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9 aprile 2015 4 09 /04 /aprile /2015 12:06

Vedi anche http://bastamonopolio.over-blog.com/2014/05/la-trasformazione-dell-io-nel-noi-e-un-crimine

Esistono uomini senza io o uomini-locusta, come li definisce Rudolf Steiner: “Nella nostra epoca s’incarna una quantità innumerevole di persone prive di io, che in realtà non sono esseri umani. Questa è una verità terribile. Le vediamo intorno a noi ma non sono incarnazioni di un io, sono inserite nell’ereditarietà fisica, ricevono un corpo eterico e un corpo astrale, sono in un certo senso interiormente equipaggiate di una coscienza arimanica. Se non le si osserva con attenzione, dall’esterno sembrano esseri umani, ma non sono esseri umani nel vero senso della parola. Questa è una verità terribile, ma è qualcosa che esiste, è una realtà” (R. Steiner, GA346, “Apokalypse und Priesterwirken”, pag.185, conf. del 17/09/1924).


Le cause di questa terribile verità proviene dal materialismo che ha provocato la morte spirituale di circa un terzo dell’umanità, non più in grado di sviluppare una piena vita del pensare (o antimateriale, o spirituale). A ciò si riferisce la piaga delle cavallette dell’epoca della quinta tromba dell’Apocalisse, che sarebbe già in atto oggi nella coscienza umana; osservando la loro attività interiore, questi uomini senza io sembrano proprio delle locuste umanoidi come sono descritte nel libro dell’Apocalisse. E “non si tratta necessariamente sempre di anime malvagie, possono essere semplicemente anime che pervengono sino al livello animico, ma a cui manca l’io” (“Apokalypse und Priesterwirken”, op. cit., pag.186).


Questi esseri umani senza io sono sono sempre più frequenti soprattutto dagli anni ’90 del secolo XIX. Questi uomini possiedono corpo fisico, vitalità ed animosità, ma mancano di io. Onde, il ‘vuoto’ relativo all’assenza dell’io, può essere ‘riempito’ - prosegue Steiner - da entità arimaniche, da anime ‘vaganti’ o anche da anime che sono rientrate sulla terra in ritardo, anime provenienti da altri pianeti, da quelli nei quali a suo tempo tutta l’umanità ha vissuto prima del periodo atlantideo (cfr. R. Steiner, “La Scienza Occulta”).


Steiner sottolinea poi il fatto che queste persone - proprio per l’assenza dell’io - hanno una speciale necessità di amore e di considerazione, proprio come dei bambini, in cui l’io non è ancora incarnato. Si tratta di persone che hanno una grande predominanza dell’anima, del sentire e che provano sentimenti molto pervasivi, profondi. “Chi affermasse che non dovremmo provare partecipazione nei confronti di questi uomini privi di io, privi di personale individualità, in quanto non avrebbero una successiva incarnazione, si sbaglierebbe di grosso. Va compreso cosa vi sia propriamente in ciascuno di questi esseri, caso per caso. [...] Dobbiamo pertanto educare questi esseri in piena coscienza come degli esseri rimasti bambini” (“Apokalypse...”, op. cit., pag.187).


Cosa avviene poi a causa degli uomini senza io? Avviene che costoro incontrano regolarmente altri uomini da imitare in quanto sarebbero per loro modelli aventi pure responsabilità del loro bene. Bene, che quasi sempre è tradito, dato che è proprio così che le classi dominanti di regola si comportano nei confronti della massa di manovra che hanno a disposizione.


Questi corpi dotati di anima ma privi di io sarebbero perciò destinati a non avere più destino o karma, cioè non si reincarnerebbero più, dato che senza l’io non può esservi reincarnazione né risurrezione. Sarebbero pertanto esseri che spariscono per sempre con la morte fisica.


Come pensano questi esseri? Steiner afferma che la loro attività interiore è in certo modo automatica. Essendo a disposizione l’organismo umano nella sua totalità, in determinate circostanze può anche emergere una pseudo-moralità, suscitata dagli automatismi del cervello. Per il materialismo della chiesa cattolica, ad esempio, noi siamo costituiti di corpo e anima, dunque non abbiamo un io spirituale: nell’anno 869 d. C., la triade “corpo - anima - spirito” fu soppressa dal concilio di Costantinopoli. Questa operazione ha in effetti radici profonde che risalgono alla concezione faraonica dello schiavo. Da quel momento in poi sparì letteralmente dalla “fede” l’uomo pneumatico, cioè l’uomo dell’io, o dell’elemento sovrasensibile o spirituale o immateriale, che sarà poi, con Marx, considerato “sovrastruttura della materia”. Anche se gli antichi conoscevano l’uomo come un essere fatto di corpo, anima e spirito, il concilio di Costantinopoli dichiarava eretica questa dottrina, stabilendo che la costituzione umana era fatta solo di corpo e anima, tentando così di cancellare dalla coscienza umana, la realtà dell’io. Con Marx e Freud, la realtà cominciò ad essere creduta come costituita dal solo mondo fisico e corporeo, percepito mediante i sensi. A questa visione malata, Jung aggiungeva la realtà dell’anima, ma intrappolandola in un soggettivismo e in un relativismo vanificanti “ogni speranza di dare risposta agli interrogativi ultimi” (Lucio Russo, Intelletto d’amore, in “Massimo Scaligero. Il coraggio dell’impossibile”, Ed. Tilopa, Roma, 1982). Insomma, in un modo o nell’altro, il popolo bue dei papolatri non doveva conoscere queste cose, vale a dire il Cristo come involucro dell’io, presente in ogni uomo. Precorrendo i tempi, nell’869 d. C., a Costantinopoli la chiesa cattolica si era comportata esattamente come fanno oggi i politici quando, giocando con le parole, mettono a punto ciò che i contribuenti devono fare per lo Stato, cioè pagare.
 

La cosa è accennata più volte da Steiner nelle sue conferenze: “Negli ambienti in cui il cristianesimo era diventato ufficiale alla maniera romana, si cercò sempre più di nascondere, di sopprimere il concetto di spirito [...]. Questa tendenza conduce in ultimo al fatto che nell’VIII concilio ecumenico di Costantinopoli, nell’anno 869, fu enunciata una formula, un dogma, che nelle parole del testo forse non si esprime ancora chiaramente. Il testo del relativo decreto conciliare - canone XI - non usa i termini “anima” e “spirito”, ma si limita a condannare in modo equivoco coloro che attribuirebbero all’uomo «due anime» ma che ha finito poi per dar luogo all’interpretazione che non sia cristiano parlare di corpo, anima, e spirito: che sia invece cristiano solo l’affermare che l’uomo consta di corpo ed anima. Nell’ottavo concilio ecumenico, originariamente la cosa fu presentata con questa formula: l’uomo ha un’anima pensante e un’anima spirituale. Per non PARLARE dello spirito come di un’entità particolare [perché in tal caso avrebbero dovuto parlare dell’io - ndr], fu coniata questa formula: l’uomo ha un’anima pensante e un’anima spirituale. Ma tutto tendeva ad escludere lo spirito dalla concezione del mondo” (R. Steiner, Berlino, 27 marzo, 1917).

E ancora: “Dobbiamo ora pensare a quali interessi vi siano nella storia spirituale moderna. Persino la triplice struttura dell’organismo umano o dell’essere umano nella sua totalità, come ho spesso accennato, è stata in certo senso eliminata per la civiltà occidentale, dall’ottavo concilio ecumenico di Costantinopoli dell’anno 869: è stato elevato a dogma che il cristiano non debba credere a un’entità umana ternaria, ma solo a una binaria. Credere in corpo, anima e spirito è interdetto, e teologi e filosofi del medioevo che sapevano ancora molto della verità ebbero una gran pena a distanziarsi da essa, perché la cosiddetta tricotomia, l’articolazione dell’uomo in corpo, anima e spirito era stata dichiarata eretica. Dovettero insegnare la dualità: l’uomo consisteva di corpo e anima e non di corpo, anima e spirito. Quello che certi uomini, certi esseri sanno bene è quale enorme importanza abbia per la vita spirituale umana mettere la partizione binaria al posto della ternaria. Si deve guardare in tali profondità se si vuol rettamente comprendere perché nel numero di novembre del periodico “Stimmen der Zeit” (Voci del tempo) il padre gesuita Zimmermann fa presente che uno degli ultimi decreti del Santo Uffizio di Roma proibisce ai cattolici, sotto pena di non ottenere l’assoluzione nella confessione, di leggere scritti teosofici, di possederli o di prender parte a ogni attività teosofica. Padre Zimmermann interpreta il decreto nelle “Stimmen der Zeit” [...] nel senso che esso si applichi anzitutto alla mia antroposofia, che cioè si debba curare che quei cattolici, che vogliono essere riconosciuti da Roma come veri cattolici, non abbiano da occuparsi di letteratura antroposofica” (R. Steiner, “La missione di Michele”, Milano, 1977).

Il gesuita Otto Zimmermann aveva polemizzato contro Steiner e contro l’antroposofia su quel periodico cattolico di Friburgo, che fino al 1914 portava il nome di “Stimmen aus Maria Laach”, e che nel numero di novembre del 1919, nell’articolo intitolato “La condanna della Chiesa contro la teosofia”, il gesuita aveva esteso quella condanna del “Sant’Uffizio di Roma” anche all’antroposofia (cfr. ibid.).

Ancora due parole sul paleo mentecattocomunismo: in quel Concilio, organizzato contro il patriarca Fozio, venne stabilito nei “Canones contra Photium”, al Can. 11, che l’uomo non ha due anime, bensi “unam animam rationabilem et intellectualem” (cfr. Cornelio Fabro, “L’anima. Introduzione al problema dell’uomo”, p. 127, Editrice del Verbo Incarnato, Roma 1955, p. 127).

Un filosofo cattolico Otto Willmann, stimato da Rudolf Steiner, aveva scritto nella sua opera in tre volumi “Geschichte des Idealismus”, Braunschweig 1894, a pag. 111 del II vol.: “L’abuso operato dagli gnostici della distinzione paolina tra l’uomo pneumatico e quello psichico, dichiarando il primo espressione della loro perfezione e il secondo rappresentante dei cristiani soggetti alle leggi della Chiesa, decise la Chiesa stessa all’esplicito rigetto della tricotomia” (“La missione di Michele”, op. cit.).

Insomma, stabilendo in tal modo che la costituzione umana fosse formata soltanto dall’anima e dal corpo, la chiesa cattolica ha tentato di cancellare lo spirito, cioè l’io, dalla coscienza umana. A proseguire su questa aberrante strada dei padri conciliari, fu poi, grazie al materialismo e alle scienze, inconsciamente asservite a ciò, Karl Marx, con un secondo tentativo del genere: questa volta, però, dopo l’io, si tentò di cancellare l’anima. Da questo punto di vista Marx si  comportò esattamente come quei padri conciliari dell’869 d. C. Perciò ora abbiamo gli uomini-locusta!

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4 aprile 2015 6 04 /04 /aprile /2015 16:42

http://digilander.libero.it/VNereo/Nereo-Villa_Il-Minimo-Vitale-in-Rudolf-Steiner.htm
http://sabatoxuomo.altervista.org/il-minimo-vitale-in-rudolf-steiner.html
http://bastamonopolio.over-blog.com/2015/04/il-minimo-vitale-in-rudolf-steiner.html

Pretendere che un albero possa stare in piedi senza la terra è insensato come pretendere che l’idea dell’organismo sociale triarticolato di Rudolf Steiner possa sorreggersi senza i suoi fondamenti scientifico-spirituali a carattere antroposofico.

Questi fondamenti non sono percepibili mediante libertà di pensiero o di opinione, o mediante mere teorizzazioni astratte, intellettualismi, analiticità, giri di parole, ecc. Steiner infatti non si occupò di (e mai si batté per la cosiddetta) “libertà di pensiero”, che non reputava minimamente evolutiva, considerando ridicole e grottesche queste “libertà”, anche se in riferimento al “pensiero” dei cosiddetti “creativi”: «Le obiezioni sollevate dagli artisti che credono di trovarsi sulle vette artistiche del loro tempo, considerando le cose nella prospettiva dell’evoluzione dell’umanità si rivelano grottesche […] un tale che vuol essere un artista indipendente disse che l’architetto non deve farsi sottomettere dal cliente, ma deve creare da libero artista, secondo la sua volontà. Un bel principio questo poiché, nel caso che il cliente commissioni un fabbricato a magazzino, non sarebbe più molto contento se l’“artista indipendente” gli costruisse una chiesa. Ebbene, di queste battute ce ne sono molte. Invece si è condizionati dal tema funzionale e dal materiale. Il termine “artista indipendente” non ha quindi alcun significato. Vorrei infatti sapere che cosa farebbe l’“artista indipendente” se avesse l’intenzione di realizzare un’opera plastica sulla base della libera creatività artistica, modellando la creta per creare una Venere, e invece della Venere ne uscisse una pecora! Sarebbe per questo un artista indipendente? La parola “arte indipendente” avrebbe il pur minimo senso se un Raffaello ricevesse l’incarico di dipingere la “Madonna Sistina” e ne uscisse una mucca? Raffaello sarebbe stato un artista indipendente, certo, ma non avrebbe dipinto la “Madonna Sistina”! Quindi come per certe cose si ha bisogno solo di un linguaggio, anche qui è necessario un linguaggio unitario. Questi discorsi non hanno infatti nulla a che fare con le reali condizioni necessarie per l’evoluzione dell’umanità; importante è invece che si possieda il senso di una realtà; è che si abbia rapporto con il fare, l’agire, il lavorare» (R. Steiner, “E l’edificio divenne uomo. Verso un nuovo stile architettonico”, 2ª conf., Berlino 5/2/1913, Ed. Antroposofica, Milano 1999).

Steiner si occupò invece della liberazione del pensare, che non c’entra nulla con la “libertà di pensiero”. La liberazione del pensare conduce al pensare libero dai sensi, che ognuno può conquistarsi mediante soprasensibile percezione. E quest’ultima non c’entra nulla con l’erudizione o la cultura accademica. Ciò vale anche per la triarticolazione.

Lucio Russo, studioso dell’Opera Omnia di Steiner, caratterizza come segue la differenza fra “libertà d’opinione” e percezione sovrasensibile: «Vedete, Steiner non parla di “libertà di pensiero”, ma di “liberazione del pensiero”: non c’invita, cioè, a essere dei “liberi pensatori”, ma dei “pensatori liberi” (dai sensi). Rivendicare la “libertà di pensiero” (di opinione) è sacrosanto, ma insufficiente. È come se un detenuto rivendicasse la libertà di muoversi a suo piacimento all’interno del carcere. Immaginiamo che un mago c’incolli al binocolo con cui stiamo guardando qualcosa: non riusciremo più a staccare gli occhi dal binocolo; allo stesso modo non riusciamo nella vita ordinaria a staccare il pensiero dai sensi e dal cervello (se non dormendo). Non si tratta però di scollarsi dal binocolo (dall’intelletto) per gettarlo alle ortiche, ma per conquistarsi la libertà di servirsene o non servirsene. Nei “Dialoghi sulla libertà”, ho raccontato un fatto capitatomi molti anni fa. Stavo a letto, sul punto di spegnere la luce per dormire, quando mia moglie mi disse: “Che fai, dormi con gli occhiali?”; “Sì, perché voglio vedere bene i sogni” risposi scherzando. Mi tolsi poi gli occhiali, spensi la luce, ma, invece di addormentarmi, cominciai a riflettere: “Come mai, in effetti la miopia e l’astigmatismo non m’impediscono di vedere bene i sogni?”. Dopo averci pensato, conclusi: “Li vedo bene, perché non li vedo con gli occhi”. Feci così la piccola grande scoperta che il vedere è altro dagli occhi (che non sono cioè gli occhi a vedere, ma siamo noi a vedere attraverso gli occhi), e che possiamo perciò utilizzarli o non utilizzarli (come nel caso appunto dei sogni). Come dunque il vedere è altro dagli occhi che lo veicolano, così il pensare è altro dal cervello che lo riflette. Per realizzare che il vedere è altro dagli occhi ci basta sognare; per realizzare che il pensare è altro dal cervello, non possiamo invece usufruire di nulla che ci sia dato, come il sogno, dalla natura. Il microscopio o il telescopio ci sono forse dati dalla natura? No, ci sono dati dal lavoro dell’uomo. Ebbene, anche il pensiero immaginativo, ossia il primo livello di pensiero indipendente dal cervello, deve esserci dato dal lavoro dell’uomo su se stesso» (Lucio Russo, “Amor, che ne la mente mi ragiona. Uno studio de La filosofia della libertà di Rudolf Steiner (2013)”, libro autoprodotto dall'autore, pag. 140-141).

Ebbene, Steiner pensò la triarticolazione sociale non come mera teoria, ma con questo tipo di pensiero immaginativo, che apre le porte all’ispirazione ed all’intuizione della realtà. L’errore che fanno molti sedicenti steineriani è quello di considerarla invece come una teoria. In quanto teoria non conduce però da nessuna parte: senza i necessari fondamenti antroposofici del minimo vitale che Steiner mostrò come una vera e propria legge naturale simile a quella fisica di Boyle-Mariotte (cfr. il video “LEGGE BOYLE-MARIOTTE & MINIMO VITALE”), la triarticolazione è menomata e, in quanto tale, non può essere attuata se non come pretesto per continuare a tassare la gente in nome di un astratto reddito di cittadinanza per schiavi. Chi fatica a comprenderlo è abituato a credere a qualcuno anziché a pensare autonomamente, e ciò avviene perché «gli uomini hanno a poco a poco perso l'abitudine di pensare e pensano solo con i pensieri di chi rappresenta per loro l'autorità» (R. Steiner, "Ritmi nel cosmo e nell'essere umano. L'azione dell'eterico e dell'astrale sull'uomo e sulla terra", 6ª conf., Milano 1993).

L’incapacità di distinguere la concretezza logica (o logica di realtà) dalla logica meramente intellettuale (logica astratta) genera fraintendimenti, incomprensioni, crisi economiche e guerre conseguenti. In base al pre-giudizio secondo cui il solo mondo materiale sarebbe concreto, l’uomo si auto-condiziona ad agire in modo unilaterale ed ideologico. L’auto-condizionamento del pensare gli fa credere che tutto ciò che si astrae concettualmente dal mondo materiale sia astratto, e che pertanto non possa esistere un concetto o una concezione concreta di qualcosa, dato che per lui ogni concepire concetti è sempre astrazione. Non si accorge che questo suo credo gli impedisce la veggenza, data dalla capacità di cogliere la differenza fra una concezione concreta ed una astratta: una concezione concreta è una somma di concetti, cioè un’idea, in base alla quale si sa che da questa si può ricavare una volta una soluzione, mentre un’altra volta una soluzione diversa, e una terza volta un’altra ancora, ecc., e che a seconda delle diverse condizioni esterne si potrà quindi applicare la prima, la seconda o la terza soluzione, ecc.; una concezione astratta è invece un’idea con cui per esempio si da’ per dogmaticamente scontato, o si crede, di essere felici, o di poter rendere felici gli uomini (cfr. R. Steiner, “Esigenze sociali dei tempi nuovi”, Milano 1971, 10 ª conf.).

Ma una concezione conforme alla realtà non può essere dogmatica, anche se il dogmatismo giura sui suoi dogmi. I dogmi possono farsi valere soltanto in un modo: tiranneggiando la realtà.

Se un’idea è veramente conforme alla realtà consiste della realtà stessa, perché vive in essa.

La realtà non consiste di sole percezioni sensibili ma anche di percezioni sovrasensibili come, appunto, le idee ed i concetti, che possono essere più o meno pieni di concretezza: «solo grazie a un contenuto concreto posso sapere perché la chiocciola si trovi sopra un gradino di organizzazione più basso del leone» (Rudolf Steiner, “La scienza della libertà” in “La filosofia della libertà”, cap. 5°).

Così come un organismo vivente è mobile e non qualcosa di staticamente chiuso in sé‚ allo stesso modo è vivo un concetto o un’idea conforme alla realtà. Allora l’idea è viva e si sviluppa in varie direzioni come una radice verso il terreno, e/o come il fusto e il fogliame di una pianta verso il cielo.

L’osservazione della differenza fra un pensare conforme alla realtà e il dogmatismo è importante e necessaria per la trasformazione delle nostre abitudini negative, che sono innanzitutto abitudini di pensiero. Siamo però ancora molto lontani dal soddisfacimento di questa necessità. Molto più lontani di quanto si sappia. Un esempio della differenza fra astratto e concreto lo abbiamo nei concetti di uomo e di società. Per la scienza ordinaria l’uomo è un’unità. Così la società è intesa come unità, o come Stato unitario. L’anatomista, il fisiologo, considera il cervello, gli organi di senso, i nervi, il fegato, la milza, il cuore, ecc., come organi di un organismo o di un sistema unitario. Le cose però, a guardar bene, non stanno così. Il nostro organismo comporta tre sistemi essenzialmente differenti. L’uomo che si manifesta nel capo, cioè nel sistema neuro-sensoriale, è diverso dall’uomo che si manifesta nel petto, vale a dire nella circolazione e nel respiro, ed ancora diverso dall’uomo che si manifesta nel ricambio, cioè negli arti e nei muscoli. Attività muscolare, attività nervosa, e attività respiratoria, non hanno essenzialmente nulla in comune pur articolandosi fra loro. L’uomo è triarticolato e come tale vive nel mondo. Così è per l’organismo sociale.

Ovviamente, chi è fissato nel pensiero astratto dell’uomo unitario non può scoprire l’ordinamento sociale di cui fa parte come uomo triarticolato.

Il filo conduttore è dunque l’articolazione che l’uomo vive nei suoi tre sistemi, riscontrabili simbolicamente nel mondo esterno, dato che l’uomo ha le sue radici in tutti e tre quei mondi, sia dentro di sé che nel mondo esterno.

Solo chi considera la propria triarticolazione ha dunque il filo conduttore per osservarne poi le differenziazioni anche nell’organismo sociale di cui fa parte.

«L’organismo sociale è formato come quello naturale. E come l’organismo naturale deve provvedere al pensare mediante la testa e non mediante i polmoni, così è necessario che l’organismo sociale sia articolato in sistemi dei quali NESSUNO possa assumere i compiti degli altri e che OGNUNO debba collaborare con gli altri facendo valere la propria autonomia» (R. Steiner, “I punti essenziali della questione sociale”, Ed. Antroposofica, Milano 1980, p. 122).

«L’uomo è un essere realmente triarticolato secondo il modello della Trinità» (“Esigenze sociali…”, op. cit.).

Le prediche pretesche sul dovere di interessarsi agli altri, sono inutili se manca l’interesse reale da uomo a uomo basato sul sentimento di uguaglianza. La sapevano anche gli evangelisti: da uomo a uomo non significa da “santo padre” a uomo, o da “padre”, nel senso di “don”, diminutivo di “dominus”, “eminenza”, “eccellenza”, “signore”, “maestro”, ecc., a uomo! Da uomo a uomo significa: da uomo a uomo. Solo questo può generare comprensione concreta, amore concreto. Resta invece qualcosa di meramente astratto se si dice di amare o di voler amare tutti gli uomini. Vi è pertanto una bella differenza fra l’amore concreto e l’amore astratto.

L’amore è come il caldo che la stufa sviluppa riscaldando. Predicare l’amore dal pulpito è come dire a una stufa: poiché tu sei una stufa è tuo dovere riscaldare la stanza. Se però non si accende il fuoco, l’esortazione morale non serve (cfr. ibid.).

Un altro esempio della differenza fra astratto e concreto lo abbiamo nel concetto di “sociale”. Tutto il “sociale” che continua a presentarsi ovunque come partitocrazia, “social network”, comunismo, comunitarismo, marxismo, cattocomunismo, ecc., lo chiamo dal 1999 “mentecattocomunismo”, proprio perché è un fenomeno del tutto antisociale fin dalla sua radice fatta di impulsi antisociali. La differenza fra astratto e concreto è infatti già percepibile nella configurazione della formula fondamentale dell’unità di un partito, che sottintende di unirsi contro altre classi o partiti. Solo se si ha uno specifico odio contro gli altri si sentire il vincolo dell’unità! Impulso antisociale dunque.

Studiando la psichiatria sociale del presente, l’inglese Alex Comfort ha osservato simili impulsi antisociali in numero talmente elevato da farne un libro intitolato “Potere e delinquenza”, che da oltre mezzo secolo è il best seller in questo campo di indagine.

Ciò nonostante, il riconoscimento di queste cose continua a trovare ancora tanta resistenza nella gente perché non siamo ancora in grado di pensare in modo conforme alla realtà.

I problemi di oggi si possono però risolvere solo con un pensare conforme alla realtà.

La subconscia lotta per il dominio dell’astratto sul concreto si manifesta però sia nel mondo politico che nella gente che ne elegge le parti a governarla.

La necessità storica del presente tende più che mai all’articolazione dei rapporti fra un uomo ed un altro uomo. Tende cioè al fatto che l’uomo in quanto tale, in quanto essere vivente, e non in quanto astrazione, sia il legame fra le TRE parti dell’organismo sociale.

Insomma, che una cosa sia astrattamente esatta, o teoricamente esatta, poco importa.

Ciò che conta è solo la nostra capacità di emettere giudizi autonomi. Questo è importante per la guarigione dell’umanità odierna per lo più ammalata di rimozione del proprio giudizio critico.

Si pensi per esempio a dieci banconote. Se si passa dalla mera astrazione alla realtà e con esse si fa un pagamento, occorre essere consapevoli che con quei soldi che passano da una mano all’altra, passa in realtà da una mano all’altra l’equivalente del lavoro di un certo numero di persone, e che nelle banconote risiede il potere di costringere al lavoro un certo numero di persone. Solo con questa consapevolezza si è nella vita, con tutte le sue ramificazioni ed i suoi impulsi. E solo allora non ci si blocca più nell’astratto, e distratto, pagamento mediante denaro, ma ci si chiede il significato del passaggio da una mano all’altra di dieci banconote che chiamano al lavoro un certo numero di persone provviste di pensiero, sentimento e volontà (cfr. “Esigenze sociali…”, op. cit., 2ª conf.).

Occorre insomma imparare ad osservare il lato immateriale di fenomeni come questo relativi ad un comune pagamento. Infatti anche se, mossi dalla nostra bontà, ci sforziamo di essere buoni e regaliamo soldi a qualcuno, non gli facciamo alcun bene se non siamo mossi da un pensare conforme alla realtà e non ci curiamo della seguente osservazione: la semplice circolazione del denaro da una mano all’altra senza che con esso circoli merce, il fatto che il denaro produca apparentemente altro denaro, al di là di ogni merce, in tutto ciò vive la forza dell’astratto che domina il concreto (ibid.).

Purtroppo la struttura sociale è ancora e sempre conforme al pensiero statale romano col quale si è attuata e perciò si verifica tutto ciò che ha provocato l’attuale crisi economica nel mondo occidentale.

Dove è in gioco l’economicismo può solo prodursi rovina.

Ovviamente nell’attuale struttura sociale siamo ripetutamente costretti all’economicismo, e quindi ad agire da schiavi di questo potere, e non dovremmo negarlo facendo il gioco dello struzzo nascondendoci il problema.

Bisognerebbe invece guardare negli occhi la verità. Perché quello che ci porta il domani dipende proprio dal fatto che riusciamo a guardare negli occhi la verità.

Molto di ciò che si abbatte in modo catastrofico su di noi (suicidi, tassazione estrema, terrorismo di Stato, guerre, Isis, ecc.) proviene dal fatto che si chiudono gli occhi dinanzi alla verità, si costruiscono concetti astratti per ciò che è giusto e per ciò che non lo è, e non se ne vuol sapere di comprendere il reale, il concreto.

Le guerre per esempio ebbero sempre una loro giustificazione teologica (cfr. il video “Cosa vogliono le facoltà teologiche”) ed il catechismo della chiesa cattolica regola ancora i conflitti e la pena di morte come eventi pedagogici (Catechismo della chiesa cattolica, articoli 2266, 2267 e 2321). Ecco perché le facoltà di teologia sono funzionali allo statalismo imperialista mascherato di democrazia.

Lo studio delle due guerre mondiali non è altro che lo studio del dominio dell’astratto sul concreto, e ciò vale anche per le guerre odierne, per il terrorismo, l’Isis, ecc.

Certo, non si può pretendere che al mondo siano tutti conoscitori delle idee economiche di Steiner, ma si può ragionevolmente pretendere che lo siano almeno quelli che si dichiarano tali.

Chi conosce l’opera di Steiner sa che egli intendeva introdurre i principi della triarticolazione nell’INTERA vita sociale (vale a dire nella vita culturale, in quella giuridica ed in quella economica) spesse volte ribadendo che «la triarticolazione è campata in aria senza l’antroposofia» (R. Steiner, “Come si opera per la triarticolazione dell’organismo sociale”, Ed. Antroposofica, Milano 1988, p. 205).

L’errore dei politici è continuare a credere di aggiustare il mondo dall’alto, creando leggi, collegandole poi alle “leggi del mercato”, a quelle del “mercato del lavoro” e magari, complice il potere ecclesiastico, ai disegni della provvidenza divina, sostituita e secolarizzata poi da quella della mano invisibile dei poteri forti, cioè dei poteri economici forti.

In sostanza i politici odierni sono per lo più economisti universitari o persone che si lasciano consigliare da questi ultimi in base all’economia ortodossa imparata all’università. Pertanto non sono in grado di digerire l’universalità della concretezza economica di Steiner.

Questo micidiale paradosso della cultura odierna consiste nel fatto che università aborrono l’universalità. Perché l’universalità conduce alla libertà e la libera scelta fa da sempre a cazzotti col potere. Sembra pazzesco ma le cose stanno proprio così. Siamo in mano a “mezze calze”, direbbe Vladimir Sergeevič Solov’ëv, filosofo amato da Rudolf Steiner.

Esperti nel farsi passare per esperti di moneta steineriana, gli accademici odierni ne negano i fondamenti sociali dato che, mostrandosi dalla parte di Steiner, lo comprendono come un teorico e spiegano la sua triarticolazione della moneta come mera teoria.

Steiner però non è un teorico. Per capirlo bisogna incominciare a superare in sé l’antico e illusorio dualismo fra teoria e prassi. Teoria e prassi non sono mai collocate una da una parte ed una dall’altra, perché sono, nella fisiologia umana, aspetti della triarticolazione esistente fra pensare, sentire, ed agire umani.

Quando si va al bancomat per prelevare soldi non si agisce mai nella mera prassi: anche solo nel camminare si esprime un rapporto fra pensare, sentire (o percepire) ed agire: magari davanti allo sportello del bancomat si trovano persone che stanno aspettando il loro turno prima di noi. Aspettare in coda non è un programma da computer che vive nell’uomo come teoria o prassi: la cosiddetta prassi e la cosiddetta teoria di cui si parla dai tempi di Hegel e di Marx sono concetti illusori che non rispondono ai contenuti a cui si riferiscono. La corrispondenza tra pensiero e azione pratica può solo riguardare la traduzione in realtà di contenuti fisici e meccanici. Per un computer vanno bene perché nel computer possono esservi programmazioni e relative azioni meccaniche. Ma non si tratta di azione vera, cioè di volontà vera. Il poter realizzare nella prassi il prelievo di una somma da un qualsiasi conto bancario per versarla a favore di un gruppo di bisognosi è, sì, azione pratica, ma lo è solo in quanto si attua per il contenuto ideale che comporta: l’azione pratica non è il movimento meccanico dell’andare in banca, prendere la somma e portarla ad altri. È invece l’obbedire mediante conseguenzialità pratica a una decisione interiore che è immateriale: la volontà è lo scorrere di quella decisione in un'azione, non il suo meccanismo. La volontà non è il meccanismo dell'azione.

Scrive Scaligero: “La nascosta paura dell'uomo è liberare il pensiero dal già pensato, rinunciare ai presupposti, ai dogmi, scoprire l’innato idealismo. Paura bisognosa di sicurezza: contraddizione che Marx sagacemente prevenne con la filosofia della “prassi” riconoscibile come il movimento hegeliano dell’idea, o di tutto l’idealismo da Socrate a Gentile: farsi del vero, prassi, per virtù della “materia”, che muove come “idea”. È sufficiente, nella dottrina di Marx, sostituire la parola “materia” con “idea” e tutto va a posto: non occorre molto acume per accorgersi che la materia, autonoma, vi è ravvisata come idea, mentre si attribuisce all’idea soltanto l’autonomia della prassi, ossia l’autonomia movente dalla materia: però vista come idea” (Massimo Scaligero, “Metafisica del materialismo”, in “Il pensiero come antimateria”, Roma, 1978).

L’idea di organismo sociale triarticolato di Steiner non è una teorizzazione della società, ma un’idea organicamente e concretamente percepibile non appena riusciamo a confrontarci col mondo reale, il quale è dato sia da contenuti concreti di percezioni che dai relativi concetti e idee che li esprimono.

Le teorie invece, in quanto formulate in base a mera logica formale, sono assurdità. Sembrano non assurde. Sembrano tutte giuste. Poi, mettendole in pratica, risultano tutte sbagliate. Specialmente quelle monetarie e di economia politica.

Questi errori sono causati da ciò che si è portati a credere studiando nelle università, e cioè che tutto il pensare umano sia astratto. Ma è un pregiudizio credere che il pensare sia astratto. Come esistono concetti e pensieri astratti, così esistono concetti e pensieri concreti.

A questo punto occorre accorgersi dell’esistenza della concretezza spirituale, o immateriale, che il pensare ci offre. E ciò vale soprattutto per idee concrete come quella della triarticolazione sociale di Steiner.

Insomma, delle due l’una: o si percepisce concretamente la triarticolazione (e qui casca l’asino materialista, dato che per percepirla occorre imparare a pensare “circolarmente” secondo una logica di realtà, cioè concretamente) oppure non la si percepisce per nulla.

Il ragionamento degli intellettuali che analizzano indifferentemente tutto ed il contrario di tutto, fu dichiarato da Steiner qualcosa di spaventoso e addirittura “puzzolente”: «Ci sono poche cose, che mi siano state dette nel corso del tempo, che io abbia capito meglio di questa paura e di questo timore. Avendone la predisposizione, si può infatti ben comprendere lo spavento che deve provare l’artista quando vede casi in cui la propria opera, o un’opera che egli ama, è analizzata! Un’opera d’arte in balia dell’intelletto! Quali pensieri orrendi per quel tanto di artista che c’è nella nostra anima! È come se ci circondasse un che di simile al puzzo di cadavere, se avendo dinanzi il “Faust” di Goethe ne leggessimo in calce le note analitiche di un erudito, pur anche se appartenesse alla schiera degli esegeti filosofi, piuttosto che a quella degli esegeti filologi!» (“E l’edificio divenne uomo…”, op. cit. 1ª conf., Berlino 12/12/1911).

Oggi siamo arrivati al punto in cui il “tuttologo” dubita perfino del risultato incontrovertibile della sottrazione “due meno uno”. Se gli ribatti che, mangiando una mela di due che ne avevi, non puoi che restare con una sola mela, ti dice che “due” ed “uno” sono numeri e dunque convenzioni e che, pertanto, il risultato della sottrazione dipende dalla convenzione adottata. Egli, non distinguendo fra ritmo e misura (vedi il video “Rythmus et Mensura”) crede che tutto sia relativo, anche l’aritmetica, che ha in sé il ritmo come il cuore ha in sé il battito, se è vivo… Oppure càpita (ho sentito anche questa da una professoressa di chimica) che, in base al dato della scienza materialistica che nega l’esistenza dei colori, per la maggior parte degli intellettuali e degli accademici odierni, una rosa non può essere rossa! Ed è davvero così: costoro, vivendo in un mondo grigio, non vivono nella realtà. Non vedono. Sono ciechi volontari. Perché non sanno sperimentati interiormente alcun concetto ed alcuna idea.

Ecco perché la scienza dello spirito esorta a praticare l’esperimento del concetto, che è ben diverso dal credere o meno nel contenuto del concetto.

So per certo che Steiner, fondatore della scienza dello spirito, non avrebbe mai voluto avere intorno a sé dei mistici pieni di fede in lui, o in un istituto, o in un partito o in una legge o addirittura in una “Costituzione per la tripartizione”… Ciò esula dallo spirito del tempo moderno. Oggi siamo nell’era della scienza dello spirito, o dell’Aquario, o dell’“io so”, non più in quella dei “Pesci” o dell’”io credo”... O si è in grado di sperimentare i concetti oppure no. O si vedono le cose oppure non le si vedono. L’esperienza del concetto è importante per la scienza dello spirito.

Steiner cercò innanzitutto d’introdurre i fondamenti della triarticolazione in tutta la sfera della vita sociale, dunque nell’ambito culturale, in quello giuridico ed in quello economico. Non gli interessava la sola vita giuridica o la sola vita economica o la sola erudizione. Perché la triaricolazione sociale, vale a dire il “sabato per l’uomo”, e quindi una “moneta per l’uomo”, non possono provenire dall’alto con decreti o leggi del giuridismo o dell’economicismo, o da università prive di universalità, ma solo dal basso. Il sabato per l’uomo può funzionare solo se proviene dall’uomo che sente l’uguaglianza giuridica di se stesso con ogni altro uomo. E per Steiner ciò che conta è «cercare il vero progresso dell’umanità non in seno, ma fuori dalle tradizioni di partito» (“I punti essenziali…”, op. cit., p.163). Tutti coloro che procedono invece all’interno di tali tradizioni non possono che essere fuori dalla coerenza coi fondamenti scientifico-spirituali della triarticolazione e, a causa della sua mancanza, non riescono ad avviare alcuna soluzione dei problemi sociali oggi esistenti. Sanno benissimo che il sistema monetario è una truffa in quanto monopolio e politica monetaria, e che perfino la politica economica è una truffa già a partire dal suo concetto spurio, così come è spurio il concetto di “mercato del lavoro” e tutto quanto rientra nella logica di mercato forzosamente impiantato nella logica giuridica (ho mostrato spesse volte questa differenza essenziale di logica) (1). Eppure sono muti come pesci su questi argomenti. Anche coloro che predicano di abbassare le tasse senza dire come e perché. Si comportano esattamente come i sacerdoti che predicano astrattamente l’amore e l’interesse per tutta l’umanità. In questo contesto, la logica di realtà portata da Steiner è ancora qualcosa da venire come lo sbarco di extraterrestri sul nostro pianeta.

Per esempio, spiegando il senso della tassazione in rapporto alla massima chiarezza presente nel termine “triarticolazione”, Steiner mostra come le tasse siano un non senso, in quanto doppione. Questo doppione è costituito 1) dalle tasse scaricabili nei prezzi delle merci, e 2) dalle altre tasse, imposte sui redditi: «Dobbiamo mirare dappertutto alla massima chiarezza, e per questo ho cercato anche adesso di dare una chiara immagine della vita associativa. Per acquisire una certa coscienza in merito alle associazioni, questa sera possiamo ancora chiarire diversi problemi, rispondendo a domande. Soprattutto deve entrare a far parte delle nostre conferenze l’intenzione di essere chiari nel cercare di destare comprensione, perché è appunto la poca chiarezza delle nostre condizioni pubbliche e sociali che ha causato l’attuale stato di cose [riferimento alla prima guerra mondiale - ndr]. Voglio darne un esempio. Quando oggi si è interrogati in merito a diversi problemi, la gente pone domande schematizzate; chiede subito: come ci si deve comportare col capitale, o con la distribuzione al minuto, oppure con la proprietà fondiaria? Con riguardo a condizioni sociali sane, la questione della proprietà fondiaria è trattata nei miei “Punti essenziali” anche se in apparenza essa è toccata in modo subordinato [“I punti essenziali…”, op. cit., pag. 87 e 88 - ndr]. Ma tutto quanto oggi risulta nelle discussioni, deriva dal fatto che proprio la questione fondiaria si situa nella nostra vita sociale in maniera incredibilmente confusa. Quando si formò la moderna vita economica che conferì ad ogni cosa l’impronta di merce, per esempio anche al lavoro, nel senso che tutto si poteva comprare, anche il terreno divenne una merce: lo si poteva vendere e comprare. Ma che cos’è propriamente insito in una compravendita del terreno? Volendone afferrare il senso bisogna risalire a situazioni primitive nella quali il signore feudale aveva acquisito un certo terreno con la conquista o in altro modo, e lo aveva poi affidato a coloro che dovevano lavorarlo, per poi rendergli una certa quota in natura oppure in contributi di altro genere; questa è l’origine della rendita fondiaria. Ma a quale scopo costoro riconoscevano tale rendita fondiaria al signore feudale, o alla chiesa, oppure al convento? Che cosa rendeva loro plausibile il conferimento di tali contributi? Nient’altro che, se fossero stati invece dei piccoli proprietari che coltivavano il proprio terreno arando e mietendo, si sarebbe potuto presentare il primo venuto e cacciarli di lì. Dunque, per poter coltivare il terreno occorre che ci sia un’opportuna difesa; ora, i signori feudali avevano di solito un proprio esercito, e lo mantenevano col gettito dei contributi, impiegandolo anche per la difesa della proprietà fondiaria; la rendita fondiaria non era cioè pagata per acquisire il diritto di coltivare, ma per rendere possibile la difesa del terreno stesso. Il diritto di coltivare il terreno derivava da necessità, in quanto il proprietario terriero non poteva coltivare da solo tutto il suo terreno, e non da altri rapporti. Ma il terreno doveva pur essere difeso, e per questo si pagavano i contributi. Per analoghe ragioni si pagavano contributi ai conventi; anch’essi mantenevano eserciti a difesa delle loro proprietà, oppure erano legati per contratto affinché, mediante qualche altro rapporto di potenza, il terreno fosse reso sicuro. Cercando quindi l’origine della rendita fondiaria, la si trova nel contributo per la difesa della proprietà fondiaria. Questo si riferisce ai tempi in cui dominavano condizioni primitive, quando nel rapporto economico erano padroni i signori feudali o i conventi, ed entrambi non obbedivano a nessuno. Queste condizioni cessarono, prima in occidente e più tardi in Europa centrale, perché certi diritti dei singoli (in alcune contrade tedesche furono appunto più tardi a cessare dall’essere diritti singoli) vennero trasmessi ai prìncipi, e non si trattava affatto di un processo economico, ma di un processo politico. Con il trasferimento dei diritti si trasferì pure il dovere della difesa della proprietà fondiaria, e divenne necessario che il principe mantenesse un esercito. Per questo dovette quindi pretendere dei contributi che si trasformarono gradualmente in quello che oggi ci pesa tanto: il sistema di imposizione fiscale. Questo sistema si sovrappose all’altro; ma, fatto curioso, l’altro sistema rimase! Perse però il suo significato originale, poiché il grande proprietario terriero non doveva più provvedere alla difesa del suo terreno, vi pensava il principe o lo Stato. Ma la rendita fondiaria rimase, e nella vita economica moderna trapassò nell’ordinaria circolazione delle merci. Poiché si era perduto il vero rapporto tra rendita fondiaria e proprietà fondiaria, la rendita fondiaria poté divenire oggetto di profitto. È una pura insensatezza che è diventata una realtà: nel processo di circolazione dei valori vi è qualcosa che ha del tutto perduto il suo significato originale, con cui tuttavia si continua ancora oggi a negoziare come se fosse una merce. Dappertutto nella nostra vita economica si possono segnalare cose simili che sono sorte da fatti legittimi; al loro posto è però subentrato qualcos’altro, mentre le cose vecchie sono rimaste; ecco che queste hanno seguito qualche nuovo processo, introducendo così nella vita sociale fatti privi di senso. Se si prende la vita economica quale essa appare, e quando si è professori di economia politica si ha il dovere di pensare il meno possibile [...] si definisce la rendita fondiaria come la si trova definita nei libri, cioè priva di senso quale essa compare oggi nella vita. Si vede dunque quanto vi sia da fare per rendere comprensibile alla gente che non solo abbiamo insensatezze nel nostro modo di pensare, ma dappertutto nella vita economica. Se qualche singolo soffre perché oppresso dalla vita economica, ciò deriva appunto da tali substrati. Ecco perché si deve giungere oggi a una maniera di pensare più FONDATA, più spregiudicata e più comprensiva di quanto la si possa sviluppare sui banchi degli attuali istituti di istruzione. In definitiva, quale forma di pensiero vi si sviluppa oggi? Vi si sviluppa un pensiero che si può forse qualificare come matematico, tuttavia lo si svolge in modo che resta al di fuori da ogni realtà. Si sviluppa il pensiero appreso dalla sperimentazione, oppure dalla sistematica, il pensiero che diventa alla fine una mera formalità, come quello di Poincaré, di Mach e di altri: lo chiamano “compendiare la realtà esterna”. In breve non si sviluppa in generale alcun pensiero! E appunto perché non si sviluppa alcun pensiero, non si combina niente in economia politica» (R. Steiner, “Come si opera per la triarticolazione sociale”, op. cit., pp. 135-8).

E ancora: «Sapere cosa debba sostituire le istituzioni del passato, oggi non basta; occorre lavorare per porre le nuove idee in una direzione tale da portare il più presto possibile allo scioglimento dei vecchi partiti, e da condurre gli uomini a tendere verso nuove mete. Chi difetta di questo coraggio non può contribuire al risanamento della vita sociale; e chi ha la superstizione che tale tendenza sia un’utopia, costruisce su un terreno che sta già sprofondando» (“I punti essenziali…”, op. cit.).

Il coraggio che oggi manca è dunque quello di aprire gli occhi. Grande coraggio dunque, vista la cecità volontaria dei più e soprattutto di chi ci governa. Eppure tale coraggio dovrebbe essere solo il continuum di quello dei partigiani nostri padri di fronte al male, istituito dall’usurpatore… Ma di chi siamo figli?

Anche se siamo figli di non partigiani siamo sempre figli della terra. La crisi bancaria americana, generata principalmente dalla caduta del mercato immobiliare, ha mostrato ai terrestri che il prezzo della terra rende antisociale l’uso della terra dato che la terra non è una merce. Occorre rendersi conto che il prezzo della terra è un non senso ed un’impossibilità pratica. Non essendo prodotta dai terrestri e non avendo quindi la caratteristica delle merci scambiabili e della compra-vendibilità, la terra non dovrebbe essere considerata una merce! Ne consegue che, non essendo una merce, non può essere venduta ma solo attribuita ai terrestri senza che un prezzo debba essere pagato. L’intima essenza della terra comprende non un concetto di proprietà (diritto di proprietà) ma tutt’al più l’universalità giuridica del suo uso, giustificato dal fatto che la terra può essere solo usata, non consumata come merce, né sostituita. Insomma, il terrestre appartiene alla terra, non la terra al terrestre.

Non accettando la logica di realtà di questa fondamentale considerazione, si ottiene purtroppo un sistema legale malato, in cui l’uso della terra non riguarda tutti, ma solo coloro che se ne fanno legalmente ma illegittimamente padroni, nonostante la terra sia base di esistenza per tutti i terrestri.

Un sistema legale sano dovrebbe renderne disponibile l’uso periodico a tutti. Se questo non avviene, è solo perché primitive strutture di potere, di signoria o di forzosi sistemi legali di monopolio continuano anacronisticamente a generare l’attuale patologica e patetica distribuzione, mancante del principio di uguaglianza fra uomo e uomo. Il principio di uguaglianza dei terrestri è pertanto un’improrogabile esigenza sociale dei tempi nuovi, contemporaneamente compresa nei FONDAMENTI della triarticolazione sociale.

Questi fondamenti sono universali: appartengono ad ogni essere umano capace di pensare in modo sano, e non soltanto secondo il formalismo logico dei teorici, deficiente di realtà. Chi si ostina a pensare le cose solo formalmente non può riconoscere la validità di un fondamento concretamente connesso alla realtà.

Formalmente si può senz’altro dire che ogni fondamento è solo una parola o un concetto, o un’idea, e che ogni idea non può che essere teorica. In tal modo si può parlarne solo come di una teoria. Questa teoria può essere valida ma solo come una qualsiasi altra teoria che affermi esattamente il contrario: nel 2003 è stato possibile assegnare due premi Nobel per l’economia, uno a Robert Lucas e l’altro a Clive Granger, con motivazioni totalmente contrapposte; a Lucas il premio fu assegnato perché dimostrò che i mercati non si posso battere; a Granger fu assegnato perché dimostrò che quanto precedentemente affermato da Lucas non era vero.

Proprio in base a mere teorie astratte, in economia si può dire tutto e il contrario di tutto; e si può far sembrare ciò talmente plausibile da vincere due Nobel con motivazioni contrapposte! È di Roberto Alazar la citazione che dice: “L’economia è l’unica disciplina in cui due persone possono dividere un premio Nobel dicendo cose opposte, specificatamente nel 1974 Myrdahl ed Hayek ne divisero uno”.

Questo modo di pensare, tipico delle facoltà di economia, è diventato una barzelletta (cfr. la pagina http://web.tiscali.it/no-redirect-tiscali/nonsoloeconomia/barzellette.htm). Soprattutto in tali facoltà, oggi si impara a pensare in questo modo astrattizzato, in cui tutto è relativizzato dalla credenza che il pensare umano sia individuale, e quindi meramente soggettivo e privo di universalità. Ma anche questo è un pregiudizio (delle università deficienti di universalità). Ed è sfatato da Steiner: «Il nostro pensare non è individuale come la sensazione e il sentimento. È universale. Acquista un’impronta individuale nei singoli uomini, solo perché è in rapporto con le loro sensazioni e con i loro sentimenti individuali» (R. Steiner, “La conoscenza del mondo”, cap. 5° de “La scienza della libertà” in “La filosofia della libertà”). Se non si comprende questo, non si può spiegare schematicamente la triarticolazione steineriana dei soldi come se fosse mera teoria. Occorre imparare a pensare secondo LOGICA DI REALTÀ, soprattutto se si parla di economia! «L’assurdità delle teorie - spiega Steiner - non risulta infatti mai dal confronto con la logica, ma sempre solo dal confronto con la realtà; e la rileva chiunque si sforzi di giudicare in base alla realtà» (“Come si opera…”, op. cit., p. 105).

Oggi purtroppo la logica di realtà manca soprattutto ai sedicenti antroposofi! Servendosi della scienza dello spirito, millantano idee che non hanno, e che non sono minimamente riusciti a far proprie (sperimentandole). Così sono poi costretti a parlarne come di teorie astratte, che tuttavia dispongono da esperti nella forma di pensiero appreso all’università in modo da apparire esperti o tecnici! In verità sono esperti e tecnici di teorie che non possono che restare fuori da ogni realtà: con quattro schemi pretendono spiegare la moneta steineriana. Sono però, fino a prova contraria, schemi del tutto incomprensibili.

Il mero formalismo logico che vorrebbe essere di “compendio” alla realtà, di fatto non lo è mai. Con l’attuale modo universitario di procedere non è possibile sviluppare alcun pensiero, né alcuna comprensione, mentre è possibilissimo passare per esperti in qualsiasi campo.

Questa è in fondo la ragione per cui l’economia politica non ha mai combinato qualcosa di sano per l’organismo sociale, bensì solo cancri sociali, oggi in metastasi.

Oggi per dimostrare di essere provetti economisti, o provetti in qualsiasi altro campo, basta complicare in schemi universitari qualsiasi cosa si voglia spiegare pur non avendola compresa neanche da lontano! Se in tali loro complicazioni schematiche e piene di formule vi fosse un minimo di concretezza si evocherebbero contenuti comprensibili a tutti, così com’è comprensibile a tutti, per esempio, che i lati del triangolo equilatero hanno la medesima misura.

Non pretendo ovviamente con ciò di abolire formule o teoremi. «Dall’osservazione esterna della vita non si acquisisce un’idea sui fondamenti della triarticolazione, proprio come non si capisce il teorema di Pitagora per quanti triangoli rettangoli si osservino. Una volta che però lo si sia capito, lo si può applicare ad ogni triangolo rettangolo. Lo stesso succede per le leggi FONDAMENTALI. Una volta afferrate nel modo giusto e secondo realtà, sono applicabili ovunque [...]» (Rudolf Steiner, “La questione sociale: un problema di consapevolezza”, 2ª conferenza).

La «base della vera vita dell’organismo sociale» (R. Steiner, “La questione sociale: un problema di consapevolezza”, 2ª conf.) consiste nel nesso fra economia steineriana e minimo vitale per tutti, dalla nascita alla morte.

Questo nesso spaventa i diffidenti nella misura in cui pensano superficialmente le cose: non riuscendo ad osservare la divisione del lavoro come fratellanza, vorrebbero istituire la fratellanza per legge. Questa è la malattia dei politicanti: credere di aggiustare il mondo creando leggi e non accorgendosi che l’unica “legge” funzionante è quella che da sempre recita: “Fatta la legge, trovato l’inganno”.

Di fatto, la divisione del lavoro è già fratellanza scientifica, dato che ognuno lavora già per gli altri. Occorre rendersene conto: come farebbe una moltitudine di persone, ciascuna delle quali lavorasse per se stessa, a costruire una nave, o un aereo, o una centrale elettrica? Non ce la farebbe. Perché? Perché perfino per realizzare un semplice panino il panettiere non ce la farebbe mai se dovesse per se stesso prima arare il campo in cui seminare il grano, costruire un mulino per macinarlo, e così via! Oltretutto lavorare per sé significa avere un compenso che di per sé non potrebbe mai bastare a compensare tutti coloro che dovrebbero lavorare a tali realizzazioni.

Non serve dunque a nulla imporre per legge l’amicizia, la fraternità e la solidarietà come vorrebbero fare i politicanti attuali (non è una mia esagerazione questa, ma sto esponendo un fatto reale)!

L’essenziale consapevolezza del contenuto concettuale di solidarietà comporta una nuova consapevolezza, quella del cosiddetto credito, dato che ci rende coscienti del fatto che, fin dalla sua origine il credito, capace di compensare ogni essere umano, è accresciuto dall’incremento della cooperazione di tutti. Chi se ne accorge, si accorge anche che il benessere non può essere diviso più di quanto non lo sia la divisione del lavoro. Invece il leguleio, o il “dottore della legge”, che per eccesso di diffidenza nell’uomo o di paura del domani, non se ne accorge e pensa solo a farsi i fatti suoi, credendo di poter separare il proprio benessere da quello altrui, riesce solo a caricare gli uomini di pesi insopportabili, che poi disdegna perfino di toccare. È così che l’uomo si procura poi solo carestie e guai (Vangelo di Luca 11,46), dimostrando di non saper fare il proprio interesse. Il suo è infatti un egoismo insano. Mi sembra che occorra un sano egoismo invece, almeno per vedere il sopraddetto nesso esistente fra rendita agraria e minimo vitale. Ecco perché nella «triarticolazione considerata come elemento fondamentale» (ibid.) Steiner non può omettere il nesso fra “rendita agraria” e “minimo vitale” fornito dalla suddivisione di quest’ultima col numero degli abitanti di un determinato territorio: «Se [...] prendiamo la rendita agraria di un determinato territorio e la dividiamo tra il numero di abitanti del territorio in questione, ricaviamo un quoziente che fornisce l’unico possibile minimo vitale. È una precisa legge, come ad esempio lo è la legge di Boyle-Mariotte per la fisica che non può essere diversa [...]. È una legge che sta alla base della vera vita dell’organismo sociale. Su questi argomenti si può riflettere correttamente [...] solo a partire dalla triarticolazione considerata come elemento FONDAMENTALE» (ibid.).

Se dunque «solo a partire dalla triarticolazione considerata come elemento FONDAMENTALE» (ibid.) si può correttamente riflettere su questi argomenti, questa considerazione è necessaria per accorgersi che l’idea di moneta è strumentale all’uomo solo se rispecchia i rapporti di uguaglianza nel diritto, di libertà nella ricerca e di fraternità nell’economia proveniente dalla divisione del lavoro in rapporto concreto alla condivisione del conseguente credito, capace di compensare ogni essere umano ed incrementato dalla cooperazione di tutti.

La moneta steineriana, trasformata nelle schematizzazioni degli economisti mediante formule può, sì, diventare un teorema, ma solo se è in grado, come ad esempio il teorema di Pitagora, di valere per tutti i triangoli rettangoli, così da essere comprensibile per ogni essere umano. Solo così l’essere umano può ritrovare la fiducia in un credito reale. Oggi invece usiamo una moneta che è un debito imposto in modo forzoso da un diritto di Stato che ne ha monopolizzato il conio, la stampa e la sua creazione elettronica, dal nulla, e senza alcuna garanzia di valore.

Non vedo perciò alcuna differenza fra la banda Bassotti consistente nella schiera di neo-proci, che si calano nelle nostre tasche come saccheggiatori sempre nuovi dell’economia, della cultura e del diritto, e la schiera degli accademici o degli economisti o dei “tecnici”, esperti nell’insegnare la moneta steineriana epurata dal fondamento del minimo vitale, e soprattutto nel confondere il diritto di Stato con lo Stato di diritto.

Responsabili di questo stato di cose siamo tutti! E lo siamo nella misura in cui aspettiamo Ulisse a liberarci, senza accorgerci che Ulisse è ognuno di noi.

È infatti impossibile una spiegazione del denaro triarticolato, circolante in una vita economica risanata, senza parlare della quota che di esso spetterebbe ad ognuno come rendita agraria. Steiner usa proprio il concetto di “quota” per spiegarlo: «quota della superficie del suolo (calcolata sulla media della fertilità e delle possibilità di coltivazione) che corrisponda alla totalità del suolo produttivo» (14ª conferenza de “I capisaldi dell’economia”) ad ogni abitante di un territorio. E

mostra con chiarezza l’esigenza di un naturale minimo vitale possibile per la vita di ognuno: «Poniamo per ipotesi che un territorio economico abbia 35 milioni di abitanti (il numero è indifferente; e quel che dico riguardo a un campo economico chiuso vale anche per l’economia mondiale) [...]. Quando si incominciasse a risanare la vita economica, bisognerebbe dare ad ogni singolo individuo una quota della superficie del suolo (calcolata sulla media della fertilità e delle possibilità di coltivazione) che corrisponda alla totalità del suolo produttivo divisa per 35 milioni. [...] Ciò che ho esposto qui [...] corrisponde proprio alla realtà [...] in quanto il processo economico divide effettivamente la superficie del suolo fra un dato numero di individui, i quali poi devono lavorare in modo adeguato tutto quanto spunta dal suolo» (14ª conferenza de “I capisaldi dell’economia”).

Perché i sedicenti steineriani rifiutano di prendere consapevolezza di queste parole anziché sgomitare “antroposoficamente” per apparire accademici? Non si sono ancora accorti che la triarticolazione è per tutti e rifiuta di essere per una casta di “accademici” o esperti di monetaggio che ne negano i fondamenti?

La rendita agraria che spetta ad ognuno è la vera sintesi risolutiva del problema sociale. È davvero una questione di consapevolezza: «La rendita agraria, che in certo qual modo può essere valutata in base alla produttività che ha un terreno sito in una certa zona, conferisce per così dire una determinata somma per una porzione di territorio nazionale. Il valore del terreno è determinato dalla sua produttività, vale a dire dal tipo e grado di sfruttamento razionale rispetto all’economia generale. Oggi è difficile farsi un’idea chiara del semplice valore agrario, perché nell’economia capitalistica moderna la rendita da capitale o il capitale si sono confusi con la rendita agraria, perché l’autentico valore economico della rendita agraria è diventato un’immagine illusoria a causa del diritto ipotecario, del credito ipotecario, delle obbligazioni e di altro del genere. Di conseguenza tutto è stato trascinato in rappresentazioni assurde e non rispondenti al vero [...]. Immaginiamo però che [il valore della rendita agraria - ndr] equivalga semplicemente al valore economico del fondo e del terreno di una zona (del fondo e del terreno con riferimento alla sua produttività). Esiste un rapporto necessario tra la rendita agraria e quanto ho indicato prima come minimo vitale di un essere umano. Oggi [secondo millennio - ndr] esistono alcuni riformatori e rivoluzionari sociali che sognano di eliminare in assoluto la rendita agraria, che credono di eliminarla nazionalizzando o collettivizzando, come dicono loro, i terreni. Qualcosa non viene però eliminato cambiandole forma. Il fatto che sia tutta una collettività a possedere il terreno o che siano diverse persone non elimina l’esistenza della rendita agraria. La maschera solo, le conferisce solo altre forme. La rendita agraria di cui ho detto esiste sempre [...]. Il soddisfacimento può esistere tra gli esseri umani solo tenendo conto di queste realtà. Se infatti si dirige il pensiero inteso a ordinare, a trasformare la realtà, nella direzione voluta dalla natura dell’organismo sociale, il resto va da sé e non può neppure succedere che uno si creda svantaggiato rispetto all’altro [...]. Solo sotto l’influsso della triarticolazione si possono prendere provvedimenti che sviluppino su un territorio la convivenza umana nel modo più produttivo. La vita si svilupperà infatti nel modo più produttivo solo seguendo le leggi sociali e non agendo contro di esse; si tratta cioè di vivere nel senso dell’organismo sociale» (“La questione sociale: un problema di consapevolezza”, op. cit.).

Finché non ci si accorgerà che la triarticolazione sociale non può attuarsi dall’alto in quanto la sua attuazione è una questione di consapevolezza del cittadino, non si uscirà dalla crisi: si continuerà a parlare come fanno i buffoni di corte (cfr. “Sul buffone eristico”). Diceva Platone: “Una delle punizioni che ti spettano per non aver partecipato alla politica è di essere governato da esseri inferiori” (cfr. ibid.)!

Certo, bisogna pure incominciare e correggere il tiro. Ciò che conta è incominciare a pensare il sociale in modo sociale e non antisociale o settario. Perché mascherare di sociale il dominio dell’uomo sull’uomo è ancora una volta incrementare la schiavitù ponendosi dalla parte accademica che la governa.

«Come i fanciulli hanno diritto all’educazione, così i vecchi, gli invalidi, le vedove, gli infermi, hanno diritto al sostegno nell’ambito dell’organismo sociale, come il contributo occorrente per l’educazione di coloro che sono ancora incapaci di produrre. L’essenziale in tutto questo è che il fissare le entrate spettanti a chi non guadagna da sé non debba dipendere dalla vita economica, ma che, viceversa, la vita economica diventi dipendente da ciò che a tale riguardo risulta dalla coscienza della giustizia. Coloro che lavorano in un organismo economico avranno, in meno di ciò che hanno prodotto col loro lavoro, quel tanto che deve essere devoluto a chi non è in condizione di lavorare. Ma questo “meno” sarà diviso, in egual misura fra tutti i componenti l’organismo sociale, quando saranno messi in opera gli impulsi sociali che abbiamo indicati. Dallo Stato politico, separato dalla vita economica, ciò che è un interesse generale dell’umanità, cioè l’educazione e il mantenimento degli inabili al lavoro, verrà veramente trattato come tale, perché nel campo dell’organizzazione politica tutti gli uomini divenuti maggiorenni devono poter interloquire.

Un organismo sociale, che corrisponda al modo di pensare qui esposto, farà affluire nella comunità il sovrappiù di lavoro che un uomo compie in virtù delle sue attitudini individuali, come per la minor produzione dei meno dotati attingerà dalla stessa comunità quanto è giustificato per il loro mantenimento.

Il cosiddetto plus-valore non sarà prodotto per il godimento ingiustificato di singoli, ma per l’aumento dei beni, materiali o spirituali, che possono essere forniti all’organismo sociale e per l’assistenza a quanto nasce dal grembo stesso di questo organismo, senza potergli servire in modo immediato.

Chi è incline a credere che l’articolazione fra le tre strutture dell’organismo sociale abbia solo un valore ideale, e che questa risulti “da sé” anche nell’organismo statale unitario, o in un’associazione economica comprendente il dominio statale, e basata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, dovrebbe rivolgere lo sguardo alla natura speciale delle disposizioni sociali che devono risultare dall’attuazione della detta triarticolazione. Ad esempio, non sarà più l’amministrazione statale a dover riconoscere il denaro come mezzo legale di pagamento, ma questo riconoscimento dovrà fondarsi su misure emanate dai corpi amministrativi dell’organizzazione economica, perché in un sano organismo sociale IL DENARO NON PUÒ ESSERE ALTRO CHE UN ASSEGNO SU MERCI PRODOTTE DA ALTRI, che noi possiamo ritirare dal campo generale della vita economica, dato che a questo campo abbiamo ceduto altra merce prodotta da noi.

Con la circolazione del denaro un campo economico diventa unitario. Nel giro della vita economica ciascuno produce per tutti. Entro il campo economico si ha a che fare unicamente con valori di merci; in esso prendono carattere di merci anche le prestazioni che si svolgono nelle organizzazioni spirituali e statali. Ciò che un maestro fa per i suoi scolari, è merce per l’ambito economico. Al maestro le sue attitudini individuali NON sono pagate, così come all’operaio NON è pagata la sua forza di lavoro. All’uno come all’altro può essere pagato solo quanto, partendo da loro, può essere merce o merci nel giro economico. Il modo in cui la libera iniziativa e il diritto possono funzionare affinché si produca merce permane fuori dal giro economico, così come resta fuori dal giro economico l’azione delle forze naturali sul prodotto del frumento in un anno di abbondante o di scarso raccolto. Per il giro economico, sia l’organizzazione spirituale in merito a quanto questa richiede come provento economico, sia anche lo Stato, sono singoli produttori di merce. Tutto quanto questi producono nella loro sfera d’azione non è però merce, ma diventa merce quando tutto ciò è accolto nel giro economico. Essi non svolgono interessi economici nei loro rispettivi campi, ma li svolge l’amministrazione dell’organismo economico col FRUTTO delle loro prestazioni.

[…] La questione del denaro non sarà mai risolta in modo soddisfacente da uno Stato per mezzo di leggi; gli Stati attuali la potranno risolvere soltanto se rinunzino da parte loro alla sua risoluzione, e lascino al mero organismo economico le misure necessarie per risolverla» (“I punti essenziali…, op. cit., cap. 3°).

Gli intellettuali o gli accademici che trovano troppo difficili queste cose, non cerchino dunque di “semplificarle” con schemi e formulette che nessuno capisce, perché in tal modo potranno solo continuare le loro economie da barzelletta, che hanno portato all’attuale catastrofe…

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(1) La logica di mercato e la logica del diritto sono due logiche essenzialmente differenti. Non vanno confuse. In base alla prima, è logico distruggere una merce per renderla scarseggiante, così da poterne elevare il prezzo. In base alla seconda, tale distruzione è illogica perché con la sua esclusione si potrebbe saziare la fame dei meno abbienti. Ho fatto spesso questo esempio: parlando di mafia, scriveva Giovanni Falcone: “È notorio che la Comunità europea concede un indennizzo per la distruzione degli agrumi in eccesso” (G. Falcone, “Cose di Cosa Nostra”, Ed. Rizzoli, Milano), e ancora: “Be’- dice Contorno - tutti sanno all’interno di Cosa Nostra che la mafia è implicata fino al collo nella distruzione di agrumi da cui ricava sensibili profitti” (ibid.).

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28 marzo 2015 6 28 /03 /marzo /2015 16:19

Questo testo PDF "Sulla manomissione della triarticolazione di Steiner" contiene i fondamenti scientifico-spirituali per un minimo vitale (reddito di base) incondizionato e per tutti dalla nascita alla morte.


Geminello Kan(t), nu me rompe 'l ca! di Nereovilla

[...] Nel 2003 è stato possibile assegnare due premi Nobel per l’economia, uno a Robert Lucas e l’altro a Clive Granger, con motivazioni totalmente contrapposte: a Lucas il premio fu assegnato perché dimostrò che i mercati non si posso battere; a Grangeri fu assegnato perché dimostrò che quanto precedentemente affermato da Lucas non era vero. Proprio in base a mere teorie astratte, in economia si può dire tutto e il contrario di tutto; e si può far sembrare ciò talmente plausibile da vincere due Nobel con motivazioni contrapposte! È di Roberto Alazar la citazione che dice: “L’economia è l’unica disciplina in cui due persone possono dividere un premi o Nobel dicendo cose opposte, specificatamente nel 1974 Myrdahl ed Hayek ne divisero uno”.
Questo modo di pensare, tipico delle facoltà di economia, è diventato una barzelletta... (Fonte: "Sulla manomissione della triarticolazione di Steiner").

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10 marzo 2015 2 10 /03 /marzo /2015 14:22

Il “Cristo” meramente utilitaristico, cioè “morto inutilmente” (Galati 2,21) in quanto utile solo a delineare la preminenza della gerarchia confessionale rispetto alla gente comune è connesso al greco “chrestos”, che significa appunto utile (adatto, idoneo, abile).

L’antico concetto di uomo libero era infatti riferito, nelle sedi di iniziazione ai mondi spirituali, al corpo fisico come strumento “più adatto” e completo per l’evoluzione dell’io, che ha luogo proprio mediante l’uso ed il consumo del corpo fisico anche in rapporto alla sofferenza ed al dolore.

“Christos”, in latino “Christus”, significa invece “unto”, ed è la traduzione letterale dell’ebraico “Masciach”, “Messia”. Nell’antichità erano “unti” i sacerdoti, i re e i profeti, e ciò che era venerato a dicembre era il più grande “unto” dell’intero universo: lo spirito del Sole.

In base a questa conoscenza gli iniziati facevano l’esperienza riassunta nelle parole di Paolo: “Non io, ma il Cristo in me” (Galati 2,20-21), che significano: non il mio io pieno di egoismo deve prevalere; questo si deve fare strumento (“chrestos”) per l’io cristico (“Christos”).

Infatti era notorio che nella morte “moriva” solo lo strumento fisico, il chrestos, mentre lo spirito, il Christos, poteva “risorgere”, secondo la sua natura immateriale, in ogni individuo umano. Ecco perché l’antica formula per la morte del “chrestos” era: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”, mentre per il Christos era: “Mio Dio, mio Dio, quanto mi hai esaltato!”.

Nell’ebraico antico le due frasi suonano quasi uguali: “Elì, Elì, lemà sabactàni” (mi hai GLORIFICATO) ed “Eloì, Eloì, lemà azabtàni” (mi hai ABBANDONATO; da “azàb”, “abbandonare”, verbo formato dalle lettere ain, zain e bet).

In effetti, l’espressione “Eli, Eli, Lama Sabachtani” non ha mai significato “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Significa originariamente il contrario. Sono le parole sacramentali utilizzati dall’iniziazione finale nell’antico Egitto, come anche in altre regioni, durante il Mistero della messa a morte del “chrestos” nel corpo mortale, con le sue passioni animali, e la resurrezione dell’uomo spirituale come Christos illuminato in un’aura ora purificata (equivalente alla “seconda nascita” di Paolo, il “nato due volte” o a quella iniziatica dei brahmani, ecc.). Queste parole erano rivolte all’io superiore dell’Iniziato (“Sé Superiore”), lo Spirito divino in lui nel momento in cui i raggi del sole mattutino si riversavano sul corpo in trance del candidato, e dovevano richiamarlo alla vita della sua nuova rinascita. Tali parole, poi distorte a fini dogmatici, erano indirizzate al Sole spirituale interiore, e significavano “Mio Dio, mio Dio, come mi glorificherai!” (cfr.: http://www.lcc.cc/tlc/lxvii1/eli.htm; in merito a “chrestos” vedi anche: http://www.truthbeknown.com/suetoniuschresto.html).

Questo fatto, di cui oggi non si parla più, ha portato al capovolgimento della logica riguardante la risurrezione dell’io e, di conseguenza, si arriva a predicare la risurrezione del corpo come se il corpo fosse la cosa più importante dell’essere umano; o come se la “manna” dell’uomo fosse il cibo che lo nutre come mero corpo terrestre, materiale.

Le cose però non stanno così. Una immortalità del corpo che senso avrebbe? «Non posso che concordare con Haeckel quando dice di preferire a un’immortalità, quale molte religioni la insegnano, “l’eterno riposo nella tomba”. Infatti l’idea di un’anima che sopravvive allo stesso modo di un essere sensibile mi appare un abbassamento dello spirito, un ripugnante peccato contro lo spirito» (Rudolf Steiner, 1861-1925).

Il “manas” indica in sanscrito l’intelligenza dell’io umano, e questo “manas” fu sempre sentito provenire dall’alto. Gli indiani d’America lo adoravano nel dio “Manitù”. Nell’antica Grecia fu conosciuto come la forza del “Minotauro” dominata da “Minosse”. La civiltà “minoica”, col suo culto del toro, fu appunto quella del rinvenimento della ragione per tornare alla luce (attraverso il famoso filo di Arianna, simboleggiante il filo nel “labirinto” della ragione, o del “manas” appunto). Era il periodo in cui tale forza incominciava ad essere percepita non più proveniente dalla sede del torace o del cuore ma da quella del capo umano.

Questa aurea attività interiore e solare, in grado di generare ricchezza spirituale e materiale (perfino il termine capitalismo proviene da “capo”, “testa”, “cranio”, “Golgota”), era perciò in grado di soddisfare anche ogni desiderio di cibo, cioè della cosiddetta “manna” del mondo ebraico. “Man” è anche la radice dell’umanità stessa. Ma cos’è la manna umana se non il talento dell’io umano, generatore di ricchezza sia spirituale che materiale? Bisognerebbe chiedersi dunque per quale ragione le confessioni religiose odierne non vogliono testimoniare che tale intelligenza è quella stessa del Logos o del Cristo in ogni essere umano. Hanno forse paura dell’intelligenza della natura umana? Sembra proprio di sì, dato che è sempre più evidente che la si vorrebbe, in un modo o nell’altro, rendere schiava, o crocifiggerla ancora, la croce essendo la massima espressione del materialismo.

Quando il cristianesimo divenne religione di Stato (verso la fine del quarto secolo circa) entrò infatti in esso qualcosa che non era più cristianesimo. E cos’era? Era l’imperialismo della romanità in declino. L’ampia e profonda saggezza che nei primi secoli cristiani tentava di compenetrare il mistero del Golgota (cranio) e tutto ciò che vi si ricollega, fu travolta dal materialismo occidentale, che lentamente, dal quarto secolo in poi, pervase la civiltà occidentale ed oggi è l’espressione del passaggio verso il materialismo cattolico, connesso all’”uomo dei dolori”, cioè al “chrestos”, non al “Christos”.

Con ciò si produsse una frattura nel mondo della cristianità. L’immagine del Cristo crocifisso e sofferente, che da allora in poi perdurò per secoli, non permise più di afferrarlo nella sua essenza immateriale e risorgiva come io in ogni essere uomo. Ed oggi il Cristo è percepito solo come particola, come corpo materiale, senza che l’io trionfi come vincitore e custode dell’umanità.

La stessa idea della nascita umana o del Natale si è impoverita al punto che il più grande evento è stato ridotto ad un banale processo fisiologico, sperimentabile consumisticamente (cena di Natale) o tutt’al più sentimentalmente (auguri di Natale).

Eppure attraverso l’idea del passaggio evolutivo verso l’io che proviene dall’alto entra nell’uomo qualcosa che non può comprendersi materialisticamente.

Due sono dunque i mondi che questo passaggio riunisce: il mondo sensibile e quello sovrasensibile. L’io umano appartiene a quest’ultimo. L’io non è percepibile mediante i sensi ordinari. Per percepire l’io occorre abbandonare l’ordinaria percezione sensibile. Questo ABBANDONO dei sensi ordinari apre la porta alla percezione sovrasensibile, la quale procura la GLORIA dell’io-Logos, consistente nella via, nella verità e nella vita di ciò che è eternamente alto. Perfino la parola “alto” ha la medesima radice “al” di “Allah”, “Elyon”, “Eloah”, “Eloim”…

Ogni nascita, così come ogni morte, è gloriosa, perché ogni cambiamento fa parte di una evoluzione. E questo riguarda anche ogni abbandono. L’“abbandono” comporta, anche etimologicamente, un “bando” o una “bandiera” da lasciare. In fondo si lascia una rappresentazione per un’altra rappresentazione, un pensiero per un altro, perché questa è la vita del pensare. L’essenza di ciò che nasce e di ciò che muore ha in sé una forza che va oltre quella mera nascita o quella mera morte.

A questo punto del ragionamento sembra quasi di ritornare nella mistica degli antichi o delle antiche scritture. Ma non è così. Credo, anzi, sia sbagliato usare le antiche scritture, come ad esempio la Bibbia, per dimostrare con interpretazioni mistiche o incapaci di uscire dal misticismo che l’uomo è qualcosa di essenzialmente alto o, quanto meno, diverso dalla terra. In realtà l’uomo è essenzialmente extraterrestre, e bisognerebbe avere il coraggio di scoprirlo e casomai verificarlo con le scritture DOPO averlo scoperto. Per verificarlo occorre semplicemente identificare l’individuo umano non con la terra o con la mineralità o con la materia, ma col suo io, percepibile solo in modo sovrasensibile. Noi non siamo il nostro corpo. Siamo gli abitatori di esso, e solo in quanto tali siamo extraterrestri. Io oggi sono diverso da ieri o dal tempo in cui avevo tre, o trenta, o sessant’anni, perché la mia “terra” cambia sempre ed ogni sette anni è completamente diversa perfino nella sua struttura ossea (la fisiologia lo dimostra: ogni sette anni, il nostro corpo fisico si trova rinnovato: nessuna sua cellula, da quella dei muscoli a quella dello scheletro, vive più di sette anni). Io invece pur cambiando sempre sono sempre io. E questo è quello che conta. Perché ogni io è eterno: non è mai nato e mai morirà.

Da questo punto di vista è interessante notare in Africa, in Mali, la tribù dei Dogon: «Questa popolazione possiede sorprendenti conoscenze astronomiche. I Dogon, infatti, sanno dell’esistenza di Sirio B, una piccola stella orbitante intorno a Sirio e del tutto invisibile ad occhio nudo. E si noti che gli astronomi occidentali, fino alla metà del XIX secolo, non sospettarono l’esistenza di Sirio B che fu poi fotografata solo nel 1970. Come fanno i Dogon a sapere che Sirio è una stella doppia? A quanto essi stessi dicono, queste conoscenze sono state loro trasmesse dagli abitanti di un pianeta di Sirio B sbarcati sulla terra. E queste creature venute da Sirio, che i Dogon chiamano Nommo, erano a forma di pesce e dovevano vivere nelle acque perché anfibie» (A. Anzaldi, L. Bazzoli, “Dizionario di astrologia”, Ed. Rizzoli, pag. 282). Il nome “dogon” è molto simile a quello di una divinità filistea, “Dagon”, a volte rappresentata come mezzo uomo e mezzo pesce, di cui parla anche la Bibbia (Giudici, 16,23; I° Samuele, 5,2; 5,3-7; I° Cronache, 10,10; I° Maccabei, 10,83-85; 11,4). Si noti l’assonanza anche con l’ebraico “daghìm”, “pesci”, plurale di “dag”, pesce”.

Certamente il credente nell’uomo come essere meramente terrestre troverà mille ragioni per dimostrare che l’extraterrestre non esiste. Però per affermare anche una sola di queste ragioni dovrà, per forza di cose, contrapporsi alle forze del cielo o provenienti dall’alto per affidarsi a quelle provenienti dalla terra. Dovrà, per forza di cose, credere più ad un impercepibile “quanto” che al proprio percepibile io, ricadendo di nuovo nel misticismo che, grazie alla scienza, dal tempo di Galileo avrebbe dovuto imparare a superare... Anche questo riguarderà comunque la sua evoluzione di essere umano.

La GLORIA dell’io-Logos è in ebraico “kavòd”, che significa letteralmente “peso”.

È interessante notare come questo “peso”, a dispetto di ogni forza di gravità terrestre, tenda verso l’alto.

Forse è per questo motivo che il soppesare è anche sinonimo del pensare. A questo punto è interessante osservare che nella misura in cui è possibile la riflessione concettuale, il cervello si allontana dalle forze gravitazionali e della pesantezza materiale grazie alle forze idrostatiche del liquido cefalo-rachidiano: grazie alla presenza di questo liquido (detto “liquor”) il cervello pesando un settantesimo del suo peso reale rende possibile la riflessione concettuale. Se pesasse completamente sui nervi cranici, schiacciandoli, vale a dire premendo sullo spazio sub-aracnoidale intracranico che risente di tutte le variazioni di pressione (dovute alla respirazione mediante inspirazione ed espirazione) del liquido cefalo-rachidiano, non esisterebbe né la vita del pensare né la stessa vita umana.

Questa cosa è talmente importante che nella prima conferenza del ciclo “I capisaldi dell’economia” Rudolf Steiner incomincia proprio con questa considerazione con la quale concludo queste riflessioni:

«Io parlo ora soprattutto a studenti, per indicare loro come ritrovarsi nell’economia politica. Di conseguenza desidero dire quel che ora è più essenziale. Quando nacque il bisogno di sollevare problemi di economia politica, eravamo già in un tempo in cui non si aveva più la capacità di pensiero atta ad abbracciare un campo come questo; mancavano ormai, semplicemente, le idee adeguate. Voglio mostrare che era così mediante un esempio tratto dalla scienza naturale.

Noi uomini abbiamo il nostro corpo fisico, ed esso ha un peso come lo hanno gli altri corpi fisici. Dopo il pasto esso pesa più di quanto non pesava prima; tanto che si potrebbe controllarne l’aumento con una bilancia. Ciò vuol dire che l’uomo è sottoposto alla legge di gravità. Ma solo con tale gravità, che è una qualità di tutti i corpi ponderabili, non potremmo fare molto, e l’uomo sarebbe costretto a girare il mondo come un automa, non come un essere cosciente. Ho detto spesso che cosa occorra perché ci possiamo formare dei concetti che abbiano un valore, cioè che cosa occorra all’uomo per pensare. Il cervello umano, preso per sé, pesa circa 1400 grammi. Se questi 1400 grammi gravassero sulle arterie che stanno alla base cranica, le schiaccerebbero completamente. Non si sopravvivrebbe un istante se il cervello umano fosse fatto in modo da gravare con tutti i suoi 1400 grammi! È davvero una fortuna per gli uomini che esista il principio di Archimede secondo il quale, nell’acqua, ogni corpo perde tanto del suo peso quanto è il peso del liquido che esso sposta. Il cervello galleggia nel liquido cefalico e perde così 1380 grammi, poiché tale è il peso della massa liquida che corrisponde al volume del cervello umano. Il cervello preme con soli 20 grammi sulla base cranica, e questa pressione è sopportabile. Ma se ci domandiamo “a che serve tutto ciò?” dobbiamo rispondere: con un cervello che fosse soltanto massa ponderabile non potremmo pensare. NOI NON PENSIAMO CON CIÒ CHE È SOSTANZA PESANTE, MA PENSIAMO CON LA SPINTA ASCENSIONALE. LA SOSTANZA DEVE PRIMA PERDERE IL PROPRIO PESO, E SOLO ALLORA POSSIAMO PENSARE. NOI PENSIAMO CON CIÒ CHE VOLA VIA DALLA TERRA [ecco dunque che il pensare umano sussiste in quanto si collega all’alto o a ciò che è antigravitazionale! - nota mia].

Siamo però coscienti in tutto il corpo. E da che cosa siamo resi coscienti in tutto il corpo? Nel nostro corpo esistono 25 bilioni di globuli rossi (25 mila miliardi), i quali sono assai piccoli, ma anche pesanti, perché contengono ferro. Ognuno di questi 25 bilioni di globuli rossi galleggia nel siero del sangue, perdendo del suo peso tanto quanto sposta di liquido, così che anche in ogni singolo globulo rosso viene generata una spinta ascensionale; e proprio 25 bilioni di volte. NEL NOSTRO CORPO INTERO NOI SIAMO COSCIENTI GRAZIE A CIÒ CHE SPINGE VERSO L’ALTO. Possiamo così dire che quando ingeriamo degli alimenti, essi devono anzitutto venir alleggeriti, trasformati, perché possano servirci. Tale è l’esigenza dell’organismo.

Ora la capacità di pensare a questo modo e di regolarsi in conformità si era perduta nell’epoca in cui era diventato necessario pensare ai problemi economici. Da allora in poi si tenne conto soltanto dei corpi ponderabili, senza ricordare ad esempio che in un organismo una sostanza ha un comportamento diverso in rapporto alla sua gravità quando subisce una spinta ascensionale» (Rudolf Steiner, “I capisaldi dell’economia”, 1ª conferenza, Dornach, 24/07/1922).

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21 febbraio 2015 6 21 /02 /febbraio /2015 11:07

Rendersi conto che da secoli il mondo è dominato dall'impero britannico forse fa paura. Ed è forse per questo motivo che non si vuole associare anche l'Iskcon (Movimento per la Coscienza di Krishna) ai servizi segreti britannici, o i Beatles alla guerra dell'oppio...
Come mai nessun politico, nessun economista, nessun teologo, nessun giornalista, ecc., si accorse mai di questo dominio, fatto storico straordinariamente importante? Perché solo Rudolf Steiner denunciò più volte questo fatto (cfr. ad es. "Esigenze sociali dei tempi nuovi", Milano 1971, nota 20, pag. 300)?
La carta geografica della suddivisione dell'Europa dopo il 1918, cioè all'indomani della prima guerra mondiale, fu pubblicata già 28 anni prima (1890) dall'inglese Labouchère sul settimanale "Truth" con Austria e Cecoslovacchia indipendenti, con la Germania suddivisa e con lo spazio russo sul quale erano scritte le parole: "Deserto. Stati per esperimenti socialistici" (Arthur Polzer-Hoditz, "Kaiser Karl", Zurigo 1928, pag. 91, in Rudolf Steiner, op. cit.).
Emerge da ciò una precisa volontà politica: gli anglofoni volevano e vogliono dominare il mondo schiavizzandolo economicamente con esperimenti socialistici in ambiti non anglofoni. Anche l'odierno proficuo rapporto dell'Inghilterra e dell'America con l'euro e con l'eurozona mostra che come si intrapresero in Russia esperimenti socialistici che per precauzione non si vollero intraprendere in Occidente, generando la prima guerra mondiale, e poi la seconda come contraccolpo, così oggi le medesime potenze anglofone continuano ad esercitare la loro tendenza nel fare esperimenti monetari a spese dell'eurozona... In questo contesto appare evidente che è il terrorismo di Stato a generare terrorismo, Isis, ecc...

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18 febbraio 2015 3 18 /02 /febbraio /2015 10:25

http://sabatoxuomo.altervista.org/sul-senso-della-psicoterapia.html

La psicoterapia non ha senso se ridotta a mera analisi dialettica (lo stesso dicasi per ogni teologia, ideologia, sociologia, dottrina confessionale, dottrina politica, ecc.).

Solo superando il limite dialettico, l’io può attuare la propria consapevole indipendenza dalle forze del pensare, del sentire e dell’agire: perché l’io è il soggetto di queste e non viceversa. Quando l’io è invece posto come oggetto fra oggetti da analizzare, o parola fra parole di un dialogo il cui Logos è mero nome di qualcosa fra altri nomi di cose, tutto è astratto. Tutto è morta astrattizzazione. Allora non ci si muove più fra enti o eventi reali. Ci si ferma alle definizioni di questi, credendo di muoversi attraverso di loro per risolverne le probabili problematiche.

In realtà non si risolve nulla col cervello se non si supera il suo limite. Il limite dialettico è il limite della funzione cerebrale, il cui compito è riflettere specularmente la realtà. La realtà dialettica comporta non solo la comunicazione verbale ma anche quella non verbale, che però il cervello non può riflettere. Solo l’io può farlo: intuitivamente. Non il nervo. Non l’apparato sensoriale. Mediante l’apparato sensoriale si può sentire per esempio se fa freddo o caldo. Non si può sentire se le tonalità cromatiche di quel dipinto sono calde o fredde. Qui solo l’io può intervenire con la propria percezione sovrasensibile, o immateriale, dato che l’io stesso è l’essenza del sovrasensibile e del non materiale.

Dunque solo grazie al superamento del limite cerebrale l’io può avere una consapevole relazione con la triade di forze costituita dal pensare, dal sentire, e dall’agire, che caratterizzano la natura umana. Tale superamento è in fondo un DECONDIZIONAMENTO perché l’io non è per nulla obbligato a percepire col cervello le cose. Se lo fosse non avrebbero senso le arti. Per esempio non percepiremmo musica ma meri hertz.

L’uomo antico pensava, sentiva ed agiva - si dice - col cuore. Ed è vero. Per esempio le antiche Upanishad riconoscevano nel “centro” del cuore la sede dell’io superiore dell’uomo. Questi antichi testi parlano però anche di una perdita di questo centro ad opera dell’uomo razionale. Perché la via era quella diretta al cielo. Lo stesso evento del Golgota parla del passaggio dal cuore al cervello. “Golgota” significa infatti “cranio”, che è la custodia del cervello.

L’uomo razionale odierno, pur riconoscendo culturalmente questa perdita, può comunque ritrovare COSCIENTEMENTE il centro del cuore, grazie all’atto libero del pensare. Ovviamente lo ritrova non come possibilità dell’uomo antico, bensì come possibilità dell’uomo moderno.

Se un tempo l’esperienza della sede cardiaca esigeva l’eliminazione del pensare per incentrarsi nel cuore, cioè nel sentimento della fede, oggi la razionalità esige il superamento del limite cerebrale. Questo superamento non significa convertire la direzione dal cuore al cervello verso la via dal cervello al cuore (che sarebbe una conversione verso il basso). Significa non porre limiti al conoscere, vale a dire non impedire di trovare nella propria sede il contenuto del proprio essere. L’orientamento nuovo, cioè il superamento, non deve condurre al centro antico del cuore, ma al cuore che sta oltre il cranio, verso l’alto, nell’elemento solare, cuore luminoso del nostro sistema solare.

Il senso ultimo della logica dovrebbe essere appunto quello di riportare all’uomo l’originario perduto principio, oggi nuovamente presente, grazie ad una razionalità capace di dominare e di estinguere se stessa. Il principio va solo ritrovato oltre la soglia dialettica del pensiero. Ma appunto occorreva che questa soglia ci fosse, per poterla ora scorgere e superarla.

Compito dello psicoterapeuta odierno dovrebbe dunque essere quello di garantire all’uomo, cioè alla sua individuale esperienza, la realtà di una coscienza superiore che ognuno può rinvenire in se stesso. Infatti così come non può esistere una coscienza che non presupponga una sopra-coscienza (a meno che si tratti di una coscienza deficiente), allo stesso modo non può esservi una psicoterapia che non abbia come fine ultimo l’esperienza dell’io, vale a dire del fondamento stesso della coscienza, cioè di un RESPONSABILE aiutatore e risolutore IMMANENTE all’uomo, in cui tutta la trascendenza sia presente e pronta ad attuarsi appunto come io.

Il riconoscimento dell’io è l’unico modo per ritrovare il fondamento, perché l’unico fondamento è l’io. La psicoterapia dei nuovi tempi non può prescindere da questo riconoscimento se vuole guarire l’uomo dall’insufficiente consapevolezza rispetto a una realtà del mondo che ha nell’io stesso il fondamento. Una realtà priva di tale correlazione cosciente può solo presentarsi all’uomo come caos, sfuggente a qualsiasi logica. L’uomo chiede di guarire del traviamento che lo porta a considerare fondamenti dell’esistenza oggetti, o enti, o miti, che sempre poi finisce per scoprire come inconsistenti, e ciò gli procura di continuo dolore e malattia.

Il non essere libero dell’uomo consiste nell’appoggiarsi a sostegni effimeri. Egli li considera fondamenti e dona loro forze ideali ed attività interiore (attivismo confessionale religioso e/o partitocratico, politico, movimentistico). In tal modo prepara le sue delusioni.

L’errore dell’uomo non libero è il fraintendimento in base al quale attribuisce a fondamenti che non sono fondamenti (in quanto estranei all’io), valori che comunque scaturiscono da lui. In altre parole, evitando di conoscere in sé il fondamento, che è la misura vera del valore, ogni volta che fonda la sua sicurezza su situazioni o cose o esseri, il cui valore sorge da una relazione che egli non conosce, l’uomo traduce sostanzialmente in ideale di vita e in sapere il proprio condizionamento!

La psicoterapia ridotta ad analisi dialettica è dunque insensata perché non riesce a relazionarsi con gli oggetti che analizza. Si prenda per esempio l’oggetto “inconscio”. Come è possibile conoscere o a far conoscere - dovrebbero chiedersi gli psicoterapeuti - qualcosa che come l’INCONSCIO della “Psicoterapia” è per definizione inconoscibile? Occorre dunque uscire dalle parole, dalle loro definizioni e da ogni dialettismo, se si vuole essere nella vita del pensare, che non è la dialettica ma essenzialmente quanto è prima e dopo di essa come “io” o soggetto della vita del pensare.

Si prenda, come altro esempio, l’oggetto “fraternità”. La relazione con questo oggetto, per quanto possa essere terapeuticamente analizzato, non è possibile alla psiche, bensì solo all’io. L’oggetto “fraternità” analizzato è perciò sostanzialmente privo del contenuto di coscienza a cui si riferisce, avendo di altruistico soltanto un’embrionale intenzione impossibile da svilupparsi: come fa l’uomo psicanalizzato ad andare da sé al fratello della fraternità se non conosce se stesso come io? Egli come uomo sarebbe anche predisposto ad accettare un compito etico in cui riversare il suo bisogno di sentirsi sociale ma dal momento che non può uscire dalla propria soggettività, in quanto non ne conosce né suppone il limite riflesso, questa sua prontezza si riduce in definitiva al timore di dover essere veramente fraterno. E ciò di cui necessita il suo “socio”, o prossimo, o altro da sé, è tutt’altro da ciò che egli ama rappresentarsi per godere della buona coscienza della fraternità e dell’azione sociale.

Una psicoterapia incapace di connessione col fondamento dell’io è solo oscurantismo, adatto alle tenebre dei nuovi tempi che stiamo vivendo.

Il connettersi al mondo secondo l’identità del fondamento è una verità antica, che i testi antichi, detti sacri, riportano in varie espressioni. Queste scritture ci ricordano che l’amore verso le cose o gli esseri è reale solo se rivolto all’ATMAN che li sostiene, sia pur esso ALLAH, YHWH, ELYON, GEOVA, ecc. C’è però fra uomo antico e l’uomo moderno una diversità profonda riguardo alla realizzazione di questa relazione con questi nomi di entità divine. L’uomo antico che le pensava aveva già in quel pensiero l’iniziale fluire delle forze del divino: il suo pensiero non era disanimato dalla cerebralità come quello dell’uomo d’oggi è disanimato dal cuore. L’uomo moderno che pensi l’ATMAN, l’essenza, il fondamento, il LOGOS, ha a che fare con un’immobile astrazione, la cui unica possibilità di movimento è formale: logica o dialettica. L’uomo odierno necessita di una vivificazione di rapporto del pensiero, non con l’ATMAN o col LOGOS, ma con se stesso! Questo è il senso dell’ascesi del pensare, che è il suo proprio compito secondo lo spirito del tempo in cui vive attualmente, cioè oggi, non ieri, che sarebbe anacronistico e impossibile. Eppure lo fa: vive nell’anacronismo generando crisi in tutto il pianeta.

Insomma, nella misura in cui l’uomo ricava la propria coscienza mediante cerebralità vincolata al centro delle forze di vita (e quindi connettendosi astrattamente o ideologicamente alla fonte della propria vita interiore) non può avere rapporto con tale centro, dato che fondare la sua consapevolezza su un pensato (ideologia) anziché sul pensare significa basarsi su un pensiero fisso, cioè non animato, non sulla vita del pensare, che in quanto vivente non può essere disanimata. Volgere in tali condizioni (di pensiero dogmatico, ideologico o partitocratico) all’esperienza di profondità della coscienza o della sede metafisica del cuore, significa provocare situazioni patologiche, tendenti a rivestire sembianza psicologica o mistica. Significa fingere l’illuminazione… e perfino sorridere “alla Osho”, cioè senza motivi, alla civiltà della menzogna che si vorrebbe mutare, e che gattopardianamente non si riesce mai a mutare in quanto si presume partire e “animarsi” da un pensato fuori di sé, anziché da movimento interiore, che si muove in sé (anima).

Quando l’esperienza della psiche è impedita da “pensati” (dogmi di pensiero, dogmi scientifici, regole di comportamento, morali eterodirette, ecc.) psichicamente annodati alla razionalità, il lavoro basale occorrente dovrebbe essere, per forza di cose, innanzitutto la conoscenza di quei nodi. La PERCEZIONE del nodo è appunto l’inizio del suo scioglimento, affinché il pensare il sentire e l’agire, liberati, non evadano dall’umano ma ritrovino nell’uomo interiore il loro centro, dato che solo così hanno la forza di operare in lui.

Fuori da questo centro, l’attuale pensare, sentire, ed agire, la mente ordinaria, la psiche quotidiana, sono costretti a manifestarsi a un livello sub-umano. La costrizione proviene da un unilaterale movimento del pensare rivolto a temi del tutto ideologizzati, cioè astrattamente cerebrali.

Pertanto, la presenza di filosofi, sociologi, terapeuti, esperti, tecnici, ecc., capaci di rappresentare il disagio o le contraddizioni della civiltà, rischia di essere un ulteriore tranello, affinché non si conosca la situazione quale realmente è, e non si esca da quel disagio. Talune denunce, o critiche del mondo contemporaneo, sono esse stesse espressione del livello a cui tale mondo si è degradato e hanno perciò il compito di fornire illusorie vie di rettificazione, affinché tutto lo status quo permanga com’è senza cambiare di una virgola.

La situazione della civiltà è in definitiva antiscientifica. Perché tutto ciò che manifesta, rimanda logicamente all’identificazione del principio interiore dei valori che afferma; ma quell’identificazione, che dovrebbe essere decisiva per la relazione cosciente col fondamento, sembra essere l’unica cosa impossibile alla scienza.

La scienza infatti rifiuta di conoscere il principio stesso, dato che in ogni dottrina psicologica e psicopatologica di ispirazione empiristica o naturalistica, il concetto dell’io è considerato qualcosa di inautentico, addirittura è pensato come uno pseudoconcetto, in quanto privo di autonomo fondamento di realtà e di razionalità! Contraddizione questa, la cui assurdità si va esprimendo nelle varie forme di DESTINO dell’umanità odierna; forme in realtà inspiegabili a una ragione umana vincolata al limite che presume criticare.

In questa penosa mancanza di logica e di obiettività dell’analisi dialettica che oggi prende il posto della psicoterapia, un contributo all’orientamento di quest’ultima, e perciò all’indagine psicologica verso la conoscenza che essa presuppone e contemporaneamente elude (!), non potrà che essere la conoscenza dei suoi mezzi interiori e della loro scaturigine che è METADIALETTICA! La responsabilità che la moderna psicoterapia assume nella funzione di portatrice di tale contraddittoria conoscenza, può essere alleggerita solo dal fatto che talune personalità coscienti e moralmente responsabili operino psicoterapicamente attingendo soprattutto dalla LORO autonoma intuizione.

Occorre rendersi conto che anche se i fatti della psiche confinano con quelli del corpo o vi ineriscono o ne sono stimolati, ciò non significa che siano prodotti dal veicolo fisico! Significa solo che è ora di verificare se tali fatti possano essere seguiti, oltre tale veicolo, nella psiche, vale a dire in veicoli che - pur non essendo percepibili sensibilmente, materialisticamente - non si può dire che non siano quotidianamente percorsi dall’autocoscienza: dato che proprio tali fatti sono correlati unicamente alla psiche, implicando il suo essere, PRIMA del suo manifestarsi. L’uomo interiore può ripercorrere i fatti della psiche, percezioni extra-coscienti comprese, può sperimentare tutte le forze dell’attività interiore, ma a condizione di realizzarsi anzitutto come “io” cioè come il soggetto che mediante queste esperienze quotidianamente si estrinseca.

Una coscienza che non attui se stessa non può edificare come scienza la propria fenomenologia.

Non c’è fenomenologia che non presupponga il proprio principio. E nel caso della psicoterapia, il principio è l’io, cioè il soggetto stesso dell’indagine fenomenologica.

Una coscienza che non sia autocoscienza, grazie alla percezione del processo metadialettico di continuo presupposto dalla propria attività, non può porre i temi della psiche e della coscienza. La chiave del problema è pertanto L’ESPERIENZA METADIALETTICA. Di questa esperienza dovrebbe imparare ad accorgersi lo psicoterapeuta, il politico, il parlamentare, l’economista, il monetarista, ecc., dato che non vi sono solo comunicazioni dialettiche, ma anche comunicazioni non dialettiche, sovrasensibili, immateriali, spirituali, intuizioni. Basta uno sguardo per comunicare qualcosa…

Il compito di seguire mediante strumenti fisici la fenomenologia psichica, presuppone essenzialmente quello di stabilire fino a che punto la fenomenologia coincida con processi fisici e dove invece manifesti la propria realtà come indipendenza da quelli; e in tal caso dove sia ritrovabile il reale livello dei suoi principi: così che non si confonda l’elemento fisico con quello psichico, né questo con quello spirituale, né si creda di seguire l’uno, mentre si è annodati all’altro.

Per la moderna ricerca, l’indistinzione tra questi elementi è tale che la ricerca procede senza supporre alcun problema di distinzione. Le forme mediante cui la ricerca si estrinseca come Sapere, si svolgono grazie ad un’elaborazione strutturale-deduttiva, connessa al perfezionamento dei mezzi di registrazione dei processi fisici, che si presume siano indicativi dei moti della psiche solo per il fatto che si accompagnano a questi. Al tempo stesso gli eventi della coscienza sono visti indipendentemente dalla loro distinzione a seconda che abbiano origine corporea, o spirituale, o che esprimano un eccesso o un difetto dell’azione dell’io su uno dei suoi veicoli, psichico, vitale, fisico.

La distinzione non può essere un fatto meccanico, né determinabile mediante nozioni, bensì un atto costituito da un pensare che va oltre la dialettica, di volta in volta attingente esso stesso al fondamento.

Attraverso i temi che tratta, l’indagine psicologica, per essere anche psicoterapeutica, dovrebbe pertanto essere in grado, senza vincolarsi a premesse metafisiche di sorta (anche il credere all’inconscio o alla materia è una fede metafisca), riconoscere su base logica il proprio assunto spirituale, nonché l’esigenza di requisiti qualitativi dell’indagatore, affinché la sua conoscenza della psiche sia esperienza pura. Se l’oggetto psichico è veramente percepito, il pensare non ha nulla da aggiungervi, perché nella percezione consiste ed è già la sua identità con l’oggetto. Solo allora il contenuto metadialettico può farsi dialettico, dato che, a quel livello, la moralità e la conoscenza, coincidono e solo allora tale contenuto risulta oggettivo evento scientifico, non determinato da esigenze etiche bensì, da esigenze scientifiche.

Chi sa sperimentare eventi (e non solo processi) della psiche, sa anche verificare come le attività della psiche, pur essendo stimolate dalla vita materiale, in realtà sorgono e si continuano mediante movimenti del tutto INDIPENDENTI da tale vita materiale. Perciò è anche in grado di rinviarli all’io, cioè ad un fondamento su cui poggia la corporeità stessa. Egli può cogliere nella contemplazione di quel movimento, il fondamento meta-dialettico da cui quel movimento scaturisce e opera come vita psichica. Il fondamento ha bisogno della mediazione dei sensi, per esprimersi come coscienza di sé, necessaria all’immediato rivelarsi del mondo al livello dei sensi. Per cui allo scienziato che confonda il principio della forma con la sua manifestazione, o il concetto con la cosa, la coscienza può apparire fondata sull’organismo corporeo e il mondo apparire esclusivamente sensibile, materiale. Ma se la coscienza non è cosciente del proprio fondamento, non può decidere circa un altro fondamento. Ecco perché il terapeuta psicologo o psicoterapeuta non può avere alcuna comunione con l’altrui fondamento, ignorando il proprio! L’identità interiore con l’alterità corporea, non è in verità coscienza: è l’illusoria coscienza che assume come reale (e perciò traducibile in scienza) il fenomeno privo della relazione ideale mediante cui il fenomeno ogni volta gli si offre da osservare. Per cui dell’uomo egli può contemplare solo l’animale, cioè la natura destituita di io o di spirito. Non può, come coscienza psicoterapica, comprendere il suo male, né aiutarlo a guarire.

In quanto esseri umani, in tutti i casi odierni di indagine psicologica, psichiatrica, psicoterapeutica, sociologica,, ecc., e in generale scientifica riguardante l’antropos, dovremmo sentire essenziale avvertire come le ricerche scaturiscano sempre dal fondamento dell’io, anche e soprattutto quando i ricercatori psicoterapeuti non ne siano consapevoli e/o quando nel loro materialismo scientifico si oppongano a tale fondamento. Certamente un simile sentire è improbabile per chi crede l’essere umano nulla più di un animale. NON può esistere ricerca mediante la quale tale fondamento non esiga essere contemplato. Volenti o nolenti, l’io è il fondamento che nell’oggettività del mondo cerca il mistero del proprio essere, del finito e dell’infinito. I ricercatore se è onesto può ritrovarlo. E lo ritrova come realtà sovrasensibile entro la sfera sensibile, anche se questa sembra negarla, essendo però illusoria nella misura in cui la nega.

 

Bibliografia essenziale:

Massimo Scaligero, “Psicoterapia. Fondamenti esoterici”, Ed. Perseo, Roma 1974.

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12 febbraio 2015 4 12 /02 /febbraio /2015 09:35

L'uniuca è diventare dementi. Quindi:

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7 gennaio 2015 3 07 /01 /gennaio /2015 17:09

Col 2015 nasce il nuovo sito

 

IL SABATO PER

 

L'UOMO

 

Visitatelo, o bestie!

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29 dicembre 2014 1 29 /12 /dicembre /2014 18:46

La rivelazione odierna è quella in cui all’uomo si manifesta l’elemento divino quando riesce ad abbandonare lo stadio della coscienza primitiva in cui considerava reale solo quello che poteva vedere con gli occhi e toccare con le mani, cosicché richiedeva anche per la sua vita morale motivi di azione anch’essi percepibili grazie ai sensi. In quello stadio di coscienza primitiva l’uomo richiedeva un essere che gli comunicasse queste ragioni in modo comprensibile ai suoi sensi, e se le lasciava dettare come “mitzvòt” (parola ebraica che significa “consigli”, generalmente tradotta come “comandamenti”) da uno o più uomini ritenuti più assennati e più forti di lui, o che per qualche altro motivo riconosceva come potenze poste al di sopra di lui.

In questo modo nacquero i principi morali dell’autorità familiare, statale, sociale, ecclesiastica e divina.

L’uomo più in basso della scala evolutiva crede ancora a un altro singolo uomo; quello un po’ più progredito si lascia dettare le norme morali da una collettività (Stato, società). Entrambi si basano sempre su potenze percepibili. Chi invece arriva finalmente ad avvertire come in sostanza si tratti soltanto di altri uomini deboli come lui, si rivolge per spiegazioni a una potenza più alta, a un essere divino, al quale però attribuisce qualità percepibili dai sensi.

Si fa comunicare da questo essere il contenuto concettuale della sua vita morale, ed anche questo in un modo percepibile, sia che il Dio gli appaia in un roveto ardente, sia che passi fra gli uomini in forma umana, e dica loro con parole, afferrabili dall’orecchio, quello che devono e non devono fare.

Il più alto grado evolutivo di questo realismo primitivo è nel campo della moralità quello in cui il comandamento morale (l'idea morale) è pensata indipendentemente da ogni entità estranea e ipoteticamente come forza del tutto proveniente dal proprio interno.

Ciò che l’uomo sentiva prima esteriormente come voce di Dio, lo sente ora come potenza a sé nel suo interno e parla di questa sua voce interna in modo da porla al riparo della coscienza.

Con ciò è già abbandonato lo stadio della coscienza primitiva, e si è già entrati nella regione in cui alle leggi morali quali norme, si da’ un’esistenza autonoma (cfr. Rudolf Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 10°).

A questo stadio evolutivo si entra nella terza rivelazione dello spirito. Intendo per spirito la forza di autopresentazione che più o meno verso il 3° anno di età permette al bambino di riconoscersi come “io” per individuare ste stesso nei suoi rapporti col prossimo. Si tratta di una forza logica e dinamica (logodinamica) avente qualità immateriale. Ciononostante è percepibile dall’uomo, anche se questa percezione appartiene non più al mondo sensibile o materiale ma a quello sovrasensibile o immateriale, e quindi spirituale.

La terza rivelazione è la rivelazione dell’io come spirito santo, ed è l’ultima e definitiva rivelazione dell’elemento divino nella divino-umanità. La prima fu quella dell’autopresentazione dell’io, la seconda fu quella del suo esprimersi nonostante la croce, e la terza è quella odierna in cui l’io è percepibile come luce interiore da ogni essere umano come involucro protettivo di se stesso. Con questa rivelazione dello spirito, ogni tradizione termina in quanto lunare: la luce riflessa della luna non basta più all’uomo, il quale esige di vedere direttamente la provenienza solare di quel riflesso. Il Libro materiale della prima e della seconda rivelazione (Bibbia e Vangeli) sono nella terza rivelazione trasformati nel Libro immateriale che ogni essere umano porta in sé come io.

Certamente chi catechizza i suoi simili come facevano duemila anni fa gli apostoli, i quali ricevettero dal Cristo la missione di andare a portare la buona notizia a tutti, è giustificato dai Vangeli, dato che costoro sono stati i primi annunciatori (catecheti) della buona novella. Questa catechizzazione però non c’entra con la terza rivelazione. Il periodo dei primi catecheti è quello della seconda rivelazione. Ma oggi siamo nella terza.

Nessuno lo dice perché nessuno se ne è ancora reso conto, e tutti i diversi gruppi confessionali odierni (protestanti, mormoni, testimoni di geova, evangelici, ecc.) si comportano ancora come i catecheti della seconda rivelazione.

La prima rivelazione, che evidentemente non è stata ancora compresa, fu quella di Mosè: era il tempo del bue Api e della precessione solare nel Toro. Mosé disse allora che il nome di Dio era “Io sono” perché la voce che udì quando chiese a Dio il suo nome fu “Eié escer eié”, vale a dire “Io sono l’Io sono”, oppure “Sarò” (eié) “quel che” (escer) “sarò” (eié). Perché l’“io” avrebbe dovuto incarnarsi in ogni essere umano.

La seconda rivelazione fu quella del pesce “Ictús” e della precessione solare nei Pesci. “Ictús” è infatti per l’alfabeto latino l’acronimo di “Iesûs Christós Theoû Uiós Sotér”, cioè “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”.

Oggi siamo nella terza rivelazione dello spirito, quella di cui il Cristo diceva: vi manderò lo spirito di verità (Gv 14,16; 14,26; 15,26; 16,7), e siamo - anche se vi sono ancora astronomi che dicono che stiamo solo entrando - nella precessione solare dell’Acquario, segno zodiacale dell’equilibrio fra pensare sentire e volere. Lo spirito di verità (detto anche “paraclito” o “consolatore” o “spirito santo”) non è altro che spirito scientifico applicato anche alle cose immateriali del mondo soprasensibile, di cui l’io umano è un esempio.

In effetti l’idea della triarticolazione sociale non è un’invenzione ma una scoperta di Rudolf Steiner, il quale non inventa alcunché. Si accorge semplicemente di un grave errore fatto dalla chiesa cattolica come impedimento all’avvento dello spirito promesso dal Cristo, che è anche la sua seconda venuta nel pensare umano.

In base a tale scoperta si arricchisce, ovviamente in modo conveniente allo spirito del tempo attuale, la primigenia tricotomia platonica e paolina, in base alla quale l’uomo fu sempre caratterizzato in base alla triarticolazione corpo-anima-spirito.

Il sopracitato grave errore della chiesa fu l’abolizione dello spirito nell’869 (Concilio di Costantinopoli) e con ciò della tricotomia paolina, che oggi, Era della terza rivelazione, dovremmo, sì, predicare ma come triarticolazione dell’organismo sociale, vale a dire come reale rivoluzione cristiana.

In questa pagina non parlerò della triarticolazione sociale, ma della terza rivelazione dello spirito, a partire dall’errore della chiesa, che nella sua mania di controllare le anime dal confessionale, ne ha impedito lo sviluppo.

La terza rivelazione è l’ultima e sarà valida per sempre (Gv 14,16), ovviamente quando incomincerà a svilupparsi. Posso dire di averla studiata per circa trent’anni incominciando dal 1972, quando mi accorsi dell’opera di Rudolf Steiner, che considero pontefice spirituale dei tempi nuovi.

Nell’869 d.C. la tricotomia fu dunque soppressa dalla chiesa cattolica mediante il Concilio di Costantinopoli.

Le radici di questa soppressione sono antichissime, perché l’opera antiuomo, anticristiana ed anti trinitaria, risale alla concezione faraonica dello schiavo, e questo concilio ne fu figlio, dato che dall’869 d.C. in poi sparì letteralmente dalla “fede” l’uomo pneumatico, cioè l’uomo dell’io, o dell’elemento sovrasensibile o spirituale o immateriale, che sarà poi, con Marx, considerato “sovrastruttura della materia”.

Anche se gli antichi conoscevano l’uomo come un essere fatto di corpo, anima e spirito, il Concilio di Costantinopoli dichiarava eretica questa dottrina, stabilendo che la costituzione umana era fatta solo di corpo e anima, tentando così di cancellare dalla coscienza umana, la realtà dello spirito, cioè dell’io.

Con Marx e Freud, la realtà cominciò ad essere creduta come costituita dal solo mondo fisico e corporeo, percepito mediante i sensi.

A questa visione malata, Jung aggiungeva, sì, la realtà dell’anima, ma la intrappolava in un soggettivismo e in un relativismo vanificanti “ogni speranza di dare risposta agli interrogativi ultimi” (Lucio Russo, Intelletto d’amore, in “Massimo Scaligero. Il coraggio dell’impossibile”, Ed. Tilopa, Roma, 1982).

Insomma, in un modo o nell’altro, la maggior parte degli esseri umani non conobbe queste cose, vale a dire il Cristo come involucro dell’io, presente in ogni uomo.

La chiesa cattolica, precorrendo i tempi, nell’869 d.C., si era comportata a Costantinopoli esattamente come fanno oggi i politici quando, giocando con le parole, mettono a punto ciò che i contribuenti devono fare per lo Stato, cioè pagare, sostituendo così in campo sociale il concetto di spirito umano con quello di contribuente.

L’eliminazione dello spirito umano è sottolineata spesso da Steiner: «Negli ambienti in cui il cristianesimo era diventato ufficiale alla maniera romana, si cercò sempre più di nascondere, di sopprimere il concetto di spirito [...]. Questa tendenza conduce in ultimo al fatto che nell’VIII concilio ecumenico di Costantinopoli, nell’anno 869, fu enunciata una formula, un dogma, che nelle parole del testo forse non si esprime ancora chiaramente. Il testo del relativo decreto conciliare - canone XI - non usa i termini “anima” e “spirito”, ma si limita a condannare in modo equivoco coloro che attribuirebbero all’uomo “due anime” ma che ha finito poi per dar luogo all’interpretazione che non sia cristiano parlare di corpo, anima, e spirito: che sia invece cristiano solo l’affermare che l’uomo consta di corpo ed anima. Nell’ottavo concilio ecumenico, originariamente la cosa fu presentata con questa formula: l’uomo ha un’anima pensante e un’anima spirituale. Per non PARLARE dello spirito come di un’entità particolare [perché in tal caso avrebbero dovuto parlare dell’io - ndr], fu coniata questa formula: l’uomo ha un’anima pensante e un’anima spirituale. Ma tutto tendeva ad escludere lo spirito dalla concezione del mondo» (R. Steiner, Berlino, 27 marzo, 1917). E ancora: «Dobbiamo ora pensare a quali interessi vi siano nella storia spirituale moderna. Persino la triplice struttura dell’organismo umano o dell’essere umano nella sua totalità, come ho spesso accennato, è stata in certo senso eliminata per la civiltà occidentale, dall’ottavo concilio ecumenico di Costantinopoli dell’anno 869: è stato elevato a dogma che il cristiano non debba credere a un’entità umana ternaria, ma solo a una binaria. Credere in corpo, anima e spirito è interdetto, e teologi e filosofi del medioevo che sapevano ancora molto della verità ebbero una gran pena a distanziarsi da essa, perché la cosiddetta tricotomia, l’articolazione dell’uomo in corpo, anima e spirito era stata dichiarata eretica. Dovettero insegnare la dualità: l’uomo consisteva di corpo e anima e non di corpo, anima e spirito. Quello che certi uomini, certi esseri sanno bene è quale enorme importanza abbia per la vita spirituale umana mettere la partizione binaria al posto della ternaria. Si deve guardare in tali profondità se si vuol rettamente comprendere perché nel numero di novembre del periodico “Stimmen der Zeit” (Voci del tempo) il padre gesuita Zimmermann fa presente che uno degli ultimi decreti del Santo Uffizio di Roma proibisce ai cattolici, sotto pena di non ottenere l’assoluzione nella confessione, di leggere scritti teosofici, di possederli o di prender parte a ogni attività teosofica. Padre Zimmermann interpreta il decreto nelle “Stimmen der Zeit” [...] nel senso che esso si applichi anzitutto alla mia antroposofia, che cioè si debba curare che quei cattolici, che vogliono essere riconosciuti da Roma come veri cattolici, non abbiano da occuparsi di letteratura antroposofica» (R. Steiner, “La missione di Michele”, Milano, 1977).

Il gesuita Otto Zimmermann aveva polemizzato contro Steiner e contro l’antroposofia su un periodico cattolico di Friburgo, che fino al 1914 portò il nome di “Stimmen aus Maria Laach”, e che nel numero di novembre del 1919, nell’articolo intitolato “La condanna della Chiesa contro la teosofia”, il gesuita aveva esteso anche all’antroposofia tale condanna del “Sant’Uffizio di Roma” (cfr. ibid.).

In particolare, in quel Concilio, organizzato contro il patriarca Fozio, fu stabilito nei “Canones contra Photium”, al Can. 11, che l’uomo non ha due anime, bensi “unam animam rationabilem et intellectualem” (cfr. Cornelio Fabro, “L’anima. Introduzione al problema dell’uomo”, p. 127, Editrice del Verbo Incarnato, Roma 1955, p. 127).

Otto Willmann, filosofo cattolico, stimato da Steiner, aveva scritto nella sua opera in tre volumi “Geschichte des Idealismus”, Braunschweig 1894, a pag. 111 del II vol.: “L’abuso operato dagli gnostici della distinzione paolina tra l’uomo pneumatico e quello psichico, dichiarando il primo espressione della loro perfezione e il secondo rappresentante dei cristiani soggetti alle leggi della Chiesa, decise la Chiesa stessa all’esplicito rigetto della tricotomia” (“La missione di Michele”, op. cit.).

Steiner disse spesso anche che la chiesa cattolica, stabilendo che la costituzione umana fosse formata soltanto dall’anima e dal corpo, aveva in tal modo tentato di cancellare lo spirito, cioè l’io, dalla coscienza umana, e che a proseguire su questa aberrante strada dei padri conciliari, fu poi, grazie al materialismo e alle scienze, inconsciamente asservite a ciò, Karl Marx, con un secondo tentativo del genere: questa volta, però, dopo l’io, si tentò di cancellare l’anima; e che pertanto da questo punto di vista Marx si era comportato esattamente come quei padri conciliari dell’869 d.C.!

Ecco perché oggi continua ad intervenire l’ipocrisia cattolica dicendo: fate i buoni, non fate guerre, pagate le tasse, date il cuore a Gesù Cristo (AIDO), donate il sangue (AVIS), siate uomini di buona volontà (volontariato, no profit, socioassistenza, ecc.).

Infatti, nel suo delirio di onnipotenza infallibilista, dopo aver condannato col modernismo anche ogni nuova filosofia (l’antroposofia di Steiner fu considerata modernismo), la chiesa cattolica oggi non può fare altro che questo tipo di predicazione buonistica o spiritual-materialistico-pratica, chiedendo scusa e perdono qua e là per salvarsi ancora la faccia paonazza dalla vergogna… naturalmente dopo aver inserito nella sua dottrina la liceità morale della pena di morte (artt. 2266-2267) e della guerra giusta, dopo aver introdotto nella nuova liturgia il rock mistico e nella nuova pastorale i frati ballerini e le suore cantanti o telecroniste di calcio e - perché no? - le pornodive pentite in clausura a “Domenica in”. Ricordate?

Insomma la chiesa è finita. “La messa è finita” è perfino il titolo di un film.

Ciò è avvenuto perché la chiesa cattolica si è sempre più materializzata e appesantita fino alla carne, alla compravendita delle armi fatta dalla banca vaticana, e cose di questo genere. Sottolineo che è illusorio credere che questo (come qualsiasi altro) papa possa mettere a posto le cose come un mago che fa sparire il coniglio, anzi il coniglio marcio.

Incarnazione e risurrezione appartengono all’io incarnato (spirito), non alla carne.

Occorre quindi riflettere sul fatto che non si tratta di spiritualizzare la gente con ideologie o teologie o partitocrazie, dato che non esiste un uomo che non dica “io” a se stesso.

E l’io è del tutto immateriale, dato che non ha alcuna controparte fisico sensibile (tale controparte infatti ogni sette anni cambia radicalmente tutta la sua conformazione atomico molecolare e cellulare, eppure io dico sempre “io” per indicare me stesso in quanto spirito rispetto agli altri).

Da questo punto di vista, la cosiddetta “risurrezione della carne”, spacciata per risurrezione dello spirito (vedi ad esempio il testo “questo mio corpo vedrà il Salvatore” del noto canto “Io credo risorgerò”) è negazione dell’io: lo stesso io dell’autopresentazione a Mosé con le parole “Eié escer eié” (io sono l’io sono), e che il Cristo attua (fecondando col suo sangue il Golgota e la terra). Ecco perché l’idea di risurrezione della carne è un ripugnante peccato contro lo spirito.

Un altro grave peccato contro lo spirito facilmente degenerante in criminalità è ritenersi investiti da Dio nel fare ciò che facciamo. Per esempio un uomo che dica ad un altro uomo “io ho lo spirito santo perché me l’ha detto Dio, mentre tu non ce l’hai” è un pazzo scatenato a piede libero, che non conosce il concetto di uguaglianza da uomo a uomo.

L’uguaglianza sussiste in quanto tutti siamo portatori dello stesso io, che è immateriale, indipendentemente dal fatto che uno annunci qualcosa e l’altro si trovi ad ascoltare.

Oggi certi fenomeni mostrano uomini appartenenti a confessioni religiose affermare che il Logos di Dio non è il Logos umano.

Questa informazione è falsa. Perché se fosse vera significherebbe che il Logos non si è incarnato.

Chi da’ queste informazioni false avrà senz’altro i suoi motivi, che non c’entrano con la concezione scientifico-spirituale, né con la terza rivelazione dello spirito.

Ciò che conta per la scienza dello spirito è che si proceda esattamente coi medesimi criteri usati nelle scienze naturali: ciò che cambia è solo l’oggetto di osservazione (che è anche l’elemento immateriale, non solo quello materiale), e se un oggetto di osservazione è A non può essere la negazione di A. Dunque la diversificazione del Logos riguarda ciò che NON è il Logos, così come la diversificazione dell’io riguarda ciò che NON è l’io! Una goccia di mare, pur essendo più piccola del mare, non è sostanzialmente diversa dal mare. La sostanza di un litro d’acqua è identica ad ogni sua goccia. L’io è identico in tutti. Certamente esiste un io cosmico, un Logos, che è lo spirito del Sole, o di ogni altra stella, ma proprio per questo motivo vi è un io che è in tutti e che diventa un io personale, individuale, che si individua ulteriormente, divenendo un io razionale, astratto, per poi procedere ancora di più fino a diventare egoismo, ma è sempre lo stesso io (cfr. M. Scaligero, “Graal. Rivista di scienza dello Spirito”, Ed. Tilopa, Anno XX - N. 79-80 - 2002, “p. 107), tramite il quale si può procedere però anche in senso inverso, cioè convertendo la direzione del proprio moto dal basso all’alto, e sperimentando così il proprio essere universale (universalità del pensare).

La terza rivelazione, promessa dal Cristo come consolatore o spirito di verità non è un contenuto di fede da credere o da non credere, ma è ciò che dello spirito di verità l’uomo riesce scientificamente a sperimentare in se stesso mediante la conversione di tale direzione del proprio pensare.

Il tempo della fede in Dio è finito: “Non un Dio umanamente personale, né energia o materia, né la volontà senza idee di Schopenhauer, possono far da unità universale” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 5°).

È finito il tempo dei contenuti di fede nei discorsi!

Se non fosse finito, dove sarebbe il Consolatore, lo spirito di Verità? Nella conoscenza dei libri antichi? No perché si potrebbero anche conoscere a memoria senza minimamente sperimentare un pensare neotestamentario, e ciò sarebbe un ri-catapultare l’individuo a millenni indietro nell’evoluzione: “Io ho lo spirito di Dio, tu no”; “Dio mi ha detto che io ho lo Spirito Santo, mentre a te non l’ha detto”. Una volta, addirittura, un prete mi scrisse una email giustificando come segue il chiamare il papa “Santo Padre” nonostante Mt 23,9: “Se il successore di san Pietro fosse un uomo come te, non lo chiamerei Santo Padre. Ma Gesù Cristo a lui ha dato le chiavi del Regno dei cieli e poi gli garantito anche qualcosa d’altro. Tutte cose che a te non ha dato. Lascia dunque che eserciti una paternità spirituale pascendo le pecore e gli agnelli che Cristo gli ha affidato”!

Questo atteggiamento è chiamato nell’analisi transazionale “Io sono ok, tu non sei ok”, ed è spiegato come tipico della criminalità…

L’annuncio di costoro è sempre anacronistico e perciò conduce non al presente ma al passato (della seconda rivelazione o della prima). Quindi è antievolutivo, dato che il tempo di oggi non è più quello di duemila o di cinquemila anni fa. Oggi l’uomo dice “io” a se stesso e non si parla più come ieri, quando si diceva “l’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta...”, ecc., bensì casomai “Io glorifico... io esulto...”, ecc.

Perfino dire “Signore” sarebbe un tradimento oggi, o perlomeno un anacronismo: la parola greca “kyrios” per “signore” è una trascrizione esplicativa di “Yhwh”, che alcuni grammatici dicono essere una forma del verbo ebraico hawàh, che significa “divenire”, col significato di “egli fa divenire”, ed è usata non solo per il Signore (Cristo) ma anche per le persone. Quando è applicata a Cristo indica la sua gloria: perché chi “fa divenire” non è altro che l’io. In altre parole Cristo è il kyrios in quanto risorto. Ecco perché dall’anno zero in poi fu possibile riferire al Cristo tutti i passi delle prime traduzioni greche dell’Antico Testamento che trattano del kyrios. “Signore da chi andremo?” dice Pietro (Gv 6,68) rivolgendosi al Cristo. Ciò avveniva duemila anni fa quando l’essere umano non indicava ancora se stesso col termine “io” ed aveva ancora bisogno della scuola di Delfi per sperimentare il “Conosci te stesso”.

In altre parole, l’uomo della seconda rivelazione arrivava a dire io a se stesso solo passando ancora attraverso le antiche scuole dei misteri. Ecco perché il tempio di Delfi portava la grande scritta “Conosci te stesso” al suo ingresso. Delfi simboleggiava il delfino, cioè il più intelligente dei pesci, corrispondente all’“Ictus” del protocristianesimo, stroncato dal “terminator” che fu la chiesa cattolica pietrina, la quale ricostruì, pietra su pietra, il bisogno del tempio materiale in un tempo in cui tale bisogno scemava perché l’io si incarnava nell’uomo a partire dal sangue sul Golgota, cioè sul “calvo” monte Calvario, simboleggiante il cranio umano. L’umanità della seconda rivelazione fu infatti quella del passaggio dal cuore alla testa. Ecco perché si dice che l’organo del pensare era anticamente il cuore.

Nella prima rivelazione l’uomo pensava col cuore e diceva “il mio cuore” per indicare se stesso. Nella seconda rivelazione incomincia a dire “io” sentendo la testa come ambito della propria attività interiore ed avvertendo progressivamente che le scuole dei misteri erano obsolete. Tant’è vero che il Cristo, riferendosi ad esse, dirà: “Non rimarrà pietra su pietra” (Mt 24,2). Infatti per il cristiano reale la chiesa cattolica che non riconosce i tempi. E chi non va a tempo con lo spirito del tempo non può che essere un abominio (Lc 19,44).

Ecco, fra l’altro, perché nel testo di “Papolatra song” canto “Non vai a tempo”.

Non vi è nulla di più mortificante per me che dover spiegare i miei testi a questa umanità così arretrata, anche se ugualmente amata, dato che il suo arretramento è opera della chiesa, della quale non deve restare pietra su pietra, proprio perché è nocivo continuare così a rallentare l’evoluzione dell’io.

La seconda rivelazione ha fatto il suo tempo.

Oggi bisognerebbe fare i conti anche con la menzogna psicanalitica e/o cattolica rispettivamente del falso io e/o dell’ego. Questo vale soprattutto per i fissati della prima rivelazione, che si mettono ancora sulla fronte la palta del Gange, ma anche per coloro che non si schiodano dalla seconda, continuando a parlare del loro cuore, senza mai provare a ragionare anche con la testa.

Finché ogni teologia, o scienza, filosofia, dottrina, ideologia, ecc., accetterà tutti i possibili principi - come atomo, moto, materia, sentimento, fede, volontà, energia, io, ego, falso io, falso ego, ahamkara, ecc. - resterà campata in aria.

Lo stesso avvenne per esempio con la geologia: finché parlò di immaginarie rivoluzioni terrestri per spiegare lo stato attuale della terra, non poté che brancolare nel buio. Solo quando iniziò a prendere per punto di partenza lo studio dei fenomeni ancora presenti sulla terra e da questi fenomeni presenti poté ricavare conclusioni riguardo al passato, incominciò anche a procedere su un terreno solido.

Ovviamente ciò vale anche nel campo dell’evoluzione del mondo: solo quando l’individuo considererà l’assolutamente ultimo come suo primo, potrà arrivare alla meta.

E l’assolutamente ultimo a cui è pervenuta l’evoluzione del mondo è il pensare.

L’uomo confessionale delle prime due rivelazioni ha imparato dalla sua confessione religiosa a diffidare del pensare, quindi si attiene ferreamente ad uno o più principi come quelli accennati senza neanche accorgersi che tali dogmi di pensiero sono sempre pensieri pensati. Quindi diffida del pensare in nome di pensati. Sostanzialmente diffida della vita del Logos in nome della morte o della definizione (la definizione ha in sé la finizione e la fine o morte di ogni vita pensante). Si può essere più stupidi?

Non parlo solo della confessione cattolica ma di ogni confessione religiosa. Il devoto a Krishna, per esempio, diffida del “falso ego”, che denomina col termine sanscrito “ahamkara”, come se esistesse un “vero ego”, cioè non falso.

Il cattolico diffida dell’io inteso come “ego”…

Il devoto di Krishna diffida del “falso ego”.

Ma sono entrambi sullo stesso piano di antilogica.

Ambedue, il devoto di Krishna ed il catecumeno cattolico, anziché fare gli errori della geologia primitiva, dovrebbero per esempio dire a se stessi: se devo decidere di seguire l’“io” o il “Cristo”, il “falso ego” o il “vero ego”, i Vangeli o la Bagavad Gita, e così via, per scegliere di immettermi nell’una o nell’altra via, nell’io di Krishna o nell’io di Cristo, ci devo pensare. Quindi al primo posto devo, per forza di cose, mettervi il pensare.

Invece avviene quasi sempre che al pensare si sostituisca la dottrina, cioè un insieme di dogmi di pensiero da credere. In tal modo, il giudizio critico che inizialmente promuove tale sostituzione, è una scelta che si crede fatta una volta per tutte, e che si crede non abbisogni più di vita pensante. Qui sta l’errore: ci si sente illuminati dalla dottrina scelta, anziché dal pensare, che ne permise la scelta. Ma l’illuminazione priva di emancipazione del giudizio critico è menzogna.

Avviene così che si combatte continuamente per la dottrina, e non per il discernimento del pensare (giudizio critico), che mai dovrebbe terminare o essere rimosso dall’umano, dato che è l’elemento vitale che caratterizza l’umano.

Certamente ogni conflitto psichico è emancipazione, dato che nel bel mezzo della sofferenza c’è poi sempre un’illuminazione. Ma sofferenza e illuminazione non possono essere disgiunte rimuovendo il pensare. Possono essere disgiunte solo da chi afferma superficialmente e/o dogmaticamente tutto ed il contrario di tutto, come avviene per i seguaci di confessioni, senza avere compreso cosa alcuna.

Perfino chi diffida dell’io non può predicarne il distacco senza usare l’io, almeno come termine per indicare se stesso. Dal momento che dice “io” soffre. Ma soffre non a causa dell’io, come dice la sua dottrina contro l’ego o il falso ego, ma a causa dell’attaccamento a quell’anacronistica e quindi falsa visione dell’io.

Queste cose avrebbe dovuto spiegare la chiesa per essere cristiana. Ma come fa un’istituzione a spiegare ciò che non ha mai sperimentato in sé? Non può.

Da prima del periodo storico in cui i primi scrittori dei testi su Krishna, Budda, i profeti, ecc., ma si potrebbe dire da sempre, le forze dell’io incominciarono ad incarnarsi sulla terra.

Tale incarnazione trovò il suo compimento (non definitivo) con l’evento del Golgota cioè due millenni fa, e sta ancora continuando nella misura in cui continuano a nascere bambini.

Quando il sangue del crocifisso feconda il nostro pianeta nel monte Calvario, l’uomo incomincia ad indicare progressivamente se stesso in prima persona singolare.

Prima di quel tempo, lo ripeto perché è importante, tendeva ad indicare se stesso in terza persona, esattamente come fanno gli infanti nei primi anni di vita. L’infante Mario Rossi per indicare se stesso dice “Mario”. Non dice ancora “io”. Incomincia a dire “io” verso il secondo o il terzo anno di età, non prima.

Anticamente l’io era conosciuto solo dagli iniziati. Se qualcuno mi chiede il tuo nome cosa rispondo? Il nome di Dio era appunto quello ricevuto da Mosè come rivelazione: “Eié escer Eié”, “Io sono l’Io sono”.

Questo “nome” è già un’intuizione del figlio dell’uomo, che non nasce da carne e sangue.

Nei tempi paleocristiani il “Figlio dell’uomo” era un nome tecnico per l’“io”, che in quanto parola è diversa da tutte le altre parole, inadatte ad evocare l’individualità. Io sono un “io” solo per me. Per tutti gli altri sono un “tu”. Non così per ogni altra parola.

Il figlio dell’uomo non nasce da carne e sangue, bensì dall’elemento spirituale dell’umanità la cui natura è tale che muove in sé la possibilità della scoperta dell’io. Qui e non nell’imene sta la verginità dell’umanità madre dell’io.

Quando il bambino, a un certo punto della sua infanzia dice “io” a se stesso, si tratta della vera e propria nascita verginale del “Figlio dell’uomo” da parte della natura umana e ciò era anche il senso della nascita del Cristo in quanto involucro (sinderesi) dell’“io sono” nell’uomo.

Vi è un rapporto di equivalenza fra la storia dell’individuo e quella dell’umanità.

Tanto nell’infanzia dell’umanità quanto in quella del bambino si passa dalla consapevolezza di sé in terza persona a quella in prima persona.

Chi osserva oggettivamente i testi antichi trova testimonianza di ciò. Si veda per esempio il ringraziamento del faraone Azoze (V dinastia, circa 2900 a.C.) al suo vizir Sepses-rie. Il faraone parla di se stesso sempre in terza persona singolare come gli infanti quando, prima di scoprire la parola “io”, indicano se stessi servendosi del proprio nome. Per indicare se stesso Azoze usa le parole “Azoze”, “la mia maestà”, “il cuore di Azoze”: «La mia maestà ha visto questo [...] è veramente rallegrato il cuore di Azoze con ciò [...] o Sepes-rie [...], quanto è vero che Azoze vive all’infinito, se chiederai subito per lettera alla mia maestà una ricompensa qualsiasi, la mia maestà la farà dare subito» (G. Farina, “Grammatica della lingua egiziana antica”, Ed. Hoepli, pag. 183 e 184).

Anche nei Vangeli si possono trovare tracce di questo modo antico di indicare l’io: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore…” (Luca, 1,46). In questo passo del “Magnificat”, l’evangelista non sostituisce l’io con “anima mia” e “mio spirito” per esercitare l’arte poetica, ma esattamente come era l’usanza dell’uomo antico di indicare se stesso in terza persona. Se l’antico pensatore dice “la mia anima considera che…” o “il mio cielo, cioè l’elemento in me celato considera che…”, non lo fa per essere più poetico o celestiale. Il motivo di questo modo di parlare degli antichi non è poetico. È semplicemente in armonia con lo stadio acquisito dalla loro evoluzione individuale.

La mancata conoscenza di questo sviluppo storico dell’autocoscienza - da parte del cattolicesimo e di ogni altra confessione religiosa, comportò purtroppo la nascita della psicanalisi, tentativo fallito di oggettivazione dell’io ai fini della sua individuazione ed evoluzione, dato che ancora oggi si tende a credere dogmaticamente nel Logos, anziché sperimentarlo in sé.

Eppure la chiesa cattolica non era forse preposta a promuovere in senso paolino la capacità dell’io di superare i condizionamenti dell’ego (“Non io ma il Cristo in me”, Gal. 2,20)?

L’omissione di questo compito ha determinato il fallimento della chiesa, già nel suo nascere come istituzione burocratica e poi costruita progressivamente pietra su pietra, e del cui elemento minerale è risaputo che non dovrà rimanere nulla (Mt. 24,2; Mc. 13,2; Lc. 21,6). Perché mai avrebbe dovuto essere istituita in tal modo dal Cristo se il Cristo sapeva che non avrebbe retto? È chiaro che la pietra di fondamento avrebbe dovuto essere immateriale, non materiale, vale a dire la pietra del riconoscimento dell’io (“Figlio dell’uomo”) o del Cristo dell’uomo Pietro nei confronti dell’uomo Gesù. Solo in tale rapporto fra un uomo e un altro uomo scatta la divinità del “Figlio dell’uomo”.

Ciò risulterà sempre più evidente alla coscienza degli esseri umani del terzo millennio. E non potrà essere rimosso.

Tanto Israele quanto Roma non riconobbero il Cristo, eppure ambedue giuridicamente pretesero essere il popolo eletto, ambedue ovviamente senza fare i conti col cielo.

Ciò che sempre più si paleserà sarà che, da un lato, tutta la storia di Israele proclama il monoteismo contro i caldei, studiosi degli astri e, dall'altro, che Roma continuò e continua a manifestare la stessa avversione per ogni logica celeste. Così, mentre il Vaticano continua a dimenticare l’antica “considerazione” celeste - peraltro testimoniata dallo spirito del linguaggio secondo il quale la parola “vaticano” proviene etimologicamente da “vaticinio” e da “vate”; e “considerare” da “sidera”, che in latino significa “stelle” - Israele continua a dimenticare che Abramo era per i Padri della tradizione ebraica, egli stesso un astrologo (Cfr. Midrash Hagadol, Ed. Schechter, I, 189 e sgg.), che “portava sul cuore una tavola astrologica, così che tutti i re d’oriente e d’occidente usavano recarsi presso di lui per consultarla” (A. Cohen, "Il Talmud", Ed. Laterza, Bari, 1935, pag. 329; cfr. anche la Tosefta Kiddushin 5,17, e il Talmud Bavli Baba Batra 16b.) e che anche Sara era astrologa (Deuteronomio Rabbah 4,5, rif. a Genesi 21,10.).

Ad ascoltare Roma ed Israele attuali, sembrerebbe proprio che l’uomo, per essere in regola (regola celeste) non debba ascoltare il “celato” che il “cielo” nasconde in sé, come residenza del divino.

Perciò a tutt’oggi nessuno pensa più a ciò che dice quando recita un Pater. Di che cielo si tratti nel “Padre Nostro” risulta così qualcosa di oscuro. Tale oscurantismo combatte infatti sia ciò che si cela esotericamente “in cielo come in terra”, sia il cielo dell’astrofisica! Pare proprio che nessuna di queste vie, che in fondo sono la medesima via al cielo, sia bene accetta dalle confessioni religiose.

Si prenda nella filosofia di Abram Charan De (dei devoti di Krishna) il cosiddetto “falso ego” denominato “ahamkara” consistente nella facoltà umana di dire “io”. Tale denominazione (“ahamkara”) riguardante la facoltà di dire “io”, non nel senso filosofico sankhya pre-Shankaracharia, è perfettamente giustificata anche oggi. Non si tratta infatti di inserire come si faceva nella terminologia sankia antica (precedente a Shankaracharia) l’“ahamkara” tra la vitalità (budhi) e la mente (manas) perché la costituzione umana di allora non percepiva ancora come oggi gli influssi egoistici (luciferici) ed economicistici (arimanici o di Belial o economicistici). Perciò l’io (“ahamkara”) e la mente (“manas”) anticamente caratterizzata come “senso dei sensi”, detto poi anche in Occidente “sesto senso”, oggi andrebbero pensati congiunti, così come possono esserlo l’io e la coscienza dell’io, dato che è sempre l’io ad avere “coscienza dell’io”.

L’insieme di questi due contenuti concettuali è l’io, in senso spirituale, cioè immateriale, quindi diverso dal suo identificarsi con la mineralità del corpo.

Oggi è giustificato fare così. Perché per l’uomo d’oggi è possibile riassumere le diverse impressioni sensoriali in un unico senso interiore complessivo: questo vale sia per le impressioni sensoriali relative al mondo esterno (per es., i colori “freddi” o “caldi”, i suoni che richiamano impressioni cromatiche, ecc.), sia per le esperienze interiori (per es., sentimenti “luminosi” o “oscuri”, uno sguardo “raggelante”, un ideale che “riscalda” il cuore, ecc.) pur rendendosi conto che si tratta di un’espressione figurata. Infatti il caldo e il freddo lo percepiamo solo mediante il senso del tatto, e mediante la vista percepiamo solo colori, chiaro o scuro. Quando parliamo di colori caldi o freddi, lo facciamo applicando le percezioni di un senso a quelle di altro, grazie a una certa intima affinità che sentiamo. Ci esprimiamo così perché nella nostra attività interiore una certa percezione visiva si fonde con qualcosa che percepiamo mediante il senso del calore. Persone con particolare sensibilità possono risvegliare in sé rappresentazioni di colori mentre percepiscono determinati suoni, così che possono parlare di suoni che destano in loro la rappresentazione del rosso, o di altri suoni che risvegliano la rappresentazione dell’azzurro, e cos’ via. Nella nostra attività interiore vive qualcosa che collega tra loro le singole percezioni sensoriali, fondendole in un tutto unico. Si può andare anche oltre, se si è sensitivi. Ci sono persone che, visitando diverse città, ricevono impressioni che caratterizzano in sé come di una città gialla, o rossa, o bianca, o azzurra…

Invece ciò che si intendeva anticamente con “ahamkara” era una forma individualizzata di auto percezione di sé non ancora interiormente condensata.

Oggi, dopo Shankaracharya (ottavo secolo dopo Cristo), col termine “ahamkara” si intende invece l’io come condensazione immateriale ma concreta del cosiddetto “senso dei sensi” o “manas”.

Dal “manas” provengono foneticamente termini come “manna”, “mente”, “Minotauro”, “Minosse” (il labirinto di Arianna in cui ci si può perdere incontrando il mostro è appunto la mente umana), “man”, “men”, e perfino “money”, la “moneta”, come espressione del valore che l’uomo da’ a una merce, e così via.

Secondo Shankaracharya il “manas” e l’io spirituale si potevano infatti identificare.

Ciò non era invece possibile secondo la terminologia sankhya.

Ciò premesso, ed anche in base alla stessa terminologia sanscrita, l’avversione all’io, all’“ego”, o al “falso ego” è ingiustificata.

E fino a prova contraria è ingiustificato oggi ogni spirito di avversione all’io.

Tale spirito di avversione all’io è lo spirito di Belial (Arimane nella scienza spirituale o Satana nei Vangeli, da non confondere con Lucifero) che genera pseudo spiritualismo tanto nell’attuale chiesa cattolica quanto in ogni altra confessione religiosa o partitica e/o associazione falsamente spirituale, in cui si opera dando preminenza all’Ethos rispetto al Logos, per esempio nelle dottrine che insegnano l’illusorio altruismo della trasformazione dell’“io” nel “noi”. Infatti è impossibile pretendere magicamente dalla recita delle parole “liberaci dal male” rivolte al “Padre nostro” una liberazione dall’“io” inteso come male o come egoismo, rimuovendo l’io. Se rimuovo l’io in nome del “noi”, come faccio a scegliere fra l’“io” e il “noi”? Se rimuovo il Logos in nome dell’Ethos o della Legge, come faccio a creare logicamente leggi etiche?

La conoscenza che non è contemporaneamente saggezza e via di liberazione (moksa), è nozionismo, dogmatismo, regola imposta, e “imposta” da pagare in modo tassativo, schiavizzante e illogico.

Proprio perché per l’antica e profonda saggezza radicata nel samkhya e nello yoga che passò poi alla conoscenza non dualista del Vedanta, la molteplicità e la separazione delle cose percepibili erano un prodotto del nostro apparato psichico, della mente empirica - distintiva e analitica - che gli indiani chiamavano ahamkara e abhimana, proprio per distinguerla dall’io profondo, cioè dall’atman che si nasconde nella “grotta” più interna e più profonda di ogni uomo, proprio per queste cose, oggi l’individualità dovrebbe essere intesa come “ahamkarana”, cioè caratterizzata dall’“ahamkara”.

Se invece, in nome magari dell’“impermanenza” filosofica degli antichi, si elimina l’io non si va da nessuna parte, dato che l’io è eterno.

Ecco perché il Logos dichiara: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5) ripetendo continuamente di “permanere” in Lui (Gv. 15 4-10).

Ed ecco che eliminando l’io in nome del Logos si è costretti a credere in un Logos posto fuori dall’io mentre in realtà è sia dentro che fuori. È dentro in quanto involucro protettivo dell’io. Ed è fuori in quanto presente dappertutto e soprattutto nell’io che bisognerebbe riconoscere in ogni creatura umana affinché possa crearsi ogni volta una “pietra” immateriale per una “qaal” immateriale, cioè sostanziata dal pensare contenente il Logos, quindi del tutto diversa da quella della quale il Logos dichiara: “non rimarrà pietra su pietra” (Mt. 24,2; Mc. 13,2; Lc. 21,6).

Chi parla di “falso ego” o diversifica il Logos divino dal Logos umano è ancora inchiodato alle prime due rivelazioni. La diversità di cui parla è oggi una menzogna creata dalla sua ignoranza in quanto dipende dalla non coscienza del contenuto superiore dell'io. Ovviamente non si tratta di coscienza filosofica, né culturale, né razionale, ma di esperienza dell’io, che solo nella terza rivelazione si può avere, ed oggi, appunto, la si può avere, anche se solo per attimi, per esempio leggendo un libro, o osservando un dipinto, intuendo l’immaginativa morale di cui parla Steiner, ecc., cioè facendo vivere in una zona di noi stessi la potenza dell'io e traducendola immaginativamente in un'azione interiore, che divenga anche un'azione esteriore. L’io è sempre nuovo e non avrebbe neppure bisogno di essere descritto, ma è certo che la sua forza è quella Logos, che è uno.

Filosoficamente si potrebbe dire che quanto più c'è individualismo, tanto più c'è egoismo. Invece è vero il contrario. Quanto più l'individuo si congiunge al nucleo puro del proprio essere individuale, tanto più si congiunge con l'io cosmico. Quindi, quanto più si è se stessi, tanto più si partecipa dell'io cosmico. Questo è logodinamica di libertà, ed è meraviglioso, perché non ci sono regole esteriori o eterodirette per il rapporto di noi con noi stessi: qui non abbiamo regole se non ciò che viene dall'intuizione continua dell'immediata situazione, dell'immediato evento, dell'immediato problema. L'errore dell'uomo è voler ricordare quello che ha già fatto e applicarlo all'esperienza che si presenta. Far tesoro delle esperienze non è questo, ma avvicinarsi all'esperienza presente consapevoli che essa richiede il contenuto interiore che la riguarda, e che quindi è forza viva, contenuto vivo di qualsiasi evento si verifichi, il quale non evolve se non c'è questo sempreverde atto di coraggio.

L'atto di coraggio è necessario ai tempi nuovi, perché tutte le soluzioni che si danno oggi dei problemi sono fallimenti certi, e terribili, in quanto in genere si attinge alla riserva delle ideologie o della morale a cui è legato. Sono rari coloro che vivono la possibilità di intuizioni diretta di ciò che andrebbe fatto. Certo non lo dobbiamo pretendere dalle folle, specialmente dalle folle dei papolatri decerebrati.

Da noi stessi però dovremmo pretenderlo.

Il Cristo avanza comunque malgrado la non consapevolezza di molti.

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18 settembre 2014 4 18 /09 /settembre /2014 11:57

PAPOLATRI!

RAZZA DI VIPERE!

NON CHIAMATE NESSUNO PADRE...
Patrem nolite vocare vobis...
Y vuestro padre no llaméis á nadie...
And call no man your father...

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  • : Blog di creativefreedom
  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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