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7 marzo 2012 3 07 /03 /marzo /2012 13:33

Seguimi nel Consultorio di economia della triarticolazione sociale

 

A PROPOSITO DI IDEOLOGIE e/o di TEO-IDEOLOGIE

 

L’errore basilare dei testimoni di Geova è quello di essere “animati”, e di “pensare”, secondo le traduzioni ed i pensieri degli “illuminati” di Brooklyn, esattamente come il politico “si anima” e “pensa” oggi secondo i dettami delle banche centrali.

 

Brooklyn dice che il termine ebraico per “anima” è “nèfesh”? Il testimone ripete pappagallescamente che nèfesh è l’anima.

 

nefesh.gif

 

E tu hai un bel ripetergli che “nèfesh” è solo uno dei tre termini veterotestamentari con cui si caratterizza l’anima, che gli altri due sono “ruach” e “neschamah”, e che “neschamah” è l’elemento eterno che riposa solo negli esseri umani, non come la “nèfesh” che invece appartiene anche al mondo animale!

 

ruach.gif

 neshamah.gif

Il testimone non ti ascolta, e si comporta esattamente come il teologo cattolico (altro “testimone”) in merito ai tre concetti neotestamentari greci “egheiro”, “anastasi”, ed “apokatastasi”, che traduce tutti e tre indifferentemente con “risurrezione”.

 

Equazione: come il testimone di Brooklyn (o di Roma via Bufalotta, sede italiana di Brooklyn) traduce indifferentemente con “anima”, i tre concetti “nèfesh”, “ruach”, e “neschamah”, così il testimone di Roma (Vaticano) traduce col termine “risurrezione” i tre differenti concetti “egheiro”, “anastasi”, ed “apokatastasi”.

 

Insomma, da Brooklyn-Bufalotta a Roma-Vaticano è in tal modo negata la realtà delle ripetute vite terrene: da Brooklyn-Bufalotta perché attribuendo all’anima l’esclusivo suo animarsi di tipo animale, è ovvio che non si può poi attribuire all’immobile cadavere alcuna ipotesi di reincarnazione individuale (“apokatastasi” per l’evangelista Luca); da Roma-Vaticano perché la fede nella risurrezione della carne sostituisce barbaramente la conoscenza di ciò che dalla carne e dalla materia non proviene: l’io umano.

 

Tutto il lavoro dei negatori è comunque sempre concepito e fondato sul castigo eterno, e tutto prende le mosse dal castigo, o meglio dalla paura del castigo…

 

Se si osserva etimologicamente questo concetto si ha che la parola “castigo” proviene dal latino “castus”, così come la parola “purgare” proviene da “purus”. Rendere puro, casto, ripulire, purgare, nel lavoro concepito come castigo cos’è in definitiva? È il karma negativo dei “lavoratori” o dei “proletari” che si combattono fra loro, fra destre e sinistre, senza minimamente accorgersi che il karma da superare è la creatività, cioè una nuova concezione del lavoro: il lavoro creativo in cui il karma si trasforma in “carme”, poesia di vita!

 

La creatività caratterizza infatti NELL’ESSERE UMANO la sua superiorità rispetto all’animale, ed il lavoro concepito come creatività, come talento, e come libera espressione dell’io, riguarda la divino-umanità (Dicevano gli ebrei a Gesù di Nazareth: “[…] tu, che sei uomo, ti fai Dio”. E Gesù a loro: “Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi?”), dunque L’UOMO INTESO COME ESSERE SUPERIORE ALL’ANIMALE.

 

IL LAVORO CONCEPITO COME PENALIZZAZIONE RIGUARDA INVECE L’UOMO INTESO COME SPECIE ANIMALE, COME ANIMALE, O TUTT’AL PIÙ COME ANIMALE SOCIALE.

 

L’interiorità umana del lavoratore sudato e punito è in ebraico NÈFESH, e giustamente di essa si dice che è “principio vitale” o vitalità.

 

L’interiorità umana del lavoratore concepito non solo come sudato affannato e punito, ma anche come creativo è invece NESHAMAH, e giustamente di essa si dice che è “anima”, cioè umana attività interiore.

 

L’interiorità umana del lavoratore che passa dalla nèfesh alla neshamah è RUACH, e giustamente di ruach si dice che è “spirito”.

 

GRANDE È PERÒ NELLE CONFESSIONI RELIGIOSE LA CONFUSIONE TERMINOLOGICA CIRCA QUESTE TRE PAROLE.

 

L’impiego del termine psyché nei Vangeli fa riferimento alla vitalità ed alla totalità dell’essere umano (Gv 13,37). Questi collegamenti vanno dallo stato emotivo dell’uomo (la mia psyché è triste fino alla morte: Mt 26,38) fino al suo affanno egoistico (chi vorrà salvare la propria vita, la perderà: Mc 8,35).

 

Paolo di Tarso usa psyché nella sua forma oggettiva psychikos in contrapposizione all’uomo spirituale, indicando così l’uomo che ragiona con le mere categorie del mondo dei sensi, nella sua vita naturale, animatrice del suo corpo fisico.

 

La parola psychikos è da intendere perciò nel senso di animico (psiche significa anima), cioè emotivo, che si anima autonomamente come avviene anche negli animali.

 

In tal senso l’uomo meramente psichico non può accogliere le cose dello spirito: l’uomo psichico non riceve le cose dello spirito di Dio (1ª Cor. 2,14).

 

PSYCHÉ È INFATTI LA TRADUZIONE GRECA DELL’EBRAICO NÈFESH che traduce anche anima, ma esclusivamente nel senso di un’entità che si muove autonomamente, da sé, personalmente, soggettivamente.

 

La parola “nèfesh” deriva dal verbo nafash che significa in ebraico respirare dopo un lavoro faticoso.

 

NÈFESH INDICA DUNQUE UNA PERSONA CHE RESPIRA, CHE VIVE, IN QUANTO, RESPIRANDO, LA SUA PARTE TORACICA, I SUOI POLMONI SI ANIMANO.

 

Essendo attribuibile anche alle bestie, in quanto anche le bestie respirano, nèfesh ha un comune significato generico, traducibile come anima e come vivente, perché anima significava vita, e quindi vivente, principio vitale, appunto.

 

Con la parola nèfesh gli antichi non indicavano la vita vegetativa delle piante semplicemente per il fatto che ai loro occhi non risaltava immediatamente evidente la respirazione delle piante, per cui riconoscevano il concetto di vita solo a uomini e a bestie.

 

Non che gli antichi pensassero che le piante fossero senza vita. Semplicemente non vedevano in esse la respirazione visibile, e quindi non davano alle piante il concetto dinamico di vita, perché per essi la vita era rivelabile dalla respirazione. Nèfesh, infatti, significa respirazione, e la respirazione era segnale della vita. Nel linguaggio comune tale segnale passò poi, per traslato, a significare sia il vivente umano, che il vivente animale, e nèfesh é infatti il termine proprio di chi respira, dunque dei viventi, uomini o animali che siano.

 

Paolo usava il termine psychikos in quanto NON POTEVA NON SAPERE dai libri della Legge (o Torà) che l’uomo prima di ricevere l’alito divino, cioè lo spirito individuale - neshamah -, era già vivente, SIMILE MA NON UGUALE ALLA BESTIA. INFATTI SECONDO LA BIBBIA L’UOMO PROVIENE DIRETTAMENTE DAL DIVINO: DIO SOFFIA SU DI LUI IL SUO SPIRITO - NESHAMAH - DI VITA, IN MODO CHE ORA LA SUA VITA - NÈFESH - NON ASSOMIGLIA PIÙ A QUELLA ANIMALE (GEN. 2,7).

 

L’espressione ebraica “lenèfesh”, “A ESSERE VIVENTE”, è composta dalla preposizione “le”, che significa “a”, prefissa alla parola “nèfesh”, che significa “essere vivente”, sia umano che spirituale. La preposizione “le”, “a”, prefissa alla parola “nèfesh” - “essere vivente” - sta proprio ad indicare il culmine finale dell’evoluzione del corpo preumano, destinato AD ESSERE VIVENTE come essere umano fisico e spirituale, non appena Dio soffia in lui lo spirito della vita, cioè, non appena Dio infonde nel suo essere vivente preumano lo spirito vivente individuale.

 

Ovviamente, non intendo con ciò affermare che tutte queste caratterizzazioni siano delle definizioni. Ogni contenuto concettuale è sempre perfettibile. Quindi per me valgono solo fino a prova contraria. Vale a dire se qualcuno mi mostra altrettante caratterizzazioni migliori in grado da stare in piedi da sé in merito agli stessi contenuti, non avrei nessuna difficoltà a evolvere e a migliorare i risultati di questa mia esperienza concettuale. Credo infatti che la cultura della definizione dei concetti sia una bufalo, in quanto cultura del “pensato”, del “dato”, del morto: anzi, proprio nel concetto stesso di “de-finizione” c’è il sentore del finire, dunque di qualcosa la cui vita finisce.

 

La realtà è complessa e le parole possono caratterizzarla, mai definirla. A volte invece ci “incarogniamo” su concetti e idee in senso ideologico, cioè collocandoli kantianamente “a priori”, cioè pregiudizialmente, preconcettualmente. Con questo tipo di comportamento concettuale sarebbe molto difficile comprendersi. Se, per esempio, osservo un dipinto e noto che ha colori caldi, ciò non significa che d’inverno io possa usarli per riscaldarmi!

 

Allo stesso modo, anche la parola neshamah a volte può significare respirazione, ma in Genesi 2,7 sarebbe fuori posto con quel significato, in quanto il corpo preumano dell’uomo già respirava da parecchio tempo, a meno che si voglia credere che il Creatore abbia trasformato in vivente un pupazzo di creta come in una magia di cartoni animati.

 

Credo invece che il creato in atto sia un fatto evolutivo, e che il “motore” di questa cosmica attività crei, facendo evolvere gli essere viventi, i quali sono fatti, sì, di carne come gli animali, ma superiori a qualsiasi bestia provenuta direttamente dalla terra, come dal resoconto di Genesi 1, 20-26: “Poi Dio disse: Producano le acque vivi animali striscianti, e volanti sopra la terra […] ed ogni animale vivente e moventesi […] Dio disse: Facciamo l’uomo […] domini sopra i pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sugli animali domestici, su tutte le fiere della terra e su tutti i rettili che strisciano sopra la terra”.

 

Vi è dunque una trasformazione dell’“adamo biblico” (pupazzo cretaceo) in “essere senziente” prima, in “essere razionale” poi, tramite evoluzione continua e distinta da quella di ogni altra creatura.

 

Se invece si intende l’essere umano come animale o come meccanismo si cade in una specie di talebanismo aristotelico dell’“animale sociale” sopracitato che, in definitiva, nella realtà umana attuale non può che esprimere un UOMO SEMPRE PIÙ ANIMALE E SEMPRE MENO SOCIALE, come è largamente dimostrato da quanto sta avvenendo su tutto il pianeta.

 

Probabilmente per gli oscuratori di neshamah o per i “lavoratori sporchi e sudati” che non hanno tempo di liberarsi dall’oscurità così ottenuta, nèfesh, che è il mero “principio vitale”, sta invece ad indicare la comune condizione mortale dell’uomo e della bestia, senza alcuna differenza di superiorità essenziale dell’uomo sulla bestia.

 

In base a questi pregiudizi vengono poi create le leggi e... le finanziarie.

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7 marzo 2012 3 07 /03 /marzo /2012 09:34

bottone_rosso.jpg

Ovvero: l'ideologia del bottone. Come fare per essere libertari!

L’immagine qui a destra è stata recentemente usata (precisamente ieri!) per caratterizzare l’atteggiamento che dovrebbe avere un essere umano per appartenere ad una certa ideologia. Non sto scherzando. È pazzesco ma è un fatto realmente accaduto. Non cito l’autore di questa caratterizzazione, perché essa basta ed avanza come esempio del “pensiero” di questo periodo storico, che potrebbe essere detto PERIODO DELL’ANTIPENSIERO.

  

Con concetti speculativi di costruzioni ideologiche c’è ancora chi, al giorno d’oggi, per motivi altrettanto ideologici ed utopici, vorrebbe riformare la vita sociale con NORME LIBERTARIE, le quali, a detta del normatore, dovrebbero innanzitutto stabilire chi è dentro e chi è fuori dall’ideologia libertaria.

 

È chiaro che qui l’imbecillità supera ogni limite, dato che regole libertarie sono una contraddizione in termini, e che chiunque le volesse porre non sa minimamente riflettere su quanto afferma. Non sa quello che dice. “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno!”, diceva un tale… 

 

Eppure questa FEDE ZELANTE nelle ideologie è ancora abbastanza diffusa - non saprei dire se a causa di un’ignoranza diffusa o di idiotismo - nonostante il loro sensibile crollo soprattutto nella storia di questi ultimi trenta, quarant’anni!

 

Oggi l’ignoranza dell’uomo zelante si è talmente ingigantita che si arriva perfino a sostenere con presunzione che CHI NON ODIA LO STATO AL PUNTO DA FARLO ESPLODERE - se fosse possibile premendo un bottone (il bottone dell’immagine, appunto, che ho prelevato ieri da un sito internet) - come prescriverebbe l’ideologia libertario-anarcocapitalista, NON PUÒ ESSERE LIBERTARIO, MA È TUTT’AL PIÙ UN LIBERALE O UN SOCIALISTA O UN COMUNISTA.

 

Questo è il fatto! Siamo a questo punto. Cioè a un punto talmente arretrato che mi ricorda un aneddoto veterotestamentario a proposito della pronuncia di una parola ebraica. È notorio che nell’ambito di lotte ebraiche si faceva pronunciare tale parola a nemici di tribù vicine vinte in battaglia, ritenute di razza impura, seguendo quest’altro criterio di comportamento: se costoro pronunciavano quella parola in modo giusto non veniva loro tagliata la testa! La parola era “scibòlet”, che significa “spiga”. Dunque si mostrava loro una spiga chiedendo: “Cos’è questa?”, e si doveva rispondere “scibòlet” e pronunciare la “sc” come in “scimitarra”, mentre gli “impuri”, impreparati al “purismo” di questa distinzione linguistica, avrebbero detto “sibòlet” come in “sigaretta”… E venivano decapitati…

 

Certamente questo paragone è forte, e oggi non sarebbe possibile una cosa simile. Eppure un libertario, per considerarsi tale, dovrebbe immaginare di trovarsi di fronte a un bottone (quello della foto), collegato alla distruzione dello Stato e, in base alla consapevolezza di tale collegamento, di non avere la minima riflessione da fare o il minimo dubbio in proposito, e immediatamente premere quel bottone facendo esplodere… lo Stato.

 

Quando leggo queste fregnacce, rido a crepapelle perché, secondo relatori di questo livello, l’alternativa della mediazione del pensare all’immediatezza dell’agire premendo quel pulsante sarebbe socialismo, o comunismo. Infatti secondo questo relatore una minima riflessione sul da farsi in quella circostanza vorrebbe dire essere NON LIBERTARIO ma comunista! Non è incredibile? Eppure oggi è così: basta sapere mettere insieme le parole di una certa ideologia ben studiata, e si diventa immediatamente portaborse di qualcuno!!!

 

L’ideologia! Ma da dove nasce la parola “ideologia” che genera simili atteggiamenti negli attivisti che si attivano con tale zelo da esigere lo scatto immediato senza minima mediazione di pensiero? NASCE PROPRIO DAL COMUNISMO PROLETARIO!

 

Questo è davvero il colmo dei colmi. Una battuta per Crozza o per Zelig? Certamente. Ma è la realtà: la parola “ideologia” si foggiò da quella concezione che appunto la classe proletaria accolse mentre era in formazione; dalla scientificità che andava sempre più materializzandosi, si formò la concezione che la realtà storica dovesse consistere propriamente soltanto in lotte economiche, in strutture economiche, in lotte di classe, in breve in quello che vi era di immediatamente ed esteriormente materiale, di fisico-sensibile nella vita umana e nella vita storica, che cioè le forze economiche fossero propriamente la vera realtà.

 

ED OGGI COSA VI È DI DIVERSO DALL’ATTEGGIAMENTO LIBERTARIO CHE VEDE NELL’ANARCOCAPITALISMO L’UNICA VERA RISOLUZIONE DEI PROBLEMI SOCIALI?

 

II MATERIALISMO ECONOMICO, CHE EBBE UNA MEGA DIFFUSIONE IN TUTTO IL MONDO, FU APPUNTO IL RISULTATO DELLA GENERALE CONCEZIONE MATERIALISTICA CHE OGGI, ANZICHÉ ESSERE SUPERATA, INVALE IDEOLOGICAMENTE NELLE COSCIENZE DEGLI ANARCOCAPITALISTI SEDICENTI LIBERTARI!

 

Ma che cosa significava la parola “ideologia” per il comunismo proletario?

 

Significava che la vita giuridica, la morale, quello che vi è nel bello, i concetti religiosi, la giurisprudenza, qualsiasi idea di Stato, in breve tutto ciò che è vita immateriale dell’interiore attività umana, non era la vera realtà, ma la schiuma e l’apparenza che sorgeva dalla vera realtà, riposta invece nelle lotte e nelle strutture materiali. Soltanto quello che viveva esteriormente nei fatti che cadono sotto i sensi era visto invece come realtà.

 

Dunque questo relatore d’oggi che non si sente comunista ma libertario, per non essere detto comunista deve schiacciare quel bottone! E deve schiacciarlo senza riflettere… non riflettendo nemmeno sul fatto che la sua ideologia libertaria non è altro che quel materialismo economico vecchio di un secolo!

 

Ed è un materialismo economico anche abbastanza alienato quello di oggi, dato che vorrebbe immaginare il bottone da schiacciare senza neanche accorgersi che quel bottone è solo… immaginato. Quindi è costretto a dire che è ideologico, perché a costruire la dinamica di quell’immagine è mera logica di idee. Così egli è costretto a fare il panegirico dell’ideologia in sé. ED ACCETTA DI BUON GRADO TALE COSTRIZIONE CHIAMANDOLA LIBERTARIA!

 

Dunque questo tipo di ideologo d’oggi è un frescone oppure è un malato. Se non lo fosse, chiederebbe a se stesso: schiaccio il bottone di cosa? Cosa faccio realmente esplodere con questa azione del mio immaginario interiore? Egli praticamente fa, sì, esplodere qualcosa in se stesso, cambiandole i connotati. Ma i connotati di che cosa? Semplicemente i connotati di nomi quali “comunista” e “materialismo economico”, che sostituisce coi nomi: “libertario” e “anarcocapitalismo”! Tutto qui.   

 

A QUESTO SERVE DUNQUE IL BOTTONE LIVELLARIO DI QUESTO FRESCONE LIBERTARIO.

 

Ma se si vuole plasmare davvero l’evoluzione dell'umanità e del mondo in un senso proficuo, cioè in senso tale da arrivare di nuovo dalle forze di decadenza a quelle di ascesa, occorre finalmente porsi davanti alla nostra interiorità che cosa possano significare in verità questi atteggiamenti stupidi verso l’ideologia.

 

Dal mondo immateriale col quale si sentiva legato interiormente e dal quale in pari tempo si sentiva anche interiormente determinato e dipendente, l’uomo avrebbe dovuto evolversi con la sua coscienza e volgersi a un mondo di pura oggettività, nell'epoca transitoria dell’evoluzione storica nella quale siamo ancora impantanati.

 

Non siamo ancora riusciti in questa impresa, a causa di molti uomini arretrati credenti nelle ideologie, ZELANTI, appunto, nonostante esse abbiano dimostrato di essere pure astrazioni senza connessioni con la realtà quotidiana.

 

Quando saremo capaci di porci davanti a tali oggettività esteriori, la nostra attività interiore diventerà l’immagine appunto di quelle oggettività.

 

Se però vogliamo orientarci secondo immagini riflesse, di per sé prive di forza, come lo sono le ideologie, dobbiamo darci NOI STESSI gli impulsi. Così è pure con quanto in noi diviene concetto astratto. E mentre nel nostro pensiero astratto compare la parte più nobile esistente in noi, quella che ci richiama all’individualismo etico, quella diventa per noi l’impulso alla libertà.

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6 marzo 2012 2 06 /03 /marzo /2012 13:37

[Risposte alle domande dopo "La scuola NON di Stato”, 4ª conf. di Zurigo del 28/10/1919; Titolo originale: "La vita culturale: arte, scienza e religione. L'educazione come arte sociale" - A cura di Nereo Villa].

 

Indice sommario della 4ª conf.: La scuola del rinnovamento - L'arte non è un lusso - La scientificità come astrazione e bufala - L’anacronismo del monopolio dello spirito genera bufale - L’uomo robot che vorrebbe Monti proviene da Wilson - Per essere liberi il gregarismo non serve - Non esistono nervi motori - Il NO TAV è un no al fare imposto dai faraoni keynesiani - La crisi si risolve rinnovando il pensare.

  

 Vengono richieste informazioni sul modo in cui il relatore pensa che queste considerazioni possano essere messe in pratica.



 

 

Gradirei sapere in che misura l’arte moderna possa essere definita in un certo senso naturalistica.

 

Rudolf Steiner: Innanzitutto mi è stata posta per iscritto questa domanda:

 

Il suo concetto di libertà non è simile a quello del superuomo di Nietzsche nella Gaia scienza?

 

Cari ascoltatori, per quanto riguarda la mia visione dell’essere umano in rapporto al concetto di libertà, posso rinviarvi a come lo descrivo nella mia FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ [il maiuscolo è mio - nota del curatore] - per prima cosa nel mio breve scritto VERITÀ E SCIENZA, e poi nella FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ.

 

Rispetto alla concezione del mondo di Nietzsche mi sono espresso nel mio libro FRIEDRICH NIETZSCHE: UN LOTTATORE CONTRO IL SUO TEMPO”, scritto nel 1894.

 

È assolutamente giusto che anche chi, come me, si rende conto della necessità di un approfondimento e di un innovamento del concetto di libertà, e di conseguenza di tutto l’essere umano, possa vedere nella concezione di Nietzsche, pur contestabile sotto certi punti di vista, i germogli di quello che in effetti rappresenta il desiderio più profondo degli esseri umani, l’aspirazione ad un’organizzazione futura della civiltà.

 

La vita e l’ideologia di Nietzsche sono straordinariamente interessanti, e forse il modo migliore per approfondirne la conoscenza consiste nel prendere in considerazione quanto c’è di tipico nel suo rapporto con il periodo combattuto dell’ultimo terzo del XIX secolo. Nella sua tragica esistenza, Nietzsche ha lottato per comprendere la libertà dell’uomo, e lo ha fatto tramite un suo rapporto profondamente tragico con lo svolgersi delle concezioni del mondo nell’ultimo terzo del XIX secolo.

 

La figura di Nietzsche mi appare nel modo seguente: in lui si è espresso forse con la massima intensità tutto quello che viveva negli uomini migliori dell’ultimo terzo del XIX secolo. Ma in parte questo trovava in lui una natura che non era all’altezza di dominare del tutto i problemi, che non era in grado di formulare e ponderare fino in fondo gli enigmi che gli gravavano sull’anima. Si potrebbe dire che il destino di Nietzsche è stato quello di soffrire di tutte le correnti ideologiche di cui era possibile soffrire nell’ultimo terzo del XIX secolo.

 

Si veda innanzitutto come, dopo aver superato le conoscenze scolastiche che aveva assimilato da filologo in maniera brillante, abbia familiarizzato con la concezione del mondo di Wagner e Schopenhauer. Chi conosce il bel testo di Nietzsche dal titolo SCHOPENHAUER COME EDUCATORE” saprà che per lui questo prendere confidenza con Schopenhauer e Wagner ha rappresentato una lotta interiore che è dovuta finire con una sofferenza per questa ideologia che conteneva molti degli impulsi futuri dell’umanità, ma che non è riuscita ad essere veramente incisiva sul piano sociale.

 

Così possiamo dire che nel 1876 Nietzsche ha abbandonato questa concezione, per rivolgersi ad una più positivista, più scientifica. Mentre era immerso nella visione di Schopenhauer e di Wagner, aspirava a liberarsi dall’elemento scientifico per accostarsi alla realtà con una disposizione d’animo artistica, per avvicinarsi ad essa più di quanto non fosse possibile attraverso la scienza.

 

Dopo aver sentito che ciò era insufficiente, si è rivolto all’orientamento positivista, cercando per così dire di giungere alla realtà mediante un’intensificazione dell’anelito scientifico, osando infine spingersi a quelle che oggi troviamo come le sue idee dell’ETERNO RITORNO DELLE STESSE COSE e del SUPERUOMO. Quest’ultima idea ha cercato di esprimerla liricamente nel suo ZARATHUSTRA. È poi crollato nell’istante in cui ha voluto applicare ai grandi problemi dell’evoluzione dell’umanità dell’era moderna quella che aveva sviluppato come idea del superuomo, la trasformazione dell’uomo comune in un essere superiore.

 

Proprio per quanto riguarda Nietzsche, è molto significativo vedere come sia riuscito a familiarizzare con tutto quello che c’era in quel periodo. In fin dei conti il suo problema del superuomo altro non è che l’estensione del principio darwinistico a tutta l’evoluzione dell’umanità. Come l’uomo rappresenta qualcosa che evolve dall’animale, così il superuomo dev’essere qualcosa che si sviluppa a partire dall’uomo.

 

La tragedia di Nietzsche consiste nel suo essersi sentito sempre in contrasto con certi tratti caratteristici della sua epoca, l’ultimo terzo del XIX secolo, ed è per esempio interessante che si sia spinto fino all’idea dell’eterno ritorno di tutte le cose, che a certi può apparire grottesca, di quell’ordine cosmico in base al quale tutto quello che accade deve ripetersi uguale in un movimento ritmico eterno. A molti quest’idea dell’eterno ritorno era sembrata estremamente paradossale anche dal punto di vista psicologico.

 

Una volta ebbi l’occasione di parlare di queste cose con diversi studiosi nell’archivio di Nietzsche; si parlava anche di questo eterno ritorno in relazione all’idea nietzschiana del superuomo. E io dissi: “Così come si è manifestata in Nietzsche, quella dell’eterno ritorno mi sembra l’idea opposta a quella di un positivista molto rigido e pedante del XIX secolo, Eugen Dühring”. Curiosamente Dühring ne parla in un punto, credo nel suo compendio filosofico, a cui dà il nome di FILOSOFIA DELLA REALTÀ: partendo da determinati presupposti si potrebbe quasi ardire di sostenere un’idea come quella dell’eterno ritorno degli avvenimenti cosmici, un’idea del tutto impossibile.

 

Io dissi: l’idea nietzschiana dell’eterno ritorno di tutte le cose è l’idea opposta a questa, e in effetti può essersela formata solo dopo aver letto Dühring ed essersi detto: può essere giusto solo il contrario di quello che pensa un tale individuo del XIX secolo. E, vedete, eravamo nella biblioteca di Nietzsche. Io presi la FILOSOFIA DELLA REALTÀ di Dühring, aprii la pagina e trovai il passo corrispondente: lì accanto, ben sottolineato, c’era scritto “asino”! È un commento che si trova a margine di molti libri appartenuti a Nietzsche. È allora che in lui è nata l’idea contrapposta a quello che ha trovato in uno spirito dell’ultimo terzo del XIX secolo.

 

È un fatto che in Nietzsche si ripete con notevole frequenza: l’esposizione di cose che riteneva elementari, che dovevano continuare ad evolversi - e poi la totale opposizione ad esse. Se nell’archivio di Nietzsche vi dovesse capitare di prendere in mano la sua copia di Guyau sulla morale francese, vedreste che tutte le pagine sono completamente evidenziate e potreste rendervi conto di come ha sofferto per le idee del XIX secolo e di come ha cercato di elaborarle ulteriormente. È interessante pure la sua copia dei “Saggi”di Emerson, che non solo è piena di sottolineature, ma dove interi paragrafi sono incorniciati a matita e numerati, così che da Emerson ha ricavato una specie di sistematica.

 

Allora si può capire come in effetti Nietzsche mirasse a trovare un simile concetto di libertà. Tuttavia non posso dire che ci sia qualche pagina di Nietzsche in cui si palesi chiaramente lo stesso impulso che vuol emergere per mezzo della scienza dello spirito, e che oggi vi ho descritto con l’esempio del bambino di cinque anni alle prese con le poesie di Goethe.

 

Nietzsche non aveva dentro di sé quell’orientamento animico che gli consentisse di muoversi in quella direzione.

 

Lo potete arguire già dall’inizio del suo ANTICRISTO, dove nel primo, nel secondo e nel terzo capitolo ribadisce che il superuomo non è qualcosa di spirituale, bensì qualcosa che va allevato fisicamente in futuro e via dicendo. Quindi in Nietzsche quasi ogni concetto è ambiguo, ma è proprio da questa ambiguità che dobbiamo uscire. Per questo credo che Nietzsche sia uno spirito estremamente ricco di spunti, ma che non sia possibile fermarsi a nessuna delle sue conclusioni. È così che desidero rispondere alla domanda espressa prima.

 

Dalla sua conferenza sembra risultare che dovremmo riavvicinarci al mistero del Cristo. Significa che gli dovremmo dare lo stesso contenuto che gli ha dato l’epoca in cui ha avuto luogo?

 

Cari ascoltatori! Vedete, una delle migliori esposizioni nella FILOSOFIA DELLA RIVELAZIONE di Schelling è quella dove fa notare che nel cristianesimo quello che conta non è tanto la dottrina quanto la comprensione di un fatto storico.

 

Quello che si è verificato all’inizio del cristianesimo è un fatto, un evento. Ora si tratta di questo: quando si parla di una dottrina si può essere facilmente indotti a trasformarla in un dogma. E se si hanno le idee chiare sull’evoluzione dell’umanità, ci si deve dire: tutte le dottrine sono in continua evoluzione, progrediscono con l’umanità stessa. I fatti invece si trovano in quei momenti dell’evoluzione storica in cui sono avvenuti e là restano!

 

Ma già quando abbiamo a che fare con l’uomo comune, non vogliamo forse imparare qualcosa del suo essere reale entrando in contatto con lui? E se diventiamo un po’ più saggi, impareremo a conoscere questo essere diversamente e meglio. In particolar modo, di fronte ad un personaggio importante possiamo dirci che capiamo per ora questa o quella cosa, ma progredendo oltre ne coglieremo altri aspetti ancora.

 

Lo stesso avviene di fronte ad un fatto, ad un evento quanto mai ricco nella sua struttura fondamentale. I cristiani dei primi secoli avranno inteso in un certo modo il fatto del mistero del Golgota, ma è possibile che i modi di vedere un simile evento facciano dei progressi. Ed è proprio questo che ha in mente la scienza dello spirito: non il rinnovamento di una dottrina che è già esistita, ma la possibilità di avere una visione evoluta di questo mistero, cioè conforme allo spirito umano d’oggi. Questa è la risposta che desidero dare alla domanda che mi è stata fatta.

 

A proposito di una conoscenza scientifica, come per esempio quella relativa alla natura dei nervi, è possibile dire che sia sociale o asociale?

 

Qui si tratta di qualcosa di cui parlerò volentieri anche nella conferenza di domani. Oggi comunque desidero dire questo: in definitiva anche TUTTI GLI AVVENIMENTI ESTERIORI CHE SI SVOLGONO NELLA CONVIVENZA SOCIALE UMANA DIPENDONO DAL MODO IN CUI GLI UOMINI PENSANO, SENTONO E VOGLIONO.

 

È solo un punto debole della nostra epoca quello di voler far derivare dalle condizioni esteriori tutto quello che l’uomo pensa, sente e vuole, quello di voler per così dire considerare l’uomo un prodotto degli avvenimenti e delle istituzioni esteriori.

 

IN VERITÀ TUTTO QUELLO CHE ESISTE IN FORMA DI ISTITUZIONI ESTERIORI RISALE A CIÒ CHE GLI UOMINI HANNO PENSATO, VISSUTO E VOLUTO. ECCO ALLORA CHE DELLE ISTITUZIONI ESTERIORI SANE SEGNALANO LA PRESENZA DI PENSIERI SANI, MENTRE QUELLE MALSANE RIMANDANO A PENSIERI MALSANI. E VICEVERSA, UN’EPOCA CHE PENSA IN MANIERA MALSANA A PROPOSITO DI MOLTE COSE NON POTRÀ SVILUPPARE IMPULSI VOLITIVI SANI PER QUANTO RIGUARDA LA VITA ESTERIORE.

 

Vedete, all’interno della nostra comune concezione socioeconomica, il concetto più problematico è quello di LAVORO UMANO. L’ho già accennato, ho detto che nel marxismo, per esempio, il concetto della forza lavorativa riveste un ruolo notevole, ma il punto è che in questa teoria marxista il concetto di lavoro viene visto da un’ottica completamente sbagliata. Il lavoro, la forza lavoro in quanto tale, ha un significato a livello sociale per via della prestazione e della funzione che la prestazione riveste nella convivenza sociale degli uomini.

 

Qualche giorno fa vi ho detto che c’è una grande differenza fra l’esaurire la propria forza lavoro praticando uno sport o spaccando la legna. Quando l’uomo spacca la legna, l’importante è il modo in cui il suo lavoro confluisce nella convivenza sociale, non il consumo della forza lavorativa in quanto tale. Così nei prossimi giorni emergerà che non rendiamo giustizia al lavoro come funzione sociale se, invece di considerarlo in questo suo inserirsi nell’organismo sociale, parliamo solo del consumo della forza lavoro in quanto tale.

 

A questo punto ci si può chiedere: da DOVE VENGONO QUESTI CONCETTI SBAGLIATI A PROPOSITO DEL LAVORO? Chi ha le idee giuste sui cosiddetti NERVI MOTORI, prima o poi si farà di certo dei concetti giusti anche sulla funzione del lavoro nell’organismo sociale. Chi si rende conto che non ci sono nervi motori, ma che i cosiddetti nervi motori sono solo nervi che ci fanno sentire l’arto in questione a cui la volontà trasmette la propria forza, porterà a coscienza la forza reale con cui agisce nel mondo esteriore ogni impulso volitivo - già per il fatto di essere forza volitiva e di manifestarsi nel lavoro.

 

Ma in questo modo, grazie ad un giusto concetto della volontà e della relazione che intercorre fra essa e l’organismo umano, si avrà un punto di riferimento per capire la parentela che c’è fra la volontà e il lavoro. E grazie a questa idea, si arriverà anche a farsi dei concetti sociali corretti, delle idee e dei sentimenti sociali esatti.

 

Si può dire che il modo in cui l’uomo pensa a livello sociale dipende sotto molti aspetti dalla sua capacità di sviluppare in modo corretto o meno determinati concetti riguardanti la natura. Bisogna aver ben chiaro che CHI SOSTIENE CHE NELL’UOMO SONO I NERVI MOTORI A STIMOLARE LA VOLONTÀ NON SARÀ MAI IN GRADO DI RAVVISARE UN’EFFETTIVA CONNESSIONE FRA IL FATTORE CHE ATTIVA IL LAVORO - LA VOLONTÀ - E LA FUNZIONE DEL LAVORO NELL’ORGANISMO SOCIALE. Era questo che vi volevo anticipare oggi a proposito di questo argomento.

 

Come si deve valutare l’espressionismo?

 

Vedete, cari ascoltatori, lo posso mettere in relazione con quest’altra domanda:

 

In che misura può essere definita naturalistica l’arte moderna?

 

Come ho già accennato nel corso della conferenza, non sono affatto dell’opinione che tutti gli artisti stiano su un terreno naturalistico. Sarebbe sbagliato, dal momento che proprio questi ultimi decenni ci hanno mostrato molti artisti che cercano proprio di uscire dal naturalismo. Ma una cosa è parlare di quest’evoluzione dell’arte che è ancora agli inizi e un’altra è parlare del fenomeno complessivo dell’arte nella nostra vita attuale. Ed è con questo che abbiamo a che fare oggi.

 

In primo luogo si potrà allora dire che la nostra concezione dell’arte in quanto tale, la posizione dell’arte nella nostra vita pubblica è tale per cui alla sua base c’è solo l’elemento naturalistico. Ciò che cerca di uscire dal naturalismo è qualcosa che non è ancora riuscito a incidere a livello sociale.

 

Forse il momento in cui meglio vi rendete conto che l’elemento essenziale e determinante nella nostra tendenza artistica è quello naturalistico non è quando volete descrivere delle opere d’arte, quando volete prendere in esame gli artisti, ma ve ne accorgete piuttosto analizzando i gusti artistici del pubblico, verificando per quante persone, onde sapere se il personaggio di un romanzo è buono o brutto, l’unico parametro è quello di potersi dire: “Questo è assolutamente realistico” - intendendo che è riprodotto in modo naturalistico sul modello della vita esteriore. È il giudizio meno artistico che si possa emettere, eppure al giorno d’oggi è il più frequente. E di questi tempi in molte cose si può addirittura toccare con mano come tutto si orienti al naturalismo, solo che non ci si accorge che tutto è diventato naturalistico.

 

PRENDIAMO PER ESEMPIO L’ARTE DECLAMATORIA DEL PRESENTE [Quest’arte declamatoria è divenuta quello dello sbranarsi in Tv! - ndc].

 

Vi ricordo che oggi perlopiù si declama e si ritiene giusto declamare cercando di mettere in risalto con l’intonazione o qualche altra cosa il contenuto prosaico della poesia. Se ritorniamo ai tempi antichi dell’evoluzione dell’umanità, troviamo qualcosa che se abbiamo una certa età abbiamo ancora potuto vedere presso le popolazioni primitive delle campagne: allora la gente recitava andando su e giù, dando un ritmo a tutto l’organismo.

 

Lì si manifesta qualcosa che rimanda all’elemento prettamente artistico. Quando scriveva una poesia, nella maggior parte dei casi Schiller aveva una vaga melodia nell’anima.

 

Solo in un secondo tempo trovava le parole adatte.

 

Signifi a che alla base delle sue composizioni c’erano originariamente la melodia, il ritmo, il tempo. Goethe ha allestito la sua IFIGENIA, un’opera drammatica, con la bacchetta da direttore d’orchestra e sosteneva che quello che nella recitazione odierna viene trascurato fosse proprio la cosa più importante. A lui interessava pochissimo dare espressione all’elemento che oggi si ritiene essenziale, vale a dire al contenuto in prosa.

 

Solo andando oltre al naturalismo della nostra epoca - che da molti non viene affatto vissuto come tale, ma che viene invece percepito, come nel caso della recitazione, come il vero spirito dell’arte -, superandolo nei più svariati ambiti della vita, potremo vedere quanto il nostro tempo sia immerso in quella corrente.

 

Movimenti come l’espressionismo cercano in effetti di uscire dal naturalismo. E in tali casi bisogna dire: per quante obiezioni si possano sollevare alle opere degli espressionisti di oggi, esse hanno fornito all’arte contributi di tutto rispetto.

 

La rappresentazione di quello che non si vede nella realtà esteriore ma che può solo rivelarsi alla visione interiore dell’uomo è un primo passo per andar oltre il naturalismo.

 

Che spesso i tentativi degli espressionisti risultino maldestri è dovuto al fatto che attualmente gli uomini non sono molto progrediti nell’osservazione dello spirito.

 

Annovero invece l’impressionismo fra le manifestazioni estreme del naturalismo, poiché lì non viene neanche fatto il tentativo di comprendere qualcosa nella sua realtà naturalistica, bensì quello di cogliere l’impressione di un singolo istante. E questo impressionismo, per quanto intelligente possa sembrare, è l’ultima conseguenza del naturalismo.

 

Mentre direi che l’espressionismo è un tentativo spasmodico di tirarsi fuori dal naturalismo.

 

Da queste cose si potrebbe vedere anche esteriormente, se non lo si sente a livello interiore, come la moderna tendenza artistica sia immersa nel naturalismo. In fin dei conti, credo che al giorno d’oggi si tenda a criticare aspramente qualunque cosa che non abbia la pretesa di far concorrenza alla realtà esteriore, ma che voglia piuttosto rivelare una visione spirituale. Era principalmente questo che volevo

farvi notare.

 

Poi mi è anche stato chiesto:

 

Come metto in pratica quello che viene esposto in queste conferenze?

 

[Anche oggi da tempo domande di questo tipo continuano ad essere fatte, soprattutto in senso tecnico, ad es., come la seguente: “Se tu fossi al Governo, cosa faresti innanzitutto?”. Sto preparando una risposta in tal senso anche se sarà una risposta più da musicista che da politico o da economista. Dico però già da subito che ogni tipo di risposta non può, né dovrebbe mai, scavalcare le opinioni altrui, derealizzandone il senso democratico, come avviene oggi con Monti. Tutto dovrebbe essere fatto come proposta, anche perché la velocità delle innovazioni tecnologiche è davvero straordinaria e bisognerebbe tenerne assolutamente conto soprattutto nella creazione di un nuovo tipo di MONETA IN MANO ALL'UOMO, e non viceversa (la creazione di uomini-polpetta in mano alla finanza - ndc].

 

Vedete, chi si basa sul fatto che tutto ciò che viene prodotto nella vita sociale esteriore provenga dall’uomo, non dubiterà neppure per un attimo di questo: se un numero sufficiente di uomini è fortemente convinto di una certa cosa, allora si apre la via perché questa si realizzi nella prassi esteriore. Si tratta solo di rendersi conto una buona volta della relazione che intercorre fra il vissuto interiore, che comprende anche ciò che è scientifico-spirituale, e la prassi esteriore.

 

Prendiamolo in esame nel piccolo: che ci crediate o no - di queste cose può parlare solo chi ne ha fatto l’esperienza –, potete credere che l’uomo, per il semplice fatto di accogliere dentro di sé la scienza dello spirito, di capirne interiormente il significato, acquisisca un sapere riguardo a dei mondi forse molto interessanti. Ma non è così. Quello che vorrei dire, che ci crediate o no, è questo: se l’uomo penetra davvero a fondo in quella che vi ho presentato come scienza dello spirito, non gli viene dato qualcosa di astratto, delle semplici idee come le troviamo nelle scienze naturali o nell’economia sociale odierna, ma una forza interiore, qualcosa che fa nascere una forza interiore.

 

Proprio come quella che ho presentato oggi come pedagogia: essa pervade di forza interiore il maestro, così che egli non segue delle regole pedagogiche, ma quanto di imponderabile avviene fra lui e l’allievo. Così, grazie alla scienza dello spirito, l’uomo diventa anche più abile fin nei minimi particolari della vita. Per capire queste cose bisogna vederle anche nel piccolo; allora non si avranno più dubbi sul fatto che quando un numero sufficiente di persone, che ovviamente fanno parte della convivenza sociale, accoglierà dentro di sé questi impulsi, essi troveranno un’immediata applicazione pratica proprio tramite queste persone.

 

Per spiegarlo con un esempio tratto dalla quotidianità, prendete in considerazione la calligrafi a umana. Ci sono due tipi di grafia: una è quella a cui si tende di solito.

 

L’uomo scrive - be’, come la grafia lo vuole; la maggior parte delle persone scrive così. Dal loro organismo sgorga come di necessità un certo tipo di grafìa. Altri invece hanno una grafia diversa, che per sua natura è completamente differente da quella a cui normalmente si da’ il nome di calligrafia.

 

Queste persone “disegnano” le lettere quando scrivono, in loro è come se la scrittura vivesse nell’occhio che osserva la forza che pulsa nella mano.

 

Ci sono perciò grafi e che hanno origine direttamente dalla mano, ma anche altre che, mentre si scrive, vengono seguite dall’occhio che osserva la forma delle lettere. In questo caso lo spirito non vive solo a livello organico, negli arti, ma viene percepito coscientemente all’opera in essi.

 

Lì l’esperienza spirituale dell’uomo si traduce direttamente nell’attività pratica. È proprio così che si vive tutto ciò chefa parte della scienza dello spirito.

 

E così colui che comprende lo spirito vivente di cui abbiamo parlato oggi, capirà queste cose anche nel loro orientamento a diventare vita. Certo, di questi tempi sarà un eremita, un predicatore nel deserto, ma questo non migliora le cose per la vita odierna. Oggi, se si vuol rappresentare la vera vita concreta, ci si trova di fronte a degli strani “pragmatici”, che hanno una certa pratica negli ambienti più immediati, mentre la vera vita concreta consiste nel saper padroneggiare la vita esteriore per mezzo di idee che abbracciano l’esistenza nel suo insieme.

 

Si può quindi dire che quello che conta prima di tutto nelle cose esposte in questa conferenza è di renderle chiare e accessibili a più persone possibili. Una volta che vivranno nel cuore e nella testa di tante persone, diventeranno anche senz’altro pratiche. Che oggi non lo siano ancora è dovuto al fatto che non sono ancora entrate nella testa e nel cuore di un numero sufficiente di individui. Non basta che il singolo abbia il controllo delle idee sociali in una specie di torre d’avorio, ma bisogna che costui trovi altre persone con cui mettersi d’accordo per fare qualcosa.

 

Ma quando le idee sono veramente pratiche, la prassi scaturisce dall’esistenza stessa di tali idee; ed è solo l’assoluta incredulità, lo scetticismo dogmatico ad impedire che la nostra vita diventi effettivamente pratica, non la praticità delle idee o dello spirito.

 

Lo sperimentiamo dappertutto, non vi pare? Chi secondo molti era “privo di senso pratico”, ve l’ho descritto all’inizio di questa conferenza, ha dovuto dire nella primavera del 1914: la nostra vita sociale soffre di un cancro che prossimamente esploderà in maniera terribile. Un paio di mesi dopo è scoppiata la catastrofe della guerra mondiale, l’evento a cui allora avevo voluto accennare.

 

NATURALMENTE TUTTI I “PRAGMATICI” A QUEL TEMPO MI HANNO DERISO, ma hanno anche detto ben altre cose.

 

Potrei citarvi gli statisti, per esempio quelli degli Stati mitteleuropei, che ancora in quella primavera del 1914 affermavano: siamo in ottimi rapporti di vicinato con Pietroburgo e questi rapporti forniranno nei prossimi tempi una base sicura alla pace mondiale. Lo stesso signore ha detto qualcosa di analogo a proposito delle relazioni fra le potenze mitteleuropee e l’Inghilterra, riassumendole con queste parole: la distensione politica generale sta facendo notevoli progressi.

 

Orbene, la distensione politica ha fatto progressi così soddisfacenti che poche settimane dopo si sono verificati quegli eventi in cui sono stati uccisi dai dieci ai dodici milioni di persone, e tre volte tante sono state mutilate. Le ultime parole sono quelle del “pragmatico”, le prime quelle di chi è stato considerato da quei “pragmatici” un idealista visionario.

 

Quello di cui abbiamo terribilmente bisogno è di farci correggere il pensiero dalla prassi, è di renderci conto che potremo creare un terreno per la vera vita concreta solo imparando davvero a conoscere la vita spirituale. ALLA DOMANDA: COM’È POSSIBILE TRADURRE IN PRATICA SIMILI CONSIDERAZIONI? BISOGNEREBBE ALLORA RISPONDERE: PER PRIMA COSA OCCORRE FARLE ENTRARE NEGLI ANIMI DEGLI UOMINI. ALLORA IN MEN CHE NON SI DICA POTRANNO RIVERBERARE INCONTRO ALL’UOMO DALLA VITA PRATICA STESSA.

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6 marzo 2012 2 06 /03 /marzo /2012 10:10

Vedendo che non capite una mazza sono costretto a ripetermi. Repetita iuvant! Si dice che il seguente articolo sia stato linkato 794 volte; ciò nonostante, devo purtroppo accorgermi sempre più che tanto le mie parole quanto le mie canzoni (vedi ad esempio il brano "E vinci 'sta schiavitù", qui ripubblicato col nuovo nome "E vinci 'sta schiavitù, ovvero Governi schiavi") sono usate nel web per promuovere nuovi partiti! Che delusione.

E vinci 'sta schiavitù, ovvero Governi schiavi

 

Ciò che sta succedendo in Grecia, quello che successe in Argentina e la crisi economica globale hanno un denominatore comune: l’occultamento truffaldino della creazione della moneta.

 

Infatti l’attuale emissione monetaria poggia su un pilastro truffaldino detto Pil (prodotto interno lordo), il cui calcolo fu sempre considerato un’impossibilità scientifica (William Ashworth, “Breve storia dell’economia mondiale”, Bari, 1976) oltretutto determinato dalle emissioni monetarie, e non viceversa dato che dovrebbe essere il prodotto a determinare la quantità di moneta da emettere (V. Mathieu, “Filosofia del denaro” Roma 1985).

 

Prima del 1971 queste cose erano Bibbia. Dopo il 1971 furono eresia, ed il calcolo del Pil “divenne” scientifico, pur continuando ad essere calcolato “ad occhio” come prima! Di fatto, ciò che avvenne nel 1971 avrebbe dovuto delegittimare non solo qualsiasi monopolio di emissione monetaria, ma ogni banca centrale. Eppure nessuno ancora è in grado di riconoscerlo, in quanto i capitali ed i risparmi di tutti giacciono nelle banche, dipendenti dalle banche emittenti. Vale dunque la pena di approfondire la questione, dato che essa è rimasta da sempre irrisolta.

 

Le basi delle banche emittenti (o banche centrali) sorreggono un sistema presentato all’individuo come servizio necessario alla sua creatività o attività produttiva, ma che negli ultimi lustri è cresciuto a dismisura, prevalendo completamente sui settori primario e secondario, “indebitandolo” attraverso il cosiddetto debito pubblico che “indebita” gli Stati, impadronendosi di beni, aziende, proprietà e risorse.

 

Tali banche in passato garantivano con riserve auree le loro emissioni di soldi, che si impegnavano a convertire in oro su richiesta. Finché furono tenute per legge a convertire i soldi in oro, quindi fino all’abolizione di tale legge da parte del governo USA nel 1971, si poteva sostenere che i soldi alla loro emissione costituissero una passività (ed avessero un costo in oro) per dette banche, cioè che tale impegno (di convertibilità aurea) legittimasse il loro diritto di proprietà sui soldi emessi.

 

Soldi, che però oggi non sono più garantiti da tali riserve, ed il cui valore tipografico di emissione è irrisorio rispetto al v.n. (valore nominale; per es.: il v.n. di una moneta di un euro è 1, quello di una banconota di dieci euro è 10, di cento è 100, ecc.), generando di conseguenza per l’emittente un guadagno di quasi il 100% del v.n.

 

Dal momento che il valore dei soldi non riguarda più le riserve auree bensì la mera convenzione, accettata da chi li utilizza, gli utilizzatori sono anche i veri generatori di quel valore, che pertanto appartiene non ad una banca centrale ridotta a tipografia, bensì alla comunità utilizzatrice. La concreta logica dei fatti vorrebbe che, dopo l’abbandono del sistema di convertibilità del denaro in oro, il denaro fosse emesso - come anticamente - da mercanti come nota di banco (banconota) per lo scambio del suo valore con altri valori (di merci, servizi, ecc.).

 

Invece grazie alla logica monca cui è asservita la politica in genere e soprattutto quella fiscale, che determina di fatto una continua rapina (legale ma non legittima) della gente, le banche centrali hanno potuto indebitamente perseverare nell’errore di attribuire a sé la proprietà del denaro emesso, anche attraverso i cosiddetti poteri forti, cioè l’azionariato privato (finanza internazionale compresa).

 

Ad es., la banca d’Italia si autodefinisce istituto di diritto pubblico, ma il suo azionariato è per circa l’85% in mano a S.p.A. private: banche private con ovvio scopo di lucro. Da tale formalismo del sistema finanziario moderno ingenera il cosiddetto signoraggio, consistente nel guadagno del “signore” emittente, cioè di banche centrali formalmente di diritto pubblico, ma sostanzialmente di proprietà di gruppi finanziari privati.

 

Questo maxi guaio non riguarda solo l’Italia, ma tutti gli Stati del pianeta uniti nella gestione socialista dei soldi, simile alla consorteria del gatto e della volpe nel campo dei soldi di Pinocchio, là dove la banca è funzionale al parassitismo dello Stato, promettendogli keynesianamente denaro senza dover lavorare per ottenerlo (dal 1929 l’economista britannico J. M. Keynes è maestro di furberia consortile, cioè dell’intervento pubblico nell’economia con misure di politica fiscale e monetaria!).

 

Questo è infatti ciò che i governatori delle banche centrali forniscono ai vari governi, compreso l’attuale governo Berlusconi, il quale è il più keynesiano di tutti, per ammissione di Berlusconi stesso, e perché invita a consumare, consumare di più, consumare tutti, in stile keynesiano, appunto!

 

Grazie alla commistione di interessi fra alta finanza, politica e informazione, gli elettori non sanno che i soldi appartengono a banche centrali pubbliche di nome, ma private di fatto, né che i ministeri del tesoro, all’occorrenza, anziché chiederne la mera emissione alle banche centrali, pagandone il dovuto, cioè le sole spese di stampa, emettono debito pubblico (in “Italia Bot” o altro) per un importo pari al valore nominale (!) più le spese tipografiche, e più gli interessi per il periodo di scadenza del debito (che debito non è, essendo mera astrazione, cioè forma senza contenuto), e che poi portano allo sconto alla loro banca centrale!

 

Questa è la prima paradossale concausa dell’enorme indebitamento degli stati moderni.

 

Seconda concausa è la moltiplicazione truffaldina dei pani e dei pesci, cioè il fatto che le banche commerciali possono - anche qui legalmente ma non legittimamente - prestare (o utilizzare per altri generi di operazioni) fino a venti volte più denaro di quanto ricevono a deposito! Anche questa metastasi crescente in modo esponenziale genera i numeri fittizi del debito pubblico. I politici lo sanno, ma tacciono. “Pagabile a vista al portatore” era infatti la scritta che veniva stampata sulle vecchie banconote, e che valeva come cambiale, paradossalmente detta “inesigibile” dall’emerito Ministro del Tesoro Piero Barucci, ministro al tempo del governo Ciampi, perché anche quando c’era ancora il principio della convertibilità cartamoneta-oro, chi si fosse presentato come portatore richiedente oro, avrebbe riscosso soltanto una risata!

 

Credo che l’unica risposta possibile a questo tumore sociale sia la demonopolizzazione delle banche emittenti in un sistema di “free banking” reale come quello illustrato dal filosofo Rudolf Steiner nel ciclo di conferenze intitolato “I capisaldi dell’economia” tenuto a Dornach (Svizzera) nel 1922, dimostrando che una nuova moneta in grado di evitare per sempre l’inflazione è possibile esclusivamente evitando l’intrusione dello Stato nell’economia.

 

Per tale moneta sarebbe infatti non necessaria una banca di Stato, cosa che è l’esatto contrario dell’attuale fallimentare politica monetaria “central banking”, oramai estesa a livello transnazionale con l’unificazione monetaria.

 

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5 marzo 2012 1 05 /03 /marzo /2012 17:59

A proposito di censura youtube. Questo è il video censurato "per una violazione della norma di YouTube sui contenuti di natura sessuale o nudità"! Ciò è abbastanza comico, dato che questo voleva essere tutt'altro che un video "di natura sessuale" o pornografico.

Oltretutto, le scene presumibilmente incriminate le presi da youtube stesso! :D :D :D!!! Precisamente da "Super Porcona", e dal film "Cane di paglia" del 1971 di Sam Peckinpah, tratto dal romanzo "The Siege of Trencher's Farm" di Gordon Williams!!!

DODI&C ovvero LA PORCONA

Le sequenze del film "Il Divo" di Paolo Sorrentino, contenute in questo video come giustificazione del male, denunciano il cedimento morale di un tipo umano, che prostituisce la propria anima all'animalità del potere, pornograficamente inteso come CIVILTA' DELLA MENZOGNA.

Nell'epoca della DODI&C (Compagnia Dove Ogni Deficiente Impera) o delle frasi fatte, ciò che resta della realtà è la mera realtà economica... in disfacimento.

Quando ci si renderà conto che l'illusione è illusione, e che il luogo comune è luogo comune, vedremo anche il nostro disfacimento, anelante in noi all'animalità.

Se infatti ci occupiamo solo di accumulare soldi per la soddisfazione della nostra mera vita materiale (mangiare bere e godere), prostituiamo la ragione, usandola per procurarci ciò che anche l'animale si procura benissimo, pur senza l'uso della ragione.

Quando sopraggiungerà questa consapevolezza sorgerà anche un grande senso di vergogna.

Poi ci sarà l'inversione di marcia.

Allora subentrerà la convinzione della necessità di un rinnovamento della vita intellettuale-culturale.

E solo allora la crisi del mondo incomincerà a finire...

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5 marzo 2012 1 05 /03 /marzo /2012 16:31

[da R. Steiner, "La scuola NON di Stato”, 4ª conf. di Zurigo del 28/10/1919; Titolo originale: "La vita culturale: arte, scienza e religione. L'educazione come arte sociale" - A cura di Nereo Villa]

 

È da un simile modo di pensare, cari ascoltatori, che all'interno del movimento spirituale che si appoggia a Dornach è sorto anche ciò che è stato più volte frainteso. Dopotutto ci sono sempre state persone che già negli anni precedenti sono arrivate a pensarla non tanto male del nostro movimento scientifico-spirituale. Ma quando, qualche tempo fa, abbiamo cominciato a mettere in scena qui a Zurigo e in altri luoghi la cosiddetta arte euritmica - che nasce dalla scienza dello spirito e che è, ne siamo ben consapevoli, solo agli inizi -, la gente ha detto: "Ora è chiaro che neanche la scienza dello spirito può essere una cosa sensata. Se al suo interno ha posto anche questo tipo strambo di danza, allora la scienza dello spirito è una cosa da pazzi".

 

Cari ascoltatori, in una cosa del genere non si tiene conto di quanto dovrà apparire paradossale ciò che, a partire da queste basi, lavora ad una riorganizzazione del mondo, nel modo in cui lo fa ciò che è al servizio della scienza dello spirito. Quest'arte euritmica vuol essere un'arte sociale nel senso più elevato del termine, poiché intende comunicare in prima linea i misteri dell'uomo. Intende utilizzare quelle inclinazioni al movimento che sono insite nell'uomo, le vuole far sprigionare dall'uomo stesso nel modo che verrà

illustrato in occasione della prossima rappresentazione di euritmia.

 

Ma qui voglio accennare al fatto che quest'arte euritmica è vera arte proprio perché rivela i misteri più profondi dell'arte umana stessa. Essendo un vero linguaggio visibile, espresso dall'uomo nella sua totalità, quest'arte euritmica è una vera e propria arte, ma nello stesso tempo - rispetto alla semplice ginnastica fisica, che proviene unicamente dalla fisiologia, dallo studio della struttura anatomica degli arti - esprime una capacità motoria grazie alla quale l'uomo si affida a movimenti pervasi di anima e di spirito.

 

Quella che è stata insegnata come ginnastica puramente fisiologica da un'era materialistica potrà essere insegnata ai bambini nel modo in cui già avviene nella scuola Waldorf di cui vi ho parlato: con un movimento pervaso d'anima, che interessa l'uomo nel suo insieme, mentre l'esercizio fisico puramente materiale coinvolge solo una parte dell'essere umano, lasciando così inaridire molte componenti della persona in fase di crescita.

 

Quello che vi volevo esporre oggi è che dal profondo della natura umana stessa deve emergere una vita culturale nuova che possa intervenire nei settori principali dell'esistenza.

 

[Nella parte finale del video seguente vi è un esempio di arte euritmica - nota del curatore].

 

 

Cari ascoltatori, nei prossimi giorni sarà mio compito mostrarvi come questa vita esteriore debba organizzarsi nel presente e per il futuro, se si vorrà darle forma a partire da un tale spirito nuovo. Diverse persone, anche persone da cui non ce lo si aspetterebbe, sentono la necessità di padroneggiare a partire dallo spirito le grandi esigenze della vita sociale che si manifestano nell'umanità odierna.

 

Si prova un profondo dolore nel vedere come al giorno d'oggi un così grande numero di persone dorma di fronte a queste esigenze sociali della vita, come molti se ne appassionino solo in un modo erroneamente agitatorio. Si cominciano anche a trovare accenni al fatto che tutti i programmi esteriori non serviranno a niente, se prima non avrà luogo una trasformazione del modo di pensare, un radicale cambiamento dello spirito.

 

Ma quanto è ancora esteriore l'anelito a un nuovo spirito! Possiamo dire che sovente oggigiorno questo desiderio del nuovo spirito viene sentito in modo vago e confuso anche da persone strane, che di certo non hanno in mente quello che dev'essere rappresentato dall'edificio di Dornach. E comunque viene espresso il desiderio di uno spirito nuovo, come emerge dal seguente esempio.

 

Prossimamente, alle numerose riflessioni sulla catastrofe della guerra appena trascorsa si aggiungeranno anche quelle dello statista austriaco Czernin, che promettono di essere estremamente interessanti, poiché - è difficile esprimere questa caratteristica senza essere fraintesi - Czernin era di un bel po' meno modesto degli altri che finora hanno "esternato" le loro considerazioni sulla guerra, tanto per esprimermi con cautela.

 

Ma in questo libro di Czernin si può forse leggere quanto segue: "Versailles non è la fine della guerra, ne è solo una fase. La guerra continua, seppure in forma diversa. Credo che le generazioni future non chiameranno guerra mondiale il grande dramma che da cinque anni sta dominando il mondo, ma gli daranno il nome di rivoluzione mondiale, e sapranno che questa rivoluzione mondiale ha solo avuto inizio con la guerra mondiale.

Né Versailles né St. Germain daranno origine a qualcosa di duraturo. Questa pace contiene il germe disgregante della morte. I crampi da cui l'Europa si sente scossa non accennano ancora a diminuire, proprio come dopo un forte terremoto il sottosuolo continua a brontolare. Qui e là la Terra continuerà a spalancarsi e a lanciare fuoco contro il cielo, nei paesi continueranno a imperversare, devastandoli, avvenimenti di carattere e violenza elementari finché tutto ciò che ricorda la follia di questa guerra e le paci francesi non sarà stato spazzato via.

Lentamente e con sofferenze indicibili nascerà un nuovo mondo. Le generazioni future ricorderanno la nostra epoca come un lungo incubo, ma anche alla notte più buia segue sempre il giorno. Intere generazioni sono finite nella tomba, uccise, morte di fame, stroncate dalle malattie. A milioni sono morti nel tentativo di annientare e distruggere, con l'odio e l'assassinio nel cuore.

Ma altre generazioni rinascono, e con loro uno spirito nuovo. Ricostruiranno ciò che è stato distrutto dalla guerra e dalla rivoluzione. Dopo ogni inverno torna la primavera. Anche questa è una legge eterna nel ciclo della vita: alla morte segue la risurrezione.

Beati quelli che saranno chiamati a contribuire alla costruzione del nuovo mondo come soldati del lavoro" (Da: Ottokar Czernin, “Im Weltkriege”, Ullstein & Co, Berlin

1919, pagg. 372-3).

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3 marzo 2012 6 03 /03 /marzo /2012 12:39

Fonte: Gilberto Oneto, "NO TAV, LE GIUSTE RAGIONI DEI VALSUSINI", art. del 31 Gennaio 2012 sul quotidiano "L'Indipendenza".

 

I telegiornali hanno raccontato soddisfatti che Italia e Francia hanno firmato un accordo sul finanziamento (un altro?) della Tav Torino-Lione: otto e passa miliardi. Non sono bruscolini, sono mezza finanziaria ed è sicuro come l’oro che aumenteranno a dismisura.

Per fare cosa? Una “mitica” infrastruttura senza la quale – ci dicono sicuri – saremmo condannati all’emarginazione, alla decadenza, alla miseria. Tutte cose che peraltro sembrano aspettarci comunque e che forse troverebbero concreto sollievo in un più oculato investimento di tutti quei soldi strappati con gabelle, scontrini, sacrifici e furti ai contribuenti.

Poi si va a vedere e si scopre che: 1) l’attuale linea ferroviaria è utilizzata al 28% della sua potenzialità, 2) che il trasporto delle merci su rotaia è in rapido e costante declino, 3) che la nuova linea non accorcerebbe più di tanto i tempi di percorrenza, 4) che il cantiere creerebbe in valle problemi di circolazione e di vivibilità per un decennio. La sensazione di essere presi per il culo cresce inarrestabile.

I valsusini, che si oppongono a questa costosa e inutile schifezza, vengono descritti come egoisti, retrogradi, nemici del dio-progresso e naturalmente violenti.  Egoisti perché non vogliono affrontare qualche “piccolo” fastidio per il grande bene comune, perché sono gli esponenti dell’esecrata ideologia del “nimby”, acronimo inventato da qualche imbecille per colpevolizzare chi giustamente difende i propri interessi contro la prepotenza di burocrati e finanzieri (in entrambe le accezioni del termine). La Valsusa è oggi già attraversata da una ferrovia e da una autostrada che non servono certo agli indigeni, che – in questo campo – “hanno già dato” in abbondanza. La valle è già intasata di immigrati trusoni, interessi mafiosi e criminalità ultronee che la soffocano: quello di Bardonecchia è stato il primo Consiglio comunale padano sciolto per infiltrazioni mafiose. E non si trattava di indigeni gretti ed egoisti, di montanari gozzuti nemici del progresso! Ogni “grande opera” dello stivale si porta dietro corruzione, tangenti e criminalità: è un lascito dell’unità che si è irrobustito con ogni governo e regime. Rotaie e corruzione sono una antica tradizione che risale ai primissimi giorni dell’unità, che ha come primi protagonisti personaggi come Mazzini e Vittorio. Ministri, sottosegretari, imprenditori e capicosca attuali sono solo loro emuli postmoderni. La Tav non è una eccezione, è anzi un caso esemplare per durata nel tempo e diffusione sul patrio territorio: non rientra nella storia ferroviaria ma in quella giudiziaria.

Oggi attorno alle giuste proteste dei valsusini si è aggregata una brutta concrezione di violenti. Anche questa è una consolidata legge italiana: sulle rivendicazioni popolari, sulle reali esigenze della gente si gettano come avvoltoi i peggiori spurghi della società. Ci sono passati garibaldini e briganti, squadristi e volanti rosse, brigatisti e oggi i “giovani” dei Centri sociali, che c’entrano come gli scarafaggi delle cucine con l’arte culinaria. Naturalmente lo Stato non si tira indietro e – anche questa è una rassicurante pulsione unitaria – mostra con i deboli la forza che lesina contro i prepotenti e i criminali.

Ultima, ma non ultima, è la questione della volontà popolare, del sacrosanto diritto di ogni comunità di decidere a casa propria per le proprie cose. Ai valsusini è mai stato chiesto se volevano la Tav? E se davvero questa fosse necessaria (cosa che non è) è stato offerto ai danneggiati un risarcimento che potessero patteggiare o accettare liberamente e liberamente rifiutare? Quella della Valsusa è soprattutto una battaglia di sovranità e di autonomia. Non si può invocare la “superiore necessità” perché non esiste. Non ci si può neppure nascondere dietro al finanziamento europeo che è solo un meccanismo che riproduce le perversioni di quello italiano, che sottrae risorse a tutti e le distribuisce come vuole lui, senza rispetto per il rapporto raccolta-impiego, per la volontà e le reali necessità delle comunità locali. In questo l’Europa è l’Italia in peggio: statalista, fascista, comunista e ladra. Se davvero l’opera è essenziale per l’Europa e i suoi “corridoi”, perché non si fa una galleria dalla periferia di Torino a Modane con i soldi di quelli a cui fa davvero comodo? Ma a chi fa davvero comodo una roba del genere? Solo a chi prende gli appalti.

Per questo la battaglia dei valsusini è la battaglia di tutti gli autonomisti, di tutti quelli che giustamente coniugano l’autodeterminazione dei popoli con il rispetto per il territorio in cui vivono, che fanno una cosa sola di economia, ecologia e identità.

All’inizio anche la battaglia della Valsusa era stata appoggiata dai movimenti autonomisti e le prime manifestazioni erano colorate di bandiere occitane e piemontesi: tutti ricordano anche l’impegno di Borghezio e della Lega Nord. Oggi il governatore leghista (si fa per dire) del Piemonte è un nevrile sostenitore della Tav: forse la sofferta (si fa sempre per dire) conversione meriterebbe una spiegazione agli elettori. Forse esiste nella Lega una corrente ferroviaria? Non un cerchio ma un cerchione.

La difesa e il civile utilizzo del territorio sono il primo e più evidente segno di autonomia, di libertà e di “buon governo”, come insegna l’affresco del Lorenzetti a Siena. L’attaccamento alla terra, alla sua corretta gestione, alle espressioni formali dell’architettura e a tutti i segni simbolici che genera cono sicuri e robusti capisaldi di identità e di libertà. Viva la Valsusa. Indipendenza!

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3 marzo 2012 6 03 /03 /marzo /2012 11:35

[da R. Steiner, "La scuola NON di Stato”, 4ª conf. di Zurigo del 28/10/1919; Titolo originale: "La vita culturale: arte, scienza e religione. L'educazione come arte sociale" - A cura di Nereo Villa]

 

Allora si verificherà anche quello che Goethe - che era ad uno stadio iniziale rispetto a queste cose, ma che già intuiva quello che la recente scienza dello spirito sta portando avanti - descrive già con queste parole: colui al quale la natura comincia a rivelare il proprio segreto manifesto, prova una profonda nostalgia per la sua interprete più degna, che è l'arte.

 

Allora l'artista riceverà a sua volta una rivelazione dal mondo spirituale, non sarà indotto a credere che quando si rappresenta l'elemento spirituale in un'immagine visibile si tratti di un'allegoria astratta, simbolica o fatta di carta, ma verrà a conoscere lo spirito vivente, e sarà in grado di esprimerlo con strumenti sensibili. E allora non si dirà più che il meglio di un'opera d'arte consiste nell'imitazione della realtà esteriore, ma lo si vedrà nella sua capacità di manifestare ciò che lo spirito rivela all'uomo.

 

Rinascerà un'arte intrisa di spirito, un'arte che non è più simbolismo o allegorismo, che non presenta un carattere di lusso ponendosi accanto alla natura, che non può comunque eguagliare, ma che dimostra di essere necessaria e legittima nella vita umana per il fatto che annuncia qualcosa che non può essere evidenziato dall'osservazione sensibile della natura, dall'immediato naturalismo.

 

E anche se quello che l'uomo plasma a partire dallo spirito fosse dapprima maldestro, si tratterebbe comunque di qualcosa che ha un suo significato, perché va oltre la vita della natura, poiché la trascende. Non imita più la natura abborracciando quello che lei sa fare molto meglio di lui.

 

Cari ascoltatori, qui si apre la via per quel tipo di arte che abbiamo cercato di esercitare anche nella costruzione e nell'organizzazione esteriore del Goetheanum di Dornach.

 

Lì, si è cercato di creare un'espressione per quello che dev'essere come un ateneo della scienza dello spirito. In ogni parete, in tutto ciò che è dipinto sulle pareti, in tutto ciò che è intagliato nel legno e così via, si è cercato di dar forma a quel che si rivela alla scienza dello spirito, che nel Goetheanum trova la sua rappresentazione.

 

Questo edificio è quindi un'espressione del tutto naturale dello spirito che incarna. Non lo si poteva costruire secondo un vecchio stile architettonico per il fatto che in esso si deve parlare di uno spirito nuovo. Come in natura ogni guscio assume la forma richiesta dal nocciolo che deve contenere - vi basti osservare un guscio di noce, vedrete che è conformato in base a quanto stabilisce la noce dal suo interno -, così nell'edificio di Dornach tutto è strutturato nel modo richiesto da ciò che lì dentro deve risuonare sotto forma di musica, di quello che dev'essere messo in scena sotto forma di rappresentazioni teatrali, di drammi misteriosofici, e di quanto dev'essere espresso in parole come rivelazione della scienza dello spirito.

 

Ogni parola deve per così dire riecheggiare in ciò che è scolpito nelle colonne, nei capitelli e negli altri elementi dell'edificio. In questo modo nasce un'arte - che è certo ancora agli inizi, e coloro che vi lavorano ne sono i critici più severi - creata realmente a partire da uno spirito nuovo, e quindi dallo spirito in quanto tale.

 

Cari ascoltatori, quando si intraprende una cosa simile, non si può fare a meno di esporsi a dei malintesi che sono più che comprensibili. Sono venute delle persone - anche altre, che non hanno prestato il fianco ai malintesi nei confronti di questo edificio di Dornach da parte dei suoi numerosi visitatori, che aumentano di giorno in giorno -, ma sono venute anche persone che hanno scritto: "Perbacco, questi antroposofi hanno costruito un edificio pieno di simboli, pieno zeppo di allegorie."

 

La cosa interessante è che lì non c'è neanche un solo simbolo, neanche una sola allegoria. Ciò che è stato osservato a livello spirituale è stato direttamente sciolto nella forma artistica. Nelle cose espresse in questo edificio non c'è niente di simbolico o di allegorico, ma tutto vuol essere qualcosa di reale per via della sua forma stessa. Tuttavia oggi come oggi, cari ascoltatori, IN QUEST'EPOCA IN CUI SI COSTRUISCONO PERFINO LE BANCHE IN QUELL'ANTICO STILE GRECO CON CUI GLI ATENIESI EDIFICAVANO LE LORO CASE, FINORA CI È STATO POSSIBILE DARE UN INVOLUCRO SOLO AD UN LABORATORIO SPIRITUALE, POICHÉ LE CONDIZIONI SOCIALI ESTERIORI ANCORA NON PERMETTONO DI COSTRUIRE SECONDO QUESTI CRITERI ANCHE UNA STAZIONE FERRROVIARIA O MAGARI UNA BANCA [il maiuscolo è mio - nota del curatore].

 

PER MOTIVI A VOI FORSE FACILMENTE COMPRENSIBILI NON SIAMO ANCORA RIUSCITI A ESCOGITARE LO STILE DI UNA BANCA MODERNA O DI UN MODERNO EMPORIO, MA ANCHE QUESTE SONO COSE CHE VANNO TROVATE. E SOPRATTUTTO BISOGNA TROVARE IN QUESTO MODO IL RAPPORTO CON LA CAPACITÀ DI PLASMARE ARTISTICAMENTE TUTTA LA VITA PRATICA [Oggi il grido dei NO TAV non è altro che l’esigenza dell’io a plasmare in modo autonomo e non forzosamente imposto il proprio creare. Senz’altro le piramidi d’Egitto sono belle costruzioni, ma quante morti sono costate? Quanta schiavitù? Il mondo mentecattocomunista afferma che in Egitto non vi erano schiavi ma lavoratori con relativi sindacati. Senz’altro sarà anche vero. Però di fatto oggi, 2012, si vive nella medesima schiavitù del tempo dei sacerdoti di Iside, anche se il prepotere dell’antico Faraone è sdoppiato: da una parte abbiamo il Papa con la monopolizzazione del Cristo e dall’altra il potere politico con la monopolizzazione dell’emissione di soldi da parte dei governatori delle banche centrali, legalizzata, anche se illegittima, in quanto antidemocratica. SOLO SE LE MEGA COSTRUZIONI CHE OGGI SI IMPONGONO FORZOSAMENTE AL MONDO FOSSERO, COME IL GOETHEANUM DI DORNACH, OPERE VOLUTE DALL’IO UMANO, POTREBBERO AVERE IL SENSO SOCIALE DEGNO DELL’ESSERE UMANO, INTESO COME SOCIO REALE DELL’INTERO ORGANISMO SOCIALE! Oltretutto queste mega costruzioni (TAV = Treno Alta Velocità) potrebbero avere un senso se ci fosse efficienza nel campo dei trasporti, e cioè se ci fossero treni puntuali, comodi, puliti, ecc.; invece abbiamo proprio il contrario: niente funziona dei servizi di Stato, e vogliamo togliere i soldi necessari alle pensioni, all'assistenza sanitaria, carente addirittura di posti letto per i malati, per costruire "Piramidi"... all'imbecillità keynesiana di Stato! Non era forse Keynes che diceva di costruire posti di lavoro facendo scavare delle buche e poi facendole riempire? - ndc].

 

 

Pensate solo al significato sociale che avrebbe per la maggior parte delle persone! Come ho detto di recente e come illustrerò ulteriormente, LA DIFFUSIONE DI UN MOVIMENTO DIPENDE DAL MODO DI PENSARE E DI SENTIRE DEGLI UOMINI. Sarà di grande importanza sociale per gli uomini il fatto che gli oggetti di uso quotidiano si presentino all'anima umana in forma artistica, che un cucchiaio o un bicchiere non abbiano una forma casuale desunta dall'utilità puramente esteriore, ma che la loro forma si ispiri alla loro funzione, che nella forma stessa si possa vedere immediatamente e provare piacere per come la cosa è inserita nella vita dell'uomo.

 

La vita spirituale verrà ritenuta indispensabile da ampie cerchie solo quando avrà un legame diretto con quella pratica. Come la scienza dello spirito è in grado di illuminare la materia - ve l'ho mostrato con l'esempio dei nervi sensitivi e motori -, così l'arte sorta dalle idee scientifico-spirituali sarà capace di spingersi fino all'ideazione di ogni singola sedia, di ogni tavolo e via dicendo. E se risulta evidente che proprio da parte delle confessioni religiose provengono i più pesanti pregiudizi e malintesi nei confronti di questo orientamento scientifico-spirituale, c'è da chiedersi a che cosa sono approdate alla fin fine queste confessioni religiose, queste Chiese [faccio notare che il primo Goetheanum, costruito interamente in legno, fu distrutto - cioè fatto incendiare - dai Gesuiti. Questa cosa è notoria nei circoli antroposofici odierni, anche se, per il “pro bono pacis” degli ignavi, non viene mai detta come pubblica  informazione - ndc]. È nella loro natura che le confessioni religiose trovino una legittimazione solo nella misura in cui si occupano realmente del sovrasensibile.

 

Ma nella nostra epoca si sono conservate delle antiche concezioni sullo spirituale sorte da presupposti d'animo completamente diversi dai nostri. Una moderna scienza dello spirito vuol indagare il mondo con un nuovo tipo di pensiero, in conformità alla vita interiore dell'uomo d'oggi. Potrà mai il senso religioso degli uomini, correttamente inteso, prendersela con questa scienza dello spirito? Ma nemmeno per sogno!

 

Con che cosa dovrebbe infatti aver a che fare il senso religioso, tutta la prassi religiosa? La prassi religiosa non dovrebbe consistere nell'annunciare teorie o dogmi sul mondo sovrasensibile, ma nell'offrire agli uomini la possibilità di venerare il sovrasensibile. La religione ha a che fare non con la teoria, ma con la venerazione del sovrasensibile.

 

La natura umana ha bisogno di questa venerazione, ha bisogno di sollevare lo sguardo pieno di venerazione verso il sublime che vive nel mondo spirituale. Se le si impedisce un accesso al mondo spirituale consono ai tempi, occorre proporgliene uno vecchio. DAL MOMENTO PERÒ CHE UN TALE ACCESSO NON È PIÙ ADEGUATO ALLA SENSIBILITÀ DELL'UOMO D'OGGI, BISOGNA IMPORLO COME DOGMA, PER DECRETO, OBBLIGANDO L'UOMO AL RICONOSCIMENTO DELL'AUTORITÀ. Da qui deriva il carattere di esteriorità delle confessioni religiose nei confronti dell'attuale indole umana. Le guide spirituali d'oggi impongono agli uomini modi vecchi di vedere il mondo sovrasensibile [la stessa cosa oggi avviene con Monti che, come un Faraone incartapecorito, dice ai NO TAV: noi procediamo la nostra costruzione sia che voi lo vogliate o no... E la maggior parte della gente è stregata da questa figura di potere tutt’altro che democratico. L'eclissi della democrazia incomincia infatti con la STEGANOCRAZIA (da stéganos, copertura, tetto), cioè attraverso un potere nascosto. Si tratta di un potere che si regge sul fatto di celarsi. Sotto il nome di democrazia, esso non può essere capito, né conosciuto, quindi non può che essere accettato come imposizione. Tale accettazione va di pari passo con l'eclissi della ragione della maggior parte della gente. Infatti, anche se sono state svelate nei minimi particolari tanto le dinamiche psicologiche e giudiziarie della dominazione e della produzione di consenso, quanto quelle del signoraggio monetario e creditizio, cuore impazzito del sistema di potere finanziario mondiale, la maggior parte della gente è diventata sempre più indifferente e passiva rispetto ad ogni verità sociale. Contemporaneamente, grazie all'opera dei maghi neri di una furbissima "psichiatria sociale" (o psicologia politica sperimentale), si è progressivamente animalizzata e trasmutata in un "popolo bue" molto più bue di quanto non fosse quello dei tempi dei sacerdoti di Iside: popolo di schiavi, di fronte al quale le istituzioni democratiche, elettive, restano parallelamente altrettanto inerti e indifferenti. In tale contesto non si è dissolta solo la democrazia reale, ma è svanita la possibilità stessa di capire come e perché essa si è dissolta, facendosi illusione collettiva, accettata come dogma politicamente corretto - ndc].

 

Cari ascoltatori, immaginatevi delle comunità che capiscono la vera essenza della religione, che consiste nella venerazione dello spirituale. Non dovrebbe essere nel più alto interesse di tali comunità che i loro membri sviluppino una conoscenza viva del sovrasensibile? I più facili da condurre alla venerazione del sovrasensibile non saranno proprio quelli che lo intravedono già nella loro anima, che gli sono vicini nel loro anelito alla conoscenza?

 

Fa parte della fase recente dell'evoluzione umana il fatto che a partire dalla metà del XV secolo l'essere umano abbia vissuto un'evoluzione sempre più individuale allo scopo di formarsi una personalità autonoma. Se al giorno d'oggi si esige che l'uomo giunga alla comprensione del sovrasensibile non per mezzo della sua individualità, della sua personalità, ma dovendo sottomettersi ad un'autorità, allora si pretende da lui qualcosa che va contro la sua natura di uomo moderno.

 

Se invece gli si lascia la libertà di pensiero per quanto riguarda la conoscenza dell'invisibile, allora egli si associerà con i propri simili per coltivare in comunità la venerazione di quel sovrasensibile di cui ciascuno ha una conoscenza fatta a modo suo, del tutto individuale. E proprio il culto comune rivolto al sovrasensibile, la vera religiosità, si svilupperà nel migliore dei modi se gli uomini vivranno in libertà di pensiero, se si accosteranno alla conoscenza del mondo spirituale ognuno a partire dalla propria individualità.

 

Questo, cari ascoltatori, si manifesterà particolarmente nel modo di concepire l'entità stessa del Cristo. Nei primi secoli questa entità cristica era qualcosa di ben diverso da quello che è diventata perfino per molti teologi dei secoli scorsi, soprattutto del XIX secolo. Quanto si è allontanata l'umanità dalla contemplazione della vera realtà spirituale del Cristo, realtà che ha vissuto nell'uomo chiamato Gesù!

 

L'umanità si è allontanata di molto dal capire che nel mistero del Golgota si è verificata l'unione di un'entità sovrasensibile con un corpo umano, affinché la Terra potesse acquisire il suo significato vero e profondo all'interno dell'evoluzione universale. Quanto poco perfino i teologi moderni di un certo tipo hanno capito quest'unione fra sovrasensibile e sensibile, compiutasi grazie al mistero del Golgota!

 

L'uomo Gesù è diventato sempre più per la teologia "il semplice uomo di Nazareth" [e l’epicheia, che è la politica vera di Gesù, presente nei vangeli, è tradotta furbescamente con “mitezza”; non che questa traduzione sia errata; “epicheia” vuol dire “equità” e in secondo luogo anche “mitezza”, dato che la mitezza è un attributo che consegue all’equità. Ma tradurre “epicheia” con “mitezza” sarebbe come affermare che la non violenza di Gandhi è frutto di pace interiore, anziché di strenua lotta interiore contro l’iniquità! - ndc], il modo di pensare della religione è diventato sempre più materialistico. Non essendo in grado di trovare vie per la comprensione del sovrasensibile consone alla nuova umanità, si è perduta anche la via invisibile che porta all'entità del Cristo.

 

E molti di quelli che oggi credono di vedere il Cristo, lo credono soltanto. Non sanno immaginare quanto poco di ciò che dicono o pensano del Cristo corrisponda realmente a quello che scopre chi si avvicina a questo mistero originario con una conoscenza adeguata allo spirituale [“Voi siete dèi” diceva il Cristo, e fu crocifisso. Dio dice di sé: IO SONO L’IO SONO. Quello che in tempi antichi era frutto di iniziazione, col Cristo è divento alla portata di tutti, perché ogni essere umano oggi dice “io” a se stesso, esattamente come Dio a Mosè sul Sinài (per chi volesse approfondire queste cose consiglio la lettura di “I profeti dell’io”, di R. Steiner, Tilopa, 1988 - ndc].

 

Si può quindi dire: la scienza dello spirito non vuole di certo fondare una nuova religione, vuol essere una scienza, una conoscenza. Ma si dovrebbe però anche ammettere che essa può fornire non meno le basi per un rinnovamento della vita religiosa dell'umanità. È in grado non solo di rinnovare la vita artistica degli uomini, ma anche quella religiosa.

 

C 'è un ambito in cui la scienza dello spirito potrà agire in maniera particolarmente feconda, un ambito che deve risultare di enorme importanza a chi sa prendere sul serio il futuro sociale dell'umanità: quello della PUBBLICA ISTRUZIONE.

 

Negli ultimi tempi si è parlato moltissimo di educazione, ma bisogna dire, cari ascoltatori, che molto di quanto è stato detto non coglie l'elemento più importante. Proprio in questi ultimi tempi ho cercato di mettere in risalto questa cosa principale, avendo ricevuto l'incarico di tenere un corso seminariale per insegnanti di una scuola, la scuola Waldorf di Stoccarda, fondata nel settembre di quest'anno secondo LO SPIRITO DELLA TRIARTICOLAZIONE DELL'ORGANISMO SOCIALE [spirito tradito dalle attuali scuole steineriane, parificate alle normali scuole dell’obbligo di Stato. Purtroppo qui Steiner ha sbagliato fidandosi di quel gruppo insegnanti? Sarà la storia a dirlo. Credo che in ogni caso le scuole steineriane debbano essere assolutamente rifondate secondo LO SPIRITO DELLA TRIARTICOLAZIONE DELL'ORGANISMO SOCIALE - ndc].

 

In occasione della fondazione di questa scuola ho cercato di dare non solo ai dettagli esteriori una forma corrispondente alle esigenze della triarticolazione dell'organismo sociale, ma anche di organizzare la pedagogia stessa, la didattica da presentare al collegio dei docenti di questa nuova scuola in modo che - come si può immaginare - l'uomo possa essere educato a vivere in quel futuro che, adeguandosi a esigenze immutabili della natura umana, dovrà diventare un futuro sociale nel senso giusto.

 

Allora si arriva a dirsi: LA VECCHIA PEDAGOGIA NORMATIVA, CHE STABILISCE DETERMINATE REGOLE SU COME EDUCARE, È QUALCOSA CHE VA SUPERATO. Certo, sono molti oggi a sostenere che nell'educazione e nell'insegnamento si debba tener conto dell'individualità della persona, e si citano tutte le regole possibili in base alle quali prenderla in considerazione.

 

MA, CARI ASCOLTATORI, IN FUTURO LA PEDAGOGIA NON SARÀ UNA SCIENZA NORMATIVA, BENSÌ UNA VERA E PROPRIA ARTE UMANA [altro che esami di Stato! Basta con gli esami di Stato! Questo dovrebbe essere il senso delle scuole steineriane, esattamente come il senso dell’operare individuale cosciente richiesto dai NO TAV di fronte alla costruzione di nuove insensate piramidi del potere faraonico proveniente dall’autorità antidemocratica! - ndc]. In futuro la pedagogia si fonderà su una conoscenza completa dell'uomo e si saprà che in quest'uomo, che si sviluppa nel corso degli anni a partire dalla nascita, c'è un'anima e uno spirito che affiorano in superficie plasmandosi gli organi del corpo.

 

Si vedrà come ogni nuovo anno, all'inizio della scuola, forze diverse si sviluppano dal profondo della natura umana. Questa attenzione non potrà essere accompagnata da una pedagogia normativa astratta, ma solo da una visione concreta della natura umana.

 

Negli ultimi tempi si è molto parlato di educazione visiva, di lezioni con supporti didattici. È una scelta pienamente legittima entro certi limiti, ma ci sono cose che non possono essere comunicate per mezzo di un'osservazione esteriore, cose che possono esser trasmesse all'adolescente solo se nell'insegnante, nel maestro, nell'educatore vive una vera conoscenza dell'uomo in divenire, se ogni anno lui sa veder sbocciare nell'allievo qualcosa di diverso rispetto all'anno precedente, se conosce quali sono le esigenze della natura umana a sette, a nove, a dodici anni.

 

Infatti, solo se l'educatore si attiene alla natura è possibile rendere forte la persona che cresce. Oggi nella vita vediamo tante esistenze spezzate, tante persone che non sanno fare niente di giusto nella vita e delle quali la vita non sa che farsene. Le esistenze di questo tipo sono molte, molte più di quanto non si creda di solito. Da che cosa dipende questo fatto?

 

Cari ascoltatori, questo proviene dal fatto che proprio nell'educazione e nell'insegnamento non si tiene conto delle leggi fondamentali dell'essere umano in crescita.

 

Vi faccio un esempio. Pedagoghi benintenzionati non fanno che sottolineare l'importanza di illustrare al bambino in modo plastico ciò che si presenta alla sua anima, ciò che è in grado di capire. Già, in teoria saltano fuori cose interessanti, in pratica però si sviluppano delle banalità. Ci si vuole abbassare al livello di comprensione del bambino, lo si vuole educare artificialmente, e ormai lo si fa già per istinto. Ma volendo educare in questo modo, mirando a questa falsa evidenza, che cosa si finisce per trascurare?

 

Si trascura un'importante legge della vita. Non si sa più cosa significhi per un uomo, mettiamo a trentacinque anni, ricordarsi una cosa del genere: "Una volta il mio maestro mi ha detto questo o quello" - lui all'epoca aveva forse nove o dieci anni - "e io l'ho accolto semplicemente perché a quei tempi provavo una grande venerazione per l'autorità di quel maestro, poiché in lui viveva qualcosa che gli permetteva di trasmettermi le cose che diceva. Ora che guardo indietro da adulto mi rendo conto che il suo insegnamento ha continuato a vivere dentro di me e che adesso sono maturo per comprenderlo!"

 

La vita acquista uno splendore indicibile quando, a trentacinque anni, grazie alla maturità conseguita, si torna col pensiero a ciò che si è accolto semplicemente con amore, senza essere ancora in grado di comprenderlo. Un tale fulgore della vita, che è pura forza di vita, va perduto se ci si abbassa alla banale "evidenza", che al giorno d'oggi viene continuamente lodata come un ideale pedagogico da perseguire.

 

Bisogna capire quali forze vanno sviluppate nel bambino in modo tale che permangano in lui per tutta la vita, di modo che il bambino non debba solo ricordarsi teoricamente di ciò che ha imparato fra i sette e i quindici anni, ma che le cose apprese possano rinnovarsi costantemente in lui e mostrarsi come realtà trasformate quando le osserverà alla luce della maturità.

 

Vedete, le cose che ho appena detto ho cercato di porle alla base di una pedagogia che renda l'educazione un'arte, tramite la quale l'uomo può essere introdotto nella vita così da essere all'altezza delle esigenze sociali del futuro.

 

Cari ascoltatori, lo potete vedere in tutti i particolari: PER QUANTO OGGI LA GENTE DECLAMI QUESTI O QUEGLI IDEALI SOCIALI, A VOLTE NON SI HA AFFATTO UNA VISIONE D'INSIEME DELLA VITA, QUELLA VISIONE VASTA CHE SI DOVREBBE AVERE QUANDO SI TRATTA DI SIMILI IDEALI.

 

Per esempio, si dice che i mezzi di produzione debbono essere trasferiti alla collettività e si crede di aver raggiunto qualcosa nel sottrarli all'amministrazione del singolo. Mi sono già espresso su questo argomento e nelle prossime conferenze mi esprimerò ancora più precisamente.

 

Ma ADESSO IMMAGINIAMO PER UN ISTANTE CHE SIA DAVVERO POSSIBILE TRASFERIRE I MEZZI DI PRODUZIONE ALLA COLLETTIVITÀ NELL'IMMEDIATO PRESENTE.

 

LI AVREBBE ANCORA IN MANO QUELLA COLLETTIVITÀ CHE CRESCE CON LA PROSSIMA GENERAZIONE? NO, PERCHÉ SE LI VOGLIAMO AFFIDARE TALI E QUALI ANCHE A QUELLA, NON TENIAMO CONTO DEL FATTO CHE QUESTA PROSSIMA GENERAZIONE PRODUCE FORZE NUOVE, INNOVATIVE E CHE PERCIÒ TUTTA LA PRODUZIONE DEVE DI NUOVO TRASFORMARSI DAL SUO INTERNO.

 

Se si vuole preparare il futuro sociale ci si deve collocare nel pieno della vita. Dall'idea dell'uomo come essere costituito di corpo, anima e spirito, dalla vera conoscenza di questi tre elementi sorgerà anche un'arte dell'educazione del tipo che vi ho detto, un'arte che potrà essere vissuta come un qualcosa di imprescindibile all'interno della vita sociale [campa cavallo? Ai posteri l’ardua sentenza! - ndc].

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2 marzo 2012 5 02 /03 /marzo /2012 16:02

[da R. Steiner, "La scuola NON di Stato”, 4ª conf. di Zurigo del 28/10/1919; Titolo originale: "La vita culturale: arte, scienza e religione. L'educazione come arte sociale" - A cura di Nereo Villa]

 

[Ho già parlato della questione dei nervi motori; in questa conferenza, Steiner ne accenna auspicando che da astrazione che è, il pensare possa diventare esperienza di concretezza spirituale. Questa non è affatto una contraddizione, perché esiste un pensare concreto ed un pensare astratto anche se il pensare è in sé immateriale, esattamente come l’impulso che fa agire l’uomo, la volontà, che è di natura assolutamente spirituale (cioè immateriale), e non c’entra nulla coi cosiddetti nervi “motori”  - nota del curatore].

 

Cari ascoltatori, vedrete che una caratteristica fondamentale della scienza dello spirito di cui stiamo parlando è la sua capacità di immergersi nella realtà. Essa non parla infatti di uno spirito astratto, ma dello spirito concreto che è presente nel mondo circostante esattamente come le cose del mondo sensibile.

 

La moderna vita culturale ha prodotto solo osservazioni astratte. Prendete una cosa qualunque che nella moderna vita culturale non sia uno studio scientifico, ma un saggio puramente filosofico, e vedrete come spesso questa visione filosofica, o come la volete chiamare, della vita sia lontana dalla vita reale, dalla vera conoscenza delle cose.

 

Leggete per esempio in un testo di psicologia moderna qualcosa a proposito della volontà. Quello che ci trovate non va oltre a qualcosa che potremmo definire un puro e semplice gioco di parole. Nelle idee degli uomini che si dedicano a tali riflessioni non c'è la forza necessaria per immergersi nell'essere più profondo della natura. La materia resta qualcosa di esteriore perché non si è in grado di entrarci dentro con lo spirito. Lasciatemi spiegare la cosa con un esempio.

 

In uno dei miei ultimi libri, Enigmi dell'anima, ho accennato a come una certa concezione scientifica tradizionale debba essere sostituita da quella di una moderna scienza dello spirito. So quanto paradossali sembreranno a molti le cose che sto per dire, ma ciò che è all'altezza delle esigenze vere dell'uomo, che già adesso si annunciano e che in futuro si paleseranno sempre più, risulterà spesso paradossale rispetto a ciò che oggi viene considerato come l'unica cosa giusta.

 

Oggi ogni scienziato che si sia occupato di queste cose afferma che nel corpo umano e in quello animale - noi ora vogliamo interessarci solo dell'uomo - ci sono due tipi di nervi. Gli uni conducono dai sensi all'organo centrale - sono i nervi sensitivi, sensori, che vengono stimolati quando si percepisce mediante i sensi. Si sostiene che questo stimolo si propaghi fino al centro nervoso dell'uomo. Poi ci sarebbe l'altro tipo, i cosiddetti nervi motori che dal centro si dirigono agli arti dell'uomo. Grazie a questi nervi motori l'uomo sarebbe in grado di muovere i suoi arti. Mentre i primi sono "nervi senzienti", questi sarebbero "nervi volenti".

 

Bene, cari ascoltatori, nel mio libro “Enigmi dell'anima” ho illustrato, seppur a grandi linee, quanto segue: non esiste differenza sostanziale fra i nervi sensori e i cosiddetti nervi motori; i cosiddetti nervi della volontà non sono al servizio della volontà. I fenomeni che dovrebbero dimostrare che tali nervi servono alla volontà, come per esempio quella malaugurata malattia che è la tabe polmonare, la tubercolosi, provano esattamente il contrario, come può essere facilmente dimostrato, provano quello che sto per esporvi.

 

Questi cosiddetti nervi volitivi sono anch'essi nervi sensitivi. Mentre gli altri nervi sensitivi vanno dagli organi di senso all'organo centrale per far sì che quanto viene trasmesso dai sensi dall'esterno possa essere percepito, i cosiddetti nervi volitivi, che sono anch'essi nervi sensitivi, percepiscono i movimenti che avvengono dentro di noi. Non ci sono nervi volitivi, della volontà: si tratta della percezione dei propri movimenti.

 

Il volere è di natura puramente spirituale, è una realtà animico-spirituale che agisce direttamente come tale. Noi abbiamo bisogno dei cosiddetti nervi motori perché essi percepiscono in noi la parte che si deve muovere, che va percepita se si vuole che la volontà la metta in moto.

 

Per quale motivo vi ho fatto questo esempio, cari ascoltatori? Perché oggi potete vedere, leggere e ascoltare tante discussioni in cui si parla della volontà, solo che vengono sviluppate delle idee che non hanno la forza propulsiva necessaria per conoscerla nella sua realtà, per osservare il volere nel suo operare reale. Queste conoscenze restano astratte, avulse dalla realtà, con esse la scienza può ben venirci a raccontare che esiste un tipo di nervo volitivo-motorio.

 

La scienza dello spirito sviluppa sulla volontà delle idee che mostrano anche di che natura è l'elemento corporeo del sistema volitivo umano. In altre parole, la scienza dello spirito sa indagare l'essenza vera dei fenomeni naturali, delle realtà naturali; non resta in un ambito estraneo alla vita, ma si immerge nella realtà concreta.

 

Questa scienza ha il coraggio di non lasciare la materia là fuori, ma di entrarvi dentro con lo spirito. Per essa tutto diventa spirituale, e perciò essa vuole anche entrare nel merito dell'organizzazione sociale e può contribuire alla realizzazione della vita sociale, compito che le scienze naturali astratte e intellettualistiche non sono in grado di svolgere.

 

E così, cari ascoltatori, questa scienza dello spirito dovrà anche parlare di una conoscenza spirituale, di una nuova via per far ingresso nel mondo dello spirito e dell'anima. Avrà il coraggio di dire: oggi per noi quelle immagini dei mondi spirituali viste da artisti come Raffaello, Michelangelo e Leonardo da Vinci non possono far più testo. In base all'ulteriore evoluzione dell'umanità, siamo tenuti a cercare un nuovo accesso al mondo spirituale.

 

Ma se riacquistiamo la conoscenza del mondo spirituale, se riusciamo a farvi ingresso, se impariamo a conoscerlo non come fa un panteismo nebuloso che continua a parlare dello spirito astratto e oscuro in generale, ma se davvero ci inoltriamo nei fenomeni reali del mondo spirituale - non per mezzo dello spiritismo, ma sviluppando le forze spirituali e animiche umane, come ve le ho descritte qui -, allora si avrà di nuovo coscienza del mondo spirituale in un modo adeguato all'attuale evoluzione dell'umanità, allora i misteri dello spirito si riveleranno nuovamente al mondo.

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2 marzo 2012 5 02 /03 /marzo /2012 15:43

[da R. Steiner, "La scuola NON di Stato”, 4ª conf. di Zurigo del 28/10/1919; Titolo originale: "La vita culturale: arte, scienza e religione. L'educazione come arte sociale" - A cura di Nereo Villa]

 

Ma se quello che nella mia “FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ” [il maiuscolo è mio - nota del curatore] ho svolto maggiormente in riferimento alla vita sociale deve essere reso chiaro ad una cerchia più vasta di persone, sulla base di questa filosofia va costruita quella che io chiamo "scienza dello spirito a orientamento antroposofico". Allora bisogna mostrare il cammino che rende l'uomo capace di prendere in mano la propria evoluzione, di ridestare un essere che dorme dentro di lui.

 

Ho cercato di farlo nel mio libro “L'INIZIAZIONE: COME SI CONSEGUE LA CONOSCENZA DEI MONDI SUPERIORI?” e negli altri libri che ho dato alla letteratura scientifico-spirituale. In questi testi ho voluto mostrare che l'uomo ha la capacità di prendere in mano la propria evoluzione, e che solo così facendo, diventando qualcosa di diverso da quello che è per nascita o per natura, può ascendere ad una vera conoscenza dell'elemento animico e spirituale.

 

Tuttavia ancor oggi gran parte dell'umanità lo considera un modo di pensare balordo. Qual è infatti il presupposto di questa concezione? Essa presuppone che l'uomo si conquisti una certa modestia intellettuale, cosa che al giorno d'oggi sono in pochissimi a volere. Desidero spiegarvi nel modo seguente questa modestia intellettuale che l'uomo d'oggi è chiamato a far sua.

 

Se mettiamo in mano a un bambino di cinque anni un volume di liriche di Goethe, lui di sicuro non assumerà un atteggiamento adeguato nei confronti di questo libro. Lo farà forse a pezzi o ne farà qualcos'altro; ad ogni modo,

pur stando in piedi o seduto davanti a questo volume di liriche di Goethe, non sa che cos'ha di fronte. Ma è possibile che passino dieci o dodici anni, e che noi nel frattempo abbiamo provveduto alla sua crescita e alla sua istruzione.

Allora il suo atteggiamento nei confronti di quel volume delle liriche di Goethe sarà ben diverso.

 

E in fin dei conti, a livello esteriore non c'è poi una gran differenza tra il bambino che si trova davanti al volume di Goethe a cinque anni e il ragazzo che ha dodici o quattordici anni in più. A livello interiore invece c'è una differenza enorme. Noi abbiamo educato il bambino in modo che adesso sa cosa farsene del volume delle liriche di Goethe.

 

È più o meno come il bambino piccolo davanti al libro di Goethe che dovrebbe sentirsi l'uomo adulto davanti alla natura e al mondo intero, qualora prenda sul serio la realtà dell'anima e dello spirito.

 

Dovrebbe dirsi: devo prima lavorare all'evoluzione del mio essere interiore per imparare a leggere nel libro della natura e del mondo, come il bambino di cinque anni va educato a leggere e capire il contenuto delle liriche di Goethe.

 

La modestia intellettuale dovrebbe aiutarci a riconoscere che non possiamo capire il mondo con ciò che riceviamo dalla nascita o dalla natura. Dovremmo ammettere che ci possono essere delle vie per un'evoluzione personale, per lo sviluppo di quelle forze interiori dell'uomo che ci danno di vedere l'elemento animico e spirituale in ciò che si presenta ai sensi.

 

E le opere citate dovrebbero mostrare come questo sia possibile in pratica. Oggi ciò è diventato necessario perché l'intellettualismo invalso nel corso degli ultimi secoli non è in grado di dominare veramente la vita, ma sa solo penetrare in una delle sue sfere, quella della natura inanimata. Non può far altro che brancolare di fronte alla realtà dell'uomo, e in particolare a quella sociale.

 

E quella che ho ora definito modestia intellettuale, cari ascoltatori, dovrà porsi alla base di ogni concezione veramente moderna dell'impulso umano alla libertà, nonché di un'effettiva comprensione della necessità di trasformare anche l'arte, la religione e la cultura.

 

LA VITA PURAMENTE INTELLETTUALE ha mostrato fin troppo chiaramente che non è in grado di giungere ad una conoscenza che coglie l'elemento spirituale e animico. Come vi ho già accennato, si è limitata al mondo sensibile esteriore per registrarlo e sistematizzarlo. Per questo NON HA POTUTO AFFERMARSI CONTRO IL MONOPOLIO DELLE COMUNITÀ RELIGIOSE [e nemmeno contro il monopolio dei creatori di moneta, che è anch’esso un monopolio di tipo chiesastico, misticheggiante, ed occulto, poggiante su dogmatismo acritico e imposizione forzosa ai danni di tutti - ndc], che comunque sono state altrettanto incapaci di elevarsi ad una nuova conoscenza dello spirito e dell'anima, ma hanno invece introdotto nell'era moderna una CONCEZIONE ANTIQUATA, ANACRONISTICA.

 

Una cosa va assolutamente superata: il timore che ho appena descritto di calarsi troppo intensamente nelle cose se le si deve conoscere dal punto di vista spirituale. Si trova comodo schierarsi dalla parte dell'intellettualismo, per il semplice fatto che occupandosi solo delle idee astratte anche in campo scientifico, si prendono le distanze dalla realtà in modo da essere sicuri di non subirne alcun influsso, di non venire "contagiati" dalla realtà [col risultato di altri tipi di “contagio”; l’avidità dell’alta finanza predatrice, la corruzione della politica, le istituzioni internazionali inefficienti, e la rivolta sullo sfondo del crollo dell’euro, non sono altro che aspetti della nuova pandemia generata da questo pensiero insano che non vuole comprendere la realtà dei fatti. Ecco perché, al grido di "riprendiamoci la democrazia, la politica, l’economia, un lavoro, una vita dignitosa" sta succedendo di tutto e in modo molto pericoloso (cfr. "L. Napoleoni, "Il contagio") - ndc].

 

 

Ma con una conoscenza come quella qui intesa, una conoscenza che ci si procura solo se si prende in mano la propria evoluzione, ci si deve proprio immergere a fondo nella realtà della vita. E bisogna andare a fondo anche del proprio essere, ben più a fondo di quanto sia possibile con la semplice autoeducazione in chiave di intellettualismo.

 

Il puro intellettualismo consente di toccare solo gli strati superficiali della propria vita. Scendendo invece nelle profondità del proprio essere con la conoscenza di cui stiamo parlando, non troviamo solo idee o sensazioni che

rispecchiano un mondo esteriore, ma troviamo processi e realtà dell'interiorità umana davanti ai quali l'uomo che conosce solo con l'intelletto arretra spaventato, e che sono simili a ciò che avviene nella natura, nel mondo. Ecco allora che immergendosi nella propria interiorità si impara a conoscere l'essenza stessa del mondo.

 

Non la si conosce, invece, se ci si limita ai concetti astratti o alle leggi di natura. Occorre raggiungere uno stato di fusione con la natura. Bisogna non aver paura di avvicinarsi alla realtà, ma, grazie alla propria evoluzione interiore, bisogna entrarvi dentro senza però venirne consumati, bruciati o soffocati, ma, pur restando immersi in essa, pur senza avere la distanza da intellettuale, saper afferrare la realtà oggettiva delle cose.

 

Così, nel mio libro “L'iniziazione: come si consegue la conoscenza dei mondi superiori?” si trova descritto il cammino interiore dell'uomo verso la conoscenza spirituale, nel senso che l'uomo immergendosi nella realtà acquisisce conoscenze che non hanno il carattere di distanza intellettuale, ma che sono esse stesse talmente sature di realtà da potercisi immedesimare.

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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