben determinato e concreto posso sapere perché la chiocciola si trovi sopra un gradino di organizzazione inferiore a quello del leone.

 

La sola vista, la sola percezione priva di vita concettuale non mi da’ alcun contenuto che possa ammaestrarmi riguardo alla perfezione maggiore o minore di un organismo.

 

Questo contenuto è portato verso la percezione dal pensare, che lo attinge al mondo dei concetti e delle idee.

 

In contrapposizione al contenuto della percezione che ci è dato dall’esterno, il contenuto del pensare appare nell’interno.

 

L’intuizione è la forma in cui esso ci appare da principio.

 

L’intuire è, rispetto al contenuto del pensiero, ciò che l’osservare è rispetto alla cosa percepita.

 

Intuizione e osservazione sono le origini della nostra conoscenza.

 

Di fronte a una cosa del mondo osservata si rimane estranei fino a che non abbiamo dall’interno l’intuizione corrispondente, capace di completare la realtà fornendoci la parte mancante a quanto percepito.

 

Chi non ha la capacità di trovare le intuizioni corrispondenti alle cose, non ha accesso alla piena realtà.

 

Come il daltonico vede solo differenza di luminosità ma non qualità di colori, così chi ha mancanza d’intuizione può osservare solo frammenti sconnessi di percezione.

 

Spiegare una cosa, rendere comprensibile una cosa, non vuol dire altro se non ricollocarla in quel complesso da cui la nostra predisposizione neurologica ci permette di toglierla.

 

Cose staccate dal resto del mondo non ve ne sono.

 

Ogni separazione ha solo valore soggettivo per la nostra organizzazione.

 

L’insieme del mondo si scompone per noi in sopra e sotto, prima e dopo, causa ed effetto, cosa e rappresentazione, materia ed energia, oggetto e soggetto, ecc. Ciò che nell’osservazione ci si presenta sotto forma di cose singole, si riconnette però, membro a membro, tramite il mondo coordinato e unitario delle nostre intuizioni.

 

Ciò che separiamo per mezzo della percezione, lo riconnettiamo in uno tramite il pensare.

 

L’enigmaticità di un oggetto risiede nel suo isolamento.

 

L’isolamento è provocato da noi.

 

Ma nel mondo dei concetti, tale isolamento può essere da noi stessi revocato.

 

A prescindere dal pensare e dal percepire, niente ci è dato direttamente.

 

PREGIUDIZIO NUMERO TRE - IL PENSARE RIGOROSAMENTE SCIENTIFICO

 

Se si pretende che una scienza “rigorosamente oggettiva” derivi il suo contenuto soltanto dall’osservazione, si deve pure pretendere che essa rinunzi completamente al pensare. Il pensare infatti per sua natura va sempre al di là dell’osservato.

 

Ecco perché è così importante la conoscenza dell’universalità e della concretezza del pensare umano: per non inoltrarci  kantianamente in DISCORSI GIURIDICI FUORI DAL TEMPO.

 

Quando questi discorsi fuori dal tempo diventano leggi, l’uomo si trova ridotto in schiavitù senza neanche sapere il perché, ed è continuamente illuso dal combattere fuori di sé, cioè partitocraticamente, le leggi sbagliate inventate dall’uomo sull’uomo.

 

Le leggi possono essere scientificamente scoperte, non arbitrariamente inventate, e possono essere scoperte solo dall’universalità e dalla concretezza del pensare umano. Ovviamente non saranno valide in eterno. Varranno fintantoché nuove osservazioni e scoperte sostituiranno quelle precedenti.

 

“Man mano che si allarga la cerchia del nostro osservare, siamo obbligati a correggere la nostra immagine del mondo. Ciò si verifica sia nella vita quotidiana sia nell'evoluzione spirituale dell'umanità: l’immagine che gli antichi si facevano della relazione della terra col sole e cogli altri corpi celesti, dovette essere sostituita da Copernico con un’altra, perché non andava più d’accordo con certe percezioni che prima erano sconosciute. Un cieco-nato operato dal Dr. Franz dichiarò che prima dell’operazione, attraverso le percezioni del suo senso del tatto, si era fatta tutt’altra immagine della grandezza degli oggetti: egli ebbe a correggere le sue percezioni tattili per mezzo delle sue percezioni visive” (R. Steiner, ibid.).

 

Certo, qualcuno come A potrà pure obiettare che quell’obbligo è arbitrario. In verità però non si tratta di un obbligo morale eterodiretto, ma autodiretto da ogni essere umano con capacità di riflessione pensante. Che ne sarebbe del feedback del nostro agire se avessimo continuamente bisogno di leggi provenienti da fuori di noi per far muovere il nostro corpo? Questo può valere per un computer da programmare non per un essere umano!

continua

 

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16 maggio 2012 3 16 /05 /maggio /2012 11:38

Seguimi nel Consultorio di economia della triarticolazione sociale

 

parsifal.jpgDa un’idea evocata da Nicola Sartini

 

L’idea auspicata da Rudolf Steiner della fine della stretta correlazione tra introito e lavoro, garantendo un reddito minimo (ma ben oltre il livello di sussistenza) per tutti, è vicina. La sua effettiva realizzabilità poggia sull’osservazione della sua legittimità nella realtà economica di ogni Paese occidentale a sistema capitalista maturo. Ovviamente parlo di osservazione accompagnata dal riflettere pensante. Senza pensiero può darsi solo la legalità imposta, non la legittimità necessaria all’universalità del suo contenuto. E dico questo perché l’attuale condizione dell’umanità mi sembra (suicidi a parte) acefala, cioè non pensante, e prona a qualsiasi aberrante succubanza ad autorità prive di autorevolezza (si veda cosa ha combinato Mario Monti).

 

L’idea dell’introito e del lavoro non più in connessione fra loro può vivere legittimamente innanzitutto nel pensiero neocorticale degli umani e poi come proposta legislativa avente tutte le caratteristiche per funzionare bene dal punto di vista economico.

 

Si tratta di un’idea che potrebbe radicalmente mutare universalmente la condizione umana. Perché? Perché l’ha detto Steiner? No! Attuando questa idea starebbero bene tutti semplicemente per il fatto che lo spirito del tempo la auspica. E cercherò in questa pagina di mostrarlo. 

 

Diventando realtà la legge sociale fondamentale di Rudolf Steiner di separare il lavoro dal reddito, di certo non si raggiungerebbe immediatamente la situazione ideale in cui tutti lavorano senza compenso in base alla loro vocazione personale e non in base alla schiavitù imposta dal “costo del lavoro”. Se non altro, però, il processo verrebbe almeno avviato in quella direzione.

 

Lo spirito del tempo odierno fa sì che la maggior parte delle persone non cerca neppure più un posto di lavoro. Cerca un posto o una situazione che fornisca un introito o un pezzo di pane. Così stanno le cose nella realtà dei fatti. Chi può negarlo?

 

Per quanto rivoluzionaria, l’idea del compenso separato, o dei soldi per la sussistenza, separati dal lavoro ha tutte le potenzialità per affermarsi, perché è un’idea universale in armonia assoluta con lo spirito del tempo, e nulla è forte quanto un’idea di cui è arrivato il tempo.

 

Si tratta di un’idea che è una scelta conveniente per tutti che può pertanto diventare nuova convenzione sociale. Oggi invece, per mancanza di pensiero, viviamo in un mondo dove le convenzioni sociali sono fatte accettare FORZOSAMENTE per la convenienza di pochi.

 

D’altra parte, in un organismo sociale che in modo evidente non è in grado di garantire la piena occupazione dei suoi soci, sganciare l’introito individuale dal lavoro è una scelta che conviene a ogni socio. Il fatto che per esempio un’impresa da un lato cancelli 5000 posti di lavoro e contemporaneamente aumenti il suo volume d’affari del 10% rivela che si è venuto a creare un ristagno della… razionalizzazione, cioè del pensare umano.

 

Chi ancora ha un lavoro non può fare a meno di notare oltretutto che molti suoi colleghi d’azienda non hanno più molto lavoro da svolgere e che non sono disoccupati solo perché non li si può o non li si vuole licenziare per i più svariati motivi. Ciò è dovuto sia al potenziamento della produttività delle macchine (le macchine non hanno bocche o figli da sfamare) che allo spostamento delle sedi di produzione nei cosiddetti paesi a basso reddito.

 

Per giunta gli Stati spendono già moltissimo, così dicono, per il cittadino, pur senza versargli direttamente questo denaro. Come mai a nessuno viene l’idea di pretendere individualmente questo denaro, che invece è mangiato dal dio Welfare? La risposta è solo una: il cittadino è cretino. Si è incretinito nelle ideologie, nel fideismo, nel comunismo, nel fascismo, nel liberismo, nel libertarismo, ecc. E non ragiona. Ragiona col cervello limbico o prelimbico del gregarismo e della paura. Non ragiona con la neocorteccia. Anzi, non sa neanche cos’è, né conosce la propria sindéresi, base dell’epicheia necessaria a un sabato per l’uomo, cioè ad organismo sociale a misura d’uomo…  

 

Proviamo allora a considerare i vari contributi statali stanziati a vario titolo negli Stati.

 

Complessivamente, costi amministrativi inclusi, tali contributi ammontano a miliardi di euro ogni anno. In qualche modo (cioè nel modo minimale ed astrattizzato della burocrazia fagocitante) questi fondi arrivano ai cittadini, sia sotto forma di pensioni che di assistenza sanitaria, di sovvenzione per la disoccupazione, ecc. A questi contributi si sommano ovviamente anche le spese per la burocrazia di distribuzione, fagocitante appunto.

 

Se ci prendiamo la briga di considerare l’attuale cifra dei contributi e del loro apparato distributivo, costi di trasferimento-valutario inclusi (questi conti io non li ho fatti ma li lascio fare voi; a me interessa considerare qui solo l’universalità dell’idea di cui sto parlando), scopriamo che arriveremmo a circa 1000 euro al mese per ogni cittadino. Allora ripeto: perché non la prendiamo questa somma di denaro? Non potrebbe forse questa cifra essere già oggi il reddito di fondo incondizionato che l’organismo sociale dovrebbe versare DIRETTAMENTE a ogni cittadino, SOCIO, APPUNTO, NON MINIMALE MA EFFETTIVAMENTE REALE? Un reddito che ovviamente ciascuno potrebbe poi integrare con quello derivato dal lavoro! Imprese ed associazioni di tutti i tipi opererebbero allora veramente alla formazione del reddito individuale.

 

Naturalmente questo sistema, per funzionare, necessiterebbe di una radicale riforma dell’attività dei “contribuenti”. Una riforma che dovrebbe anzitutto abbattere tutte le tasse imposte che fanno lievitare i prezzi e il “costo del lavoro”. Quali sono? Tutte! Perché il meccanismo del mercato fu, è, e sempre sarà, quello di scaricare sui prezzi gli importi fiscali. Non dico questo per avversione ideologica contro il mercato o i commercianti, bensì semplicemente per osservare spregiudicatamente la realtà dei fatti: se io devo fare una serata musicale poniamo per un tot di compenso e sbuca dallo Stato l’ennesima tassa o balzello sulle serate dei lavoratori dello spettacolo, chiederò al gestore del locale quel tot di compenso, più quel balzello su quella serata. E tutto funziona così. Quanto costa quella cosa? Costa 10 più IVA, costa 20 più IVA, ecc. Tutto funziona così non per la criminalità dei musicisti o dei commercianti o del mercato, ma semplicemente perché se non si fa così si fallisce, cioè non ci si sta dentro!

 

Questa osservazione sarà anche antipatica ai credenti nel dio mercato, però se non la si fa non si può nemmeno perviene alla domanda più importante da porsi: come realizzare una fiscalità che non si scarichi sui prezzi?

 

La risposta è molto semplice: con un sistema fiscale che preveda la sostituzione di tutto il complesso sistema di imposte con un’UNICA TASSA progressiva sui consumi, ovviamente differenziata a seconda del tipo di consumo (la progressività non andrebbe neanche legiferata per il fatto che ciò sarebbe insito nella natura delle cose: ognuno spende sempre e solo quello che può spendere, e ciò vale anche nel caso in cui io mi faccio prestare i soldi, perché a un certo punto dovrò restituirli; ciò è però ben diverso dal pagare tasse su tasse per un debito pubblico che non ho mai contratto).

 

Ripeto l’argomentazione da un altro punto di vista: credere che le imprese, e quindi gli imprenditori, oggi paghino imposte è pura illusione. Un avveduto imprenditore non paga imposte, le prevede già quando stabilisce i prezzi. E ciò fa parte della normalità dello “starci dentro”! Quando poi non riesce più a scaricare sui prezzi le imposte (sia che siano imposte sulla ricchezza, sul patrimonio, sulle entrate o di successione) egli non può che dichiarare delle perdite. E quando dichiara le perdite, ovviamente non può pagare imposte su un reddito che non c’è.

 

Lo stesso modo di ragionare dell’impresa è comunque condiviso da tutti, anche dai fortunati che hanno ancora un lavoro, dipendenti o  collaboratori che siano, che possono ancora risparmiare o investire qualcosa. Tutti gli investitori calcolano i loro investimenti al netto. Tutti li calcoliamo al netto. Crediamo di pagare molte imposte, ma in realtà non paghiamo imposte: le imposte, infatti, finiscono di fatto tutte nei prezzi praticati. Col che, abbiamo già di fatto un sistema d’imposte sul consumo, però con la terribile conseguenza che rincariamo il lavoro umano in tutti i punti della catena che produce valore. E ciò va a discapito di chi non può scaricare alcunché, cioè dei dipendenti più sfruttati o dei disoccupati, vale a dire dei più poveri!

 

Ecco perché l’introduzione del RDB (Reddito Di Base) incondizionato sarebbe da avviare immediatamente, anche se è chiaro che la sua piena applicazione e il funzionamento a regime richiederanno un certo tempo, 10, 20, o 30 anni. Questo non posso saperlo perché dipende dalla gente, dal pensiero dei singoli. Come stanno ora le cose nel livello del ragionamento della gente, stimo che ci vorrebbe un secolo o più, ma non è detto che le persone a furia di batoste prima o poi si risveglino dai torpori ideologici e partitocratici in cui sono cadute da circa 50 anni!

 

Credo comunque che il RDB (reddito garantito) potrebbe progressivamente crescere ed arrivare anche fino a 2000 euro, praticamente raddoppiando nel giro di un tempo relativamente breve. Gli effetti benefici che questa rivoluzione avrebbe su tutto il sistema economico, favorirebbe un rilancio della produzione, un aumento di posti di lavoro (posti che sarebbero espressione dei talenti e delle vocazioni personali) e persino una crescita dei consumi, perché di fatto l’imposta unica sui consumi non provocherebbe alcun aumento dei prezzi.

 

Perché? Semplicemente perché scomparendo le tasse, non ci sarebbe più bisogno di scaricarle sui prezzi, e i soldi avrebbero il DOPPIO del lavoro che hanno oggi, dato che oggi si lavora sei mesi esclusivamente per le TASSE dello Stato, e l’altra METÀ dell’anno per le TASCHE nostre.

 

Inoltre, vi sarebbero benefici vistosi anche in campo politico: il RDB e il cambiamento del sistema fiscale sarebbero i primi passi di una vera rivoluzione liberale, destinata a dare maggiore centralità all’individuo (socio reale di un organismo sociale a misura d’uomo) e a ridurre l’invadenza dello Stato nelle scelte economiche e culturali degli individui.

 

Ciò sarebbe, per chi lo vuole immaginare, un fatto collettivo di fraternità scientifica: gran parte del patrimonio complessivo verrebbe a costituire una UNIVERSALE RETRIBUZIONE di base che in quanto DIRITTO ALLA VITA sostituirebbe il fasullo “diritto al lavoro” che è in realtà l’“etica del lavoro-schiavitù”. Tutti riceverebbero il RDB incondizionato e quest’atto di fratellanza consentirebbe lo sviluppo di una nuovissima creatività.

 

L’idea che, con un reddito garantito, molti si sottrarrebbero al lavoro, è stupida in quanto poggia NON su universalità del pensare ma su due idee dell’essere umano: una di sé e una degli altri. Invece bisognerebbe accordare al prossimo la stessa fiducia che si ha in se stessi.

 

È vero che molti potrebbero scegliere di dedicarsi ad attività più interessanti e per le quali si sentono portati, rifiutando quei lavori alienanti che oggi affermano di accettare solo per necessità. Ma dal punto di vista antroposofico (e qui la sparo grossa; chi non capisce, studi che significa; esistono per queste libri e conferenze su tutto il pianeta) cambierebbe il corpo astrale della Terra, perché avrebbe più senso la vita terrestre degli umani!

 

Concretamente, per gli esseri umani, avverrebbe che nessuno sarebbe più costretto a sostenere l’attuale ruolo di vittima. Molti dicono: “Se avessi potuto, allora, avrei fatto qualcos’altro; se avessi avuto denaro a sufficienza, avrei fatto altri progetti; se mio padre mi avesse dato maggiori opportunità, adesso sarei un altro; se potessi avrei già cambiato lavoro da un bel po’... ma ho bisogno del mio stipendio”. Queste migliaia di ruoli di vittima in cui la gente d’oggi si accomoda verrebbero a mancare. La gente sarebbe costretta a essere responsabile; dovrebbe confrontarsi con la propria individualità e ammettere di sostenere quel ruolo solo per scelta propria. Oppure, per dirla con Goethe: “Dalla violenza che lega tutti gli esseri, si libera l’uomo che supera se stesso”.

 

Nota

Le frasi e i concetti qui espressi sono presi dall’intervista di Götz Werner intitolata “È arrivato il tempo del reddito di fondo incondizionato” realizzato da Wolfgang Weirauch e pubblicata nel libro “Lo spirito del tempo”, editrice Novalis, collana Quaderni di Flensburg. 

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15 maggio 2012 2 15 /05 /maggio /2012 13:52

2012_05_10-Deceduta-la-pensionata-creduta-morta.jpg

Ha rischiato di essere sepolta viva a Bergamo.

In quattro e quattr'otto l'hanno dichiarata morta e nel giro di un'ora avevano già ottenuto dal magistrato il nulla osta alla sepoltura e le pompe funebri già sotto casa.

Tanta fretta perché era una donna sola, d'età e malata?

Grazie all'insistenza di un poliziotto che vede che respira, viene richiamato il 118 e portata all'ospedale dove morirà 17 giorni dopo in rianimazione. Ma sarebbe morta se l'avessero tempestivamente portata in ospedale? Non sanno i medici che esiste la morte apparente?
Questa società ha troppo fretta nel dichiarare la morte, questi medici ci fanno rischiare di essere sepolti vivi. (Fretta che percorre anche il piano utilitaristico della dichiarazione di  "morte cerebrale" a cuore battente per espianto).

Cordiali Saluti
La Segreteria

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15 maggio 2012 2 15 /05 /maggio /2012 12:32

 

Ricu è l'amministratore del sito dumsinandi.com che significa "Sveglia!", o "Diamoci un andi", appunto, risvegliamoci.

 

L'auspicio evocato dal sito è quello di ricominciare a parlare i nostri dialetti, avendone cura, in quanto essi non permettono troppi discorsivismi come quelli di coloro che, governandoci, ci hanno portato, dopo la seconda guerra mondiale, a una terza guerra occulta, che potrebbe anche sfociare in un nuovo conflitto mondiale...

 

Oggi siamo ripiombati nel fascismo, che però è molto più subdolo di quello di Mussolini, perché non si vede, ma si sente... nelle nostre tasche. Si chiama dittatura finanziaria, fascismo finanziario.

 

Voluto dagli Stati mediante legalizzazione del monopolio delle banche centrali, questo nuovo fascismo ha fatto sì che dette banche e gli Stati si comportino esattamente come la volpe e il gatto nel "Campo dei Miracoli" di Collodi, favola in cui Pinocchio rispecchia noi stessi nella misura in cui non ci vogliamo svegliare, attratti come siamo da un padre padrone, o Patria e/o dalla Gran Prostituta, o Madre chiesa, cosicché nasciamo tutti cattolici senza diventare mai cristiani, cioè umani.

 

Siamo infatti induriti come Pinocchio nella sua lignea "Costituzione", e non facciamo altro che indurirci sempre di più, ognuno incatenato alla propria ideologia, senza minimamente aprirci ad una sana universalità del pensare...

 

Oggi il cretino di turno che ci governa è Mario, domani sarà un altro Mario, esattamente come Caligola, che fece senatore un cavallo... e tutti zitti...

 

Quindi dipende da noi se abbiamo dei cretini al potere e vogliamo ancora votare in questa democrazia che è solo un puzzolente guano pieno di roditori...

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15 maggio 2012 2 15 /05 /maggio /2012 09:56

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Stamani accendo il pc verso l'ora di pranzo per ferirmi un po' con un bel tgRai. Il sito parte col default (oddio, che termine) sul primo canale. Troppo presto, c'è lo spot di una banca, protagonista quella simpaticissima creatura che risponde al nome di Antonella C. E sapete cosa stava cercando di spacciare? Prestiti ai pensionati. Vai coll'esempio ammanito con gran faccia da casalinga segretamente maiala che... "scordatela, però se...forse..", insomma con quell' aria da demi-vierge attempata: il pensionato Inpdap (gli altri niente, figli della gallina nera) 64 anni con una pensione mensile di 1400 euro (ahahahahah) può avere 20.000 euro pagabili in 120 mesi, rata mensile 280 euro (tasso 10,45%) ecc ecc. e restituirà ai suoi benefattori appena 33.600 euro!!!

 

Qualsiasi volgarità vi verrà in mente sarà approvata (da lassù) anche da Mons. Della Casa.

 

A me è venuto un "ma va a cagare" bello, onesto come il ruttino di un poppante.

 

Poi riprende la trasmissione, sempre con la nostra, dove due cuochi cucinano, e qui ho la grande rivelazione (cercavo un'idea che attirasse migliaia di contatti nel blog di Nereo, uno scoop senza precedenti, ed è arrivata) l'intuizione geniale che ho afferrato come un fulmine e che ora vi scaglio:
 
la ricetta della Bagna Cauda della mia povera mamma (che mio fratello mi perdoni).

Per 5/6 persone, pranzo e cena (tanto la rivogliono sempre la sera).

500 gr. di acciughe sotto sale
5 grosse teste d'aglio
1,5 lt di panna fresca
olio extra vergine di oliva
pane casereccio in forme da 1kg (due) da tagliare a fette intere
vino (tanto e buono)
 
In una terracotta capiente mettete la panna e tutto l'aglio, pulito a spicchi interi e portate a sobbollire, senza coperchio. L'aglio dovrà sciogliersi completamente nella panna (3/4 ore).
Nel frattempo pulite le acciughe sotto l'acqua corrente e ponete i filetti in un piatto a scolare
(poi butterete la scolatura).

Preparerete poi:

gambe di sedano 
gambe di cardo gobbo
foglie di cavolo verza e insalata belga
cipolline fatte bollire nell' aceto
cipolle al forno
Topinambur (rapa tedesca) da tagliare a fette sottili
Peperoni di Carmagnola arrostiti che pulirete con cura e taglierete in larghe fette
Peperoni di Carmagnola crudi, puliti e fatti a pezzettoni
cavolfiore bollito e fatto a pezzi (volendo: patate, carote, e rapa rossa sempre bollite)
uova sode (un paio a testa)

Disponete in vassoi sulla tavola con la cesta del pane affettato e vino del contadino abbondante.

Quando l'aglio sarà sciolto nella panna, aggiungete le acciughe e girate con un mestolo di legno fino a che le acciughe non si saranno sciolte. Coprite completamente con l'olio, la bagna dovrà esserne  sommersa. Fate cuocere ancora un po', poi servite in mezzo al tavolo la terracotta sopra un fornellino a meta (o dischetti di cotone imbevuti di alcol) che manterrà la bagna a temperatura semi bollente. Uno dei commensali si assumerà il compito di regolare il fornello.

A questo punto ognuno metterà nel proprio piatto la prima mandata di verdure e puntata con la forchetta una cipollina (ad esempio) la girerà nella salsa lasciandola scaldare un po' e la porterà a sé, accompagnandosi col pane che si inzupperà di bagna.

Divertente sarà vedere come si finirà per rubarsi i bocconi, che qualcuno perderà nell'intingerli, soprattutto dopo il secondo bicchiere di vino.

A fine pasto avrete anche la sorpresa di un alito normale (merito della panna), e anche chi vi stava un pò antipatico vi sembrerà l'amico di una vita.

 

E se neanche così accorrerete a migliaia, beh non so cosa dirvi, mi arrendo.

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14 maggio 2012 1 14 /05 /maggio /2012 17:44

Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? (Matteo 6,26)

 

Mi pare che l’uomo non nasca libero. Se così fosse non dovrebbe essere accudito dalla nutrice. L’uomo può comunque liberarsi se trova il coraggio di farlo. E diventa libero solo quando comincia ad usare il pensiero, cioè quando col pensiero comincia a rimettere in discussione ed eventualmente correggere il suo agire, dato che fin dalla nascita, è sottoposto ai condizionamenti della specie (educazione domestica, credo religioso, scuola dell’obbligo di Stato, doveri di impegno sociale, del rispetto della legalità, di tolleranza razziale, ecc.).

 

Non si può quindi da questo punto di vista dire che la libertà è un diritto naturale, così come non si può affermare che lo sono la proprietà o la vita stessa. Possono esserlo ma solo come conquista. E la conquista, se è umana, non può prescindere dal pensare. Bisognerebbe saper pensare in modo universale...

 

Certo si può pensare tutto quello che si vuole, anche in modo tutt'altro che universale. Quando però si scrive pubblicamente quello che si pensa bisognerebbe almeno saper distinguere fra il senso universale e il senso non universale del dire.   

 

Così, per esempio, si può dire che fare ciò che si vuole è libertà, ovviamente non nel senso che si voglia fare la "professione" del nullafacente o del disoccupato.

 

Oltretutto, fare nulla è impossibile, così come è impossibile smettere di pensare.

 

Solo il deficiente, cioè il malato di mente, può non fare nulla e non pensare, e proprio per questo motivo egli non è nemmeno in grado di dirlo.

 

In un organismo sociale di umani, però, se uno è malato di mente, è pur sempre un essere umano, e va accudito. Anzi, forse costui avrà bisogno di maggiore cura dai suoi simili, e quindi di maggiori valori economici, anche e soprattutto perché non sarà idoneo a costituirli egli stesso. E non è detto che un giorno quel suo guardare nel vuoto si trasformi, propri grazie a quelle cure, in visione; non è detto che prima o poi egli non lo voglia persino dimostrare, magari con colori e pennello, creando opere pittoriche, e così via.

 

Questo non lo dico avendo in testa il reddito da disoccupazione. Anzi, quest’idea la reputo ancora una volta un’idea dello statalismo più accentrato e quindi più imbroglione.

 

Ciò che più conta secondo me è che il concetto di lavoro incominci ad essere pensato in modo differente da come è pensato oggi.

 

Oggi il lavoro è ancora primitivamente connesso al reddito, e questo è appunto un primitivismo da cambiare.

 

Perché?

 

Perché in realtà gli esseri umani ottengono un loro reddito non solo per mangiare e bere, o per soddisfare altri bisogni fisici o psichici, ma, soprattutto, ANCHE per lavorare per gli altri uomini. La moderna divisione del lavoro contempla infatti che tutti lavorano per tutti, e se un sarto volesse confezionarsi un abito solo per sé, oggi spenderebbe molto di meno acquistandoselo in un negozio. Così è per qualsiasi altro lavoro. Per esempio il panettiere non potrebbe mai fare il pane se qualcuno non gli avesse costruito un forno, l’impastatrice, ecc.; il pianista non potrebbe suonare se qualcuno non gli costruisse il pianoforte…

 

Se così non fosse, e cioè se gli esseri umani non lavorassero anche per tutti gli altri, la loro economia sarebbe identica a quella degli animali: anche gli animali mangiano e bevono, anche loro hanno una specie di vita economica, e per lo più godono di ciò che non ha bisogno di molta preparazione. La maggior parte degli animali prende in natura ciò che per loro già esiste. In tal caso è la natura ad essere "produttiva".

 

Però l’uomo NON è un animale. Ha un io e un cervello neocorticale che gli animali non hanno, dato che di simile all’uomo hanno solo il cervello limbico e prelimbico o rettiliano.

 

Quindi se non si vuole assolutamente ragionare, e neanche provare a ragionare col proprio io individuale della neocorteccia, per cui ci si attiene all’io gregario del limbico o peggio ancora del rettiliano (ipotalamo: centro neurovegetativo della paura), non si riuscirà mai, coi semplici concetti delle ideologie o dei vari economisti, ad afferrare il lavoro umano completamente liberato dal reddito. Cioè non si riuscirà mai a capire perché il reddito in futuro NON POTRÀ MAI PIÙ provenire dal lavoro ma dovrà provenire da tutt’altro ambito.

 

Ecco perché chi ragiona solo in base ad astrazioni e a nozioni è tagliato fuori da questa comprensione, anche perché sa produrre ben poco per i suoi simili: produce dialettica, ideologia, frasi fatte, vuote di realtà, inutili pensieri di routine. Non è in grado di produrre valori, e quindi produce politica, vampirismo, parassitismo. È esattamente come un malato di mente. Solo che non lo sa e crede addirittura di lottare contro i parassiti.

  

Ma i veri valori economici sono sempre costituiti da fatti reali e concreti che vivono NELLA vita. Innanzitutto sono costituiti dai TALENTI degli uomini, in secondo luogo dal lavoro, e in terzo anche da innumerevoli rapporti.

 

Chi afferma alla Marx che un bene inserito nella circolazione economica è lavoro cristallizzato, è ancora un primitivo.

 

Il lavoro è sempre un fare, non è un fatto o un manufatto. Solo il manufatto è merce, non il lavoro che lo fa. Il lavoro che fa il manufatto non esiste senza l'io, a meno che sia una macchina a lavorare, ma qui l'io ha già lavorato creando la macchina. E la macchina non è l'io che la crea e la mette in "moto".

 

Occorre pertanto passare attraverso un cambiamento di coscienza individuale per poter ragionare in modo diverso da come ragionano i soggetti alle economie animali.

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Presentazione

  • : Blog di creativefreedom
  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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