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31 marzo 2012 6 31 /03 /marzo /2012 11:04

cristo-re.jpgIn base a una vecchia pagina parecchi tanti anni fa in merito ai tre concetti ebraici di anima, recentemente ripubblicata qui, sono stato invitato all’ascolto di una conferenza intitolata “Che immagine avete di Gesù? La Bibbia rivela che Gesù ora è un Re potente…”.

 

Questo però è un invito accalappiacani, cioè accalappia-fedeli di tipo confessionale. Ed il confessionalismo appartiene ancora al secondo millennio, non al terzo in cui stiamo vivendo.

 

Perché?

  

Perché se considero le tre caratteristiche del popolo del Cristo, del popolo delle chiese e del popolo delle logge, so già in anticipo che ogni chiesa considera Gesù un Re, ogni loggia lo considera maestro e ogni scienza dello spirito, appunto, uno spirito (per spirito intendo l’immateriale involucro dell’io umano presente in ogni essere umano). E poiché non mi interessano le chiese in quanto hanno fatto tutte il loro tempo nel 2° millennio, ed ora siamo nel 3°, so già in anticipo che esse non hanno nulla da offrire a me uomo del terzo millennio.

 

La questione del “Cristo Re” è ben argomentata e dimostrata da Steiner con molti esempi storici e culturali nella 9ª conferenza del ciclo “Lo studio dei sintomi storici”, che tenne a Dornach il 3 novembre 1918, che sintetizzo come segue con le sue stesse parole: “se cerchiamo la realtà dietro ciò che molto spesso è apparenza, possiamo dire, per il popolo del Cristo: Cristo è lo spirito; in sostanza cioè egli non ha nulla a che fare con un qualsiasi ordinamento sul piano fisico. Esiste soltanto il mistero che egli una volta sia stato presente in una figura umana. Per il popolo della Chiesa possiamo dire: Cristo è un re. L’espressione potrà venire sfumata più o meno, ma resta: Cristo è il re. Essa continua a vivere pure nel popolo delle logge, ma si modifica per divenire: Cristo è il maestro” (R. Steiner, “Lo studio dei sintomi storici”, Milano, 1961, p. 204).

 

Se ben notate, la festa di Cristo Re è la festa della Chiesa nella quale il Cristo appare materialmente come “corpo”.

 

Ma la materializzazione del Cristo come corpo è per me qualcosa di comico esattamente come l’anagramma di corpo che è porco! Oggi addirittura le chiese tendono a non distinguere più nemmeno la differenza fra Gesù e Cristo. Gesù era il portatore del Cristo, ed anticamente si diceva “Gesù, detto il Cristo”, proprio perché il Cristo era un nome tecnico, la cui radice “cri” è in greco la stessa di “crisalide”, vale a dire la ninfa della farfalla, l’animale che vive nel luminoso elemento aereo dopo aver vissuto in quello terrestre come bruco. Dunque un nome tecnico per indicare la parte superiore dell’io umano che si andava incarnando proprio al tempo del sangue del Golgota. Il sangue fecondava la terra e l’io si incarnava. L’uomo non diceva più “il mio cuore dice” ma “io dico”. L’uomo non parlava più in terza persona come fanno ancora i bambini prima del terzo anno di vita, ma in prima persona. E se osservate quei tre anni e calcolate il tempo che intercorre dal battesimo di Gesù nel Giordano all’evento del sangue del Golgota, vedete che si tratta di un periodo temporale di circa tre anni, appunto.     

 

Quindi occorre “fermarsi” all’io (nel senso di approfondire sempre più il mistero di questa incarnazione) e dire “basta” alle confessioni religiose, perché esse hanno fatto il loro tempo.

 

Ecco perché la filosofia della libertà insegna che ricercare nel mondo qualcos'altro di comune, al di fuori del contenuto immateriale che il pensare ci fornisce, è sbgliato: tutti i tentativi tendenti ad un'altra unità universale che non sia quel contenuto, ottenuto per mezzo del pensare applicato agli oggetti delle nostre percezioni, sono fallimentari.

 

In tal senso Dio non può più fare da unità universale come nei tempi antichi, né l’energia o la materia, né la mera volontà senza idee, ecc. Tutte queste entità appartengono solo ad una zona limitata del nostro osservare. E sarebbe meglio non essere limitati…

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30 marzo 2012 5 30 /03 /marzo /2012 17:43

COP-CD-300x298.jpgQuesta sera, alle 21:05 su Rai3, Luisella Costamagna parlerà di tasse, evasione fiscale e molto altro con: Bruno Tinti, Leonardo Facco, Valentina Nappi, e Irene Pivetti.

Leonardo Facco è il fondatore del Movimento Libertario che si rifà alla "Scuola Austriaca", che come idea è abbastanza vicina a quella della triarticolazione sociale di Steiner, pur con alcune differenze da me non condivise dal punto di vista del concetto SCIENTIFICO di solidarietà (o fraternità). 

000-robogate.jpgL'economia è altresì solo un terzo dell'organismo sociale, così come nel campo della fisiologia umana il sistema nervoso è solo un terzo dell'organismo umano.

001 robogate2I rimanenti due terzi sono contemplati nella triarticolazione di Steiner rispettivamente come sistema respiratorio cardiocircolatorio per il diritto (Stato di Diritto) e come sistema metabolico per la cultura (libere scuole private dall'asilo fino alle università).

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29 marzo 2012 4 29 /03 /marzo /2012 14:19

Ripubblico, a gentile richiesta di Massimo Francese, la pagina del 23/10/2011 dal sito (ora rimosso) nereovilla.it

 

DIETRO L'ASSASSINIO DI GHEDDAFI VI È LO STATUS QUO DEL SIGNORAGGIO

E DEL DOMINIO PLANETARIO DEL DOLLARO

 

 

Gheddafi e la moneta aurea

 

 

Dietro la guerra in Libia vi era la volontà USA di mantenere il dollaro come moneta di scambio per il petrolio, dato che Gheddafi aveva annunciato di voler creare una nuova moneta aurea (il "dinaro africano") da sostituire al dollaro americano, appunto, per la contrattazione del greggio. La guerra fu dunque per mantenere così com'è il signoraggio internazionale ed il predominio del dollaro.

 

 Se la vera ragione della guerra in Libia si verificherà come questa DETERMINAZIONE DI STRONCARE PRIMA DELL'ATTUAZIONE il progetto di Gheddafi di introdurre il dinaro aureo come moneta comune africana, Gheddafi sarà annoverato nella storia della moneta al pari di Lincoln e Kennedy, entrambi assassinati  in quanto anch'essi volevano creare una nuova moneta svincolata dal monetaggio iniquo e forzoso, oggi detto "signoraggio". Gli assassini di costoro furono a loro volta assassinati dopo pochi giorni. L'assassinio di Gheddafi sarà invece motivato come umanitario dai guerrafondai, vale a dire i banchieri, della guerra alla Libia!

 

Monetaggio iniquo e forzoso fu dunque il concetto a fondamento della guerra in Libia.

 

Questo concetto, praticamente ignorato dal grosso pubblico, è trattato anche nel seguente vecchio video in dialetto arquatese nel quale mostro, attraverso la spiegazione della canzone "Seinsa cunision", come l'aggiotaggio e il monetaggio iniquo siano giuridicamente "imparentati":

 

[Spiegazione della canzone in dialetto arquatese:]

 

 

Il ragionamento di Gheddafi è molto semplice da ipotizzare: "Perché dobbiamo scambiare il nostro petrolio con della mera carta (cartastraccia, cioè cartamoneta creata dal nulla e priva di ogni garanzia aurea)? Nixon nel 1971 abolì non solo la conversione oro-dollaro ma addirittura la riserva aurea. Io dunque creo monete d'oro e pretendo oro da chi vuole comprare petrolio...!".

 

Stiamo dunque a vedere se, come, e quando, questa notizia diverrà informazione nei vari TG!

 

VEDI ANCHE:

http://www.nereovilla.it/gheddafi_contro_il_signoraggio.pdf 

 

"Qualcuno crede che sia per proteggere i civili, o per il petrolio, ma altri sono convinti che l’intervento in Libia ha a che fare con il progetto di Gheddafi per introdurre il dinaro d’oro, un’unica divisa africana fatta d’oro, una condivisione di valore reale.
"È una di quelle cose che devi progettare in gran parte al segreto perché, appena dirai che hai intenzione di passare dal dollaro a qualcos’altro, sarai considerato un obbiettivo da colpire", sono le parole del dottor James Thring, del Ministry of Peace & Legal Action Against War. “Ci sono state due conferenze che avevano questo come oggetto, nel 1986 e nel 2000, organizzate da Gheddafi. Tutti erano molto interessati, la maggior parte degli stati africani era entusiasta.”
Gheddafi non si è dato per vinto. Nei mesi che hanno portato all’intervento militare, ha chiamato a raccolta le nazioni africane e musulmane per creare insieme una nuova moneta che avrebbe rivaleggiato con l’euro e il dollaro. Avrebbero venduto il petrolio e le altre risorse in tutto il mondo solo in cambio di dinari d’oro.
È un’idea che avrebbe spostato la bilancia dell’economia mondiale.
Il valore di una nazione sarebbe così dipeso dall’oro nei propri forzieri e non da quanti dollari ha scambiato. E la Libia aveva 144 tonnellate d’oro. Il Regno Unito, ad esempio, ne ha il doppio, ma ha anche una popolazione di 10 volte maggiore.
“Se Gheddafi avesse l’idea di riprezzare il petrolio o qualsiasi altra cosa il paese riesca a vendere sul mercato globale e accettare qualsiasi altra divisa o addirittura lanciare una moneta d’oro, una mossa del genere non sarebbe certo ben accetta dall'élite al potere, che è responsabile del controllo delle banche centrali mondiali”, ha detto Anthony Wile, fondatore e editore capo del Daily Bell.
“Sì, sarebbe certamente un qualcosa che potrebbe provocare una sua immediata deposizione e la ricerca di altre ragioni che possano giustificare la sua rimozione dal potere.”
È già successo altre volte.
Nel 2000 Saddam Hussein annunciò che il petrolio iracheno sarebbe stato scambiato in euro, non in dollari. C'è chi motiva le sanzioni e la susseguente invasione con il fatto che gli Americani erano disposti a tutto per evitare che i paesi membri dell’OPEC usassero l’euro nel commercio del petrolio.
L’introduzione del dinaro d’oro avrebbe serie conseguenze per il mondo finanziario internazionale, ma darebbe anche molto potere ai popoli d’Africa, una cosa che gli attivisti di colore ritengono gli Stati Uniti vogliano evitare a ogni costo.
“Gli Stati Uniti hanno negato l’autodeterminazione degli africani all’interno del suo territorio, e allora non siamo sorpresi da qualsiasi cosa gli Stati Uniti facciano per ostacolare l’autodeterminazione degli africani nel proprio continente”, dice Cynthia Ann McKinney, un’ex componente del Congresso USA.
L’oro del Regno Unito è tenuto in un deposito sicuro nelle profondità della Banca d’Inghilterra. Ma come nella maggior parte dei paesi sviluppati, non ce n’è abbastanza per tutti.
Ma questo non è il caso di paesi quali la Libia e molti di quelli del Golfo.
Un dinaro d’oro darebbe ai paesi africani e mediorientali ricchi di petrolio la forza di prendere di petto i propri clienti affamati di energia e dirgli: “Spiacenti, il prezzo è rialzato, e noi vogliamo l’oro.”
Alcuni pensano che gli Stati Uniti e i suoi alleati nella NATO non si potrebbero permettere che ciò accada".

(fonte: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8270 e http://www.libreidee.org/2011/05/addio-dollaro-meglio-loro-e-gheddafi-firmo-la-sua-fine/)

 

"L’attuale crisi economica mondiale ha costretto una serie di governi a considerare l’introduzione di una valuta aurea interstatale, scrive sul suo blog l’oligarca minore russo Sterligov.
Da quando la Cina ha annunciato il conio dello yen d’oro, si sono alzate voci sul sistema aureo nel Medio Oriente. Il principale iniziatore del pagamento senza dollari né euro è il leader e guida della rivoluzione in Libia, il colonnello Muammar Gheddafi, il quale ha fatto appello al mondo arabo ed africano per adottare una valuta unica – il dinaro d’oro.
Su questa base finanziaria, il colonnello Gheddafi ha proposto di creare uno stato africano unico con popolazione araba e nero-africana che conti 200 milioni di persone.
L’idea di creare una singola valuta d’oro ed unire i paesi dell’Africa in un potente sistema federale è stata sostenuta attivamente nel corso dell’ultimo anno da una serie di stati arabi e da quasi tutti gli stati africani. Il Sud Africa e la Lega Araba, infestati dalla democrazia, si sono opposti all’idea.
Gli USA e l’UE hanno reagito in maniera molto negativa ad una tale iniziativa. Secondo il “presidente” francese sionista Sarkozy “i libici hanno attaccato la sicurezza finanziaria del genere umano”. I continui appelli del leader della rivoluzione libica hanno prodotto alcuni risultati: Gheddafi ha fatto sempre più passi avanti con lo scopo di creare un’Africa Unita.
Sono stati inventati due falsi motivi per coprire la vera ragione dell’attuale crociata cristiano-sionista contro la Libia: uno ufficiale – “difendere i diritti umani, e l’altro ufficioso – il tentativo di rubare petrolio alla popolazione libica. Entrambi questi motivi non superano l’esame.
La verità è che il colonnello Muammar Gheddafi ha deciso di ripetere i tentativi del generale francese De Gaulle di abbandonare l’uso di quella carta straccia americana chiamata “dollari” e tornare all’oro, cioè sta cercando di attaccare il principale potere della moderna democrazia sionista parassita – il sistema bancario" (fonte:
http://www.vitealternative.com/2011/03/29/la-libia-viene-bombardata-perche%E2%80%99-gheddafi-vuole-introdurre-il-dinaro-d%E2%80%99oro/).

 

NOTA di Giorgio Vitali: Pubblichiamo questa importante notizia che dimostra senza ombra di dubbio quali siano i sistemi di controllo globale. Apparentemente il sistema amerikano centrico si sostanzia di interventi militari (basi, centrali di spionaggio, azioni "speciali", basi di ascolto), ma la realtà del potere è costituita sul supersignoraggio del dollaro. Intendiamo per supersignoraggio la facoltà riservata al dollaro, e per lui alla FED, che è un Ente del tutto privato, di stampare cartamoneta indipendentemente dal suo valore e con essa imporre un sistema di scambi nei quali il valore reale delle merci prodotte non conta nulla, perchè modificando a piacimento il valore del pezzo di carta (stampato in dollari) si può modificare automaticamente il valore del prodotti e quindi anche della "forza lavoro" che l'ha prodotto. Questo è il senso delle decisioni prese nel 1971, con l'eliminazione del gold-standard. Aggiungiamo anche che tale decisione non giungeva a ciel sereno sulla base di particolari esigenze, ma era nei progetti IMPERIALI fin dal momento della creazione della FED. Abbiamo usato l'espressione di supersignoraggio del dollaro per descrivere una situazione nella quale, e per la quale, quello del dollaro è un signoraggio che si sovrappone a quello delle singole monete statali, compreso l'Euro. Trattandosi di pseudomonete cartacee completamente avulse dall'economia reale dei popoli che le devono pagare col signoraggio e con gli interessi (debito pubblico).
Ecco perchè qualsiasi tentativo di cambiare qualcosa contro il potere del dollaro trova tutto il sistema (cioè il sistema delle Organizzazioni sovranazionali, tipo Banca Mondiale o FMI), pronto a reagire violentemente. Ricordiamo che Saddam Hussein fu attaccato e ucciso proprio perchè intendeva vendere il proprio petrolio in Euro" (fonte:
http://fncrsi.altervista.org/Libia_viene_bombardata.htm).

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28 marzo 2012 3 28 /03 /marzo /2012 19:10

Ovvero: La Banda della Maiala

È la fabbrica dell'uomo stampino, o uomo polpetta.

Chi è costui?

È l'uomo del signorsì e del signoraggio come cosa buona e giusta, o come cosa che non esiste a priori.

È Deciomerdok, il gladiatore al contrario! ...che lotta NON per liberarsi ma per permanere schiavo, urlando: "Dateci il lavoro",  e gettandosi la cacca in faccia da solo!

La banda della Maiala è fatta di questi uomini...

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27 marzo 2012 2 27 /03 /marzo /2012 16:11

Deciomerdok.jpgCari amici, in risposta al gentile Massimo Daniele, che nel suo commento esprime la sua fatica a comunicare coi suoi simili, e a cui ho pensato in questi giorni, dato che non sono pochi quelli che si abbattono di fronte alla stupidità umana, propongo la seguente "risata": ieri sera è nato un personaggio nuovo della DODI&C (Compagnia Dove Ogni Deficiente Impera): Deciomerdok!

Avete presente Deciomeridio, il personaggio del film "Il gladiatore"? Ebbene, questa è l'epoca dei Deciomerdok, gladiatori che combattono... per restare schiavi. A chi ragiona come costoro bisognerebbe dire solo il mio nick dialettale, scelto apposta per loro: vè da via al cul! Perché costoro manco col culo ragionano, dato che il culo espelle il non io dal corpo, mentre costoro vi si identificano da... veri stronzi!

Per accorgervene date un'occhiata alla diatriba sorta recentemente intorno al video: "Come ragiona la porcona piagnona",  che vi prego di analizzare. Si tratta di poche battute di un mio detrattore molto significative in quanto credo rispecchino il parere della metà degli italiani, quella che credono alla bontà dei tecnici al governo così declamata dai media...

Ripropongo comunque, per l'altra metà, l'aforisma steineriano colto e promosso da Massimo Daniele:

Dobbiamo sradicare dall’anima
tutta la paura e il timore
di ciò che il futuro può portare all’uomo.
Dobbiamo acquisire serenità
in tutti i sentimenti
e sensazioni rispetto al futuro.
Dobbiamo guardare in avanti
con assoluta equanimità
verso tutto ciò che può venire.
E dobbiamo pensare che tutto ciò che verrà
ci sarà dato da una direzione del mondo
piena di sapienza.
Questo è parte di ciò
che dobbiamo imparare in questa Era:
a saper vivere con assoluta fiducia
senza nessuna sicurezza nell’esistenza,
fiducia nell’aiuto sempre presente del Mondo Spirituale.
In verità, nulla avrà valore
se ci manca il coraggio.
Discipliniamo la nostra volontà
e cerchiamo il risveglio interiore
tutte le mattine e tutte le sere.
Rudolf Steiner

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27 marzo 2012 2 27 /03 /marzo /2012 09:00

monti-hansen.jpgDedico questo pagina a Mino, amico d’infanzia che mi chiede in dialetto se sono d’accordo a considerare i nostri politici presenti e passati, abitanti di una porcilaia. È ovvio che la risposta è affermativa, caro Mino, ma te la voglio caratterizzare nei particolari che intravedo nelle ultime gesta dei porci… e considerando l’attuale pensiero libico, pur non essendo, come sai, antigiudeo.

 

Cos’ha fatto recentemente il trio Monti - Di Paola - Terzi di Sant’Agata (rispettivamente il presidente del consiglio, il ministro della difesa e quello degli esteri) in Libia, firmando la “Dichiarazione di Tripoli”?

 

Che valore ha questo documento ufficiale di amicizia e collaborazione con la Libia? Esiste ancora la Libia? E se esiste, cos’è oggi?

 

Dicono i libici (1) che l’attuale governo fantoccio libico non ha alcuna autorità politica e non garantisce né rappresenta l’unità del popolo libico, ma solo la fazione fanatica dell’“allahuakbar”, che  con Gheddafi non riusciva a trafficare e intrallazzare liberamente come voleva, oltretutto divisa fra due parti, quella dei terroristi al-qaedisti che prendono ordini dal Qatar, cioè dagli USA, e quella che si vende apertamente ai forestieri, dai quali ottiene armi e soldi sporchi di sangue fratello, in cambio della devastazione della propria terra.

 

grinfie-di-monti.jpgÈ inoltre presumibile (se si vuole ammettere che un pensare esista) che i libici non possono non avere capito che i contratti con l’Italia, “colonia americana”, non valgono una cicca. Anzi valgono esattamente come quelli berlusconiani di un paio d’anni fa, con grande esaltazione mediatica del fatto, ricevimenti in pompa magna, baciamano e scambi tra le due nazioni, subito seguiti dai bombardamenti, appena il padrone americano ha dato l’ordine. Le marionette politiche italiane hanno obbedito, concedendo immediatamente il suolo italiano come base militare per gli attacchi e bombardamenti della Libia, e del popolo libico, da parte di americani, francesi, quatariani, e italiani per una strage di migliaia di nativi fino a pochi mesi prima considerati nazione “amica”.

 

Quindi, i libici sanno che finché l’Italia è una colonia americana, gestita da un porcilaio di incapaci e corrotti, qualsiasi contratto con l’Italia non è che immondizia.

 

E poi che credibilità possono avere agli occhi dei libici, i politicastri italiani, o i cosiddetti “tecnici”, non eletti dalla gente ma da parametri di un’idea di “democrazia” forzosamente imposta?

 

E ai nostri occhi possono essere credibili?

 

Che credibilità possono avere le elezioni truffa come quelle con cui siamo stati presi in giro per anni? Con l’attuale legge elettorale non possiamo neanche scegliere la persona da eleggere, ma solo un gruppo, e sarà poi la mafia partitocratica a decidere chi sia il più servizievole da nominare.

 

E il trio dei cooptati sopracitato, senza elezioni popolari, tra tecnici e uomini di fiducia del gruppo bancario usuraio mondiale Goldman Sachs, nonché appartenenti al mega governo ombra del Bilderberg e della Trilateral, di cui Monti fa parte, che affidabilità possono garantire ai partner coi quali firmano documenti a destra e manca? Zero.

 

Certamente il popolo bue italiota non se ne rende conto, o fa finta di niente, però non credo sia così per i libici, dato che i libici hanno versato sangue e sono costretti a ragionare.

 

Berlusconi, uomo d’affari, sicuramente metteva al primo posto “i suoi affari”, che coincidendo spesso con quelli italiani (dato che investiva soprattutto in Italia), almeno parzialmente erano positivi (sia per l’Italia che per coloro con cui stipulavano contratti: gli affari devono accontentare entrambe le parti).

 

Poi Berlusconi è finito. Perché? Semplicemente perché ha fatto l’errore di pensare di poter fare “di testa sua”. Questa è la realtà. Voleva fare affari direttamente con le nazioni produttrici di gas e petrolio, illudendosi che, siccome era stato finora un servo fedele, gli avrebbero lasciato un piccolo margine di manovra.

 

Ma si è sbagliato. Un servo è un servo, e deve obbedire e fare solo gli interessi del padrone.

 

E siccome Berlusconi fu appena un po’ riluttante a bombardare la Libia, e a massacrare gli italiani di tasse, permettendo alle multinazionali anglo-americane di rubare le ricchezze italiane ancora rimaste sul mercato, ecco che scattò il ricatto finanziario, e Berlusconi perse in un sol colpo, mentre partecipava al G20, parecchi miliardi delle sue azioni in borsa.

 

Berlusconi capì che era tempo di dimettersi, prima di finire sul lastrico. Ed il comunista a stelle e strisce Giorgio Napolitano propose al suo posto Monti. Bel colpo.

 

Ovviamente tutto lo schieramento politico italiano presente in Parlamento, eccezion fatta per la Lega Nord [NOTA DI MINO: eccezion fatta, ma ovviamente sempre disposta all'antico e solito inciucio con Berlusconi e/o con chi comanda: oggi la Lega vuole apparire all'opposizione solo per ingrandire se stessa catturando "credenti". In realtà è inaffidabile esattamente come i grillini in quanto mancano concrete proposte], approvò con un’ovazione (specie le nuove sinistre bancarie americaniste che scalpitano per tornare a ricoprire il loro ruolo ufficiale di parassiti di Stato e zerbini del capitale apolide).

 

Si vide così, chiaramente, chi stava nel libro paga della lobby banchiera: praticamente tutti, esclusa la già citata Lega Nord, e Domenico Scilipoti, che addirittura per marcare la sua disapprovazione si presentò in Parlamento con una fascia nera al braccio in segno di lutto.

 

Mario Monti, ormai lo sanno anche i sassi, è anche un supervisor della Goldman Sachs; quella stessa Goldman Sachs che aveva creato, attraverso un giro di agenzie di rating e borsistiche a lei collegate, seri problemi agli affari di Berlusconi nonché la perdita di parecchi miliardi all’Italia (che sono risparmi dei cittadini italiani). E tutt’ora sta mettendo in ginocchio l’Europa attraverso la moderna catena usuraia di Wall Street e della Borsa mondiale. La stessa Goldman Sachs ricopre una parte importantissima nella gestione e amministrazione dell’americana FED: la stessa Federal Reserve che stampa la moneta americana per venderla al governo USA, contro la quale si era schierato Kennedy e perciò fu assassinato (poco dopo aver fatto stampare oltre 4 miliardi di dollari con la scritta “proprietà del popolo americano” e non della FED); la stessa FED alla quale invece Obama proclamava di voler attribuire maggiori poteri. Che bel Nobel…per l’usura…

 

La Goldman Sachs, secondo la stampa internazionale è costituita da israeliti, ed ha “intelligentemente” rubato già il 98% delle ricchezze finanziarie libiche.

 

Quindi, la israelo-americana Goldman Sachs, che ha derubato la Libia, l’Italia e nazioni varie, e che si cela quindi dietro agli interessi delle guerre USA nel mondo, dato che i suoi interessi sono gli stessi, ha messo un suo fedele servitore (“cameriere” l’avrebbe chiamato Pound), Mario Monti (mentre l’altro Mario, Draghi, sempre uomo della Goldman Sachs, è stato posto a capo della Banca Europea) a mettere ordine sulla “scena del crimine” libico. Il partner libico di Mario Monti è poi quell’Abdurrahim el-Keib, formatosi negli USA e con lunga esperienza in campo petrolifero presso il Petroleum Institute degli Emirati Arabi Uniti.

 

Bella squadra no?

 

Dunque il trattato di “amicizia” tra la colonia Italia e la nuova colonia Libia a chi giova? Esso riguarda non solo accordi economici e finanziari (quelli ormai sono già stati rapinati, svenduti o imposti da tempo), ma soprattutto l’apporto italiano nel controllo e nella repressione della resistenza libica che vorrebbe impedire il controllo terroristico totale del territorio libico.

 

Per fare un esempio fantascientifico è come se l’apporto italiano viaggiando nel tempo volesse controllare e reprimere i partigiani al tempo del Duce per far vincere il Terzo Reich!

 

Le Forze armate italiane infatti forniranno sostegno al nuovo governo fantoccio libico del CNT (NTC). Ciò vuol dire nuove armi, militari italiani sul terreno libico, addestramento di assassini e delinquenti comuni, che hanno già fatto tornare la Libia indietro di 60 anni almeno, qualcuno dice all’età della pietra.

 

L’Italia dovrà fare insomma il lavoro più sporco e più rischioso, a terra, mettendo a rischio giovani vite, come già fatto in altre aree e con altre “missioni di pace”.

 

Certamente poi ci diranno che è per “la democrazia” secondo la logica del “Divo”, da me  caratterizzata nel video “La porcona”.

 

Oltre al Primo Ministro italiano Mario Monti ed al cameriere delle banche libico Abdurrahim el-Keib, erano infatti presenti i rispettivi titolari della difesa, e stretta collaborazione è stata garantita dai titolari dei ministeri dello sviluppo, Corrado Passera e quello dell’interno, Annamaria Cancellieri. Presente era anche l’amministratore dell’Eni, Paolo Scaroni. Una presenza simbolica, in quanto, rispetto al trattato di amicizia italo-libico, siglato tra Gheddafi e Berlusconi, il governo fantoccio libico del NTC ha fatto sapere che di esso sarà preservata solo la parte relativa al risarcimento che l’Italia si è impegnata a versare per il periodo coloniale. Mentre si conferma invece l’accettazione delle scuse italiane. Certo, non poteva essere diversamente. Come dicono in Italia: cornuti e mazziati, cioè traditi e bastonati. Le commesse più ghiotte ed i contratti più importanti sono nelle mani franco-anglo-americane, e l’Italia è stata usata solo come una serva, a cui lasciare gli avanzi ed a cui affidare compiti sporchi.

 

I conti tornano, la rapina viene tecnicamente perfezionata: la Libia, dopo una parentesi di indipendenza e progresso in ogni campo, prosperità nazionale ed esempio di riconquista di dignità e riscatto per tutte le nazioni africane, torna ad essere la colonia di sempre. L’Italia, la sua breve parentesi di libertà se l’è giocata decenni e decenni fa, ed ora non le resta che servire ed obbedire agli ordini dei padroni in kippà, mediterranei e d’oltre oceano.

 

La dignità del popolo italiano può riscattarsi solo in un modo: liberandosi dai parassiti delle banche, vale a dire dal signoraggio bancario che lo sta strangolando.

 

Gli italiani non credano che liberarsi degli strozzini planetari, che si sono impadroniti della loro terra, che si sono arroccati come un cancro maligno nei gangli del potere e nelle istituzioni, che sono radicati come sanguisughe sulla pelle della gente che lavora onestamente, sarà cosa facile e indolore: la Resistenza, quella vera, non è un pranzo di gala (quella vera nel senso di chi resiste ad un’occupazione straniera, quindi da non confondere col termine “resistenza” mal adoperato ed usurpato dai collaborazionisti, con cui si indica l’Italia incaprettata e regalata agli USA del “Piano Marshall”.
 
(1) http://terrasantalibera.wordpress.com/2012/01/22/libia-italia-mario-monti-cameriere-della-goldman-sachs-firma-la-dichiarazione-di-tripoli/
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22 marzo 2012 4 22 /03 /marzo /2012 11:46

guerranoredditosi.jpgMolti mi chiedono quali sono le mie idee per l'attuazione del RDB. Le mie attuali idee per l'attuazione del RDB sono molto sintetiche: abolendo tutte le tasse (prelievi statali, fiscali, previdenziali, ecc.) sulle ENTRATE provenienti dalle attività economiche (lavoro, occupazione, mestieri, materiali e immateriali), e tassando del 10% solo le USCITE (dalla spesa che esce dalle tasche per un caffè fino a quelle per le materie prime di un’impresa) si otterrebbe il dimezzamento dei prezzi di mercato ed il raddoppiamento conseguente del potere d'acquisto dei soldi (entrate).
Tale unica tassa del 10% sul denaro che ognuno può spendere genererebbe un naturale e continuo gettito di contropartita per le emissioni di un RDB (Reddito di Base incondizionato per tutti dalla nascita alla morte di circa 1000 euro al mese) e per le spese pubbliche (in rispetto dell’art. 53 della Costituzione: "Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività"). L’RDB, sostitutivo del Welfare, costituirebbe il diritto reale alla vita, in sostituzione del fittizio diritto al lavoro, che non esiste se non come diritto alla schiavitù (flessibilità fino a prona prostrazione).
pagamento-della-decima-capovolto.jpgL'antica decima, tassa del 10 per cento sulle "entrate", oggi va capovolta e posta sulle sole "uscite", proprio perché il lavoro sarà sempre più svolto dalle macchine, e l'uomo, se non è cretino, deve usufruire del conseguente RDB per diritto. Ogni dispositivo economico per il denaro steineriano (di decumulo) non può che equalizzarsi con questa decima capovolta rispetto a quella antica e con l'abolizione del gioco in Borsa.

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22 marzo 2012 4 22 /03 /marzo /2012 09:31

maestra-steineriana-della-mutua.jpgContesto: http://0z.fr/EPCkG

 

Rudolf Steiner

L’uomo e la tecnica

Stoccarda, 17 giugno 1920

A cura di Nereo Villa

 

Carissimi uditori! Colleghi studenti!

 

Se oggi tenterò di illustrarvi qualcosa di quella sfera che da una serie di anni chiamo “scienza dello spirito orientata antroposoficamente”, ciò avviene nella consapevolezza che questa sera, in una sorta di prima conferenza, potrò dare solo alcuni stimoli, senza illudermi assolutamente che la mia esposizione susciti istantaneamente una qualsiasi convinzione.

 

Ma forse, nel dibattito seguente la descrizione generale che mi sarà possibile presentarvi, potranno essere soddisfatti desideri particolari, potranno sorgere domande specifiche.

 

Per non prolungare troppo il tempo a disposizione, vorrei subito addentrarmi in ciò che è innanzitutto importante, e cioè caratterizzare quello che in realtà vuole essere la scienza dello spirito orientata in senso antroposofico.

 

Essa si differenzia da quanto normalmente si chiama scienza tramite il metodo della sua indagine. Ed è convinta che proprio una volontà seria e onesta, portata avanti con coerenza nella scienza moderna, debba necessariamente condurre a quel metodo.

 

Vorrei parlarvi in modo assolutamente scientifico - io stesso provengo, in verità, non da qualche concezione teologica, non da concezioni del mondo filosofiche nel senso in cui normalmente le si pratica: io stesso provengo da studi tecnici.

 

E da quegli stessi studi tecnici questa scienza dello spirito mi si è mostrata come una necessità del nostro periodo di sviluppo storico.

 

Perciò questa sera sono particolarmente felice di poter parlare proprio a voi.

 

Se ci occupiamo di scienze naturali, la prima cosa che abbiamo dinanzi, nel senso del pensiero attuale, è quel che si dispiega intorno a noi come il mondo dei fatti sensibili.

 

Poi, osservando adeguatamente questi fatti sensibili, utilizziamo il nostro pensiero, il nostro pensiero addestrato metodicamente, per trovare delle leggi. Cerchiamo quelle che siamo abituati a chiamare “leggi naturali”, “leggi storiche” e così via.

 

Ora, un tale modo di porsi di fronte al mondo non è assolutamente qualcosa che la scienza dello spirito rifiuta: essa vuole, invece, collocarsi proprio sul saldo terreno di questa ricerca. Ma si pone su questo saldo terreno muovendo, oserei dire, DAL PUNTO DI VISTA DELLA VITA UMANA STESSA [il maiuscolo è mio - nota del curatore].

 

Proprio nell’affrontare seriamente la ricerca scientifico-naturale, la scienza dello spirito giunge a quel confine della conoscenza naturale che anche il naturalista avveduto ammette senza riserve. E, in relazione alle possibilità delle scienze naturali, essa si trova sullo stesso terreno di quanti dicono: “Nel sistematizzare i fatti esteriori con metodo scientifico ci spingiamo solo fino ad un certo grado, ma se rimaniamo sul terreno della ricerca scientifico-naturale non possiamo superare un determinato CONFINE”.

 

E quando si è raggiunto ciò che si cerca nella vita ordinaria, e nella scienza ordinaria, proprio a quel punto inizia quello che vuole la scienza dello spirito qui intesa.

 

Nel comprendere con il pensiero i fatti che ci circondano, giungiamo a determinati CONCETTI-LIMITE - ve ne cito solo alcuni, non importa ora se li si intende come semplici funzioni o come realtà -, giungiamo a concetti-limite come quello di “atomi”, di “materia”. Perlomeno operiamo con essi, anche se non vi ricerchiamo entità “demoniache” retrostanti.

 

Questi concetti-limite, queste rappresentazioni-limite, che ci vengono incontro in modo del tutto particolare anche quando percorriamo i campi delle scienze naturali fondamentali per la tecnica, sono, in un certo senso, delle pietre miliari. E, se si vuole restare entro la scienza comune, ci si arresta proprio davanti a questi pilastri di confine.

 

Ma per lo scienziato dello spirito, così come lo intendo qui, il vero lavoro comincia proprio di fronte a questi pilastri di confine.

 

Il fatto è che il ricercatore dello spirito giunge, con quella che io chiamo - e vi prego di non lasciarvi urtare dalla parola, è un’espressione tecnica come tutte le altre - “meditazione”, ad una certa LOTTA INTERIORE, ad una lotta interiore che nasce dal vivere con questi concetti, più o meno con tutti i concetti-limite delle scienze naturali. E questa lotta interiore non rimane infruttuosa per lui.

 

A questo proposito, miei cari ascoltatori, devo ricordare un uomo che insegnò in questa città, in questa Scuola Superiore, nella seconda metà del secolo scorso, e che sempre sottolineava questa lotta nella quale l’uomo si trova quando giunge al limite della scienza comune. Si tratta di Friedrich Theodor Vischer, il quale sapeva qualcosa di quel che l’uomo può sperimentare quando si avvicina ai concetti di materia, atomi, leggi naturali, forza e così via.

 

Ciò che intendo non consiste in un atto simile al rimuginare, ma piuttosto nel chiederci entro l’interiorità dell’anima nostra che cosa ci ha condotto a questi concetti - di modo che noi tentiamo di vivere “meditativamente” con essi.

 

Cosa significa questo, in realtà? Significa far sorgere in sé la disciplina interiore che sa volgere lo sguardo, così come altrimenti si fa per gli oggetti esteriori, verso ciò che si trova nell’anima quando si giunge ad un tale concetto limite - potrei nominarvene molti altri rispetto a quelli che ho appena citato.

 

Quando poi, astraendo da ogni altra esperienza, si cerca di concentrare rigorosamente su tali concetti l’intera gamma delle forze animiche, si fa una scoperta tutta interiore.

 

E questa intima scoperta ha qualcosa di sconvolgente. Essa ci mostra, infatti, che a partire da un certo punto della vita - della vita interiore - i nostri concetti diventano qualcosa che cresce di forza propria nella nostra anima, qualcosa che, a seguito di un siffatto lavoro meditativo interiore, si comporta diversamente rispetto a come si presenta se lo prendiamo solo come risultato dell’osservazione esteriore.

 

Come nel bambino in crescita osserviamo il differenziarsi di certi organi, apparsi dapprima più indifferenziati, come vediamo in lui crescere gli organi, così nel dedicarci meditativamente ai risultati dell’esperienza scientifica sentiamo che ha luogo una sorta di CRESCITA INTERIORE DELL’ANIMA.

 

Allora arriva la cosa sconvolgente, il dirsi: non è tramite la speculazione, tramite la filosofia speculativa che si procede oltre in quel che viene chiamato il “confine della conoscenza della natura”, bensì attraverso l’esperienza diretta - attraverso il TRASFORMARE QUELLO CHE SI È ACQUISITO CON IL PENSARE NELL’ESPERIENZA INTERIORE DI UNA VISIONE DIRETTA.

 

Questa, cari ascoltatori, è la prima parte di quel che si compie. Occorre comprendere come il metodo cambi completamente e, dal punto di vista del comune metodo scientifico - che anch’io sono in grado, più di chiunque altro, di confermare in tutta oggettività - subentri qualcosa del tutto nuovo: COME IL SEMPLICE PENSARE TRAPASSI NEL COGLIERE L’ESPERIENZA INTERIORE VERA E PROPRIA.

 

Allora, proprio da un’esperienza coerente, paziente, tenace in questa direzione, arriva quello che infine si può solo definire l’ESPERIENZA DI UNA REALTÀ SPIRITUALE.

 

Dal punto di vista della scienza dello spirito orientata antroposoficamente non si può parlare in altro modo dell’esperienza del mondo spirituale. Questa esperienza del mondo spirituale non è infatti qualcosa di innato nell’uomo. È qualcosa che deve, invece, essere da lui conquistato.

 

Se si giunge fino ad un certo grado di questa esperienza, si nota che questo pensare - che noi normalmente esercitiamo, che di solito usiamo come strumento per la comprensione del mondo esterno - che questo pensare sta in una relazione diversa con tutta la nostra natura fisica rispetto a quanto in realtà si è costretti a supporre muovendo dallasemplice conoscenza naturale.

 

Dalla semplice conoscenza naturale si osserva come anche le condizioni dell’anima cambino insieme alle modificazioni e trasformazioni corporee, a seconda dell’età giovanile, dell’età senile e così via. Con il pensiero scientifico naturale si può proseguire in termini fisiologici. Si può mostrare come effettivamente nel sistema nervoso, nel cervello, vi sia un’espressione della struttura, della configurazione del nostro pensare. E se si prosegue coerentemente da quella parte, si può allora dire: “Sì, quel che è ‘pensare’, quel che è vita in pensieri procede da qualcosa che oggi ovviamente si potrebbe constatare in maniera al massimo ipotetica”.

 

Colui che si è inoltrato nell’esperienza interiore fino a ciò che io ho caratterizzato come sperimentabile, parla in modo diverso. Costui dice: Se ad esempio si cammina su un selciato morbido, o se una vettura viaggia su un selciato morbido, vi rimane la traccia di impronte o di solchi.

 

Ora, sarebbe chiaramente sbagliato se, solo per il fatto di non sapere come stanno le cose, ci si formasse la teoria che dovrebbe essere stato un essere extraterreno a formare le impronte o i solchi - oppure se si costruisse l’ipotesi che sotto la superficie terrestre vi siano forze operanti in modo da aver causato queste impronte o questi solchi.

 

Questo è quanto si dice - e affermo espressamente: con una certa dose di ragione - muovendo dalla semplice osservazione scientifico-naturale: “In fin dei conti è la forma fisiologica del cervello che si esprime nella funzione del pensare, nella vita del pensare”.

 

Colui che ha sperimentato quel che ho caratterizzato non parla così! Costui dice: “Quanto poco queste impronte e solchi sono stati aperti dall’interno da parte di forze insite nella Terra, bensì qualcosa vi ha viaggiato o vi è camminato sopra, così il cervello fisico è stato plasmato nei suoi solchi DA UN PENSARE CHE È INDIPENDENTE DALLA CORPOREITÀ”. E ciò che in un certo modo modifica questi solchi anche dopo che con la nascita siamo entrati nell’esistenza fisica, è la stessa realtà che, discendendo da mondi spirituali, compie fin dall’inizio il lavoro di formarli.

 

In questo modo si giunge dunque a dire che l’animico è l’elemento assolutamente attivo, è ciò che forma già in partenza il corporeo.

 

So, carissimi ascoltatori, che ovviamente si possono rivolgere centinaia di obiezioni a quanto sto dicendo, se si muove da un punto di vista puramente intellettualistico-teorico. Ma la scienza dello spirito deve proprio richiamare ALL’ESPERIENZA, deve sottolineare il fatto che prima di tale esperienza si crede a ragione

che dal cervello fisico sorga come una funzione la vita del pensiero - mentre, se si sperimenta personalmente questa vita di pensiero, si sa quanto essa sia in sé attiva, come essa sia in se stessa sostanziale e dinamica, e come costituisca il vero elemento attivo di fronte a quello passivo della fisicità.

 

Così, quello che in un certo senso si presenta come un primo risultato è qualcosa che non si acquisisce attraverso una prosecuzione lineare del comune metodo scientifico, ma solo attraverso una metamorfosi, una TRASFORMAZIONE DELCOMUNE METODO SCIENTIFICO IN UN METODO CHE PUÒ SOLO ESSERE SPERIMENTATO INTERIORMENTE- che non consiste in uno speculare, bensì in un’esperienza interiore. Questo è un aspetto.

 

L’altro aspetto di questa esperienza interiore si riferisce maggiormente all’interiore SVILUPPO DELLA VOLONTÀ umana.

 

Osservando la nostra vita noi possiamo guardare alle trasformazioni che vi abbiamo attraversato. Ripensiamo a quale fosse la nostra costituzione interiore-animica o quella esteriore-corporea uno, cinque, dieci anni fa. E diciamo a noi stessi: “Siamo passati attraverso cambiamenti e trasformazioni”. Questi cambiamenti, queste trasformazioni che noi compiamo, come li compiamo?

 

In un certo modo noi ci abbandoniamo passivamente al mondo esterno. Dobbiamo davvero dire: “Sinceramente, quanto siamo attivi in quel che siamo diventati innanzitutto per mezzo del mondo esterno? Il mondo esterno, con l’ereditarietà, l’educazione e così via, ci plasma, e quello che così ci plasma continua ad agire. In linea di massima noi siamo passivi”.

 

Se però ciò viene trasformato in attività, se da lì si forma quel che si potrebbe chiamare nel vero senso della parola “autodisciplina della volontà”, nel modo che tra breve descriverò, allora, sulla via della ricerca spirituale, il secondo elemento si aggiunge a quello che abbiamo caratterizzato come primo.

 

Se infatti si riesce - e lo si può ottenere solo con l’esercizio metodico nel senso descritto in “L’iniziazione. Come si acquisisce la conoscenza dei mondi superiori”?e in altri libri -, se, con esercizio metodico, si arriva a dirsi: “Voglio per una volta prefiggermi io stesso di conseguire una piccola parte di quello che deve sorgere in me. Voglio lavorare su me stesso per far sì che questo o quello diventi una mia caratteristica”.

 

E se riesco veramente, magari solo dopo anni, a produrre in me una tale qualità attivando energicamente la volontà, se divento liberamente quello che altrimenti lascio fare passivamente alla vita, se, potendomi esprimere un po’ paradossalmente, “prendo in mano” io stesso la mia volontà e il mio sviluppo - per certi aspetti ciò non è ovviamente possibile - si aggiunge il fatto che quel che altrimenti è solo memoria, quel che è solo RICORDO, si unisce con una vera e propria realtà.

 

Si abbraccia per così dire con lo sguardo la propria vita come qualcosa a cui si guarda in una sequenza, per poi giungere a conoscere la volontà nella sua vera essenza.

 

Mentre si conosce il pensare come qualcosa che quanto più si entra nel vivente, tanto più si stacca dal corporeo, si giunge a conoscere il volere come qualcosa che afferra sempre più il corporeo, che sempre più ci compenetra, ci permea fisicamente.

 

Di modo che la morte, in ultima analisi, altro non è che una lotta della volontà con le funzioni corporee, così che queste raggiungono il loro limite, quando prima o poi attraversiamo la morte. E la volontà, che non può più lavorare nel nostro corpo, così da identificarsi completamente con esso, si libera - e l’elemento dell’anima entra ora effettivamente in un mondo reale, spirituale, quando noi con la morte ce ne andiamo.

 

Così, mio stimato pubblico, la scienza dello spirito qui intesa non segue a mo’ di speculazione quello che comunemente viene chiamato l’idea di “immortalità”. Questa scienza dello spirito rompe completamente con la modalità secondo la quale il mondo di solito si avvicina a tale idea.

 

In realtà la scienza dello spirito, quale prosecuzione della ricerca scientifico-naturale giunge, disciplinando il pensare ed il volere, a cogliere nella sua realtà concreta quel che portiamo in noi, il pensare e il volere, in modo da afferrarlo anche quando questo elemento animico, che vive nel pensare e nel volere, vive senza corpo, in una forma non più accessibile ai sensi.

 

Certo, miei cari ascoltatori, è così: di questi tempi, quel che vi ho qui esposto in modo estremamente breve è visto in ampie cerchie come qualcosa di fantastico, di stravagante. Né ci si potrebbe attendere altro!

 

Tutto quanto fa il suo primo ingresso nel mondo e sembra contraddire quel che c’è già, all’inizio viene considerato qualcosa di fantastico e di stravagante.

 

Ma io non credo che sarà per sempre così, che non si riconoscerà che quanto qui descritto come il METODO DELLA SCIENZA DELLO SPIRITO - almeno in due dei suoi elementi caratteristici - sia solo un proseguimento, ma un proseguimento pieno di vita, del punto cui giungono le scienze naturali, ma con il quale esse raggiungono anche un determinato limite.

 

Ora, miei stimati presenti, quando oggi si parla di SPIRITO in termini generali, la cosa viene ancora tollerata. Non lo era ancora nell’ultimo terzo del XIX secolo, quando, in modo alquanto materialistico, partendo dai risultati delle scienze naturali si era formata una concezione che in verità voleva solo trarre le conseguenze ultime del pensiero scientifico-naturale stesso. Oggi invece è di nuovo concesso parlare dello spirito, almeno in modo astratto. Ma si viene aspramente biasimati quando si parla DELLO SPIRITO NEL MODO IN CUI IOL’HO FATTO OR ORA.Poiché ciò ha una certa conseguenza.

 

Se si è conseguito quanto nel mio libro “Enigmi dell’anima”ho chiamato “la coscienza chiaroveggente”, se si è conseguito quel che procede da un pensare ed un volere disciplinati nel modo descritto, allora effettivamente, proprio come tramite i propri occhi ed orecchi si sa di essere in un mondo di colori e di suoni, COSÌ TRAMITE QUESTA COSCIENZA CHIAROVEGGENTE SI SA DI TROVARSI ENTRO UN MONDO SPIRITUALE.

 

In un certo senso, ciò che circonda l’uomo si riempie di spirito: come a colui che è nato cieco e viene operato, e a partire da un certo momento della sua vita vede i colori, quel mondo dei colori si dischiude, ed il mondo che prima lo circondava si riempie di qualcosa di nuovo, così accade quando subentra questa coscienza veggente: il mondo che finora si era abituati a guardare come mondo dei sensi e della razionalità combinatoria si riempie di spiritualità. E

LO SPIRITO DIVIENE QUALCOSA DI CONCRETO.

 

Lo spirito diventa qualcosa di osservabile anche nella sua configurazione concreta. Non si parla più di spirito in generale. Quando qualcuno parla di spirito in generale, è come un uomo che cammini sopra un prato dove vi siano fiori, e se gli si chiede che fiore sia questo o quello, egli risponde semplicemente: “Queste sono tutte piante, piante e piante.” Così oggi si concede all’uomo di dire: “Dietro il mondo sensibile vi è un mondo spirituale.”

 

Ma proprio perché il mondo spirituale intorno a noi è come il mondo dei colori o dei suoni, questa scienza dello spirito non può fermarsi qui, deve INDAGARE NEL CONCRETO I FATTI SPIRITUALI - poiché il mondo spirituale ci attornia come il mondo dei colori e dei suoni, come si indaga nel concreto il mondo dei colori e dei suoni con i sensi e con la ragione combinatoria.

 

Si acquisisce prima di tutto un modo ben preciso di porsi di fronte al mondo. Anche quando si è nati ciechi e si acquista la vista, si acquisisce all’improvviso un’altra relazione con il mondo: ci si deve dapprima orientare, non si sa nulla della prospettiva spaziale, occorre cominciare a farne conoscenza.

 

Altrettanto è necessario anche acquisire una determinata relazione con il mondo, un atteggiamento nei confronti del mondo, QUANDO SI PASSA ALLA COSCIENZA CHIAROVEGGENTE. Allora certe cose ci appaiono in modo singolare. Per questa ragione il ricercatore dello spirito continua ad essere frainteso dai contemporanei.

 

Vedete, il ricercatore dello spirito non dice mai che quanto è acquisito dal metodo delle rigorose scienze naturali - compreso ciò che discende come conseguenza dai risultati delle rigorose scienze naturali - sia stato perseguito con qualche metodo inesatto, illogico o cose simili. Ma, a partire dalla sua osservazione spirituale, egli è indotto ad AGGIUNGERE a ciò qualcosa che, tuttavia, non viene semplicemente assommato, ma che sotto molti aspetti modifica completamente i risultati delle scienze naturali.

 

Prendete, ad esempio, la GEOLOGIA. Preferisco citare un esempio: è meglio parlare di questioni concrete anziché rimanere nella genericità.

 

Conosco bene questo metodo ed ho potuto io stesso seguirlo: se, a partire da ciò che oggi avviene attorno a noi nelle formazioni rocciose, nei depositi fluviali ed idrici, e così via, si analizza la sovrapposizione degli strati geologici e si fanno dei calcoli - sebbene non si tratti mai di calcoli reali, ma solo di approssimazioni -, se si calcola a quando risalga l’azione di queste cose e da quanto tempo esistano, si giunge alle cifre che conoscete tramite le quali, ad esempio, si segue lo sviluppo terrestre fino a quell’inizio in cui, secondo l’ipotesi, la Terra si formò da una qualche “nebbia primordiale”, e cose simili. Voi tutti ne siete a conoscenza, non è necessario che mi dilunghi.

 

Ma lo scienziato spirituale - per il semplice fatto che fa l’esperienza che vi ho descritto, nonostante la mia descrizione sia stata solo un accenno, al fine di stimolare e non di convincere -, il ricercatore dello spirito deve dire a se stesso: voglio supporre che qualcuno esamini i cambiamenti, ad esempio, di un organismo umano, i cambiamenti del cuore nel corso di cinque anni. Osservo come cambia il cuore umano, o un altro organo, nel corso di cinque o di

dieci anni - e vedo che cosa accade.

 

Ed ora calcolo com’era trecento anni fa ciò che mi si è presentato ora, semplicemente traendo conclusioni logiche dal mio conteggio. Certo, tramite il calcolo ottengo un determinato risultato relativamente a come era questo cuore trecento anni fa. Ma qui bisogna proprio obiettare che questo cuore, a quel tempo, non c’era ancora! Dunque anche questo metodo di indagine è “esatto” quanto il normale metodo di osservazione geologico: il dedurre dalle piccole modificazioni del cuore umano com’era questo cuore trecento anni fa. Solo che allora non esisteva!

 

Altrettanto esatto - poiché sono del parere che quanto la geologia rivela abbia almeno una certa correttezza di calcolo speculativo -, altrettanto esatto è ciò che viene calcolato a partire dai fatti geologici riguardo allo sviluppo della Terra. Trasferiamo quello che risulta logicamente dal nostro calcolo in tempi nei quali la Terra non esisteva ancora.

 

Così è anche, miei cari ascoltatori, quando calcoliamo uno stato finale, parlando di una “entropia” o di qualcosa di simile, e trasferiamo ciò che si delinea dalle nostre osservazioni, relative ad un certo tempo limitato, in un’epoca che si trova milioni di anni dopo di noi. Ma per lo scienziato spirituale questo è lo stesso che dover calcolare in quale condizione può trovarsi il cuore umano dopo trecento anni!

 

A questo si giunge quando si trasforma il comune metodo scientifico in qualcosa che può essere sperimentato. Poiché, vedete, l’uomo è effettivamente come un estratto dell’intero universo. Nell’uomo si ritrova, in certo qual modo modificato, “estratto”, “concentrato” o come si voglia dire, quello che nel cosmo è presente come legge.

 

Ora voi mi chiederete: “Già, come puoi tu, acchiappanuvole, affermare una cosa simile - cioé che la Terra allora non esi­steva ancora? Ci devi pur mostrare la via per giungere a dire qualcos’altro di quello stato terrestre di cui tu affermi che a quel tempo non esisteva ancora nella sua forma attuale”.

 

Voglio ora caratterizzare a grandi linee come si giunge alle affermazioni che ho fatto.

 

Sperimentando il volere ed il pensare nel modo che ho tratteggiato, si scopre che l’uomo è davvero una sorta di “mi­crocosmo”. Non lo dico così per dire, come fanno i mistici nebulosi, ma nella consapevolezza che ciò mi si è presentato come la soluzione di una qualsiasi equazione differenziale: da una piena chiarezza logica. Si scopre che l’uomo interior­mente è un compendio, una sintesi del mondo intero.

 

E così come, nella nostra vita ordinaria, noi non sappia­mo soltanto ciò che ci circonda sensibilniente in questo mo­mento; come, distraendoci da quanto in questo momento ci attornia, consideriamo il quadro di qualcosa che abbia­mo vissuto dieci, quindici anni fa, e ciò emerge innanzi a noi come qualcosa che non è più presente - ma di cui una traccia è ancora in noi, che ci permette di ricostruire ciò che era una volta, come per mezzo di quanto avviene in noi in questo momento, e che in questo istante è un “relativo funzionale” della nostra realtà animico-corporea, possiamo porre innanzi a noi come immagine qualcosa che abbiamo vissuto dieci anni fa, che è dunque trascorso -, così accade con la COSCIENZA AMPLIATA, la quale si forma a partire dalla trasformazione del pensare e del volere ordinari.

 

Come l’uomo è realmente unito in un senso più tota­le, completamente diverso, più spirituale, alle esperienze di dieci, quindici anni fa, esperienze che può nuovamente far emergere dalla sua interiorità, così gli è possibile, quando la coscienza si amplia, far affiorare, come da una “memoria cosmica”, ciò che lui ha vissuto in prima persona in quan­to era presente, ciò che continua a vivere in lui non per la coscienza ordinaria, ma per quella coscienza che si forma con la trasformazione interiore che ho descritto.

 

Non si tratta di altro che di una estensione, di un’ele­vazione di quella forza che normalmente è la nostra forza mnemonìca, tramite la quale - semplicemente per propria natura, che è una sintesi del “macrocosmo” - l’uomo fa sorgere interiormente con metodo per così dire “costrut­tivo” quel che è avvenuto effettivamente in un determinato periodo della nostra Terra.

 

L’uomo volge allora lo sguardo ad UNA CONDIZIONE DELLA TERRA IN CUI ESSA NON ERA ANCORA MATERIALE. E mentre con gli attuali risultati della geologia dovrebbe costruirsi qualcosa che è presumibilmente collocato nel tempo, egli giunge a vedere un tempo in cui la Terra non esisteva ancora, nel quale essa esisteva in una forma molto più spirituale. Ricostruendo in modo “costruttivo” quanto vive in lui, l’uomo vede ciò che veramente sta alla base della formazione della nostra Terra. E lo stesso accade con quanto, in un certo modo, può sor­gere in noi come qualcosa di “costruttivo” circa uno stato futuro della Terra.

 

Mi rendo conto di come debba essere insoddisfacente una siffatta descrizione sommaria, ma da quel che ho detto ve­dete che quanto caratterizzo come scienza dello spirito non nasce da qualche abbaglio o dalla fantasia.

 

Si tratta, certo, di qualcosa di insolito. Ma una volta compiuta la citata METAMORFOSI DELLA COSCIENZA, quello che ci si rappresenta interiormente in modo “costruttivo” appare interiormente altrettanto chiaro alla coscienza quanto ciò che le appare nella matematica o nella geometria, che pro­vengono non meno dall’interiorità dell’uomo.

 

Se poi qualcuno viene a dire: “Sì, ma tu devi afferma­re qualcosa che tutti gli uomini possano riconoscere”, io rispondo: “Ed è così!”. Ma il punto è che da un lato chi vuole sincerarsi di queste cose deve compiere tutti i pas­saggi necessari a tale scopo, similmente a chi per risolvere un’equazione differenziale deve prima fare tutti i passi che lo conducono a poterlo fare.

 

È se, d’altro canto, si obietta: “Sì, ma ciò che è matemati­co-geometrico pone costruttivamente davanti alla coscienza solo ciò che non è reale, ciò che applichiamo quando os­serviamo la realtà che è quella del mondo esteriore”, allora io replico: “Certo, è così. Ma sappiamo ben convincerci, quando lo poniamo davanti a noi in modo costruttivo, che è qualcosa di puramente formale.”

 

Quando invece si ha nella coscienza quanto ho delinea­to, si è altrettanto convinti che sia una realtà. Qualcuno può allora dire: “Forse e un autosuggestione.” Al che io dico: “TUTTO QUANTO CI DA’ LA POSSIBILITÀ DI AFFERMARE CHE QUALCOSA È REALE, È SEMPRE SOLO UN RISULTATO DELL’ESPE­RIENZA VISSUTA”.

 

È se qualcuno obietta: “Ci si può però ingannare, si può, ad esempio, concepire il vivo pensiero di un succo di limone che si beve, e se si è “ipersensibili” si può addirittura gusta­re il sapore del limone”, io dico: “Questo è possibile. Ma come nella vita normale si può distinguere il caldo sempli­cemente pensato da quello che agisce su una persona quan­do tocca veramente un ferro rovente, altrettanto, tramite l’esperienza interiore - poiché solo con essa si coglie tutto ciò che è reale - se si possiede la ‘coscienza veggente’, si può distinguere tra ciò che è solo fantasia, solo suggestio­ne, e ciò che è realtà”.

 

E vorrei aggiungere: È necessario che si osservino le cose fino in fondo, e che non ci si fermi in un punto qual­siasi. (Chi si ferma là, dove la via dovrebbe proseguire, forse soggiace alla suggestione. Perciò dico: Certo, se si è “iper­sensibili”, è possibile abbandonarsi all’autosuggestione:

 

“Ho l’idea della limonata, ne sento il sapore”. Ma la limo­nata che immagino non mi placherà mai la sete!

 

Si tratta di passare dalla sensazione gustativa al togliersi la sete, e quindi di proseguire con coerenza il percorso. Si deve solo proseguire fedelmente l’esperienza, e allora anche il fatto che qualcosa inteso spiritualmente venga indicato come realtà diviene assolutamente un risultato dell’espetien­za. Così come, in fondo, anche l’attribuire realtà a qualcosa dì materialmente visibile non può avvenire in base a una teoria, ma è un risultato dell’esperienza.

 

Gentili ascoltatoti! Vi ho delineato quella scienza dello spi­rito a cui si giunge qualora come uomini pienamente mo­derni si passi attraverso ciò che la vita offre oggi.

 

Negli ultimi trenta, cinquant’anni, questa vita si è davvero straordinariamente modificata, particolarmente tramite i rivolgimenti della tecnica. Se io stesso torno a pensare agli anni in cui fu avviata la prima cattedra di tecnica, all’inizio degli anni ottanta [1871 - ndc], e a tutto ciò che da allora è avvenuto, ho un’idea approssimativa di quanto questo UOMO MODERNO si sia modificato per mezzo di tutto quanto è entrato nel­la nostra vita conoscitiva, morale, e particolarmente nella nostra vita sociale.

 

Colui che vi ha partecipato seriamente, che non dice pregiudizialmente: “Macché, tutta questa scienza non può darci proprio nulla!”, bensì si pone proprio nella prospet­tiva che dice: “Le scienze naturali ci possono dare molto!”, che con tutta l’anima fa suoi i trionfi della scienza moderna, costui può arrivare a capire che quanto di spirituale è alla base del mondo deve essere colto nel modo che ho cerca­to di illustrarvi oggi.

 

Allora si guarda indietro a tempi antichi dello sviluppo dell’umanità e ci si dice: in questi tempi antichi dell’evolu­ztone dell’umanità gli uomini hanno ben parlato dello spi­nto. Ed il modo in cui essi hanno parlato dello spirito si è conservato tradizionalmente in diverse confessioni reli­giose, le quali, a voler essere onesti e senza ambiguità, oggi non si possono davvero conciliare con i noti risultati delle scienze naturali.

 

Questi risultati spirituali, vien fatto di dirsi, sono sgorgati da una costituzione della coscienza umana completamen­te diversa. Quello che abbiamo imparato nei tre o quattro secoli nei quali si sono formati i metodi delle scienze natu­rali, ciò che è divenuto in noi costituzione animica tramite il pensiero copernicano, galileiano, tramite Keplero, essen­do noi nei tempi recenti passati attraverso tutto quanto ha derivato le LEGGI TECNICHE dalle leggi delle scienze naturali - tutto questo non ci ha dato solo dei risultati esteriori, ma ha anche in certa misura EDUCATO tutta l’umanità civilizzata [ad eccezione ovviamente dei sedicenti antroposofi che rifiutano pigramente le LEGGI TECNICHE - ndc].

 

L’intera configurazione animica è cambiata [idem - ndc] - non per­ché siamo divenuti più teorici, ma perché ORA SIAMO DIVENUTI PIÙ COSCIENTI avendo dovuto abbandonare, in base all’evolu­zione dell’umanità, certe condizioni che, in epoche prece­denti, erano istintive [idem - ndc].

 

Guardiamo indietro a ciò che le epoche precedenti han­no sentito come spiritualità, conservata poi nelle tradizioni religiose, e diciamo a noi stessi: ciò che a quel tempo esiste­va come spiritualità veniva colto dall’uomo istintivamente. Non si poteva dire che per coglierlo fosse necessario solle­vare la coscienza coi metodi delle scienze naturali, coi me­todi dell’esperienza sociale dei tempi moderni.

 

Allora gli uomini si esprimevano in modo che, nel ve­dere i fenomeni naturali, questi ultimi quasi portavano loro in dono lo spirito del quale parlavano. Come si poneva, ad esempio, un egiziano colto nei confronti del mondo? Egli guardava verso l’alto, seguiva il corso delle stelle, la confi­gurazione del cielo stellato. In quel cielo stellato non vedeva solamente ciò che vi hanno visto Copernico, Galileo, Ke­plero, ma vi vedeva qualcosa che per lui manifestava contemporaneamente una realtà spirituale. Così come, quando muovo il mio braccio, qualcosa di animicamente attivo è alla base del movimento della mano, allo stesso modo l’uomo di epoche antiche sentiva, in quello che accadeva esterior­mente, ciò che di spirituale sta alla base di questi avveni­menti esteriori - ma lo percepiva istintivamente.

 

Poi venne l’epoca moderna, l’epoca delle scienze natu­rali. Un lungo periodo si concluse solo verso la metà del XV secolo, un lungo periodo dell’evoluzione umana nel quale gli uomini non potevano fare altro che vedere con­temporaneamente come realtà spirituale quel che di sensi­bile li circondava.

 

Quando oggi parliamo di stati di aggregazione - del so­lido, del liquido, dell’aeriforme -, parliamo in modo da FIS­SARE LO SGUARDO SULLA MATERIALITÀ. Quando l’uomo antico parla­va di quelli che sono oggi per noi gli stati di aggregazione, per lui essi erano, sì, gli elementi, ma non si trattava solo di materialità. Gli si manifestava in essi lo spirituale. Quello che circondava l’uomo come mondo materiale era per lui, allo stesso tempo, l’espressione esteriore “fisico-spirituale” dello spirituale-animico, come per noi l’organismo fisico è un’espressione dello spirituale-animico - ma tutto veniva vissuto istintivamente.

 

Questa via si è dovuta abbandonare negli ultimi tre o quat­tro secoli, quando l’umanità è passata a qualcosa di com­pletamente diverso, che poi è diventato determinante nella cultura - quando l’umanità è passata a quello che ha liberato la visione della natura dal semplice osservare, che è sempre alquanto legato al guardare istintivamente, spiritualmente alla “natura”, qualcosa che si nasconde perché si è conser­vato solo nel nome.

 

Dalla semplice osservazione della natura l’uomo è pas­sato a quello che si potrebbe chiamare “afferrare sperimen­talmente la natura”.

 

IN SEGUITO ALL’OPERA DI BACONE E DI ALTRI, ALLA SEMPLI­CE OSSERVAZIONE DELLA NATURA È SUBENTRATA L’INDAGINE SPERIMENTALE DELLA NATURA.

 

In laboratorio, nella stanza di fisica, noi eseguiamo L’ESPERIMENTO invece di guardare al lavoro tecnico [in questo punto del testo dell’editore Archiati compare, fra parentesi rotonde, un punto interrogativo, che dimostra presumibilmente una mancata comprensione del contenuto del testo; io preferisco scrivere due punti, e la cosa è subito comprensibile]: vediamo nel loro insieme le condizioni che noi stessi creiamo come con­dizioni per un qualche evento naturale. Di fronte all’esperi­mento noi ci troviamo in una condizione diversa rispetto a quello che osserviamo semplicemente nella natura [NB: infatti Steiner diceva già nel 1920 ciò che Popper avrebbe balbettato circa mezzo secolo più tardi - ndc].

 

Nella natura io non posso sapere se ciò che si svela al mio intelletto o alla mia fantasia sia una qualche totalità, o se invece devo andare più a fondo - molto, molto più a fondo di quanto a tutta prima la cosa mi presenti. Insomma, nonostante l’osservazione precisa, ciò che os­servo nella natura rimane ai miei occhi come qualcosa di sconosciuto.

 

Quando ho davanti a me l’esperimento, sono io stesso a crearne le condizioni. Osservo come una cosa si produce dall’altra, e quello che è ancora sconosciuto, è in fondo ciò che veramente interessa. Chi predispone un esperimento ed infine osserva quel che si rende osservabile, in realtà ha già in mente il risultato di quanto consegue dalle condizio­ni che lui stesso osserva nel loro insieme [idem come sopra - ndc].

 

LA TRASPARENZA DELLE COSE IN UN ESPERIMENTO È COMPLETAMENTE DIVERSA RISPETTO ALLA TRASPARENZA DI QUEL CHE OSSERVO NELLA NATURA. Per cui nell’esperimento cosiffatto gli uomini si sono pro­gressivamente abituati a vedere un interprete della natura, diciamo a seguire la legge naturale là, dove si possono individuare le condizioni stesse della sua manifestazione.

 

Questo METODO SPERIMENTALErimane sempre collegato ad un certo anelito interiore, che un tempo era il movente di ogni conoscenza. In quei tempi antichi, quando non esiste­va ancora nessuna tecnica, nessuna scienza nel senso che noi vi attribuiamo, quello che si considerava scienza derivava principalmente dall’ANELITO DI CONOSCENZA- dal desiderio, se mi posso così esprimere, di conoscere, di indagare “il nodo universale che intimamente tiene unito il mondo”.

 

Ora, con la comparsa del metodo sperimentale non si tratta solo dell’anelito alla conoscenza, ma anche del DESIDERIO DI IMITARE ciò che la natura forma. Ma l’antico anelito di cono­scenza continua a vivere. Si imita quello che si vuol osserva­re nell’esperimento, con l’intento di decifrare la natura stessa tramite ciò che il nostro sguardo coglie nel suo insieme.

 

Ma e naturale che, nella storia moderna, proprio da questo metodo sperimentale si sia sviluppata LA TECNICA. È nella tec­nica abbiamo una fase del tutto nuova.

 

Possiamo quasi dire: nella storia evolutiva dell’umanità ab­biamo dapprima l’indagine che mira alla pura conoscenza, poi il metodo sperimentale, che nel riprodurre la natura contiene ancora l’anelito dell’antico desiderio di conoscenza.

 

Ma una volta che si è passati - e basta solo osservare quel che è realmente accaduto - da tutto ciò che si può vi­vere nell’esperimento a ciò che, muovendo da esso, viene creato nelle COSTRUZIONI TECNICHEin base alle leggi naturali - for­me tecniche che tanto profondamente incidono sulla vita umana, sulla vita sociale - allora ci si può dire: abbiamo tre cose, tre grandi passi che vanno: 1) DALLA NATURA (OSSERVAZIONE) A 2) QUELLO CHE CONTIENE ANCORA IN SÉ UN’IMITAZIONE DELLA NATURA (ESPERIMENTO), A 3) QUELLO CHE È UN ELEMENTO CREATORE NELL’UOMO STESSO (TECNICA).

 

Non credo di parlare ad animi completamente insensibili se di questo elemento creatore dico quanto segue: colui che con quel particolare modo d’essere, con quella particolare costituzione animica riceve proprio una FORMAZIONE TECNICA, costui vive in essa diversamente da chi, ad esempio, com­pie una FORMAZIONE TEOLOGICA - che è una copia dei più antichi metodi di conoscenza - o di chi ha una FORMAZIONE SCIENTIFICO-NATURALE sperimentale.

 

Chi compie quest’ultima, applica a quello che osser­va l’elemento matematico, geometrico, teorico-meccanico, cinematico e via dicendo. In un certo senso, egli misura e calcola ciò che è nella natura.

 

SORGE INVECE UN TIPO DI COSCIENZA COMPLETAMENTE DIVERSO QUANDO SI HA DAVANTI A SÉ CIÒ CHE È DEL TUTTO TRASPARENTE PER IL PENSIERO - L’ELEMENTO MATEMATICO, GEOMETRICO -, E NON LO SI APPLICA AL SOLO ESPERIMEN­TO, CHE È UN’IMITAZIONE DELLA NATURA, MA LO SI UTILIZZA IN UN CREARE PIENAMENTE LIBERO PER DARE FORMA ALLA MACCHINA.

 

Quando si vede che quel che si è vissuto come matema­tica, come meccanica teorica e chimica si volge a conge­gnare oggetti tecnici, allora il mondo viene sperimentato in modo completamente diverso da come lo può vivere il semplice scienziato naturalista o il tecnico teorico-spe­rimentale.

 

Qual è la vera differenza? C’è una cosa che spesso non viene considerata. Provate a pensare che nella banale vita co­mune noi chiamiamo “reale” qualsiasi cosa possibile - anche quello che, in senso più profondo, reale non è.

 

Di una rosa diciamo che è “reale”. Ma una rosa è davve­ro reale in un senso superiore? Se l’ho davanti a me, strap­pata dallo stelo, essa non può vivere. Può essere così com’è solo se cresce sul suo stelo, solo se fiorisce dalla sua radice. Recidendola, io ho in realtà davanti a me una “reale astra­zione” - una cosa che non può affatto sussistere stando a ciò che ho davanti a me.

 

Ma questo è quanto, in qualche modo, avviene per ogni FORMAZIONE NATURALE. Se osservo una forma naturale, sia pure lo stesso cristallo - per il quale la cosa vale di meno - non posso comprenderlo semplicemente guardandolo, poiché, in sostanza, esso può sussistere da solo altrettanto poco di quanto lo possa la rosa. Devo dirmi: questo cristallo è pos­sibile solo nel suo intero ambiente, essendosi forse origina­to nella cavità di una formazione montuosa.

 

SE invece HO DAVANTI A ME QUELLO CHE IO STESSO HO CREATO COME STRUTTURA TECNICA, vivo la cosa in tutt’altro modo. Sono convinto che lo si può capire fino in fondo, lo si può sentire addirittura come qualcosa di radicalmente significativo nell’espe­rienza dell’uomo moderno,il quale, [a partire - ndc] da una formazione tecnica guarda a ciò che la tecnica è diventata nella vita moderna.

 

Quando ho di fronte a me un congegno tecnico, co­struito a partire dalla matematica, dalla meccanica teorica, HO QUALCOSA DI CONCLUSO IN SÉ. Con esso ho di fronte QUALCOSA CHE È IN SÉ COMPLETO. E se vivo nella realtà comune a tutto il creare tecnico, allora non mi sta di fronte solo una riproduzione delle leggi naturali, ma, in quello che dalle leggi naturali si è trasformato nelle forme tecniche, ho QUALCOSA DI REALMENTE NUOVO davanti a me. LE LEGGI CHE STANNO ALLA BASE DELLE CREA­ZIONI TECNICHE SONO QUALCOSA DI DIVERSO DA QUELLO CHE STA ALLA BASE DELLA STESSA NATURA INORGANICA.

 

Non vengono semplicemente applicate le leggi della natu­ra inorganica, bensì È TUTTO IL SENSO DELL’OGGETTO CHE VIENE CREATO di fronte all’ordine cosmico NEL MOMENTO IN CUI IO, come uomo che liberamente crea, IMPRIMO AL CONGEGNO TECNICO QUELLO CHE IMPARO A PARTIRE DA ANALISI FISICHE O CHIMICHE.

 

E allora si può dire: poiché l’umanità moderna è giun­ta ad emancipare l’elemento tecnico dall’insieme della na­tura, poiché nei tempi moderni abbiamo dovuto imparare a vivere nell’ambito della tecnica in modo che il rapporto della coscienza umana con la tecnica sia di tutt’altra natu­ra che non quello con ciò che produce la natura, diciamo a noi stessi:

 

Per la prima volta CI TROVIAMO DI FRONTE AD UN MON­DO che è per così dire TRASPARENTE nel suo contenu­to animico.

 

Il mondo delle scienze naturali è, in un certo senso, animi­camente impenetrabile: non se ne vede il fondo. IL MONDO DELLA TECNICA invece È COME UN CRISTALLO TRASPARENTE - inteso naturalmente in senso psicologico. Così, proprio CON LA TECNICA MODERNA SI È EFFETTIVAMENTE RAGGIUNTO UN NUOVO GRADINO DELLO SVILUPPO SPIRITUALE DELL’UMANITÀ [come mai allora i sedicenti antroposofi delle scuole steineriane odierne (2012) rifiutano questo NUOVO GRADINO DELLO SVILUPPO SPIRITUALE DELL’UMANITÀ? La risposta è certamente questa: sono solamente sedicenti, cioè blaterano di antroposofia; hanno magari letto un libro o una conferenza di Steiner, e già si sentono maestri di scuola o amministratori della stessa; sono semplicemente degli affaristi che hanno fiutato l’affare; insomma delle due l’una: o sono dei business man oppure sono professionalmente degli ignoranti - ndc]. CON LA TECNICA È ENTRATO QUAL­COSA DI DIVERSO NELLA STORIA EVOLUTIVA DELL’UMANITÀ.

 

Per questo motivo anche i filosofi moderni si sono sentiti spiazzati di fronte a quel che è sorto nella coscienza mo­derna proprio tramite i trionfi della tecnica. Mi è forse con­cesso accennare a quanto poco il pensiero puramente filo­sofico, speculativo, sia stato in grado di affrontare ciò che da un certo momento ha afferrato la coscienza moderna dell’umanità proprio con la tecnica [lo stesso Emanuele Severino, bravo filosofo vivente, che tratta di questi problemi connessi alla tecnica, è difficilmente compreso oggi se non avversato, soprattutto da coloro che accettano dalla scienza solo il materialismo scientifico - ndc]. Oggi veniamo trasci­nati da quanto proviene dalle correnti autorevoli dell’evolu­zione umana molto più di quel che crediamo. Quando non esistevano ancora l’editoria, la stampa e i giornali - quan­do l’unica attività culturale era sentir parlare il parroco dal pulpito la domenica in chiesa - allora non esisteva ancora quello che oggi è opinione comune.

 

Quello che oggi è cultura comune fluisce, attraverso certi canali, dalle correnti-guida entro le vaste masse, senza che se ne sia consapevoli. È così, quello che è sopraggiunto per mezzo della COSCIENZA TECNICA è diventato, nel corso di brevissimo tempo, forma di pensiero delle vaste masse. Vive nelle vaste masse, senza che esse lo sappiano.

 

Così possiamo dire: è davvero subentrato qualcosa di nuovo. E là, dove una coscienza si è lasciata possedere in modo unilaterale - cosa che noi in Europa per fortuna non abbiamo ancora raggiunto! -, dove una coscienza nelle sue guide, nei suoi capi si è lasciata completamente possedere da questo elemento astratto, là è comparsa una singolare corrente filosofica, il cosiddetto “pragmatismo” di William James e via dicendo, che afferma: “Verità, idee che vogliono essere pura verità: è qualcosa di as­solutamente irreale. ‘Verità’ è solo ciò di cui vediamo che si può realizzare. In quanto uomini riformiamo certi obiettivi, su di essi formiamo la realtà. E quando diciamo a noi stessi: questo o quello è reale secondo una legge naturale, da ciò ci formiamo un corrispondente congegno. Se nella macchina, nel­la meccanica, possiamo realizzare quel che ci rappresentiamo, l’utilizzo nella vita ci dimostra che ciò è ‘verità’. Ma non vi è altra dimostratone della verità che l’applicazione nella vita. Perciò è vero solo quello che possiamo realizzare nella vita”.

 

Il cosiddetto pragmatismo, che nega ogni esistenza della verità nel mondo logico-interiore e che fa valere in fondo solo la dimostrazione della verità mediante ciò che si rea­lizza esteriormente, appare oggi in vaste cerchie di perso­ne come FILOSOFIA AMERICANA ed è ciò che già in Europa aveva conquistato da decenni alcune persone, anche prima del­la guerra.

 

TUTTI COLORO CHE SONO FILOSOFI E CHE VOGLIONO CONTINUARE A PENSARE NEL VECCHIO MODO, NON SANNO FAR ALTRO, CON QUEL­LA CHE È APPARSA COME TECNICA MODERNA, COME COSCIENZA DELLA TECNICA MODERNA, SE NON DESTITUIRE COMPLETAMENTE IL CON­CETTO DI VERITÀ. Avendo lasciato dietro di sé 1) la comprensione istintiva della natura; 2) l’imitazione sperimentale della natura per approdare al 3) libero armeggiare tecnico sulla natu­ra, NON È RIMASTO LORO ALTRO CHE QUESTO CREARE LIBERO ESTERIORE.

 

IN REALTÀ, COSÌ SI NEGA L’ESPERIENZA INTERIORE DELLA VERITÀ, il vivere coscientemente dentro se stessi ciò che è spiritua­le e che compenetra l’anima. E SI FA VALERE COME “VERITÀ” SOLO QUELLO CHE PUÒ VENIR REALIZZATO NEGLI APPARECCHI ESTER­NI FUNZIONALIZZATI, QUELLO CHE SI VEDE REALIZZATO LÀ FUORI. IL CHE SIGNIFICA: IL CONCETTO DI UNA VERITÀ, CHE SI AUTOSOSTIENE NELL’ANIMA UMANA, VIENE IN REALTÀ SPAZZATO VIA!

 

Ebbene, è possibile imboccare anche un’altra strada. È possibile QUELtipo di cammino per cui noi sentiamo come nella realtà dei meccanismi della tecnica qualcosa si stagli dalla natura, in cui non si cela più nulla di ciò che possiamo solo INTUIRE, ma in cui c’è solo ciò che possiamo CAPIRE FINO IN FONDO. Solo afferrandolo con assoluta chiarezza di pensiero lo possiamo creare.

 

Facendo questa esperienza, nel compenetrarci a fondo con quello che questa esperienza comporta per noi, deve tanto più destarsi in noi un certo bisogno.

 

Questo “nuovo mondo esterno” della tecnica ci si mo­stra senza la conferma interiore delle idee, ci si mostra sen­za l’esperienza interiore delle idee. Perciò QUESTA NUOVA ESPE­RIENZA CI PREPARA ALLA PURA ESPERIENZA DI QUELLO CHE È LO SPIRITUALE, di quello che l’uomo, indipendentemente da ogni osservare esteriore, deve sperimentare dentro di sé nel modo che ho cercato di descrivervi brevemente all’inizio delle mie odier­ne considerazioni.

 

E poiché, nell’evoluzione dell’umanità, siamo avanzati fino alla contemplazione di quella realtà che, pur essendoci esterna, noi possiamo capire fino in fondo, nella cui este­riorità non possiamo più vedere qualcosa di demoniaco, di spettrale; poiché siamo finalmente giunti a non dover più interpretare ciò che è esteriormente percepibile dicendo “Ci resta impenetrabile e possiamo credere che vi sia dietro qualcosa di spirituale” - così dobbiamo supporre di trovare in noi le forze che afferrano lo spirito, attraverso un’evolu­zione individuale dell’anima.

 

Sono sempre stato dell’idea che un’esperienza vera­mente genuina proprio di quel tipo di coscienza che ci viene dalla tecnica sia d’altro lato una sfida - poiché altrimenti ciò che è intimamente connesso con la no­stra natura umana dovrebbe andar perduto del tut­to - a sperimentare ora nell’interiorità la realtà dello spirito, per controbilanciare il polo della meccanica e della chimica, che sono “trasparenti”, con ciò che ora si può raggiungere con la visione spirituale, con ciò che ora si può presentare agli uomini in pura forma spirituale.

 

Mi pare che nel nostro tempo sia necessario che si presenti LA VISIONE SPIRITUALE PROPRIA DELLA SCIENZA DELLO SPIRITO, DELL’ANTROPOSOFIA; per il fatto che abbiamo raggiunto un preciso grado di sviluppo nella storia dell’umanità.

 

E a ciò si aggiunge un’altra cosa, miei cari ascoltatoti: con questa moderna tecnica è sorto contemporaneamente UN NUOVO TIPO DI VITA SOCIALE.

 

Non è necessario che io descriva come sia stata proprio la tecnica moderna a dar origine all’INDUSTRIALISMOmoderno, come questa tecnica abbia prodotto il PROLETARIATO MODERNO nella forma in cui esso è oggi, e via dicendo.

 

Ma mi pare che, SE SI VUOL RESTARE NELL’OTTICA DEL METO­DO SCIENTIFICO PRECEDENTE, CHE FA VALERE SOLO QUEL CHE DERI­VA DALL’OSSERVAZIONE, LE NOSTRE IDEE RESTINO INADEGUATE. NON ARRIVIAMO AD AFFERRARE CIÒ CHE REALMENTE SI MANIFESTA NELLA VITA SOCIALE.

 

Al fine di COMPRENDERE CIÒ CHE NELLA VITA SOCIALE PROCEDE DALL’UMANO -, a tal fine è necessario che noi giungiamo a verità che si manifestino anch’esse unicamente tramite la natura umana stessa.

 

Perciò penso che il marxismo - e pasticciate simili che oggi pongono l’uomo in tumulto - potranno venir supe­rati solo quando determinati metodi, visti come necessari a far da contrappeso alla tecnica, verranno applicati a quella che è la vita sociale degli uomini, solo quando si saprà portare lo SPIRITOnella vita esteriore, nelle vaste mas­se, avendo noi stessi trovato questa spiritualità per espe­rienza interiore.

 

Per questo non è un caso se dallo stesso terreno dal qua­le mi è risultata la scienza dello spirito orientata antropo­soficamente sia sorto anche, senza che io lo volessi espli­citamente, ciò che ho cercato di descrivere nel mio libro “I punti essenziali della questione sociale”. Ho semplicemente tentato di trarre le conseguenze per la vita sociale di quello che è la conoscenza scientifico-spirituale. E ciò che ho descritto in quel libro mi si è presentato come del tutto evidente. Non credo che senza una scienza dello spirituale si possano trovare i metodi per comprendere cos’è l’uomo per l’uomo nella vita sociale.

 

CREDO SIA PER IL FATTO CHE OGGI NON SIAMO ANCORA GIUNTI A CAPIRE LA VITA SOCIALE CHE NON RIUSCIAMO NEANCHE A GESTIRLA. NEL MOMENTO IN CUI, DOPO LA TERRIBILE CATASTROFE DELLA GUERRA, GLI UOMINI SONO STATI POSTI DI FRONTE ALLA NECESSI­TÀ DI AVVERARE UNA RICOSTRUZIONE, SONO PIOMBATI NEL CAOS, ESSENDO NECESSARIO REALIZZARE QUEL CHE VA REALIZZATO MUO­VENDO DA LEGGI SPIRITUALI NON DA QUELLA LEGGE CHE UNA MALIN­TESA CONOSCENZA CREDE DI DOVER FONDARE SU LEGGI NATURA­LI, COME AVVIENE NEL MARXISMO ED IN ALTRE FORME RADICALI DELLA SCIENZA SOCIALE.

 

Così, cari convenuti, mi è stato concesso di dar ragione di qualcosa che per me è anche profondamente persona­le. E posso dire: parlando a voi, in questo istante mi sen­to portato indietro nel tempo, negli anni ’80 del secolo scorso [1871-1880 - ndc], quando noi dell’Europa centrale credevamo di vi­vere un periodo sentito da tutti come un tempo di gran­di progressi.

 

Oggi le persone come me, che sono avanzate in età - oggi siamo arrivati ad un punto per cui quel che allora era af­fiorato come speranza di primavera sta ora davanti ai nostri occhi spirituali in una forma certamente molto tragica.

 

Coloro che guardano indietro di quarant’anni a ciò che allora sembrava un’ascesa inarrestabile, vedono oggi qual­cosa in cui molti riconoscono sotto svariati aspetti un er­rore.

 

Nel parlarvi, io parlo a “compagni di studi” che si tro­vano in ben altra condizione. Vi sono molti, tra voi, del­l’età in cui io vissi quella speranza primaverile, e che vivo­no ora qualcosa di molto dissimile dalle fantasie che a quel tempo si presentarono all’anima umana a partire da quelle speranze.

 

Ma chi che è intimamente convinto della possibili­tà e della necessità di un conoscere spirituale, come colui che vi parla, non può mal essere pessimista di fronte alla forza della natura umana. Può solo esse­re ottimista!

 

Perciò non appare affatto qualcosa di impossibile alla mia anima che, quando avrete raggiunto l’età che oggi ho io che vi parlo, voi avrete fatto il percorso inverso - quel percor­so inverso che ora, con la forza dell’anima umana, soprat­tutto CON LA FORZA DELLO SPIRITO INSITO NELL’ANIMA UMANA, conduce nuovamente verso l’alto.

 

E poiché io credo negli uomini proprio grazie alla co­noscenza spirituale, penso anche che non si possa parlare, come fa Spengler, del tramonto, della morte della civiltà occidentale. E confidando nella forza dell’anima che vive negli uomini, credo anche che possiamo nuovamente giun­gere ad una riascesa.

 

Questa ripresa non sarà opera di un vuoto fantasma, ma della VOLONTÀ UMANA.

 

Ed io credo tanto fortemente alla verità della scienza dello spirito che vi ho illustrato, da essere convinto che questa volontà possa condurre avanti l’uomo, possa operare una nuova risalita, possa far albeggia­re una nuova aurora.

 

Per questa ragione, gentili ascoltatori, vorrei concludere con le parole che risuonarono alle mie orecchie di giovane studente quando il rettore di meccanica moderna ed inge­gneria meccanica a Vienna pronunciò il suo discorso inau­gurale, a quel tempo per individui che a loro volta ci crede­vano - nonostante tutto ci credevano a ragione, anche se in seguito si realizzò una ripresa univoca, solo tecnica: non sociale, né politica.

 

Ora ci troviamo invece in un tempo nel quale, se non vogliamo disperare, possiamo, dobbiamo pensare ad una risalita. Perciò dico a voi, come allora quell’uomo disse a noi giovani: “Compagni studenti! Concludo dicendo che chi prova un sentimento sincero per l’evoluzione dell’umanità, di fronte a quanto deve sorgere dall’intera scienza, dall’in­tera tecnica può solo dire: sempre avanti!”.

 

[Ovviamente gli antroposofi attuali, anzi, i sedicenti antroposofi attuali dell’integralismo taleban-cretinista, cosa dicono? Dicono: sempre indietro! “Indietro tutta”, solo che non fanno ridere come Arbore… Fanno schifo! Sgrufolano nei porcili che fondano come scuole steineriane… Ciao bestie! - ndc].

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21 marzo 2012 3 21 /03 /marzo /2012 13:12

Purtroppo, mi è stata fatta la seguente domanda: secondo te, se R. Steiner fosse qui oggi, come vedrebbe la comunicazione via email? Da qualche parte ha scritto in merito al modo di comunicare? Ha in qualche modo privilegiato il faccia a faccia? Nella Scuola dove va mio figlio sembra che non ci sia altra possibilità e che scrivere email sia roba da posseduti. Naturalmente il faccia a faccia è il modo preferito dai maestri per mettere al muro i genitori dall'alto del loro ruolo di insegnanti. In realtà è anche ANALFABETISMO INFORMATICO, ma mi piacerebbe sapere se Steiner ha detto qualcosa in merito.

 

In questa domanda vi è la prova dell’esistenza di integralismo nelle scuole steineriane di oggi (2012!!!), quindi dell’imperialismo dell’imbecillità, che io chiamo da molto tempo ambito della DODI&C (Compagnia Dove Ogni Deficiente Impera)!

 

Non è la prima volta che sento imbecillità di questo tipo. Quando lavoravo alla scuola steineriana di Milano (anni ’80) come pianista ricordo che si diceva che la luce elettrica era “arimanica”!

  

Chi mi fa quella domanda parla, giustamente, di ANALFABETISMO INFORMATICO.

L’atteggiamento idiota di questo tipo di integralismo, secondo il quale per coerenza bisognerebbe allora vietarsi di accendere la luce ed usare ancora la lampada a petrolio, fa parte delle “dannate cose” che non fanno procedere di un passo, e per le quali l'evoluzione si riduce a masturbazione mentale passatista.

  

A causa di questa mancanza di vita del pensiero, ci stiamo quindi avviando verso una dittatura dell'imbecillità. Ne è una testimonianza il video "Come ragiona la porcona piagnona", che ho pubblicato ieri!

  

Comunque il rapporto con la tecnica, massimamente amato da Steiner, è da lui descritto nella conferenza "L'uomo e la tecnica".

  

Per Steiner il rapporto dell'uomo con la tecnica è la via moderna verso lo spirito, dato che la macchina è essenzialmente spirito umano oggettivato.

 

Da questo punto di vista, credo che se Steiner fosse vivo direbbe a quei pirla dell’arretratezza: "Non vi rendete conto che la macchina, il computer, l'informatica, ecc., sono i primi congegni che offrono all'uomo la possibilità di essere del tutto liberi? Credete che essi siano arimanici e quindi non li usate? Dunque credete in tal modo di combattere il male? Siete fuori tempo! Oggi il male non si combatte col non andare a tempo. Siate conformi allo spirito del tempo di oggi. L’elemento satanico o arimanico si combatte spiritualizzandolo. Non lo si combatte con la paura di spiritualizzarlo. Dovete USARE Arimane. Non si tratta di combatterlo ma di usarlo cristianamente. Per usare Arimane dovete imparare ad immergervi nella tecnologia senza lasciarvi mortificare da essa, a causa della vostra pigrizia mentale da criceti... ".

A volte, considerando l’imbecillità degli odierni sedicenti antroposofi, mi viene da pensare che Steiner qualche errore l’abbia fatto, creando una simile società di cretini…

Eppure le cose le disse, e disse pure che l’antroposofismo delle mezze calze era solo una forma molto sottile di egoismo mascherato da antroposofia. Quindi non era antroposofia. E le schifose scuole steineriane di cui sopra ne sono una prova.

Pubblicherò domani la conferenza di Steiner "L'uomo e la tecnica".

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20 marzo 2012 2 20 /03 /marzo /2012 16:28

Mi è stato scritto di una certa difficoltà nel comprendere il nono capitolo della Filosofia della libertà. Una delle maggiori difficoltà del 9° capitolo de "La filosofia della libertà" di R. Steiner è di solito risolta considerando la seguente affermazione di Steiner del cap. 4°, intitolato  "Il mondo come percezione": "Data l'elasticità semantica di certi termini di uso corrente, è bene che m'intenda col lettore circa la parola "percezione" che userò qui spesso. Chiamerò PERCEZIONI gli oggetti immediati di sensazione prima accennati, dato che il soggetto cosciente ne prende conoscenza tramite osservazione. Col nome "percezione" indico dunque non il processo dell'osservazione, ma l'OGGETTO dell'osservazione".

 

In base a questa precisazione, ho indicato fra parentesi qui ogni volta, dopo la parola “percezione”, la dicitura “oggetto/i di osservazione - nota del curatore”, non solo per motivo di studio e di verifica ma anche in quanto la precisazione spesso e volentieri è generalmente dimenticata dal lettore.

 

L'IDEA DELLA LIBERTÀ

Cap. 9° de "La filosofia della libertà" di R. Steiner
Traduzione libera e note di Nereo Villa
 

 

Il concetto dell'albero, per il conoscere, è condizionato dalla percezione dell'albero (dall'osservato oggetto di percezione dell'albero - ndc). Nei confronti di una determinata percezione (i.e.: nei confronti di un determinato oggetto di osservazione - ndc) posso prelevare dal sistema generale dei concetti solo un concetto ben determinato. La connessione fra concetto e percezione (i.e.: fra concetto ed oggetto di osservazione - ndc) è, attraverso il pensare, determinata mediatamente e oggettivamente in base alla percezione (oggetto di osservazione - ndc). Il collegamento della percezione (oggetto di osservazione - ndc) col suo concetto è riconosciuto dopo l'atto percettivo; l’appartenenza è però determinata nella cosa stessa.

 

Diversamente si presenta il processo quando viene considerata la conoscenza, quando viene considerato il rapporto che in essa compare tra l’uomo e il mondo che sorge con essa, il processo si presenta diverso. Nelle precedenti considerazioni è stato fatto il tentativo di mostrare che il chiarimento di questo rapporto è possibile mediante una spassionata osservazione dello stesso.  Una giusta comprensione di questa osservazione, arriva a vedere che il pensare può essere osservato direttamente come un'entità in sé conclusa. Chi trova necessario, per il chiarimento del pensare in quanto tale, addurre anche dell’altro, come ad esempio processi cerebrali fisici, o processi spirituali inconsci retrostanti al pensare cosciente osservato, costui misconosce ciò che l’osservazione spassionata del pensare gli da’. Chi osserva il pensare, vive, durante l'osservazione, direttamente dentro un tessere essenziale che si regge da sé. Si può in verità dire che chi vuole affermare l’essenza dello spirituale nella forma in cui A TUTTA PRIMA si offre all'uomo, può farlo nel pensare poggiante su se stesso.

 

Quando si considera il pensare in sé, coincidono in uno quelli che altrimenti DEVONO apparire separati: concetto e percezione (oggetto di osservazione - ndc). Chi non vede bene questo, potrà vedere nei concetti elaborati in base alle percezioni (oggetti di osservazione - ndc) soltanto oscure imitazioni di queste percezioni (oggetti di osservazione - ndc), e le percezioni (oggetti di osservazione - ndc) per lui  rappresenteranno al vivo la vera realtà. Egli si costruirà pure un mondo metafisico sul modello del mondo percepito; chiamerà questo mondo: mondo degli atomi, mondo della volontà, mondo inconscio dello spirito, e così via, a seconda di come se lo rappresenta. E gli sfuggirà, che con tutto questo egli si è costruito ipoteticamente un mondo metafisico secondo il modello del SUO mondo di percezione (di oggetti di osservazione - ndc). Chi invece vede bene ciò che si ha davanti nel pensare, riconosce che nella percezione (oggetto di osservazione - ndc) è presente solo una parte della realtà, e che l’altra parte che le appartiene - ed è quella che la fa veramente apparire come realtà piena, è VISSUTA nella compenetrazione pensante della percezione (oggetto di osservazione - ndc). Vede in ciò che nella coscienza compare come pensare non un’imitazione oscura di una realtà, ma una essenzialità immateriale (lett.: spirituale; da questo momento traduco con “immateriale” il termine letterale “spirituale” - ndc), poggiante su se stessa. E di questa può dire che gli diventa presente nella coscienza per INTUIZIONE. INTUIZIONE è esperienza di un contenuto puramente immateriale: esperienza cosciente e svolgentesi in ambito puramente immateriale. Solo mediante un’intuizione può essere afferrata la reale entità del pensare.

 

Solo se mediante osservazione spregiudicata si riconosce questa verità sull’essenza intuitiva del pensare, si accede alla visione dell’organizzazione corporeo-animica dell’uomo (per “anima” si intende qui come in tutto il testo l’interiore attività umana, vale a dire il muoversi, il commuoversi, l’animarsi, ecc., della vita intima dell’uomo - ndc), riconoscendo che essa non può avere alcun effetto sull’ESSENZA del pensare. A ciò SEMBRA in un primo tempo contraddire ciò che appare dei fatti. Per l’esperienza comune, il pensare umano appare solo in e con quest’organizzazione, e tale apparire predomina talmente che solo chi abbia riconosciuto che nulla di tale organizzazione partecipa all’essenza del pensare può scrutarlo nel suo vero significato. A chi comprende ciò non può più sfuggire neanche quanto singolarmente sia costituito il rapporto tra pensare ed organizzazione umana, la quale non ha effettivamente alcun effetto sulla parte essenziale del pensare, anzi si ritira quando l’attività del pensare entra in scena; sospende la sua propria attività, rende libero un posto; e nel posto resosi libero entra in scena il pensare. All’essenziale che opera nel pensare incombe un doppio: in primo luogo respinge l’organizzazione umana nella sua attività propria, e in secondo luogo pone se stesso al posto di quella. Infatti anche la prima cosa, il respingimento dell’organizzazione corporea è conseguenza dell’attività pensante. E precisamente di quella parte della stessa che prepara la COMPARSA del pensare. Sa ciò che si può arrivare a vedere in quale senso il pensare trova la sua contro immagine nell’organizzazione corporea. E quando si arriva a vedere questo, non si potrà più confondere il significato di questa contro immagine con il pensare stesso. Le orme di chi cammina su un terreno molle si imprimono nel terreno. Non si sarà tentati  di dire che le forme delle impronte siano state spinte da parte di forze del terreno da sotto in su. A QUESTE forze non si attribuirà nessuna parte nell’effettuarsi delle forme di impronta. Altrettanto poco colui che osserva spregiudicatamente l’essenza del pensare attribuirà partecipazione in questa essenza alle impronte nell’organismo corporeo, che si producono per il fatto che il pensare prepara il suo comparire servendosi del corpo (1).

 

Qui però  sorge un problema importante. Se l’organizzazione umana non ha parte nell’ESSENZA del pensare, che senso ha nell’entità complessiva dell’uomo? Come è certo che quanto accade in tale organizzazione a causa del pensare non c’entra con l’essenza del pensare, così però c’entra col sorgere della coscienza dell’io dal pensare stesso. Nell’essenza propria del pensare risiede, sì, il vero “io”, non però la coscienza dell’io. Questo lo vede bene chi appunto osserva spregiudicatamente il pensare. L’io è da trovarsi entro ilo pensare: la “coscienza dell’io” sorge per il fatto che nella coscienza ordinaria si imprimono, nel senso sopra caratterizzato, le impronte dell’attività pensante. (La coscienza dell’io sorge dunque attraverso l’organizzazione corporea. Ciò però non andrebbe confuso con l’affermazione del fatto che la coscienza dell’io una volta sorta dipenda dall’organizzazione corporea: una volta sorta, è assunta nel pensare e ne condivide poi l’essenza immateriale).

 

La “coscienza dell’io” è edificata sull’organizzazione umana. Da questa provengono le azioni della volontà. Nella direzione delle precedenti argomentazioni, la chiara visione della connessione fra pensare, io cosciente, ed azione volitiva, è possibile solo se prima si osserva in che modo l’azione volitiva procede dall’organizzazione umana (2).

 

Per il singolo atto volitivo vanno considerati il motivo e la molla motrice. Il motivo è un fattore concettuale o rappresentativo; la molla motrice è un fattore del volere direttamente condizionato nell’organizzazione umana. Il fattore concettuale o motivo è  causa la determinante il volere (3); la molla motrice è la causa determinante permanente dell’individuo. Motivo del volere può essere un puro concetto o un concetto con un dato riferimento al percepire, cioè una rappresentazione. Concetti generali e concetti individuali (rappresentazioni) diventano motivi del volere per il fatto che agiscono sull’individuo umano e lo determinano ad agire in una certa direzione. Uno stesso e medesimo concetto, o una stessa e medesima rappresentazione, agiscono però diversamente su individui diversi. Inducono uomini diversi ad azioni diverse. Il volere non è quindi semplicemente un risultato del concetto o della rappresentazione, ma anche della condizione individuale dell’uomo. Come Eduard von Hartmann, posso chiamare questa condizione individuale: disposizione caratterologica. Il modo in cui  concetto e rappresentazione agiscono sulla disposizione caratterologica dell’uomo, da’ alla sua vita una determinata impronta morale o etica.

 

La disposizione caratterologica è formata mediante il contenuto qualitativo più o meno permanente nella vita del nostro soggetto, cioè tramite il nostro contenuto di rappresentazione e di sentimento. Che una rappresentazione attualmente sorgente in me mi spinga ad un volere, ciò dipende da come essa si rapporta al rimanente mio contenuto di rappresentazione, e pure alle mie caratteristiche di sentimento. Il mio contenuto di rappresentazione è, a sua volta, condizionato dalla somma di quei concetti che nel corso della mia vita individuale sono venuti a contatto con percezioni (oggetti di osservazione - ndc) e che sono diventati  rappresentazioni. Questa somma, a sua volta, dipende dalla mia maggiore o minore facoltà di intuizione e dall’orizzonte delle mie osservazioni, cioè dal fattore soggettivo e da quello oggettivo delle esperienze, dalla chiarezza interiore, e dal posto di osservazione nella vita. Proprio specialmente la mia disposizione caratterologica è determinata dalla mia vita di sentimento. Che in occasione di una certa rappresentazione o di un concetto io provi gioia o dolore, da questo dipenderà che io voglia o no prenderli a motivo di un’azione. - Questi sono gli elementi da considerare per un atto volitivo. La rappresentazione direttamente presente o il concetto che diventano motivi, determinano la meta, lo scopo del mio volere; la mia disposizione caratterologica determina me ad indirizzare la mia attività verso tale meta. La rappresentazione di fare una passeggiata nella prossima mezz’ora determina lo scopo del mio agire. Questa rappresentazione viene però elevata a motivo del volere solo quando si incontra con un’adeguata disposizione caratterologica, cioè se attraverso la mia vita fino ad ora si sono magari formate in me le rappresentazioni dell’utilità dell’andare a passeggio, del valore della salute e, inoltre, se in me alla rappresentazione dell’andare a passeggio si collega il sentimento del piacere.

 

Con ciò vanno distinti: 1) le possibili disposizioni soggettive che possono rendere motivi date rappresentazioni e/o dati concetti; e 2) possibili concetti e rappresentazioni in grado di influenzare la mia disposizione caratterologica in modo tale, che ne risulti un volere. Le prime costituiscono le MOLLE MOTRICI della moralità, i secondi le METE della moralità.

 

Le molle motrici della moralità possiamo trovarle con l’andare a vedere di quali elementi si compone la vita individuale.

 

Il primo livello della vita individuale è il PERCEPIRE, e precisamente il percepire dei sensi. Siamo qui nell’ambito della nostra vita individuale in cui il percepire si trasforma direttamente in volere senza l’intervento di un sentimento o di un concetto. In tal senso la molla motrice dell’uomo è semplicemente l’ISTINTO. Il soddisfacimento dei nostri bisogni inferiori, puramente animali (fame, sessualità, ecc.) si attiva per questa via. La caratteristica della vita istintiva consiste nell’immediatezza con cui la singola percezione (oggetto di osservazione - ndc) scatena il volere. Questo tipo di determinazione del volere, che all’origine è proprio solo della vita inferiore dei sensi, può essere esteso anche alle percezioni (oggetti di osservazione - ndc) dei sensi superiori. Alla percezione (oggetto di osservazione - ndc) di un accadimento qualsiasi del mondo esterno, senza ulteriormente riflettere e senza che alla percezione (oggetto di osservazione - ndc) si allacci in noi uno speciale sentimento, facciamo seguire un’azione, come specialmente succede nei rapporti convenzionali con la gente. La molla motrice di questo agire è il TATTO o GUSTO MORALE. Quanto più spesso si compie un simile immediato prodursi di un’azione a causa di una percezione (oggetto di osservazione - ndc), tanto più adatto si dimostrerà l’uomo in questione ad agire puramente sotto l’influsso del tatto: il TATTO diventa la sua disposizione caratterologica.

 

La seconda sfera della vita umana è il SENTIRE. Alle percezioni (oggetti di osservazione - ndc) del mondo esterno si allacciano dati sentimenti. Questi sentimenti possono diventare molle motrici dell’agire. Se vedo un uomo che soffre la fame, la mia compassione per lui può costituire la molla motrice del mio agire. Tali sentimenti possono essere: il pudore, l’orgoglio, il sentimento dell’onore, l’umiltà, il pentimento, la compassione, il sentimento di vendetta e quello di gratitudine, la pietà, la fedeltà, il sentimento dell’amore-dovere (4).

 

Il livello più alto della vita individuale è il pensare concettuale senza considerazione per un determinato contenuto percettivo. Noi determiniamo il contenuto di un concetto per pura intuizione dalla sfera delle idee. In quel caso un simile concetto non contiene alcun riferimento a determinate percezioni. Se si entra nel volere sotto l’influsso di un concetto che accenna ad una percezione (oggetto di osservazione - ndc), vale a dire sotto l’influsso di una rappresentazione, allora è questa percezione (oggetto di osservazione - ndc) a determinarci tramite indiretto pensare concettuale. Se si agisce sotto l’influsso di intuizioni, allora la molla motrice del nostro agire è il PENSARE PURO. Poiché in filosofia siamo abituati a chiamare ragione la pura facoltà del pensare, è anche giustificato chiamare RAGIONE PRATICA la molla motrice morale caratterizzata a questo livello. È KREYENBÜHL che di questa molla motrice del volere ha trattato nella maniera più chiara (“Philosophische Monatshefte”, vol. 18°, quad. 3). Reputo l’articolo da lui scritto in proposito tra le cose più significative della filosofia contemporanea, specialmente dell’etica. Kreyenbühl designa la molla motrice in questione come APRIORI PRATICO, vale a dire un impulso all’agire fluente direttamente dalla mia intuizione.

 

È chiaro che un tale impulso, nel senso stretto della parola, non può essere ascritto all’ambito delle disposizioni caratterologiche. Infatti ciò che qui agisce come molla motrice non è più qualcosa in me di meramente individuale, ma il contenuto ideale, e perciò universale, della mia intuizione. Non appena considero l’autorizzazione di questo contenuto come fondamento e punto di partenza di un’azione, io entro nel volere, non importa se il concetto era già precedentemente in me o se è entrato nella mia coscienza immediatamente prima dell’agire, cioè: non importa se già era o no in me come disposizione.

 

Ad un vero e proprio atto del volere si arriva solo quando un impulso istantaneo all’azione agisce sulla disposizione caratterologica in forma di concetto o di rappresentazione. Un tale impulso diventa così motivo del volere.

 

I motivi della moralità sono rappresentazioni e concetti. Esistono studiosi dell’etica che vedono anche nel sentimento un motivo della moralità; affermano per esempio che la meta dell’agire morale consiste nella promozione della massima quantità possibile di piacere nell’individuo che agisce. Solo un PIACERE RAPPRESENTATO però può farsi motivo, non il piacere stesso; sulla mia disposizione caratterologica può agire la RAPPRESENTAZIONE di un sentimento futuro, non però il sentimento stesso. Perché quest’ultimo non c’è ancora nell’attimo dell’azione, e deve piuttosto essere procurato dall’azione.

 

La RAPPRESENTAZIONE del bene proprio o altrui è invece con diritto considerata motivo del volere, mentre si chiama EGOISMO il principio di avere col proprio agire la massima quantità di piacere proprio, cioè di raggiungere la beatitudine individuale. Questa beatitudine individuale la si vuole raggiungere o col badare senza riguardi solamente al benessere proprio, mirandovi anche a costo dell’infelicità altrui (egoismo puro), oppure col promuovere il benessere altrui perché ci si ripromette poi indirettamente dal prossimo felice un influsso favorevole sulla propria persona, oppure ancora perché dal danneggiamento altrui si teme una messa in pericolo anche del proprio interesse (morale prudenziale). Il contenuto specifico dei principi della moralità egoistica dipende dalla rappresentazione che l’uomo si fa della beatitudine propria o altrui.. A seconda di ciò che uno considera come un bene della vita (agiatezza, speranza, liberazione da diversi guai, ecc.) egli determina il contenuto delle sue tendenze egoistiche.

 

Come motivo ulteriore va poi considerato il contenuto puramente concettuale di un’azione. Questo contenuto non si riferisce, come la rappresentazione del proprio piacere, solo alla singola azione, ma alla motivazione di un’azione a partire da un sistema di principi morali. Questi principi morali possono regolare la vita morale sottoforma di CONCETTI ASTRATTI, SENZA CHE IL SINGOLO SI PREOCCUPI DELLA LORO ORIGINE (il maiuscolo è mio; ndc). In questo caso semplicemente sentiamo come necessità morale la sottomissione al concetto morale che aleggia come comandamento sopra il nostro agire. La giustificazione di questa necessità la rimettiamo a chi esige la sottomissione morale da noi riconosciuta (capofamiglia, Stato, costume morale, autorità ecclesiastica, rivelazione divina). Un tipo particolare di questi principi morali (“sottoforma di CONCETTI ASTRATTI, SENZA CHE IL SINGOLO SI PREOCCUPI DELLA LORO ORIGINE”; ibid.) è quello in cui il comandamento non ci si manifesta tramite un’autorità a noi esterna, ma tramite la nostra propria interiorità (autonomia morale). In tal caso cogliamo nella nostra propria interiorità la voce a cui dobbiamo sottometterci. L’espressione di questa voce è la COSCIENZA.

 

Si ha un progresso morale quando l’uomo non si limita più ad elevare semplicemente a motivo del suo agire un comandamento di una autorità esterna o interna, ma si sforza di comprendere la ragione per cui una qualsiasi massima dell’agire deve operare in lui come motivo. Questo è il progresso che porta dalla morale autoritativa all’agire per discernimento morale (5). A questo gradino della moralità l’uomo ricerca le esigenze della vita morale e dal riconoscimento di queste si fa determinare alle proprie azioni. Tali esigenze sono: 1) il massimo bene possibile per l’insieme dell’umanità, puramente per amore di questo bene; 2) il progresso culturale o l’EVOLUZIONE morale dell’umanità verso una perfezione sempre maggiore; 3) la realizzazione di mete morali individuali raccolte in modo puramente intuitivo.

 

Il MASSIMO BENE POSSIBILE PER L’INSIEME DELL’UMANITÀ verrà naturalmente inteso in modi diversi da uomini diversi. La massima di cui sopra non si riferisce ad una data rappresentazione di quel bene, ma al fatto che ciascun singolo, che riconosce questo principio, si sforza di fare ciò che secondo il suo modo di vedere promuove al massimo il bene dell’insieme dell’umanità.

 

Per chi prova un sentimento di piacere nei confronti dei beni culturali, il progresso della cultura rappresenta un caso speciale del suddetto principio morale. Solo che dovrà accettare anche il tramonto e la distruzione di certe cose, che pure contribuiscono al bene dell’umanità. È però anche possibile che qualcuno veda nel progresso della cultura una necessità morale, a prescindere dal sentimento di piacere che vi si connette. Il progresso allora è per lui un principio morale speciale accanto al precedente.

 

Tanto la massima del bene comune quanto quella del progresso culturale poggiano sulla rappresentazione, cioè sul fatto che al contenuto delle idee morali si attribuisce un rapporto con certe esperienze (percezioni) (oggetti osservati - ndc). Il più alto principio morale pensabile non è però quello che contiene a priori tale rapporto, ma che scaturisce dalla fonte dell’intuizione pura e che solo in seguito cerca la relazione con la percezione (con l’oggetto di osservazione - ndc) (con la vita). La determinazione di che cosa sia da volere, scaturisce qui da un’istanza di versa che nei casi precedenti. Chi professa il principio morale del bene comune, per ogni sua azione chiederà prima in che cosa i suoi ideali contribuiscano a questo bene comune. Chi professa il principio morale del progresso della cultura farà, nel caso, altrettanto. C’è però qualcosa di più alto, che nel caso singolo non procede in base ad un determinato scopo morale singolo, ma che attribuisce un dato valore a tutte le massime morali, e che nel caso specifico si chiede sempre se in quell’occasione sia più importante l’uomo o l’altro principio morale. Può accadere che qualcuno in determinate circostanze veda come giusta ed elevi a motivo del proprio agire la promozione del progresso della cultura, in altre quella del bene comune, in un terzo caso quella del proprio benessere. Se però tutte le altre ragioni di determinazione vengono messe in second’ordine, allora in prima linea viene in considerazione l’intuizione concettuale stessa. Con ciò, gli altri motivi si ritirano dalla posizione dominante, e solo il contenuto ideale dell’azione agisce come motivo dell’azione stessa.

 

Tra i livelli della disposizione caratterologica ho caratterizzato come più alto quello che opera come PENSARE PURO, come RAGION PRATICA. Tra i motivi ho caratterizzato ora come il più alto l’INTUIZIONE CONCETTUALE. Ad una riflessione più precisa si vede subito che, a questo livello della moralità, molla motrice e motivo coincidono, cioè che sul nostro agire non influiscono né una disposizione caratterologica predeterminata, né un principio morale esterno accettato come norma. L’azione dunque non è di tipo a modello fisso, da eseguirsi  secondo qualche regola, né automaticamente eseguibile per spinta esterna, ma un’azione determinata semplicemente dal suo contenuto ideale.

 

Una simile azione ha come presupposto la capacità di intuizioni morali (6). Colui a cui manca la capacità di vivere nel singolo caso la specifica massima morale, non arriverà mai al vero volere individuale.

 

L’esatto opposto di questo principio morale è il kantiano “agisci in modo tale che le regole del tuo agire possano valere per tutti gli uomini”. Questa massima è la morte di ogni impulso individuale all’agire.. Mi può essere di norma non il come farebbero tutti gli uomini, ma ciò che da parte mia ho da fare nel caso individuale.

 

Un giudizio superficiale potrebbe forse obiettare a questi argomenti: “Come può l’agire essere improntato individualmente su caso e situazione eccezionali, ed essere contemporaneamente anche determinato in modo puramente ideale a partire dall’intuizione?”. Questa obiezione poggia su una confusione tra motivo morale e contenuto percepibile dell’azione. Quest’ultimo PUÒ essere motivo, e lo è anche, ad es., nel progresso culturale, nell’agire per egoismo, ecc.; NON lo è nel caso dell’agire in base a pura intuizione morale. Il mio io dirige naturalmente il suo sguardo su questo contenuto percettivo, non se ne lascia però DETERMINARE. Questo contenuto è utilizzato solo per formarsi un concetto conoscitivo, ma il relativo concetto morale l’io non lo trae dall’oggetto. Il concetto conoscitivo tratto da una determinata situazione che ho di fronte, è contemporaneamente concetto morale soltanto quando io sto nell’ottica di un determinato principio morale. Se volessi solo restare sul terreno della morale generale dello sviluppo culturale, girerei per il mondo con un itinerario obbligato. Da ogni avvenimento, che percepisco e che può occuparmi, scaturisce contemporaneamente un dovere morale: quello di dare il mio piccolo contributo perché l’avvenimento in questione sia messo al servizio dello sviluppo culturale.

 

Oltre al concetto che di un avvenimento o di una cosa mi svela la connessione secondo leggi naturali, questi avvenimenti e cose portano attaccata anche un’etichetta morale, che contiene per me, essere morale, un’indicazione etica su come io debba comportarmi. Questa etichetta morale, giustificata nel suo ambito, coincide però, in un’ottica più alta, con l’idea che sorge in me di fronte al caso concreto.

 

Gli uomini sono differenti quanto a capacità intuitiva. A uno le idee arrivano zampillando, un altro se le conquista a fatica. Le situazioni in cui vivono gli uomini, e che costituiscono la scena delle loro azioni, non sono meno diverse. Come un uomo agisca dipenderà dunque dal modo in cui la sua capacità intuitiva opera di fronte ad una data situazione. La somma delle idee operanti in noi, il contenuto reale delle nostre intuizioni, è determinato da ciò che, pur con tutta la universalità del mondo delle idee, è caratterizzato in ogni uomo in modo individuale. Questo contenuto intuitivo, in quanto rivolto all’agire, è la capacità morale dell’individuo. Il permettere la piena espressione di questa capacità è la più alta molla motrice morale e contemporaneamente il più alto motivo per chi capisce che in definitiva tutti gli altri principi morali si riuniscono in questa capacità. Questa ottica si può chiamarla INDIVIDUALISMO ETICO.

 

Ciò che nel caso concreto conta in un’azione determinata intuitivamente, è il rinvenimento dell’intuizione corrispondente, totalmente individuale. A tale livello morale si può parlare di concetti morali generali (norme, leggi) solo come risultati della generalizzazione degli impulsi individuali. Norme generali presuppongono sempre fatti concreti dai quali possano essere derivate. Mediante l’agire umano però i fatti vengono prima CREATI.

 

Se si vuole trovare ciò che è conformazione alla legge (la parte concettuale che ispira l’agire di individui , popoli ed epoche), si ottiene un’etica, ma non nel senso di una scienza di norme morali, bensì nel senso di fisica della moralità. Solo le leggi acquisite mediante essa sono in rapporto all’agire umano così come le leggi di natura lo sono a quel dato fenomeno. Non sono però quelli gli impulsi che fondano l’agire. Se voglio comprendere come un’azione dell’uomo scaturisca dal suo volere MORALE, occorre innanzitutto scrutare il rapporto di tale volere con l’azione, notando anzitutto le azioni per cui tale rapporto è l’elemento determinante. Se poi io o un altro riflettiamo su quell’azione, possono emergere quali siano le massime di moralità di cui si tenne conto nel suo estrinsecarsi. Mentre agisco, mi muove la massima morale nella misura in cui essa può vivere intuitivamente; essa è collegata con l’AMORE per l’obiettivo che voglio attuare mediante la mia azione. Non chiedo a nessun uomo, né a nessuna regola: “Devo io eseguire questa azione?” – ma la eseguo, appena ne ho afferrato l’idea.  Solo così essa è la MIA azione. Chi agisce soltanto perché riconosce determinate norme morali, compie delle azioni che sono il risultato dei principi che si trovano nel suo codice morale. Egli ne è semplicemente l’esecutore. È un automa superiore. Gettate nella sua coscienza un’occasione d’agire e subito l’ingranaggio dei suoi principi morali si mette in moto e funziona secondo le regole per compiere un’azione cristiana, umanitaria, per lui disinteressata, oppure un’azione del progresso storico-culturale. Solo se seguo il mio amore per l’obiettivo, sono proprio io stesso ad agire. Quando agisco a questo gradino della moralità, non è perché riconosco un sovrano sopra di me, né l’autorità esteriore, né una cosiddetta voce interiore. Non riconosco alcun principio esterno del mio agire, perché ho trovato in me stesso la ragione dell’agire: l’amore per l’azione. Non esamino razionalmente se la mia azione sia buona o cattiva; la compio perché la AMO. Diventa “buona” se la mia intuizione d’amore è giustamente inserita nell’universale connessione intuitivamente vivibile; “cattiva” se ciò non si avvera. Non mi chiedo neanche: “Come agirebbe un altro uomo nel mio caso?”, bensì agisco così come io – questa individualità particolare -  mi vedo disposto a volere. A condurmi direttamente non è il generalmente usuale, il costume generale, una massima generalmente umana, una norma morale, ma il mio amore per quella azione. Non sento alcuna costrizione, né quella naturale che mi determina secondo i miei istinti, né quella dei comandamenti morali, ma voglio semplicemente attuare ciò che è in me.

 

I difensori delle norme morali generali potrebbero magari obiettare a questi argomenti: “Se ognuno tende solo a sfogarsi ed a fare ciò che gli piace, non c’è allora differenza tra azione buona e delitto; ogni malvagità che è in me ha diritto di sfogarsi così come lo ha l’intenzione di servire il bene generale. Per me, uomo morale, può essere normativo non il fatto di prendere di mira un’azione seguendo l’idea ma la verifica se questa sia buona o CATTIVA, e solo nel primo caso la eseguo”.

 

La mia opposizione a questa obiezione, naturale e tuttavia sorgente solo da misconoscimento di ciò che qui si intende, è questa: “Chi vuole conoscere la natura del volere umano, deve distinguere fra la via che porta questo volere fino a un dato grado di sviluppo, e la caratteristica che il volere assume mentre si avvicina a quel traguardo. Sulla via verso quel traguardo, le norme svolgono il loro giustificato ruolo. Il traguardo consiste nella realizzazione di mete morali afferrate in modo puramente intuitivo. L’uomo le raggiunge in quanto ha la capacità di elevarsi in generale all’intuitivo contenuto ideale del mondo. Oltre a molla motrice e motivo, nel volere singolo viene per lo più ad essere mescolato dell’altro, ma ciò che è intuitivo può essere determinante o co-determinante ugualmente nel volere umano. Ciò che si DEVE fare si fa; si rinuncia a calcare la scena sulla quale il dovere diventa fare; azione propria è ciò che in tal modo si lascia scaturire da se stessi. L’impulso in questo caso può essere solo del tutto individuale. E in verità può essere individuale solo un’azione volontaria scaturente dall’intuizione. Che l’azione del delinquente, che il male venga chiamato espressione dell’individualità nello stesso senso dell’incarnarsi di un’intuizione pura, è possibile soltanto se gli impulsi ciechi vengono attribuiti all’individualità umana. Ma l’impulso cieco, che spinge al delitto, non proviene dalla parte intuitiva e non appartiene alla parte individuale dell’uomo, bensì a ciò che vi è di più ordinario in lui, a ciò che è vigente in ugual misura in ogni individuo, e da cui l’uomo si libera mediante il lavoro della sua individualità. Ciò che è individuale in me non è il mio organismo con i suoi impulsi e sentimenti, ma l’unitario mondo delle idee che risplende in questo organismo. I miei impulsi, istinti, passioni, non fanno da fondamento a nient’altro in me se non al mio appartenere alla specie generale UOMO; la circostanza che in questi impulsi, passioni e sentimenti si esprima in modo particolare qualcosa di ideale, fa da fondamento alla mia individualità. Per i miei istinti e impulsi io sono un uomo, dodici dei quali formano una dozzina; per forma speciale dell’idea mediante cui all’interno della dozzina mi qualifico come un io, io sono un individuo. Riguardo alla diversità della mia natura animale potrebbe distinguermi dagli altri solo un essere a me estraneo; mediante il mio pensare, cioè mediante l’afferrare attivo di ciò che di ideale si esprime nel mio organismo, mi distinguo io stesso dagli altri. Dell’azione del delinquente dunque non si può assolutamente dire che provenga dall’idea. Anzi, è proprio la caratteristica delle azioni delittuose il loro derivare dagli elementi extraideali dell’uomo. Un’azione è sentita come libera in quanto il suo fondamento procede dalla parte ideale del mio essere individuale; ogni altra parte di un’azione, non importa se compiuta per costrizione naturale o necessità di norma morale, è sentita come NON LIBERA”.

 

L’uomo è libero solo in quanto in ogni istante della sua vita è in grado di seguire se stesso. Un’azione morale è un’azione MA, solo se può essere detta libera in questo senso. Ho parlato fin qui delle premesse grazie alle quali un’azione voluta è sentita come libera; mostrerò in seguito come questa idea di libertà intesa in modo puramente etico si realizzi nella natura umana.

 

L’azione che procede da liberà non esclude ma include le leggi morali; si mostra semplicemente superiore rispetto a quella dettata solo da quelle leggi. Perché mai la mia azione dovrebbe servire meno al bene comune se la faccio per amore che se la faccio SOLO perché sento come dovere il servire il bene comune? Il mero concetto di dovere esclude la LIBERTÀ, perché non vuol riconoscere l’individuale, anzi ne esige la sottomissione a una norma generale. La libertà dell’agire è pensabile solo dal punto di vista dell’individualismo etico.

 

Ma come è possibile una convivenza di uomini se ciascuno è proteso solo a far valere la sua individualità?

È così caratterizzata un’obiezione del moralismo male inteso. Questo crede che una comunità di uomini sia possibile soltanto se vengono tutti riuniti mediante un ordinamento morale stabilito in comune. Questo moralismo appunto non capisce l’unità del mondo delle idee. Non comprende che il mondo delle idee che è attivo in me non è diverso da quello che che è attivo nei miei simili. Questa unità è, sì, soltanto un risultato dell’esperienza del mondo. Ma DEVE essere così. Infatti se fosse riconoscibile attraverso qualcos’altro che non l’osservazione, varrebbe nel suo ambito non l’esperienza individuale ma la norma generale. La differenza fra il mio simile e me non consiste per nulla nel fatto che viviamo in due mondi spirituali completamente differenti, ma nel fatto che dal mondo delle idee, a noi comune, il mio simile accoglie intuizioni diverse dalle mie. Lui vuole vivere secondo le SUE intuizioni., io secondo le MIE. Se entrambi attingiamo veramente dall’idea senza obbedire ad alcun impulso esterno (materiale o immateriale), allora possiamo incontrarci soltanto nel medesimo sforzo, nelle medesime intenzioni. Un malinteso morale, uno scontro è escluso per uomini moralmente LIBERI. Solo chi è moralmente non libero, chi obbedisce all’istinto naturale o a un comandamento accettato per dovere, respinge il suo prossimo se questi non obbedisce allo stesso istinto ed allo stesso comandamento. VIVERE nell’amore per l’agire e LASCIAR VIVERE nella comprensione per il volere altrui è la massima fondamentale degli UOMINI LIBERI. Non conoscono alcun altro DOVERE se non quello con cui il loro volere si pone in un’intuitiva sintonia; come avranno a volere in un caso particolare, questo  glielo dirà il loro patrimonio di idee.

 

Se la disposizione alla tolleranza non fosse insita nella natura umana non la si potrebbe inoculare mediante alcuna legge esterna! Solo perché gli individui umano SONO di un unico spirito, possono vivere ciascuno la propria vita anche accanto agli altri. Il libero vive nella fiducia che l’altro libero appartiene con lui ad un mondo spirituale e che l’altro si incontrerà con lui nelle sue intenzioni. Il libero non pretende dal suo simile alcuna concordanza, ma la aspetta, perché è insita nella natura umana. Con ciò non si vuol parlare delle necessità esistenti per questa o quella istituzione esteriore, ma del MODO DI SENTIRE, della DISPOSIZIONE DELL’ANIMA (interiore attività umana - ndc) mediante cui l’uomo nella sua esperienza di sé maggiormente si eleva a dignità umana tara i suoi simili da lui stimati.

 

Molti a questo punto diranno: “Il concetto dell’uomo LIBERO da te qui delineato è una chimera, non è realizzato da alcuna parte. Abbiamo a che fare con uomini reali e la moralità ce la dobbiamo aspettare da questi soltanto se obbediscono ad un precetto morale, se concepiscono come obbligo la loro missione morale, non se seguono liberamente le loro inclinazioni ed il loro amore”. Non ne dubito affatto. Solo un cieco potrebbe dubitarne. Ma allora fuori dai piedi tutta l’ipocrisia in merito alla moralità se dev’essere questo il criterio ULTIMO. Dite allora: “La natura umana dev’essere COSTRETTA alle sue azioni fintantoché non è LIBERA”. Se la non libertà sia frutto di mezzi fisici o di leggi morali, se l’uomo sia non libero perché segue il suo smisurato impulso sessuale o perché sia ingessato nei legami della moralità convenzionale è, per un certo riguardo, del tutto indifferente. Solo, però, non si affermi che un simile uomo possa con diritto dire SUA un’azione, dato che il punto è che vi viene sospinto da una forza estranea. Ma dal bel mezzo dell’ordinamento costrittivo si elevano gli uomini, gli SPIRITI LIBERI, che trovano SE STESSI nella farragine di costume, obbligo legale, prassi religiosa e così via. LIBERI sono in quanto seguono soltanto se stessi, NON LIBERI in quanto si sottomettono. Chi di noi può dire di essere davvero libero in tutte le sue azioni? Tuttavia in ognuno di noi abita una natura più profonda in cui si esprime l’uomo libero.

La nostra vita si compone di azioni libere e di azioni non libere. Non possiamo però pensare di essere arrivati in fondo al concetto di uomo senza arrivare allo SPIRITO LIBERO come alla più pura espressione della natura umana. Veramente uomini lo siamo appunto soltanto nella misura in cui siamo liberi.

 

“Questo è un ideale” diranno molti. Senza dubbio, però un ideale che nella nostra entità si elabora come elemento reale fino alla superficie. Non è un ideale inventato o sognato ma un ideale che ha vita e che si annuncia chiaramente anche nella forma più incompleta del suo esistere. Se l’uomo fosse un essere solo naturale, allora la ricerca di ideali, cioè di idee momentaneamente inattive di cui però si esige la realizzazione, sarebbe un’assurdità. In merito alla cosa del mondo esterno, l’idea è determinata mediante la percezione (oggetto di osservazione - ndc), e riconoscendo il collegamento fra idea e percezione (oggetto di osservazione - ndc) abbiamo fatto la nostra parte; ma nel caso della cosa-uomo non è così. La somma del suo esistere non è determinata senza lui stesso: il vero concetto di lui come uomo MORALE (spirito libero) non è oggettivamente unito già in anticipo al quadro percettivo “uomo”, così da prenderne semplicemente atto poi tramite la conoscenza. È mediante attività propria che l’uomo deve unificare il suo concetto con la percezione uomo (oggetto di osservazione - ndc). Concetto e percezione (oggetto di osservazione - ndc) qui coincidono solo se l’uomo stesso li porta a coincidere. Ma può farlo soltanto se ha trovato il concetto dello spirito libero, cioè il suo proprio concetto. A causa della nostra organizzazione ci è oggettivamente tracciato un confine fra percezione (oggetto di osservazione - ndc) e concetto; la conoscenza supera questo confine. Nella natura soggettiva tale confine è altrettanto presente; l’uomo lo supera nel corso del suo sviluppo in quanto nella propria fenomenicità porta a piena configurazione il proprio concetto. Così, tanto la vita intellettuale quanto la vita morale dell’uomo ci portano alla sua doppia natura: percepire (sperimentare immediato) e pensare. La vita intellettuale supera la doppia natura mediante l’effettiva realizzazione dello spirito libero. Ogni entità ha il proprio concetto innato (la legge del suo essere ed operare); ma nelle cose esterne questo concetto è inseparabilmente connesso alla percezione (oggetto di osservazione - ndc), dalla quale è separato solo entro la nostra organizzazione spirituale. Nel caso dell’uomo stesso, concetto e percezione (oggetto di osservazione - ndc) sono a tutta prima EFFETTIVAMENTE separati, per essere da lui altrettanto EFFETTIVAMENTE riuniti. Si potrebbe obiettare: “Alla nostra percezione uomo (oggetto di osservazione - ndc) corrisponde in ogni attimo della sua vita un dato concetto, così come anche ad ogni altra cosa. Posso formarmi il concetto di un uomo di quella data forma, ed un tale uomo posso averlo anche come dato di percezione (oggetto di osservazione - ndc); se a questo concetto aggiungo ancora quello dello spirito libero, allora ho due concetti per il medesimo oggetto”.

 

Questo è pensato in modo unilaterale. Come oggetto percepibile io sono sottoposto ad una trasformazione continua. Da piccolo ero in un modo, da adolescente in un altro, da uomo in un altro ancora. In ogni istante il mio quadro percettivo è diverso rispetto a quello degli istanti precedenti. Queste trasformazioni possono compiersi nel senso che in esse si esprime sempre soltanto lo stesso (uomo di quella certa forma, o nel senso che costituiscono l’espressione dello spirito libero. L’oggetto di percezione del mio agire è sottoposto a queste trasformazioni.

 

Nell’oggetto percepibile “uomo” è data la possibilità di trasformarsi, come nel germe della pianta è insita la possibilità di divenire pianta totale. La pianta si trasforma per via della regolarità oggettiva insita in essa; l’uomo rimane nel suo stato incompiuto se non afferra in se stesso il materiale della trasformazione e non si trasforma mediante forza propria. La natura fa dell’uomo semplicemente un essere naturale; la società ne fa un essere che agisce secondo regole; essere LIBERO può farsi solo da SE STESSO. Ad un certo stadio del suo sviluppo, l’uomo è lasciato libero dai vincoli della natura; la società porta questo sviluppo fino ad un punto ulteriore; l’ultima finitura l’uomo può darsela solo da sé.

 

Il punto di vista della moralità libera non afferma dunque che lo spirito libero sia l’unica forma in cui un uomo può esistere. Vede nella spiritualità libera solo l’ultimo stadio di sviluppo dell’uomo. Con ciò non si nega che l’agire secondo norme abbia la sua giustificazione come livello evolutivo. Solo che tale agire non può essere riconosciuto come punto di vista morale assoluto. Lo spirito libero perciò supera le norme nel senso che non sente solo comandamenti come motivi, ma imposta il suo agire secondo i suoi impulsi (intuizioni). Se Kant dice del dovere: “O dovere! Tu eccelso, gran nome che non comprendi in te niente di amato che porti con sé lusinga, ma che esigi sottomissione”, tu che “stabilisci una legge…, di fronte a cui ammutoliscono tutte le inclinazioni anche se in segreto agiscono contro di essa”, l’uomo così ribatte secondo la coscienza dello spirito libero: “O libertà! Amico, umano nome, che comprendi in te tutto ciò che è moralmente amato, ciò che maggiormente onora la mia umanità, e non mi fai servo di nessuno, tu non ti risolvi nello stabilire una legge, ma attendi ciò che il mio amore morale stesso conoscerà come legge, perché il mio amore morale si sente non libero di fronte a qualsiasi legge soltanto imposta”.

 

Questa è la contrapposizione fra moralità fatta solo di regole e moralità libera.

 

Il filisteo, che vede in qualcosa di esteriormente stabilito l’incarnazione della moralità, vedrà forse nello spirito libero perfino un uomo pericoloso. Fa però così solo perché il suo sguardo è limitato ad una determinata epoca. Se potesse guardare oltre tale epoca, dovrebbe subito scoprire che lo spirito libero ha altrettanta poca necessità di uscire dalle leggi del suo Stato, quanto il filisteo stesso di non mettersi mai in un reale contrasto con esse. Infatti, nel loro complesso, le leggi statali sono scaturite da intuizioni di spiriti liberi, così come lo sono anche tutte le altre leggi oggettive di moralità. Attraverso l’autorità familiare non è praticata alcuna legge che non sia stata in passato intuitivamente afferrata e stabilita come tale da un antenato; anche le leggi convenzionali della moralità vengono prima stabilite da dati uomini; e le leggi dello Stato sorgono sempre nella testa di uno statista. Questi spiriti hanno stabilito leggi su altri uomini, e non libero diventa solo chi dimentica questa origine, facendone comandamenti extraumani o concetti morali oggettivi indipendenti dall’umano, o l’imperativo della propria interiorità male interpretata come misticamente costrittiva. Chi però non dimentica l’origine, ma la cerca nell’uomo, ne terrà conto come di una parte dello stesso mondo delle idee, dal quale anch’egli trae le sue intuizioni morali. Se crede di averne di migliori, allora tenta di sostituirle a quelle esistenti; se trova queste giustificate, allora agisce in conformità ad esse come se fossero proprie.

 

Non bisogna creare la formula che l’uomo esista per realizzare un ordine morale universale, astratto da lui. Chi lo afferma è scientificamente nel medesimo punto di vista della scienza naturale quando credeva: il toro ha le corna per poter dare cornate. Questo concetto di finalismo è stato per fortuna eliminato dai naturalisti. L’etica fa più fatica a liberarsene. Però come le corna non esistono PER VIA DELLE cornate, ma le cornate TRAMITE le corna, così l’uomo non esiste, ma la moralità TRAMITE l’uomo. L’uomo libero agisce moralmente perché ha un’idea morale; ma non agisce perché sorga moralità. Gli individui umani con le loro idee morali appartenenti alla loro essenza sono il presupposto dell’ordinamento morale universale.

 

L’individuo umano è sorgente di ogni moralità e punto centrale della vita terrestre. Stato e società esistono solo perché risultano come conseguenza necessaria della vita individuale. Che poi lo Stato e la società a loro volta reagiscano sulla vita individuale è comprensibile quanto la circostanza che il dare cornate, che esiste tramite le corna, a sua volta reagisca sull’ulteriore sviluppo delle corna taurine, che in caso di prolungato disuso si atrofizzerebbero. Allo stesso modo dovrebbe atrofizzarsi l’individuo, se conducesse un’esistenza segregata al di fuori della comunità umana. Appunto per questo si forma l’ordinamento sociale: per reagire in senso favorevole sull’individuo.

 

NOTE

(1) Come si faccia valere la concezione di cui sopra nell’ambito della psicologia, della fisiologia, ecc., lo esposi, secondo diversi indirizzi, in scritti che hanno fatto seguito a questo libro. Qui si vuole tratteggiare solo ciò che risulta dall’osservazione spregiudicata del pensare stesso.
(2) Dall’AGGIUNTA ALLA NUOVA EDIZIONE DEL 1918 fino a questo punto, è un’aggiunta e, a tratti, una rielaborazione per la nuova edizione del 1918.
(3) :immediata, del momento (attualizzante il volere) (n. d. t.).
(4) Una compilazione completa dei principi della moralità si trova (dal punto di vista del realismo metafisico) nella “Fenomenologia della coscienza morale” di Eduard von Hartmann.
(5) Un esempio
di questa individuale dinamica di cosciente discernimento è evidente in Hans-Hermann Hoppe, filosofo della politica ed economista. Nell’introduzione del suo libro “Democrazia: il dio che ha fallito”, egli chiama “TEORIA A PRIORI” la motivazione ermeneutica dei dati storici in esso considerati. La “TEORIA A PRIORI” di Hoppe è in tal senso esattamente ciò che Steiner chiama in questo capitolo di “La filosofia della libertà”: “MOLLA MOTRICE” del “PENSARE CONCETTUALE SENZA CONSIDERAZIONE PER UN DETERMINATO CONTENUTO PERCETTIVO”, e che Kreyenbühl designa come APRIORI PRATICO, vale a dire un impulso all’agire fluente direttamente dal PENSARE PURO o intuizione pura (H-H Hoppe, “Democrazia: il dio che ha fallito”, pag. 12ss, Macerata, 2006).
(6) È solo grazie a tale capacità che si può per esempio vedere il gioco immorale ed antieconomico della democrazia, cioè della regola maggioritaria che consente che A e B si mettano in combutta per derubare C; e allo stesso modo che C e A si mettano d’accordo per derubare B; o ancora che B e C complottino contro A. In altre parole, senza intuizioni morali è impossibile accorgersi di pericolosi pregiudizi, avversi all'ordine naturale delle cose, fondato sulla proprietà privata, sull'autonomia negoziale e sull'abolizione dei monopoli della difesa, della giurisdizione e della emissione monetaria di S.p.A. private con ovvio scopo di lucro (banche centrali).

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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