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12 febbraio 2015 4 12 /02 /febbraio /2015 09:35

L'uniuca è diventare dementi. Quindi:

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7 gennaio 2015 3 07 /01 /gennaio /2015 17:09

Col 2015 nasce il nuovo sito

 

IL SABATO PER

 

L'UOMO

 

Visitatelo, o bestie!

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29 dicembre 2014 1 29 /12 /dicembre /2014 18:46

La rivelazione odierna è quella in cui all’uomo si manifesta l’elemento divino quando riesce ad abbandonare lo stadio della coscienza primitiva in cui considerava reale solo quello che poteva vedere con gli occhi e toccare con le mani, cosicché richiedeva anche per la sua vita morale motivi di azione anch’essi percepibili grazie ai sensi. In quello stadio di coscienza primitiva l’uomo richiedeva un essere che gli comunicasse queste ragioni in modo comprensibile ai suoi sensi, e se le lasciava dettare come “mitzvòt” (parola ebraica che significa “consigli”, generalmente tradotta come “comandamenti”) da uno o più uomini ritenuti più assennati e più forti di lui, o che per qualche altro motivo riconosceva come potenze poste al di sopra di lui.

In questo modo nacquero i principi morali dell’autorità familiare, statale, sociale, ecclesiastica e divina.

L’uomo più in basso della scala evolutiva crede ancora a un altro singolo uomo; quello un po’ più progredito si lascia dettare le norme morali da una collettività (Stato, società). Entrambi si basano sempre su potenze percepibili. Chi invece arriva finalmente ad avvertire come in sostanza si tratti soltanto di altri uomini deboli come lui, si rivolge per spiegazioni a una potenza più alta, a un essere divino, al quale però attribuisce qualità percepibili dai sensi.

Si fa comunicare da questo essere il contenuto concettuale della sua vita morale, ed anche questo in un modo percepibile, sia che il Dio gli appaia in un roveto ardente, sia che passi fra gli uomini in forma umana, e dica loro con parole, afferrabili dall’orecchio, quello che devono e non devono fare.

Il più alto grado evolutivo di questo realismo primitivo è nel campo della moralità quello in cui il comandamento morale (l'idea morale) è pensata indipendentemente da ogni entità estranea e ipoteticamente come forza del tutto proveniente dal proprio interno.

Ciò che l’uomo sentiva prima esteriormente come voce di Dio, lo sente ora come potenza a sé nel suo interno e parla di questa sua voce interna in modo da porla al riparo della coscienza.

Con ciò è già abbandonato lo stadio della coscienza primitiva, e si è già entrati nella regione in cui alle leggi morali quali norme, si da’ un’esistenza autonoma (cfr. Rudolf Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 10°).

A questo stadio evolutivo si entra nella terza rivelazione dello spirito. Intendo per spirito la forza di autopresentazione che più o meno verso il 3° anno di età permette al bambino di riconoscersi come “io” per individuare ste stesso nei suoi rapporti col prossimo. Si tratta di una forza logica e dinamica (logodinamica) avente qualità immateriale. Ciononostante è percepibile dall’uomo, anche se questa percezione appartiene non più al mondo sensibile o materiale ma a quello sovrasensibile o immateriale, e quindi spirituale.

La terza rivelazione è la rivelazione dell’io come spirito santo, ed è l’ultima e definitiva rivelazione dell’elemento divino nella divino-umanità. La prima fu quella dell’autopresentazione dell’io, la seconda fu quella del suo esprimersi nonostante la croce, e la terza è quella odierna in cui l’io è percepibile come luce interiore da ogni essere umano come involucro protettivo di se stesso. Con questa rivelazione dello spirito, ogni tradizione termina in quanto lunare: la luce riflessa della luna non basta più all’uomo, il quale esige di vedere direttamente la provenienza solare di quel riflesso. Il Libro materiale della prima e della seconda rivelazione (Bibbia e Vangeli) sono nella terza rivelazione trasformati nel Libro immateriale che ogni essere umano porta in sé come io.

Certamente chi catechizza i suoi simili come facevano duemila anni fa gli apostoli, i quali ricevettero dal Cristo la missione di andare a portare la buona notizia a tutti, è giustificato dai Vangeli, dato che costoro sono stati i primi annunciatori (catecheti) della buona novella. Questa catechizzazione però non c’entra con la terza rivelazione. Il periodo dei primi catecheti è quello della seconda rivelazione. Ma oggi siamo nella terza.

Nessuno lo dice perché nessuno se ne è ancora reso conto, e tutti i diversi gruppi confessionali odierni (protestanti, mormoni, testimoni di geova, evangelici, ecc.) si comportano ancora come i catecheti della seconda rivelazione.

La prima rivelazione, che evidentemente non è stata ancora compresa, fu quella di Mosè: era il tempo del bue Api e della precessione solare nel Toro. Mosé disse allora che il nome di Dio era “Io sono” perché la voce che udì quando chiese a Dio il suo nome fu “Eié escer eié”, vale a dire “Io sono l’Io sono”, oppure “Sarò” (eié) “quel che” (escer) “sarò” (eié). Perché l’“io” avrebbe dovuto incarnarsi in ogni essere umano.

La seconda rivelazione fu quella del pesce “Ictús” e della precessione solare nei Pesci. “Ictús” è infatti per l’alfabeto latino l’acronimo di “Iesûs Christós Theoû Uiós Sotér”, cioè “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”.

Oggi siamo nella terza rivelazione dello spirito, quella di cui il Cristo diceva: vi manderò lo spirito di verità (Gv 14,16; 14,26; 15,26; 16,7), e siamo - anche se vi sono ancora astronomi che dicono che stiamo solo entrando - nella precessione solare dell’Acquario, segno zodiacale dell’equilibrio fra pensare sentire e volere. Lo spirito di verità (detto anche “paraclito” o “consolatore” o “spirito santo”) non è altro che spirito scientifico applicato anche alle cose immateriali del mondo soprasensibile, di cui l’io umano è un esempio.

In effetti l’idea della triarticolazione sociale non è un’invenzione ma una scoperta di Rudolf Steiner, il quale non inventa alcunché. Si accorge semplicemente di un grave errore fatto dalla chiesa cattolica come impedimento all’avvento dello spirito promesso dal Cristo, che è anche la sua seconda venuta nel pensare umano.

In base a tale scoperta si arricchisce, ovviamente in modo conveniente allo spirito del tempo attuale, la primigenia tricotomia platonica e paolina, in base alla quale l’uomo fu sempre caratterizzato in base alla triarticolazione corpo-anima-spirito.

Il sopracitato grave errore della chiesa fu l’abolizione dello spirito nell’869 (Concilio di Costantinopoli) e con ciò della tricotomia paolina, che oggi, Era della terza rivelazione, dovremmo, sì, predicare ma come triarticolazione dell’organismo sociale, vale a dire come reale rivoluzione cristiana.

In questa pagina non parlerò della triarticolazione sociale, ma della terza rivelazione dello spirito, a partire dall’errore della chiesa, che nella sua mania di controllare le anime dal confessionale, ne ha impedito lo sviluppo.

La terza rivelazione è l’ultima e sarà valida per sempre (Gv 14,16), ovviamente quando incomincerà a svilupparsi. Posso dire di averla studiata per circa trent’anni incominciando dal 1972, quando mi accorsi dell’opera di Rudolf Steiner, che considero pontefice spirituale dei tempi nuovi.

Nell’869 d.C. la tricotomia fu dunque soppressa dalla chiesa cattolica mediante il Concilio di Costantinopoli.

Le radici di questa soppressione sono antichissime, perché l’opera antiuomo, anticristiana ed anti trinitaria, risale alla concezione faraonica dello schiavo, e questo concilio ne fu figlio, dato che dall’869 d.C. in poi sparì letteralmente dalla “fede” l’uomo pneumatico, cioè l’uomo dell’io, o dell’elemento sovrasensibile o spirituale o immateriale, che sarà poi, con Marx, considerato “sovrastruttura della materia”.

Anche se gli antichi conoscevano l’uomo come un essere fatto di corpo, anima e spirito, il Concilio di Costantinopoli dichiarava eretica questa dottrina, stabilendo che la costituzione umana era fatta solo di corpo e anima, tentando così di cancellare dalla coscienza umana, la realtà dello spirito, cioè dell’io.

Con Marx e Freud, la realtà cominciò ad essere creduta come costituita dal solo mondo fisico e corporeo, percepito mediante i sensi.

A questa visione malata, Jung aggiungeva, sì, la realtà dell’anima, ma la intrappolava in un soggettivismo e in un relativismo vanificanti “ogni speranza di dare risposta agli interrogativi ultimi” (Lucio Russo, Intelletto d’amore, in “Massimo Scaligero. Il coraggio dell’impossibile”, Ed. Tilopa, Roma, 1982).

Insomma, in un modo o nell’altro, la maggior parte degli esseri umani non conobbe queste cose, vale a dire il Cristo come involucro dell’io, presente in ogni uomo.

La chiesa cattolica, precorrendo i tempi, nell’869 d.C., si era comportata a Costantinopoli esattamente come fanno oggi i politici quando, giocando con le parole, mettono a punto ciò che i contribuenti devono fare per lo Stato, cioè pagare, sostituendo così in campo sociale il concetto di spirito umano con quello di contribuente.

L’eliminazione dello spirito umano è sottolineata spesso da Steiner: «Negli ambienti in cui il cristianesimo era diventato ufficiale alla maniera romana, si cercò sempre più di nascondere, di sopprimere il concetto di spirito [...]. Questa tendenza conduce in ultimo al fatto che nell’VIII concilio ecumenico di Costantinopoli, nell’anno 869, fu enunciata una formula, un dogma, che nelle parole del testo forse non si esprime ancora chiaramente. Il testo del relativo decreto conciliare - canone XI - non usa i termini “anima” e “spirito”, ma si limita a condannare in modo equivoco coloro che attribuirebbero all’uomo “due anime” ma che ha finito poi per dar luogo all’interpretazione che non sia cristiano parlare di corpo, anima, e spirito: che sia invece cristiano solo l’affermare che l’uomo consta di corpo ed anima. Nell’ottavo concilio ecumenico, originariamente la cosa fu presentata con questa formula: l’uomo ha un’anima pensante e un’anima spirituale. Per non PARLARE dello spirito come di un’entità particolare [perché in tal caso avrebbero dovuto parlare dell’io - ndr], fu coniata questa formula: l’uomo ha un’anima pensante e un’anima spirituale. Ma tutto tendeva ad escludere lo spirito dalla concezione del mondo» (R. Steiner, Berlino, 27 marzo, 1917). E ancora: «Dobbiamo ora pensare a quali interessi vi siano nella storia spirituale moderna. Persino la triplice struttura dell’organismo umano o dell’essere umano nella sua totalità, come ho spesso accennato, è stata in certo senso eliminata per la civiltà occidentale, dall’ottavo concilio ecumenico di Costantinopoli dell’anno 869: è stato elevato a dogma che il cristiano non debba credere a un’entità umana ternaria, ma solo a una binaria. Credere in corpo, anima e spirito è interdetto, e teologi e filosofi del medioevo che sapevano ancora molto della verità ebbero una gran pena a distanziarsi da essa, perché la cosiddetta tricotomia, l’articolazione dell’uomo in corpo, anima e spirito era stata dichiarata eretica. Dovettero insegnare la dualità: l’uomo consisteva di corpo e anima e non di corpo, anima e spirito. Quello che certi uomini, certi esseri sanno bene è quale enorme importanza abbia per la vita spirituale umana mettere la partizione binaria al posto della ternaria. Si deve guardare in tali profondità se si vuol rettamente comprendere perché nel numero di novembre del periodico “Stimmen der Zeit” (Voci del tempo) il padre gesuita Zimmermann fa presente che uno degli ultimi decreti del Santo Uffizio di Roma proibisce ai cattolici, sotto pena di non ottenere l’assoluzione nella confessione, di leggere scritti teosofici, di possederli o di prender parte a ogni attività teosofica. Padre Zimmermann interpreta il decreto nelle “Stimmen der Zeit” [...] nel senso che esso si applichi anzitutto alla mia antroposofia, che cioè si debba curare che quei cattolici, che vogliono essere riconosciuti da Roma come veri cattolici, non abbiano da occuparsi di letteratura antroposofica» (R. Steiner, “La missione di Michele”, Milano, 1977).

Il gesuita Otto Zimmermann aveva polemizzato contro Steiner e contro l’antroposofia su un periodico cattolico di Friburgo, che fino al 1914 portò il nome di “Stimmen aus Maria Laach”, e che nel numero di novembre del 1919, nell’articolo intitolato “La condanna della Chiesa contro la teosofia”, il gesuita aveva esteso anche all’antroposofia tale condanna del “Sant’Uffizio di Roma” (cfr. ibid.).

In particolare, in quel Concilio, organizzato contro il patriarca Fozio, fu stabilito nei “Canones contra Photium”, al Can. 11, che l’uomo non ha due anime, bensi “unam animam rationabilem et intellectualem” (cfr. Cornelio Fabro, “L’anima. Introduzione al problema dell’uomo”, p. 127, Editrice del Verbo Incarnato, Roma 1955, p. 127).

Otto Willmann, filosofo cattolico, stimato da Steiner, aveva scritto nella sua opera in tre volumi “Geschichte des Idealismus”, Braunschweig 1894, a pag. 111 del II vol.: “L’abuso operato dagli gnostici della distinzione paolina tra l’uomo pneumatico e quello psichico, dichiarando il primo espressione della loro perfezione e il secondo rappresentante dei cristiani soggetti alle leggi della Chiesa, decise la Chiesa stessa all’esplicito rigetto della tricotomia” (“La missione di Michele”, op. cit.).

Steiner disse spesso anche che la chiesa cattolica, stabilendo che la costituzione umana fosse formata soltanto dall’anima e dal corpo, aveva in tal modo tentato di cancellare lo spirito, cioè l’io, dalla coscienza umana, e che a proseguire su questa aberrante strada dei padri conciliari, fu poi, grazie al materialismo e alle scienze, inconsciamente asservite a ciò, Karl Marx, con un secondo tentativo del genere: questa volta, però, dopo l’io, si tentò di cancellare l’anima; e che pertanto da questo punto di vista Marx si era comportato esattamente come quei padri conciliari dell’869 d.C.!

Ecco perché oggi continua ad intervenire l’ipocrisia cattolica dicendo: fate i buoni, non fate guerre, pagate le tasse, date il cuore a Gesù Cristo (AIDO), donate il sangue (AVIS), siate uomini di buona volontà (volontariato, no profit, socioassistenza, ecc.).

Infatti, nel suo delirio di onnipotenza infallibilista, dopo aver condannato col modernismo anche ogni nuova filosofia (l’antroposofia di Steiner fu considerata modernismo), la chiesa cattolica oggi non può fare altro che questo tipo di predicazione buonistica o spiritual-materialistico-pratica, chiedendo scusa e perdono qua e là per salvarsi ancora la faccia paonazza dalla vergogna… naturalmente dopo aver inserito nella sua dottrina la liceità morale della pena di morte (artt. 2266-2267) e della guerra giusta, dopo aver introdotto nella nuova liturgia il rock mistico e nella nuova pastorale i frati ballerini e le suore cantanti o telecroniste di calcio e - perché no? - le pornodive pentite in clausura a “Domenica in”. Ricordate?

Insomma la chiesa è finita. “La messa è finita” è perfino il titolo di un film.

Ciò è avvenuto perché la chiesa cattolica si è sempre più materializzata e appesantita fino alla carne, alla compravendita delle armi fatta dalla banca vaticana, e cose di questo genere. Sottolineo che è illusorio credere che questo (come qualsiasi altro) papa possa mettere a posto le cose come un mago che fa sparire il coniglio, anzi il coniglio marcio.

Incarnazione e risurrezione appartengono all’io incarnato (spirito), non alla carne.

Occorre quindi riflettere sul fatto che non si tratta di spiritualizzare la gente con ideologie o teologie o partitocrazie, dato che non esiste un uomo che non dica “io” a se stesso.

E l’io è del tutto immateriale, dato che non ha alcuna controparte fisico sensibile (tale controparte infatti ogni sette anni cambia radicalmente tutta la sua conformazione atomico molecolare e cellulare, eppure io dico sempre “io” per indicare me stesso in quanto spirito rispetto agli altri).

Da questo punto di vista, la cosiddetta “risurrezione della carne”, spacciata per risurrezione dello spirito (vedi ad esempio il testo “questo mio corpo vedrà il Salvatore” del noto canto “Io credo risorgerò”) è negazione dell’io: lo stesso io dell’autopresentazione a Mosé con le parole “Eié escer eié” (io sono l’io sono), e che il Cristo attua (fecondando col suo sangue il Golgota e la terra). Ecco perché l’idea di risurrezione della carne è un ripugnante peccato contro lo spirito.

Un altro grave peccato contro lo spirito facilmente degenerante in criminalità è ritenersi investiti da Dio nel fare ciò che facciamo. Per esempio un uomo che dica ad un altro uomo “io ho lo spirito santo perché me l’ha detto Dio, mentre tu non ce l’hai” è un pazzo scatenato a piede libero, che non conosce il concetto di uguaglianza da uomo a uomo.

L’uguaglianza sussiste in quanto tutti siamo portatori dello stesso io, che è immateriale, indipendentemente dal fatto che uno annunci qualcosa e l’altro si trovi ad ascoltare.

Oggi certi fenomeni mostrano uomini appartenenti a confessioni religiose affermare che il Logos di Dio non è il Logos umano.

Questa informazione è falsa. Perché se fosse vera significherebbe che il Logos non si è incarnato.

Chi da’ queste informazioni false avrà senz’altro i suoi motivi, che non c’entrano con la concezione scientifico-spirituale, né con la terza rivelazione dello spirito.

Ciò che conta per la scienza dello spirito è che si proceda esattamente coi medesimi criteri usati nelle scienze naturali: ciò che cambia è solo l’oggetto di osservazione (che è anche l’elemento immateriale, non solo quello materiale), e se un oggetto di osservazione è A non può essere la negazione di A. Dunque la diversificazione del Logos riguarda ciò che NON è il Logos, così come la diversificazione dell’io riguarda ciò che NON è l’io! Una goccia di mare, pur essendo più piccola del mare, non è sostanzialmente diversa dal mare. La sostanza di un litro d’acqua è identica ad ogni sua goccia. L’io è identico in tutti. Certamente esiste un io cosmico, un Logos, che è lo spirito del Sole, o di ogni altra stella, ma proprio per questo motivo vi è un io che è in tutti e che diventa un io personale, individuale, che si individua ulteriormente, divenendo un io razionale, astratto, per poi procedere ancora di più fino a diventare egoismo, ma è sempre lo stesso io (cfr. M. Scaligero, “Graal. Rivista di scienza dello Spirito”, Ed. Tilopa, Anno XX - N. 79-80 - 2002, “p. 107), tramite il quale si può procedere però anche in senso inverso, cioè convertendo la direzione del proprio moto dal basso all’alto, e sperimentando così il proprio essere universale (universalità del pensare).

La terza rivelazione, promessa dal Cristo come consolatore o spirito di verità non è un contenuto di fede da credere o da non credere, ma è ciò che dello spirito di verità l’uomo riesce scientificamente a sperimentare in se stesso mediante la conversione di tale direzione del proprio pensare.

Il tempo della fede in Dio è finito: “Non un Dio umanamente personale, né energia o materia, né la volontà senza idee di Schopenhauer, possono far da unità universale” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 5°).

È finito il tempo dei contenuti di fede nei discorsi!

Se non fosse finito, dove sarebbe il Consolatore, lo spirito di Verità? Nella conoscenza dei libri antichi? No perché si potrebbero anche conoscere a memoria senza minimamente sperimentare un pensare neotestamentario, e ciò sarebbe un ri-catapultare l’individuo a millenni indietro nell’evoluzione: “Io ho lo spirito di Dio, tu no”; “Dio mi ha detto che io ho lo Spirito Santo, mentre a te non l’ha detto”. Una volta, addirittura, un prete mi scrisse una email giustificando come segue il chiamare il papa “Santo Padre” nonostante Mt 23,9: “Se il successore di san Pietro fosse un uomo come te, non lo chiamerei Santo Padre. Ma Gesù Cristo a lui ha dato le chiavi del Regno dei cieli e poi gli garantito anche qualcosa d’altro. Tutte cose che a te non ha dato. Lascia dunque che eserciti una paternità spirituale pascendo le pecore e gli agnelli che Cristo gli ha affidato”!

Questo atteggiamento è chiamato nell’analisi transazionale “Io sono ok, tu non sei ok”, ed è spiegato come tipico della criminalità…

L’annuncio di costoro è sempre anacronistico e perciò conduce non al presente ma al passato (della seconda rivelazione o della prima). Quindi è antievolutivo, dato che il tempo di oggi non è più quello di duemila o di cinquemila anni fa. Oggi l’uomo dice “io” a se stesso e non si parla più come ieri, quando si diceva “l’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta...”, ecc., bensì casomai “Io glorifico... io esulto...”, ecc.

Perfino dire “Signore” sarebbe un tradimento oggi, o perlomeno un anacronismo: la parola greca “kyrios” per “signore” è una trascrizione esplicativa di “Yhwh”, che alcuni grammatici dicono essere una forma del verbo ebraico hawàh, che significa “divenire”, col significato di “egli fa divenire”, ed è usata non solo per il Signore (Cristo) ma anche per le persone. Quando è applicata a Cristo indica la sua gloria: perché chi “fa divenire” non è altro che l’io. In altre parole Cristo è il kyrios in quanto risorto. Ecco perché dall’anno zero in poi fu possibile riferire al Cristo tutti i passi delle prime traduzioni greche dell’Antico Testamento che trattano del kyrios. “Signore da chi andremo?” dice Pietro (Gv 6,68) rivolgendosi al Cristo. Ciò avveniva duemila anni fa quando l’essere umano non indicava ancora se stesso col termine “io” ed aveva ancora bisogno della scuola di Delfi per sperimentare il “Conosci te stesso”.

In altre parole, l’uomo della seconda rivelazione arrivava a dire io a se stesso solo passando ancora attraverso le antiche scuole dei misteri. Ecco perché il tempio di Delfi portava la grande scritta “Conosci te stesso” al suo ingresso. Delfi simboleggiava il delfino, cioè il più intelligente dei pesci, corrispondente all’“Ictus” del protocristianesimo, stroncato dal “terminator” che fu la chiesa cattolica pietrina, la quale ricostruì, pietra su pietra, il bisogno del tempio materiale in un tempo in cui tale bisogno scemava perché l’io si incarnava nell’uomo a partire dal sangue sul Golgota, cioè sul “calvo” monte Calvario, simboleggiante il cranio umano. L’umanità della seconda rivelazione fu infatti quella del passaggio dal cuore alla testa. Ecco perché si dice che l’organo del pensare era anticamente il cuore.

Nella prima rivelazione l’uomo pensava col cuore e diceva “il mio cuore” per indicare se stesso. Nella seconda rivelazione incomincia a dire “io” sentendo la testa come ambito della propria attività interiore ed avvertendo progressivamente che le scuole dei misteri erano obsolete. Tant’è vero che il Cristo, riferendosi ad esse, dirà: “Non rimarrà pietra su pietra” (Mt 24,2). Infatti per il cristiano reale la chiesa cattolica che non riconosce i tempi. E chi non va a tempo con lo spirito del tempo non può che essere un abominio (Lc 19,44).

Ecco, fra l’altro, perché nel testo di “Papolatra song” canto “Non vai a tempo”.

Non vi è nulla di più mortificante per me che dover spiegare i miei testi a questa umanità così arretrata, anche se ugualmente amata, dato che il suo arretramento è opera della chiesa, della quale non deve restare pietra su pietra, proprio perché è nocivo continuare così a rallentare l’evoluzione dell’io.

La seconda rivelazione ha fatto il suo tempo.

Oggi bisognerebbe fare i conti anche con la menzogna psicanalitica e/o cattolica rispettivamente del falso io e/o dell’ego. Questo vale soprattutto per i fissati della prima rivelazione, che si mettono ancora sulla fronte la palta del Gange, ma anche per coloro che non si schiodano dalla seconda, continuando a parlare del loro cuore, senza mai provare a ragionare anche con la testa.

Finché ogni teologia, o scienza, filosofia, dottrina, ideologia, ecc., accetterà tutti i possibili principi - come atomo, moto, materia, sentimento, fede, volontà, energia, io, ego, falso io, falso ego, ahamkara, ecc. - resterà campata in aria.

Lo stesso avvenne per esempio con la geologia: finché parlò di immaginarie rivoluzioni terrestri per spiegare lo stato attuale della terra, non poté che brancolare nel buio. Solo quando iniziò a prendere per punto di partenza lo studio dei fenomeni ancora presenti sulla terra e da questi fenomeni presenti poté ricavare conclusioni riguardo al passato, incominciò anche a procedere su un terreno solido.

Ovviamente ciò vale anche nel campo dell’evoluzione del mondo: solo quando l’individuo considererà l’assolutamente ultimo come suo primo, potrà arrivare alla meta.

E l’assolutamente ultimo a cui è pervenuta l’evoluzione del mondo è il pensare.

L’uomo confessionale delle prime due rivelazioni ha imparato dalla sua confessione religiosa a diffidare del pensare, quindi si attiene ferreamente ad uno o più principi come quelli accennati senza neanche accorgersi che tali dogmi di pensiero sono sempre pensieri pensati. Quindi diffida del pensare in nome di pensati. Sostanzialmente diffida della vita del Logos in nome della morte o della definizione (la definizione ha in sé la finizione e la fine o morte di ogni vita pensante). Si può essere più stupidi?

Non parlo solo della confessione cattolica ma di ogni confessione religiosa. Il devoto a Krishna, per esempio, diffida del “falso ego”, che denomina col termine sanscrito “ahamkara”, come se esistesse un “vero ego”, cioè non falso.

Il cattolico diffida dell’io inteso come “ego”…

Il devoto di Krishna diffida del “falso ego”.

Ma sono entrambi sullo stesso piano di antilogica.

Ambedue, il devoto di Krishna ed il catecumeno cattolico, anziché fare gli errori della geologia primitiva, dovrebbero per esempio dire a se stessi: se devo decidere di seguire l’“io” o il “Cristo”, il “falso ego” o il “vero ego”, i Vangeli o la Bagavad Gita, e così via, per scegliere di immettermi nell’una o nell’altra via, nell’io di Krishna o nell’io di Cristo, ci devo pensare. Quindi al primo posto devo, per forza di cose, mettervi il pensare.

Invece avviene quasi sempre che al pensare si sostituisca la dottrina, cioè un insieme di dogmi di pensiero da credere. In tal modo, il giudizio critico che inizialmente promuove tale sostituzione, è una scelta che si crede fatta una volta per tutte, e che si crede non abbisogni più di vita pensante. Qui sta l’errore: ci si sente illuminati dalla dottrina scelta, anziché dal pensare, che ne permise la scelta. Ma l’illuminazione priva di emancipazione del giudizio critico è menzogna.

Avviene così che si combatte continuamente per la dottrina, e non per il discernimento del pensare (giudizio critico), che mai dovrebbe terminare o essere rimosso dall’umano, dato che è l’elemento vitale che caratterizza l’umano.

Certamente ogni conflitto psichico è emancipazione, dato che nel bel mezzo della sofferenza c’è poi sempre un’illuminazione. Ma sofferenza e illuminazione non possono essere disgiunte rimuovendo il pensare. Possono essere disgiunte solo da chi afferma superficialmente e/o dogmaticamente tutto ed il contrario di tutto, come avviene per i seguaci di confessioni, senza avere compreso cosa alcuna.

Perfino chi diffida dell’io non può predicarne il distacco senza usare l’io, almeno come termine per indicare se stesso. Dal momento che dice “io” soffre. Ma soffre non a causa dell’io, come dice la sua dottrina contro l’ego o il falso ego, ma a causa dell’attaccamento a quell’anacronistica e quindi falsa visione dell’io.

Queste cose avrebbe dovuto spiegare la chiesa per essere cristiana. Ma come fa un’istituzione a spiegare ciò che non ha mai sperimentato in sé? Non può.

Da prima del periodo storico in cui i primi scrittori dei testi su Krishna, Budda, i profeti, ecc., ma si potrebbe dire da sempre, le forze dell’io incominciarono ad incarnarsi sulla terra.

Tale incarnazione trovò il suo compimento (non definitivo) con l’evento del Golgota cioè due millenni fa, e sta ancora continuando nella misura in cui continuano a nascere bambini.

Quando il sangue del crocifisso feconda il nostro pianeta nel monte Calvario, l’uomo incomincia ad indicare progressivamente se stesso in prima persona singolare.

Prima di quel tempo, lo ripeto perché è importante, tendeva ad indicare se stesso in terza persona, esattamente come fanno gli infanti nei primi anni di vita. L’infante Mario Rossi per indicare se stesso dice “Mario”. Non dice ancora “io”. Incomincia a dire “io” verso il secondo o il terzo anno di età, non prima.

Anticamente l’io era conosciuto solo dagli iniziati. Se qualcuno mi chiede il tuo nome cosa rispondo? Il nome di Dio era appunto quello ricevuto da Mosè come rivelazione: “Eié escer Eié”, “Io sono l’Io sono”.

Questo “nome” è già un’intuizione del figlio dell’uomo, che non nasce da carne e sangue.

Nei tempi paleocristiani il “Figlio dell’uomo” era un nome tecnico per l’“io”, che in quanto parola è diversa da tutte le altre parole, inadatte ad evocare l’individualità. Io sono un “io” solo per me. Per tutti gli altri sono un “tu”. Non così per ogni altra parola.

Il figlio dell’uomo non nasce da carne e sangue, bensì dall’elemento spirituale dell’umanità la cui natura è tale che muove in sé la possibilità della scoperta dell’io. Qui e non nell’imene sta la verginità dell’umanità madre dell’io.

Quando il bambino, a un certo punto della sua infanzia dice “io” a se stesso, si tratta della vera e propria nascita verginale del “Figlio dell’uomo” da parte della natura umana e ciò era anche il senso della nascita del Cristo in quanto involucro (sinderesi) dell’“io sono” nell’uomo.

Vi è un rapporto di equivalenza fra la storia dell’individuo e quella dell’umanità.

Tanto nell’infanzia dell’umanità quanto in quella del bambino si passa dalla consapevolezza di sé in terza persona a quella in prima persona.

Chi osserva oggettivamente i testi antichi trova testimonianza di ciò. Si veda per esempio il ringraziamento del faraone Azoze (V dinastia, circa 2900 a.C.) al suo vizir Sepses-rie. Il faraone parla di se stesso sempre in terza persona singolare come gli infanti quando, prima di scoprire la parola “io”, indicano se stessi servendosi del proprio nome. Per indicare se stesso Azoze usa le parole “Azoze”, “la mia maestà”, “il cuore di Azoze”: «La mia maestà ha visto questo [...] è veramente rallegrato il cuore di Azoze con ciò [...] o Sepes-rie [...], quanto è vero che Azoze vive all’infinito, se chiederai subito per lettera alla mia maestà una ricompensa qualsiasi, la mia maestà la farà dare subito» (G. Farina, “Grammatica della lingua egiziana antica”, Ed. Hoepli, pag. 183 e 184).

Anche nei Vangeli si possono trovare tracce di questo modo antico di indicare l’io: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore…” (Luca, 1,46). In questo passo del “Magnificat”, l’evangelista non sostituisce l’io con “anima mia” e “mio spirito” per esercitare l’arte poetica, ma esattamente come era l’usanza dell’uomo antico di indicare se stesso in terza persona. Se l’antico pensatore dice “la mia anima considera che…” o “il mio cielo, cioè l’elemento in me celato considera che…”, non lo fa per essere più poetico o celestiale. Il motivo di questo modo di parlare degli antichi non è poetico. È semplicemente in armonia con lo stadio acquisito dalla loro evoluzione individuale.

La mancata conoscenza di questo sviluppo storico dell’autocoscienza - da parte del cattolicesimo e di ogni altra confessione religiosa, comportò purtroppo la nascita della psicanalisi, tentativo fallito di oggettivazione dell’io ai fini della sua individuazione ed evoluzione, dato che ancora oggi si tende a credere dogmaticamente nel Logos, anziché sperimentarlo in sé.

Eppure la chiesa cattolica non era forse preposta a promuovere in senso paolino la capacità dell’io di superare i condizionamenti dell’ego (“Non io ma il Cristo in me”, Gal. 2,20)?

L’omissione di questo compito ha determinato il fallimento della chiesa, già nel suo nascere come istituzione burocratica e poi costruita progressivamente pietra su pietra, e del cui elemento minerale è risaputo che non dovrà rimanere nulla (Mt. 24,2; Mc. 13,2; Lc. 21,6). Perché mai avrebbe dovuto essere istituita in tal modo dal Cristo se il Cristo sapeva che non avrebbe retto? È chiaro che la pietra di fondamento avrebbe dovuto essere immateriale, non materiale, vale a dire la pietra del riconoscimento dell’io (“Figlio dell’uomo”) o del Cristo dell’uomo Pietro nei confronti dell’uomo Gesù. Solo in tale rapporto fra un uomo e un altro uomo scatta la divinità del “Figlio dell’uomo”.

Ciò risulterà sempre più evidente alla coscienza degli esseri umani del terzo millennio. E non potrà essere rimosso.

Tanto Israele quanto Roma non riconobbero il Cristo, eppure ambedue giuridicamente pretesero essere il popolo eletto, ambedue ovviamente senza fare i conti col cielo.

Ciò che sempre più si paleserà sarà che, da un lato, tutta la storia di Israele proclama il monoteismo contro i caldei, studiosi degli astri e, dall'altro, che Roma continuò e continua a manifestare la stessa avversione per ogni logica celeste. Così, mentre il Vaticano continua a dimenticare l’antica “considerazione” celeste - peraltro testimoniata dallo spirito del linguaggio secondo il quale la parola “vaticano” proviene etimologicamente da “vaticinio” e da “vate”; e “considerare” da “sidera”, che in latino significa “stelle” - Israele continua a dimenticare che Abramo era per i Padri della tradizione ebraica, egli stesso un astrologo (Cfr. Midrash Hagadol, Ed. Schechter, I, 189 e sgg.), che “portava sul cuore una tavola astrologica, così che tutti i re d’oriente e d’occidente usavano recarsi presso di lui per consultarla” (A. Cohen, "Il Talmud", Ed. Laterza, Bari, 1935, pag. 329; cfr. anche la Tosefta Kiddushin 5,17, e il Talmud Bavli Baba Batra 16b.) e che anche Sara era astrologa (Deuteronomio Rabbah 4,5, rif. a Genesi 21,10.).

Ad ascoltare Roma ed Israele attuali, sembrerebbe proprio che l’uomo, per essere in regola (regola celeste) non debba ascoltare il “celato” che il “cielo” nasconde in sé, come residenza del divino.

Perciò a tutt’oggi nessuno pensa più a ciò che dice quando recita un Pater. Di che cielo si tratti nel “Padre Nostro” risulta così qualcosa di oscuro. Tale oscurantismo combatte infatti sia ciò che si cela esotericamente “in cielo come in terra”, sia il cielo dell’astrofisica! Pare proprio che nessuna di queste vie, che in fondo sono la medesima via al cielo, sia bene accetta dalle confessioni religiose.

Si prenda nella filosofia di Abram Charan De (dei devoti di Krishna) il cosiddetto “falso ego” denominato “ahamkara” consistente nella facoltà umana di dire “io”. Tale denominazione (“ahamkara”) riguardante la facoltà di dire “io”, non nel senso filosofico sankhya pre-Shankaracharia, è perfettamente giustificata anche oggi. Non si tratta infatti di inserire come si faceva nella terminologia sankia antica (precedente a Shankaracharia) l’“ahamkara” tra la vitalità (budhi) e la mente (manas) perché la costituzione umana di allora non percepiva ancora come oggi gli influssi egoistici (luciferici) ed economicistici (arimanici o di Belial o economicistici). Perciò l’io (“ahamkara”) e la mente (“manas”) anticamente caratterizzata come “senso dei sensi”, detto poi anche in Occidente “sesto senso”, oggi andrebbero pensati congiunti, così come possono esserlo l’io e la coscienza dell’io, dato che è sempre l’io ad avere “coscienza dell’io”.

L’insieme di questi due contenuti concettuali è l’io, in senso spirituale, cioè immateriale, quindi diverso dal suo identificarsi con la mineralità del corpo.

Oggi è giustificato fare così. Perché per l’uomo d’oggi è possibile riassumere le diverse impressioni sensoriali in un unico senso interiore complessivo: questo vale sia per le impressioni sensoriali relative al mondo esterno (per es., i colori “freddi” o “caldi”, i suoni che richiamano impressioni cromatiche, ecc.), sia per le esperienze interiori (per es., sentimenti “luminosi” o “oscuri”, uno sguardo “raggelante”, un ideale che “riscalda” il cuore, ecc.) pur rendendosi conto che si tratta di un’espressione figurata. Infatti il caldo e il freddo lo percepiamo solo mediante il senso del tatto, e mediante la vista percepiamo solo colori, chiaro o scuro. Quando parliamo di colori caldi o freddi, lo facciamo applicando le percezioni di un senso a quelle di altro, grazie a una certa intima affinità che sentiamo. Ci esprimiamo così perché nella nostra attività interiore una certa percezione visiva si fonde con qualcosa che percepiamo mediante il senso del calore. Persone con particolare sensibilità possono risvegliare in sé rappresentazioni di colori mentre percepiscono determinati suoni, così che possono parlare di suoni che destano in loro la rappresentazione del rosso, o di altri suoni che risvegliano la rappresentazione dell’azzurro, e cos’ via. Nella nostra attività interiore vive qualcosa che collega tra loro le singole percezioni sensoriali, fondendole in un tutto unico. Si può andare anche oltre, se si è sensitivi. Ci sono persone che, visitando diverse città, ricevono impressioni che caratterizzano in sé come di una città gialla, o rossa, o bianca, o azzurra…

Invece ciò che si intendeva anticamente con “ahamkara” era una forma individualizzata di auto percezione di sé non ancora interiormente condensata.

Oggi, dopo Shankaracharya (ottavo secolo dopo Cristo), col termine “ahamkara” si intende invece l’io come condensazione immateriale ma concreta del cosiddetto “senso dei sensi” o “manas”.

Dal “manas” provengono foneticamente termini come “manna”, “mente”, “Minotauro”, “Minosse” (il labirinto di Arianna in cui ci si può perdere incontrando il mostro è appunto la mente umana), “man”, “men”, e perfino “money”, la “moneta”, come espressione del valore che l’uomo da’ a una merce, e così via.

Secondo Shankaracharya il “manas” e l’io spirituale si potevano infatti identificare.

Ciò non era invece possibile secondo la terminologia sankhya.

Ciò premesso, ed anche in base alla stessa terminologia sanscrita, l’avversione all’io, all’“ego”, o al “falso ego” è ingiustificata.

E fino a prova contraria è ingiustificato oggi ogni spirito di avversione all’io.

Tale spirito di avversione all’io è lo spirito di Belial (Arimane nella scienza spirituale o Satana nei Vangeli, da non confondere con Lucifero) che genera pseudo spiritualismo tanto nell’attuale chiesa cattolica quanto in ogni altra confessione religiosa o partitica e/o associazione falsamente spirituale, in cui si opera dando preminenza all’Ethos rispetto al Logos, per esempio nelle dottrine che insegnano l’illusorio altruismo della trasformazione dell’“io” nel “noi”. Infatti è impossibile pretendere magicamente dalla recita delle parole “liberaci dal male” rivolte al “Padre nostro” una liberazione dall’“io” inteso come male o come egoismo, rimuovendo l’io. Se rimuovo l’io in nome del “noi”, come faccio a scegliere fra l’“io” e il “noi”? Se rimuovo il Logos in nome dell’Ethos o della Legge, come faccio a creare logicamente leggi etiche?

La conoscenza che non è contemporaneamente saggezza e via di liberazione (moksa), è nozionismo, dogmatismo, regola imposta, e “imposta” da pagare in modo tassativo, schiavizzante e illogico.

Proprio perché per l’antica e profonda saggezza radicata nel samkhya e nello yoga che passò poi alla conoscenza non dualista del Vedanta, la molteplicità e la separazione delle cose percepibili erano un prodotto del nostro apparato psichico, della mente empirica - distintiva e analitica - che gli indiani chiamavano ahamkara e abhimana, proprio per distinguerla dall’io profondo, cioè dall’atman che si nasconde nella “grotta” più interna e più profonda di ogni uomo, proprio per queste cose, oggi l’individualità dovrebbe essere intesa come “ahamkarana”, cioè caratterizzata dall’“ahamkara”.

Se invece, in nome magari dell’“impermanenza” filosofica degli antichi, si elimina l’io non si va da nessuna parte, dato che l’io è eterno.

Ecco perché il Logos dichiara: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5) ripetendo continuamente di “permanere” in Lui (Gv. 15 4-10).

Ed ecco che eliminando l’io in nome del Logos si è costretti a credere in un Logos posto fuori dall’io mentre in realtà è sia dentro che fuori. È dentro in quanto involucro protettivo dell’io. Ed è fuori in quanto presente dappertutto e soprattutto nell’io che bisognerebbe riconoscere in ogni creatura umana affinché possa crearsi ogni volta una “pietra” immateriale per una “qaal” immateriale, cioè sostanziata dal pensare contenente il Logos, quindi del tutto diversa da quella della quale il Logos dichiara: “non rimarrà pietra su pietra” (Mt. 24,2; Mc. 13,2; Lc. 21,6).

Chi parla di “falso ego” o diversifica il Logos divino dal Logos umano è ancora inchiodato alle prime due rivelazioni. La diversità di cui parla è oggi una menzogna creata dalla sua ignoranza in quanto dipende dalla non coscienza del contenuto superiore dell'io. Ovviamente non si tratta di coscienza filosofica, né culturale, né razionale, ma di esperienza dell’io, che solo nella terza rivelazione si può avere, ed oggi, appunto, la si può avere, anche se solo per attimi, per esempio leggendo un libro, o osservando un dipinto, intuendo l’immaginativa morale di cui parla Steiner, ecc., cioè facendo vivere in una zona di noi stessi la potenza dell'io e traducendola immaginativamente in un'azione interiore, che divenga anche un'azione esteriore. L’io è sempre nuovo e non avrebbe neppure bisogno di essere descritto, ma è certo che la sua forza è quella Logos, che è uno.

Filosoficamente si potrebbe dire che quanto più c'è individualismo, tanto più c'è egoismo. Invece è vero il contrario. Quanto più l'individuo si congiunge al nucleo puro del proprio essere individuale, tanto più si congiunge con l'io cosmico. Quindi, quanto più si è se stessi, tanto più si partecipa dell'io cosmico. Questo è logodinamica di libertà, ed è meraviglioso, perché non ci sono regole esteriori o eterodirette per il rapporto di noi con noi stessi: qui non abbiamo regole se non ciò che viene dall'intuizione continua dell'immediata situazione, dell'immediato evento, dell'immediato problema. L'errore dell'uomo è voler ricordare quello che ha già fatto e applicarlo all'esperienza che si presenta. Far tesoro delle esperienze non è questo, ma avvicinarsi all'esperienza presente consapevoli che essa richiede il contenuto interiore che la riguarda, e che quindi è forza viva, contenuto vivo di qualsiasi evento si verifichi, il quale non evolve se non c'è questo sempreverde atto di coraggio.

L'atto di coraggio è necessario ai tempi nuovi, perché tutte le soluzioni che si danno oggi dei problemi sono fallimenti certi, e terribili, in quanto in genere si attinge alla riserva delle ideologie o della morale a cui è legato. Sono rari coloro che vivono la possibilità di intuizioni diretta di ciò che andrebbe fatto. Certo non lo dobbiamo pretendere dalle folle, specialmente dalle folle dei papolatri decerebrati.

Da noi stessi però dovremmo pretenderlo.

Il Cristo avanza comunque malgrado la non consapevolezza di molti.

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18 settembre 2014 4 18 /09 /settembre /2014 11:57

PAPOLATRI!

RAZZA DI VIPERE!

NON CHIAMATE NESSUNO PADRE...
Patrem nolite vocare vobis...
Y vuestro padre no llaméis á nadie...
And call no man your father...

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5 settembre 2014 5 05 /09 /settembre /2014 10:57

Presentazione dei pdf di agostohttp://digilander.libero.it/VNereo/pdf.htm

La triarticolazione sociale, diversamente dai decreti legge e/o dalle leggi, non può (né potrà mai) essere imposta all'uomo dall'alto, perché è un'idea in movimento, impossibile da comprendere col mero intellettualismo delle definizioni o delle formule che si imparano a memoria nelle università. I politici, o i politicanti come Archiati, Alvi, ecc., e come tutti i sedicenti antroposofi in dubbio sui fondamenti dell'antroposofia, non riusciranno ad attuare che un fac-simile di triarticolazione, detta tripartizione. Questa sarà non sociale, cioè non favorevole ai soci dell'organismo sociale, ma completamente antisociale, in quanto è prevedibile che sarà progressivamente messo in discussione e in dubbio perfino lo stesso concetto di organismo esteso alla vita della società. In tal caso avremo sempre di più a che fare con una "società" fatta di uomini sempre più meccanizzati e robotizzati (i nuovi schiavi).

Vedi nell'immagine seguente dove sono già arrivati i "tripartizionisti" del magna-magna nella loro opera manipolatoria della triarticolazione sociale: 

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27 agosto 2014 3 27 /08 /agosto /2014 16:24

«“È in un certo senso fatale che abbia preso piede la tendenza a parlare di “tripartizione” dell’organismo sociale, invece che di “triarticolazione, dando così luogo a terribili malintesi” (Rudolf Steiner).

“Quanto Steiner sostiene è forse dubitabile in quelli che sono i suoi fondamenti...” (G. Alvi)»...

continua qui:

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12 luglio 2014 6 12 /07 /luglio /2014 10:42

L’idea della sovrappopolazione del pianeta ha le sue radici nella teologia di Malthus, secondo i cui calcoli, la popolazione mondiale odierna avrebbe dovrebbe essere di 256 miliardi di individui.

 

Invece siamo circa 7 miliardi.

 

Rudof Steiner aveva parlato già nel 1918 del teologo e sociologo Tomas Robert Malthus (1766-1834) come segue. «Egli [Malthus] disse che se si considera l'aumento della popolazione della terra (come molti studiosi moderni egli era del parere che la popolazione della terra aumentasse continuamente) e si considera l’aumento degli alimenti prodotti, si ha un certo rapporto. Malthus lo esprime in forma matematica dicendo che in progressione aritmetica avviene l'aumento degli alimenti, mentre in progressione geometrica avviene l'aumento della popolazione. Posso chiarirlo con qualche cifra. Supponendo che la produzione degli alimenti sia 1, 2, 3, 4, 5, per la popolazione avremmo il rapporto geometrico 1, 2, 4, 8, 16. In altre parole, egli pensa che la popolazione aumenti molto più rapidamente degli alimenti. È dunque del parere che l'evoluzione dell'umanità non possa sfuggire al pericolo che subentri la lotta per la vita, e che alla fine vi siano troppi uomini in confronto all'aumento degli alimenti. Egli dunque considera l'evoluzione economica umana dal punto di vista del tutto diverso, dal punto di vista del rapporto dell'uomo con le condizioni della terra, e arriva al punto, o quanto meno i suoi seguaci arrivano al punto di considerare realmente contrario all'evoluzione l'occuparsi molto dei poveri e dei problemi connessi, perché‚ in tal modo si coltiva soltanto il sovrappopolamento, il che è dannoso all'evoluzione dell'umanità. Malthus arriva proprio a dire: "Si lasci senza assistenza chi è debole nella vita, perché‚ si tratta di eliminare gli inadeguati alla vita". Egli [...] considera le guerre come manifestazione necessaria dell'evoluzione dell'umanità, dato che esiste la naturale tendenza dell'aumento più rapido della popolazione in confronto agli alimenti. Come si vede prende posto nella storia una concezione ben pessimistica, per quanto riguarda l'evoluzione economica dell’umanità. Non si può dire che il rapporto dell'uomo con la base naturale dell'economia sia stato molto seguito nel tempi più recenti. La gente nei tempi moderni non ha neppure la chiara coscienza che si dovrebbe indagare in questa direzione. In un certo senso si è tornati a riferirsi alla struttura sociale stessa, alla maniera in cui gli uomini debbano distribuire quanto è disponibile, perché‚ possano conseguire il massimo benessere; il problema non è tanto il modo di ricavare possibilmente molto dalla terra, ma piuttosto la distribuzione. Ebbene, nell'evoluzione del corso delle idee, si manifestano varie cose che è importante osservare perché‚ esse preparano il pensiero sociale e socialistico del tempo attuale; quello che ha condotto e sempre più condurrà gli uomini in una specie di caos sociale da cui necessariamente bisognerà cercare la via d'uscita» (Rudolf Steiner, Dornach 13 dicembre 1918, ottava conferenza del ciclo "Esigenze sociali dei tempi nuovi", Ed. Antroposofica, Molano 1971).

Oggi non abbiamo prove confermanti la sovrappopolazione del pianeta. Abbiamo invece prove certe che l’evoluzione del crollo del tasso di mortalità coincide con una crescita della produttività, della ricchezza, della sanità come mai nella storia dell’uomo, e che la disparità economica è dovuta SOLO a politiche sbagliate, non alla crescita della popolazione.

Eppure c’è ancora, oggi, gente talmente priva di giudizio critico da portare avanti questa ECOBUFALA. Si tratta dei Radicali. Uno dei principali argomenti della loro ideologia è il catastrofismo: sterilizzazione, contraccezione e aborto sarebbero indispensabili per controllare l’aumento demografico. Gli abortisti parlano perciò lo stesso linguaggio degli ecologisti e degli animalisti radicali che, facendo proprie le idee del Club di Roma, associazione specializzata negli anni Settanta a diffondere notizie allarmanti sulla popolazione mondiale ed anche italiana, prevedendo catastrofi e distruzioni anche nel nostro paese a causa di un presunto eccesso di popolazione, e/o di Bertrand Russell, filosofo giustificatore del genocidio di massa, vedono l’uomo come un cancro terribile, un microrganismo deleterio, o un parassita nocivo che minaccia il pianeta. È pazzesco ma questa è la realtà della loro totale mancanza di vita pensante.  

Stabilito scientificamente, filosoficamente e teologicamente, che l’embrione è una persona umana, secondo questi loro argomenti dissennati la liceità dell’uccisione di una persona per fini demografici potrebbe essere logicamente sostenuta.

Idee come queste circolavano già nei sostenitori della prima guerra mondiale: «Siamo troppi. La guerra è una operazione malthusiana. C’è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un’infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita» (Giovanni Papini, ottobre 1914, 6 anni prima della conversione cattolica).

A ben vedere, già nel termine "sovrappopolazione" vi è un problema, dato che esso evoca la presunzione di conoscere la quantità della popolazione ottimale del pianeta, mentre è notorio che qualunque stima è risultata fasulla. La storia ha comunque sempre più mostrato l’infondatezza della paura per la sovrappopolazione.

Nel 1972 fu pubblicato il famoso studio dal titolo “The limit to growth” commissionato dal Club di Roma, in cui si sostenne scientificamente che la crescita della popolazione collegata ai consumi sempre crescenti avrebbe esaurito le risorse del pianeta in pochi anni. Nel libro, considerato il testo sacro del movimento ambientalista, tradotto in venti lingue e diffuso in nove milioni di copie, si prevedeva che a livelli di consumo del 1972 l’oro si sarebbe esaurito nel 1981, il mercurio nel 1985, lo stagno nel 1987, lo zinco nel 1990, il petrolio nel 1992, e il rame, il piombo e il gas nel 1993. I senza cervello dichiararono quindi: «All’attuale tasso di espansione argento, stagno e uranio potrebbero essere molto scarsi e raggiungere prezzi altissimi entro la fine del millennio» (D.H Meadows, D. Meadows, J. Randers, W.W. Beherens III, “The limits to growth, A report for the Club of Rome’s Project on the predicament of mankind” Universe Book, New York 1972. Edizione Italiana: “I limiti dello sviluppo”, Mondadori, Milano 1973). L’errore fu clamoroso: a distanza di circa 40 anni, se si guardano i dati forniti dal Dipartimento delle Miniere degli Stati Uniti del 1991 (U.S. Department of the Interior, Bureau of Mines, Mineral Commodity Summaries 1991), risulta che i prezzi reali di antimonio, mercurio, platino, argento, stagno e tungsteno sono crollati del 50%. Quelli di rame, piombo e magnesio sono crollati del 20%. Addirittura argento, stagno, uranio e piombo, hanno oggi un prezzo minore di quello che avevano nel 1972.

Quanto segue è una raccolta di notizie prese semplicemente dal web che dimostrano come questa mega bufala malthusiana occupi ancora la mente completamente stordita di certe persone.

 

Nel 1986 la National Academy of Sciences ha pubblicato uno studio accurato in totale contrasto con le tesi maltusiane e contro l’idea popolare che più siamo e meno ci sarà da mangiare. Negli anni 1970-75, ad esempio, l’aumento della produzione è stata del 3% a fronte di una crescita della popolazione del 2,4%. Mentre nel periodo 1987-1992, l’aumento della produzione di cibo è stata del 4,4% e quella della crescita della popolazione è stata dell’1,9%. Ecco i risultati dello studio: «L’India potrebbe sostenere due volte e mezza la popolazione prevista per l’anno duemila. Lo Zaire dispone di un enorme potenziale agricolo, sarebbe in grado di sostenere 62 volte in numero di popolazione prevista per l’anno duemila. Lo Zaire inoltre potrebbe produrre cibo a sufficienza per l’intera popolazione dell’Africa» (National Research Council, “Population Growth and Economic Development: Policy Questions“, Washington 1986).

Nel settembre 1987, l’economista Thomas De Gregori, docente presso il Dipartimento di Economia dell’Università di Houston, scrisse l’articolo “Resources Are Not; They Become: An Institutional Theory”, apparso sul Journal of Economic Issues. In esso sostenne che «se c’è la fame nel mondo è a causa della cattiva distribuzione del cibo, non dell’insufficiente produzione globale [...]. L’uomo è l’agente attivo, ha idee che usa per formare l’ambiente per scopi umani. Le risorse non sono fisse e finite, perché non sono naturali. Si tratta di un prodotto dell’ingegno umano derivante dalla creazione della tecnologia e della scienza» (T. De Gregori, “Resources Are Not; They Become: An Institutional Theory”, Journal of Economic Issues 21; citato in http://www.cato.org/pubs/chapters/marlib21.html).

Nel 1989 viene fondato il “Population Research Institute“, organizzazione non-profit di ricerca e organizzazione educativa dedicata all’approfondimento delle questioni legate alla demografia, interessata ad invertire le tendenze portate dal mito della sovrappopolazione. Il suo ricco sito web è www.pop.org . Nel medesimo anno, Angus Maddison dell’Università di Groningen, smentiva l’assunto maltusiano secondo cui la crescita demografica avrebbe portato al disastro economico impoverendo la società. Rilevò infatti che l’aumento della ricchezza pro capite nel mondo era avvenuta proprio in quei Paesi dove maggiore era la densità demografica. Secondo Maddison, i 43 paesi più densamente popolati erano tre quarti degli individui viventi sulla Terra e più del 75% in termini di produzione economica. Tra il 1920 ed il 1989 la produzione pro capite dei cittadini dell’Europa occidentale, del Nord America e dell’Australia aumentò di 13 volte e raddoppiò la produzione che replicò ancora nei successivi sessanta anni, triplicando tra il 1950 ed il 1989. Lo stesso fenomeno avvenne in Corea del Sud, in Taiwan, in Tailandia e in Giappone (A. Maddison, “The World Economy in the Twentieth Century”, OECD, Parigi 1989).

Nel 1992, David Osterfeld, dell’Università di Cincinnati, autore del libro “Prosperity Versus Planning: How Government Stifles Economic Growth” (Oxford University Press 1992), in un articolo intitolato “Il perenne mito della sovrappopolazione”, attaccò l’informazione eco-terrorista circa l’imminente morte di fame per milioni di persone per mancanza di cibo, scrivendo: «I catastrofisti hanno predetto rovina e oscurantismo per secoli. La cosa forse più straordinaria di questo perenne esercizio è che i catastrofisti sembrano non essersi mai fermati abbastanza a lungo per far sapere che le loro predizioni non si sono mai materializzate […].La popolazione è cresciuta di sei volte negli ultimi 200 anni e questa esplosione è stata accompagnata, ed in larga parte è stata resa possibile, da una esplosione nella produttività, nelle risorse, nell’informazione, nelle comunicazioni, nella scienza e nella medicina [...]. La produzione di cibo ha ecceduto la crescita della popolazione (l’1% all’anno) dal 1940. Vi è attualmente abbastanza cibo da sfamare chiunque nel mondo e molti esperti ritengono che senza nessun avanzamento nella scienza o nella tecnologia noi attualmente abbiamo la capacità di sfamare adeguatamente, su basi sostenibili, 40 o 50 miliardi di persone (otto o dieci volte l’attuale popolazione). [Senza contare l’uso della biotecnologia. La gente soffre di fame] a causa della guerra o delle politiche dei governi [non per il sovraffollamento. Rispetto alle risorse naturali], come il cibo, non sono mai state così abbondanti come oggi. Praticamente tutte le risorse sono meno costose oggi rispetto a qualsiasi altro periodo. Le risorse non sono cose che troviamo in natura, sono le idee che creano le risorse. Più gente significa più idee. Non c’è ragione dunque di credere che popolazione crescente significhi riduzione delle risorse disponibili. Storicamente, è stato vero l’opposto. [Rispetto allo spazio vitale, è vero che più gente significa meno spazio] ma è anche irrilevante. Per esempio, se l’intera popolazione del mondo fosse messa nello stato dell’Alaska, ogni individuo riceverebbe 3,500 piedi quadrati di spazio (circa la metà del lotto a disposizione della famiglia americana media). Ci sono più case, più aree verdi e più stanze per persona che mai prima d’ora. In breve, così come il cibo e le risorse, lo spazio vitale è diventato, dal punto di vista di una misurazione significativa, più abbondante». Osterfeld concludeva l’articolo ricordando comunque che l’esplosione della popolazione aveva purtroppo iniziato a rallentare. Nello stesso anno, in Europa Harvey Le Bras, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Demografia di Parigi, scriveva: «Non esistono prove per dimostrare che la densità demografica è in contrasto con una buona qualità della vita» (H. Le Bras, “The Myths of Overpopulation, in Proyections”, volume 7-8, 1992).

Nel marzo del 1993 fu pubblicato in America un importante libro intitolato “Market Liberalism: A Paradigm for the 21st Century” (Cato Inst 1993), presentato alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo. Nel 21° capitolo, intitolato “La crescente abbondanza delle risorse naturali”, Jerry Taylor, senior fellow presso il Cato Institute e ricercatore di politica ambientale, dimostrava che «nel momento stesso in cui la lobby della conservazione [delle risorse naturali] convinceva milioni di americani e le legislature di tutto il mondo che la scarsità delle risorse era in agguato dietro l’angolo, l’economia globale assisteva alla più grande esplosione di abbondanza di risorse nella storia dell’umanità». Rispetto all’energia, dopo aver presentato i dati, affermò: «Contrariamente alla credenza popolare, le scorte di energia di ogni genere, sia fossile che non fossile, sono aumentate costantemente e il prezzo si è abbassato. Siamo di fronte ad un’abbondanza senza precedenti, non alla scarsità». E rispetto alle risorse minerarie: «L’esame delle risorse minerarie in ultima analisi indica che abbiamo solo iniziato a sfruttare le ricche e abbondanti vene della terra. I dati del US Geological Survey rivelano che, se continueranno le attuali tendenze di consumo, le risorse minerarie recuperabili dureranno per centinaia, migliaia e persino decine di migliaia di anni. Il 99,9 % di tutta la domanda di metalli minerali è praticamente inesauribile, per qualsiasi orizzonte temporale concepibile». Per le risorse agricole aveva fatto notare: «il prezzo degli alimenti è diminuito dell’83 per cento dal 1950. Chiaramente, se la produttività agricola della terra sarebbe stata superata dalla domanda di cibo a causa della esplosione demografica, i prezzi agricoli sarebbero in forte aumento piuttosto che in drammatica caduta come i dati indicano». Confermando le citazioni di diversi economisti secondo i quali la produzione agricola del pianeta era aumentata in modo esponenziale nel corso dei secoli passati, affermò: «Sebbene la popolazione mondiale sia raddoppiata dalla seconda guerra mondiale, la produzione mondiale di cereali è triplicata e l’abbondanza agricola si è tradotta in una migliore salute, anche per i più poveri del Terzo Mondo. Inoltre, ci sono buone ragioni per credere che il pianeta potrà sfamare decine di miliardi di persone per molte generazioni a venire [...]. L’erosione del suolo non è il risultato della moderna agricoltura ad alto rendimento, ma dei tentativi di utilizzare, a basso rendimento, le tecniche agricole tradizionali su terreni fragili». Jerry Taylor aveva altresì affrontato ingiustificate paure in merito al disboscamento: «ben poche prove, oltre ad aneddoti, sono mai state avanzate a sostegno di questa convinzione purtroppo diffusa. Secondo i dati più recenti delle Nazioni Unite, le foreste coprono 4 miliardi di ettari (più del 30 per cento della superficie totale). Questa cifra non è cambiata sensibilmente dal 1950, anche nel bel mezzo dell’esplosione demografica». E ancora: «Dal 1920 le foreste Stati Uniti sono aumentate del 57 per cento, e nello stesso periodo la popolazione degli Stati Uniti raddoppiata». Taylor concludeva su uno dei più grossi errori dei catastrofisti: «il difetto fondamentale nel paradigma ambientalista è la premessa che le risorse mondiali siano create dalla natura e così fissate e finite. Ma nessuna singola risorsa materiale è mai stata creata dalla “natura”. È la conoscenza umana e la tecnologia che creano le risorse. Le dimensioni della nostra torta delle risorse è determinata non dalla natura, ma dalle istituzioni economiche e sociali che definiscono i limiti del progresso tecnologico».

Jerry Taylor, compilò poi una statistica sulla disponibilità conosciuta delle 13 più importanti risorse naturali nel periodo tra il 1950 ed il 1990. Contrariamente alle previsioni degli ambientalisti e dei radicali, le riserve si erano  moltiplicate nel giro di 50 anni (J. Taylor, “Sustainable Develompent”, pubblicato su Regulation 1, 1994, p.37).

Sempre nel 1994 il ricercatore statunitense Robert L. Sassone, nel suo libro “Handbook on Population” (Springer 2006), scriveva: «Benché sia vero che la terra ha una spazio circoscritto, molti cittadini che vivono in città credono che il mondo intero sia sovraffollato come le città, ma non sanno che meno dell’1% della superficie terrestre è coperta dalle città. A differenza che nel passato quando l’agricoltura era la maggiore attività produttiva, oggi la mappa della popolazione registra un’accresciuta densità nelle città ed uno spopolamento delle campagne. Oggi, come nel passato, gli esseri umani si riuniscono insieme, non perché manchi lo spazio sul pianeta, ma perché abbiamo bisogno di lavorare in gruppo, acquistare e vendere, fornire e ricevere servizi l’un l’altro. Le nostre città e metropoli sono sempre state congestionate dalla gente e dal traffico; cavalli, somari e cammelli in passato, veicoli a motore oggi» (R. L. Sassone, “Handbook on Population”, American Life League, Inc. Stafford 1994, p.41.). Sassone aveva altresì rilevato che l’urbanizzazione è un processo che mentre fa crescere la densità di popolazione nella città riduce quello relativo alle campagne, per cui esistono più spazi rurali (o in campagna) di quanto ci fosse nel passato.

L’11 novembre 1995, durante un convegno sul tema “Popolazione e sviluppo“, organizzato dall’Associazione Medici Cattolici Svizzeri, il noto geografo, economista e demografo francese Gérard-François Dumont, docente presso l’Università di Parigi, tenne un incontro dal titolo “La mythologie contemporaine en démographie”, durante il quale affermò: «Accettare l’affermazione seguente: “La popolazione mondiale aumenterà nel secolo XXI fino a 12 miliardi”, significa ammettere il seguente sillogismo: la popolazione mondiale raddoppierà. Ora, un raddoppio della popolazione suppone condizioni economiche e sanitarie soddisfacenti, quindi nel secolo XXI le condizioni economiche e sanitarie saranno soddisfacenti», e spiegò: «non è l’aumento dell’effettivo di una popolazione che si può mettere in relazione con i luoghi di carestia, ma piuttosto i torbidi politici. Gli esempi della Cambogia, della Somalia, del Sudan, del Mozambico e della Liberia illustrano disgraziatamente questa realtà. L’aumento contemporaneo della popolazione e della mortalità è dunque un mito, perché due processi contrari non possono svolgersi insieme. O la popolazione aumenta perché l’umanità riesce a nutrirsi, oppure l’umanità non riesce a nutrirsi e la popolazione non può aumentare». Continuò poi confutando altri miti: «Una delle grandi fiction demografiche attuali [considera la natalità] come responsabile della crescita demografica degli ultimi due secoli. Questa affermazione, che è una fiction, porta a una conseguenza prevedibile. Poiché la natalità è considerata il fattore determinante della crescita demografica mondiale, come il fattore responsabile della povertà, sarà necessario e sufficiente ridurre la natalità. [Si prevede dunque come unica misura concreta la pianificazione famigliare. Ma] se bastasse frenare la crescita della popolazione per giungere alla ricchezza lo si saprebbe e, a contrario, gli Stati Uniti d’America figurerebbero fra i paesi più sottosviluppati, avendo presente la loro eccezionale crescita demografica da due secoli a questa parte». [La pianificazione familiare (aborto, sterilizzazione ecc..)] non può essere efficace perché poggia su una fiction. Infatti, l’attuale crescita della popolazione mondiale non è dovuta a una natalità sbrigliata, che sarebbe aumentata da due secoli a questa parte, ma a una mortalità che è crollata, aumentando considerevolmente lo scarto fra mortalità e natalità [...]. È inutile voler controllare d’autorità la natalità quando non sono presenti le condizioni per un cambiamento di natura del livello di mortalità. Questo spiega, in passato, i numerosi fallimenti dei programmi di pianificazione familiare un poco ovunque nel mondo […]. La paura della “sovrappopolazione” costituisce indubbiamente oggi, dopo che il marxismo è passato di moda, l’ideologia più penetrante nel mondo. Io la chiamo l’Ossessione del Sovraffollamento del Pianeta, che corrisponde alla sigla O.S.P. [un’ideologia che sembra andare e venire ciclicamente nella storia dell’uomo e che porta con sé tre misteri: il] misconoscimento dei meccanismi demografici da parte di una grande percentuale di delegati [...], l’interesse sempre più ostentato di occuparsi delle “generazioni future”» [preoccupandosi poco di quelle presenti, e] «enunciare nuovi concetti» [per mascherare gli errori del passato].

Sempre nel 1995, Gregg Easterbrook, scrittore, conferenziere, ed editorialista di “The New Republic” pubblicò un libro dove confutava la convinzione popolare sull‘insufficienza della terra a contenere la crescente popolazione mondiale, chiedendosi: «perché altrimenti la così densamente popolata Olanda sia prospera e ragionevolmente pulita, mentre il Sudan spopolato è povero e segnato da numerosi fenomeni di rovina dell’ambiente? E perché la Svizzera, densamente popolata è ricca e linda, mentre nel Mozambico povero e con le risorse idriche inquinate vivono così poche persone?» (G. Easterbrook, “A moment on the earth, the coming age of environmental optimism“, New York, Viking, 1995, p. 479).

Uscì poi il volume “The cost of abortion” (Four Winds 1995) scritto da Lawrence F Roberge, docente presso l’Elms College (Springfield) e il Lesley College (Cambridge), ricercatore di medicina riproduttiva, genetica, neuroscienze e biotecnologie e membro della New York Academy of Science, nel quale dimostrò come il danno economico si riscontrasse molto più probabilmente in società con pochi figli, dove spariscono le opportunità di lavoro per insegnanti, medici, produttori e rivenditori (di giocattoli, pannolini e prodotti per l’infanzia).

Ancora nel 1995 su “Technology in Society” fu pubblicato uno studio realizzato da Paul E. Waggoner, ex presidente del The Connecticut Agricultural Experiment Station, docente presso la Yale’s School of Forestry and Environmental Studies, vice presidente della Connecticut Academy of Science and Engineering e membro della National Academy of Sciences (NAS). Egli calcolò che già allora 10 miliardi di persone avrebbero potuto essere nutrite adeguatamente se solo si fossero utilizzati metodi più moderni ed efficienti nelle fattorie già esistenti, usufruendo oltretutto dei terreni meno coltivabili.

Nel resoconto ufficiale del Vertice mondiale della FAO svoltosi a Roma dal 13 al 17 novembre 1996, si leggeva nel relativo sito web: «A livello globale, le scorte di cibo sono più che raddoppiate negli ultimi 40 anni. Questo ha portato le scorte alimentari globali a crescere più velocemente rispetto alla popolazione, creando un sostanziale incremento medio pro capite di scorte di cibo. I dati disponibili mostrano che tra il 1962 e il 1991 la media giornaliera pro capite di scorte alimentari è aumentata di oltre il 15 per cento. Nei Paesi in via di sviluppo, l’aumento delle forniture alimentari pro capite è stato notevole, passando da quasi 1990 calorie nel 1962 a 2500 calorie nel 1991, mentre nello stesso periodo la popolazione totale è quasi raddoppiata, passando da 2,2 miliardi a oltre 4,2 miliardi di persone. Allo stesso tempo, le scorte di cibo nei paesi sviluppati sono passate da 3000 calorie nel 1962 ad un massimo di circa 3300 nel 1982, poi ridottosi a circa 3150 calorie nel 1991. L’incremento è stato particolarmente significativo in Asia, che ha pienamente sfruttato i vantaggi della rivoluzione verde, e in America Latina, che ha beneficiato notevolmente del progresso tecnologico [...]. Un aumento della popolazione e un cambiamento della sua struttura, in particolare per età e sesso, porterà a cambiamenti nella richiesta di cibo [...], ma questi requisiti possono essere soddisfatti da una grande varietà di combinazioni di prodotti alimentari [...]. Una più equa distribuzione delle risorse alimentari probabilmente eliminerà la maggior parte della denutrizione. L’aumento di forniture alimentari può favorire una migliore distribuzione solo se accompagnato da politiche adeguate [...]. I cambiamenti tecnologici hanno reso i prodotti alimentari meno costosi, ciò ha permesso un maggiore consumo da parte dell’uomo. A causa della riduzione dei costi, nei Paesi in via di sviluppo, si è iniziato a nutrire il bestiame con alimenti inizialmente destinati al consumo umano. L’aumento della domanda ha generato innovazioni tecnologiche, che a loro volta sono diventate meno costose da usare. L’aumento della concentrazione di popolazione ha probabilmente stimolato la produzione a causa del consumo di massa, anche se questa ipotesi non è stata ancora dimostrata». Uno dei maggiori ricercatori dell’Istituto Weizmann, Jonathan Gressel, intervenuto durante il Summit prendendo posizione circa la disponibilità mondiale di cibo, affermò: «Attraverso la biogenetica e la lotta chimica la produzione di cibo può essere quadruplicata» (citato in A. Di Robilant, “Di Burocrazia si muore”, La Stampa, 14 novembre 1996, p. 2).

Nel 1997 Friedrich August von Hayek, Nobel dell’economia, scriveva nel suo libro “La presunzione fatale”: «L’odierna idea che la crescita della popolazione minacci di produrre un impoverimento a livello mondiale è semplicemente un errore. Essa è in larga misura la conseguenza della semplificazione eccessiva della tesi malthusiana della popolazione».

Nel 1998 il “Rapporto sullo sviluppo umano” stilato dall’Union Nations Develompent Programme (Undp) commentò l’incredibile aumento di popolazione avvenuto tra il 1932 ed il 1990 in Machakos (Kenya), cresciuta da 240.000 persone a 1,4 milioni. Non vi fu alcuna catastrofe ma furono introdotte nuove e moderne tecniche di miglioramento agricolo, raccolti integrati e allevamento del bestiame che svilupparono la sostenibilità dell’intero sistema. Di fatto tra il 1930 ed il 1987 la produttività di cibo e i raccolti di grano crebbero più di sei volte. La produttività dell’orticoltura crebbe di quattro volte. Il rapporto diceva: «L’esperienza di Machakos offre un’alternativa ai modelli maltusiani. Essa dimostra chiaramente che anche in una area vulnerabile al degrado della terra, un’ampia popolazione può essere sostenuta attraverso una combinazione di cambiamenti tecnologici sostenuti da un’ampia struttura politica e da molte iniziative locali» (citato in A. Gaspari Bomba demografica e relativismo morale, pp. 4,5).

Sempre nel 1998 la nota attivista americana Frances Moore Lappé, autrice di diversi libri (da tre milioni di copie), co-fondatrice di tre organizzazioni nazionali che esplorano le radici della crisi di fame e della povertà, 17 lauree ad honorem da parte di molte illustri istituzioni e collaboratrice delle più importanti università americane, scriveva (assieme a Joseph Collins, fondatore dell’Oakland-based Institute for Food and Development Policy) il libro “World Hunger: Twelve Myths“ (Grove Press 1998). Il sito Amazon.com, la più importante compagnia di commercio elettronico, recensiva con queste parole: «Il libro più autorevole sulla fame nel mondo, scritto da tre dei maggiori esperti sui prodotti alimentari e agricoltura, i quali espongono ed esplorano i miti che ci impediscono di affrontare efficacemente il problema». Il sito dell’UNESCO pubblicò una sintesi delle conclusioni a cui si giunge nel volume. Rispetto al mito che vuole identificare l’esistenza della fame nella scarsità sia di cibo che di terreni, rispondeva dicendo: «La scarsità di cibo non può essere considerata la causa della fame quando anche negli anni peggiori della carestia c’è sempre stato molto cibo nel mondo, abbastanza grano da fornire a tutti 3000-4000 calorie al giorno, senza contare i fagioli, tuberi, frutta, verdura e cereali. E che dire della scarsità di terreno? Abbiamo esaminato i paesi più affollati del mondo per trovare una correlazione tra densità di popolazione e la fame. Non abbiamo trovato nulla. Il Bangladesh, ad esempio, ha appena la metà delle persone per ettaro coltivato di Taiwan. Taiwan non ha ancora “fame”, mentre la gente in Bangladesh soffre spesso la scarsità di cibo. La Cina ha più del doppio di persone per ogni ettaro coltivato rispetto a molti altri Paesi. Eppure, in Cina le persone non hanno “fame”. Al contrario, in America Centrale e nei Caraibi, dove sono denutriti fino al 70% dei bambini, almeno la metà dei terreni agricoli è usato per colture di esportazione e non per alimentare la popolazione locale». [Insomma:] «se la fame è causata da “troppa gente”, ci aspetteremmo di trovare persone più affamate nei Paesi con maggior numero di persone per ettaro agricolo. Eppure non troviamo una tale correlazione. Paesi con quantità relativamente grandi di terreni agricoli per persona sono alcuni tra i più sofferenti di fame cronica nel mondo. La fame è un problema ricorrente per molte persone in Bolivia, per esempio, un Paese con oltre la metà di terreni coltivati a persona, molto più che in Francia. Il Brasile ha più terra coltivata a persona rispetto agli Stati Uniti. Il Messico, dove molti abitanti delle zone rurali soffrono la denutrizione, hanno più terra coltivata a persona di Cuba, dove oggi nessuno è praticamente denutrito».

Nel numero 889 di Tuttoscienze (1999), supplemento scientifico de La Stampa, in un articolo titolato “L’umanità? Costituisce solo lo 0,01% delle forme di vita ”, si afferma: «Sei miliardi di Homo sapiens. Nessun altro mammifero si è mai avvicinato a una cifra così imponente, tanto che qualcuno ha paragonato la proliferazione umana a un cancro della biosfera [...]. Ma dal punto di vista quantitativo non dobbiamo sopravvalutarci. La biomassa umana equivale a quella delle formiche e, distribuita sulla superficie dell’intero pianeta, formerebbe una pellicola spessa meno di un millimetro, quasi invisibile. L’uomo, benché abbia raggiunto i sei miliardi di individui, equivale ad appena lo 0,01 per cento della biomassa, ed è quindi quantitativamente trascurabile rispetto agli insetti e agli altri animali, per non parlare del regno vegetale». E ancora, in un secondo articolo intitolato “Nel 2100 il mondo a crescita zero. E nel 2010 il sorpasso delle città sulla popolazione rurale”: «La popolazione mondiale dal 1900 ad oggi è aumentata di circa quattro volte, e l’aspettativa di vita è passata dai 35 anni del 1900 ai 66 di oggi. Ma grazie alla scienza e alla tecnologia nello stesso periodo di tempo il prodotto mondiale lordo è aumentato molto più rapidamente, incrementandosi di diciassette volte (da 2300 miliardi di dollari nel 1900 ai 39.000 miliardi del 1997). Anche da questo punto di vista, ammettendo che la popolazione mondiale sia destinata a stabilizzarsi intorno ai 12 miliardi, non c’è dunque un problema di risorse ma di una equilibrata distribuzione del benessere e di una educazione ecologica di massa al corretto uso dell’ambiente. Un solo dato: all’inizio del ’900 ogni agricoltore americano produceva cibo sufficiente per nutrire altre sette persone; oggi lo stesso agricoltore può sfamarne 96».

In un terzo articolo, intitolato “Siamo sei miliardi e c’è ancora posto”, Piero Bianucci, tra i fondatori e direttore di Tuttoscienze, affermava: «Sei miliardi è la cifra che rappresenta l’attuale popolazione mondiale. Non è il caso di dare la stura alla retorica apocalittica sulla massa dilagante dei nostri simili e sul loro oscuro destino, cosa che i giornali hanno già fatto a sufficienza [...]. Le risorse sono limitate, limitato deve essere il numero degli utilizzatori. Ma il problema più immediato non sta tanto nella scarsità delle risorse quanto nell’uso che ne facciamo». Bianucci infatti spiega, dati alla mano, che con una migliore gestione politica del pianeta potremmo “offrire una alimentazione e una sanità di base a tutti coloro che sono sotto la soglia minima di sopravvivenza».

Sempre nel 1999 Jean Ziegler, incaricato dalle Nazioni Unite per i programmi di lotta alla fame, nel suo libro “La fame del mondo spiegata a mio figlio” (Ed. Pratiche 1999), ha riconosciuto: «La teoria di Malthus è falsa e propugna una politica disumana, ma serve a placare la cattiva coscienza».

Nel marzo 2000 l’economista John D. Mueller, Lehrman Institute Fellow in Economia, direttore del Economics and Ethics Program at the Ethics and Public Policy Center e presidente del LBMC LLC, ha scritto un articolo intitolato “The Socioeconomic Costs of Roe v. Wade. How America would be Stronger if Abortion Remained Illegal”, dove sostiene che «dopo quasi trent’anni, i dati suggeriscono che l’aborto è stato tutt’altro che buono per gli Stati Uniti. Riducendo le dimensioni della popolazione, l’aborto ha corrispondentemente ridotto le dimensioni dell’economia e dell’innovazione. L’aborto legalizzato è anche il solo responsabile degli squilibri nel sistema di sicurezza sociale pensionistico. Preso nella sua interezza, l’aborto legale è forse il più grande evento economico americano del secolo scorso, più significativo di quello della Grande Depressione o della Seconda Guerra Mondiale. Se l’aborto fosse rimasto illegale, la popolazione americana sarebbe notevolmente più grande, conterrebbe una quota maggiore di matrimoni e famiglie intatte e gli standard di vita media sarebbero più alti». Più in particolare: «gli economisti sono d’accordo che l’effetto dei cambiamenti demografici sull’economia è approssimativamente proporzionale. Cioè, se la popolazione si riduce del 10%, la dimensione dell’economia sarà corrispondentemente ridotta di circa il 10%. Nessuna prova suggerisce, almeno in un’economia moderna, che una popolazione più grande abbia un impatto negativo sul reddito pro capite. Al contrario, i paesi avanzati con più veloce crescita della popolazione sembrano avere un aumento più rapido degli standard di vita». L’economista calcola che quasi trent’anni di aborto legale hanno ridotto la popolazione degli Stati Uniti di circa dell’11%, con una perdita netta di almeno 1.170 miliardi dollari rispetto a quanto sarebbe stato se la popolazione degli Stati Uniti non si fosse ridotta. Inoltre: «una grande quantità di letteratura sostiene che il progresso tecnologico è più dinamico in un’economia con una popolazione in crescita rispetto a uno con una popolazione stagnante o in calo. L’aborto legale mina una fonte primaria di alto livello degli Stati Uniti di vita rispetto al resto del mondo: l’innovazione». Concludendo afferma: «l’aborto legale ha iniziato a ridurre drasticamente l’importanza economica relativa degli Stati Uniti, ha abbassato il tenore di vita medio delle famiglie americane, e ha scatenato un comportamento socialmente distruttivo».

Il 10 luglio 2000, il prof. Amartya Sen, premio Nobel per l’economia 1998, padre della rivoluzione agricola dell’India, intervenendo ad un seminario a Roma “Sulla disuguaglianza”, dichiarava: «Io penso che l’analisi di Malthus sulla crescita della popolazione sia completamente sbagliata. La storia e l’esperienza hanno dimostrato che l’istruzione delle donne è quella che permette di ridurre la fertilità. La produzione agricola inoltre è cresciuta sempre più rapidamente della popolazione. Non c’è quindi nessuna ragione di applicare queste idee antidemocratiche e antiumane di Malthus». Ha poi aggiunto che, nonostante l’incredibile crescita della popolazione dell’ultimo secolo, «il cibo, in termini reali, è molto più a buon mercato oggi di quando Malthus scrisse il suo “Essay on population”» (citato in A. Gaspari “Bomba demografica e relativismo morale”, pp. 4 e 5). Dello stesso parere anche un altro Nobel per l’economia, il professor Gary Becker, secondo cui «la teoria maltusiana non è sostenuta da nessuna prova, anzi si sono verificate alcune circostanze che dimostrerebbero il contrario e cioè che la crescita della popolazione è stata fondamentale per lo sviluppo economico. Bisogna stabilire un legame ottimista e non pessimista nei confronti della crescita demografica, visto che l?approccio maltusiano ha mostrato per intero la sua inesattezza e la sua inattendibilità» (citato in A. Gaspari, op. cit, p. 7).

NUOVO MILLENNIO

2001. Un rapporto delle Nazioni Unite riconosce che, nonostante la crescita demografica dal 1900 al 2000, «il prodotto interno lordo effettivo del mondo (PIL) è cresciuto da 20 a 40 volte, permettendo al mondo di sostenere una popolazione quattro volte maggiore, ma anche di farlo secondo standard di qualità della vita decisamente elevati. L’aumento della popolazione e lo sviluppo economico sono avvenute simultaneamente con un utilizzo delle risorse fisiche ambientali terrestri sempre meno sostenibile». Purtroppo stabilisce anche che «i tassi di crescita della popolazione stanno generalmente diminuendo [...], tra il 1965-1970 e il 2000-2005, il tasso di fertilità a livello mondiale è diminuito da 4,9 a 2,7 nascite per ogni donna». Nonostante l’esplosione demografica, «la percentuale della popolazione mondiale che vive in assoluta povertà (che ha un reddito inferiore a un dollaro statunitense al giorno) si è abbassata da circa il 28 per cento nel 1987 al 24 per cento nel 1998». Per quanto riguarda la produzione agricola mondiale, essa ha «camminato più in fretta della crescita della popolazione e il prezzo reale degli alimenti è diminuito. Nel periodo tra il 1961 e il 1998 la quantità di cibo mondiale a disposizione dell’uomo, pro capite, è aumentata del 24%. Oggi si produce una quantità di cibo sufficiente a nutrire adeguatamente la popolazione mondiale».

Nicholas Eberstadt, docente presso l’American Enterprise Institute e Senior Adviser al National Bureau of Asian Research, considerato uno dei maggiori esperti mondiali in campo demografico, ha scritto su Global che la “bomba demografica” era un abbaglio e che le economie rallenteranno proprio a causa del crollo dei tassi di fertilità. «Nei decenni 70 e 70 si prospettava un futuro di carestia e impoverimento globale in seguito alla paventata “esplosione della popolazione”, mentre oggi viviamo nella fase più prospera della storia dell’umanità. Quando si fanno previsioni riguardo ai futuri sviluppi della popolazione e alle sue conseguenze, è opportuno usare una buona dose di umiltà» (N. Eberstadt, “Liberiamo le cicogne”, Global FP numero 8 , aprile 2001, pp. 6-12).

È stato pubblicato un altro libro, divenuto poi molto famoso, intitolato “The Death of the West” (Thomas Dunne Books 2001) e scritto da Patrick J. Buchanan, politico e noto opinionista americano, più volte candidato alle elezioni presidenziali. Basandosi su dati ufficiali, per la maggior parte elaborati dalle Nazioni Unite, Buchanan ha avvertito che il collasso demografico dei popoli di origine europea, al contrario delle teorie ecologiste, ha raggiunto livelli così preoccupanti da far temere nel XXI secolo un evento che all’inizio del XX secolo sembrava inimmaginabile: “la morte dell’“Occidente”, cioè l’estinzione planetaria dei popoli bianchi. Agli inizi del Novecento, infatti, un abitante della terra su tre era di origine europea, e nel 1960, malgrado due catastrofiche guerre, erano ancora circa uno su quattro (750 milioni su 3 miliardi). Infatti, mentre la popolazione mondiale è raddoppiata, gli europei hanno progressivamente cessato di riprodursi diventando nel 2000 un sesto della popolazione mondiale (sarà solo un decimo nel 2050). Oggi 18 delle 20 nazioni del mondo con la più bassa natalità sono europee. Il tasso di natalità è di 2,1 figli a donna, il minimo necessario per la stabilizzazione della popolazione, molto vicino al tasso presente durante la peste nera del 1347-52. Il demografo Nicholas Eberstadt ha calcolato che nel 2050 solo il 2 % della popolazione avrà più di cinque anni, mentre il 40 % sarà ultrasessantacinquenne. È nota la frase di Buchanan contenuta nel libro: «L’Europa diventerà un continente abitato da vecchi, in vecchie case, e con vecchie idee» (citato in G. Piombini, “Nel mondo meglio essere tanti“, Il Domenicale 23/8/03 2001).

Le previsioni 2001 stilate dall’ONU per i futuri anni hanno indicato un forte rallentamento delle nascite, al contrario dei fautori della “bomba demografica”. Attualmente la crescita è di 76 milioni di persone annue, e la previsione parla di 43 mlilioni nel 2050. Antonio Gaspari, coordinatore scientifico del Master in Scienze Ambientali dell’Università Europea di Roma, in una recensione intitolata “Bomba demografica e relativismo morale” commenta questa previsione parlando di “inverno demografico“, poiché la percentuale di crescita demografica è inferiore allo zero, con meno di 2,1 bimbi per donna. Le Nazioni Unite prevedono che nel 2050 la Russia avrà 25 milioni di persone in meno, il Giappone meno 21 milioni, l’Italia meno 16 milioni, Germania e Spagna meno 9 milioni. L’Europa ed il Giappone nel 2100 perderanno metà della loro popolazione attuale. Nel 2050 dunque le persone sopra ai 65 anni saranno il doppio dei giovani sotto ai 15 anni, con conseguenze economiche disastrose: chiusura scuole, perdita di posti di lavoro, crisi del sistema pensionistico, crollo del commercio e rallentamento dell’innovazione tecnologica fino alla stasi (A. Gaspari Bomba demografica e relativismo morale).

2002. Jacqueline Kasun, ex docente di economia alla Humboldt State University di Arcata (California) e direttrice editoriale del Center for Economic Education, pubblica un articolo su Population Research Institute Review, in cui accusa i creatori del mito della sovrappopolazione.

2003. Il 3 febbraio, il Corriere della Sera informava dell’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, nel quale si dichiarò che la popolazione mondiale supererà appena la soglia degli 8 miliardi di persone nel 2050 (entro il 2075 potrebbe diminuire di mezzo miliardo). Si annunciava anche il crollo del tasso di fertilità, riconoscendo che le previsioni secondo cui le risorse del Pianeta a metà secolo dovranno sostenere una massa d’umanità pari a 10 o 11 miliardi di abitanti, erano errate. Le nascite in Occidente sono infatti al minimo storico (1,6 bambini per donna) e anche nei Paesi in via di sviluppo le donne oggi hanno meno figli. Larry Heligman dell’ONU, ha spiegato al Sunday Times: «I dati indicano che la fertilità sta diminuendo rapidamente anche nei Paesi in via di sviluppo e non c’ è nulla che lasci pensare che il calo si fermerà». Per le Nazioni Unite, continuava l’articolo, la vera sorpresa era rappresentata da Paesi dove sino a poco tempo fa la popolazione cresceva a ritmi preoccupanti: in Iran, da 6,5 figli per donna nel 1980, si è scesi oggi ad una media di 2,75 figli. La stessa tendenza si è manifestata in Brasile, in Tunisia e in Indonesia. L’India in 30 anni è passata da 5,43 a 2,97 figli per donna, la Cina da 3,32 a 1,80, in Tailandia, negli anni ’70, le donne mettevano al mondo cinque bimbi a testa, oggi la media è 1,9. Il Corriere della Sera riporta anche il parere di Ron Bailey, autore del libro “Ecoscam: the false prophets of ecological apocalypse” (S. Martin Press 2004) e redattore scientifico del magazine Reason: «Questi sono dati che sorprenderanno gli ambientalisti che continuano a lanciare l’allarme sulla fame e sulla siccità. Le loro paure sono state alimentate principalmente dalla tesi che che gli esseri umani si comportano come gli animali: più mangiano e più si riproducono. Sembra chiaro, invece, che gli uomini si comportano esattamente nel modo opposto». La diminuzione del tasso di crescita, conclude l’articolo, comporta anche un invecchiamento graduale della popolazione: sempre meno lavoratori a mantenere sempre più anziani, con costi sempre maggiori per Welfare e pensioni.

Esce in Italia il libro “La terra scoppia. Sovrappopolazione e sviluppo” (Rizzoli 2003), scritto dal politologo Giovanni Sartori e da Gianni Mazzoleni. I due autori dichiarano di voler confutare l’opinione, fra gli altri, di Gary Becker, premio Nobel per l’Economia nel 1992, secondo cui la teoria maltusiana è fallita perché la crescita della popolazione è stata fondamentale per lo sviluppo economico. Fra i principali testi di riferimento di Sartori e Mazzoleni c’è “The Limit to Growth” (1972), il già citato studio commissionato dal famigerato Club di Roma. I due autori ritengono erroneamente, come gran parte degli ecologisti, le risorse naturali come una quantità fissa, e invece il concetto di risorsa non è definito dalla natura, ma dalla tecnologia che può essere utilizzata (si pensi a petrolio e silicio). Sartori attacca invece proprio la tecnologia, la quale ci consentirebbe «di vivere e di sopravvivere in modo innaturale, oltrepassando i limiti imposti dalle risorse naturali». È invece proprio il progresso scientifico e tecnologico, spiegherà pochi anni dopo l’antropofenomenologo Giorgio Bianco su Il Domenicale (citato in J. Jacobelli, “Emergenza demografia”, Rubettino 2004, pp. 69,70), a consentire di perpetuare e moltiplicare la disponibilità di risorse agevolando la scoperta di riserve sconosciute in precedenza o consentendo lo sfruttamento di risorse precedentemente troppo costose da utilizzare. E perché esistano le tecnologie occorrono idee, e le idee, va da sé, le hanno gli uomini: più uomini, più idee, più risorse. Si comprende bene, spiega Bianco, perché l’economista libertario Julian L. Simon abbia intitolato il suo libro più importante “The Ultimate Resource”, la risorsa decisiva, il bene supremo, ovvero l’uomo. Sartori sostiene inoltre che «la fame (e ancor più la sete) sta vincendo, e vincerà sempre più, perché ci rifiutiamo di ammettere che la soluzione non è di aumentare il cibo ma di diminuire le nascite, e cioè le bocche da sfamare». E si cita il solito (e unico) esempio della situazione nell’Africa subsahriana, dove esistono spaventose condizioni umane e un aumento della popolazione. Oltre al fatto che in quest’area dell’Africa ci sono anche Stati con la più bassa densità di popolazione al mondo, come la Repubblica Centrafricana (6 abitanti per kmq) o il Gabon (5 abitanti per kmq), il sottosviluppo è dovuto essenzialmente a motivi politici ed economici oltre che culturali. E non certo demografici. Lo spiegò bene, fra l’altro, Anna Bono, docente di Scienze Sociali presso l’Università di Torino ed esperta di Africa, nel suo libro “La nostra Africa. Una catastrofe annunciata” (Il segnalibro 1998): «mentre altre culture hanno elaborato tecniche sempre più complesse ed efficaci per trarre dalla terra risorse sicure e abbondanti, l’Africa sembra essersi fermata all’età del ferro». In Africa infatti si lavora male il terreno, senza bonifiche o canalizzazioni, con metodi di produzione arcaici, e rapporti sociali basati sullo sfruttamento della forza lavoro di donne e bambini piuttosto che uomini ecc.. Inoltre, continuare a sostenere l’equazione “sovrappopolazione = fame e sottosviluppo“, significa non riflettere sul fatto che dal 1960 ad oggi, la popolazione mondiale è quasi raddoppiata (ed è cresciuta di sei volte negli ultimi 200 anni), ma questo non si è tradotto in un disastro, bensì in un generalizzato sviluppo e in un aumento della qualità e delle aspettative medie di vita. Il boom demografico ha coinciso con una crescita della produttività, della produzione, della ricchezza, della sanità come mai nella storia dell’uomo. Questa esplosione è comunque data, come dimostrò lo studio preparato nel 2001 dalla Population Division del Department of Economic and Social Affairs dell’ONU, intitolato “Population, Environment and Development”, non tanto perché si nasce di più ma perché si muore di meno.

2004. Il 23 settembre 2004 il responsabile della sezione economica del quotidiano Repubblica, Giuseppe Turani, ha pubblicato un articolo intitolato “Il mondo invecchia e diventa più povero” nel quale commenta l’ultima analisi del Fondo monetario internazionale (Fmi): nel 2050 l’età media della popolazione mondiale aumenterà di 10 anni e crescerà sempre meno. Inevitabile un rallentamento del Pil pro-capite. Subito riconosce che sta avvenendo «proprio il contrario della vecchia teoria malthusiana secondo cui il boom demografico è strettamente connesso allo sviluppo economico». Un mondo con più vecchi, infatti, significa che diminuisce il numero di persone che produce, e questo si traduce in un’economia destinata a crescere più lentamente. Secondo il Fmi, continua l’articolo, la popolazione globale nel 2050 è stimata in crescita dello 0,25% contro l’1,25% attuale: è il risultato di un invecchiamento senza precedenti. In gran parte del paesi avanzati l’invecchiamento della popolazione è già in atto e la percentuale di popolazione attiva calerà significativamente nei prossimi 50 anni (negli USA il processo è rallentato da una forte immigrazione). Nel sudest asiatico e nell’Europa centrale e orientale, invece, questo trend prenderà il via a partire dal 2020, mentre nei paesi in via di sviluppo e in particolare in Africa e nel Medio Oriente si farà sentire solo nell’arco di alcuni decenni. Il rapporto del Fmi, continua Turani, mette anche in luce la progressiva diminuzione della popolazione dei paesi avanzati rispetto a quella del resto del mondo. Tutto questo comporterà un forte innalzamento della spesa previdenziale e sanitaria e un calo del pil pro capite, cioè un impoverimento generale. Per quanto riguarda il tasso di risparmio, il Fmi nota che in Europa e in Giappone calerà fortemente, a causa dell’invecchiamento della popolazione e del declino dei lavoratori attivi, portando anche un calo delle entrate fiscali. Per quanto riguarda il numero di persone nel 2050, secondo l’Onu, saranno 8,9 miliardi, secondo il Census Bureau Usa 9 miliardi, e secondo l’IIASA (International Institute for Applied Systems Analysis) e la Banca mondiale saranno 8,8 miliardi.

Il 4 ottobre 2004 il quotidiano Il Foglio pubblicava in prima pagina un articolo intitolato “Il problema del mondo è che i cinesi fanno pochi figli”, in cui si riportava la dichiarazione su Newsweek di Michael Meyer, oggi speechwriter del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon: «Nel mondo stanno nascendo sempre meno bambini. Il tasso di fertilità è calato dai 6 figli per donna del 1972 ai 2,9 di oggi, e i demografi dicono che continuerà a scendere più veloce che mai. La popolazione mondiale continuerà a crescere, dagli attuali 6,4 miliardi ai 9 del 2050. Ma dopo questa data, inizierà a diminuire in modo netto». Meyer dichiarava altresì: «La crescita dell’alfabetizzazione femminile e l’iscrizione nelle scuole ha determinato una diminuzione della fertilità, così come i divorzi, l’aborto e la tendenza a spostare sempre più avanti la data del matrimonio. L’uso dei contraccettivi, inoltre, è cresciuto drammaticamente negli ultimi decenni. Secondo le Nazioni Unite, il 62% delle donne sposate, o comunque “unite”, in età riproduttiva sta usando adesso qualche forma di controllo non naturale delle nascite».

2005. Julian L. Simon, docente di economia aziendale presso l’Università del Maryland e Senior Fellow presso il Cato Institute, spiega in un’intervista per Religion & Liberty che «la crescita della popolazione non ha un effetto statisticamente negativo sulla crescita economica», e concludendo afferma che lo standard di vita non è significativamente associato alla densità di popolazione, piuttosto lo sviluppo umano dipende in modo critico dalle economie libere, dall’assenza di guerra, di corruzione e di lotta politica. In modo ancora maggiore dipende dalle politiche governative, infatti si nota che i Paesi con peggior standard qualitativo non sono quelli più densamente popolati, ma maggiormente sono di stampo socialista e marxista.

2007. All’interno di una previsione a lungo termine, la Social Security Administration (SSA) ha riconosciuto che a causa della diminuzione di popolazione, il tasso di crescita dell’economia degli Stati Uniti, ricavata dal totale dei beni e servizi prodotti, sarà più lento. Anche il tasso di partecipazione declinerà costantemente (oltre il 59% entro il 2081). Come rimedio suggeriscono dunque la crescita percentuale di popolazione in età lavorativa che possa così contribuire all’aumento di forza-lavoro.

2008. La Banca Mondiale ha pubblicato un articolo intitolato “Urban Poverty: A Global View”, nel quale si discute degli effetti dell’urbanizzazione (cioè il processo che vede sempre più persone affollare le aree urbane). Secondo il documento, la gente che si trasferisce in aree più affollate non ha solo più probabilità di sfuggire alla povertà, ma starà meglio nel corso del tempo, perché «l’urbanizzazione contribuisce alla crescita economica che è fondamentale per la riduzione della povertà». «Nel complesso», continuano gli esperti della Banca Mondiale, «il processo di urbanizzazione ha svolto un ruolo importante nella riduzione della povertà, fornendo nuove opportunità per i migranti. L’economia urbana fornisce opportunità per molti ed è la base per la crescita e la creazione dell’occupazione».

Sempre nel 2008 il già citato economista Julian L. Simon, pubblica il libro “The State of Humanity” (Wiley-Blackwell 2008). Nel capitolo intitolato “The Standard of Living Through the Ages”, curato dai demografi Joyce Burnette e Joel Mokyr, si mostra che assieme alla crescita dei numeri dell’umanità, è cresciuto anche il nostro tenore di vita medio, sottolineando anche che ogni statistica su questo rivela che la popolazione è cresciuta nel tempo e la persona media sta meglio. Attraverso grafici sull’aumento del reddito pro capite, sull’aspettativa di vita media, sull’altezza media, sul consumo calorico, sul consumo di zucchero ecc.., i demografi espongono che l’incremento costante è parallelo alla crescita della popolazione nel tempo (citato in http://overpopulationisamyth.com/content/episode-4-poverty-where-we-all-started#header-3).

2009. È pubblicato uno studio da parte della FAO e della Banca Mondiale, intitolato “Awakening Africa’s Sleeping Giant – Prospects for Commercial Agriculture in the Guinea Savannah Zone and Beyond”“. In esso si spiega che circa 400 milioni di ettari della Savana africana sono molto adatti all’agricoltura, ma solo il 10 per cento di questi sono attualmente coltivati. Secondo lo studio comunque «l’Africa ha oggi una posizione migliore per raggiungere un rapido sviluppo agricolo rispetto al nord-est della Thailandia o del Cerrado. Ci sono una serie di ragioni per questo: la rapida crescita economica, la crescita demografica e urbana, la quale ha fornito mercati nazionali diversi e ampi e l’utilizzo di nuove tecnologie».

2010. L’economista Phillip Longman, senior research fellow presso la New America Foundation and Schwartz Senior Fellow al Washington Monthly, ha dichiarato: «La maggior parte dei previsti 2,2 miliardi di crescita della popolazione mondiale entro il 2050, non verrà dai bambini. Infatti, in quel periodo, la popolazione dei bambini (0 a 4) prevede un calo di 49 milioni. Una popolazione giovane, in crescita, crea più domanda di prodotti e una maggiore offerta di lavoro. Incoraggiando così le persone a cercare modi più efficienti per fornire cibo, energia e altri elementi essenziali, stimolando anche l’innovazione e lo spirito imprenditoriale».

2011. Alessandro Rosina, docente di Demografia nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Statistica, nonché del Consiglio Direttivo della Scuola di Dottorato di Ricerca in Scienze Statistiche e del Consiglio scientifico della Società Italiana di Demografia Storica, ha risposto con le seguenti parole agli eco-allarmismi del già stato citato Giovani Sartori, dichiaratosi “terrorizzato” da 10 miliardi di persone, sostenendo il controllo demografico “ad ogni costo”: «Quello che spiazza è soprattutto l’eccessiva semplificazione nella lettura dei grandi cambiamenti in atto e la brutalità delle soluzioni proposte. Non stupisce invece che Sartori se la prenda anche con i giovani, colpevoli di essere nati e di essere generazionalmente troppo diversi da lui, quindi sbagliati per definizione. Quando si pensa all’eccesso di crescita demografica sono stranamente sempre gli altri, tanto più quanto sono diversi da noi, ad essere troppi». Ha ricordato poi che la crescita della popolazione ha permesso il miglioramento delle condizioni di vita di tutti. Inoltre il secolo appena iniziato, purtroppo, «sarà quello del rallentamento e della stabilizzazione della popolazione. La fecondità decresce e la bomba demografica risulta oramai ampiamente disinnescata». Conclude il Rosina: «Come molti studi però evidenziano, più che misure coercitive sulla riduzione della quantità dei figli, la vera risposta è la promozione dell’investimento sulla qualità delle nuove generazioni per tutte le ricadute positive che produce. Ma questo il Sartori non lo sa o fa finta di non saperlo».

2011. L’economista Dermot Grenham, docente presso la London School of Economics, membro dell’Institute of Actuaries, ed esperto di demografia e popolazione, ha risposto alle accuse che alcuni ecologisti hanno fatto al calciatore David Beckham e a sua moglie per la nascita del loro quarto figlio (evento giudicato un brutto esempio per motivi demografici), dicendo: «Congratulazioni a David e Victoria! L’arrivo di un quarto figlio Beckham è sicuramente una grande notizia per loro, ma è anche una buona notizia per l’economia e per il futuro del pianeta! Non appena una celebrità ha tre o quattro bambini, i doomsayers [cioè i "catastrofisti"] iniziano a lamentarsi dicendo che stanno dando un pessimo esempio. Eppure i tassi di natalità nei paesi più ricchi sono già sotto il livello di sostituzione, in alcuni Paesi ben più al di sotto, il che significa che prima o poi ci sarà una diminuzione del numero dei lavoratori a sostegno degli anziani. Che tipo di società vogliamo lasciare ai nostri figli?».

2013. Erle C. Ellis, professore associato di sistemi di Geography and environmental systems presso l’Università del Maryland ha scritto un articolo sul “New York Times” intitolato “La sovrappopolazione non è un problema” spiegando che il fatto che gli esseri umani stiano superando la capacità di carico naturale della terra è «una sciocchezza. Queste affermazioni dimostrano una profonda incomprensione dell’ecologia dei sistemi umani. Le condizioni che sostengono l’umanità non sono naturali e non lo sono mai state. Fin dalla preistoria, le popolazioni umane hanno usato le tecnologie e gli ecosistemi ingegnerizzati per sostenere le popolazioni ben oltre le capacità degli inalterati ecosistemi “naturali” [...]. L’idea che gli esseri umani devono vivere entro i limiti ambientali naturali del nostro pianeta nega la realtà di tutta la nostra storia. Gli esseri umani sono creatori di nicchia. Trasformiamo ecosistemi per sostenere noi stessi. Questo è quello che facciamo e hanno sempre fatto. Non c’è ragione ambientale perché le persone siano affamate, ora o in futuro. Gli unici limiti alla creazione di un pianeta per le generazioni future sarà la nostra immaginazione e i nostri sistemi sociali».

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18 giugno 2014 3 18 /06 /giugno /2014 09:39

Ho intitolato questa pagina “Fisiopatologia del corpus domini e rimedio” non perché il “corpus domini” sia malato in sé ma per intendere la patologia dominante nei papolatri e nella chiesa che lo festeggiano indicandolo come ostia o come corpo di se stessa, confessione religiosa, partito, fazione, gruppo, crocchio, ecc..

 

La patologia del corpus domini è dunque la patologia del popolo bue di ogni risma mentecattocomunista che incomincia nell’uomo col patologico rapporto tra attività interiore e fisiologia corporea rispetto alla triplicità di funzioni: pensare, sentire ed agire (o volere), percepiti come unità corporea: un’unità corporea che percepirebbe dogmaticamente il “corpus domini” come trinità, fideisticamente come “ostia” e misticamente come “chiesa cattolico romana”.

 

A non essere percepito è, di conseguenza, il tema della triarticolazione dell’essere umano, tema che è anche contributo importante alla medicina da parte di Rudolf Steiner, nella cui opera si trovano continui riferimenti ad esso.

 

Anche se nel libro “Enigmi dell’anima” (O.O. 21, 1917; Milano 1987) non vi è un trattato di fisiologia e Steiner non vi espone in modo sistematico dati ed esperimenti, pur affermando che i suoi contenuti si basano su uno studio trentennale e che li si potrebbero dimostrare auspicandolo in base a dati fisiologici e fisiopatologici, egli parla la prima volta di triarticolazione sinteticamente in quel testo dal punto di vista psicologico: il riconoscimento nella vita psichica di tale triplicità consente di riconoscere senza forzature nella vita organica la triplicità dei processi con cui essa si articola, stimolando il ricercatore ad indagini ulteriori.

 

In effetti Steiner non inventa niente, ma scopre. Tutto il suo lavoro successivo, sia le conferenze ai medici, ma anche a non medici, sia il lavoro clinico con loro, è una scoperta dimostrata e un arricchimento di una concezione che può essere fatta risalire all’antica tricotomia platonica e paolina, in base alle quali l’uomo era caratterizzabile in corpo, anima, e spirito.

 

Nell’869 d. C. tale tricotomia fu soppressa dal concilio di Costantinopoli. L’opera mentecattocomunista, antiuomo ed anticristiana perché anti trinitaria, ha in effetti radici profonde che risalgono alla concezione faraonica dello schiavo.

 

Dall’869 d. C. in poi sparì letteralmente dalla “fede” l’uomo pneumatico, cioè l’uomo dell’io, o dell’elemento sovrasensibile o spirituale o immateriale, che sarà poi, con Marx, considerato “sovrastruttura della materia”.

 

Anche se gli antichi conoscevano l’uomo come un essere fatto di corpo, anima e spirito, il concilio di Costantinopoli dichiava eretica questa dottrina, stabilendo che la costituzione umana era fatta solo di corpo e anima, tentando così di cancellare dalla coscienza umana, la realtà dello spirito, cioè dell’io.

 

Con Marx e Freud, la realtà cominciò ad essere creduta come costituita dal solo mondo fisico e corporeo, percepito mediante i sensi. A questa visione malata, Jung aggiungeva la realtà dell’anima, ma intrappolandola in un soggettivismo e in un relativismo vanificanti “ogni speranza di dare risposta agli interrogativi ultimi” (Lucio Russo, Intelletto d’amore, in “Massimo Scaligero. Il coraggio dell’impossibile”, Ed. Tilopa, Roma, 1982).

 

Insomma, in un modo o nell’altro, il popolo bue dei papolatri non doveva conoscere queste cose, vale a dire il Cristo come involucro dell’io, presente in ogni uomo.

 

Precorrendo i tempi, nell’869 d. C., a Costantinopoli la chiesa cattolica si era comportata esattamente come fanno oggi i politici quando, giocando con le parole, mettono a punto ciò che i contribuenti devono fare per lo Stato, cioè pagare.

 

La cosa è accennata più volte da Steiner nelle sue conferenze:

- “Negli ambienti in cui il cristianesimo era diventato ufficiale alla maniera romana, si cercò sempre più di nascondere, di sopprimere il concetto di spirito [...]. Questa tendenza conduce in ultimo al fatto che nell’VIII  concilio ecumenico di Costantinopoli, nell’anno 869, fu enunciata una formula, un dogma, che nelle parole del testo forse non si esprime ancora chiaramente. Il testo del relativo decreto conciliare - canone XI - non usa i termini “anima” e “spirito”, ma si limita a condannare in modo equivoco coloro che attribuirebbero all’uomo «due anime» ma che ha finito poi per dar luogo all’interpretazione che non sia cristiano parlare di corpo, anima, e spirito: che sia invece cristiano solo l’affermare che l’uomo consta di corpo ed anima. Nell’ottavo concilio ecumenico, originariamente la cosa fu presentata con questa formula: l’uomo ha un’anima pensante e un’anima spirituale. Per non PARLARE dello spirito come di un’entità particolare [perché in tal caso avrebbero dovuto parlare dell’io - ndr], fu coniata questa formula: l’uomo ha un’anima pensante e un’anima spirituale. Ma tutto tendeva ad escludere lo spirito dalla concezione del mondo” (R. Steiner, Berlino, 27 marzo, 1917).

- E ancora: “Dobbiamo ora pensare a quali interessi vi siano nella storia spirituale moderna. Persino la triplice struttura dell’organismo umano o dell’essere umano nella sua totalità, come ho spesso accennato, è stata in certo senso eliminata per la civiltà occidentale, dall’ottavo concilio ecumenico di Costantinopoli dell’anno 869: è stato elevato a dogma che il cristiano non debba credere a un’entità umana ternaria, ma solo a una binaria. Credere in corpo, anima e spirito è interdetto, e teologi e filosofi del medioevo che sapevano ancora molto della verità ebbero una gran pena a distanziarsi da essa, perché la cosiddetta tricotomia, l’articolazione dell’uomo in corpo, anima e spirito era stata dichiarata eretica. Dovettero insegnare la dualità: l’uomo consisteva di corpo e anima e non di corpo, anima e spirito. Quello che certi uomini, certi esseri sanno bene è quale enorme importanza abbia per la vita spirituale umana mettere la partizione binaria al posto della ternaria. Si deve guardare in tali profondità se si vuol rettamente comprendere perché nel numero di novembre del periodico “Stimmen der Zeit” (Voci del tempo) il padre gesuita Zimmermann fa presente che uno degli ultimi decreti del Santo Uffizio di Roma proibisce ai cattolici, sotto pena di non ottenere l’assoluzione nella confessione, di leggere scritti teosofici, di possederli o di prender parte a ogni attività teosofica. Padre Zimmermann interpreta il decreto nelle “Stimmen der Zeit” [...] nel senso che esso si applichi anzitutto alla mia antroposofia, che cioè si debba curare che quei cattolici, che vogliono essere riconosciuti da Roma come veri cattolici, non abbiano da occuparsi di letteratura antroposofica” (R. Steiner, “La missione di Michele”, Milano, 1977).

 

Il gesuita Otto Zimmermann aveva polemizzato contro Steiner e contro l’antroposofia su quel periodico cattolico di Friburgo, che fino al 1914 portava il nome di “Stimmen aus Maria Laach”, e che nel numero di novembre del 1919, nell’articolo intitolato “La condanna della Chiesa contro la teosofia”, il gesuita aveva esteso quella condanna del “Sant’Uffizio di Roma” anche all’antroposofia (cfr. ibid.).

 

Ancora due parole sul paleo mentecattocomunismo: in quel Concilio, organizzato contro il patriarca Fozio, venne stabilito nei “Canones contra Photium”, al Can. 11, che l’uomo non ha due anime, bensi “unam animam rationabilem et intellectualem” (cfr. Cornelio Fabro, “L’anima. Introduzione al problema dell’uomo”, p. 127, Editrice del Verbo Incarnato, Roma 1955, p. 127).

 

Un filosofo cattolico Otto Willmann, stimato da Rudolf Steiner, aveva scritto nella sua opera in tre volumi “Geschichte des Idealismus”, Braunschweig 1894, a pag. 111 del II vol.: “L’abuso operato dagli gnostici della distinzione paolina tra l’uomo pneumatico e quello psichico, dichiarando il primo espressione della loro perfezione e il secondo rappresentante dei cristiani soggetti alle leggi della Chiesa, decise la Chiesa stessa all’esplicito rigetto della tricotomia” (“La missione di Michele”, op. cit.).

 

Steiner disse spesso che la chiesa cattolica, stabilendo in tal modo che la costituzione umana fosse formata soltanto dall’anima e dal corpo, aveva in tal modo tentato di cancellare lo spirito, cioè l’io, dalla coscienza umana, e che a proseguire su questa aberrante strada dei padri conciliari, fu poi, grazie al materialismo e alle scienze, inconsciamente asservite a ciò, Karl Marx, con un secondo tentativo del genere: questa volta, però, dopo l’io, si tentò di cancellare l’anima; e che pertanto da questo punto di vista Marx si era comportato esattamente come quei padri conciliari dell’869 d.C.

 

Ecco perché ora interviene il fariseismo cattolico a dire: fate i buoni, date il cuore a Gesù Cristo (AIDO) donate il sangue (AVIS), siate uomini di buona volontà (volontariato, no profit, socioassistenza, ecc.). Infatti, nel suo delirio di onnipotenza infallibilista, dopo aver condannato col modernismo anche ogni nuova filosofia (l’antroposofia fu considerata modernismo), la chiesa cattolica oggi non può fare altro che questo tipo di predicazione buonistica o spiritual-materialistico-pratica, chiedendo scusa e perdono qua e là per salvarsi ancora la faccia paonazza dalla vergogna… naturalmente dopo aver inserito nella sua dottrina la liceità morale della pena di morte (art. 2266), dopo aver introdotto nella nuova liturgia il rock mistico e nella nuova pastorale i frati ballerini e le suore cantanti o telecroniste di calcio e - perché no? - le pornodive pentite in clausura a “Domenica in”. Ricordate?

 

Se questo è il corpus domini ridotto all’ostia, la fisiopatologia del corpus domini indica che il cristianesimo non esiste e che deve ancora incominciare ad attuarsi mediante la triarticolazione sociale di cui parlerò usando le parole di Steiner.

 

Steiner propone di vedere nella fisiologia umana il coesistere e l’interagire, grazie al processo ritmico, respiro e circolo, del ricambio con il processo nervoso.

 

Dall’elaborazione delle sostanze al movimento, il processo del ricambio ha eminentemente luogo entro la vita del sangue, comprende tutto quello che attiene al metabolismo e alla cinetica corporea, ed è espressione inconscia e cosciente della volontà.

 

Nell’idea della triarticolazione sociale la volontà è l’aspetto culturale della società non come intenzione a volere, che è ancora pensiero astratto, ma come azione, volontà in atto, pensare in atto, metabolismo, consumo dell’ATP. Metabolismo è cultura nella triarticolazione sociale, mentre il processo nervoso ed il pensare sono economia. Fra sistema metabolico e sistema nervoso c’è lo stesso rapporto che dovrebbe essere presente nell’organismo sociale sano fra scuole, libere dallo Stato, ed economia, libera dallo Stato (o free banking).  

 

Giuseppe Leonelli (Aosta 1942 - Milano 2010), col quale collaborai artisticamente negli anni ottanta nelle rappresentazioni di Natale della scuola steineriana milanese, esprime chiaramente, essendo medico, il rapporto fra processo nervoso e pensare: “Per processo nervoso si intende il correlato neurologico della facoltà di rappresentare e di pensare, un’attività di cui è evidente la difficoltà di farsi una rappresentazione paragonabile a quella di ogni altra funzione, non potendoli separare. Se si esamina un preparato di tessuto nervoso, ciò di cui ci si fa una rappresentazione e si conosce non è propriamente l’attività corrispondente al pensare, assente nel nervo in quello stato, ma quella del suo ricambio. Se si esamina il pensare, esso ha in sé la giustificazione dei propri processi e in nessun punto è necessario giustificarli con un processo fisico, né è possibile. Quasi tutto quello che conosciamo della fisiologia del tessuto nervoso è in realtà fisiologia del suo ricambio” (G. Leonelli, “Medicina antroposofica. Lezioni ordinate del Corso di formazione dei medici”, Vol. 2°, p. 133 e seguenti, Aedel Edizioni Torino, 2011).

 

Quando l’economia di un organismo sociale non funziona ciò è un sintomo ben preciso di un suo patologico metabolismo. Ciò che non funziona è sempre il ritmo del proprio ciclo economico. Non funziona perché credendo che il ritmo sia la sua misurazione, lo si vuole imporre come convenzione conveniente solo a chi governa, per cui confondendo il ritmo con la misura gli economisti del regime si arrampicano inutilmente sugli specchi per “far girare” i soldi con astrazioni di pensiero prive di realismo logico.

 

Il ritmo, che non c’entra nulla con la sua convenzionale misura, è ciò che scaturisce dall’incontro di due processi opposti, quello del ricambio e quello nervoso; scaturisce pertanto dal crearsi di un’alternanza, che nel modo più esplicito si manifesta a livello del respiro e del cuore, ma che di fatto è presente in tutti i distretti dell’organismo (cfr. G. Leonelli, op. cit.). “Caratteristiche del ritmo sono la ripetizione, le pause, la variabilità nel tempo, la costanza. L’onda con il suo succedersi di convesso e concavo ne è la rappresentazione usuale, ma non unica. In musica per esempio si ricorre ad un’altra rappresentazione” (ibid.).

 

Nell’idea di triarticolazione sociale il ricambio metabolico è, ripeto, la cultura, mentre il processo nervoso è l’economia.

 

“Da un altro punto di vista, si può osservare che il processo del ricambio riguarda eminentemente le sostanze e quello nervoso le forme. Il ritmo ha qualche cosa di inafferrabile: non ha un substrato materiale proprio, e non lo si può identificare con la sua rappresentazione grafica” (ibid.).

 

Tutto il processo digestivo confina in ogni punto dell’organismo con quello respiratorio. Nel processo digestivo e nel processo respiratorio il ricambio e l’attività nervosa si avvicinano l’uno all’altra. Il ritmo si instaura tra le due attività e si esprime macroscopicamente nel respiro e nel battito, ma investe l’organismo in ogni sua parte. Anche l’attività digestiva è ritmica, e la manifestazione ritmica più evidente nel processo nervoso consiste nell’alternanza di veglia e di sonno.

 

Ma che cos’è propriamente il SISTEMA RITMICO nell’organismo sociale? 

 

Nei tentativi per risolvere secondo realtà le questioni e necessità sociali imposte dalla vita, Rudolf Steiner afferma che per poterci formare rappresentazioni sul risanamento dell’organismo sociale bisognerebbe osservare l’organismo umano, e rilevare “che esso palesa la sussistenza di tre sistemi, operanti l’uno accanto all’altro, ciascuno però con una certa autonomia rispetto agli altri” (R. Steiner, “I punti essenziali della questione sociale”, cap. 2°).

 

“[...] uno dei tre campi è costituito da quel sistema che comprende in sé la vita dei nervi e degli organi sensori. Si potrebbe anche chiamarlo organismo della testa, dato che in questa importantissima parte dell’organismo la vita dei nervi e dei sensi ha, in certo modo, il suo centro. Come secondo sistema dell’organismo umano va considerato [...] il SISTEMA RITMICO, consistente nella respirazione, nella circolazione del sangue, e in tutto quanto si esprime in processi ritmici dell’organismo umano. Come terzo sistema, va considerato tutto il complesso di organi e di attività connessi col vero e proprio ricambio della materia. In questi tre sistemi si contiene tutto quanto e necessario, se organizzato con reciprocità d’azione, al sano funzionamento complessivo dell’organismo umano. 

Ho tentato di descrivere, in pieno accordo con quanto già oggi può dire l’indagine scientifica naturale, questa triplice organizzazione dell’essere naturale umano, nel mio libro “Enigmi dell’anima”, per ora molto sommariamente.

Sono certo che la biologia, la fisiologia e tutta la scienza naturale concernente l’uomo, saranno portate a riconoscere, in un futuro molto prossimo, come questi tre sistemi: della testa, della circolazione (o del petto), e del ricambio, mantengano il funzionamento generale dell’organismo umano perché operano con una certa autonomia, senza che vi sia un assoluto accentramento nell’organismo umano; e perché ciascuno di questi 3 sistemi abbia un rapporto speciale, per se stante, col mondo esterno; il sistema della testa, per mezzo degli organi di senso; il sistema della circolazione o ritmico, per mezzo della respirazione; e, il sistema del ricambio mediante gli organi della nutrizione e del movimento.

I metodi delle scienze naturali non sono ancora abbastanza avanzati da portare a un riconoscimento generale, anche negli ambienti scientifici, nella misura che sarebbe desiderabile per il progresso della conoscenza, quanto ho qui accennato e che, partendo dai fondamenti scientifico spirituali, ho cercato di applicare alle scienze naturali.

Ciò significa, però, che le nostre abitudini di pensiero, tutto il nostro modo di rappresentarci il mondo, non sono ancora interamente adeguati a quanto, ad esempio, nell’organismo umano si presenta come l’intima essenza, dell’opera, di natura.

Si potrebbe rispondere: «Ebbene, la scienza naturale può attendere! Essa si avvicinerà a poco a poco ai suoi ideali e arriverà anche a riconoscere e ad appropriarsi una tale maniera d’indagine». Ma riguardo alla considerazione, e specialmente all’azione, dell’organismo sociale non si può aspettare. In questo campo occorre che non soltanto in qualche specialista, ma in ogni anima umana (poiché ogni anima umana partecipa all’attività in pro dell’organismo sociale), esista almeno una conoscenza istintiva di ciò che ad esso è necessario.

Un sano pensare e sentire un sano desiderare e volere rispetto all’assetto dell’organismo sociale, può svolgersi soltanto se ci si renda chiaramente conto, sia pure in modo più o meno istintivo, che questo organismo, se ha da esser sano, deve esser scisso in tre sistemi al pari dell’organismo umano naturale” (ibid.).

 

Per Steiner è inutile se non dannoso parlare del sociale se non in ordine alla tripartizione dell’organismo sociale:

 

“[...] la socializzazione non sarà di risanamento, ma una cura ciarlatanesca e fors’anche un processo di distruzione per l’organismo sociale, se non si richiama nel cuore e nell’anima degli uomini la conoscenza, almeno istintiva, della necessità della tripartizione dell’organismo sociale” (ibid.).

 

Il corpus domini inteso astrattamente come chiesa dell’ostia è pertanto una patologica finzione di un organismo sociale sano.

 

L’organismo sociale “se deve operare sanamente, deve sviluppare in se tre strutture diverse, secondo le leggi che sono proprie a ciascuna.

Una di queste è la vita economica; ed è la prima che vogliamo qui considerare, perché è evidente ch’essa è divenuta predominante, attraverso la tecnica ed il capitalismo, in tutta la moderna società umana.

Questa vita economica ha da essere nell’organismo sociale una struttura relativamente autonoma, come è il sistema nervo-sensoriale nell’organismo umano.

La vita economica comprende tutto quel che ha da fare con la produzione, la circolazione e il consumo delle merci.

Come seconda struttura dell’organismo sociale è da considerarsi la vita del diritto pubblico, la vita politica, quella che nel senso dell’antico Stato politico, poteva essere designata come la vera e propria vita statale [la triarticolazione sociale di Steiner non è quindi l’anarchia che sedicenti antroposofi ignoranti gli attribuiscono col termine “anarchia consapevole”, dato che anche l’“anarchia” per quanto consapevole sarebbe sempre etimologicamente il contrario di una vita statale come è qui delineata - ndr].

Mentre la vita economica comprende tutto quanto l’uomo ricava dalla natura e dalla propria produzione, cioè le merci, la loro circolazione e il loro consumo, questa seconda struttura dell’organismo sociale può abbracciare soltanto quel che sorge da sostrati puramente umani e riguarda i rapporti tra uomo e uomo.

Per la conoscenza delle tre strutture dell’organismo sociale è essenziale approfondire la differenza tra il sistema del diritto pubblico, che può contemplare soltanto le relazioni tra uomo e uomo, poggiate su profondi sostrati umani, e il sistema economico che ha solamente a che fare con la produzione, la circolazione e il consumo di merci.

Nella vita si deve fare questa distinzione col sentimento, affinché, come conseguenza, la vita economica si scinda da quella politica, come nell’organismo naturale dell’uomo l’attività dei polmoni per l’aspirazione e l’espirazione dell’aria esterna si scinde dai processi della vita nervo-sensoriale.

Come terza struttura che, altrettanto autonoma, deve porsi accanto alle altre due, si ha da comprendere nell’organismo sociale quel che riguarda la vita spirituale; o, per dire più esattamente, tutto quanto poggia sulle doti naturali del singolo individuo umano, e che deve

entrare nell’organismo sociale sulle basi di tali sue facoltà naturali, sia spirituali, sia fisiche.

La prima struttura, il sistema economico, ha da fare con tutto quel che deve esistere affinché l’uomo possa regolare il rapporto della sua vita materiale col mondo esterno.

La seconda struttura ha a che fare con quel che deve esistere nell’organismo sociale per regolare i rapporti tra uomo e uomo.

La terza struttura ha a che fare con quel che deve germogliare da ogni singola individualità umana per poi inserirsi nell’organismo sociale.

Come è vero che la tecnica moderna e il moderno capitalismo hanno dato l’impronta alla nostra vita sociale, così è necessario che le ferite ad essa inferte da quella parte vengano risanate col mettere l’uomo e la vita collettiva umana in un giusto rapporto con le tre strutture dell’organismo sociale.

Ai nostri tempi la vita economica ha, semplicemente per forza propria, preso forme ben determinate.

Per la sua attività unilaterale s’è inserita nella vita umana con una potenza tutta speciale.

Le altre due strutture della vita sociale non sono state finora in grado di farsi valere giustamente nell’organismo sociale, secondo le leggi loro proprie, in modo altrettanto ovvio.

Per esse occorre che gli uomini, mossi dai sentimenti sopra accennati, intraprendano la partizione della struttura sociale, ciascuno al suo posto, cioè al posto nel quale si trova.

Poiché, riguardo ai tentativi che qui si propongono per la soluzione delle questioni sociali, ogni singolo individuo ha, nel presente e nell’avvenire, il suo proprio compito sociale.

Quel che costituisce la prima parte dell’organismo sociale - la vita economica - si basa innanzitutto sul fondamento della natura, come il singolo individuo, in rapporto a ciò ch’egli può divenire da sé mediante l’istruzione, l’educazione, la vita, dipende dall’attitudine del suo organismo spirituale e corporeo.

Questo fondamento di natura è quello che da’ la sua impronta alla vita economica e con ciò a tutto l’organismo sociale.

Ma questo fondamento naturale esiste, e non può essere creato nelle sue radici da alcuna organizzazione sociale né da alcuna socializzazione.

Esso deve essere posto a base dell’organismo sociale nel modo stesso che all’educazione dell’uomo deve essere messa a base l’attitudine ch’egli ha nei diversi campi, la sua capacità naturale del corpo e della mente.

Ogni socializzazione, ogni tentativo di dare una configurazione economica alla vita collettiva umana deve tener conto del fondamento naturale.

Poiché a base d’ogni commercio e d’ogni genere di lavoro umano, come anche di ogni coltura spirituale, si trova, come primo elemento originario, ciò che lega l’uomo a una parte determinata della natura.

Si deve pensare alla connessione dell’organismo sociale col fondamento che natura pone, al modo stesso che rispetto all’apprendimento, per ogni singolo individuo, si deve tener conto delle condizioni della sua attitudine naturale” (ibid.).

 

Per Steiner tutto il complesso di processi, che cominciano con il rapporto dall’uomo alla natura e proseguono in tutto ciò che l’uomo deve fare per trasformare i prodotti della natura e per portarli fino allo stato di generi di consumo, “tutto questo lavorìo, e soltanto esso, costituisce la parte economica di un sano organismo sociale. 

Questa parte economica sta nell’organismo sociale come il sistema della testa sta nell’insieme (da cui dipendono le attitudini individuali) dell’organismo umano.

Come questo sistema della testa dipende da quello del cuore e dei polmoni, così il sistema economico dipende dal lavoro dell’uomo.

Come però la testa non può di per sé regolare la respirazione, così il sistema del lavoro umano non dovrebbe venir regolato dalle stesse forze operanti nella vita economica.

Nella vita economica l’uomo si inserisce per soddisfare i propri interessi.

Questi hanno il loro fondamento nei bisogni della sua anima e del suo spirito.

Come agli interessi possa essere corrisposto nel modo più soddisfacente in seno all’organismo sociale, sicché il singolo individuo pervenga, a mezzo di questo organismo, alla migliore soddisfazione del suo interesse, e possa anche, nel modo più vantaggioso, collocarsi entro l’economia, è una questione che dev’essere risolta praticamente coi provvedimenti dell’organismo economico. 

Il che può verificarsi soltanto se gli interessi possano farsi liberamente valere e se sorga pure la volontà e la possibilità di fare ciò che è necessario alla loro soddisfazione.

L’origine degli interessi sta al di fuori dei limiti o della vita economica.

Si formano con lo svolgersi dell’essere umano, spirituale e corporeo.

È compito della vita economica prendere i provvedimenti atti a soddisfarli.

Questi provvedimenti non possono riguardare altro, che la produzione e lo scambio delle merci, cioè di beni che ricevono il loro valore dal bisogno dell’uomo.

La merce infatti riceve il suo valore da colui che la consuma.

Dal fatto che la merce riceve il suo valore dal consumatore, deriva ch’essa si trovi collocata nell’organismo sociale del tutto diversamente da altre cose che hanno valore per l’uomo come membro di questo organismo.

Chi consideri senza preconcetti la vita economica, alla cui sfera appartengono la produzione, lo scambio e il consumo delle merci, riconoscerà - non per via di semplice speculazione - la DIFFERENZA ESSENZIALE che passa fra il rapporto da uomo a uomo, in quanto l’uno produce merci per l’altro, e quello che deve fondarsi sui diritti degli esseri umani come tali” (ibid.).

 

Questa DIFFERENZA ESSENZIALE impedisce a Steiner di considerare normale l’idea di economia politica o di politica economica, dato che la DIFFERENZA ESSENZIALE tra economia e politica non può che rendere evidente che tale idea è spuria, bastarda:

 

“Da tale considerazione si arriverà alla pratica esigenza che nell’organismo sociale tutto ciò che è diritto debba essere assolutamente separato dalla vita economica” (ibid.).

 

Ecco anche perché le articolazioni fra metabolismo e nervi rispetto a quella del sistema cardiaco ritmico sono, nell’organismo umano sano, le stesse che nell’organismo sociale sano dovrebbero manifestarsi fra scuole (che per Steiner sono ambito dell’immateriale o dello spirituale) ed economia rispetto allo Stato.

 

Ricambio delle sostanze e attività nervosa, che nella similitudine di Steiner per l’organismo sociale rappresentano rispettivamente il sistema culturale e quello economico, non vanno concepiti come processi uno di fianco all’altro, ma compenetrantisi.

 

Normalmente, per comodità di rappresentazione e anche perché l’organismo umano si presta a questo, “si riconosce il polo nervoso come centrato nel capo e quello del ricambio come centrato nella sfera degli organi sotto-diaframmatici, ma bisogna tener presente che entrambi sono diffusi in tutto l’organismo” (G. Leonelli, op. cit.).

 

Così l’organizzazione ritmica, che nella similitudine di Steiner, è quella politica o dello Stato di diritto, “ha il suo centro negli organi del torace, ma sarebbe un errore pensare che sia presente solo lì” (ibid.).

 

“Dalle attività che gli uomini devono svolgere nell’ambito degli ordinamenti che riguardano la produzione e lo scambio di merci, non possono derivare in modo immediato gli impulsi migliori per i rapporti di giustizia che devono esistere fra loro.

Negli ordinamenti economici l’uomo si rivolge all’uomo, perché l’uno serve agli interessi dell’altro; negli ordinamenti della giustizia il rapporto che passa fra un uomo e l’altro è fondamentalmente diverso.

Si potrebbe credere che per realizzare questa distinzione richiesta dalla vita fosse già sufficiente che negli ordinamenti della vita economica stessa si provvedesse anche ai diritti che devono esistere nei reciproci rapporti degli uomini che vi partecipano.

Ma una tale credenza non ha le sue radici nella realtà della vita.

L’uomo può sentire vitalmente il vero rapporto di giustizia che deve sussistere fra lui e gli altri uomini soltanto se lo sperimenta, non sul terreno economico, ma su di un terreno del tutto separato da quello.

Si deve perciò svolgere, nel sano organismo sociale, accanto alla vita economica e indipendentemente da essa, una vita nella quale vengano stabiliti e regolati i diritti tra uomo e uomo.

Questa sfera della giustizia è però quella propriamente politica, statale”. (Steiner, “I punti essenziali…”, op. cit.).

 

È però chiaro che se portiamo gli interessi della vita economica nella legislazione e nell’amministrazione statale della giustizia, nasceranno solo diritti dannosi in quanto esprimenti solo tali interessi economici:

 

“Se lo Stato provvede esso stesso alla vita economica, perde l’attitudine a regolare i diritti degli uomini; giacché in tal caso le sue norme ed istituzioni dovranno servire al bisogno umano di merci, e con ciò saranno distolte dagli impulsi diretti verso la giustizia.

Il sano organismo sociale esige, come sua seconda struttura, uno Stato politico autonomo, accanto all’organizzazione economica.

In questa organizzazione, essa pure autonoma, gli uomini, con le forze della vita economica, provvederanno a quegli ordinamenti che rispondono, nella migliore maniera possibile, alla produzione e allo scambio di merci.

Nella organizzazione statale politica saranno invece stabilite delle disposizioni che valgano a orientare i rapporti vicendevoli tra uomini e gruppi di uomini in maniera corrispondente alla coscienza umana della giustizia.

Il punto di vista che qui viene prospettato sulla necessità di una assoluta separazione dello Stato politico dal campo economico risiede nella vita reale dell’uomo; non così il punto di vista di chi vuole riunire l’una all’altra funzione.

Gli uomini che si trovano in mezzo alla vita economica, hanno pure, si capisce, il senso della giustizia, ma essi cureranno la legislazione e l’amministrazione della giustizia ispirandosi soltanto a tale coscienza e non, agli interessi economici, quando ne avranno da giudicare nello Stato politico che, come tale, non abbia alcuna ingerenza nella vita economica.

Tale Stato politico avrà un suo proprio corpo legislativo ed amministrativo, ambedue organizzati secondo i principi fondamentali dettati dalla coscienza dei diritti umani del nuovo tempo” (ibid).

 

Gli anacronisti, anelando alla permanenza del vecchio tempo, sia come credenti o papolatri, sia come sudditi credenti e contribuenti ad uno Super Stato faraonicamente plenipotenziario, basato sull’insensatezza della  mopolizzazione rispettivamente del “Cristo” e dell’emissione monetaria, sono i veri responsabili del problema sociale che di fatto dimostrano di  non voler risolvere, e che continua a palesarsi nelle tasche di tutti incominciando dai meno abbienti.

 

Il problema economico potrà risolversi solo autonomizzandosi rispetto allo Stato.

 

 

“Il sistema economico deriverà i suoi organi legislativi ed amministrativi dagli impulsi della vita economica. 

Il necessario rapporto tra le direzioni dei corpi giuridico ed economico si svolgerà press’a poco come al presente si svolgono i rapporti fra i governi di Stati sovrani [sovranità che oggi, con l’UE, impulsi antisociali vorrebbero eliminare in nome di un sedicente nuovo ordine mondiale - ndr].

Con questa separazione, ciò che si svolge in uno di tali corpi, potrà esercitare la dovuta azione su ciò che si forma nell’altro.

Tale azione viene invece impedita se l’uno vuole svolgere in se stesso, ciò che gli deve provenire dall’altro.

Come la vita economica è soggetta da un lato alle condizioni naturali (clima, natura del suolo, ricchezza del sottosuolo ecc.), cosi, dall’altro, dipende dai rapporti di diritto che lo Stato crea fra persone e gruppi di persone dediti alla economia.

Con questo vengono designati i limiti di ciò che l’attività della vita economica può e deve abbracciare.

La natura crea le condizioni prime che si trovano fuori della sfera economica, e che l’uomo deve accettare come qualcosa di dato, sulle cui basi soltanto [quindi non anche su quelle di interessi di Borsa - ndr] egli può costruire la sua vita economica.

Nello stesso modo, tutto ciò che nel dominio economico stabilisce un rapporto di diritto da uomo a uomo, nel sano organismo sociale deve venir regolato dallo Stato politico, il quale, al pari del fondamento naturale, si svolge come qualcosa di autonomo, di fronte alla vita economica.

Nell’organismo sociale che si è formato nel divenire storico dell’umanità, e che, col dominio delle macchine e con la moderna forma economica del capitalismo, ha dato la sua impronta al movimento sociale, la vita economica abbraccia più di quello che deve abbracciare nell’organismo sociale sano [...] si tratta di questo: che nello scambio di diritto contro merce, il diritto stesso diviene merce, se sorge entro la vita economica”.

 

Qui sta il marcio che oggi viviamo.

 

“Ciò si potrà evitare solo se nell’organismo sociale ci siano, da una parte, delle disposizioni che abbiano per scopo soltanto di effettuare nel miglior modo il giro delle merci e, dall’altra, ve ne siano altre che regolino i diritti vigenti nello scambio delle merci tra le persone che producono, commerciano e consumano.

Questi diritti non si differenziano per la loro natura dagli altri che devono sussistere tra persona e persona nei rapporti del tutto indipendenti dallo scambio di merci.

[...] L’uomo attuale interessato alla vita pubblica rivolge ordinariamente lo sguardo a cose che vanno considerate solo in seconda linea.

Ciò avviene perché la sua abitudine di pensiero lo porta a riguardare l’organismo sociale come una istituzione unitaria.

Per una tale istituzione però non si può trovare un SISTEMA ELETTORALE conveniente [si pensi solo alla mai attuata riforma della legge elettorale italiana - ndr], poiché in ogni sistema elettorale gli interessi economici e gli impulsi della giustizia si debbono disturbare nei corpi rappresentativi. 

E ciò che da questo perturbamento emana per la vita sociale deve portare a sconvolgimenti della compagine della società.

È necessario che oggi la vita pubblica si sforzi in prima linea di raggiungere la meta di una decisa separazione della vita economica dalla organizzazione politica.

Nell’adattamento a questa separazione le organizzazioni che devono separarsi troveranno nelle loro proprie basi le modalità più adeguate per le elezioni dei loro legislatori e amministratori.

In ciò che presentemente urge verso una soluzione vengono pertanto in seconda linea le questioni di modalità elettive, sebbene come tali siano anch’esse di capitale importanza.

Dove persistono ancora le vecchie condizioni si dovrebbe, partendo da esse, rivolgere l’opera alla detta separazione.

Dove invece l’ordine antico è già scomparso o è in procinto di dissolversi, i singoli individui e le leghe dovrebbero tentare l’iniziativa di un rinnovamento che s’incammini nella direzione designata.

[...] Chi ritiene «praticamente fattibile» soltanto ciò a cui si è abituato a pensare in un ristretto orizzonte di vita, riguarderà come «non pratico» quanto si prospetta qui.

Se costui non è capace di convertirsi e nondimeno conservi un’influenza su qualsiasi ramo della vita, egli non coopererà al risanamento, ma a un ulteriore peggioramento dell’organismo sociale, come hanno fatto le persone del suo modo di vedere e sentire nel prodursi delle presenti condizioni. 

Alla tendenza presa dalle classi dirigenti dell’umanità, che aveva portato a trasferire certi rami della vita economica (poste, ferrovie, ecc.) nell’orbita dello Stato, deve sostituirsi il distacco sempre più completo di ogni azienda economica dalla sfera dello Stato politico.

[...] Si può riconoscere come i pensieri qui svolti abbiano il loro fondamento nella vita reale dell’umanità, quando si rivolga lo sguardo al lavoro che l’uomo compie con la sua forza fisica a favore dell’organismo sociale.

Nella forma economica capitalistica questo lavoro si è incorporato nell’organismo sociale, in modo che il padrone lo compera dall’operaio come una merce [chi oggi parla di “costo del lavoro” non si rende nemmeno conto di parlare di schiavitù” - ndr]

Si effettua così uno scambio tra il denaro (come rappresentante di merci) e il lavoro.

Ma un tale scambio non può affatto effettuarsi in realtà [alla faccia di coloro che affermano che Steiner non concepisce reddito che non sia da lavoro; vedi l'immagine successiva presa da un blog di sedicenti antroposofi - ndr]. 

Sembra soltanto che si effettui (è assolutamente possibile che, nella vita, certi processi vengano non soltanto spiegati in senso falso, ma anche compiuti in senso falso.

Denaro e lavoro non sono valori che si possano tra loro scambiare [idem come sopra - ndr]; solo denaro e prodotto del lavoro, lo sono. Quindi se io do’ del denaro per del lavoro, «faccio» qualcosa ch’è falso;creo un processo apparente, illusorio. Perché in verità non posso dare se non denaro per un PRODOTTO di lavoro). 

In realtà il padrone riceve dall’operaio delle merci, che possono essere prodotte solo se l’operaio per la loro produzione fornisce la sua mano d’opera.

Dell’equivalente di queste merci l’operaio riceve una parte, il padrone l’altra.

La produzione si effettua grazie alla collaborazione dell’operaio e del padrone.

Soltanto il prodotto del lavoro comune entra nel giro della vita economica.

Per la produzione della merce occorre un rapporto di diritto fra operaio e padrone.

Questo però può essere trasformato dall’economia capitalistica in un rapporto determinato dalla superiorità economica del padrone sull’operaio.

Nel sano organismo sociale deve riuscire palese che il lavoro non può essere pagato.

Poiché al lavoro non può essere attribuito un valore economico in confronto con una merce.

Un tal valore può averlo soltanto la merce prodotta dal lavoro in confronto con altre merci.

La maniera e la misura in cui un uomo ha da lavorare per la sussistenza dell’organismo sociale, devono essere regolate secondo la sua capacità e secondo ciò che è condizione di un’esistenza degna dell’uomo.

Il che può avvenire soltanto, se questa coordinazione viene regolata dallo Stato politico INDIPENDENTEMENTE dalle amministrazioni della vita economica.

Mediante una norma di questo genere viene creata alle merci una base di valutazione, che può essere confrontata con l’altra, dovuta alle condizioni naturali.

[...] La vita spirituale [leggi: sistema scolastico e di ricerca culturale - ndr], con la quale nella vita umana si collega per innumerevoli fili anche lo sviluppo delle altre attitudini individuali, avrà una sana possibilità di sviluppo soltanto se ogni produzione poggi sui suoi propri impulsi e stia in un rapporto di piena comprensione con gli uomini che ne ricevono le prestazioni.

Quella che è indicata qui come sana condizione di sviluppo della vita spirituale, non viene attualmente riconosciuta, perché la giusta visione è offuscata a causa della fusione di una gran parte di questa vita con quella dello Stato politico, fusione che si è prodotta nel corso degli ultimi secoli e alla quale ci siamo assuefatti.

Si parla, è vero, di «libertà della scienza e dell’insegnamento», ma si considera naturale che lo Stato politico amministri la «libera scienza» e il «libero insegnamento».

Non si avverte come questo Stato metta così la vita spirituale in dipendenza dei suoi bisogni statali.

Si pensa: lo Stato crea i posti nei quali si impartisce l’insegnamento, ma poi coloro che coprono questi posti possono svolgere «liberamente» la vita spirituale.

Abituati a un tale modo di pensare, non si tiene conto di quanto strettamente il contenuto della vita spirituale sia legato con la più intima natura dell’uomo, in cui esso si svolge; e di come questo svolgimento possa essere libero soltanto se non venga inserito nell’organismo sociale da altri impulsi che non siano quelli derivanti dalla vita stessa dello spirito [leggi: dell’io - ndr].

Il fatto è che, per la fusione con la vita dello Stato, non solo l’amministrazione della scienza e della parte della vita spirituale che vi è connessa, ha ricevuto l’impronta di esso Stato, ma l’ha ricevuta altresì la sostanza medesima.

Certamente ciò che si produce in matematica o in fisica non può subire un’influenza immediata da parte dello Stato.

Ma si pensi alla storia e alle scienze filosofiche!

Non sono state forse un riflesso di ciò che, per i bisogni della vita politica, è risultato dalla connessione dei loro rappresentanti con la vita dello Stato?

Appunto per questo loro carattere gli attuali concetti di colorito scientifico, dominanti la vita spirituale, hanno agito sul proletariato come un’ideologia.

Esso ha osservato come ai pensieri umani venga impresso, dai bisogni della vita dello Stato, un dato carattere che corrisponde agli interessi delle classi dirigenti.

Il pensiero proletario ravvisò un riflesso degli interessi materiali e della lotta d’interessi, e ciò generò in esso la convinzione che tutta la vita spirituale non sia altro che ideologia, non sia altro che un riflesso dell’organizzazione economica.

Una tale opinione, che inaridisce la vita spirituale dell’uomo, viene meno, se si può far sorgere il sentimento che, nel campo spirituale, domina una realtà che va al di là della vita materiale esteriore, e porta in se stessa il suo contenuto [“2-1 = 1” indipendentemente dalla pienezza della mia pancia - ndr].

Ma non è possibile che si formi questo sentimento, se la vita spirituale non sia liberamente svolta e regolata dai suoi propri impulsi entro l’organismo sociale.

Soltanto nell’àmbito di una tale direzione, gli uomini fattivi nella vita spirituale possono avere la forza di procurarle la dovuta importanza nell’organismo sociale.

Arte, scienza, filosofia, e tutto ciò che a queste si connette, abbisognano di tale posizione indipendente nella società umana.

La libertà dell’una non può prosperare senza la libertà dell’altra, poiché nella vita spirituale tutto è collegato.

Anche se la matematica e la fisica, nel loro contenuto, non sono immediatamente influenzabili dai bisogni dello Stato, ciò che da esse si ricava, il modo come gli uomini pensano sul loro valere,

l’effetto che la loro coltura può avere su tutto il resto della vita spirituale, e molto altro ancora, viene assoggettato ai bisogni dello Stato, se esso regola i diversi rami della vita spirituale.

[...] La vita religiosa della moderna umanità, in unione con tutta la vita spirituale liberata, svilupperà la sua forza sostenitrice per l’anima umana [...]” (ibid.).

 

Solo allora avrà senso parlare di “corpus Domini” o di “corpus Dei” di tutto l’organismo sociale triarticolato in quanto “tri-unità” o Trinità che dir si voglia.

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15 giugno 2014 7 15 /06 /giugno /2014 10:19

 

“Quando il guru si sedeva per le funzioni religiose, ogni sera
arrivava il gatto del santuario e distraeva i fedeli.
Così egli ordinò che durante le fuzioni serali
il gatto venisse legato.
Molto tempo dopo la morte del guru
si continuava a legare il gatto
durante le funzioni serali.
E quando alla fine il gatto morì,
portarono al santuario un altro gatto
per legarlo debitamente
durante le funzioni serali.
Secoli dopo i discepoli del guru
scrissero dotti trattati
sul ruolo essenziale di un gatto
in ogni funzione correttamente condotta”


Anthony De Mello (gesuita scomunicato da Ratzinger)

 

Vedi anche:

 

 

Omelia di Gesù di Nazaret per la festa del 22 giugno

Sul monopolio del Cristo e sulla papolatria

Il corpus domini è la terra

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10 giugno 2014 2 10 /06 /giugno /2014 10:36

Brano di Nereo Villa dedicato:
- ai cattolici nati cattolici ma mai diventati cristiani;
- al popolo di Piazza San Pietro che acclama il papa come un tempo gli schiavi acclamavano il faraone;
- ai nuovi idolatri del "Santo Padre" che dimenticano le parole di Cristo "Non chiamate nessuno Padre"...

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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