Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
26 febbraio 2012 7 26 /02 /febbraio /2012 10:48

pompa.gifOvvero: lo Stato del cretino. Materiale di studio della fisiologia del cuore e... di quella dello Stato di diritto (cioè di come dovrebbe essere, per chi sa ancora ragionare col cuore, una moderna vita del diritto umano).

 

Chi afferma che la triarticolazione sociale è una semplice tripartizione, e non vede la differenza fra queste due denominazioni, dimostra, fino a prova contraria, di non volere affrontare come si deve la fisiologia del corpo umano, dalla quale il termine triarticolazione è, appunto, preso. Quindi in genere parla di antroposofia come di patate, non rendendosi conto che queste sarebbero tumori, dette tuberi. Così esiste anche un'antroposofia tumorale, che ostacola la conoscenza della triarticolazione sociale, esattamente come fa in ogni ambito la DODI&C, la Compagnia Dove Ogni Deficiente Impera. Ecco perché, ad esempio, la DODI&C ha il cuore pompa, e perché l'imperialismo del cuore pompa è appunto l'imperialismo del cretino, dove ognuno si sente sovrano mentre in realtà è un pirla.

 

Ci sono due tipi di esseri umani: i cadaveri detti anche zombi, che hanno (credono di avere) il cuore pompa, e gli altri che hanno il cuore che sente non solo fisicamente o materialmente o meccanicamente.
 
Chi ha il cuore-pompa non può comprendere la triarticolazione sociale.
 

Quindi la insegna!

 
Fa ridere ma è così.

 

Quindi non può comprendere lo Stato di diritto, organo centrale della triarticolazione, analogo al sistema respiratorio, né gli altri due organi: economia e cultura, in rispettiva analogia coi sistemi nervoso e metabolico.
Chi è persuaso dalle scuole dell'obbligo, o di Stato, che il suo cuore è una pompa, non può che assistere passivo alla pompa magna delle feste di Stato, prodromiche alla GUERRA, intesa come salute di Stato, ed al pompaggio nelle casse di Stato dei soldi degli individui che invece di essere soci dell'organismo sociale sono mutati in schiavi di Stato, per di più cretini.
 

Il cuore del cretino è pertanto dato dalla cultura di Stato, la quale ha il compito di formare, appunto, i cretini, cioè gli schiavi di Stato scientificamente persuasi che essere tali è cosa buona e giusta.
 
Considerare l’essere umano in senso meramente fisico, materiale, significa considerarne il mero cadavere.

 

Considerarne il suo animarsi significa considerare qualcosa in più del mero cadavere.

 

Considerare anche l'animatore significa considerarne l'insieme tripartito, costituito da due polarità connesse da un elemento mediano.

 

La salute, cioè lo stato normale dell'essere umano, implica l'equilibrio fra queste due polarità. Se una delle due, tende a far prevalere la propria attività, si rende necessario il ristabilirsi dell'equilibrio. E questo compito è svolto dal sistema ritmico, il cui attore principale è il cuore. 

 

Il cuore, organo centrale del sistema ritmico e dell'intero essere umano, funziona sia come un organo neurosensoriale - che percepisce sia quello che proviene dall'alto o dal basso, sia come uno sbarramento, che orienta e canalizza il flusso sanguigno al fine di armonizzare le due provenienze.

 

Per il calore, per la mobilità, per il suo ruolo nel ricambio, ed anche per la facoltà di intensa rigenerazione, il globulo rosso del sangue (sottolineo che il sangue è antroposoficamente il simbolo fisiologico della vita economica) vive soltanto un mese.

 

Il sangue appartiene al polo del metabolismo (la cultura nell'organismo sociale), ed è opposto al sistema neurosensoriale (l'economia).

 

Il cuore (antroposoficamente il diritto, vale a dire ciò-che-dovrebbe-essere-ma-che-non-è lo Stato di diritto, è dunque il punto di incontro tra queste due polarità che esso sa equilibrare ed armonizzare.
 
Che le cose non stiano come dovrebbero stare è dato proprio dall'economia di Stato (politica economica) e dalla kultura di Stato (indottrinamento).

 

Uno dei grandi limiti al progresso della conoscenza della fisiologia circolatoria è, per esempio, l'idea meccanicistica, imposta dalla kultura di Stato, che assimila il cuore ad una pompa (Angela ne fu un divulgatore indefesso).

Con ciò si entra proprio nell'alienazione essenziale, generata da un pregiudizio fortemente ancorato nelle coscienze e molto difficile da abbandonare.

 

Il rapporto esistente fra le sostanze alimentari liquefatte e l'elemento gassoso assorbito dal polmone, è un'importantissima interazione dinamica del processo di scambio, i cui elementi costitutivi si incontrano e si accumulano nel cuore, precedendola, e nella quale il cuore - per chi lo sa osservare spassionatamente - appare tutt'al più come una diga, dunque non come una pompa: una "diga" che ha da una parte le attività inferiori dell'organismo, cioè l'assorbimento e la trasformazione degli alimenti (metabolismo), e dall'altra parte le attività superiori (sistema nervoso centrale), nelle quali la respirazione occupa il posto meno elevato (sistema simpatico).

Si tratta dunque di uno sbarramento interposto, come una diga. Questo è il cuore.
 
L'attività del cuore è infatti il risultato del gioco di forze fra corrente alimentare ed aria. 

Tutto ciò che si manifesta e che è osservabile nel cuore può essere considerato esclusivamente come conseguenza di tale gioco di forze.

Si può allora affermare senza ombra di dubbio che il cuore è un organo di equilibrio, non una pompa.

Se il cuore fosse una pompa, si potrebbe sperimentalmente deviare la circolazione fuori di esso, e si dovrebbe constatare una sua diminuzione o persino un suo arresto.

Invece gli esperimenti dimostrano che avviene proprio il contrario, vale a dire che deviando la circolazione fuori dal cuore la circolazione, anziché diminuire, aumenta considerevolmente (1).

 

D'altra parte, gli embriologi sanno perfettamente che l'esistenza della circolazione sanguigna PRECEDE l'esistenza del cuore e delle sue pulsazioni. E questo dovrebbe far impallidire (o forse vergognare) coloro che sostengono le dottrine di Stato del cuore-pompa. Come fa il loro cuore-pompa a funzionare, dato che la circolazione sanguigna circola già prima dell'esistenza della loro pompa? Evidentemente lo scienziato del cuore-pompa, essendo cretino, non si vergogna.

 

In ogni caso, perfino i sentimenti di paura e di vergogna testimoniano che è il sangue a far battere il cuore, e non il cuore a pompare sangue: il sangue è veicolo dell'io umano. Ed è dimostrabile: se io mi spavento divento pallido perché il sangue dalla periferia va a proteggermi nel mio centro di equilibrio. Perciò divento pallido. Se invece mi vergogno, dal centro di me stesso vorrei fuggire via, oltre me stesso, fuori, nel cosmo. Qui il sangue è testimone della mia volontà centrifuga e mi fa arrossire. 
 
In base all’insegnamento che riceviamo dalle elementari fino alle università, l’immagine del cuore pompa è invece così radicata in noi che concepire il vero, appare un'assurdità. Infatti se dici a un medico che non è il cuore che mette in movimento il sangue, ma che è invece il sangue a mettere in movimento il cuore, costui ti guarda in modo strano, ed è già pronto a farti ricoverare alla neuro...

 

L'arrivo del sangue venoso nel cuore provoca la diastole. A questo processo centrifugo di dilatazione segue una reazione neurosensoriale di contrazione di direzione centripeta, la sistole. Nella diastole il cuore cede alle forze del polo metabolico, si arrotonda e tende a perdere la propria forma; viceversa, nella sistole, le forze del polo neurosensoriale lo restringono e gli ridanno la sua struttura.

 

Diastole e sistole, che si alternano normalmente nel tempo, sono così l'espressione di una polarità.

diastole-sistole

 

Normalmente il cuore ha 72 battiti al minuto. Essendo il ritmo respiratorio di 18 al minuto, contiamo quattro pulsazioni per ogni respirazione. Questo rapporto di 4 a 1 tende a crescere o a diminuire a seconda dello stato di salute dell’intero organismo.
 
Ecco perché questi rapporti sono ricercati sistematicamente al momento in cui si esamina un ammalato, dato che la loro modificazione è il segno di uno sforzo fatto dal cuore allo scopo di ristabilire l'equilibrio tra i poli.

 

Il cuore è dunque il luogo in cui le due polarità si affrontano, si compensano e si equilibrano.

 

Il sistema ritmico in se stesso non può ammalarsi, esso è per definizione armonia, dunque anche salute. Invece, il suo strumento fisico, il cuore, può essere danneggiato quando lo sforzo di compensazione che gli si domanda va oltre le sue possibilità, soprattutto quando questo sforzo è imposto in maniera permanente. Le affezioni cardiache non sono altro che il riflesso del predominio di un polo sull'altro. Ed anche nonostante il manifestarsi di un tale eventuale predominio, il cuore si sforzerà sempre di ristabilire l'armonia, al punto che le affezioni cardiache appaiono secondarie rispetto a quelle degli altri organi, e spesso impiegano anni per manifestarsi. Ecco perché l'osservazione delle lesioni che si creano hanno tato relativamente poche informazioni sul processo morboso, e bisognerebbe innanzitutto studiarle nel tempo, cosa che implica un'anamnesi approfondita. La conoscenza di questi processi è per il medico un incitamento sia a prevenire le affezioni cardiache che a curarle.

 

Da quanto precede risulta che paragonare il cuore a una pompa è solo una SUPERSTIZIONE della nostra kultura di Stato, poggiante sull'idolatria di una scienza del meccanismo, che ha ben poco da dire di umano.

 

In ogni caso, anche se il cretino convinto o lo scienziato meccanicista volesse a tutti i costi stabilire un paragone del cuore con parti di una macchina, si potrebbe tutt'al più, per usare la visione di Rudolf Steiner, caratterizzare il cuore come un ariete idraulico.

 

Io preferisco sentire il mio cuore come organi spirituale, esattamente come l'uomo antico, che ragionava "col cuore"...

 

Le seguenti riflessioni del 2002 ("La sacra pompa di Gesù"), le scrissi assieme al compianto dr. Luciano Orsini, dopo notti e notti passate a studiare la funzione cardiaca dal punto di vista scientifico. Quindi  sono adatte ad esperti in materia cardiaca, a medici, e soprattutto a cardiologi appassionati.


La-sacra-pompa-di-Gesu.jpgLa sacra pompa di Gesù
 

Il cuore vive nel battito che rivela la sua caratteristica presenza tra due polarità circolatorie: quella dei capillari e quella dei vasi sanguigni.

 

Il battito è discreto e silenzioso se il cuore è sano, e quando lo si studia si può avere  un'insieme d'informazioni cliniche che vanno ben oltre la semplice frequenza del polso o del rumore che produce.

 

Nelle piante non vi sono vasi ma soltanto capillari, e la linfa sale molto lentamente lungo di essi raggiungendo altezze tali che hanno costretto gli scienziati a cercare diverse spiegazioni non del tutto convincenti per questo fenomeno naturale.

 

Fa parte della conoscenza antroposofica - cioè proveniente da spregiudicata osservazione della vita - che la linfa delle piante sia spinta così in alto per mezzo del corpo bioplasmatico (detto anche vitale o eterico) della pianta, collegato a sua volta con le forze di vita del cosmo.

 

I capillari sono passati evolutivamente dalla circolazione linfatica della pianta alla circolazione sanguigna animale, e poi a quella umana.

 

Nel lungo percorso evolutivo, ai capillari si sono aggiunti gradualmente i vasi sanguigni che sempre più grandi hanno richiesto la presenza di un cuore anch'esso evoluto nella scala biologica animale.

 

La circolazione capillare muove dal corpo bioplasmatico o vitale (detto corpo eterico in antroposofia), dal quale sono mossi anche i vasi più piccoli; ma quando si raggiunge il diametro massimo dei vasi circolatori umani è necessaria la funzione di raccordo (appunto, perfino la parola "raccordo" proviene... dal cuore) tra la circolazione capillare e quella dei grossi vasi.

 

Naturalmente anche gli animali superiori hanno un cuore ed una circolazione, ed anche negli animali si ha la funzione cardiaca di raccordo, mediatore tra capillari e grossi vasi. Nel pesce addirittuara troviamo un cuore non ancora quadripartito che dal punto di vista meramente fisiologico lavora mille volte meglio del cuore umano.

 

Il movimento del sangue è autonomo, ma ha bisogno del cuore quadripartito per le necessità fisiologiche e psicologiche dell'uomo.

 

Con una circolazione troppo lenta vivremmo come le piante, non potremmo muoverci mantenendo la postura eretta, non avremmo pressione, non potremmo pertanto incarnarci nel movimento, animarci, e di conseguenza non avremmo una coscienza di veglia. Così ci vuole lo Stato odierno mentecattocomunista. 

 

Il cuore afferra invece la circolazione proveniente dai capillari e col suo battito, come esclusiva risposta a questo evento, dona la forza del suo muscolo alla circolazione, sostenendola, ma non attivandola: tant'è vero che il sangue circola spontaneamente nei limiti della gravità - come è dimostrato dagli esperimenti di Manteuffel e in generale dall'embriologia, che le valvole idrodinamiche cardiache  non sono altro che un adattamento del cuore al flusso sanguigno prestabilito, ed alla necessità della sua circolazione, sia la piccola che la grande.

 

Il sangue che si precipita nel cuore crea dei vortici che vengono indirizzati dalle valvole nei luoghi prestabiliti.

Le valvole cardiache sono ben lungi dalle valvole di una pompa. Se appartenessero ad una pompa non potrebbero affatto reggere il continuo sforzo prolungato per anni.

 

L'esperienza clinica mostra che, anche quando le valvole si ammalano, la circolazione del sangue non viene bruscamente interrotta, mentre se si altera la valvola di una pompa, questa smette di funzionare.

 

La funzione delle valvole che si formano nella vita embrionaria quando il cuore comincia a battere, ha soltanto la funzione di rendere ottimale la corrente, ma non è causa dello scorrimento del sangue in una determinata direzione.

 

È tuttavia difficile pensare fino in fondo di fronte a queste evidenze: se il cuore batte e ci sono le valvole, ciò significa per lo scienziato dozzinale che il sangue è mosso dal cuore, perché il cuore... è una pompa.

 

Così pensa Piero Angela. E così verrebbe da pensare se un Pierino, avendo un infarto, cadesse da un albero fracassandosi il cranio: "È morto perché è caduto dall'albero", si direbbe, "è talmente palese!". E neanche verrebbe il minimo sospetto che costui non morì cadendo dall'albero, ma che cadeva proprio perché era già morto, stroncato da un infarto.

 

Il cuore dunque NON è una pompa. Potrebbe somigliare ad un ariete idraulico (similitudine fatta da Rudolf Steiner) sebbene esso non funzioni proprio come un ariete idraulico. Come funziona un ariete idraulico?

 

ariete-idraulico.gif


S'immagini una casa situata in cima ad un monte. Ai piedi di questo monte scorre verso il basso l'acqua di una sorgente. Si vuole portare l'acqua alla casa. In questa situazione serve un ariete idraulico i cui componenti sono: un tubo che convoglia l'acqua, un altro tubo che risale: un sistema composto da una valvola e da una membrana che grazie alla pressione dell'acqua crea una successione ritmica di pressione e di contropressione con l'ausilio di un pallone riempito a metà d'acqua che svolge la funzione di cuscinetto d'espansione.

 

L'aspetto interessante di questo sistema è che funziona in assenza d'energia, e che sfrutta soltanto la forza gravitazionale dell'acqua che scorre (velocità di riempimento dell'ariete).

 

La similitudine di Steiner col cuore consiste nel fatto che nell'ariete idraulico è l'acqua che mette tutto in movimento, così come il sangue che arriva al cuore ne stimola i movimenti di contrazione.

 

Concludendo si deve dire che il cuore è un muscolo, il cui compito è la contrazione.

 

Trattandosi di un muscolo cavo, durante la contrazione il liquido che vi è contenuto è incomprimibile e pertanto viene spinto avanti.

 

Quindi il cuore ha, sì, compito di propulsione, ma questa propulsione non è la causa originaria della circolazione sanguigna anche se nulla funzionerebbe senza il cuore.

 

Il cuore accelera il movimento originario nei capillari adattandolo alle necessità dell'organismo umano.

 

Già in ciò, il cuore si propone come organo del centro e del ritmo, cercando un compenso e quindi un equilibrio tra la circolazione del sangue nei capillari e quella nei grossi vasi; similmente all'equilibrio posto tra la piccola e la grande circolazione.

 

Le valvole cardiache possono reggere così a lungo perché non fermano il sangue, ma sono perfettamente inserite nel suo flusso di scorrimento che precede la loro stessa formazione nel corso dell'embriogenesi.

Se al cuore non giungesse il sangue, presente con il suo originale e lentissimo movimento capillare, il cuore smetterebbe di battere.

 

La circolazione del sangue inizia alla periferia dell'organismo; è mossa dalla vita stessa (del corpo bioplasmatico o vitale) fino al cuore, che si "anima", (nel suo caratteristico movimento) che la solleva dalla sua condizione simil-vegetale e la innalza al livello umano, con un battito ed una lunga pausa al cui interno scorre l'attimo fuggente del suo dialogo cosmico-terreno con l'anima...

 

In ogni polarità il cuore si colloca sempre al centro, e proprio per il fatto che è il mediatore fra cosmo e Terra esso rende possibile all'anima umana un collegamento più forte con questi due poli.

 

Se una persona si lega fortemente alle forze della Terra non vede più il cosmo, che è il mondo della luce, e cade in depressione che è un processo d'incarnazione unilaterale. i suoi occhi vedono la bellezza della natura ma il suo cuore non la percepisce, così come, se non si cerca, non si percepisce il colore fior di pesco nell'arcobaleno.

Allo stesso modo, quel che resta dell'apparenza del cuore è la pompa cardiaca di Piero Angela.  

 

NOTE

(1) Manteuffel-Szoege L., Gonta J., "Réflexions sur la nature des fonctions mécaniques du coeur". Minerva Cardioangiologica Europea, VI, 261-267, 1958; vedi anche: Manteuffel-Szoege L., Turski C., Grundman J., "Remarks on Energy Sources of Blood Circulation". Bull. Société Inter. Chirur., XIX, 371-374, 1960; Manteuffel-Szoege L., "Energy Sources of Blood Circulation and the Mechanical Action of Heart", Thorax, XV, 47, 1960; Manteuffel-Szoege L., "New Observations concerning the Haemodynamics of Deep Hypothermia", Journ. Cardiovas. Surg., III, 316, 1962; Manteuffel-Szoege L., "Haemodynamic Disturbances in Normo - and Hypothermia with Excluded Heart and during Acute Heart Muscle Failure", Journ. Cardiovas. Surg., IV, 551, 1963; Manteuffel-Szoege L., "On Stopping and Restarting of Circulation in Deep Hypothermia", Journ. Cardiovas. Surg., V, 76,1964; Manteuffel-Szoege L., Michalowski J., Grundman J., Pacocha W., "On the Possibilities of Blood Circulation Continuing after Stopping the Heart", Journ. Cardiovas. Surg., VII, 201,1966. Si veda anche, a proposito di questi esperimenti, l'articolo "Il cuore non è una pompa" di AG (altrogiornale.org).

Repost 0
25 febbraio 2012 6 25 /02 /febbraio /2012 11:14

 

 

 

simbolo cancroAltre spiegazion del contenuto del video:

  

Che la natura non faccia salti è un secolare detto creduto da tutti, pur essendo falso. Basta osservare un verme per accorgersene. Il baco si trasforma in farfalla. Non è un salto? Prima vive nella terra e poi nell’aria! Ma chi? La stessa cosa? Grazie al principio kantiano della conservazione della sostanza che dice "in ogni cangiamento dei

fenomeni la sostanza permane" (Kant, "Critica della ragion pura")? Baco e farfalla sono la stessa cosa? Solo un oscurantismo scientifico potrebbe affermarlo, così come afferma che tutto, provenendo da una nebulosa (Kant - Laplace) è destinato a evaporare in un surriscaldamento globale… Ma è una bufala.

 

Questo modo di ragionare per slogan orwelliani del tipo "la natura non fa salti", è errato.

 

Un fiore può portare frutti e dal frutto si formano i semi. Il seme si può mettere nella terra. Nella terra marcisce. Poi appare una nuova pianta, che a sua volta porta di nuovo semi. Così il processo si ripete indefinitamente. Il pensiero materialistico ritiene che gli atomi del seme marcio passino nella nuova pianta. Ma non è così. Tutte le parti materiali della vecchia pianta vanno distrutte, e avviene un vero e proprio salto nella materia, così che la nuova pianta è materialmente qualcosa di completamente nuovo. Si tratta assolutamente di una nuova formazione: è il salto evolutivo fra vecchio e nuovo.

 

Il salto esistente fra antenato e discendente è un'esperienza possibile nei campi più diversi - dal regno vegetale a quello animale, a quello umano, fino all'esistenza planetaria - la nozione del salto può essere appresa come "legge di armonia stellare" procedendo da una determinata direzione del cosmo all'altra, da una lettera zodiacale all'altra. La legge in questione è valida tanto nel dominio delle cose piccolissime, quanto in quello delle cose più grandi.

 

Vi sono due modi di rappresentare questi salti dell'evoluzione; il primo è un segno antico e riguarda una scrittura di tipo immaginativo; l'altro è lo si può intravedere osservando la disposizione delle feste nei normali calendari.

 

Nel procedere dell'evoluzione, l’antico si involve a spirale, mentre il nuovo evolversi si svolge dall'antico come un’altra spirale, procedendo da dentro al fuori. Inoltre il nuovo non si allaccia al vecchio in modo diretto: fra la fine del vecchio e l'inizio del nuovo vi è un piccolo distacco, che è appunto quel salto, e solo dopo questo, il progredire continua. Ne risulta la figura del segno astrologico del Cancro in cui due spirali, a forma di “6” speculari ed orizzontali s'intrecciano, con un piccolo distacco al centro.

  doppia-spirale.gif

Nel segno astrologico del Cancro vi è dunque l’espressione simbolica dell'ascesa al macrocosmo e della formazione di ogni nuovo germoglio in ogni tipo di evoluzione. Ciò era ed è in connessione con la realtà delle ripetute vite terrene dell'essere umano.

 

Il secondo modo di rappresentare questi salti che avvengono nell'evoluzione rintracciabile nei calendari è la disposizione delle feste nell’anno: la festa del "Corpus Domini", col suo “Osanna nel più alto dei cieli”, estesa astrologicamente dal cielo del Cancro a quello natalizio del Capricorno, indica il medesimo asse cosmico secondo la “liturgia cosmica" del tempo annuale… Il “corpus domini” nasce infatti secondo la tradizione a Natale, ma la sua festa è giugno, in cui Gesù entra a Gerusalemme cavalcando un puledro d’asino, antico simbolo del Cancro, scritto anche nel cielo come costellazione dell’Asellum.

 

le feste nell'anno

Repost 0
23 febbraio 2012 4 23 /02 /febbraio /2012 10:58

Seguimi nel Consultorio di economia della triarticolazione sociale

Negli anni ottanta frequentavo assiduamente la biblioteca della facoltà di teologia di Milano per consultare libri di latino e di lingua ebraica. Vedevo quasi tutti i giorni Gianfranco Ravasi, che si aggirava fra i banchi di lettura, salutando tutti. Un giorno costui, incuriosito dalla mia continua presenza, mi avvicinò e mi chiese di che cosa mi stessi occupando. Così gli dissi che mi ero appassionato alla lingua ebraica e cercavo delle radici linguistiche ebraiche.

 

Facendomi i complimenti, subito mi chiese quale  fosse stato il testo che mi avesse fatto appassionare al punto da frequentare così assiduamente la biblioteca. Quando gli risposi che il libro era "La lingua ebraica restituita" di Fabre d'Olivet", vidi il suo naso arricciarsi e raggrinzirsi come da disgusto, e si premurò di dirmi: "C'è di meglio", fornendomi una sfilza di titoli più "idonei"... Più “idonei” a cosa? Lo capii quando lessi "Dizionario delle immagini e dei simboli biblici" a proposito del numero 153 relativo alla pesca miracolosa narrata nei vangeli le seguenti parole: “Nell’interpretazione del numero 153 si è pensato che i naturalisti di quell’epoca conoscessero 153 tipi di pesci … ”. (Lurker Manfred, "Dizionario delle immagini e dei simboli biblici”, a cura di Gianfranco Ravasi”; Ed. Mondadori, Milano 1994). Non so se affermazioni come questa siano più manicomiali che oscurantiste. Comunque liquidare così un’indicazione dei vangeli mi sembra di sicuro UNA CAGATA PAZZESCA! Ai posteri la sentenza...

 

Anche se questa pseudospiegazione mi apparve immediatamente come un insulto all'intelligenza umana, mi fece ridere a crepapelle pensare che fra i tipi di pesce pescati da Gesù sicuramente vi fosse anche quello del pesce … “palla”!

 

Alla luce di cose come questa, il dio di Ravasi appare come il dio dell’oscurantismo, e lo mostrerò, dato che ieri sera (Tg5 del 22/02/12) questo pirla del ragionamento ha affermato che il dio di Celentano è il dio dell’ignoranza e della new age! Basterebbe solo questo per chiedersi come mai il mentecattocomunismo vaticano ha così paura di Celentano!

 

Ma ritorniamo al punto. “Bisognerebbe che queste menzogne fossero una volta per tutte finalmente smascherate”, dicevo fra me, e mi chiedevo: “Ravasi è stupido, oppure mente sapendo di mentire magari per conservarsi il posto in nome del “così fan tutti”?”. Infatti nel proseguire la becera spiegazione dei 153 pesci si accenna poi in modo vago, fumoso, quasi balbettante che “secondo la ‘gematria’ vi sarebbe un nascosto riferimento all’eucarestia ma che forse, però, può trattarsi anche solo di una notazione storica sottolineata”. Forse, però…? Questa è una spiegazione oppure è omertà? Omissione? Eppure costui si batte il petto ogni giorno durante la messa dicendo “mea culpa” per “pensieri, opere e omissioni”...

 

Pitagora affermava: “Questa dottrina non è mia".

Gesù afferma: "La mia dottrina non è mia” (Gv. 7,16).

 

E così pure non è una opinione mia che il 26 sia il numero del Nome di Dio e che abbia un valore segreto scritto nei vangeli in modo esoterico. Per questo motivo ho scritto i miei libri di esoterismo: perché queste cose si devono finalmente sapere! Quindi non raccontiamoci “palle” come fa Ravasi.

 

Esoterico è per me tutto quanto sta in correlazione con fatti reali; essoterico tutto quanto è astratto dal reale. Esoterico è il nocciolo delle cose; essoterico è la loro scorza. Lo dico sapendo benissimo che parlare del nocciolo a chi si interessa solo della scorza è una perdita di tempo. Ma il nuovo millennio farà sempre più comprendere che un sano ragionare deve comprendere le cose sia nel loro nocciolo che nella loro superficie, e che solo così si avrà di esse una comprensione concreta anziché meramente astratta.

 

Prima di mostrare ciò che comporta la conoscenza del “nocciolo” del numero 153, occultato da Ravasi, e a mo’ di premessa, sottolineo che il dio di questo becco adunco non è soltanto un oscurantista ma è anche un guerrafondaio.  

 

Nel 2001, al tempo della guerra in Iraq, tutta l'"analisi" vaticana sulla guerra poggiava sui seguenti punti: 1) il costo umano della guerra; 2) il probabile aggravarsi della persecuzione nei confronti delle minoranze cristiane in Iraq e in tutta l’area; 3) la possibilità di destabilizzazione di tutta l’area; 4) le preoccupazioni per la spaccatura manifestatasi nell’UE e per il possibile allontanamento diplomatico tra una parte dell’UE e gli USA; e, fragola di sangue sulla torta dei morti,  5) l’inammissibilità morale del concetto di "guerra preventiva", rispetto a quello di "guerra giusta" espresso nell'art. 2266 del Nuovo Catechismo.

Ovviamente, perché la guerra fosse "teologale" bastava ragionare con la logica dell'adeguamento al principio di legittima difesa! Così tale logica vescovil-teologal-economicista fu impugnata dai sostenitori cattolici della guerra, fra cui Michael Novak e Gianfranco Ravasi. Novak non è solo teologo ma anche “economista di fama internazionale”, talmente bravo che le condizioni per una "guerra giusta" erano per costui quelle espresse dall'art. 2309 del Nuovo Catechismo, e Ravasi, come un clone del malaffare, gli teneva bordone esprimendo le stesse ipotesi di guerra giusta esposte dal Novak, iniziando con la seguente frase: "Diventato persino uno stereotipo, pronunciato spesso con una punta di ironia: “porgere l'altra guancia è”, come si sa, una citazione semplificata del Vangelo di Matteo (5,38-41 ) e, più precisamente, di quel “discorso” di Gesù detto "della Montagna", a causa del suo fondale forse più simbolico che reale", in pratica derealizzando il vangelo (Gianfranco Ravasi, "L'altra guancia o la spada?", "Il Sole24Ore", art. del 30/9/2001).

 

Ciò premesso, ripropongo ora il mio breve saggio sul numero 153, a proposito della pace, intitolato “Numerologia della Pace” 

 

copertinaRicerca90.jpgNUMEROLOGIA DELLA PACE
pubblicato dalla rivista "Ricerca '90" n° 46

 

I dati qui raccolti appartengono ad ogni essere umano e non sottostanno a nessun copyright, a nessuna confessione religiosa e a nessun dogma. Sono semplicemente piccoli esempi di uso di una chiave di accesso privilegiata per la comprensione delle leggi armoniche dell’universo.

Quanto segue è dunque una proposta che faccio ai lettori, e cioè quella di provare ad inoltrarsi nella lettura di un linguaggio originale, affascinante ed avvincente come quello dei numeri. Chi accetterà la proposta credo non rimarrà deluso dalla promessa di scoprire - attraverso la concezione quantitativa della parola - incanti, armonie, equilibri e proporzioni irripetibili.

 

La creazione secondo le Scritture è pronunciata dalla bocca di Dio come "linguaggio cosmico". Da questo punto di vista, lo spirito del linguaggio e l’opera di Dio possono essere considerati univoci. La stessa parola "considerare" proviene da "sidera", "stelle", ed è dunque il mio intento quello di riunire in un unico elemento l’umano e il divino, l’umano come consideratore del caso, il divino come creatore di entrambi.

 

Solitamente si comincia a sentir parlare dei Vangeli e dei relativi passi più significativi quando si è bambini e si vivono i racconti dei miracoli di Gesù con lo stupore e l'immaginazione tipici della stagione magica che è l'infanzia.

 

Quando si diventa adulti e non si crede più alle belle favole, le strade che troviamo di fronte a noi sono due: o ci allontaniamo da ciò che giudichiamo incredibile su un piano razionale, ritirandoci in una visione più concreta e materialista che ci da' l'impressione di essere realisti anche se magari nel contempo rimpiangiamo il non avere più quella capacità di meraviglia necessaria a vivificare la nostra interiorità, oppure continuiamo a credere, senza però preoccuparci troppo di capire ciò che apparentemente non ci è dato di capire.

Ma c'è una terza via che si trova a metà tra le due e che forse - come tutto ciò che sta nel mezzo - è la più saggia o quantomeno la più rispondente alle esigenze di un'umanità che, vivendo nell'era tecnologica, all'evoluzione del mondo esterno ha sempre più urgente necessità di affiancare - attraverso nuova consapevolezza - un'evoluzione interiore.

 

Abbiamo vissuto finora nell'era dei Pesci, caratterizzata dalla parola-chiave "Io credo" e ci apprestiamo a vivere nell'era dell'Acquario, che esprime invece l’"Io so".

 

Provo ora ad osservare in questa ottica di conoscenza il racconto della pesca miracolosa che contiene degli speciali segnali. Uso la parola segnale proprio perché immagino la vita dell’uomo come una strada che egli deve percorrere e sulla quale sono poste precise indicazioni. Per prendere la strada giusta, occorre sapere il significato di questi "cartelli stradali".

 

Il versetto 21,11 del Vangelo di Giovanni contiene - dal punto di vista matematico - uno molto importante: "Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di 153 grossi pesci…".

 

L’indicazione così precisa di questo numero 153 non può non farci incuriosire e di conseguenza farci chiedere: "Perché proprio 153 e non 152 o 154?". La stessa domanda potrebbe valere anche per qualsiasi misurazione, progetto o architettura. Come mai per esempio la Grande Galleria della misteriosa Piramide di Cheope misura al soffitto 153 piedi? (1). Non potrebbe forse trattarsi anche qui di un numero simbolico? E quale potrebbe esserne il senso?

 

Per andare alla ricerca di questo significato ci serviremo della lingua ebraica e della numerologia biblica.

 

Riporto qui sotto una tabella riassuntiva dell'alfabeto ebraico che elenca i valori numerici delle 22 lettere ebraiche:

 

LETTERE EBRAICHE - VALORI NUMERICI

1ª ALEF: valore numerico: 1
2ª BET: valore numerico: 2
3ª GHIMEL: valore numerico: 3
4ª DALET: valore numerico: 4
5ª HE: valore numerico: 5
6ª VAV: valore numerico: 6
7ª ZAIN: valore numerico: 7
8ª CHET: valore numerico: 8
9ª TET: valore numerico: 9
10ª JOD: valore numerico: 10
11ª KAF: valore numerico: 20
12ª LAMED: valore numerico: 30
13ª MEM: valore numerico: 40
14ª NUN: valore numerico: 50
15ª SAMEK: valore numerico: 60
16ª HAIN: valore numerico: 70
17ª PHE: valore numerico: 80
18ª TZADE: valore numerico: 90
19ª QOF: valore numerico: 100
20ª RESH: valore numerico: 200
21ª SCIN: valore numerico: 300
22ª TAW: valore numerico: 400

 

"Si entra così in un vero e proprio mondo di numeri, che ci farà da guida, in quanto costituisce il mondo essenziale della parola biblica. L'ebraico, infatti, non distingue fra lettere e cifre, come fanno gli alfabeti occidentali, anche se all'origine di alcuni di essi, per esempio nell'alfabeto romano, si trova ancora una flebile traccia di questa funzionale bipolarità fra lettera e numero: la "v" maiuscola (V) corrispondeva al 5, la "L" al 50, la "C" al 100 e così via. Nell'ebraico però non si tratta di corrispondenze. Le ventidue lettere del suo alfabeto sono esse stesse numeri, essenze numeriche. Per questo motivo la lingua della Bibbia è un mondo particolare, quello che vorremmo pertanto chiamare mondo dell'essenzialità" (2).

 

Iniziamo col dire che "il nome di Dio, in ebraico, è formato da quattro lettere. Per questo motivo è chiamato anche "il tetragramma" (3).

 

Le lettere che formano il nome di Dio, l’ebraico Yahwe, sono IOD, HE, VAV, HE ed avendo rispettivamente valore numerico 10,5,6,5 dànno come somma 26.

 

I segreti contenuti nelle Scritture sono davvero straordinari, e quando si riesce a scoprirne la chiave di lettura, la sorpresa è sempre garantita. Provando ora ad usare questa chiave sommo tutti i numeri che partendo dall’1 rendono possibile il 26, e cioè: 1 + 2 + 3, e così via, fino a 26. Ottengo come risultato 351, somma che nel linguaggio cabalistico viene detta Valore Segreto di 26.  

 

"A prima vista questo risultato, trecentocinquantuno, ci lascia un po’ perplessi […]. Se però liberamente ci affidiamo alla semplice logica dei numeri, immediatamente scopriamo che il numero 351, Valore Segreto di 26, non è altro che il numero 153, letto alla maniera ebraica cioè da destra a sinistra. Questa stupefacente rivelazione ricollega quindi il 26 ai famosi "pescati" nella rete, cioè a noi, nella misura in cui ci lasciamo "pescare" dal Divino Pescatore" (4).

 

Già con queste osservazioni potremmo ritenere soddisfatta la nostra curiosità riguardo ai 153 pesci, ma la profondità di significati è tale che devo aggiungere qualcos’altro.

 

Volgiamo lo sguardo dai "pesci del mare" ai " pesci del cielo" e ci accorgiamo che ancora una volta i numeri ci guidano nella direzione giusta, ritrovando con sorpresa che il numero 351 ha a che fare anche con i Pesci celesti.

 

Al 351° grado assoluto dello zodiaco, comincia infatti la costellazione dei Pesci.

 

Ma torniamo ora al Vangelo di Giovanni. Come abbiamo già detto, il numero del versetto in cui si parla dei 153 pesci, è l’11 del ventunesimo capitolo.

 

Anche questi due numeri – ventuno e undici - ci indicano cose molto importanti.

 

Rifacendoci sempre all’alfabeto ebraico e consultando la tabella di cui sopra, possiamo vedere che la 21ª lettera è la SCIN. "Questa lettera significa, come parola, "dente". La SCIN è la lettera planetaria di Saturno e Saturno "mastica", si nutre, della gnosi, del conosciuto. Il "masticare" in questo caso non riguarda solo il cibo materiale. Come il cibo è nutrimento per il corpo fisico, così il sapere lo è per la vita conoscitiva" (5).

 

Il fatto dunque che si parli di 153 pesci proprio nel capitolo 21 sembra indicarci che proprio lì, in quel capitolo vi è un segreto che si può conoscere.

 

E il versetto 11 cosa ci può svelare?

 

Sempre con lo stesso metodo andiamo a cercare la 11ª lettera dell’alfabeto ebraico e vediamo che è la KAF. "Come lettera, KAF esprime, mediante la sua collocazione alfabetica, un rapporto di "Valore Segreto", con il concetto "ciclico" delle ripetute vite terrene […]. La parola "ciclo" si dice in ebraico "ghilgal" e si scrive in ebraico con le lettere GHIMEL-LAMED-GHIMEL-LAMED, valori numerici, 3-30-3-30, totale 66. Se si prende il numero ordinale 11 della lettera KAF e si sommano tutte le lettere che dall’uno portano all’undici, si ha sessantasei" (6).

 

L’astronomia, guarda caso, enumera la Costellazione dei Pesci – che inizia come sopra citato al 351° grado dello zodiaco siderale - come sessantaseiesima. Facendo delle prime conclusioni, constatiamo dunque quante concatenazioni fra il Cielo e la Terra vi sono nascoste in quella ermetica frase del Vangelo.

 

La possibilità della scoperta di questi significati rende affascinante la lettura dei Testi Sacri che troppo spesso vengono invece bistrattati in ermeneutiche vuote di contenuti.

 

Ogni essere umano può tramite lo strumento numerico giungere a verità scientifico-spirituali in modo autonomo, senza mediazioni ideologico-confessionali.

 

Alla luce delle considerazioni fatte fin qui, devo attribuire al numero 66 la prerogativa di numero rivelante il concetto delle ripetute vite terrene: lo abbiamo visto in relazione al mare - a proposito dei pesci del versetto 11 e del Valore Segreto di questo numero - e in relazione al Cielo come 66ª costellazione dei Pesci.

 

E in relazione alla Terra? Dato il suo considerevole contenuto, non potevamo non ritrovarlo anche qui. Il luogo in cui lo ritroviamo è un punto esclusivo del pianeta. Si tratta del 66° parallelo, ove accade l’ineffabile... E’ l’incomparabile fenomeno del Sole di Mezzanotte, fenomeno a causa del quale il sole non tramonta mai.

 

"Questo fenomeno comincia al solstizio estivo quando il Sole raggiunge la maggiore declinazione Nord […]. Il vantaggio di avere un maggior numero di ore di luce rispetto a quelle di buio giunge al massimo oltre il 66° parallelo, dove quel giorno il Sole non tramonta" (7).

 

Questo luogo terrestre che ha a che fare con il 66 testimonia che qui il sole non scompare. Non ci potrebbe essere migliore e concreta attestazione dell’incontrovertibile eternità dell’Io umano, di cui il Sole notoriamente è simbolo.

 

Quando tutti gli esseri umani si accorderanno in nome di questa testimonianza planetaria, offerta appunto dal pianeta Terra, si entrerà nella pace vera, quella offerta dal Cristo. Il Cristo è infatti lo spirito stesso della Terra (8). Il mio auspicio per il terzo millennio è che si accolga il significato cosmico del sacrificio del Golgota, cioè quello di conferire alla Terra la forza di portare innanzi la propria evoluzione.

 

Continuando ora a parlare di collegamenti con lo straordinario numero 11, dal cui "segreto" abbiamo visto provenire il 66, che alla luce di tutto ciò detto fin qui possiamo a buon diritto nominare rappresentativo dell’immortalità dell’Io, passiamo a fare alcune osservazioni proprio sull’11° segno dello zodiaco e cioè il segno dell’Acquario.

 

"Nello zodiaco di Glastonbury, il segno dell'Acquario è rappresentato da quel particolare uccello, il quale porta la coppa dell'immortalità o coppa del Graal. Secondo la tradizione araba quell'animale "non si posa mai a terra in altro luogo che sulla montagna di "Qaf", che è la montagna polare", ed è da questa montagna che proviene la bevanda dell'immortalità, anche secondo le tradizioni indù e persiana. Può essere rilevato ancora che la principale facoltà umana dell'Acquario […] è il conoscere, il quale non può prescindere dall'intuire, cioè dal penetrare l'"ordito" delle cose" (9).

 

Sempre a proposito del segno dell'Acquario, le mie ricerche mi hanno portato a rilevare quanto segue: la lettera ebraica zodiacale dell'Acquario è la QOF, valore numerico 100. Ora, Abramo, quando aveva ormai compiuto 100 anni, dice che è impensabile che gli possa ancora nascere un figlio, eppure questo avviene. Con il 100 comincia dunque una nuova vita, simbolo_cancro.jpgcioè la vita di Isacco, mentre rispetto al piano numerico delle "decine", si entra qui ora in un un nuovo livello, quello delle "centinaia".

 

Ma ritorniamo ora al numero sessantasei.


Il solstizio estivo comincia nel mese di giugno ed esattamente il 21 (proprio come il nostro capitolo di Giovanni!) e questa data indica altresì l’inizio del segno del Cancro che ha come simbolo due "6" orizzontali e speculari.  

 

Proprio sotto il segno del Cancro cade la festa di San Giovanni Battista.

 

"All'inizio della nostra era si riteneva che la venuta del Messia dovesse essere preceduta dal ritorno del profeta Elia e che Giovanni il Battista fosse la reincarnazione di Elia. La cosa era accettata persino da tutto il popolo, che la considerava un evento miracoloso mentre il sapiente la riteneva "uno fra i tanti esempi di reincarnazione, secondo la legge" (10). 

Se volete accettarlo - diceva infatti Gesù di Nazaret riferendosi a Giovanni Battista - è lui quell'Elia che deve venire (11).

 

Il nome Giovanni è però anche identificabile nell’Oannes di cui narra Beroso, sacerdote di Bel, nelle sue storie babilonesi.

 

Ora se dal 66° parallelo terrestre torniamo a scrutare il Cielo e precisamente l’ultima costellazione del Mare astrale, quella dei Pesci, che occupa astrologicamente la dodicesima dimora zodiacale, osserviamo che le due figure di pesce che la compongono, l’Austrinus e il Boreus, nuotano in direzioni diverse. Il Boreus è rivolto a nord e pare quasi toccare Andromeda che gli volge le spalle; l’Austrinus, rivolto a ovest, è posto sotto la criniera di Pegaso.

 

Con il Pesce australe o Austrinus ricaviamo un’ulteriore nozione, che ci lascia ancora una volta sbalorditi. Questa costellazione, talvolta chiamata anche Piscis Australis, viene spesso rappresentata come un pesce che beve l’acqua versata dall’anfora del vicino Aquarius. Il pesce è stato identificato con Oannes, il dio-pesce babilonese, ed è considerato il Padre dei Pesci dello zodiaco (12).

 

"Dalla mitologia ricaviamo che questa costellazione molto antica è legata al soprastante Acquario. […] Con Regolo, Aldebaran, e Antares, formava le quattro "stelle regali", che dividevano il moto del Sole in quattro parti. I Persiani le consideravano appunto le guardiane degli equinozi e dei solstiozi (13).

 

Ed ecco che tutto ciò si riempie di ulteriore contenuto se ri-conosciamo nell’Oannes-Gianni, anche il Giano bifronte degli antichi romani, il latino Janus.

 

"La radice del nome "Gianni" è stata studiata come elemento portante ed armonizzatore fra varie religioni, mitologie e mistiche. "Ianua" significa in latino "porta".

 

In ebraico YahYAH.gif

 è il diminutivo di Yahwe,YAHWE.gif

 

La porta e il Nome divino (o Nome dei Nomi) sono identificabili in un unico elemento: l'Io di Gesù di Nazaret, quando dice, nel Vangelo di Giovanni: "Io sono la porta". "Porta" è in ebraico la parola "dalet", formata dalle lettere DALET, LAMED, TAW, in valori numerici 4-30-400, totale 434, l'esatto numero delle parole ebraiche che costituiscono il primo resoconto della creazione narrato nel primo libro della Bibbia, la Genesi, che è la "porta" da cui si entra nel testo biblico. Si noti che la sintesi di 434 è 11. […] Il simbolismo di "Giano" è, anche da questo punto di vista, altrettanto importante grazie ad un accostamento preciso con il Cristo. […]. Anche il nome latino "januarius", "gennaio", ha la stessa radice del nome "ianus" e la stessa importanza di "porta" dell'anno. […] L’"Avvento", cioè la venuta di Gesù di Nazaret, risolve nella conoscenza dell’"Io sono" ogni monopolio di conoscenza misterica e nelle parole "Io sono la porta" va intesa la rivoluzione solare dell'anno. Tali parole esprimono però anche un'altra rivoluzione, quella capace di conferire la forza di rovesciare le sedie dei venditori di colombe... Il Re del mondo viene infatti per instaurare una monarchia nuova in cui diviene essenziale vivere consapevolmente la realtà-regalità dell'io" (14).

 

Questi dati ci rassicurano ulteriormente che siamo su una strada lastricata di meravigliose, stupefacenti e soprattutto coerenti corrispondenze.

 

Vediamo dunque che la visione esoterica (per esoterica intendo una visione in correlazione con fatti reali) ci mette in condizione di avere una visuale completa ed esaustiva e di affrontare ogni problema relativo alla comprensione di ciò che ci viene dai testi sacri che sono frutto di antica sapienza.

 

Se ci addentriamo in essi con i giusti mezzi di conoscenza riusciamo dunque a capire i misteri della nostra tradizione cristiana, ma addirittura possiamo - con medesimi metodi - inoltrarci in altre tradizioni ed avere ugualmente riscontri positivi di acquisizione di sapere, percependo così quanto sia alienante e distruttiva anche la sola ipotesi di accettazione nella nostra coscienza di un qualche monopolio confessionale della Verità.

 

Farò ora un paio di ulteriori esempi di logica numerica e quindi universale del divino: uno relativo all’Antico Testamento e l’altro riguardante l’antica tradizione cinese.

 

Avendo appurato che il rivelarsi dei significati del 153 ci ha dato tante soddisfazioni, ne cerchiamo traccia anche nei tempi più antichi e lo troviamo nel Libro dei Maccabei al capitolo 54 versetto 9, e questo è l’unico punto dell’Antico Testamento in cui compare questo numero.

 

I libri della Bibbia, come tutta la storia che vi è narrata, esprimono figure misteriose. Ne è un esempio la storia dei Maccabei, eloquente di "geometria" del destino. Si tratta della corrispondenza fra i dodici figli di Giacobbe, all'inizio dell'Antico Testamento, e i dodici apostoli, all'inizio del Nuovo. Progredendo dall'una all’altra dodécade, si passa da un ordinamento umano fondato sopra i legami etnico-familiari del sangue, a un ordinamento in cui le più diverse individualità singole vengono a riunirsi per affinità spirituale. Fra questi due gruppi di dodici uomini la storia ce ne mostra un terzo, ma velatamente e in modo appena percettibile: si tratta delle figure dei martiri e degli eroi dell'età maccabea, i sette figli della vedova e i cinque figli di Mattatia. Lo sviluppo dell'Antico Testamento si apre e si chiude con una dodécade; e di nuovo un gruppo di dodici, all'inizio della missione terrestre del Cristo, accenna alla portata universalmente umana di quegli eventi.

 

Il 153 ci indica così un mistero del tutto speciale dominante fra le due ultime dodécadi menzionate, separate fra loro soltanto da un secolo e mezzo.

 

I dodici apostoli di Gesù, secondo la rivelazione di Steiner nel suo ciclo di conferenze sul Vangelo di Marco, non sono altro che le medesime individualità che si incarnarono al tempo dei Maccabei come i sette figli della vedova e i cinque figli di Mattatia. Dodici uomini, che rappresentano la quintessenza dell'umanità, varcano insieme la più grande soglia della storia: gli ultimi in seno all'umanità precristiana, tutta raccolta nell'attesa, diventano i primi a schierarsi intorno al Salvatore fatto uomo. Al tempo dei Maccabei, essi si trovavano ancora completamente legati alla loro etnia e consanguineità, ma già allora l'alta forza della loro fede li indirizzava verso la consapevolezza piena dell'intimo loro nucleo individuale e immortale; nella vita successiva, invece, "incarnati separatamente gli uni dagli altri e cresciuti con profonde differenze individuali, è loro concesso di formare nuovamente una comunità, ma questa volta solo sulla base spirituale di una comune fede e venerazione" (15).

 

Rudolf Steiner descrive così questo significativo intreccio di destini: "Ricomparvero dunque quelle anime che erano state incorporate nei sette figli della vedova e nei cinque figli di Mattatia; di queste si compose il collegio degli apostoli. Vennero a trovarsi nell'elemento dei pescatori e della gente semplice; ma nel tempo in cui l'elemento giudaico era assurto a un punto culminante, erano stati compenetrati dalla consapevolezza che questo elemento rappresentava una forza suprema - ma forza solamente - e che ora esso doveva ricomparire in forma individualizzata, per schierarsi intorno al Cristo. Potremmo figurarci il caso che un uomo del tutto incredulo volesse considerare da un punto di vista esclusivamente artistico il fatto che alla fine dell'Antico Testamento ci si presentano i sette e i cinque, all'inizio del Nuovo i dodici. Anche prendendolo solo come elemento artistico, architettonico, si può rimanere commossi davanti alla semplicità e alla grandezza artistica dei libri biblici, prescindendo del tutto dal fatto che i "dodici" constino dei cinque figli di Mattatia e dei sette figli della vedova..." (16).

 

Il 153 è dunque un numero straordinariamente importante che raccoglie tutto il mistero dell’incarnazione di Dio nell’uomo. Così l’undici, che strettamente vi è collegato. Se prendiamo il meraviglioso poema indiano della Bhagavadgita, al capitolo 11, vediamo che comincia con queste parole di Arjuna: "Per amore verso di me tu mi hai esposto il segreto supremo, chiamato la ‘scienza del sé’ e, grazie a queste parole la mia illusione è svanita…"

 

Se ora apriamo il libro dei King, sacro per la tradizione estremo-orientale cinese, e vi cerchiamo qualcosa che abbia a che vedere con i ragionamenti fatti fin qui, scopriamo che l’esagramma numero undici, è chiamato "esagramma della pace": "Il segno accenna alla natura in un’epoca nella quale, per così dire, vi è il cielo in terra. Il cielo si è posto sotto la terra. Così le loro forze si uniscono in intima armonia. Da ciò nasce pace e prosperità per tutti gli esseri. Nel mondo umano questo è un tempo di concordia sociale. Gli alti si chinano verso i bassi, e i bassi e i piccini nutrono sentimenti amichevoli verso gli altri, cosicché ogni ostilità cessa [...]" (17).

 

Concludendo, se la chiesa cattolica, per rianimare la cattolicità, anzi, per rianimare il suo mentecattocomunismo, ha talmente paura di Celentano da usare un prete dalle chiappe strette come Ravasi per calunniarlo, oscurando quello che tutti vedono, sarebbe meglio che cambiasse strategia e incominciasse col ridurre allo stato laico, preti pedofili, teologi d’accatto, e chi scambia i pulpiti per scranni parlamentari dai cui vomitare sulle folle menzogne e invereconde falsità. 

 

NOTE

 

galleria-cheope.gif(1) Georges Barbarin, "Le profezie della grande piramide", Ed. Atanor, p. 66. La Grande Galleria è lunga infatti 89 cubiti (valore cubito in metri = 0,523598775 = 1/6 della misura del cerchio di diametro 1), dunque 46,60029098 metri, pari a 153 piedi del sistema di misura anglosassone (unità di misura anglosassone: piede = 30,48 cm). Si noti altresì che il cubito è suddiviso in 7 palmi e che in questo sistema settenario, ogni palmo viene poi suddiviso in 4 pollici. In tale antico sistema di misurazione il cubito risulta dunque uguale a 28 pollici. Ventotto è un numero legato al ciclo lunare; la creazione nel ventre materno di un essere umano avviene in 10 mesi di 28 giorni, cioè in 280 giorni, e 280 è anche il numero di cubiti dell’altezza della Grande Piramide; cfr. anche - a proposito di un altro importante numero relativo alla Grande Piramide - R. Bauval, "Custode della Genesi", Ed. Corbaccio, Milano 1997, pag. 302:

"In ogni caso, è riconosciuto da molto tempo che il principale fattore numerico nel progetto della Grande Piramide, e nell'intera necropoli di Giza, è il numero primo 11 [...] ciascuno dei suoi lati è lungo più di 755 piedi (230 metri circa), il che equivale a 440 cubiti reali egizi - cioè 11 volte 40 cubiti. Inoltre il rapporto dell'altezza con la base è 7:11. Il rapporto della pendenza dei suoi lati è 14:11 [...] il rapporto della pendenza del pozzo meridionale della Camera del Re [...] mirato sulla Cintura di Orione nel 2500 a.C. è di 11:11 (R. Bauval, "Custode della Genesi", Ed. Corbaccio, Milano 1997, pag. 302)".
(2) N. Villa, "Il sacro simbolo dell’arcobaleno. Numerologia biblica sulla reincarnazione", SeaR Edizioni 1998, p. 34.
(3) N. Villa, "Numerologia biblica. Considerazioni sulla matematica sacra", SeaR Edizioni 1995, p. 16.
(4) N. Villa, "Il sacro simbolo...", cit., pp. 91-92.
(5) N. Villa, "Numerologia biblica...", cit., p. 66.
(6) Ibid. p. 41.
(7) W. Ferreri,"In attesa del buio. Come varia la durata del crepuscolo", La Stampa - Tuttoscienze 2/11/1994.
(8) Rudolf Steiner, "Il vangelo di Giovanni", L’Editrice Scientifica, Milano 1956, VII conferenza: "Egli poteva accennare alla Terra come al suo vero corpo: quando scorgete le spighe e vi nutrite del pane, che cosa mangiate in realtà, con questo pane? Mangiate il mio corpo! E quando bevete i succhi delle piante, essi sono come il sangue che scorre nel vostro corpo: è il sangue della Terra, è il mio sangue! Questo diceva testualmente il Cristo Gesù ai suoi discepoli più vicini: e noi dobbiamo proprio prendere alla lettera le sue parole. Quando egli li raduna per esporre loro simbolicamente l’iniziazione cristiana (come noi la chiameremo), il Cristo dice delle parole singolari, mentre annuncia il tradimento imminente da parte d’uno di loro. ‘Chi mangia il mio pane, mi calpesta col suo calcagno’ (Giov. 13, 18). Queste parole vanno prese alla lettera: l’uomo mangia il pane della Terra e con i piedi si muove su questa Terra stessa. Se la Terra è il corpo dello spirito terrestre, cioè del Cristo, allora l’uomo è quello che con i piedi si muove sopra il corpo terrestre, che quindi calpesta coi piedi il corpo di colui, del quale mangia il pane".
(9) N. Villa, "Numerologia biblica..", cit., pp. 63-64.
(10) W. Atkinson, La reincarnazione e la legge del karma, Ed. Bocca.
(11) Matteo 11,14.
(12) Cfr. il sito www.astronomia.it
(13) M. Hack e C. Lamberti, Corso di Astronomia, Fabbri Editori, p. 1330.
(14) N. Villa, "Il sacro simbolo...", cit., pp. 96-97.
(15) E. Bock, "Cesari e Apostoli", F.lli Bocca Editori, Milano 1954, p. 90.
(16) R. Steiner, Il Vangelo di Marco, II Conferenza, L’Editrice Scientifica, Milano 1956.
(17) I King, Il Libro dei Mutamenti, Roma, Astrolabio, p. 103.

Repost 0
22 febbraio 2012 3 22 /02 /febbraio /2012 17:54

Fonte: Claudio bertolazzi (da "L'Indipendenza" del 21/2/12) 

In Italia solo pochi giornali se ne sono accorti ma nella stampa anglosassone lo scandalo è enorme. Il “Guardian”, giornale progressista britannico, ha scritto che “ci troviamo di fronte è un piccolo gruppo di scienziati che, per anni, ha esercitato una grande influenza nel manovrare l’allarme mondiale in materia di riscaldamento globale”. E il “Daily Telegraph”, altro quotidiano d’oltremanica, ha aggiunto: “Cambiamento climatico: il peggiore scandalo scientifico della nostra generazione”.

Stiamo parlando del “Climategate” e cioè la scoperta che Philip Jones, direttore della CRU (Unità di Ricerca Climatica presso l’università di East Anglia) e alcuni suoi stretti collaboratori, non solo hanno selezionato i dati in maniera arbitraria, cioè escludendo tutti quelli che contraddicono la teoria del global warming, ma addirittura che le serie pubblicate non sono vere e che i dati sono stati falsificati. Philip Jones, è responsabile delle due serie fondamentali di dati usate dall’IPCC (Ufficio ONU per lo studio dei cambiamenti climatici). Ciò significa che tutti i grafici che dovrebbero dimostrare la teoria del global warming sono stati costruiti con i dati fasulli forniti da Philip Jones. Anche il libro di Al Gore “Una scomoda verità” ed il relativo film sono costruiti sui dati del CRU diretto da Philip Jones.

In uno dei messaggi inviati via e-mail da Philip Jones ad un suo collaboratore si legge: “Ho appena portato a termine il trucco che Mike ha fatto su Nature (rivista scientifica, ndr) di aggiungere le temperature reali a ciascuna serie degli ultimi 20 anni (ad es., dal 1981 in poi) e dal 1961 per permettere a Keith di nascondere la caduta”. Le prove delle avvenute manipolazioni e falsificazioni dei dati sono così schiaccianti che John Beddington, il capo consigliere scientifico del governo inglese, sul sito internet del “Times” del 27 gennaio ha scritto: “L’impatto del riscaldamento globale è stato esagerato da alcuni scienziati e c’è urgente bisogno di maggiore onestà nel riportare le previsioni dei cambiamenti climatici”, ed ha aggiunto: “I climatologi dovrebbero essere meno ostili nei confronti degli scettici che mettono in dubbio l’origine antropica del global warming. La scienza cresce e migliora alla luce delle critiche”.

Nel frattempo, intervistato dalla “BBC”, il professor Jones ha detto che i dati da lui forniti non sono disponibili perché lui ha accumulato migliaia di fogli pieni di dati registrati a mano di cui non ricorda l’origine. Il Climategate, che i mezzi di comunicazione italiani hanno per lo più ignorato, sta sconvolgendo anche gli uffici delle Nazioni Unite. Siamo arrivati al punto che gli uomini della sicurezza alle Nazioni Unite non solo hanno impedito al giornalista irlandese Phelim McAleer di far domande ad Al Gore sul Climategate nel corso della conferenza di Copenhagen, ma gli hanno anche staccato il microfono. McAleer ha cercato di porre domande simili al docente di Stanford, Stephen Schneider, tra i maggiori sostenitori del global warming il quale si è rifiutato di fare commenti. Quando McAleer ha fatto una domanda a Schneider, un membro dello staff ha cercato di zittirlo manipolando il suo microfono e un membro della sicurezza ha chiesto a McAleer e alla sua squadra di spegnere la telecamera nonostante essi protestassero di essere membri accreditati della stampa.

Il 18 febbraio il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, ha preso atto “con rammarico” delle dimissioni di Yvo De Boer, segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfcc). E, come riportato anche dal quotidiano”Libero” il 15 febbraio, il prof. Robert Watson, che ha guidato l’IPCC dal 1997 al 2002 ha dichiarato che “Non è vero che ci stiamo squagliando. Il surriscaldamento del pianeta è un’enorme bufala. L’organismo delle Nazioni Unite che consiglia i leader mondiali sui cambiamenti climatici deve indagare sugli errori che hanno portato a esagerare l’impatto del riscaldamento globale”. Watson ha aggiunto che “la relazione degli esperti del gruppo intergovernativo (IPCC) sui cambiamenti climatici ha sbagliato a far di conto, esagerando il problema”.

In effetti l’IPCC di errori ne sta compiendo molti: tra gli ultimi quello relativo allo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya. Nell’ultimo rapporto pubblicato dall’IPCC (Fourth Assessment Report del 2007) è scritto che a causa del riscaldamento globale i ghiacciai dell’Himalaya dovrebbero scomparire entro il 2035. Ma il governo indiano ha presentato una critica dettagliata al rapporto dell’IPCC rilevando un colossale errore. Il rapporto dell’IPCC faceva riferimento ad una pubblicazione degli anni ’90 del glaciologo russo Wladimir Kotljakow in cui si sosteneva che lo scioglimento del ghiacciaio si sarebbe verificato verso il 2350. La data del 2350 è diventata 2035 (con un taglio di 315 anni) su indicazione del ricercatore indiano Syed Hasnain. A questo proposito il climatologo tedesco Hans von Storch ha chiesto le dimissioni del presidente IPCC, Rajendra Pachauri, perché questi avrebbe giocato la carta dello scioglimento dei ghiacciai himalayani all’unico scopo di ricevere altri sostanziosi fondi per le sue ricerche. Stupisce infatti scoprire che il ricercatore indiano Syed Hasnain, che ha dato origine all’errore, lavora oggi all’Energy and Resources Institute (Teri) di Nuova-Delhi, il cui direttore è proprio Rajendra Pachauri.

Sbagliati anche i dati dell’IPCC sui Paesi Bassi: secondo il Rapporto dell’Ufficio ONU, l’Olanda sarebbe per metà sotto il livello del mare. Il governo olandese ha fatto presente che la cifra esatta è il 26%.  Come è evidente il castello di fantasmi e di paure costruito dai catastrofisti sta cadendo a pezzi, ma il crollo di questa ideologia, così come quella comunista, lascerà solo macerie. Per trasformare i problemi ambientali in risorse c’è bisogno di una nuova cultura “ecottimista”. Un’ecologia fondata su un idea più ottimista dell’uomo e della sua capacità di amare.

Repost 0
22 febbraio 2012 3 22 /02 /febbraio /2012 17:32

Grazie Adriano, per il coraggio che hai manifestato nell'essere libero di capire quello che hanno capito tutti, tranne gli italiani... i quali preferiscono i tecnici... della "dittatura del popolo", detta "fascismo finanziario", alla democrazia reale...
Questi burocrati della DODI&C, la Compagnia Dove Ogni Deficiente Impera, sono preferiti a te, in quanto sono l'humus della putredine italiota che da sempre opta per Cesare e, attualmente, per la via economico-dispotica del mandarinato europeo, caricatura di quello cinese. Vogliono la civiltà della menzogna in cui l'elemento civico si fa cinico, menzogna al popolo, e menzogna del popolo, ridotto a popolo bue, anzi a mucca pazza... regolare...  

Costoro sono così desiderosi di terminare la dominazione italiana in Italia, che nella loro convinzione che l'euro fosse il mezzo migliore per farlo, operano qui la prima cinesizzazione, detta flessibilità. E l'uomo è ridotto a polpetta, maciullato nell'imbecillità dominante.
Sì, faremo le riforme, e voi non potete votarci contro, dicono i bastardi. E manderemo gli esattori delle tasse nei vostri paesi, come Monti in Italia! Faremo quello che vogliamo.
Arroganti come duci controllori, hanno in mano lo status quo, solo perché la "flessibilità" ha fatto della umana stazione eretta un contorsionismo: l'uomo è come un verme, e può essere schiacciato per mancanza di dirittura morale. La tirannia della DODI&C è la tirannia dello status quo, che non dipende solo dai tiranni del tecnico esterno ma soprattutto dagli autoinganni del trasudato psichico interno, che ci governa tutti in base alla paura. Per cui siamo tutti muti nella pescitudine che ci accomuna come gregari anziché nell'umano come individualità. Non riusciamo a passare dall'elemento limbico e primordiale del cervello a quello corticale dell'evoluzione autocosciente. Vogliamo essere signoreggiati, dominati, e ignari, perché in realtà siamo MARCI.
Ecco dunque il mio grazie ad Adriano Celentano, nel quale non riconosco quel marciume e quella putrefazione... né la cinica arroganza di chi volle Monti, cioè montagne di putredine nominata e non eletta, a governarci.
"E parlava con sfacciataggine: io sono in carica, che vi piaccia o no" - dice Nigel Farage (infowars.com del 2/15/12) - "Questo è il modo in cui le cose saranno fatte".
Monti, tecnocrate installato dai buffoni della UE, non hai alcuna legittimazione. Sei solo un nominato non un eletto. Anche se hai passato la tua vita come commissario europeo stipendiato dalla Goldman & Sachs e sei tutto ciò che riflette questo nuovo governo mondiale, per me non sei nulla. Chiacchiere e distintivo, ecco quello che sei! Tu dici che la crisi è molto grave e che pertanto "la democrazia deve essere sospesa per un breve periodo in modo da poter risolvere tutto"? Questa è la tua logica? Un criceto ragiona meglio di te. E che proprio il PD, il partito DEMOCRATICO italiano sia con te, questo lo trovo aberrante e sub-umano.
Fate schifo! Voi e questa crisi perpetua, diventata nuova forma di governo, che vi rallegra tutti da spaventati come siete dentro, a causa dei prodotti di scarto del vostro pensiero deforme!
L'unico motivo che vi fa essere così attaccati ai vostri prodotti di scarto, ai vostri sottoprodotti mentali, ai vostri errori mentali, fino al punto di perdere la visione del reale del vero è questo: siete innamorati di questi sottoprodotti, e in nome di QUESTO amore combattete tutto e tutti. Adorate questi errori, questi scarti, perché SEMBRANO per voi gli elementi egoistico-illusivi sub-umani da redimere, e vi rendete conto che con essi potete realmente farla franca con qualsiasi cosa facciate.
L'antipatia, la goffaggine, e la fetenzia che emanate per volerli adorare, provengono proprio dal fatto che sono essi stessi prodotti di scarto, sottoprodotti, escrementi. Quindi puzzano e fanno sembrare che sono gli altri a puzzare, quelli che governate, e che tartassate. Nascono quindi i fraintendimenti perché a un certo punto, l'umano, cioè la vostra parte umana, va condannata e non assolta! Se no, non ve ne potrete più distaccare. Distaccarvene è difficile perché è come non avere più niente di vostro che vi giustifichi nel crederlo vostra autocoscienza. Invece non è che ostacolo alla fede completa, alla fiducia totale nell'uomo.
Questo è il punto.
Il credito è fiducia, fiducia nell'uomo, fiducia nei talenti dell'uomo, non fiducia nel denaro inteso come credito. Perché la fiducia nel denaro inteso come credito, che escluda la fiducia nel talento umano, genera necessariamente debito o denaro finto, cioè denaro che è debito.
Monti, scendi dal monte!
Monti, scendi dal pero!
Guarda in te stesso e sii sincero...
E se non sai avere sentimenti migliori, ascolta questa canzone di Celentano. Ti curerà.

Repost 0
21 febbraio 2012 2 21 /02 /febbraio /2012 15:20

Ho dovuto modificare la pagina "Effetti dell'imperialismo. Ieri ed oggi" in quanto il video è stato rimosso dalla censura dell'FBI di Megavideo (http://www.megavideo.com/?v=AKGEVI9R). Ora il medesimo video è pubblicato su Vimeo.

Ringrazio i lettori che mi hanno scritto facendomi notare la cosa.

Buona settimana a tutti! Ciao bestie!

Nerino Pino (nuovo nome d'arte).

Repost 0
20 febbraio 2012 1 20 /02 /febbraio /2012 09:34

rapporto-sulla-fede.jpgContinuum dalla parte 1ª

 

4. La Verità non è dell’uomo

 

Ci rimane da fare un’ultima considerazione sul modo in cui Ratzinger concepisce la verità.

 

“La verità è l’elemento fondamentale della vita dell’uomo” (p. 18). E precisa: “La verità può essere solo trovata, ma non prodotta”(p. 62).

 

Simili formule non sono soltanto delle evidenze ingenue. Esse sono delle prese di posizione attuali su questioni difficili. Prendiamo in considerazione almeno due di queste questioni a causa della loro importanza quanto all’idea stessa di ortodossia.

 

Si tratta innanzitutto del rapporto tra ortoprassi e ortodossia. Il cardinale prefetto denuncia con rigore ciò che gli pare eretico: “Ciò che conta oggi sarebbe l’ortoprassi, cioè il “comportarsi bene”, l’”amare il prossimo”. Sarebbe invece secondaria, se non alienante, la preoccupazione per l’ortodossia e, cioè, il credere in modo giusto, secondo il senso vero della Scrittura letta all’interno della tradizione viva della chiesa. ‘Slogan’ facile perché superficiale [...]” (p. ‘9). Per il cardinale è del tutto evidente che un’azione retta suppone un pensiero retto. E questo pensiero retto è la Verità con la maiuscola che è “riconosciIbile, esprimibile e, entro certi limiti, anche definibile in modo preciso” (p. 20).

 

La Verità è divina. È stata l’oggetto, da parte di Dio, di una rivelazione, affidata alla chiesa.IN NESSUN MODO IL CARDINALE RITIENE CHE QUESTA RIVELAZIONE È AVVENUTA IN UNA STORIA, attraverso cioè un insieme di pratiche, in particolare quelle di Gesù, portatrici di un significato inaudito.TUTTO ACCADE COME SE, PER LUI, LA VERITÀ DOVESSE ESSERE DETTA PRIMA DI ESSERE VISSUTA, E NON IL CONTRARIO, A DISPETTO DI TUTTA L’ESPERIENZA BIBLICA [questa visione di Ratzinger evoca un Gesù che prima di fare qualcosa va a sbirciare sui vangeli come la deve fare, anche se i vangeli sono scritti dopo la crocifissione di Gesù. Non siamo dunque qui ancora in un vero clima manicomiale? - ndc].

 

In secondo luogo si tratta dell’accesso dei soggetti credenti di oggi alla verità, o meglio alla Parola di Dio. Così, a proposito della credenza nell’esistenza personale di Satana, Ratzinger fa notare che “si da’ per scontato che queste forme di pensiero non sono più compatibili con la nostra immagine del mondo [...] ciò che si considera incomprensibile per l’uomo medio di oggi viene cancellato”(p. 150).

 

Certo la cultura moderna non è il criterio ultimo. Ma partendo da questa evidenza, Ratzinger ignora le condizioni soggettive della conoscenza della verità. Come se bastasse che la Verità sia “in sé” perché sia vera “per noi” [È evidente che qui domina l’’a-priori kantiano, dunque il fondamento filosofico della DODI&C, la Compagnia Dove Ogni Deficiente Impera - ndc].

 

Ritroviamo così ancora una volta le stesse prospettive, che tendono a confortare la nostra ipotesi, già notata a proposito di Maria e a proposito della chiesa. La Verità viene concepita come divina, tale da toccare episodicamente la terra degli uomini, senza alcuna compromissione con essi.

 

L’ortodossia quindi va anch’essa intesa come una specie di ipostasi, non storica, affidata alla chiesa, soggetto della fede autentica e, all’interno della chiesa, affidata in modo particolare alla Congregazione per la dottrina della Fede. Essa non ha alcun reale rapporto con la storia, neanche con quella dei credenti, neanche con quella dei testimoni, in particolare del testimone privilegiato che fu l’uomo Gesù. L’appropriazione progressiva della Parola di Dio non ha alcun significato teologico. Perché la verità non è da produrre, ma semplicemente da ricevere e da custodire come deposito (traduzione dal francese di Pietro Crespi).

 

***

 

Nereo Villa, Cap. 2° de “Il sacro simbolo dell’arcobaleno. Numerologia biblica sulla Reincarnazione”, SeaR Edizioni, Reggio Emilia, aprile 1998.

 

Il riconoscimento dell’io

 

“Solitamente non si da’ l’importanza dovuta ai nomi delle cose e delle persone, eppure essi, specialmente nel contesto biblico, hanno un preciso significato la cui conoscenza permetterebbe la comprensione di parte di molti misteri.

 

Vediamo per esempio il nome di Giona.

 

Il nome di Giona è, nel Nuovo Testamento, il “cognome” di Pietro, colui che doveva principiare la serie dei vescovi romani, “Simon bar Jonah”, cioè “Simone, figlio di Giona”.

 

L’uomo del primato della Chiesa e la storia del profeta Giona hanno pertanto qualcosa in comune.

 

Sappiamo dai Vangeli, che Simone, figlio di Giona, era un pescatore e che quindi aveva a che fare con i pesci, e sappiamo anche che il soprannome datogli da Gesù, era “roccia”, vale a dire “Pietro”, cioè “Cefa” (Giovanni 1,42). Questa parola ricorda il nome di un pesce dalla grande testa, il cefalo, così che anche il concetto di “testa” diventa ora un importante elemento.

 

Le parole testa, capo, derivano etimologicamente dall’aramaico “kefa”, dal greco “kepha” e dal sanscrito “kapalas”, che vuol dire vaso, cranio, teschio, guscio.

 

Ora, la definizione apostolica “Pietro” proviene da antiche sedi di dottrine segrete religioso-politiche, dette “Misteri”, presiedute dallo ierofante, o gran sacerdote, che aveva il titolo caldeo di “patar”, “pietro”, cioè interprete, vaticinatore, colui che spiegava presagi e oracoli, costruendo così un “ponte” per il passaggio dal mondo materiale a quello spirituale. Il senso di “Pontefice”, letteralmente “facitore di ponti”, comportava tale funzione.Si tratta di quello stesso titolo che Augusto, dopo aver fatto in modo che si raccogliessero e si spedissero a Roma ogni specie di opere d’arte e di testimonianze delle antiche civiltà magiche e misteriche dei popoli conquistati, volle per sé, come carica di Pontefice Massimo. Il suo intento era infatti quello di edificare in Roma la massima sede di misteri, un Pantheon, un centro religioso universale, in cui tutte le divinità del mondo avrebbero dovuto avere il loro tempio e il loro culto, preparando così il momento in cui si sarebbe proclamato Sommo Sacerdote, non solo di Roma, ma del mondo intero.

Formule come “Roma caput mundi” o la benedizione apostolica “Urbi et Orbi”, hanno, in tale contesto storico, il loro fondamento e ciò vale anche per la sede romana del “Vaticano”, parola proveniente da Vate, il vaticinatore o interprete del mondo spirituale e dei suoi presagi, appunto, i “vaticinia”.

 

L’istituzione del Pantheon e del culto cesaréo romano venivano così incontro alla grande attesa del Messia, vibrante allora in tutti i popoli. Ben presto, infatti, si cominciò a venerare Augusto come un dio, secondo l’usanza del mondo antico nei confronti dei suoi sovrani. Augusto veniva magnificato come l’Unico, il Messia inviato da Dio. In molti luoghi vennero innalzati templi, con iscrizioni “QUALI CI SONO CONSERVATE IN ALICARNASSO E PRIENE: AL DIVINO AUGUSTO - DIO VI HA INVIATO IL REDENTORE - TERRA E MARE GIOISCONO DELLA PACE - NON VI SARÀ ALCUNO PIÙ GRANDE DI LUI - SI È COMPIUTO L’EVANGELO DELLA NASCITA DEL DIO” (E. Bock, “Cesari e Apostoli”, Ed. Bocca, pag. 120)

 

La parola “messia”, in ebraico “mashiach”, in greco “christòs”, è un termine teologico, che designa una persona consacrata tramite unzione di olio, rituale della consacrazione del re d’Israele. Il titolo di messia, che resta in tal modo intrecciato al concetto di regalità, viene però a significare, con Gesù di Nazareth, un regno che non è “di questo mondo” (Giovanni, 18,36), bensì qualcosa che si instaura dentro l’uomo (Luca, 17,21) grazie al “Figlio dell’Uomo”, altro termine tecnico che riguarda propriamente l’io umano (Urs von Balthasar, “Sponsa verbi”, Ed. Jacabook, p. 480).

 

A questo punto del libro avevo messo in nota quanto segue: “Il Figlio dell’uomo, in quanto “io”, non nasce da carne e sangue, bensì dall’elemento spirituale dell’umanità la cui natura è tale che muove in sé la possibilità della scoperta dell’io. Il bambino, a un certo punto della sua infanzia dice “io” a se stesso. Si tratta della vera e propria nascita verginale del Figlio dell’uomo da parte della natura umana e ciò era anche il senso della nascita del Cristo in quanto involucro (sinderesi) dell’”io sono” nell’uomo. Vi è un rapporto di equivalenza fra la storia dell’individuo e quella dell’umanità. Infatti, tanto nell’infanzia dell’umanità quanto in quella del bambino si passa dalla consapevolezza di sé in terza persona a quella in prima persona. Troviamo testimonianza di ciò nei più antichi testi. Citiamo per esempio il ringraziamento del faraone Azoze (V dinastia, circa 2900 a.C.) al suo vizirSepses-rie. Il faraone parla di se stesso sempre in terza persona singolare come gli infanti quando, prima di scoprire la parola “io”, indicano se stessi servendosi del proprio nome: “La mia maestà ha visto questo scritto che mi hai fatto portare nella corte, in questo bel giorno in cui è veramente rallegrato il cuore di Azoze con ciò che veramente ama. La mia maestà ama assai vedere questo tuo scritto: tu sei davvero colui che sa dire ciò che assai ama la mia maestà e davvero il tuo dire si conviene assai a me. Appunto la mia maestà sa che ami dire tutto ciò che è amato dalla mia maestà. O Sepes-rie, ti dico un milione di volte: ‘Amato dal suo signore! Elogiato dal suo signore! Diletto del suo signore! Depositario dei segreti del suo signore!’ Ho appunto conosciuto che Rie mi ama, perchéha dato te a me. Quanto è vero che Azoze vive all’infinito, se chiederai subito per lettera alla mia maestà una ricompensa qualsiasi, la mia maestà la farà dare subito.” (G. Farina, “Grammatica della lingua egiziana antica”, Ed. Hoepli, pag. 183 e 184). Anche nei Vangeli si possono trovare tracce di questo modo antico di indicare l’io:L’ANIMA MIA MAGNIFICA IL SIGNORE E IL MIO SPIRITO ESULTA IN DIO, MIO SALVATORE....” (Luca, 1,46).

 

Cfr. il video “Patrizio Borlenghi MAGNIFICAT 2011”.

 

 La mancata conoscenza di questo sviluppo storico dell’autocoscienza - da parte delle confessioni religiose, preposte a promuovere in senso paolino la capacità dell’io (impulso cristico) di superare i condizionamenti dell’ego (“Non io ma il Cristo in me”: vedi la lettera di Paolo ai Galati, II°cap., versetto 20) - comporta (aggiungo: purtroppo) la nascita della psicanalisi, tentativo di oggettivazione dell’io ai fini della sua individuazione ed evoluzione” (nota 5, cap. 2° de “Il sacro simbolo…”, cit.).

 

A questo proposito [cioè a proposito del concetto “messia” - ndc], è interessante notare che le parole “mashiach”, (messia), e “nachash”, che significa “serpente”, sono imparentate, in quanto - e lo vedremo più avanti - hanno il medesimo valore numerico. Ciò spiegherebbe il simbolismo del serpente, usato da Gesù per indicare la direzione verso l’alto che l’egoità doveva prendere, al fine di conquistare fiducia nella propria eternità: “...come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo...”(Giovanni, 3,14). Pertanto era necessario che tale innalzamento arrivasse fino al riconoscimento del nuovo impulso che l’umanità incominciava ad avvertire nel capo umano. È infatti proprio la testa dell’uomo, il capo, che in questo periodo si innalza a sede di una coscienza individuale, libera e illuminata dal pensiero.

 

“SU QUESTA PIETRA IO COSTRUIRÒ LA MIA CHIESA...” dice Gesù e questa frase è stata usata nei secoli per giustificare un “Vicariato di Cristo”, una “Istituzione di Cristo”, ma a nostro avviso occorrerebbe un ulteriore approfondimento di tali parole messianiche.

Se prendiamo i versetti precedenti quello accennato, ce ne accorgiamo presto: “...Voi chi dite che io sia?. Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E Gesù: Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa...”(Matteo, 16, 15-18).

 

E qui non si dovrebbe trascurare un importante passaggio. GESÙ VUOLE EDIFICARE LA CHIESA SUL FATTO CHE UN UOMO (PIETRO) RICONOSCE IN UN ALTRO UOMO (GESÙ DI NAZARET) IL “CRISTO”, E PONE TALE RICONOSCIMENTO COME PIETRA DI FONDAMENTO, cioè quell’aurea pietra detta filosofale, capace di illuminare e liberare nell’uomo la “crisalide” dell’io superiore: in greco le parole “oro”, “crisalide” e “Cristo” (“chrysós”, “chrysallis” e “Christós”), risuonano fra loro, quasi a voler indicare l’elevazione da terra di un altro animale strisciante, il bruco, che si trasforma in farfalla, librandosi in un elemento superiore. Si tratta quindi del riconoscimento dell’Io cristico nell’uomo e AVREBBE DOVUTO ESSERE QUEL RICONOSCIMENTO A COSTITUIRE L’EDIFICAZIONE DELLA SUA CHIESA. Chiesa non certo intesa come mera istituzione del Cristo ma come organismo di testimonianze ogni volta rinnovabili. In quell’occasione, Gesù dice, prima della definizione - apostolica - “Pietro”: “Beato te, Simone, figlio di Giona...”, che letteralmente equivale - come si vedrà più avanti - a “figlio della colomba”, simbolicamente a “figlio dello Spirito Santo”, cioè di uno spirito capace di conferire all’autocoscienza chiarezza di pensiero, verità e libertà, che “né la carne né il sangue” possono conferire.

 

Oggi, 2012, la situazione della chiesa cattolica, proprio in base al dogmatismo che si è sostituito alla sindéresi dell’uomo, cioè al suo autonomo discernimento, è diventata paradossalmente una specie di aporema vivente: “da una parte la chiesa sostiene che sia il Cristo, sia l’evento del Golgota costituiscono delle realtà spirituali oggettive, dall’altra sostiene la convinzione in base alla quale l’azione redentrice del Cristo può raggiungere l’uomo solo per il tramite della chiesa, una chiesa che continua ad esistere ininterrottamente nel mondo sensibile attraverso la “successione apostolica” dagli apostoli fino ai sacerdoti consacrati ai giorni nostri” (P. Archiati in Rudolf Steiner, “Il bene c’è per tutti. La ‘redenzione’ vista in chiave moderna”, ArchiatiVerlag e. K., Memmingen, 2007).

 

Oltretutto proprio dai vangeli risulta che la cosiddetta “successione apostolica” poggia su fondamenta simili a quelle dell’euro, costruito come edificio europeo a partire... dal tetto, dunque poggiante su una vera e propria allucinazione, che tutti devono forzosamente credere come cosa buona e giusta.

 

Ovviamente, la chiesa cattolica conosce questo suo aporema vivente. È per questo motivo che essa in fondo non vuole che i vangeli siano conosciuti dai profani, poiché teme che si arriverebbe  a comprendere che attraverso essi si può giungere solamente all’allucinazione della “successione apostolica”, ma non alla conoscenza storica di Cristo.

 

Ogni uomo d’oggi, anche se non tiene più in considerazione come nei tempi antichi la propria genealogia, può sapere il nome del padre di suo padre. È una cosa ovvia conoscere il nome del proprio nonno paterno. Questo è ovvio per il più comune e sconosciuto degli uomini. E sarebbe qualcosa di allucinante sostenere che il nostro nonno paterno possa essere doppio, cioè che vi possano essere due nonni paterni.

 

Eppure ciò è sostenuto dalle genealogie che i vangeli di Matteo e di Luca tramandano di Gesù di Nazareth: per la tradizione di Matteo, il nonno paterno di Gesù è Giacobbe; per la tradizione di Luca è invece Eli. Giacobbe ed Eli sono ambedue il padre di Giuseppe? Come mai questa allucinazione viene tramandata dai vangeli? Eppure gli scrittori dei vangeli erano ebrei egli ebrei, come è notorio, dettero sempre una straordinaria importanza alla progenie. Questa importanza del sangue, delle generazioni, delle genealogie è confermata in tutto il vecchio testamento. Come mai proprio il nuovo testamento incomincia con l’assurdità delle due non concordanti genealogie di Gesù?

 

È davanti a scogli come questi che il teologo di oggi, per quanto riguarda la conoscenza storica del Cristo, si appella alla fede. Ma è una fede strana: quella che di fronte alla contraddizione da risolvere si comporta come se la risoluzione fosse data solo per il motivo di crederlo. Tanto valeva omettere le genealogie nei vangeli di Matteo e di Luca. Per quale motivo gli scrittori di quei vangeli avrebbero dovuto porre quelle due diverse se la loro diversità avesse dovuto far sorgere una fede che crede nonostante esse? No, qui si dovrebbe dire: credo che gli scrittori dei vangeli di Matteo e di Luca abbiano voluto trasmettere, tramite due differenti genealogie di Gesù, qualche cosa di molto importante e di misterioso, che riguarda la conoscenza storica di Gesù.

 

La mia fede nella forza spirituale che ispirò quegli scrittori mi spinge a credere che le due genealogie non siano una svista  dello Spirito Santo sulla quale sia ammissibile sorvolare per fede nel Figlio o nel Padre. Quelle due genealogie sono poste lì per illuminarmi su qualcosa, e questo qualcosa è un evento cosmico, un fatto che avviene teoricamente ogni 26 mila anni, che è il periodo delle precessione degli equinozi, iniziato 2000 anni fa, quando i segni dello zodiaco coincidevano con le costellazioni dello zodiaco.

 

La vergine Maria, che per Ratzinger è sinonimo di chiesa tanto incontaminata quanto astrattamente celeste, è dunque quella che sta nelle altezze delle costellazioni celesti. Ma questo mai lo dirà il papa col suo vaticano, nato dal vaticinio, e oggi assurdamente rivolto contro astri ed astrologia. Eppure nella costellazione della Vergine, nasce il Figlio dell’uomo, cioè l’io. In altre parole, questa nascita è celeste o verginale o spirituale perché l’io umano non nasce "da carne e sangue", e non ha problemi di imene… Nasce dallo spirito della vergine umanità, che accoglie l’"Io sono", il "Nome dei Nomi" (Giovanni, 1,12-13).

 

“Ulteriore conferma che la Vergine da cui nasce Gesù di Nazaret sarebbe da intendersi come fenomeno cosmico (non quindi in senso anatomico), provengono proprio dal... cielo: ‘Ogni anno, il 25 dicembre, a mezzanotte, appare all’orizzonte la costellazione della Vergine, ed è questo il motivo per cui è detto che Gesù è nato dalla Vergine. All’opposto appaiono i Pesci, e nel Medio Cielo si può vedere la splendida costellazione di Orione, con al centro l’allineamento delle tre stelle che, secondo la tradizione popolare, rappresentano i tre Re Magi". (O. M. Aïvanhov, "Natale e Pasqua nella tradizione iniziatica", Ed. Prosveta, p. 12); ‘...nella notte fra il 24 e il 25 dicembre, il Sole comincia l’ascensione da sud a nord e poiché esso è la ‘Luce del Mondo’ una buona parte dell’umanità sarebbe inevitabilmente sterminata dal freddo e dalla fame se restasse a sud. E’ quindi per noi una grande gioia il fatto che cambia direzione e inizia la risalita verso nord. Per questo viene salutato con il nome di ‘Salvatore’, colui che viene a ‘salvare il mondo’ dandogli il ‘pane di vita’, facendo crescere il grano e la vite. Di conseguenza, ‘da’ la sua vita’ nel momento in cui attraversa la ‘croce’ dell’equinozio di primavera, quando si eleva (ascensione) nei cieli boreali. Durante la notte in cui il Sole comincia a dirigersi verso nord, il segno zodiacale della Vergine, ‘Regina del Cielo’, sorge a mezzanotte all’orizzonte orientale, nel linguaggio astrologico si trova ‘all’ascendente’. In questa maniera il Sole ‘nasce da una Vergine’, senza altro intermediario, quindi con una ‘concezione immacolata’” (M. Heindel, "Il cielo sopra Natale", Ed. Jupiter, p. 8, in cap. 11° de "Il sacro simbolo dell’arcobaleno", cit.).

 

La risposta che in genere si da' in merito alle due sballate genealogie di Gesù si basa sull’esigenza di differenziare fra la legalità della successione dinastica (basata sulla legge del levirato, narrata in Deuteronomio 25,5) e la discendenza naturale.

 

 Ma tale esigenza è - fino a prova del contrario - insufficiente e di conseguenzanon convincente, dato che non risponde al perché gli scrittori dei Vangeli, che erano pur sempre ebrei (e che gli ebrei, ripeto, dettero sempre una straordinaria importanza alla progenie, com’è confermato in tutto il “Vecchio Testamento”: “Tizio figlio di Caio… figlio di…, di... ecc.”), abbiano fatto iniziare il “NUOVO TESTAMENTO” secondo leggi del “VECCHIO TESTAMENTO”, che il “NUOVO TESTAMENTO” avrebbe dovuto superare.

 

In altre parole resta da chiedersi: come mai il NUOVO incomincia con l’“assurdità” delle due genealogie diverse di Gesù di Nazaret giustificate legalmente in base al "VECCHIO TESTAMENTO", e non anche legittimamente in base alla ragione umana?

 

La risposta a questa domanda non può che essere un avvertimento, un segnale, qualcosa che fin dall'inizio mette in guardia, come se si volesse dire press’a poco così:

 

“Guardate che non si tratta solo di trasmettere contenuti di fede o indottrinamenti. Trasmettete anzi solo ciò a cui giungete da interno riconoscimento, dato che sulla pietra di QUESTO riconoscimento poggia la mia chiesa, cioè sulla pietra del riconoscimento di Dio nel prossimo da parte di ogni essere umano. Questo conta più di ogni tradizione e di ogni testo della tradizione, compreso il vangelo, che è sì, anche un certificato di tradizione ma di livello diverso da quella precedente… Trasmettete voi stessi come pietre viventi… non dottrine, non dogmi. TRASMETTETE VOI STESSI COME MESSAGGIO DI CARNE, NON DI CARTE BUROCRATICHE ”. Ecco perché in ebraico i termini "CARNE”  e "MESSAGGIO" hanno la medesima radice "BSR" (lettere bet, shin, e resh).

 

messaggio-carne

  monti-e-papa.jpg

 

Repost 0
19 febbraio 2012 7 19 /02 /febbraio /2012 13:21

giordano_bruno_rogo.jpgCelentano ha ragione, ovvero: Ratzinger e Monti sono il gatto e la volpe dell’UE, reincarnazione dell’URSS

 

Io credo nella libertà di determinare da me stesso i motivi del mio agire. Consigliato in qualche modo a tralasciare l’esecuzione di ciò che voglio ed a lasciarmi prescrivere ciò che DEVO fare, così che mi lascio dire da altri, e non da me stesso, ciò che devo stimare giusto volere, e facendomi obbediente, mi presto a quel volere solo nella misura in cui non mi sento libero. In tal caso le forze esteriori possono impedirmi di fare ciò che voglio; e allora mi condannano semplicemente all’inazione o alla non-libertà. Quando tali forze asserviscono il mio io e scacciano dalla testa i miei motivi e al loro posto vogliono mettere i propri, attentano alla mia libertà. In tal senso la chiesa cattolica (ma lo si potrebbe dire di ogni confessione religiosa) si volge non solo contro l’azione, ma specialmente contro i pensieri impuri, cioè contro i motivi della mia attività. La chiesa mi rende non libero, quando tutti i motivi che non prescrive le appaiono impuri. Una Chiesa o un’altra comunità (politica, partitica, perfino libertaria) genera non-libertà, quando i suoi preti e i suoi maestri si fanno dominatori delle coscienze, vale a dire quando i credenti devono prendere da loro, dal confessionale, o dalle ideologie, i motivi delle proprie azioni. Sono queste cose che i giornali di chiesa dovrebbero trattare - CELENTANO HA RAGIONE - non di politica, politica economica, economia politica, spread, ecc.

 

Quanto segue sono due visioni della chiesa. La prima è quella di Ratzinger analizzata dal domenicano François Biot: "L’idea di ortodossia nel ‘Rapporto sulla fede’ del cardinal Ratzinger" (cfr: "Conciliun, rivista internazionale di teologia", 4/1987, Ed. Queriniana, Brescia, 1987); la seconda è la mia: "Il riconoscimento dell’io" (cfr. Nereo Villa, "Il sacro simbolo dell’arcobaleno. Numerologia biblica sulla Reincarnazione", cap. 2°, SeaR Edizioni, Reggio Emilia, aprile 1998; vedi: unilibro.it, hoepli.it, deagostini.it, ecc.).

  

François Biot - L’idea di ortodossia nel ‘Rapporto sulla fede’ del cardinal Ratzinger [a cura di Nereo Villa]

 

Sintesi. - Il "Rapporto sulla fede" è una battaglia contro le eresie che oggi si vanno moltiplicando dappertutto. La più grave di esse e la più fondamentale riguarda la natura della chiesa, ridotta a non essere altro che il "collettivo" dei credenti. Per lottare contro questa eresia e contro tutte quelle che da essa derivano, il cardinal Ratzinger [questo scritto è del 1987, quando Ratzinger era solamente cardinale - nota del curatore] propone un rimedio sovrano: la vergine Maria. Tuttavia attribuire alla Madonna un simile ruolo significa strapparla alla sua condizione umana storica per, in un certo seno, ipostatizzarla. L’ORTODOSSIA IN TAL MODO SALVATA VIENE CUSTODITA DALL’AUTORITÀ, PER IL BENE DEI POVERI E DEI PICCOLI, MA SENZA PARTECIPAZIONE ATTIVA DA PARTE DI ESSI [il maiuscolo è mio - ndc]. Questo perché l’ortodossia – come la Verità – sfugge a tutte le compromissioni con le culture. Essa non ha alcun rapporto reale con la storia, neanche con quella dei credenti. È data. Non deve essere prodotta [la mia tesi, che non tengo tanto a dimostrare qui, dato che preferisco lasciare parlare i fatti in modo che ognuno possa riflettervi da sé, è la seguente: come Ratzinger, impone d’autorità la sovranità della Madonna “PER IL BENE DEI POVERI E DEI PICCOLI, MA SENZA PARTECIPAZIONE ATTIVA DA PARTE DI ESSI”, allo stesso modo il Supermario, sempre “PER IL BENE DEI POVERI E DEI PICCOLI, MA SENZA PARTECIPAZIONE ATTIVA DA PARTE DI ESSI” impone d’autorità la sovranità dell’UE - ndc]

 

Fin dalle prime pagine del “Rapporto sulla fede”, il cardinal Ratzinger viene presentato, in grazia della sua stessa funzione, come il depositano dell’ortodossia cattolica. Lungo le duecento e più pagine del libro, il tema dell’ortodossia è continuamente presente. Per misurare l’apporto di quest’opera alla quale il cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede sembra abbia attribuito una grande importanza, è necessario tentare di precisare quale concezione egli si faccia dell’ortodossia e quale funzione faccia svolgere a questo concetto fondamentale.

 

Dobbiamo fare, tuttavia, due osservazioni preliminari. Innanzitutto il “Rapporto sulla fede” è il risultato di un’intervista di parecchie ore, pubblicata in una maniera che non permette, per lo più, di distinguere il pensiero di Vittorio Messori e quello del cardinal Ratzinger. A volte certo ci sono delle citazioni o testi anteriori del cardinale messi tra virgolette, o anche degli “ipsissima verba” anch’essi tra virgolette. A volte le frasi del cardinale sono riferite in discorso indiretto. A volte, però, succede anche che l’intervistatore presenti convinzioni o reazioni proprie. Per la maggior parte, comunque, il libro è scritto ad una sola voce, quella della coppia Ratzinger-Messori. Abbiamo quindi accettato, anche se con reticenze e senza entusiasmo, di prendere il testo così come è. Ed è su questo testo che abbiamo lavorato per precisare la nozione di ortodossia e la funzione che essa veicola. Si tratta di un tentativo di interpretazione non sul pensiero stesso del cardinale, bensì sul contenuto di questa opera che egli ha firmato e di cui ha autorizzato esplicitamente la diffusione, come conforme alle proprie posizioni e convizioni.

 

Una seconda difficoltà di interpretazione deriva dai molteplici riferimenti impliciti o semiespliciti che giustificano o spiegano le prese di posizione di Ratzinger. Egli parla spesse volte di certi teologi, di certe correnti, di certi esegeti, di certi sacerdoti, ecc. senza che venga mai data alcuna precisazione circa l’opera, l’autore, le circostanze e i passi incriminati. Sarebbe invece indispensabile, per una buona comprensione, sapere esattamente di che cosa e di chi si tratta. Forse qualcuno dirà che il cardinale in questo modo non voleva cedere alla polemica personale (fatta eccezione di un suo ex collega della facoltà di teologia di Tubinga, facilmente identificabile percbé Ratzinger ne cita un’opera: Congedo dal diavolo). L’imprecisione ha tuttavia l’inconveniente ancora più grave di gettare il sospetto su ogni teologo, ogni esegeta, ogni catecheta, ecc.

Per circoscrivere il concetto di ortodossia di Ratzinger, cominceremo con lo studiare molto brevemente ciò a cui egli si oppone: le molteplici eresie o errori denunciati lungo tutta l’opera Rapporto stilla fede. Poi vedremo come l’ortodossia trionfi sulle eresie e gli errori. Infine cercheremo di discernere quale funzione Ratzinger faccia svolgere all’ortodossia per sfociare al suo concetto di verità, che sta al centro della sua concezione dell’ortodossia.

 

1. Un mondo di eresie

 

Oggi, molti errori ed eresie si oppongono all’ortodossia. Il Rapporto sulla fede li espone abbondantemente. L’eresia più fondamentale, quella che sta alla radice di tutto il male, e che ha compromesso i frutti sperati dal Vaticano II, riguarda la chiesa. Questa eresia considera la chiesa come una costruzione umana, uno strumento creato da noi: il "collettivo" dei credenti (p. 47; il rimando delle pagine è all’edizione italiana del libro di V. Messori, “Rapporto sulla fede. Colloquio con il cardinale Joseph Ratzinger”, Paoline 1985).

 

Ratzinger aggiunge che in questa concezione, grazie ad una deduzione logica che fa corrispondere ad una struttura puramente umana un progetto umano, “il Vangelo diventa il progetto-Gesù, il progetto di liberazione-sociale, o altri progetti solo storici e immanenti, che possono sembrare anche religiosi in apparenza, ma sono ateistici nella sostanza [...]” (p. 46).

 

Per Ratzinger, è vero che questa eresia si insinua perniciosamente nel termine “chiesa popolo di Dio”, usato dal Vaticano II. Ma - fa notare il cardinale - questa espressione è stata esplicitamente messa in rapporto dal Vaticano II con altre espressioni come la chiesa corpo di Cristo. L’insistenza unilaterale sulla chiesa popolo fa temere a Ratzinger un ritorno all’Antico Testamento o anche un’apertura a “concezioni politiche, partitiche, collettivistiche” (p. 47).

 

Essa si manifesta anche nel fatto che alla chiesa vengono attribuiti i peccati dei suoi membri, mentre, secondo Ratzinger, la chiesa è talmente trascendente rispetto a coloro che ne sono i membri, da rimanere sempre santa, e comunione delle “cose sante” [lo stesso avviene nella concezione moderna dell’UE: essa deve essere intesa come sovranità del popolo mentre si tratta solo di imperialismo dei banchieri - ndc].

Questa eresia si esprime in modo particolare nella teologia della liberazione, così come la intende Ratzinger. Questa teologia fa propria la concezione immanentistica che consiste nel riconoscere agli sforzi degli uomini per liberarsi, una capacità reale di raggiungere risultati positivi ed effettivi. “Ma è proprio questa visione chiusa nella storia, senza sbocchi sulla trascendenza, che ha condotto l’uomo alla sua attuale situazione” (p. 183). In più essa si esprime così anche nelle molteplici eresie, che riguardano tutti gli aspetti della dottrina cristiana.

 

 

2. Il trionfo sulle eresie

 

PER TRIONFARE SULLE ERESIE CONTEMPORANEE, NON C’È RIMEDIO MIGLIORE, SECONDO IL CARDINALE, DI QUELLO CHE HA SCONFITTO LE ERESIE DEL PASSATO: ED È LA VERGINE MARIA, PROCLAMATA FIN DAI PRIMI SECOLI “NEMICA DI TUTTE LE ERESIE”.

 

In effetti, la vergine Maria svolge un ruolo determinante nell’economia e nel completamento della fede cattolica. Quest’argomento viene sviluppato ampiamente.

Il difficile però sta nel precisare ciò che il cardinale intende dire. Si tratta in effetti di discernere nell’insieme del contenuto della fede cattolica un ruolo specifico, per esempio di sintesi, che sarebbe svolto dall’affermazione dogmatica su Maria? Questo senso appare soprattutto quando per esempio, il “Rapporto sulla lede” proclama che “RICONOSCERE A MARIA IL POSTO CHE IL DOGMA E LA TRADIZIONE LE ASSEGNANO SIGNIFICA STARE SALDAMENTE RADICATI NELLA CRISTOLOGIA AUTENTICA” (p. 107). In questo caso, una cristologia veramente cattolica - dogmaticamente e tradizionalmente - trova la sua garanzia e il suo carattere di autenticità nell’affermazione dogmatica e tradizionale su Maria. Questa interpretazione si ritrova da una parte nella constatazione che i dogmi mariani integrano perfettamente Scrittura e tradizione e dall’altra nell’elogio della devozione mariana che mantiene in modo eminente l’equilibrio della fede tra l’aspetto razionale e l’aspetto affettivo. Tuttavia, proprio nella spiegazione di questo primo senso, interviene un’altra considerazione: non più il punto di vista della fede e del suo contenuto, bensì quello del ruolo di Maria “nella storia della salvezza”.

 

Da questa seconda significazione nasce la seguente riflessione: la storia personale di MARIA appare esemplare e tipica: giovane donna ebrea, divenuta madre del Messia, ella APPARTIENE SIA ALL’ANTICO SIA AL NUOVO TESTAMENTO (L’appartenenza di Maria all’uno e all’altro Testamento sembra considerata da Ratzinger come una situazione propria a Maria. Tuttavia, essa e innanzitutto la situazione di Gesù stesso, così come quella delle prime comunità cristiane uscite dalla predicazione degli apostoli, essi stessi alla cerniera tra l’Antico e il Nuovo Testamento) [ciò che però viene omesso nella spiegazione di questa cerniera fra il nuovo e il vecchio è l’incarnazione dell’io di ogni essere umano nell’involucro che è il Cristo; ho mostrato questo nel capitolo “Il riconoscimento dell’io”, vedi più avanti - ndc]. Nella sua persona ella li unisce l’uno all’altro. Tra l’altro, essendo vergine e nel contempo madre, ella è, come tale, modello eminente della donna nel piano di Dio, ma anche significazione tipica dell’azione di Dio che “può intervenire liberamente anche sulla materia” (p. 107) [e qui siamo nella piena superstizione della DODI&C, la Compagnia Dove Ogni Deficiente Impera - ndc].

 

Bisogna così tenere presenti due diversi livelli di comprensione. Il primo riguarda il contenuto della fede felicemente equilibrato e completato grazie agli articoli di fede (o di devozione) che riguardano Maria. Più profondamente, il secondo livello fa apparire ciò che giustifica nella persona di Maria questo ruolo di equilibrio e di perfezionamento svolto dai dogmi mariani: la collocazione propria nella “storia della salvezza”.

 

Cristologia rapporto Scrittura-tradizione, ragione ed affettività vengono equilibrati e completati dalle affermazioni dogmatiche su Maria. D’altra parte, Antico e Nuovo Testamento, azione creatrice e provvidenziale di Dio, compresa quella sulla materia, e concezione cattolica della donna vengono significati e manifestati nel modello che fu Maria nella storia della salvezza. Al primo livello non si può non constatare che, in ciò che ha di più serio, L’ARGOMENTO DI RATZINGER È COME UN CERCHIO CHE GIRA SU SE STESSO. La fede trova il proprio equilibrio e il proprio completamento nel dogma e nella tradizione su Maria. In altri termini l’ortodossia su Maria conferma e da’ compimento all’ortodossia della cristologia, del rapporto Scrittura-tradizione, o dell’equilibrio ragione-affettività (terreno della devozione). L’ORTODOSSIA RISPONDE DELL’ORTODOSSIA, E INOLTRE LA SOSTIENE E LE DA’ COMPLETAMENTO. Difficilmente si potrebbe trovare una migliore descrizione del carattere sistematico della dottrina cattolica, nella quale le verità si sostengono a vicenda e permettono in tal modo all’edificio di reggersi.

 

Lasciamo da parte le molte questioni che si potrebbero porre per il fatto che nei materiali che servono all’edificazione rigorosa di questo sistema si potrebbero trovare elementi estranei alla fede come tale, per esempio elementi culturali, o addirittura eventi storici. Queste questioni sono del tutto estranee al discorso di Ratzinger.

 

Limitiamoci quindi al suo discorso e allo schema che esso implica, per notare che questo cerchio sistematico in cui l’ortodossia conferma l’ortodossia e le dà compimento, poggia su un’altra realtà, e cioè la persona di Maria e il suo destino nel piano di Dio. E chiaro che a questo livello fondatore, Ratzinger non fa appello in realtà a delle pratiche: i fatti e le gesta di MARIA, bensì alla sua situazione oggettiva, che è di un altro ordine. STRUTTURALMENTE, ella SI COLLOCA ALLA CONGIUNZIONE DELL’ANTICO E DEL NUOVO TESTAMENTO. STRUTTURALMENTE ELLA È VERGINE E MADRE. Solo di passaggio il cardinale ricorda l’una o l’altra natura concreta, unicamente, del resto, allo scopo di proporla come modello ai cristiani.

 

ECCO ALLORA CHE VEDIAMO COME FUNZIONA IL SISTEMA DI ORTODOSSIA DOGMATICA E DEVOZIONALE. PERCHÉ POSSA DARE UN FONDAMENTO AL CIRCOLO DELL’ORTODOSSIA, LA STORIA DI MARIA DEVE ESSERE DE-STORICIZZATA. La sua storia non è infatti un seguito più o meno legato di eventi aleatori, nei quali interverrebbe la decisione umana, ma è inserzione nell’oggettività del piano di Dio e delle strutture che esso implica.

 

Si capisce in tal modo il legame che Ratzinger stabilisce tra il ruolo svolto nella fede dai dogmi mariani e il ruolo di Maria come persona dal destino particolare. Nel timore che una prassi possa fondare in un modo o in un altro l’ortodossia, Ratzinger è portato a de-storicizzare la storia stessa di Maria. Ma allora si pone la questione se si tratti di Maria  “in carne ed ossa", come appare nei testi evangelici o se non si tratti invece - ed è questa la nostra ipotesi - di quella che potremmo chiamare un’IPOSTASI, che non appartiene alla storia, ma piuttosto al mondo divino come una delle sue manifestazioni, che attraversa eventualmente la storia senza però essere compromessa da un passaggio affatto provvisorio nel mondo degli uomini (questa ipotesi ci pare una chiave di interpretazione del “Rapporto sulla fede”. In particolare la chiesa, nella concezione del cardinal Ratzinger, è una realtà divina a tal punto che la storia reale non svolge alcun

ruolo esplicito nella struttura della chiesa, la quale attraversa la storia senza alcuna compromissione con il mondo degli uomini) [è ovvio che in tal modo la chiesa appare immacolata, e non una sorta di covo di vipere che bruciava letteralmente vivi coloro che mostravano di pensare in modo non conforme ai dogmi di fede, pensati ovviamente “PER IL BENE DEI POVERI E DEI PICCOLI, MA SENZA PARTECIPAZIONE ATTIVA DA PARTE DI ESSI” - ndc].

 

 

3. Funzione dell’ortodossia

 

Dopo queste considerazioni sulla figura ipostatizzata e simbolica dell’ortodossia, che è la vergine Maria, passiamo all’esame del ruolo che Ratzinger fa svolgere all’ortodossia.

 

Possiamo mettere qui in evidenza due aspetti: uno di ordine strategico, l’altro più fondamentale.

 

SI TRATTA INNANZITUTTO DI DIFENDERE I POVERI CONTRO I PERICOLI DI PROSPETTIVE ILLUSORIE CHE POTREBBERO FAR LORO CREDERE CHE LA LORO LIBERAZIONE SARÀ REALIZZABILE DAL GIOCO DELLE FORZE UMANE LIBERATRICI [qui siamo nel top dell’alienazione essenziale - ndc]. REAGENDO CONTRO L’INSISTENZA DI CORRENTI TEOLOGICHE ATTUALI COME LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE, NONCHÉ DI ORIENTAMENTI PASTORALI, COME È L’OPZIONE PREFERENZIALE PER I POVERI, RATZINGER SI VANTA DI SERVIRE I POVERI IN MANIERA PIÙ AUTENTICA E PIÙ LEALE: ALMENO EVITAR LORO DELLE ILLUSIONI DAL RISVEGLIO DOLOROSO. IN ALTRI TERMINI, SI TRATTA DI RISPETTARE I DIRITTI DELLA COMUNITÀ CREDENTE, QUELLI DEI SEMPLICI FEDELI CHE SONO PRIORITARI RISPETTO AI DIRITTI PERSONALI DEI TEOLOGI.

QUESTO SERVIZIO, PERÒ, È VISTO E PRESENTATO COME UN COMPITO PASTORALE DI FRONTE AL QUALE I FEDELI NON HANNO NULLA DA RIVENDICARE SE NON UN DOVERE DI SOTTOMISSIONE [esattamente come nella situazione del debito pubblico forzosamente imposto come dogma di fede politica nei MONTI&C (idem est nella DODI&C) - ndc]. Infatti, evitare ai poveri di lasciarsi irregimentare in prospettive illusorie, significa supporre che essi possono facilmente essere vittime delle novità, perché sarebbero sprovvisti di sapere, di perspicacia e di saggezza [in altre parole: il popolo è bue deve restare bue in nome del popolo - ndc]. APPARE CHIARA ALLORA LA CONCEZIONE GERARCHICA DEL SERVIZIO DELLA VERITÀ. È LA CHIESA DOCENTE CHE TRASMETTE IL PROPRIO SAPERE ALLA CHIESA DISCENTE. L’IDEA CHE I POVERI POTREBBERO ESSI STESSI FARE, NELLA PROPRIA COMUNITÀ, L’ESPERIENZA DELLA FEDE E CHE QUINDI A QUESTO TITOLO POTREBBERO INSEGNARE QUALCHE COSA AI CUSTODI DELL’ORTODOSSIA, È TOTALMENTE ESTRANEA AD UN TALE FUNZIONAMENTO GERARCHICO [esattamente come è estranea ai “dogmi” dell’UE una popolare concezione FREE BANKING, cioè una concezione bancaria liberata dai monopoli - ndc].

 

Più fondamentalmente, l’ortodossia è la custodia di quello che Ratzinger chiama il “depositum fidei”, di cui pensa che la Congregazione per la dottrina della Fede ne ha il compito. Il cristianesimo, spiega il cardinale, non e  nostro. Esso è “una rivelazione, cioè un messaggio che ci è stato consegnato e che non abbiamo il diritto di ricostruire a piacimento” (p. 97). Ecco perché il compito del teologo non è quello di creare, bensì di spiegare il deposito della fede. Ed ecco perché egualmente la missione del catecheta non è quella di presentare questo o quell’aspetto della verità, più adattato al nostro tempo, o alla nostra situazione culturale, ma è di trasmettere il ‘nocciolo’:  ciò che dobbiamo credere, quello che dobbiamo sperare, quello che dobbiamo fare. LA GERARCHIA E IN PARTICOLARE LA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, HANNO IL COMPITO DI VEGLIARE ALL’ESATTO ADEMPIMENTO DI QUESTI DOVERI.

 

Tuttavia il deposito della fede va inteso come la totalità dell’edificio dogmatico cattolico, compresi, naturalmente, i dogmi definiti recentemente: l’infallibilità del papa, per esempio, o l’assunzione della vergine Maria. Non bisogna quindi interpretare il deposito della fede come il ‘nocciolo duro’ già presente nelle chiese del Nuovo Testamento, soggiacente ancor oggi all’edificio dottrinale.

 

Il deposito della fede insiste sul dato oggettivo che costituisce il corpo della dottrina della chiesa, in opposizione alle presupposte prospettive moderniste che sottolineano l’importanza decisiva delle vie soggettive di appropriazione della fede e che riconoscono un legame, non soltanto esteriore e fortuito bensì consustanziale, tra la confessione della fede e le condizioni culturali e soggettive dei credenti. A questo proposito l’affermazione di Ratzinger è davvero significativa: essa fa della chiesa il SOGGETTO della fede e non le persone che la costituiscono come gruppo sociale. Ne deriva che l’adesione alla chiesa come sistema credente è condizione necessaria previa alla partecipazione alla fede che è atto di chiesa (i cristiani aderiscono alla chiesa la quale è il SOGGETTO DELLA FEDE. Ratzinger scarta la prospettiva STORICA della chiesa, comunità di coloro che credono alla Parola di Dio).

 

Per cui l’essenziale della funzione dell’ortodossia è far si che i credenti, COMPRESI I TEOLOGI [ognuno faccia da sé le proprie rispettive correlazioni coi POLITICI che devono credere all’UE - ndc], credano ciò che crede la chiesa e non tanto che essi cerchino di appropriarsi in maniera personalizzata - e quindi parziale - della Parola viva di Dio. A QUESTO PROPOSITO, L’OBIETTIVO DELL’ORTODOSSIA È QUELLO DI OGGETTIVARE LA FEDE. NON DI DE-PRIVATIZZARLA, BENSÌ DI DE-PERSONALIZZARLA. IN ULTIMA ANALISI CIÒ CHE CIASCUNO HA DI PROPRIO È LA SUA MISERIA E IL SUO PECCATO (cf. in particolare p. 50 s.). [continua]

Repost 0
18 febbraio 2012 6 18 /02 /febbraio /2012 11:36

arcipelago_gulag.jpg[Risposte alle domande dopo la 3ª conf. di Zurigo del 26/10/1919: "Lo Stato”; Titolo originale: "La vita giuridica: compiti e limiti della democrazia. Diritto pubblico e diritto penale" - A cura di Nereo Villa].

 

Risposte a domande dopo la 3ª conferenza

 

Indice sommario della 3ª conf.: Sono gli uomini a creare le istituzioni, non viceversa - L'economicismo come dipendenza - Il sentire è la vera origine del diritto - Democrazia e suoi limiti - L’ovvio crollo dei parlamenti economicistici - Illusione dei diritti pubblici sorti da economicismo - Ricostruzione del diritto - Ognuno deve poter sancire diritto pubblico - Giudici ed epicheia come fattispecie culturali - Rifacimento di tutto il sistema giuridico 

 

Signor Bosshardt: Nella conferenza del Dr. Steiner mi è sembrata carente la trattazione del diritto penale nell'ordine sociale. Non l'ha illustrata a sufficienza. A mio parere tuttavia essa è la quintessenza del diritto e oggi che si parla tanto di diritto ci si può occupare anche del sistema penitenziario della democrazia. Gradirei una risposta del Dr. Steiner in merito a quello che deve succedere dopo che la sentenza penale è stata pronunciata, e soprattutto su com'è la pena al giorno d'oggi e come dovrebbe essere. Che cosa c'è di giusto nel sistema penitenziario odierno? E come dovrebbe essere la pena?

 

Rudolf Steiner: Cari ascoltatori! Ci sono anche altre domande fatte per iscritto. La prima è questa:

 

Com'è possibile regolamentare la vita economica per mezzo di un diritto stabilito autonomamente?

 

Cari ascoltatori, bisogna tener conto di quanto è diverso l'organismo triarticolato qui proposto da quello che si trova nello stato platonico come articolazione degli uomini di un organismo sociale in tre classi - lavoratori, guerrieri e magistrati.

 

Fra i fraintendimenti di vario genere mi è capitato anche di sentir dire: "Sì, questa triarticolazione in un organismo culturale, giuridico o statale ed economico non è che un riproporre il principio platonico della classe dei governanti-filosofi come organismo culturale, di quella dei guerrieri custodi come organismo statale e giuridico, e di quella dei lavoratori-artigiani come organismo economico".

 

Non è affatto così, bensì l'esatto contrario. La triarticolazione dell'organismo sociale comporta la separazione delle amministrazioni dei rispettivi settori della vita umana, non la divisione degli uomini in classi. Qualcosa di distinto dall'uomo, e cioè l'amministrazione delle istituzioni, si articola in tre elementi che devono interagire proprio per mezzo dell'uomo vivente. L'uomo in carne e ossa è ben inserito in tutti e tre questi ambiti.

 

Vedete, a poco a poco è sorta nell'umanità la coscienza che sia disumano dare origine a differenze di classe o di ceto. Nella realtà queste potranno essere superate solo se si articolerà l'organismo sociale nella sua realtà oggettiva, cioè separata dall'uomo.

 

Così dobbiamo per esempio immaginarci quanto segue - parlerò ancora di argomenti analoghi nella quinta conferenza: chi si fa un'opinione della vita culturale veramente libera, sarà in grado di vedere come essa non sia affatto così astratta come la vita culturale odierna. Vedete, voi oggi conoscete o perlomeno potreste conoscere ogni sorta di concezione filosofica, religiosa ecc. Pensate solo a come tali concezioni del mondo siano diventate astratte, avulse dalla vita.

 

Vi basti pensare come oggi sia possibile a chiunque - commerciante, statista, industriale, agricoltore - avere le proprie opinioni etiche, estetiche, scientifiche, religiose, e accanto ad esse occuparsi dell'amministrazione del proprio ufficio, della propria fattoria e via dicendo. In un certo senso sono due vite che viaggiano in parallelo, senza incontrarsi mai.

 

Questo proviene dal fatto che in fondo ancor oggi nell'ambito della vita culturale abbiamo il proseguimento dell'antica vita culturale greca, sorta da condizioni sociali

completamente diverse dalle nostre. La maggior parte delle persone non se ne accorge, ma nella nostra mentalità sociale abbiamo davvero il prolungamento della vita culturale greca, basata sull'idea che solo chi non lavora, ma si occupa di politica e al massimo tiene d'occhio l'agricoltura e cose simili, conduce un'esistenza veramente dignitosa. Chi lavora non fa parte degli uomini che vanno presi sul serio.

 

Il Greco ce l'aveva nel sangue questo modo di considerare l'umanità, e in base a questo organizzava tutta la sua vita culturale. La vita culturale greca è unicamente immaginabile in base al fatto che c'era uno strato superiore che stava al di sopra di un vasto strato inferiore di persone che non potevano prender parte alla cultura, che non avevano dentro di sé la cultura greca come tale.

 

Questo modo di vedere la cultura ci è rimasto nell'animo fino ad oggi. Ed è per questo che - vedete, non è necessario guardare a queste cose con animosità, è possibile rendersene conto oggettivamente - le classi dirigenti, dominanti, si sono spesso occupate in maniera molto astratta di fraternità, di amore per il prossimo e via dicendo.

 

Prendiamo un esempio drastico. Nella metà del XIX secolo, mentre la gente rifletteva dal punto di vista della propria concezione religiosa, etica, sull'amore per il prossimo,

sulla fraternità, in quel periodo è stata fatta per esempio in Inghilterra un'indagine statistica sui danni del lavoro in miniera. È emerso che in effetti nei pozzi delle miniere venivano calati ragazzini di nove, undici, tredici anni. Quei poveri bambini venivano fatti scendere in miniera prima dell'alba e fatti uscire solo dopo il tramonto, così che non vedevano la luce del sole per tutto il giorno, per tutta la settimana, se non la domenica.

 

Già, al calore del carbone che veniva estratto in quel modo, nel tepore delle loro stanze, le classi colte discorrevano di fraternità e amore per il prossimo, immerse nella loro visione del mondo del tutto avulsa dalla vita. Hanno elaborato i loro ideali etici, in base ai quali è un individuo morale solo colui che ama i propri simili come se stesso senza distinzione di classe e così via.

 

Ma, cari ascoltatori, UNA VITA CULTURALE DI QUESTO TIPO - E IN FIN DEI CONTI TUTTA LA NOSTRA VITA CULTURALE È FATTA COSÌ - È AVULSA DALLA REALTÀ! [il maiuscolo è mio - nota del curatore]. È una vita spirituale soltanto interiore, priva della forza propulsiva per plasmare la vita reale.

 

Pensate all'abisso che esiste fra quella che il commerciante vive come la sua formazione estetica, morale o religiosa, e quello che annota nel suo libro di cassa. Può anche aver scritto "con Dio" sulla prima pagina, ma il tutto ha poco a che fare con il Dio che venera nel suo cuore.

 

Vedete, lì avete l'abisso profondo fra la vita culturale astratta e la realtà esteriore concreta. Di questi tempi ci si è abituati a questo abisso come se fosse una cosa del tutto normale.

 

Ci sono filosofi, etici, che parlano di filantropia, bontà, amore per il prossimo e quant'altro. Ma PRENDETE UNO DI QUESTI TESTI FILOSOFI CI E INTERROGATELO PER ESEMPIO SU COME ORGANIZZARE UNA BANCA. Non vi troverete nessuna indicazione in proposito. Una vita culturale veramente emancipata, in grado di reggersi sulle proprie gambe, saprà collegare l'attività intellettuale, la cultura, alla prassi quotidiana.

 

Chi verrà alla mia conferenza di dopodomani non crederà che io voglia anche solo minimamente conferire un tratto materialistico alla vita culturale, ma vedrà che è esattamente il contrario. Proprio se non si vuole questo, ma si vuole porre la cultura sulle sue basi spirituali, non è possibile considerare la vita culturale come qualcosa di estraneo a quella materiale, ma si attiverà lo spirito così che possa intervenire nella realtà più immediata.

 

Oggi gli uomini si stupiscono se si parla loro in modo concreto. Oggi per esempio un industriale mi ha chiesto: "Lei allora vuole che per esempio chi esercita una professione pratica ed è esperto nel suo campo, qualunque esso sia, a trentacinque o a quarant'anni possa essere chiamato ad insegnare per un certo periodo in una scuola superiore o inferiore, nel caso in cui l'amministrazione culturale lo ritenga idoneo a questo compito. Allora gli tocca però lasciare l'esperienza pratica, e quindi la vita culturale risulta separata da quella economica".

 

Ma chi è attivo in campo economico applica proprio ciò che ha fatto suo in una vita culturale autonoma. È una continua osmosi far un campo e l'altro. E lui:

 

"Sì, però un individuo dev'essere messo in un posto ben preciso in base alle sue capacità. Vede, nella mia azienda, nella mia fabbrica, ho un dipendente che ha delle caratteristiche tali per cui mi chiede sempre di attrezzargli un laboratorio chimico in cui possa fare degli esperimenti per conto suo. Gli esseri umani sono diversi fra loro!"

 

Certo che lo sono, e lo sono perché crescono nelle condizioni dei tempi moderni. In realtà non è possibile essere davvero inseriti nella vita culturale se non si è in grado di cavarsela anche in quella pratica. Solo se si è capaci di introdurre la cultura in ogni settore della vita pratica si sa il fatto proprio anche nella vita intellettuale.

 

È così che articolando in tre parti ciò che è separato dall'uomo, il tutto viene poi riunificato dall'uomo stesso. Una volta che nello stato democratico nasce il diritto, gli

uomini attivi nella vita economica traspongono in essa anche il diritto, creano istituzioni che concordano col diritto. SONO GLI UOMINI VIVI E REALI A PORTARE IL DIRITTO NELLA VITA ECONOMICA, NON DEI PROVVEDIMENTI ASTRATTI O MISURE ANALOGHE. DI QUESTO SI TRATTA, DI RIMETTERE LE ISTITUZIONI SOCIALI SULLA BASE DELL'UOMO VIVENTE. È così che desidero rispondere a questa domanda.

 

Vedete, anche nei singoli campi risulterà che il sapere può davvero essere reso fecondo per la vita. GUARDATE LE UNIVERSITÀ DI OGGI. IN MOLTE DI ESSE VIENE INSEGNATA ANCHE LA PEDAGOGIA. BENE, I FILOSOFI INSEGNANO LA PEDAGOGIA, DI CUI IN GENERE CAPISCONO POCO, COME MATERIA COMPLEMENTARE.

 

IN UN ORGANISMO SOCIALE SANO, UN QUALSIASI INSEGNANTE CAPACE, IN GRADO DI GESTIRE LA LEZIONE A LIVELLO PRATICO, DOVRÀ INSEGNARE PEDAGOGIA PER DUE O TRE ANNI, DOPO DI CHE TORNERÀ ALLA SUA OCCUPAZIONE PRATICA. E COSÌ SARÀ PER TUTTI GLI AMBITI DELLA VITA. LA TRIARTICOLAZIONE DI CIÒ CHE È SEPARATO DALL'UOMO CONSENTIRÀ ALL'UOMO DI PORTARE IN OGNUNO DEI TRE AMBITI CIÒ CHE SI ESPRIME AUTONOMAMENTE NEGLI ALTRI DUE.

 

Cari ascoltatori, così ci riallacciamo alla seconda domanda, che chiede:

 

Da chi vengono giudicate le questioni di tribunale commerciale? Non certo solo da consiglieri dell'area culturale, a cui mancano le conoscenze specifiche, e neanche da esperti?

 

Sostanzialmente quanto ho appena detto risponde già in gran parte a questa domanda. Quello che conta è che grazie alla nostra organizzazione della vita culturale una persona non riceve una formazione in vista di farne un tirocinante

o un commerciante come si deve. Nell'organismo sociale triarticolato con la sua vita culturale autonoma non viene insegnato così, ma l'uomo fa sua una certa pratica

di vita e si pone anche in grado di organizzarla grazie al modo in cui la vita culturale crea le proprie condizioni di esistenza.

 

Vedete, non è necessario avere una capacità di giudizio oggettivo in ogni ambito. Non è possibile, e non è a questo che si deve mirare. Ma l'amministrazione culturale dovrà far sì che un tribunale commerciale sia presieduto dalla persona giusta, dal momento che dell'amministrazione culturale faranno parte anche uomini che si intendono di leggi commerciali.

 

Il sapere non verrà centralizzato in settori specializzati come succede al giorno d'oggi, ma il modo in cui gli uomini si rapportano fra loro nelle corporazioni dell'organizzazione culturale permetterà di costituire un tribunale di questo genere in maniera adeguata, oggettiva, non in base a qualche bisogno economico.

 

Come si fa ad individuare correttamente i bisogni di un individuo o a dare la giusta valutazione di un oggetto da lui prodotto, dal momento che i bisogni dell'uomo sono così diversi?

 

Proprio a causa della loro diversità è necessario creare delle istituzioni reali in cui ci siano delle persone che studiano questi bisogni, che vengono a conoscerli. Queste cose non sono campate per aria, possono essere collocate su un terreno del tutto reale. Vi posso citare un piccolo esempio.

 

Esiste una società, la si vede pure sui manifesti, è la Società Antroposofica. Oltre a quello che alcuni le attribuiscono, si è occupata anche di faccende decisamente pratiche, del tutto in linea, seppure in piccolo, con quanto vi ho esposto a proposito della questione sociale.

 

Così all'interno della Società Antroposofica c'era un uomo che sapeva fare il pane. Avendo a disposizione una corporazione di antroposofi, che naturalmente sono anche consumatori di pane, è stato in un certo senso possibile creare un'associazione fra l'uomo in qualità di produttore di pane e questi consumatori. Voglio dire, quell'uomo ha potuto adeguare la sua produzione ai bisogni dei consumatori, dandosi da fare per conoscere i loro bisogni per poter organizzare la produzione in base ad essi. Questo non viene fatto dal mercato, che organizza il tutto in maniera caotica o casuale, ma potrà avverarsi solo se gli uomini mettono in piedi delle istituzioni che studino veramente i bisogni e insieme ai rappresentanti delle associazioni regolino la produzione in base ad essi.

 

Oggi i teorici socialisti vorrebbero accertare questi bisogni in base alle statistiche, ma questo non è possibile! La vita non si lascia plasmare secondo le statistiche, ma solo

dal diretto senso di osservazione degli uomini. All'interno dell'organismo economico, le condizioni sociali devono fare in modo che determinate cariche o uffici vengano occupati da individui che sanno far circolare le conoscenze, le informazioni relative ai bisogni.

 

Proprio perché i bisogni sono diversi, si tratta di non incappare in una tirannia dei bisogni, quale nascerebbe di sicuro se ci si basasse sull'odierno programma socialdemocratico, ma di studiare i bisogni effettivi e concreti per capire come soddisfarli. Dalla prassi emergerà pure che ci sono determinati bisogni che non possono essere soddisfatti.

 

Non vanno prese decisioni in proposito a partire da un dogma - per esempio perché qualcuno ritiene che un certo bisogno non sia un "autentico" bisogno umano. Ma se

un certo numero di persone sente il bisogno di certi beni per la cui produzione si dovrebbero sfruttare degli esseri umani - cosa che può appurare una vita economica viva, davvero indipendente -, non sarà possibile produrre quei beni di cui certi individui sentono il bisogno. Si tratterà di intuire se è possibile tener conto dei bisogni senza trascurare o danneggiare le forze umane.

 

Come si immagina il Dr. Steiner la realizzazione pratica della triarticolazione? È possibile intervenire nel consiglio federale o, dopo che queste idee saranno state diffuse a sufficienza, dovrà aver luogo un referendum? O bisognerà aspettare che l'ordinamento attuale venga rovesciato dalla rivoluzione e dalla guerra civile?

 

Cari ascoltatori, in primo luogo va preso sul serio il fatto che qui si tratta di un nuovo metodo, un metodo almeno relativamente nuovo rispetto a quelli adottati di solito. NON SI TRATTA, COME AVVIENE NEI VECCHI PARLAMENTI, DI PERSEGUIRE DEGLI OBIETTIVI, MA DI COMPRENDERE A PARTIRE DALLA REALTÀ STESSA, DALLE TENDENZE DELLA VITA MODERNA, COSA VOGLIONO DAVVERO GLI ESSERI UMANI NEL LORO SUBCONSCIO, ANCHE SE NON HANNO LE IDEE CHIARE IN PROPOSITO.

 

Nella misura in cui si riesce a rendere comprensibile ciò di cui si tratta, ci sarà un certo numero di persone che capirà che cosa deve accadere, che cosa va fatto. E quando ci sarà un numero sufficiente di persone che si rendono conto di che cosa deve succedere, allora si troverà anche il modo di farlo.

 

Nel mio libro “I punti essenziali della questione sociale” ho descritto proprio come in ogni momento e in ogni situazione della vita si possa iniziare con questa triarticolazione, se solo si vuole, se solo se ne comprende davvero il senso. IL FATTO CHE NON SI ABBIA INTENZIONE DI RAGGIUNGERE MEDIANTE UNA RIVOLUZIONE CIÒ CHE VIVE NELLA TRIARTICOLAZIONE SI BASA SEMPLICEMENTE SU UN'OSSERVAZIONE STORICA.

 

Va detto a proposito che in occidente si sono verificate grandi trasformazioni sul piano culturale - si pensi solo al cristianesimo -, e anche sul piano politico. Ma già a livello politico le trasformazioni lasciano certi residui. Oggi gli uomini pensano a rivoluzioni economiche. Parleremo ancora di questo nella quinta conferenza e nelle prossime.

 

MA LE RIVOLUZIONI DI QUESTO TIPO SARANNO TUTTE DESTINATE A FINIRE COME QUELLA DELL'EUROPA ORIENTALE - DEMOLIRE SENZA COSTRUIRE NULLA -, COME QUELLA UNGHERESE, E IN PARTICOLARE COME QUELLA TEDESCA DEL NOVEMBRE 1918 CHE SI È COMPLETAMENTE

ARENATA PER L'EVIDENTE MOTIVO CHE OGGI QUELLO CHE CONTA NON È TANTO PRODURRE DEI CAMBIAMENTI RADICALI, QUANTO AVERE DELLE IDEE IN GRADO DI CREARE DELLE SITUAZIONI NORMALI E STABILI.

 

Quando un numero sufficiente di persone si dichiara apertamente fautore di questa cosa, allora si troveranno anche i modi per attuarla.

 

L'IDEA DELLA TRIARTICOLAZIONE DELL'ORGANISMO SOCIALE INFATTI NON È SOLO UN TRAGUARDO, MA È ESSA STESSA UNA VIA DA PERCORRERE.

 

L'importante è non mettersi sullo stesso terreno su cui si mettono tante persone. Per esempio in certi ambienti in cui ho illustrato la triarticolazione mi è capitato di incontrare persone che avevano letto il mio libro “I punti essenziali della questione sociale” e trovavano plausibili le affermazioni in esso contenute.

 

Ma poi certi esponenti dell'ala radicale della sinistra hanno dichiarato: "Certo, questa triarticolazione è una gran bella cosa, ma prima ci dev'essere la rivoluzione, la dittatura del proletariato, dopo di che penseremo alla triarticolazione". [Oggi, 2012, con la Monti&C, i.e.: la DODI&C, ovvero la Compagnia Dove Ogni Deficiente Impera, non stiamo forse vivendo in una di dittatura del proletariato detta “fascismo finanziario”, oltretutto mascherata di democrazia? Faccio notare che oggi l’UE è la reincarnazione dell’URSS; lo affermo da quasi un decennio: "l'Urss aveva i gulag. L'UE non ha dei gulag che si vedono, non c'è persecuzione tangibile, ma l'effetto è lo stesso: ci sono i gulag intellettuali. Gli oppositori sono completamente isolati e marchiati come intoccabili sociali" (cfr. liberoprincipato.it/ue-urss) - ndc]. E con le migliori intenzioni è stato aggiunto: "Per il momento però siamo suoi acerrimi nemici." In altre parole si argomentava così: dato che si è d'accordo, si lotta contro di essa all'ultimo sangue! È così che mi è stato risposto da più parti. Sì, cari ascoltatori, queste cose si basano su un pensiero sbagliato, sull'idea di poter realizzare qualcosa prima di aver fatto sì che sia entrato nelle teste.

 

C'è un piccolo episodio che mi sembra particolarmente significativo. Ho parlato una volta di queste cose in una località del sud della Germania. Fra gli interventi c'è stato anche quello di un comunista. Era un tipo in fondo simpatico, ma nel corso del suo discorso ha detto queste cose al suo pubblico - nel suo conscio si sentiva molto modesto, nel subconscio lo era molto di meno. Costui ha detto: "Vedete, io sono un calzolaio. So di essere un calzolaio e di non poter diventare un ufficiale di Stato civile nella futura società. L'ufficiale di Stato civile lo può fare chi ha ricevuto una formazione adeguata per questa professione". Ma poco prima il tipo aveva esposto fin nei minimi particolari i suoi progetti sull'ordinamento sociale, e da questo si vedeva che sentiva la vocazione a far da ministro nello stato del futuro - l'ufficiale di stato civile no, ma il ministro sì!

 

Potrei dimostravi con altri esempi non meno simpatici che è questa la mentalità dominante. Ma quello che emerge è l'importanza che prima prenda piede l'effettiva comprensione del contenuto della triarticolazione, e di seguito si troveranno anche i modi per attuarla. E sarebbe da sperare che questa comprensione abbia luogo prima che sia troppo tardi.

 

SE GLI UOMINI D'OGGI SI SFORZASSERO DI CAPIRE ALMENO UN PO' QUELLO CHE CI VUOLE, IL TUTTO SAREBBE POSSIBILE. ALLORA NON SI CHIEDEREBBE SE SI DEVE PRESENTARE UN ESPOSTO AL CONSIGLIO FEDERALE MEDIANTE UN REFERENDUM E COSE SIMILI, MA SAREBBE CHIARA UNA COSA: NON APPENA CI SONO ABBASTANZA PERSONE CHE LA CAPISCONO, LA COSA SI REALIZZA.

 

QUESTO È SOSTANZIALMENTE IL SEGRETO DI UNA SOCIETÀ CHE ASPIRA ALLA DEMOCRAZIA: CHE UNA COSA SI ATTUA QUANDO TROVA UNA VERA COMPRENSIONE INTERIORE, QUANDO È CHIARA ALLA MENTE. È QUESTO CHE CONTA.

 

Ed ora tocca alla domanda:

 

Il principio del diritto penale non è un residuo del passato?

 

Questa domanda è in stretta relazione con quella che è stata posta sull'esecuzione della pena, in riferimento alla gestione del diritto penale. E ancora:

 

L'idea della pena è legittima rispetto a quella pedagogica del miglioramento, della reintegrazione sociale?

 

Vedete, cari ascoltatori, il concetto di pena, di punizione, è uno dei più spinosi, e proprio a questa domanda nel corso della storia sono state date tutte le risposte possibili e immaginabili.

 

Il convincimento che va sviluppato, o che quantomeno è possibile procurarsi, se ci si pone su un terreno come quello da cui nascono idee come quella della triarticolazione, è: un terreno simile comporta anche l'insorgere di determinate conseguenze che su un altro non si verificherebbero. Ogni singola cosa che avviene all'interno di un ordinamento sociale è in fin dei conti una conseguenza di quell'ordinamento sociale stesso.

 

Come ogni pezzo di pane è con il suo prezzo una conseguenza dell'intero ordinamento sociale, così anche il modo, gli incentivi alla pena hanno il loro fondamento all'interno dell'intera struttura dell'organismo sociale. E proprio la necessità delle pene mostra che nell'intero organismo sociale c'è qualcosa che non va.

 

Vedete, non dico quando si "sostiene" l'organismo sociale triarticolato in quanto tale, ma quando si sviluppa una visione pratica del mondo da impulsi simili a quello da cui scaturisce l'idea dell'organismo sociale triarticolato, allora si sa che si consegue qualcosa di diverso anche per quanto riguarda la pena e la sua esecuzione. E quando queste cose saranno effettive a livello sociale, realtà del tipo di quelle fatte valere nella conferenza odierna, ci sarà sempre meno bisogno di pene e di punizioni.

 

Il diritto penale, che accompagna come la loro ombra situazioni antisociali, potrà essere ridotto al minimo in situazioni di socialità. Perciò le domande che emergono oggi a proposito del diritto penale, se si tratti di un rimasuglio del passato e via dicendo, verranno poste su un terreno del tutto diverso qualora si verifichi realmente una trasformazione di questa portata.

 

QUANDO L'UOMO È MALATO FA CERTE COSE, QUANDO È SANO NE FA ALTRE. LO STESSO AVVIENE ANCHE QUI: LA NECESSITÀ DI PUNIRE INDICA LA PRESENZA DI DETERMINATI SINTOMI DI MALATTIA ALL'INTERNO DELL'ORGANISMO SOCIALE NEL SUO INSIEME. Se si aspira a risanare l'organismo sociale, i concetti relativi alla pena, al diritto penale e all'esecuzione della pena possono essere messi su un terreno completamente diverso.

 

Direi quindi che è nella discussione sulla trasformazione sociale nel suo insieme che va cercata la risposta alla domanda: che ne è del singolo individuo, del diritto penale o dell'esecuzione della pena?

 

Ogni uomo è dotato della capacità di giudizio necessaria a stabilire quante ore lavorative richiede un determinato ramo di produzione?

 

Cari ascoltatori, essere in grado di giudicare per decidere insieme ad altri su tali questioni, è qualcosa di diverso che affidarsi all'arbitrio di un singolo individuo. Se leggete il mio libro “I punti essenziali della questione sociale” - e tornerò ancora sul diritto del lavoro nelle prossime conferenze -, vedrete che nell'organismo sociale triarticolato la regolamentazione del tipo di lavoro, del tempo da dedicare al lavoro, deve diventare di competenza del diritto pubblico, che quindi ciò che viene chiesto qui dovrà essere regolamentato sul terreno giuridico democratico.

 

Si tratta perciò del fatto che una simile questione verrà regolamentata da ogni uomo insieme a tutti gli altri uomini che fanno parte dell'organismo sociale. In questo l'uomo è capace di giudicare, per il fatto di saper effettuare una regolamentazione su una simile questione. Non è quindi legittimo chiedere se ogni uomo è in grado di giudicare quante ore lavorative richiede un determinato settore di produzione. Questo non risiede di sicuro nell'arbitrio del singolo individuo. Possibile è invece ottenere una sentenza pubblica tramite una regolamentazione democratica e una maggioranza democratica su questioni giuridiche del tipo che vi ho descritto oggi.

 

Ma prima di dedicarci alla realizzazione in grande all'interno di questo Stato, non dobbiamo chiarire l'elemento animico nell'uomo?

 

Molto di quanto chiede questa domanda sarà oggetto della prossima conferenza. Ma vedete, l'idea della triarticolazione dell'organismo sociale è un'idea pratica, ragion per cui vede anche tutte le cose da un'ottica realistica.

 

Al giorno d'oggi ci sono molte persone che dicono: "Bene, abbiamo una questione sociale, che dunque va risolta, quindi si deve trovare un programma che ci dia modo

di risolvere la questione sociale. Oggi abbiamo delle condizioni sociali spiacevoli, ma se troviamo una soluzione alla questione sociale, allora domani ci troveremo delle condizioni sociali piacevoli".

 

Ma le cose non stanno così. In quell'evoluzione dell'umanità che ho descritto oggi, la questione sociale è emersa da determinate condizioni psichiche e fisiche e dalle loro conseguenze sulla vita sociale. La questione sociale ora c'è e non la si può risolvere sul piano teorico, non si possono dare delle leggi per risolverla. C'è e continuerà ad esserci sempre, ogni giorno si ripresenterà di nuovo.

 

Per questo devono anche esserci sempre delle istituzioni che consentano di risolverla ogni giorno di nuovo. Non si tratta allora di dividere la faccenda in due parti uguali: prima prepariamo gli animi, e poi spunteranno le condizioni auspicabili dal punto di vista sociale. No, si tratta invece di accettare la questione sociale, di cercare di realizzare nella realtà qualcosa come il terreno giuridico autonomo o il terreno culturale indipendente, di modo che la questione sociale possa essere risolta continuamente, ogni giorno di nuovo.

 

Vedete, nel mio libro “I punti essenziali della questione sociale” mi sono opposto al fatto che quanto ho detto a proposito della triarticolazione sulla somiglianza fra l'organismo umano fisico e l'organismo sociale venga considerato un ozioso gioco di analogie. In realtà non avevo nessuna intenzione di fare un gioco di analogie fra l'organismo naturale e quello sociale equivalente a quelli di un Meray o di uno Schäffle.

 

Ma quello che ho esposto nel mio libro “Enigmi dell'anima”, cioè che un'attenta osservazione della natura giunge a considerare l'organismo umano come un'interazione fra tre sistemi indipendenti l'uno dall'altro, richiede un pensiero e un modo di vedere le cose che possono essere applicati proficuamente anche all'organismo sociale, non per via di trasposizione, ma per mezzo di un'osservazione senza pregiudizi come quella rivolta all'organismo naturale. È qualcosa

che si può imparare studiando sia l'uno sia l'altro.

 

GLI UOMINI DESIDERANO VEDERE L'ORGANISMO SOCIALE COME QUALCOSA IN CUI CI SONO DELLE ISTITUZIONI CHE MANTENGONO TUTTO NELLE CONDIZIONI IDEALI, IN CUI TUTTO VIENE FATTO NEL MODO MIGLIORE. NON CI SI CHIEDE MAI SE QUESTO SIA ANCHE POSSIBILE. LA GENTE VORREBBE FONDARE UNA VITA ECONOMICA IN CUI CI SIANO DELLE ISTITUZIONI CHE IMPEDISCANO L'INSORGERE DI QUALSIASI DANNO. NON SI TIENE CONTO DEL FATTO CHE NELLA VITA SI HA A CHE FARE APPUNTO CON LA VITA E NON CON DELLE ASTRAZIONI.

 

Vedete, nell'essere umano, nell'organismo naturale, c'è per esempio il fatto che noi inspiriamo l'ossigeno, che poi viene trasformato in anidride carbonica. Nell'organismo umano l'ossigeno svolge un determinato ruolo tramite determinati organi che lo trasformano, cioè, non lo trasformano, ma lo combinano con altre sostanze di modo che possano svolgersi determinate funzioni dell'organismo. Sì, devono esserci degli organi particolari che fanno una certa cosa, e se ci fossero solo loro, nell'organismo si produrrebbero dei danni.

 

La possibilità dei danni ci dev'essere, si tratta di impedirne la formazione. Questa è la natura di tutto ciò che è vivente.

 

Quelli che dicono: abbiamo un organismo economico; se lo organizziamo in modo che funzioni bene, non abbiamo bisogno di aff ancargli nessun organismo giuridico

o culturale - parlano esattamente come quelli che dicono: sarebbe molto meglio, rispetto a quello che hanno fatto il Creatore o le forze della natura, se bastasse mangiare una volta sola in vita e poi l'organismo umano fosse attrezzato in modo che niente andasse distrutto e non si dovesse continuamente mangiare.

 

QUANDO SI TRATTA DI ESSERI VIVENTI, SI TRATTA DI PROCESSI CHA VANNO SU E GIÙ. UNA VITA ECONOMICA SANA, PROPRIO IN VIRTÙ DELLA SUA ROBUSTEZZA FA SÌ CHE SI PRESENTINO DEI DANNI. E NELLO STESSO TEMPO QUESTI DANNI VANNO ELIMINATI SUL NASCERE, “IN STATU NASCENDI”. QUESTO NON PUÒ ESSERE FATTO PER MEZZO DELL'ORGANISMO ECONOMICO STESSO, MA MEDIANTE L'ORGANISMO GIURIDICO E QUELLO CULTURALE CHE LO AFFIANCANO, E LA CUI FUNZIONE CONSISTE PROPRIO NELL'ELIMINARE SUL NASCERE I DANNI CHE L'ORGANISMO ECONOMICO DEVE CREARE PROPRIO PER IL FATTO CHE È SANO.

 

Questo è il carattere dell'elemento vitale, che le varie funzioni sono in vivace interazione fra loro. Un simile modo di considerare le cose è certamente più scomodo,

ma si attiene alla realtà, non vuole riformare l'organismo economico in modo tale che esso si autoelimini, si autodistrugga.

 

È facile dire: questi e quei danni sono sorti dalla produzione moderna, quindi va eliminata e sostituita con un'altra. Non si tratta di rivendicare qualcosa, bensì di studiare le leggi di vita di un organismo vivente che già esiste. E una di queste leggi consiste nel provocare da un lato certe cose che da sole potrebbero far morire l'organismo. Perciò altri elementi dell'organismo agiscono in senso opposto, e già “in statu nascendi”, allo stadio embrionale, viene effettuata la correzione.

 

Le tre funzioni principali dell'organismo devono correggersi a vicenda. Così l'idea è concepita in maniera aderente alla realtà. Chi oggi vuole occuparsi della questione

sociale, deve abituarsi a pensare in maniera conforme alla realtà. Se si affermasse su vasta scala un pensiero distorto, simile ad una caricatura, che non ha nulla a che fare con la realtà e che fa programmi partendo dalle passioni e dalle emozioni umane, ci muoveremmo a vele spiegate verso condizioni terribili. Un pensiero aderente alla realtà invece darà origine a realtà. Questa è la prima cosa da fare: acquisire un pensiero aderente alla realtà.

Repost 0
17 febbraio 2012 5 17 /02 /febbraio /2012 14:26

monti+prodiI dementi, ovvero gli appartenenti alla DODI&C, la Compagnia Dove Ogni Deficiente Impera, si sono incartati!

 

Oggi costoro non possono fare altro che proporre "democraticamente" il loro fascismo finanziario.

 

Di fatto, gli infiniti problemi dell’Unione Europea da loro creata, sono conducibili al top mondiale dell'imbecillità: la pretesa - fomentata dalla DODI&C già a partire dal tempo del governo Prodi, di costruire una casa comune europea incominciando dal tetto.

 

Quando mai una casa si costruisce così? Che roba è mai questa? L'ho detto tante volte: è la pretesa di costruire astrattamente una moneta, prima dell'economia... Di solito, prima, nel mondo delle persone sane di mente, c'è un rapporto fra chi compra e chi vende, dopo il quale, viene la moneta.

 

Invece, no. I cretini hanno voluto creare prima di tutto la moneta. Così si sono comportati come pazzi furiosi che a tavola vogliono prima defecare, e poi mangiare. Oppure come divinità burlone che creano gli eventi invertendo il rapporto fra il prima e il dopo. 

 

Ecco perché la pretesa della costruzione astratta della moneta unica si sta rivelando minuto per minuto un'assurdità, come quella di costruire, appunto, un edificio incominciando dal tetto.

 

Tanto la moneta unica, quanto il suo iniquo (in quanto forzoso) monetaggio, sono il risultato di assenza di giudizio critico, accettata a suo tempo dalla maggioranza mediatica, nonché creata e sviluppata nelle scuole dell'obbligo, a partire dalle elementari, dove con educazione cinica mascherata da civica, si addomesticarono e si addomesticano i "civili" al cinismo di chi li governa.

 

Col Trattato di Maastricht si apportò una occulta quanto radicale riforma della nostra Costituzione, senza che il popolo (concepito cretino altro che sovrano!) ne fosse informato, e senza che ne fossero portati a sua conoscenza i complessi problemi e le gravi conseguenze che il passaggio avrebbe comportato in tema di economia e di socialità, tra un regime (plurinazionale) e l'altro (nazionale).

 

Ciò è, anzi, ovviamente avvenuto, senza minimamente avvertire la responsabilità e l'onestà (anche sotto il profilo di un minimo di trasparenza) di sottoporre questi importanti problemi ad un "referendum" popolare, da indirsi in via straordinaria dal governo, proprio per sentire il polso dei cittadini.

 

Senza rispondere a questa domanda, e senza neanche presumere che qualcuno potesse formularla, si procedette alla costruzione del massimo monumento mondiale alla cretineria: l'Euro.

 

Si volle costruire l'edificio dell'Europa cominciando dal tetto e tralasciando ogni attenzione alle fondamenta.

 

Si volle creare non un'Europa dei popoli ma un'Europa dei banchieri, come se l'esigenza di munire i popoli europei di una moneta unica, creata dal nulla ed immessa in circolazione con le stesse norme ed operazioni truffaldine della banca "d'Italia", fosse stata preminente.

 

Il risultato era prevedibile (vedi le mie dichiarazioni di dieci anni fa nel video "OtelmaTV - Preveggenza non è magia"), e la Grecia di oggi ne è un esempio.

 

Solo un cane potrebbe caratterizzarla come prova del successo della moneta unica.

 

Ebbene, questo cane esiste.

 

È Mario Monti:

Repost 0

Presentazione

  • : Blog di creativefreedom
  • Blog di creativefreedom
  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
  • Contatti

Link