Overblog Segui questo blog
Administration Create my blog
16 gennaio 2012 1 16 /01 /gennaio /2012 11:48

La sovranità popolare sarà individuale oppure NON sarà. Allo stesso modo, la sovranità monetaria sarà individuale oppure NON sarà.

 

Ciò significa che tale sovranità:

 

1°) sarà l'opera propria degli INDIVIDUI;

2°) userà le categorie della loro cultura;

3°) e seguirà la loro sensibilità ed il loro genio particolare, ovviamente espressivi del proprio INDIVIDUALISMO ETICO.

 

Fuori da questo ambito, la sovranità popolare e/o la sovranità monetaria, non potrà che rientrare nel notorio illusionismo scientista di Marx.

 

Nel suo manifesto dei comunisti Karl Marx ebbe a scrivere: "il proletario si servirà del suo dominio politico per strappare alla borghesia tutto il capitale e per accentrare tutti gli strumenti nelle mani dello Stato, vale a dire del popolo stesso..." (cfr. Paolo Pasotto, “La pentola magica, ovvero prolegomeni di una cultura a venire”,Ed. il Capitello del Sole, Bologna, 2005).


Ma lo Stato non è il "popolo stesso"! Lo Stato è lo Stato, e il popolo è il popolo! Lo Stato è sempre gestito da un comando centrale, che non è affatto il popolo, anche se chi comanda viene eletto da un tonnellaggio prevalente di carne popolare (ibid).


Dire che lo Stato è il popolo è mera illusione.


Il materialismo storico, in ossequio alla frase adottata dalla chiesa: "memento homo qui a pulvere venis et in pulvere redieris" attribuisce all'essere umano valore di mera polvere. Marx vi si adeguò, e selezionò la buona polvere proletaria dalla cattiva polvere borghese. Ma ovviamente, chi comanda è sempre colui che comanda, anche se Lenin considerò "dittatura del proletariato" lo spurgo dittatoriale del dittatore di turno (ibid.).

 

"[…] Regolari o non, gli eserciti tutti si comportano come grandi famiglie: si odiano e si comprendono anche quando si martirizzano. La disciplina è l'impegno all'adempimento verso l'applicazione di determinati fattori indipendentemente da che siano buoni o cattivi. Il criterio che ingenera il militarismo è incardinato sulla disciplina intesa come obbedienza ad una gerarchia fondata sull'astratta nomenclatura; rigidamente viene imposta a livello di sottomissione e la ragione morale di essa viene esitata come l'ordine stesso espettorato dal "superiore", che il subalterno deve commettere per il bene della patria! La disciplina militaristica presume il parziale ottenebramento della coscienza, altrimenti, uno non andrebbe allegramente ad uccidere. Si basa sul coraggio della paura e l'esaltazione stolida. Per il militarismo, sottovalore è tutto ciò che non rientra nel suo dominio. Spudorata è la spettralità della patria che la si fa sventolare al di sopra di ogni cosa ed è nel nome suo che si insegna a torturare e ad uccidere. Patria: parola che fa riferimento al veteromaschilistico sangue del padre. Ma per non creare scompensi ci si è rimediato col prefissoide "madre": madre-patria. E così la consegna familiare viene ricomposta. E nel nome della patria ci si può ripulire di ogni azione delittuosa, così che il bravo soldatino potrà gridare fortemente: "Sissignore... Perché il nemico è nemico, e lui è cattivo, e noi lo facciamo a pezzi! Signore! E allora ucciderà, torturerà e compirà atti di conclamato eroismo. E si scaricheranno bombe sulle città, si sparerà in faccia alla gente e si riceveranno medaglie al valore, ma: sempre con il volto irrigidito da eroica gravità! (ibid). 

 

Questa succubanza al cosiddetto “Signore” è in fondo la vera radice del “signoraggio bancario”.

 

Faccio notare che coloro che oggi vorrebbero risolvere il problema del signoraggio bancario mediante la nazionalizzazione delle banche in nome della sovranità monetaria non fanno che proporre un rimedio peggiore del male che vorrebbero curare!

 

 Costoro in fondo sono non dissimili da chi va a martoriare la gente e poi mette avanti l'obbedienza ai superiori che avevano ordinato i crimini che lui/lei è andato a commettere! Non sono i superiori quelli che ammazzano o che fanno pagare le tasse: loro i crimini li ordinano soltanto. Sono gli ubbidienti, sono i soldatini che vanno a sporcarsi le mani e che vanno a pagare le tasse, che lo Stato usa poi per scopi militari. Quelli che danno gli ordini sono di già "ingenuamente" sporchi, sono "ingenuamente “criminali”! Ma oggi che la coscrizione non è più obbligatoria ed il militarismo si è fatto tutto quanto professionale, colui che viene pagato per commettere "crimini patriottici" scade a livello di semplice carnefice e per lui non si può neppure parlare di sporca “ingenuità" criminale. Mentalità bestiale con armi sofisticate, la guerra è la punta di diamante del militarismo. La chiamano difesa della patria (dello Stato)! E allora se non ci fossero più gli Stati non ci sarebbero più gli eserciti e non ci sarebbero nemmeno le guerre! Se tutto il denaro dilapidato in eserciti ed armamenti venisse impiegato per l'elevazione della gente, forse non ci sarebbero neppure scaramucce! La bocca delle genti è piena di esaltazione pacifista e: "pace tra i popoli" continuano a gridare gli ipocriti operai che fabbricano armi e mine anti-uomo ben sapendo quello che fanno! E si dice "popoli", al plurale, come brandelli singoli di un'Umanità che gli Stati Nazionali tengono smembrata! E per la difesa della pace ogni Stato inalbera il proprio esercito e si fa la guerra! Agli americani, che nella fattispecie sono bambinoni cresciuti che giocano con le armi, e non si ritrovano oberati dal peso di millenni di "civiltà" come gli europei, agli americani dunque, è capitato un incredibile colpo del destino: sono stati uniti. I loro nonni che hanno sparso tanto sangue hanno unificato una cinquantina di patrie che da allora non hanno più bisogno di "difendersi" le une dalle altre. Però la nostalgia della guerra li pompeggia sempre e così vanno a disporre di un esercito il più costoso del mondo e delle armi più sofisticate. Chissà che di tanto in tanto non ci scappi qualche Montecarlo o San Marino da "strattonare" in attesa di arrivare a distruggere la Cina!" (ibid.).


In una Società Civile Universale ove non fosse più l'accozzaglia degli Stati Nazionali e perciò non più un esercito, rimarrà indispensabile l'organo dei Difensori Pubblici contro la violenza interna: un organo preparatissimo, ma assolutamente smilitarizzato e formato da persone responsabili, profonde e irreprensibili. Comunque le armi esistenti vanno raccolte e spedite in fonderia! Nei millenni che precedettero la venuta del Cristo i Maggiorenti erano le necessarie guide trainanti che focalizzavano in loro gli impulsi provenienti dagli Dei. Ma con lo sviluppo della facoltà pensante in tutti gli Esseri Umani e con la loro emancipazione dall'Io di gruppo, l'impulso dato dagli Dei è venuto meno. Il pensiero arrivò a maturazione nel mondo greco. Aristotele fu l'individualità "non iniziata" che dispose del pensiero pari alla più alta capacità di oggi (ibid.).

Una capacità pensante completa, la si ebbe circa fino al IV secolo, dopo di che degenerò, e vi fu crisi fino agli albori del XV secolo.

Oggi, ciascuno che sia normale, è idoneo a costruire da sé concetti giusti, come pure a sbagliare in proprio. Nelle epoche antichissime il Capo era la testa di tutto un popolo, oggi un capo, anche se è un testone, è più o meno come gli altri e quindi può sbagliare lui pure. Ciascun Essere Umano oggi è virtualmente un Capo e l'ubbidienza alle ingiunzioni non argomentate e comunque non condivise, emesse da un testone, anche per chi non fosse una “natura predisposta" o addirittura un militarista, è cosa che non è più adeguata ai tempi. Oggi, ognuno è virtualmente un Capo e questa è una fondamentale differenza tra ieri e l'oggi. E ogni Essere Umano sano di mente è ora in grado di agire comprendendone perfettamente anche il "perché", e quindi gli ordini vanno discussi. Gli ordini non dovrebbero mai essere senz'altro obbediti, e chi li riceve, prima di eseguirli, dovrebbe condividerli in piena e lucida coscienza perché, karmicamente, pagherà di tasca propria la parte che gli compete, ne stia certo (ibid.).

La Società Epicheica, cioè cristiana in senso reale, prima o poi subentrerà a quella ANTISOCIALE degli Stati Nazionali e poggerà sull'individualità cosciente...

Repost 0
16 gennaio 2012 1 16 /01 /gennaio /2012 09:03

Quanto segue è il terzo capitolo dell'opera di Rudolf Steioner  "I punti essenziali della questione sociale". In questo profetico scritto vi sono anche le basi essenziali per superare i tipici di tabù di oggi, che si sono creati storicamente intorno al denaro.

Incominciai a lavorare a queste pagine il 3/10/2003, con l'idea di rendere massimamente fruibili questi contenuti, attraverso un linguaggio semplice ed attuale. Invece lo studio dei punti essenziali per la triarticolazione dura dal 1970, quando incontrai l'opera omnia di Rudolf Steiner.
Spero in queste pagine di avere ottenuto ciò che mi proponevo: una "
traduzione" (1) fresca e adatta all'italiano d'oggi (traduzione fra virgolette, in quanto ho semplicemente tradotto quell'italiano bacchettone e pedante che a mio avviso era impossibile da comprendere, soprattutto per l'uomo d'oggi, che non ha tempo neanche per pensare al suo portafoglio, preso com'è dagli automatismi economicistici indotti surrettiziamente nella sua interiorità da TV, radio, giornali, media, ecc.).
In queste pagine troverete cose importanti per il momento storico attuale e per l'immediato futuro di tutti.

 

Rudolf Steiner

Capitalismo e idee sociali
(Capitale, lavoro umano)
da "I punti essenziali della questione sociale"
[a cura di Nereo Villa]

 

Prima parte (Seconda parte)

 

Rendersi consapevoli oggi delle esigenze sociali è impossibile. Perché? Semplicemente perché oggi delle dinamiche basilari dell'organismo sociale non ne vuole sapere nessuno. Ed "I punti essenziali della questione sociale" di Rudolf Steiner, tentativo riuscito di pervenire a tale comprensione, di fronte all'attuale deficienza di giudizio critico, per cui tutti credono di sapere tutto, non possono di conseguenza portare vantaggio alcuno ai vari partiti o movimenti. Anzi, quanto emerge da questi, esprime evidenti perturbamenti non solo in superficie, ma proprio alle basi stesse dell'organismo sociale, che si dovrebbero conoscere. È pertanto sempre più necessario comprenderli dalle fondamenta. Ogni giorno che passa, ogni ora ed ogni minuto è espressione di morte proprio a causa di stolida ignoranza.

 

Occorrerebbe avere chiaro che parlare oggi di capitale, significa per l'individuo oppresso cercare le ragioni della sua oppressione.

 

Raggiungere un giudizio proficuo sulla maniera in cui il capitale opera - a volte promuovendo e a volte inceppando il movimento dell'organismo sociale - è però possibile solo attraverso la comprensione di come a produrre e a consumare il capitale sono tre cose:

 

le attitudini individuali dell'uomo;

la costituzione dei diritti;

e le forze della vita economica.

 

Chi parla di lavoro, parla di ciò che - col capitale e col fondamento naturale dell'economia - crea i valori economici, e che - nella misura in cui è percepito - offre al lavoratore la coscienza della sua posizione sociale.

 

Per poter inserire dignitosamente nell'organismo sociale il lavoro dobbiamo considerare da un lato il rapporto fra lavoro ed esplicazione di talenti umani e, dall'altro, il rapporto fra lavoro e individuale coscienza del diritto.

 

Questo lo si può ottenere solo in un modo: conoscendo il rapporto fra azione umana e le basi di un organismo sociale sano. Solo con tale conoscenza si può percepire, ognuno dal proprio punto di vista, luogo di lavoro, o posto in cui saprà collocarsi, quali sono i compiti che i fatti stessi gli assegneranno.

 

Ciò che impedisce tale conoscenza, è passato ormai da tempo e in modo acritico dal volere umano a quello imposto dagli ordinamenti sociali, ai quali l'uomo si è talmente abituato che ricava da essi  ogni opinione su ciò che di tali ordinamenti si debba conservare o cambiare. Perciò ci si lascia regolare nel pensiero da ciò che invece dovrebbe essere dominato dal pensare.

 

Ecco perché oggi è di conseguenza necessario riconoscere come non possiamo formarci un giudizio all'altezza dei fatti, se non ritornando ai pensieri originari che sono alla base di ogni ordinamento sociale. Perché quando nell'organismo sociale sono in deficit le energiche e perenni loro sorgenti, gli ordinamenti sociali tendono a non promuovere più la vita, ma ad ostacolarla. Allora succede che quei pensieri originari continuano, più o meno coscientemente, a vivere negli impulsi umani, ma lo fanno anche là dove il pensiero sbaglia. Perciò si creano fattori avversi alla vita, di fronte ai quali sono proprio quei pensieri originari, palesi o velati, ad esplicarsi caoticamente, manifestandosi nelle convulsioni rivoluzionarie dell'organismo sociale. Convulsioni che terminano solo quando - tramite continua attenzione nell'osservare dove si formi una deviazione, e dove sia possibile operare per neutralizzarla subito prima che abbia raggiunto una forza funesta - l'organismo sociale sia in grado di impedire le deviazioni dalle istituzioni predisposte da quei pensieri originari in modo sano.

 

Tali deviazioni dalle condizioni volute dai pensieri originari si sono oggi accentuate dappertutto. E l'esistenza di tali impulsi, così generati, è già un'eloquente critica, proveniente dai fatti, di ciò che nell'organismo sociale si è formato dai secoli passati.

 

Occorre perciò la buona volontà di tornare risolutamente ai pensieri originari, riconoscendo quanto sia dannoso, proprio oggi, bandire dalla vita tali pensieri, come generalità "non pratiche".

 

Nella vita e nelle esigenze della cittadinanza oppressa, sono proprio i fatti a criticare ciò che il tempo attuale ha fatto dell'organismo sociale. È compito del presente dunque reagire contro tale critica unilaterale, partendo dai pensieri originari. E ciò al fine di trovare le direzioni in cui i fatti devono essere coscientemente ri-avviati. Il tempo in cui poteva bastare all'umanità ciò che si poté produrre da una direzione istintiva è infatti terminato.

 

Una delle questioni fondamentali che emerge da tale critica è in quale modo possa cessare l'oppressione che gli oppressi soffrono a causa del corporativismo "privato ma non privato", detto erroneamente "capitalismo", e consistente nel fatto che la maggior parte degli Stati del pianeta è coalizzata nella gestione socialista dei soldi, avendo legalizzato un legame fra Stati e banche centrali (private società per azioni con scopo di lucro), laddove le banche centrali sono funzionale al parassitismo degli Stati nella misura in cui il possesso di denaro senza dover lavorare per ottenerlo è quanto i governatori delle banche centrali forniscono ai vari governi!

 

In un organismo sociale sano, ciò non può essere, e là dove il padrone di un capitale si trovi in condizione di porre il lavoro fisico di altri uomini a servizio di ciò che intende produrre, nel rapporto sociale risultante dalla cooperazione fra capitale e lavoro umano è necessario distinguere tre fattori:

  1. l'attività dell'imprenditore, che deve fondarsi sulle facoltà individuali di una persona o di un gruppo di persone;

  2. il rapporto fra il datore di lavoro ed il lavoratore, che deve essere un rapporto di diritto;

  3. la produzione di cose che nel giro della vita economica assumono valore di merce.

L'attività dell'imprenditore può intervenire in modo sano nell'organismo sociale solo se in esso operano forze capaci di portare alla migliore espressione le individuali facoltà umane. Ciò può darsi solo se nell'organismo sociale vi è un ambito che garantisca la libera iniziativa di far uso dei talenti umani ai loro possessori, e che dia agli altri la possibilità di giudicarne liberamente il valore. Si vede quindi che la partecipazione sociale dell'individuo per mezzo del capitale appartiene alla parte dell'organismo sociale in cui la vita spirituale legifera ed amministra. Se su questa partecipazione influisce lo Stato politico, di fronte ai talenti individuali e alla loro estrinsecazione, deve necessariamente regnare almeno in parte l'incomprensione. Lo Stato politico, infatti, si basa sull'attivare esigenze vitali comuni, presenti in tutti gli uomini. Nella sua sfera, esso deve permettere a tutti di far valere il proprio giudizio. Per i talenti individuali, la comprensione o l'incomprensione non c'entra qui con ciò che lo Stato ha da compiere. Di conseguenza, ciò che si attua nello Stato politico non può nemmeno influire sull'esplicazione delle capacità umane individuali. Per l'esplicazione dei talenti individuali, resa possibile dal capitale, anche il fine del vantaggio economico dovrebbe contare poco. A tale vantaggio economico taluni saccenti di capitalismo attribuiscono eccessiva importanza, ritenendo che solo lo stimolo del lucro possa mettere in azione le attitudini individuali. E come "uomini pratici" citano l'"imperfetta" natura umana che credono di conoscere. È vero che nell'ordinamento sociale, che genera le condizioni attuali [1919 circa - nota del curatore], la prospettiva del vantaggio economico ha assunto profonda importanza. Ma è proprio questo fatto a postulare l'attivazione di talenti individuali tramite stimolo diverso, proveniente dalla comprensione sociale di una sana vita culturale. L'educazione e la scuola, attingendo all'energia di una vita spirituale libera, forniranno l'uomo di impulsi che, grazie alla sua genuina capacità di comprendere, lo porteranno a realizzare ciò a cui lo spingono i suoi talenti individuali.

 

Questa opinione non deve ovviamente provenire da esaltazione. L'esaltazione ha certo causato mali incommensurabili nel campo della volontà sociale come in altri. Ma come si può argomentare da quanto è stato finora detto, la concezione qui esposta non si basa sulla falsa credenza che "lo spirito" faccia miracoli nella misura in cui i suoi sedicenti portatori ne parlino il più possibile, ma deriva direttamente dall'osservazione di come si svolge la libera cooperazione degli uomini nel campo spirituale. Questa cooperazione acquista per sua natura un'impronta sociale purché possa svilupparsi davvero in maniera del tutto libera.

 

L'inceppamento della vita spirituale ha finora impedito che si manifestasse questa impronta sociale.

 

Fra le classi dirigenti ogni forza culturale si è organizzate in modo da relegare in modo antisociale i suoi risultati in precisi ambiti dell'umanità. Ciò che così generato lo si poté portare nel popolo oppresso solo artificialmente, così che da quella vita spirituale la gente non poté attingere nessuna forza a sostegno dell'interiorità, non partecipando realmente quest'ultima alla vita di quel patrimonio spirituale.

 

Fino a quando la cultura continuerà a conservare il carattere che ha assunto oggi, ogni istituzione per l'"istruzione popolare", per l'"educazione del popolo al godimento artistico", ecc., non sarà mai un vero mezzo per far partecipare ai beni della cultura il popolo. Infatti il "popolo" non è per nulla inserito nella vita di questo bene spirituale con l'intima partecipazione del suo essere umano. È come se fosse offerta alla gente la possibilità di guardare nella "kultura" ma solo da un punto di vista esterno. Eppure, le ramificazioni delle attività culturali sfocianti nella vita economica sulla base del capitale sono massimamente importanti per la vita culturale.

 

In un organismo sociale sano, chi lavora non deve stare alla sua macchina, in contatto soltanto coi suoi congegni, mentre solo il capitalista conosce il destino riservato alle merci prodotte nel giro della vita economica. Chi lavora deve poter sviluppare con piena partecipazione i concetti relativi al modo in cui egli fa parte della vita sociale, in quanto lavora alla produzione della merce. Conversazioni, da calcolarsi inerenti all'esercizio di un'azienda al pari del lavoro stesso, devono essere regolarmente istituite dall'imprenditore allo scopo di sviluppare un campo di idee comuni tanto a chi da' il lavoro quanto a chi lo esegue. Una sana azione in questo senso farà comprendere a chi lavora in che modo un'adeguata attività del capitalista sia utile all'organismo sociale e con ciò anche al lavoratore che ne è parte. Col rendere pubblica la sua gestione, per avere la libera comprensione da parte dei suoi operai, l'imprenditore sarà indotto a procedere in modo irreprensibile.

 

Ritenere queste cose di poca importanza, equivale a non avere alcuna capacità percettiva dell'effetto sociale consistente nella partecipazione armonica ad un lavoro comune. Chi invece possiede tale capacità, sa riconoscere subito come la produzione è promossa se i dirigenti capitalisti si basano sulla libera cultura. Solo a partire da questa premessa, l'interesse al capitale e al suo aumento come mero amore del profitto, può oggettivamente darsi come interesse a produrre merci, offrendo prestazioni personali.

 

Oggi [1919 - ndc] i pensatori socialisti aspirano all'amministrazione sociale dei mezzi di produzione, ma ciò che di questa loro aspirazione è giusto può attuarsi solo se tale amministrazione viene curata dalla sfera di un libero campo culturale, con il quale sia resa impossibile la coercizione economico-bancaria, e sia sentita degna di un essere umano ogni sua azione. Non dovranno esservi paralisi dei talenti individuali, risultanti invece come necessarie conseguenze, se  essi sono governati statalisticamente.

 

In un organismo sociale sano, il provento di un lavoro materiale o immateriale al quale concorrono il capitale e le attitudini individuali, deve risultare dalla libera iniziativa di chi opera, e dalla libera comprensione degli utenti. Alla libera iniziativa di chi opera deve essere lasciata in questo campo la misura di ciò che egli pretende come provento delle sue prestazioni, secondo la preparazione che gli occorre per eseguirle, le spese che deve fare per renderle possibili, e così via. E potrà trovare soddisfazione alle sue richieste soltanto se vi sia negli utenti un adeguato apprezzamento della sua opera.

 

Per mezzo dei provvedimenti sociali secondo le direttive sopra indicate, si crea il terreno per un accordo realmente libero fra dirigenti ed esecutori del lavoro. E questo accordo non si riferisce a uno scambio di merce (denaro) contro energia lavoro, ma alla determinazione della parte spettante a ciascuno dei due contraenti che concorrono in comune alla produzione della merce.

 

Ciò che grazie al capitale viene prodotto per l'organismo sociale poggia intrinsecamente sulla socializzazione delle attitudini individuali, il cui sviluppo può ricevere l'impulso adeguato solo da una libera cultura. E persino volendo sottomettere tale sviluppo all'amministrazione politico-economica dello Stato, la produttività reale riguardante l'impiego di capitale poggerà sempre su quel tanto di libere forze individuali che riesce a farsi valere nonostante le istituzioni paralizzanti; solo che in tali condizioni l'evoluzione è malsana: ciò che oggi ha condizionato la forza umana di lavoro facendone merce, non è imputabile alla libera esplicazione dei talenti individuali, operanti sulla base del capitale, ma il loro aggiogamento allo statalismo ed alle varie politiche economiche. Riconoscere ciò in modo spregiudicato è oggi la necessaria premessa per il futuro dell'organizzazione sociale. L'attuale credenza che le norme adatte al risanamento dell'organismo sociale debbano emanare dallo Stato politico o dalla vita economica, è infatti solo una superstizione, generatrice di istituzioni che portano solo ad aumentare a dismisura l'oppressione dei cittadini che si vorrebbe veder cessata.

 

Vedendo nel capitalismo la causa patologica e sperimentando la patologia nella società, si ritiene necessario combatterlo. Ma si dovrebbe vedere di più, dato che l'origine della patologia consiste nel prosciugamento del capitale da parte del sistema economico. Continuare a credere utopica l'idea che l'attività capitalistica possa essere governata dalla libera vita culturale, impedisce alle migliori forze umane di operare come esse energicamente pretendono, reclamando la loro evoluzione. Totalmente incapaci di cogliere il rapporto fra vita spirituale e socializzazione di un capitalismo avviato su una strada sana, si presero le mosse dall'economia, osservando che si arrivò al capitalismo attuale perché la produzione di merci portò alle grandi industrie, e si vorrebbe sostituire a questa forma economica quella socialistica che lavora per i bisogni dei reali produttori. Ma per conservare i nuovi mezzi di produzione, che ovviamente si pretendono, si tende a riunire tutte le aziende in una sola grande società, credendo che, così, poiché tutti producono per incarico della comunità, questa non può essere sfruttatrice, perché sfrutterebbe se stessa. Pertanto, volendo e dovendosi ricollegare a ciò che già esiste, si ha in mira lo Stato moderno, che si vorrebbe trasformare in un società che tutto accentri in sé.

Non si è però in grado di osservare che da una tale società ci si ripromettono effetti tanto meno attuabili quanto più larga essa è. Se in essa non viene organizzata la partecipazione dei talenti individuali nel modo sopra accennato, la socializzazione del lavoro non può condurre ad alcun risanamento.

 

Che ci sia al presente poca disposizione a giudicare spassionatamente in merito all'intervento della vita culturale nell'organismo sociale, dipende dall'abitudine che si è presa di pensare la cultura e lo spirituale lontanissimi dal pratico e dal materiale. In genere si trova, anzi, demenziale l'idea qui esposta che nell'attività del capitale si manifesti l'azione di una parte della cultura nell'economia. Può darsi che nel qualificare cretina quest'idea si trovino d'accordo i rappresentanti delle classi finora dirigenti e i pensatori socialisti. Per rendersi conto dell'importanza di questa "cretineria" ai fini di un risanamento dell'organismo sociale, basta osservare alcune correnti del pensiero attuale, che pur derivando da impulsi interiori per così dire onesti, là dove possono, ostacolano il formarsi di un modo di pensare realmente sociale.

 

Queste correnti di pensiero tendono più o meno incoscientemente ad allontanarsi da ciò che da' all'esperienza interiore la giusta forza di propulsione. La concezione, la vita del pensiero, la conoscenza scientifica, e la vita interiore a cui esse tendono, formano nel complesso della vita umana una specie di isolotto, in modo tale da non essere poi in in grado di costruire nessun ponte tra questa specie di immateriale isola e le cose incontrate dalla gente nel quotidiano. Percepiamo da un lato il filosofismo ciarliero di chi sente in sé una speciale "nobiltà interiore" nel salire fra le nuvole a fantasticare - sia pure scolasticamente - su ogni genere di problema etico-religioso, in cerca delle massime virtù di buonismo e di grazia celeste. Dall'altro riscontriamo che costoro sono totalmente impotenti nel trovare il passaggio dal buonismo a ciò che di quotidianamente concreto ci circonda, vale a dire l'azione del capitale, i salari, il consumo, la produzione e la circolazione delle merci, il credito e le operazioni di banca e di borsa. Sono dunque ben evidenti due grandi correnti parallele poste l'una accanto all'altra anche nelle nostre abitudini mentali: l'una vuole rimanere nel mondo intenzional-buonistico dello spirito divino, senza collegamento alcuno col quotidiano; l'altra vive acefala nelle cose d'ogni giorno. La vita però è un'unità, e può prosperare solo se le energie che la muovono discendono da tutta la vita culturale, etica e/o religiosa fino a quella più profana e comune; cioè fino a quella che per qualcuno sembra appunto meno nobile. Senza un ponte fra questi due campi della vita, si ricade religiosamente, moralmente e socialmente, nella mera fantasticheria, estranea alla vera realtà quotidiana. Allora la realtà quotidiana si vendica: per "lo spirito", aspiriamo verso ogni possibile ideale e buonismo, ma per gli istinti che come base dei bisogni quotidiani si contrappongono a quegli "ideali", abbandoniamo "lo spirito", relegando l'economia al soddisfacimento di quei bisogni istintivi; senza dunque conoscere nessun concreto passaggio dal concetto di spiritualità al quotidiano, il quotidiano diventa tutt'altro dagli impulsi morali posti nelle altezze più nobili di noi stessi, e questa forma - vendetta del quotidiano - è quella della menzogna interiore: proprio in quanto si estrania dal quotidiano, cioè dalla vita pratica diretta, la nostra vita etico-religiosa, si trasforma inavvertitamente in menzogna interiore.

 

Quanti sono oggi coloro che, per una certa nobiltà etico-religiosa, mostrano le migliori intenzioni di una giusta comunanza di vita coi loro simili, ai quali vorrebbero fare il maggior bene possibile! Ma non sapendo acquisire un pensare sociale capace di esplicarsi nelle abitudini pratiche della vita, non possono attuare nulla delle loro buone intenzioni.

 

Dalla cerchia di tali persone provengono gli esaltati che in questo momento storico fatto di questioni sociali così scottanti, si oppongono alla pratica della vita, e la ostacolano, ritenendosi "pratici" della vita. Da costoro si possono sentire discorsi come questo: "Occorre che gli uomini si sottraggano al materialismo, alla vita materiale esteriore che ci ha spinti alla catastrofe della guerra mondiale e alla rovina, e che si rivolgano invece ad una concezione spirituale della vita". Chi vuole indicare in tal modo le vie verso la spiritualità, non si stanca di citare personalità di ieri, venerate per il loro modo spirituale di pensare. Così può capitare che proprio a chi tenta realmente di indicare cosa lo spirito debba concretamente dare alla vita pratica, e come debba venir prodotto il pane quotidiano, viene innanzitutto osservato che occorre convertire gli uomini al riconoscimento dello spirito.

 

Invece ciò che più conta oggi è trovare le giuste direttive per il risanamento dell'organismo sociale a partire dalle individuali forze interiori, e a tale scopo non basta occuparsi dello spirito in una corrente laterale della vita. Che l'esistenza quotidiana divenga conforme allo spirito, è certamente necessario, ma la tendenza a ricercare simili orientamenti laterali per la "vita spirituale" non ha forse condotto le attuali classi dirigenti a godere di condizioni sociali sfociate poi negli avvenimenti attuali [prima guerra mondiale - ndc]?

 

L'uso del capitale per produrre merci, ed il possesso del capitale in quanto possesso dei mezzi di produzione, sono vissuti come un'unica realtà della società attuale [1919 - ndc]. Eppure questi due rapporti dell'uomo col capitale sono del tutto differenti nella loro azione nell'organismo sociale. L'uso del capitale, regolato funzionalmente dalle attitudini individuali, apporta all'organismo sociale beni che interessano ogni essere umano, e qualsiasi posto uno occupi nella vita, ha tutto l'interesse a che nulla vada perduto dei talenti provenienti dalla natura umana, perché tramite essi si producono beni utili alla vita di tutti. Ma lo sviluppo di quelle attitudini può darsi solo se chi le possiede può renderle attive per propria libera iniziativa, e quanto non può fluire liberamente da tale provenienza naturale umana, limita, almeno fino ad un certo grado, il benessere di tutti. Ora, essendo il capitale il mezzo attuante le attitudini individuali nei vari campi della vita sociale, dev'essere vero interesse di tutti che il possesso complessivo del capitale venga amministrato nell'organismo sociale in modo che l'individuo capace in un dato campo, e i gruppi di persone specializzate in qualche altro, possano disporne secondo modalità scaturenti unicamente dalla loro originale iniziativa. Pertanto ognuno, lavoratore immateriale o materiale che sia, se vuole servire senza pregiudizi il proprio interesse, deve potersi dire: vorrei che un numero sufficiente di persone, o di gruppi di persone capaci, possano non solo liberissimamente disporre del capitale, ma anche pervenirvi di loro iniziativa, poiché soltanto tali persone possono giudicare di come, per mezzo del capitale, le loro attitudini individuali forniscono merci adatte all'organismo sociale.

 

Nei limiti imposti a questo libro, non è necessario esporre ora come - in merito ai prodotti del talento individuale storicamente causati dall'evoluzione umana nell'organisnmo sociale - sia derivata la proprietà privata da altre forme di possesso. Oggi la proprietà privata si sviluppa nell'organismo sociale sotto l'influenza della divisione del lavoro. Dunque occorre parlare ora delle condizioni attuali e della necessità di svilupparle ulteriormente.

 

Comunque si formi la proprietà privata, dal potere, da conquiste e simili, essa è pur sempre un risultato di azioni sociali connesse con attitudini umane individuali. Chi ritiene "socialisticamente" che l'oppressione proveniente dalla proprietà privata possa eliminarsi solo trasformando quest'ultima in proprietà collettiva, pone così la questione: per eliminare l'oppressione che esercita sui poveri tale proprietà dei mezzi di produzione, come possiamo impedirle radicalmente di nascere? Chi pone la questione in questi termini non considera che l'organismo sociale vive sviluppandosi in un continuo divenire, di fronte al quale non possiamo pretendere di regolarlo per il meglio una volta per tutte affinché permanga poi così nella giusta condizione riconosciuta. Ciò si potrebbe pretendere solo rispetto a ciò che, da un dato punto di partenza in avanti, operasse sostanzialmente in modo invariabile; ma l'organismo sociale è vivo, e trasforma continuamente ciò che in esso si produce. Se gli diamo una presunta forma ideale, in cui debba poi permanere, distruggiamo le sue stesse condizioni di vita.

 

Per l'organismo sociale è vitale che non si impedisca a chi è in grado di rendersi utile alla collettività tramite talenti propri e per propria libera iniziativa. Porre ostacolo là dove ciò richieda la libera disponibilità di mezzi di produzione, non può che nuocere ai generali interessi sociali. Obiettare come al solito che gli imprenditori, per essere stimolati ad agire, necessitano di prospettive di guadagno legate al possesso dei mezzi di produzione, risulterà insensato per chi adotta le idee qui esposte sull'evolversi sociale consistente proprio nella possibilità di far cessare quel tipo di stimoli, attraverso una cultura (vita spirituale) capace di sbarazzarsi tanto della comunità politica, quanto di quella economica. Va da sé che la vita spirituale, così liberata, sviluppa poi in modo autonomo la necessaria comprensione sociale, dalla quale potranno venire stimoli di tutt'altra natura di quelli rivolti a mere speranze di vantaggio economico. Oltretutto, conoscere che tipo di impulso ci renda cara la proprietà privata dei mezzi di produzione, è molto meno interessante che conoscere cosa sia meglio per la vita dell'organismo sociale fra disponibilità di tali mezzi regolata dalla comunità e libera disponibilità di essi. Non bisognerebbe mai dimenticare a questo proposito che per il nostro organismo sociale non andrebbero considerate primitive condizioni di vita illusoriamente osservabili, ma esclusivamente quelle della nostra attuale evoluzione.

 

Al presente grado evolutivo, infatti, la feconda attività dei talenti individuali non può esercitarsi economicamente tramite capitale senza la libera disponibilità di capitale. Volendo produrre in modo fecondo si deve poter fruire liberamente di questa disponibilità, non tanto per il vantaggio di singoli individui o gruppi, quanto perché essa, adeguatamente sostenuta dalla comprensione sociale, può servire nel miglior modo la collettività.

 

Siamo insomma collegati a ciò che produciamo da soli o con altri, così come lo siamo con la destrezza delle nostre membra: ostacolare la libera disponibilità dei mezzi di produzione è come paralizzare a fini produttivi il libero uso della destrezza delle nostre membra!

 

Il mezzo per tale libera disponibilità non è altro che la proprietà privata!

 

In merito ad essa, null'altro va preso in considerazione per l'organismo sociale se non che il proprietario abbia, per sua propria libera iniziativa, il diritto di disporne. Come si vede, nella vita sociale vi sono due cose, che pur essendo reciprocamente collegate, hanno per l'organismo sociale un'importanza completamente diversa:

  • la libera disposizione del fondo capitalistico per la produzione sociale;

  • e il rapporto di diritto che si stabilisce fra chi ne dispone e gli altri, dato che dal diritto di disporre liberamente, conferito all'uno, gli altri vengono esclusi dal libero agire derivato dal capitale.

Gli inconvenienti sociali non provengono dall'originaria libertà di disporre del capitale, ma solo dal persistere del diritto ad essa, pur cessando le condizioni che congiunsero quest'ultima - in modo corrispondente allo scopo - ai talenti individuali. Chi sa vedere il continuo divenire e svilupparsi dell'organismo sociale, non può fraintendere quanto qui accennato, ed, anzi, si chiederà come ottenere che quanto da un lato serve alla vita, sia regolato dall'altro in modo che non le arrechi danno. Ciò che vive non può essere regolato fruttuosamente senza che, sviluppandosi, porti anche dei danni. Per una giusta collaborazione umana di sviluppo dell'organismo sociale in via di divenire, il compito non dovrebbe consistere nell'impedire addirittura il sorgere di un ordinamento necessario per evitare gli inconvenienti, perché in tal modo si minerebbe la sua stessa possibilità di vita. Dovrebbe consistere solo nell'intervenire nel momento giusto, quando ciò che era corrispondente al fine si trasforma, diventando nocivo.

 

Se da un lato è imprescindibile che le attitudini individuali debbano poter disporre liberamente di capitale, dall'altro, il diritto di proprietà, connesso a tale possibilità, deve potersi trasformare nel momento in cui si tramuta in un mezzo di ingiustificata potenza. Oggi abbiamo un istituto che tiene conto dell'esigenza sociale qui indicata ma che viene realizzato solo in parte e solo per la cosiddetta proprietà spirituale. Questa, qualche tempo dopo la morte dell'autore, passa nel libero dominio pubblico; alla base di questo istituto sta una maniera di vedere che corrisponde alla vera natura della convivenza umana. Per quanto la produzione di un bene meramente spirituale sia strettamente legata alla capacità individuale di un singolo individuo, tale bene è sempre un risultato della vita sociale, alla quale deve pertanto - nel giusto momento - passare. Il problema però non è diverso in merito alla proprietà delle altre cose. Ciò che aiuta l'individuo a produrre, a vantaggio del tutto, risulta soltanto dalla cooperazione, appunto, del tutto. Quindi il diritto di disporre di una proprietà non può essere amministrato disgiunto dagli interessi della comunità. Non si tratta dunque di cercare il mezzo per distruggere la proprietà del capitale, ma di cercare il mezzo di amministrarlo nel modo che meglio risponda al vantaggio della collettività.

 

Questo giusto mezzo può trovarsi nella triarticolazione dell'organismo sociale. Gli uomini riuniti nell'organismo sociale operano come collettività mediante lo Stato giuridico. L'attivarsi dei talenti individuali appartiene all'organizzazione spirituale.

 

Poiché per un modo di vedere non sopraffatto da emotività ma basato su realtà, tutto proclama la necessità della triarticolazione dell'organismo sociale, in modo particolare ciò è richiesto dalla questione del rapporto fra il talento individuale, fondamento capitalistico della vita economica, e la proprietà del capitale. Finché i talenti saranno connessi al capitale in modo che l'adoperarlo sia un servizio reso alla totalità dell'organismo sociale, lo Stato politico non dovrà ostacolare l'origine e l'amministrazione della proprietà privata del capitale: di fronte alla proprietà privata esso rimarrà Stato politico e mai si impossesserà della proprietà. Provvederà invece a che nel giusto momento il diritto di disporre di capitale passi a una persona, o a un gruppo di persone, che a loro volta possano sviluppare mediante la proprietà un rapporto determinato da talenti individuali. Da due diversi punti di partenza può dunque darsi un buon servigio all'organismo sociale: dai fondamenti democratici dello Stato - comprendente ciò che riguarda in ugual modo tutti gli uomini - si può vigilare affinché nel tempo il diritto di proprietà non divenga un diritto ingiusto; e, per il fatto che lo Stato non usa esso stesso la proprietà, ma ne cura il trapasso ai talenti individuali, questi possono svolgere la loro feconda energia a vantaggio di tutto l'organismo sociale. Con questa organizzazione il diritto di proprietà e la disponibilità di essa possono rimanere affidate all'elemento personale, finché ciò appaia corrispondente allo scopo.

 

Si può immaginare che i rappresentanti dello Stato politico daranno in diversi tempi leggi del tutto differenti sul trapasso della proprietà da un individuo, o gruppo di individui, ad altri. Nel momento attuale [1919 - ndc], in cui è largamente sviluppata una grande sfiducia verso ogni proprietà privata, si pensa a un radicale trapasso di questa a proprietà comune. Se si andasse molto innanzi su questa via, si vedrebbe che, così facendo, si blocca la possibilità di vita dell'organismo sociale, e si batterebbe poi, ammaestrati dall'esperienza, un'altra via.

 

Sarebbe meglio quindi prendere già ora direttive che risanino l'organismo sociale nel senso qui esposto. Finché un soggetto, da solo o con altri, continui l'attività produttiva che l'ha portato a disporre di un fondo di capitale, dovrà rimanergli il diritto di disporre della quantità di capitale, risultante come profitto del capitale di base, nella misura in cui tale profitto sia adoperato per allargare l'azienda di produzione. Dal momento in cui la persona in questione cessa di amministrare la produzione, quel capitale dovrà passare nelle mani di un'altra, o di un altro gruppo, per l'esercizio di una produzione dello stesso - o di un altro - genere utile all'organismo sociale. Anche il capitale guadagnato nell'esercizio di un'azienda e che non si usa per la sua espansione, deve prendere fin dalla sua origine la stessa via. Come sua personale proprietà il dirigente aziendale dovrà considerare solo la somma prelevata in base alle richieste che - nell'assumere l'azienda - poté valutare in base ai suoi talenti personali, e che furono giustificate come capitale ricevuto dalla fiducia altrui per la sua valorizzazione. Se grazie all'opera di costui il capitale sarà aumentato, alla somma da lui originariamente percepita si aggiungerà - come sua proprietà privata - il corrispettivo di interesse calcolato sull'aumento del capitale. Per volontà dei proprietari originari, il capitale con cui si iniziò un esercizio di produzione passerà - con tutti gli obblighi prima assunti - a un nuovo amministratore, oppure tornerà ad essi, se il precedente non potrà o non vorrà continuare ad occuparsi dell'esercizio.

 

In tale ordinamento si ha a che fare con trapassi di diritto. Escogitare le disposizioni legislative per regolare questi trapassi compete allo Stato giuridico, che dovrà vigilarne anche l'esecuzione e regolarne l'amministrazione. Non è da escludere che le disposizioni che regolano nei particolari tale trapasso di diritto possano essere ritenute giuste dalla coscienza giuridica ora in una modo, ora in un altro. Un modo di pensare che - come quello qui esposto - voglia corrispondere alla realtà, può solo indicare la direzione in cui il riordinamento può svolgersi. Seguendo consapevolmente questa direttiva, si trova sempre ciò che fa allo scopo, in ogni singolo caso concreto. Ma dallo spirito della cosa occorre trarre ciò che è giusto secondo le diverse condizioni della vita pratica. Quanto più una maniera di pensare corrisponde alla realtà, tanto meno pretende fissare leggi e regolamenti per ogni singolo caso secondo esigenze preconcette. D'altronde, proprio dallo spirito di questo modo di pensare risulta di necessità e in modo deciso quella soluzione o quell'altra. Ne risulterà che lo Stato, dovendo curare i trapassi dei diritti, non potrà mai impadronirsi esso stesso della facoltà di disporre di capitali. Dovrà curarsi solo del fatto che il trapasso avvenga in favore di persona o di gruppi di persone che - grazie ai loro talenti individuali - lo giustifichino. Su questa premessa dovrà stabilirsi - sia pure in modo del tutto generico - la disposizione che chi, per le ragioni dette, deve procedere per l'utilizzazione di un capitale, possa decidere con libertà di scelta in merito al suo successore. Potrà scegliere una persona, o un gruppo di persone - o anche cedere il diritto di disponibilità a una corporazione dell'organismo spirituale - poiché chi rende un buon servizio all'organismo sociale amministrando un capitale, è è anche in grado, per le sue attitudini individuali, di giudicare con sociale intendimento sull'uso ulteriore del capitale stesso. E fondarsi su questo giudizio anziché rinunciarvi, lasciando il relativo provvedimento in mano a persone non direttamente legate alla cosa, è più giovevole all'organismo sociale.

 

Una norma di questo genere verrà presa in considerazione per capitali da un certo livello in su, per capitali che siano stati accumulati da una persona o da un gruppo di persone con mezzi di produzione (compresi i fondi e i terreni), non per generare proprietà personali secondo compensi originariamente richiesti per prestazioni di talenti.

 

Gli acquisti fatti in tal modo e tutti i risparmi provenienti da prestazioni di lavoro proprio, rimangono fino alla morte di proprietà personale di chi li ha accumulati, o dei suoi successori per un certo tempo dopo. Fino a quel momento si dovrà esigere da colui a cui sono affidati quei risparmi per l'acquisto di mezzi di produzione, un interesse da stabilirsi dallo Stato giuridico e risultante dalla coscienza del diritto. In un organismo sociale poggiante sulle basi qui indicate, può farsi una netta distinzione tra

  • proventi derivanti da lavoro fatto con mezzi di produzione

  • e patrimonio acquisito in base a lavoro personale (materiale e immateriale).

Questa distinzione riguarda la coscienza del diritto e gli interessi della collettività sociale. Ciò che uno risparmia e mette a disposizione di un'azienda di produzione, serve agli interessi generali perché rende possibile ai talenti umani individuali dirigere la produzione. L'aumento di capitale tramite mezzi di produzione (dedotto il corrispondente interesse ) è dovuto all'azione di tutto l'organismo sociale, ed è giusto che ad esso ritorni nel modo suddetto. Lo Stato giuridico dovrà solo stabilire che il trapasso dei capitali in questione sia fatto nel modo accennato, ma non a che tipo di produzione (materiale o immateriale) dovrà porsi un capitale passato dall'uno all'altro, o formatosi col risparmio. Ciò condurrebbe a una tirannia dello Stato sulla produzione spirituale e materiale; mentre la migliore produzione è per l'organismo sociale quella diretta dai talenti umani. Solo chi non voglia scegliere da sé la persona a cui trasmettere il capitale da lui ammassato avrà la libera facoltà di cedere a una corporazione dell'organizzazione spirituale il diritto di disporne.

Anche un patrimoto accumulato col risparmio - somma degli interessi compresa - per designazione testamentaria del proprietario, passerà - alla sua morte o dopo qualche tempo - a individuo o gruppo, designati dal testatore come capaci di produrre materialmente o immaterialmente, e solo a loro, mai a persone improduttive per le quali quella ricchezza costituirebbe una rendita pura e semplice. Anche in questo caso, se uno o più persone non potessero essere designate direttamente, il diritto di disporre della somma in questione passerà a una corporazione dell'organismo spirituale. Solo se qualcuno non dia da sé alcuna disposizione interverrà lo Stato politico affinché la disposizione venga presa dall'organizzazione spirituale (continua).

NOTE

 

(1) I traduttori di opere sacre, o come questa, dovrebbero prendere consapevolezza di essere anch'essi protagonisti dello spirito dell'autore, non solo abili nel comprendere il messaggio di cui sono portatori, ma cercare di restituirlo in una lingua, in rapporto alla loro anima di popolo. Nella misura in cui esiste l'amore per il prossimo, e in cui il sentimento individuale riesce a risuonare con quello della comunità, si meriteranno compiti nuovi, affidati loro dal mondo spirituale: "estraniandosi al piccolo sentire egoico, l'essere umano riceve la parola ispirata e in certi casi diviene un poeta nazionale, un missionario oppure un grande traduttore. Così ogni grande concezione spirituale di natura universalistica - il buddhismo, il cristianesimo, la stessa antroposofia - trova e troverà sempre più ampi consensi, quando si sapranno ricreare ex novo i contenuti del suo messaggio, lasciando alla lingua che li riceve libertà di risuonare e di vibrare, secondo la propria vocazione. Sotto questo aspetto è vero il detto "traduttore uguale traditore", forse perché in realtà traditor ha il significato positivo di "colui che consegna, che affida". Una vera traduzione è quella che non conserva quasi tracce dell'identà della lingua di origine, dando quasi l'impressione che il testo sia stato già dall'inizio concepito nella lingua che invece lo ha ricevuto. Se i Vangeli fossero stati scritti in lingua semitica e poi tradotti maldestramente in greco, e poi ancora in latino, il cristianesimo non avrebbe fatto molta strada. Invece essi, tranne forse quello di Matteo (come sostiene anche Rudolf Steiner), furono già originariamente redatti in greco, già destinati dal nascere alla divulgazione apostolica. Ma quanti sforzi fecero i redattori dei Vangeli nel rendere le categorie del pensiero ebraico in lingua greca, quanta difficoltà nel rendere nella lingua del Mediterraneo un messaggio che era stato ideato e concepito da un ebreo quale Gesù e in una lingua come l'aramaico! I traduttori sono gli angeli umani che accompagnano sulla Terra il cammino delle concezioni spirituali, coloro che traghettano queste concezioni da un popolo all'altro, da un continente all'altro: essi afferrano queste concezioni con le forze superiori della coscienza e le reimmettono nel tessuto eterico del popolo che è pronto ad accoglierle, ovvero nella lingua, che è per eccellenza la dimensione eterica in cui un popolo vive. Ecco perché non si potrà mai comprendere davvero la natura di un altro popolo se non si entra nella dinamica della sua lingua. Ma ecco anche perché sul traduttore incombe un grave compito…" (G. Burrini, "L'angelo dei nuovi tempi. Oriente e Occidente verso la spiritualità futura", Ed. Edilibri, Milano 2003, pag. 90-91).

Repost 0
12 gennaio 2012 4 12 /01 /gennaio /2012 18:34

"Monetaggio" è la parola italiana indicante "la spesa che occorre per fare la moneta". Oggi questa spesa è iniqua e genera crisi e debito pubblico. Chi nega a priori questa realtà o quella del signoraggio è in malafede e fa il gioco dei banchieri.

 

Repost 0
11 gennaio 2012 3 11 /01 /gennaio /2012 09:38

Il concetto di epicheia pervade la "politica" di Gesù di Nazaret, che consiste soprattutto nel suo spirito anti-farisaico. Si veda la polemica intorno all’osservanza del sabato (Mc 2, 27) in cui Alberto Magno sottolinea la mancanza di epicheia dei Farisei: come possono capire l’insegnamento del Signore coloro che «curam [...] habent de minimis ad quaestum pertinentibus et incuriam de maximis ad cultum Dei ordinatis?». Essi possono dirsi «optimi [...] aestimatores rerum qui magnam de minimis et nullam penitus vel parvam de maximis curam gerunt. Cadit asinum et habet sublevantem; perit anima et non est qui recogitet in corde suo» (Alberto Magno, "Evangelium Matthaei", Ed. Borgnet, Parigi 1893, tomo XXI, pp. 71-72.). Vengono anche citati come esempi di epicheia il caso di Mattatia e quello di Davide che mangiò con i suoi compagni i pani dell’offerta.

 

L’epicheia aiuta l’uomo a comprendere il vero senso della legge e possiede un autentico significato di liberazione.

 

Tale liberazione è diversa dall'ideale libertario inteso come concezione prescrittiva, cioè come ideale regolativo. Non si può avere alcuna idea di libertà quando la si normativizza perché la si teme o per qualsiasi altra giustificazione. La libertà non giustifica alcuna normatività in quanto se la libertà è normata non è libera.

 

 Dunque l'ideale libertario è avverso alla libertà, e lo è cocciutamente nella misura in cui pone ragionamenti "a priori", cioè in modo dogmatico. Fino a che non si è in grado di distinguerre scientificamente fra libertà e libero arbitrio non si può che essere, volenti o nolenti, avversari della libertà.

 

Tale distinzione è comunque possibile. Rimando, a questo proposito, allo studio de "La filosofia della libertà" di Rudolf Steiner, libro che nelle sue prime edizioni aveva (e in alcune edizioni odierne ha ancora) come sottotitolo "Scienza della libertà": l'individualismo etico, trattato qui scientificamente non è altro che un metodo per il raggiungimento di una possibilità alquanto bistrattata oggi, a causa di un kantismo inconscio che la nega all'essere umano concepito come "legno storto". Esso consiste, volendo usare un termine dell’enciclica Veritatis Splendor nella "vera competenza morale", che l’enciclica Veritatis Splendor chiama “teonomia partecipata” (Enc. Veritatis Splendor, n. 41) che per Tommaso d'Aquino era la "recta ratio" nell'esperienza umana dell'epicheia.

E ciò non è altro che il FUNZIONAMENTO possibile nell'essere umano della sua sindéresi, vale a dire la facoltà dell'autonomia naturale dell'uomo di discernere fra il bene e il male, purtroppo scomparsa perfino dai vocabolari moderni della neolingua.

Repost 0
10 gennaio 2012 2 10 /01 /gennaio /2012 13:53

Tobin-tax.jpgIn un articolo del 2000, accennavo alla Tobin Tax in rapporto alla triarticolazione sociale di Steiner.

Scrivevo che la tassazione della moneta circolante avrebbe dovuto sostituire l'attuale fiscalità sui redditi, la quale "attraverso l’ineluttabile scarico aziendale sui prezzi dei prodotti, degli oneri fiscali e previdenziali, fa pagare, in pratica, le tasse, le imposte e gli altri oneri sociali solo ai poveri!" ("Antropocrazia", art. di Nereo Villa, Libertà del 22/08/2000).

antropocrazia (da articolo-liberta)Se infatti si ragiona su questo fatto elementare si arriva "all’ovvia conclusione che tutte le imposizioni vengono sopportate dai poveri, e questo spiega, tra l’altro, il fatto che, in parallelo allo sviluppo tecnico e al conseguente continuo aumento della produttività globale, cresca di pari passo la povertà dei cittadini in quanto ultimi consumatori".

Auspicando la consapevolezza su queste realtà, prospettavo nel rimedio possibile non solo l’estinzione immediata del debito pubblico, ma anche l’istituzione di un reddito di base, cioè di un mensile fisso per tutti, dalla nascita alla morte.

Avevo infatti studiato in quel periodo gli scritti di Nicolò Bellia e quelli di Giacinto Auriti: "che i tempi siano maturi per tali consapevolezze, è dimostrato dal fatto che anche in altri siti si parli di soluzioni simili, come ad es., in quello relativo alle proposte della "Tobin tax", (www.attac.org) o quello del Prof. Auriti, il cui sito (www.geocities.com) offre un interessante approfondimento del problema monetario " (ibid.).

Vedevo la proposta della Tobin tax essenziale per il RdB (Reddito di Base) per il semplice motivo che se il sistema fiscale reddituale avesse continuato a gravare sul lavoro (come di fatto è avvenuto) si sarebbe generata una crisi di proporzioni gigantesche (come di fatto sta avvenendo) .

L'idea di introdurre, in sostituzione di tutte le imposte sulla produzione, sul lavoro e sul consumo, un'imposta generale sul denaro all'atto della sua emissione, cioè della sua uscita nei mercati avrebbe eliminato (eliminerebbe) per sempre il problema dell'evasione fiscale, dell'inflazione e del debito pubblico, è sempre stata pensata da me come uno strumento molto più efficace della Tobin tax (più efficace in quanto avrebbe riguardato non solo le transazioni finanziarie, ma l'uso universale del denaro).

L'Unitax che avevo e che ho in mente non avrebbe pertanto bisogno del prelievo fiscale straordinario (o fiscalità monetaria una tantum), ritenuto invece necessario da Bellia.

Repost 0
10 gennaio 2012 2 10 /01 /gennaio /2012 11:03

rudolf_steiner.jpg[da R. Steiner, "Economia. Associazioni per la creazione del valore e del prezzo. Sistema creditizio e tributario”, 2ª conf. di Zurigo del 25/10/1919 - A cura di Nereo Villa].

 

Cari ascoltatori!

 

Dalle convinzioni sorte osservando i fatti dell'evoluzione sociale, come ho cercato di illustrare ieri, è nata l'idea che espongo nel mio libro “I PUNTI ESSENZIALI DELLA QUESTIONE SOCIALE[il maiuscolo è mio - nota del curatore],  l'idea della triarticolazione dell'organismo sociale.

 

Questa IDEA DELLA TRIARTICOLAZIONE dell'organismo sociale intende

essere un'idea di vita pratica, che non contiene nulla di utopistico. Per questo, IL PRESUPPOSTO PER COMPRENDERE IL MIO LIBRO È DI LEGGERLO CON UN CERTO INTUITO PER I FATTI REALI, DI NON GIUDICARLO IN BASE A TEORIE PRECONCETTE O A OPINIONI DI PARTITO.

 

Se quello che ho esposto ieri è giusto, e non dubito che lo sia, vale a dire che le realtà sociali, LE CONDIZIONI DI VITA DELL'UOMO SONO DIVENTATE GRADUALMENTE COSÌ COMPLESSE CHE È ESTREMAMENTE DIFFICILE AVERNE UNO SGUARDO D'INSIEME, per discutere su quel che oggi deve condurre all'azione È NECESSARIO ALLORA UN METODO BEN PRECISO.

 

È fin troppo evidente che di fronte alla complessità dei fatti l'uomo abbia dapprima solo una certa capacità di comprendere i fenomeni economici all'interno degli ambienti in cui vive. Però ogni singolo fenomeno dipende dall'economia intera, oggi non solo da quella di un Paese, ma dall'economia mondiale.

 

Ecco allora che spesso il singolo individuo si troverà nell'ovvia e comprensibile situazione di voler valutare le necessità dell'economia in base alle esperienze del proprio ambiente ristretto, cosa che lo porterà naturalmente a commettere errori.

 

Chi ha familiarità con le esigenze di un pensiero aderente alla realtà sa anche quanto sia importante accostarsi ai fenomeni del mondo con un certo fiuto istintivo per la realtà, così da acquistare determinate conoscenze fondamentali che nella vita possono ricoprire un ruolo analogo a quello

delle verità fondamentali degli assiomi in certe conoscenze scolastiche.

 

Vedete, SE SI VOLESSE PRIMA CONOSCERE TUTTA LA VITA ECONOMICA NEI MINIMI PARTICOLARI PER POI TRARRE DA LÌ DELLE CONCLUSIONI PER IL DA FARSI, NON SI FINIREBBE MAI. MA NON

SI FINIREBBE MAI NEANCHE DI CONOSCERE TUTTI I PARTICOLARI DI TUTTI I CASI IN CUI IN AMBITO TECNICO SI APPLICA IL TEOREMA DI PITAGORA, PER POI DEDURNE LA VALIDITÀ: 1) si fa propria la verità del teorema di Pitagora da certe relazioni interne, e si sa che deve poi valere ovunque entri in gioco la sua applicazione; 2) così, anche nella conoscenza del sociale si intuisce che certe idee fondamentali sono vere e valide in base alla loro stessa natura. E se si ha un fiuto per la realtà, le si troverà poi applicabili ovunque nella vita si presenti il caso.

 

Così il libro “I PUNTI ESSENZIALI DELLA QUESTIONE SOCIALE” andrebbe capito a partire dalla sua intima natura, dal carattere intrinseco

delle condizioni sociali in esso descritte. Ed è così che in un primo tempo va intesa nel suo complesso anche l'idea della triarticolazione dell'organismo sociale.

 

Ma in queste conferenze cercherò anche di mostrarvi come singoli fenomeni della vita sociale forniscano delle conferme a quanto è contenuto nell'idea della triarticolazione dell'organismo sociale che risulta dalle necessità di vita del momento attuale e del prossimo futuro dell'umanità: mostrerò in che modo emergono queste conferme e che cosa ne deriva.

Repost 0
9 gennaio 2012 1 09 /01 /gennaio /2012 12:44

fame-nel-mondoPurtroppo queste cose continuano a non essere dette... Quindi le ripeto, perché "repetita iuvant"!

 

Ciò che sta succedendo in Grecia, quello che successe in Argentina e la crisi economica globale hanno un denominatore comune: l’occultamento truffaldino della creazione della moneta. Infatti l’attuale emissione monetaria poggia su un pilastro truffaldino detto Pil (prodotto interno lordo), il cui calcolo fu sempre considerato un’impossibilità scientifica (William Ashworth, “Breve storia dell’economia mondiale”, Bari, 1976) oltretutto determinato dalle emissioni monetarie, e non viceversa dato che dovrebbe essere il prodotto a determinare la quantità di moneta da emettere (V. Mathieu, “Filosofia del denaro” Roma 1985). 

 

Prima del 1971 queste cose erano Bibbia. Dopo il 1971 furono eresia, ed il calcolo del Pil “divenne” scientifico, pur continuando ad essere calcolato “ad occhio” come prima! Di fatto, ciò che avvenne nel 1971 avrebbe dovuto delegittimare non solo qualsiasi monopolio di emissione monetaria, ma ogni banca centrale. Eppure nessuno ancora è in grado di riconoscerlo, in quanto i capitali ed i risparmi di tutti giacciono nelle banche, dipendenti dalle banche emittenti.

 

Vale dunque la pena di approfondire la questione, dato che essa è rimasta da sempre irrisolta.  Le basi delle banche emittenti (o banche centrali) sorreggono un sistema presentato all’individuo come servizio necessario alla sua creatività o attività produttiva, ma che negli ultimi lustri è cresciuto a dismisura, prevalendo completamente sui settori primario e secondario, “indebitandolo” attraverso il cosiddetto debito pubblico che “indebita” gli Stati, impadronendosi di beni, aziende, proprietà e risorse.

 

 Tali banche in passato garantivano con riserve auree le loro emissioni di soldi, che si impegnavano a convertire in oro su richiesta. Finché furono tenute per legge a convertire i soldi in oro, quindi fino all’abolizione di tale legge da parte del governo USA nel 1971, si poteva sostenere che i soldi alla loro emissione costituissero una passività (ed avessero un costo in oro) per dette banche, cioè che tale impegno (di convertibilità aurea) legittimasse il loro diritto di proprietà sui soldi emessi. Soldi, che però oggi non sono più garantiti da tali riserve, ed il cui valore tipografico di emissione è irrisorio rispetto al v.n. (valore nominale; per es.: il v.n. di una moneta di un euro è 1, quello di una banconota di dieci euro è 10, di cento è 100, ecc.), generando di conseguenza per l’emittente un guadagno di quasi il 100% del v.n.

 

Dal momento che il valore dei soldi non riguarda più le riserve auree bensì la mera convenzione, accettata da chi li utilizza, gli utilizzatori sono anche i veri generatori di quel valore, che pertanto appartiene non ad una banca centrale ridotta a tipografia, bensì alla comunità utilizzatrice.

 

La concreta logica dei fatti vorrebbe che, dopo l’abbandono del sistema di convertibilità del denaro in oro, il denaro fosse emesso – come anticamente – da mercanti come nota di banco (banconota) per lo scambio del suo valore con altri valori (di merci, servizi, ecc.).


Invece grazie alla logica monca cui è asservita la politica in genere e soprattutto quella fiscale, che determina di fatto una continua rapina (legale ma non legittima) della gente, le banche centrali hanno potuto indebitamente perseverare nell’errore di attribuire a sé la proprietà del denaro emesso, anche attraverso i cosiddetti poteri forti, cioè l’azionariato privato (finanza internazionale compresa).  Ad es., la banca d’Italia si autodefinisce istituto di diritto pubblico, ma il suo azionariato è per circa l’85% in mano a S.p.A. private: banche private con ovvio scopo di lucro.

 

Da tale formalismo del sistema finanziario moderno ingenera il cosiddetto signoraggio, consistente nel guadagno del “signore” emittente, cioè di banche centrali formalmente di diritto pubblico, ma sostanzialmente di proprietà di gruppi finanziari privati. Questo maxi guaio non riguarda solo l’Italia, ma tutti gli Stati del pianeta uniti nella gestione socialista dei soldi, simile alla consorteria del gatto e della volpe nel campo dei soldi di Pinocchio, là dove la banca è funzionale al parassitismo dello Stato, promettendogli keynesianamente denaro senza dover lavorare per ottenerlo (dal 1929 l’economista britannico J. M. Keynes è maestro di furberia consortile, cioè dell’intervento pubblico nell’economia con misure di politica fiscale e monetaria!).   

 

Questo è infatti ciò che i governatori delle banche centrali forniscono ai vari governi, compreso l’attuale governo Berlusconi, il quale è il più keynesiano di tutti, per ammissione di Berlusconi stesso, e perché invita a consumare, consumare di più, consumare tutti, in stile keynesiano, appunto! Grazie alla commistione di interessi fra alta finanza, politica e informazione, gli elettori non sanno che i soldi appartengono a banche centrali pubbliche di nome, ma private di fatto, né che i ministeri del tesoro, all’occorrenza, anziché chiederne la mera emissione alle banche centrali, pagandone il dovuto, cioè le sole spese di stampa, emettono debito pubblico (in “Italia Bot” o altro) per un importo pari al valore nominale (!) più le spese tipografiche, e più gli interessi per il periodo di scadenza del debito (che debito non è, essendo mera astrazione, cioè forma senza contenuto), e che poi portano allo sconto alla loro banca centrale!

 

Questa è la prima paradossale concausa dell’enorme indebitamento degli stati moderni. Seconda concausa è la moltiplicazione truffaldina dei pani e dei pesci, cioè il fatto che le banche commerciali possono – anche qui legalmente ma non legittimamente – prestare (o utilizzare per altri generi di operazioni) fino a venti volte più denaro di quanto ricevono a deposito! Anche questa metastasi crescente in modo esponenziale genera i numeri fittizi del debito pubblico.

 

I politici lo sanno, ma tacciono. “Pagabile a vista al portatore” era infatti la scritta che veniva stampata sulle vecchie banconote, e che valeva come cambiale, paradossalmente detta “inesigibile” dall’emerito ministro del tesoro Piero Barucci, ministro al tempo del governo Ciampi, perché anche quando c’era ancora il principio della convertibilità cartamoneta-oro, chi si fosse presentato come portatore richiedente oro, avrebbe riscosso soltanto una risata!

 

Credo che l’unica risposta possibile a questo tumore sociale sia la demonopolizzazione delle banche emittenti in un sistema di “free banking” reale come quello illustrato dal filosofo Rudolf Steiner nel ciclo di conferenze intitolato “I capisaldi dell’economia” tenuto a Dornach (Svizzera) nel 1922, dimostrando che una nuova moneta in grado di evitare per sempre l’inflazione è possibile esclusivamente evitando l’intrusione dello Stato nell’economia.

 

Per tale moneta sarebbe infatti non necessaria una banca di Stato, cosa che è l’esatto contrario dell’attuale fallimentare politica monetaria “central banking”, oramai estesa a livello transnazionale con l’unificazione monetaria (art. di Nereo Villa del 29/04/2010 pubblicato su "La Cronaca di Piacenza", "Via Cialdini", "Movimento Libertario", "AgoraVox", "Trentino Libero" e  "Finanza in chiaro"). 

Repost 0
9 gennaio 2012 1 09 /01 /gennaio /2012 09:37

idiot.jpgLa fede insegnata da secoli dai legulei di ogni risma è che il conoscere umano sia una PROCEDURA di accertamento delle cose. Cioè: se sei in auto e vedi una curva, sterzi non perché c’è la curva, ma perché c’è il cartello stradale, testimone della PROCEDURA indicante la curva. Se non c’è il cartello non sterzi? Per molti evidentemente è così... Ecco perché si continua ad emanare leggi su leggi nello stile del romanzo “1984″ di George Orwell.


Questa secolare fede kantiana nell'enunciato fa dimenticare che percepire la curva è CONOSCERE concretamente, e crea il falso bisogno dogmatico ed ex cathedra della memoria dell'enunciato come astratto percepire. È così che la legge distrugge la vita generando ira (già l'aveva detto Paolo di Tarso... Cfr. Romani 4,15).


Si vorrebbero legiferare perfino come si DEVE muovere le gambe per camminare… Questo è il DOVER ESSERE kantiano su cui poggia l’odierno oscurantismo di questi sedicenti animali culturali, che non sono solo i politici, ma soprattutto chi li vota. Cosa comporta tutto ciò? Comporta che la cosiddetta sicurezza distrugga la libertà.

Repost 0
8 gennaio 2012 7 08 /01 /gennaio /2012 11:22

moneycogs-300x299.jpg

Cronaca di una ideologia. che a quanto pare sta bene ai più (agatarobles).

Nell’antichità greca ed ebraica, il supremo organo collegiale che deliberava in materia politica, giudiziaria e religiosa, su questioni di carattere civile e giudiziario, era il sinedrio (“sanedrin”, o “sanhedrin”, o “synedrin” in ebraico).

Questo speciale senato politico e religioso aveva il controllo del tempio e del suo tesoro, assieme al monopolio dei banchi cambiavalute e quello della vendita degli animali destinati al sacrificio nel tempio.

Se si raffronta all’occidente tale istituto medio orientale in cui si decidevano gli affari di religione e di Stato si ha l’esatta traduzione dell’occulto fascismo di oggi in cui lo Stato, permettendo il monopolio ai banchieri (dei banchi cambiavalute), svende ai fasci, cioè alle corporazioni – fatte di persone giuridiche di “carta” – ogni proprietà nazionale, cioè di appartenenza ai nativi della nazione.

Ormai disabituati a pensare, siamo in genere abituati a “credere”, ma se si ragiona si scoprono cose inaudite e ci si accorge sempre più di nuove possibili svolte copernicane che riguardano l’emancipazione e l’evoluzione dei singoli.

Nel 1981 Massimo Rastrelli, un gesuita della Consulta Nazionale antiusura, mi accennò ad un avverbio del vangelo di Marco, che mi fece riflettere molto sul senso del tradire, del tradurre e della tradizione biblico neotestamentaria.

Esattamente come accade oggi a chi porta i soldi nei “banchi dei cambiavalute” credendo di risparmiare e invece poi scopre che le banche emittenti li fanno sparire mediante inflazione e/o investendoli in armamenti per controllare meglio (transazionalmente) le nazioni del mondo, gli uomini – ovviamente nella misura della propria dignità – si comportano come Giuda, mettendo i soldi nel materasso, e rigettandone ogni possibile frutto.

Infatti Giuda, vedendo che il sinedrio non mantenne l’accordo di garantire l’incolumità di Gesù, riportò al sinedrio i frutti (i trenta denari) di tale accordo (Matteo 27,3).

Oggi è risaputo che Giuda fu cinico, in quanto avrebbe tradito il suo maestro con un bacio, ma tale cinismo non ha ragione di essere, grazie ad un avverbio. Si tratta di “caute”, che significa in latino “cautamente”, e che traduce il testo originale greco “asfalôs”: (Marco 14, 44): “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta” (Bibbia C.E.I.).

Ma “caute” non significa “sotto buona scorta”. La parola “asfalôs” ha a che fare con una serie di significati che vanno dal “non sdrucciolare” fino all’“incolumità” ed alla “assicurazione” di qualcosa o di qualcuno. Le varie traduzioni dal greco rientrando nella ricca gamma di tali significati (“sicuramente”: Diodati, “sicuramente”: Luzzi, “sûrement”: Darby, “sicher”: Lutero, “con seguridad”: RV spagnolo, “under guard”: Revised Standard Version, ecc.) ma non rendono il senso dell’espressione latina “caute”.

Si trattava infatti di patteggiare col sinedrio la consegna di qualcuno al fine di trattarlo cautamente (“caute”), cioè di non ucciderlo, dato che secondo Marco il complotto per ucciderlo era risaputo: “i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo” (Marco 14,1ss).

Domanda: la buona novella (la parola “vangelo” significa etimologicamente “buona nuova”, “novità benefica”) di Giuda è quella di un uomo malvagio e cinico, salvo poi specificare paradossalmente che sui dodici fondamenti della Gerusalemme messianica stanno i dodici nomi degli apostoli senza specificare la sostituzione del suo nome con quello di Mattia, “incluso tra gli undici apostoli” (Atti 1,26)? Il libro dell’Apocalisse dimentica tale cinismo? Io sono convinto che non si tratti di cinismo e che il bacio di Giuda sia stato il nuovo modo di salutarsi basato sull’amore, adottato da Gesù. Infatti, anche ammettendo la vigliaccheria e l’indegnità o il cinismo che si attribuisce a Giuda, perché mai Giuda avrebbe dovuto raccomandare al sinedrio di trattarlo “caute”, cioè con cautela?

Se non si risponde a questa domanda si ammette tacitamente che possa esistere in una medesima persona la volontà di tradire qualcuno facendogli del male, e allo stesso tempo di trattarlo bene.

“Caute” significa “cautamente”, “con prudenza”, “con cautela” e con tale avverbio si indica un “procedere in modo da proteggere qualcuno, qualcosa o se stessi” (cfr. O. Pianigiani, “Vocabolario etimologico”, Ed. Melita). Dunque, come può essere ritenuto logico che un traditore abbia cura e attenzioni per colui che ha deciso di tradire?

La risposta è molto semplice: Giuda ama Gesù come gli altri apostoli; lo consegna al sinedrio solo per salvarlo: questo è il suo sbaglio o tradimento: pretendere di salvare il salvatore, tant’è vero che quando il sinedrio lo consegna poi a Pilato, Giuda va ad impiccarsi.

Dunque, prima di tradire il logos, è Giuda ad essere tradito… dal sinedrio. Così stanno le cose – credo – non solo per me o per Rastrelli, ma anche per gli evangelisti.

Invece cosa fa la filosofia del mentecattocomunismo odierno?

Reputando filosofi coloro che hanno in abominio la filosofia (Marx, “Miseria della filosofia”) consegna l’io, unico maestro- considerandolo sovrastruttura della materia – nelle mani del diritto canonico (preti, sacerdoti, sinedrio, moralisti acefali del rigore, ecc.) o in quelle del diritto romano (Pilato, il civis romanus, statuti, incartamenti, burocrazie, persone giuridiche, corporativismo di “fasci” o “corporazioni”).

In altre parole io consegno il logos, cioè il Cristo, involucro del mio io al sinedrio, vale a dire allo Stato, ogni volta che scendo a patti col sinedrio, cioè con lo Stato, o coi suoi partiti.

E così come il vero sbaglio (o peccato) di Giuda nei confronti di Gesù fu la sua presunzione di salvare il salvatore, allo stesso modo ogni essere umano sbaglia ogni volta che si mette nelle mani del sinedrio cioè del fascismo di Stato: pretendiamo di salvare il salvatore, delegando il nostro io al mero formalismo logico del moralismo bacchettone e mafioso del “sinedrio”, i cui business iniziano con l’invenzione della cartamoneta al tempo del deserto del Sinai.

L’equivoco si manterrà poi fino all’emissione dell’”oro-carta” nel 1694, anno di fondazione della banca d’Inghilterra, il cui fondatore William Paterson, candidamente dichiarava: “Il banco trae beneficio dall’interesse su tutta la moneta che crea dal nulla”.

E nel 1773, tale stile truffaldino già si era trasformato in cinismo, tanto che A. M. Rothschild, fondatore tedesco dell’impero finanziario della famiglia del XVIII secolo dichiarava: “La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma di dirigere le conferenze di pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa ottenere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette in modo tale che le nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere”.

Non mi sembra il caso di fare commenti, dato che di fronte a queste parole il cinismo di Giuda veramente si dissolve come contorsione dell’antilogica. 

Repost 0
7 gennaio 2012 6 07 /01 /gennaio /2012 11:53

Lanna---Il-fascista-libertario.jpg[Risposte alle domande dopo la 1ª conferenza di Zurigo del 24/10/1919 ("La questione sociale come fatto di cultura, di diritto e di economia") e note sul libertarismo odierno - A cura di Nereo Villa].

 

Indice sommario della 1ª conf.: La questione sociale non è solo sopravvivenza e posti di lavoro - La prima economia nazionale cercava le "leggi" dell'economia, secondo il modello delle scienze naturali - Perdita della necessaria autofiducia a plasmare la vita - Sul materialismo creato dal capitalismo e dalla tecnica - L'io ideologicamente inteso paralizza l'attività interiore - Americanismo e comunismo sono similari - L’economia moderna rende servili sia la cultura che il diritto - Il monetarismo che non distingue il valore dal prezzo - Il monetarismo tende a trasformarsi in creditismo 

 

[…] Carissimi ascoltatori!

 

È nella natura della cosa che oggi abbia dato solo un'introduzione e che facilmente si possano porre delle domande alle quali solo nei prossimi giorni e nel contesto delle altre conferenze si potranno trovare delle risposte adeguate. Una di queste domande, la prima che mi è stata posta, è:

 

Come si può trovare un criterio oggettivo di valutazione dei beni?

 

Come ho già detto, desidero dire solo poche cose rispetto a questa domanda, poiché sicuramente nei prossimi giorni le mie riflessione dovranno riferirsi in particolare a questa questione, che quindi troverà risposta nel suo contesto. Desidero però già ora dire quanto segue.

 

Vedete, cari ascoltatori, quando si pone una simile domanda è importante rendersi conto che la si pone sul terreno della vita economica. LA DOMANDA SUL VALORE DEI BENI PUÒ ESSERE POSTA SOLO NELL'AMBITO DELL'ECONOMIA [il maiuscolo è mio - nota del curatore]. Ma questo significa che OCCORRERÀ familiarizzarsi con qualcosa che al presente richiede UN NUOVO MODO DI PENSARE.

 

È facile credere che gli uomini d'oggi sappiano pensare in maniera assolutamente pragmatica. E facilmente al giorno d'oggi si definisce "grigia teoria" questa o quella cosa. Ma con il pensiero davvero pragmatico non si è poi così avanti. E proprio quelli che oggi spesso si definiscono

pragmatici sono dominati dalle teorie più grigie. Sono solo in grado di esprimere queste grigie teorie in una specie di ovvia routine di vita, e le ritengono pragmatiche per il semplice fatto che non sanno vedere se agiscono sulla vita in maniera proficua o deleteria.

 

Ciò che viene propugnato qui, la triarticolazione dell'organismo sociale, deve distinguersi dalle teorie socialiste o da altre per il fatto di essere qualcosa di ricavato in modo assoluto dalla vita pratica. Per questo bisogna dire che la domanda sul valore oggettivo di una merce, di una prestazione,

di un prodotto, dev'essere rigorosamente posta sul terreno della vita economica.

 

Ma allora - e qui arrivo a quello che il mondo d'oggi ancora non riesce a immaginarsi - NON SI TRATTA DI TROVARE UNA QUALSIASI DEFINIZIONE ASTRATTA DI QUELLO CHE È IL VALORE DI UNA MERCE. Si è sempre trovata la definizione più bella per tutte le cose possibili, ma spesso le definizioni più geniali hanno la caratteristica di non farci compiere neanche un solo passo in avanti.

 

Quando si parla del valore dei beni, NON SI TRATTA DI POTER DIRE CHE IL VALORE DI UN BENE È QUESTO O QUELLO, MA del fatto che il valore dei beni si esprime nella loro circolazione e nell'interazione umana. Si tratta DEL FATTO CHE LA MERCE DA ME PRODOTTA MI FRUTTI DAVVERO QUEL CHE MI SERVE PER RIPETERE LA STESSA PRESTAZIONE. Si tratta quindi DEL FATTO CHE IL BENE ENTRI CON IL PROPRIO VALORE ADEGUATO NEL TRAFFICO DELLE MERCI.

 

E la riflessione non deve occuparsi di indicare qual "è" il criterio oggettivo di valutazione del valore di una merce, bensì di instaurare una struttura sociale tale che consenta ai prodotti umani di immettersi nella vita sociale così da circolarvi per il bene della comunità. SI TRATTA SOPRATTUTTO DI INDIVIDUARE le condizioni che possono far sì che i beni valgano di più o di meno.

 

Vedete, basta far notare per esempio quanto segue: mettiamo che in un'area economica a sé stante venga prodotto troppo grasso, grasso consumabile dall'uomo. Bene, l'eccedenza che non può essere consumata dalle persone può essere usata, che ne so, per ungere i carri. In tal modo però il valore del grasso per questa comunità umana viene sostanzialmente ridotto. Supponiamo che venga prodotto troppo poco grasso, allora il valore aumenta e solo quelli che hanno una ricchezza superiore alla media possono procurarsi questa merce. È quindi possibile indicare LE CONDIZIONI CHE FANNO SÌ CHE IL VALORE DI UN BENE O DI UNA PRESTAZIONE AUMENTI O DIMINUISCA.

 

Ora SI TRATTA DI INSTAURARE UNA STRUTTURA SOCIALE in cui si manifesti adeguatamente il valore del singolo bene rispetto ad altre merci. Non si tratta quindi di poterlo indicare - cosa che si può naturalmente fare col relativo prezzo in denaro, ma in questo modo non si esprime il valore completo. si tratta invece di far IN MODO CHE LE MERCI IN QUESTIONE ABBIANO IL VALORE A LORO CORRISPONDENTE IN RAPPORTO AD ALTRI BENI.

 

Perciò è importante porre questa domanda sul terreno della vita economica: allora non si chiede una definizione astratta del valore, ma si indagano le condizioni che permettono ai beni di ottenere il giusto valore corrispondente.

Questa è la prima cosa che volevo dire. Volevo solo far notare che sotto molti aspetti dobbiamo trasformare il modo di porre le domande circa la vita sociale, il nostro modo stesso di considerarla. L'umanità dovrà abituarsi a un cambiamento di mentalità. Oggi perfino la vita pratica è diventata teoria, e NELLA CONFERENZA VOLEVO FAR PRESENTE CHE ORA, A SUA VOLTA, LA VITA CONCRETA DELL'ECONOMIA CREDITIZIA FA IL SUO INGRESSO A POCO A POCO NELLA VITA DIVENTATA DEL TUTTO ASTRATTA, DIVENTATA ASTRATTA PROPRIO SOTTO L'INFLUSSO DELL'ECONOMIA MONETARIA.

 

Vedete, oggi di queste cose ci si occupa con un certo sussiego scientifico. Non si nota affatto da quali complessi fattori dipende il valore, quello reale. SE CI SI LIMITA A CONSIDERARE IL PREZZO MONETARIO NON SI PUÒ AVERE UN'IDEA DEL VALORE GIUSTO. BISOGNA CONSIDERARE L'INTERA BASE ECONOMICA.

 

Vedete, si può per esempio parlare della formazione dei prezzi nel senso della formazione dei prezzi in denaro. Se ne ricava - gli economisti politici, ad esempio Unruh, hanno già richiamato l'attenzione su questo fatto, ma senza scorgerne il contesto più vasto -, si arriva a vedere che all'interno di un'area economica circoscritta un'oca ha un certo valore che si esprime nel prezzo. È il prezzo espresso in valore monetario.

 

Ma se poi, come ha fatto per esempio l'economista Ricardo, si vuole capire a partir da lì l'intera struttura dell'economia, si giunge a risultati alquanto unilaterali, poiché in un'area economica delimitata anche il valore delle oche non può essere stabilito unicamente in base al prezzo monetario. Il prezzo stesso dipende anche dal fatto che si tratti di oche da ingrasso da vendere o che si tratti di oche che vanno spennate per venderne le piume. Diverse cose dipendono quindi dal fatto di essere un produttore di oche o un commerciante di piume. Ma questo emerge solo da un'osservazione oggettiva della vita economica.

 

Se si considerano solo a livello statistico le cifre corrispondenti ai prezzi delle singole cose, non ci si fa un'idea dell'andamento oggettivo della vita economica e neppure della reale valutazione delle merci.

 

SE SI VUOL PARLARE DI VALORI È QUINDI NECESSARIO OCCUPARSI DEI RAPPORTI che ci sono, attenersi rigorosamente al campo dell'economia. Allora non c'è neanche bisogno di chiedere come si esprime oggettivamente il valore, ma LA DOMANDA DA FARE SARÀ: QUALI FATTORI DI NATURA SOCIALE SONO IN GRADO DI CONFERIRE A UNA MERCE, A UN SERVIZIO, A UN PRODOTTO UMANO IL GIUSTO VALORE IN RAPPORTO AD ALTRE PRESTAZIONI, ALTRI PRODOTTI E ALTRI BENI? QUESTA È LA DOMANDA GIUSTA.

 

LE DOMANDE altamente teoriche che sorgono al giorno d'oggi DOVRANNO, se così posso dire, "IMPRATICHIRSI", ed è proprio in questa direzione, che oggi risulta ancora estranea anche a quelli che vorrebbero essere pragmatici, che va la triarticolazione dell'organismo sociale.

 

Poi è stato chiesto:

 

Da quali premesse ha avuto origine l'impulso alla triarticolazione sociale?

 

Cari ascoltatori, va detto che in effetti la questione sociale si è fatta critica durante questa grande catastrofe della guerra mondiale. Non mi piace sfiorare gli argomenti personali, ma in certi casi si è spesso costretti a farlo.

 

Ho avuto più che a sufficienza occasione di sperimentare direttamente l'andamento della questione sociale. Per lungo tempo sono stato a Berlino insegnante presso una scuola di formazione di operai, dove il rapporto con allievi non solo adulti, ma spesso anche decisamente anziani, mi ha permesso di studiare bene la questione sociale. Ho avuto modo di entrare in contatto con la questione sociale nella vita pratica dalle più svariate angolazioni, in primo luogo vedendo come essa vive nelle anime delle grandi masse del giorno d'oggi e con quanta difficoltà viene capita

proprio da queste classi sociali.

 

Ho visto per esempio che sarebbe stato possibile - il mio insegnamento risale a due decenni fa -, proprio al momento del passaggio dal XIX al XX secolo, portare alle grandi masse moderne della popolazione operaia delle idee che avrebbero potuto evitare il caos e la furia devastatrice che regnano oggi in ambito sociale.

 

Davvero, cari ascoltatori, mi era chiaro vent'anni fa che gran parte della popolazione sarebbe stata pronta ad accogliere delle idee nate dallo spirito, se solo la sua attenzione fosse stata diretta su di esse. So bene che cosa si opponeva a questo, perché ho conosciuto anche la controparte. Vedete, ho avuto la "sfortuna" di farmi dei sostenitori fra gli allievi, sostenitori di un modo di pensare davvero diverso da quello con cui erano cresciuti.

 

Ho visto come le grandi masse del popolo fossero realmente disposte ad accogliere delle idee sane. E posso dire senza peccare di immodestia - vi sto raccontando solo dei fatti - che di solito, quando c'erano degli insegnanti socialisti qualsiasi, i soliti insegnanti propagandisti della scuola di cultura operaia, succedeva che nel primo trimestre - le lezioni erano divise in trimestri - avessero un certo pubblico, che però si riduceva nel giro di poco tempo. Il mio uditorio - posso permettermi di dirlo perché è un dato di fatto - cresceva di trimestre in trimestre ed è diventato troppo grande per i capi della classe operaia, per quei capi che hanno assorbito gli scarti della scienza borghese e li hanno riutilizzati in un modo che è ormai arcinoto.

 

Quando costoro videro che mi stavo guadagnando dei seguaci, fecero in modo che per una volta la scolaresca dell'intero trimestre venisse messa insieme. E fra gli allievi furono mandati anche tre esponenti della direzione, ma di levatura inferiore. Mi hanno rimproverato di non insegnare la visione storica marxista ortodossa, il materialismo storico, e di non servirmi della scienza per fondare il materialismo, per sostenere il marxismo, ma per portare in modo serio una visione scientifica alla massa. In poche parole, mi si accusava di non essere un insegnante ortodosso dei dogmi del sistema socialista [oggi le cose cambiano ma sono sempre le stesse: la stessa accusa di non ortodossia rispetto però alla “scuola austriaca” è stata rivolta a me in quanto ho osato parlare fra libertari di “signoraggio” e di “monetaggio iniquo”, concetti questi che non risultano nel nozionismo del “sistema libertario” - ndc].

 

Allora ho osato ribattere: "Voi volete rappresentare una società che lavora per il futuro. A me sembra che la prima cosa necessaria sia che voi rispettiate una vera esigenza del futuro, che permettiate cioè la LIBERTÀ D'INSEGNAMENTO". Al che uno degli emissari rispose: "non possiamo accettare LA LIBERTÀ D'INSEGNAMENTO, nella vita pubblica PER NOI NON CONTA NULLA. CONOSCIAMO SOLO UNA RAGIONEVOLE COSTRIZIONE” [Oggi i tempi sono peggiorati e di molto, soprattutto nella parte polare a quella del marxismo ortodosso, cioè nell’ambito “libertario ortodosso”, che è di per sé una contraddizione in termini, dato che ogni ortodossia esige regole ETERODIRETTE, mentre la libertà esclude le stesse se non nella misura della loro AUTODIREZIONE interiore. Ebbene, anche se a me come a Steiner non piace sfiorare argomenti personali, devo farvi un accenno perché in effetti la crisi di oggi, 2012, è assolutamente sempre causata dalla stessa “RAGIONEVOLE COSTRIZIONE” che l’uomo non fa che imporre al suo simile facendosi passare - e questo è il colmo dell’antilogica odierna - per libertario! Mi riferisco ad un libertario tanto esaltato nella sua ortodossia libertaria quanto stimato fra i libertari, che mi scrive pubblicamente la sua avversione per un certo successo avuto con la pubblicazione del cd “Qualcuno è libertario”: “[…] la ribalta su questo sito è del tutto sproporzionata ed immeritata a fronte della non dimostrazione da parte tua né di nozioni libertarie, né di particolari meriti, né di principi attinenti nelle proprie affermazioni in relazione ai contenuti di questo sito. Se vuoi andare a parlare del tuo […] collettivismo signoraggista […] di supercazzole esoterico-numerologiche e le altre idiozie sul mutuo sociale e l’assegno minimo […] non ho alcun pregiudizio nel ritenerti un povero pirla che non capisce un tubo di economia austriaca e di libertà economica” - ndc].

 

E con questa "ragionevole costrizione" [da me chiamata “STUPIDITÀ POLITICAMENTE CORRETTA” nella diatriba di cui sopra - ndc] la faccenda ha preso questa piega: tutti gli altri seicento hanno votato in mio favore, ma quei tre hanno votato contro di me ed io sono stato estromesso [anche altri hanno appoggiato il mio pensiero e le cose che scrivevo ma non sono stato estromesso semplicemente perché in quel gruppo non sono mai stato immesso; è però chiaro che nessun mio scritto è stato in seguito più pubblicato in quel sito - ndc]. Questo è l'altro lato dell'andamento della questione sociale di cui ho potuto fare la diretta esperienza. E qui si poteva vedere quali sono le forze pubbliche che dominano effettivamente la questione sociale [Esattamente come oggi (vedi le mie note precedenti) - ndc].

 

Si veniva sempre più indotti a osservare l'intrecciarsi dell'elemento culturale, di quello giuridico-politico e di quello economico nella vita umana, nell'evoluzione umana in genere. Ma poi si poteva anche vedere come proprio nelle nuove condizioni di vita si siano formati i grandi imperi economici, gli imperialismi economici, per via dell'accoppiamento,

dell'identificazione dell'elemento giuridico-politico con quello intellettuale-culturale, da cui dipende tutta la vita sociale.

 

Si poteva osservare come il sistema economico, continuando nello stesso modo ritenuto ideale da certe cerchie tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, avrebbe portato a crisi continue. Si poteva poi rilevare come questa catastrofe della guerra mondiale fosse solo una crisi concentrata, poiché GLI STATI, DA CORPORAZIONI POLITICHE CHE ERANO, HANNO ASSUNTO LE DIMENSIONI DI IMPERI ECONOMICI, IMPERI CHE HANNO ASSORBITO L'ELEMENTO POLITICO E CULTURALE, E SI POTEVA VEDERE COME QUESTI FENOMENI SI RIPERCUOTONO SULL'INTERA COLLETTIVITÀ.

 

Prendiamo per esempio l'esito di questa catastrofe della guerra mondiale. Se si escludono alcune espressioni occasionali, ho cominciato relativamente tardi a parlare della questione sociale nei termini in cui ne parlo oggi, in quanto fa parte del mio compito il doverne parlare. Ma durante tutta la mia vita ho osservato il movimento sociale dell'umanità.

 

E chi come me ha trascorso metà della sua vita, trent'anni, in Austria, avrà visto in quest'Austria un tipico esempio di una grande realtà storica che ha dovuto crollare per fattori interni. CHI HA OSSERVATO QUEST'AUSTRIA HA POTUTO VEDERE IN CHE MODO ERANO INGARBUGLIATE FRA LORO SOPRATTUTTO LE REALTÀ CULTURALI E QUELLE NAZIONALI, CIOÈ LE CONDIZIONI CULTURALI, CON QUELLE GIURIDICO-POLITICHE ED ECONOMICHE [Nondimeno la cosiddetta “scuola austriaca” risente di questo INGARBUGLIAMENTO - ndc].

 

Prendete in considerazione il sud-ovest dell'Europa, quell'angolo meteorologico che è stato l'elemento scatenante della catastrofe della guerra mondiale. Vedrete allora come si sono preparati gli eventi che in seguito hanno fatto divampare le fiamme per mezzo del Congresso di Berlino, in cui all'Austria è stata concessa l'occupazione della Bosnia e dell'Erzegovina. Quello che così è intervenuto nella struttura politica dell'impero austroungarico era un programma di natura politica, ma le condizioni così create non erano più sostenibili nel momento in cui nei Balcani era in corso uno sconvolgimento, una rivoluzione puramente politica, cioè un sovvertimento in ambito politico-giuridico. L'antico elemento reazionario turco è stato soppiantato dalla giovane classe dominante turca. Un'immediata conseguenza è stata che l'Austria fu indotta ad un'annessione anziché ad un'occupazione della Bosnia e dell'Erzegovina, e che la Bulgaria passò da principato a regno. Queste erano le realtà politiche in gioco.

 

Ma a queste condizioni politiche se ne intrecciavano di economiche. E alla fine le condizioni economiche hanno interagito con quelle politiche in modo tale che da questa "sinergia" sono sorte le cose impossibili del divenire

storico. Dato che l'amministrazione politica dell'Austria era nel contempo anche economica, fu necessario collegare strettamente alle condizioni politiche una cosa come il prolungamento della linea ferroviaria verso il sud-ovest dell'Austria, la ferrovia di Salonicco. Era qualcosa di esclusivamente economico, eppure le condizioni politiche continuavano ad interagire con quelle economiche. Il tutto è dovuto alla MANCATA COMPRENSIONE DELLE REALTÀ INTELLETTUALI-CULTURALI, e precisamente del divario che c'è fra slavità e germanesimo. [Dal canto mio ho ripetuto incessantemente al capo del movimento libertario di questa mancata comprensione dei libertari della realtà triarticolata dell’organismo sociale. Non ascoltato, ho quindi desistito definitivamente dal collaborare coi libertari, i quali per altro continuano imperterriti nel dogma dell’anarco-capitalismo. Non si accorgono che la sua realizzazione nell’organismo sociale sarebbe come pretendere che l’organismo umano strutturato dal solo sistema nervoso-scheletrico possa sostituire gli altri due cioè il sistema cardiocircolatorio e quello metabolico. In queste condizioni, in cui si aggrovigli tutto in un unico sistema anziché nei TRE principali sistemi dell’organismo, l’uomo sarebbe meno di uno zombi, e l’organismo sociale sarebbe solo mercatismo sfrenato che tutto distruggerebbe in pochi attimi. Quindi sostituire l’aggrovigliamento attuale imperniato sul diritto con un altro aggrovigliamento imperniato sull’economia sarebbe il ripetersi del medesimo errore di accentramento dell’organismo sociale - ndc].

 

QUESTE TRE COSE SI AGGROVIGLIARONO L'UNA NELL'ALTRA, E DA QUESTO GROVIGLIO HA AVUTO ORIGINE LA TERRIBILE CATASTROFE. Si può studiare di anno in anno come siano state create delle condizioni fittizie per il fatto che non si sapeva tener separate l'una dall'altra la sfera giuridica, quella culturale e quella economica. MA LA REALTÀ RICHIEDEVA LA LORO SEPARAZIONE, LA LORO NETTA DISTINZIONE.

 

E bisogna ricordarsi come, con l'avvento delle recenti circostanze, la vita giuridica, quella culturale e quella economica abbiano avuto fin dall'inizio la tendenza a distinguersi fra loro. Proprio il fatto che dal loro stretto legame potesse nascere qualcosa di così terribile come la catastrofe della guerra mondiale, ha fatto notare l'analogia esistente fra le sostanze non omogenee messe insieme in una provetta in laboratorio chimico, che quindi si separano, e le condizioni economiche che a loro volta si emancipano relativamente presto da quelle culturali e giuridiche.

 

Voglio rammentarvi un fenomeno che si è verificato relativamente presto e di cui in seguito sono state cancellate le tracce dopo la Riforma e il Rinascimento. Già solo studiando la storia del medioevo vedrete che LA CHIESA ERA CONTRARIA AGLI INTERESSI MONETARI, VALE A DIRE CHE DIFFONDEVA OVUNQUE DEGLI INSEGNAMENTI SECONDO I QUALI RICAVARE INTERESSI DAL PRESTITO DI DENARO È IMMORALE, IN DISACCORDO CON UNA VITA REALMENTE CRISTIANA. QUESTO ERA UN INSEGNAMENTO, ERA VITA CULTURALE, ERA UN INSEGNAMENTO RITENUTO NOBILE.

 

MA IN REALTÀ LA CHIESA INCASSAVA ENORMI INTERESSI TRAMITE I SUOI RAPPRESENTANTI. La vita economica era nettamente separata da quella spirituale, si svolgeva su un binario parallelo a quello dei principi morali. E si potrebbe richiamare l'attenzione su fenomeni analoghi verificatisi negli ultimi anni, se per esempio si volesse dimostrare come la vita economica, sotto forma di ogni tipo di nepotismo, di procacciamento di generi alimentari sottobanco, si sia separata dalla vita giuridica, che per gli altri continuava a "razionare". Suvvia, in questo vedete dei fenomeni simili a

quelli che avvengono in provetta quando le sostanze non affini si separano le une dalle altre.

 

Tutte queste cose vanno studiate una per una, e allora - poiché questo si manifesta sempre più sia nella vita nazionale che in quella internazionale per via della complessità delle moderne condizioni di vita - ne risulta col tempo la necessità di lavorare in vista di una triarticolazione dell'organismo sociale, come illustrerò nelle prossime conferenze, posizione che vedete sostenuta qui in Svizzera dalla rivista “Soziale Zukunft” (Avvenire sociale) e descritta nel mio libro “I punti essenziali della questione sociale”.

 

Bisogna assolutamente rendersi conto che L'AFFERMAZIONE DI HARTLEY WITHERS CHE VI HO CITATO ALL'INIZIO È DEL TUTTO FONDATA. Negli ultimi tempi le condizioni sono diventate estremamente complesse, e SOLO SE SI ARRIVA A INDIVIDUARE DETERMINATE LEGGI FONDAMENTALI, DETERMINATE IDEE ORIGINARIE - COSÌ LE HO CHIAMATE NEI MIEI “PUNTI ESSENZIALI DELLA QUESTIONE SOCIALE” - che possano indicare la strada da percorrere all'interno delle realtà complesse della vita pratica, solo allora si può sperare di contribuire in qualche modo a quella che è oggi la questione sociale. E solo così SI PUÒ SPERARE DI SUPERARE QUELLO CHE, SOTTO FORMA DI SLOGAN E DI DOGMI DI PARTITO, SI STA IMPADRONENDO IN MANIERA COSÌ TERRIBILE DELLE MASSE E CHE VIENE PURTROPPO TRASFORMATO DAGLI UOMINI IN REALTÀ.

 

Non possiamo sperare di andare avanti se prima non riusciamo a emancipare dalle manovre di partito quella che è la questione sociale, mettendola sul terreno della comprensione pratica e ragionevole della realtà. Con queste conferenze desidero mostrarvi che una simile comprensione è possibile. Oggi volevo perlomeno accennare a quanto ho da dire a proposito della nascita e della comparsa della triarticolazione nella vita recente. Nelle prossime conferenze emergeranno anche altre cose.

Repost 0

Presentazione

  • : Blog di creativefreedom
  • Blog di creativefreedom
  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
  • Contatti

Link