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12 novembre 2011 6 12 /11 /novembre /2011 11:40

tasso

Il senso universale di una pensione di vecchiaia è che grazie al frutto del proprio lavoro e grazie alle necessità altrui ci si può permettere di vivere la parte finale della vita senza lavorare. Sempre in senso universale (cioè: così è per tutti), una considerevole parte della ricchezza è oggi investita in titoli di Stato a tasso d'interesse garantito. 

 

Cosa significa investire in titoli di Stato a tasso d'interesse garantito? Significa poter usare subito come denaro tali garanzie, che pertanto possono circolare come promesse di pagamento (per es., una cambiale non è altro che un "pagherò", cioè una promessa di pagamento; lo stesso vale per ogni "nota di banco" o banconota, sia essa fisica o elettronica, e per ogni altro strumento monetario possibile), vale a dire come debito.Qui sta già l'inganno dei soldi (tutti, cioè in ogni loro forma di strumento monetario) i quali, pur essendo sempre in decumulo del loro valore a causa dell'inflazione, che in questo sistema di "econòmia" che sostituisce l'"economìa" (vedi la differenza alla pag.: "Economia. Etimologia per cervelli non fusi": http://creativefreedom.over-blog.it/article-economia-etimologia-per-cervelli-non-fusi-87515550.html) è un problema che mai è stato risolto, si presentano sempre come potenziale accumulo.

 

Ora, se lo Stato non impiega la sopra accennata ricchezza investita in titoli di Stato a tasso d'interesse garantito per investimenti in grado di produrre quanto basta per coprire gli interessi e la restituzione del debito, interessi e restituzione vengono coperti dal prelievo fiscale.

 

Ecco perché ho detto nel video economico-comico (Nereo Villa - Che cos'è il tasso: http://vimeo.com/31590864) che il tasso è il "marito" della tassa, e insieme formano la "famiglia di Equitalia", che continua a riprodursi nella sua "prole" di fisco e spese bancarie...

 

Qual è il valore dei tassi? Qual è il valore di queste cose? La tragicomicità della odierna tragedia greco-italica è certamente imputabile allo Stato, anzi, a tutti gli Stati, privi di rapporto coi nativi. Piuttosto che avere rapporti di fiducia con la gente, lo Stato preferisce crederli misurabili attraverso punti percentuale di agenzie di classificazione (rating). Questo essere così fuori di testa non è però solo colpa dello Stato, dato che tragedia consiste anche nel fatto che ognuno è privo di rapporti reali coi suoi simili.

 

È ben lungi da me predicare l'amore per il prossimo, che in realtà mi fa abbastanza schifo. Vorrei però mostrare che, almeno nel campo del valore dei tassi, il problema della tragicomicità delle tasche vuote e rapinate dallo Stato potrebbe essere risolto.

 

Nell'odierna "econòmia" che cosa desidera colui che concede un prestito?
 

Chi concede un prestito ha i seguenti interessi: 

- desidera mettere da parte il proprio denaro per un certo periodo dì tempo;
- vuole essere certo di poterlo in seguito riprendere;
- cerca di ricevere il più alto interesse possibile sui propri risparmi.
 

Il modo in cui si realizzano la garanzia e l'interesse è cosa che non lo coinvolge (per ora, speriamo che nel futuro cambi!).

Che cosa desidera invece (sempre nell'odierna "econòmia") colui che riceve un prestito?
 

- essere assoggettato il meno possibile a "garanzie";
- pagare l'interesse minimo e a più lunga scadenza;
- se possibile avere la massima libertà sui tempi di pagamento delle rate di rimborso e degli interessi.
 

Questo, in sintesi, è il dilemma in cui ci troviamo:

risparmiatore-investitore.gif

 

sembra quasi che chi concede un prestito e chi lo riceve si voltino reciprocamente le spalle, e che ciascuno miri unicamente al proprio vantaggio.

 

Nei rispettivi ruoli di risparmiatore e investitore non mostriamo alcun interesse reciproco. Quindi siamo dei pirla, manipolati da chi è meno pirla: i banchieri, legalizzati nel loro monopolio dai politici (uso il termine "legalizzati" e non "legittimati" perché la legittimazione di qualcosa non proviene da leggi esterne all'uomo ma interne; solo se Gesù di Nazaret  riconosceva la legittimità di un dovere legale ubbidiva ad esso; questo atteggiamento si chiama "epicheia", che significa "equità" e non "mitezza" come invece è oggi tradotta dal greco dai cattolici facendo del Cristo un Fantozzi quasi tremante; altro che "Equitalia" dunque! Da questo punto di vista Equitalia sta all'equità come l'"econòmia" sta all'"economìa", e come la mitezza fantozziana sta all'epicheia).

 

Eppure, per un certo periodo di tempo, siamo strettamente connessi l'uno all'altro.

 

Oltretutto, se chi riceve il prestito non amministra oculatamente il mio denaro, sarà improbabile che io possa poi davvero riaverlo. In fin dei conti chi riceve un credito, determina quanto vale il mio risparmio.

 

"Data questa tendenza a voltarsi le spalle l'un l'altro diventa necessario l'intervento di una terza persona che crei un collegamento tra parti che mostrano reciproco disinteresse. Questa funzione oggi è svolta dalle banche" (1)
 
 

La banca, in teoria, dovrebbe assumersi la responsabilità di provvedere le garanzie richieste dal cliente che ha depositato risparmi, impegnandosi, in considerazione delle sue responsabilità verso i risparmiatori, ad assicurare il denaro necessario a chi lo domanda in prestito.

"Da questa attività si determina il bilancio bancario. Questo bilancio rappresenta il ponte che lega le COSCIENZE OPPOSTE rappresentate dai clienti risparmiatori e dai clienti in cerca di prestiti. È caratteristico il fatto che il risparmiatore e il mutuatario non siano ancora disponibili a considerare le necessità e le aspirazioni della controparte. In parole povere si può affermare che il risparmiatore, e l'utilizzatore di denaro in prestito, determinano - proprio attraverso la loro mancanza di consapevolezza reciproca - l'esistenza del bilancio bancario dall'equilibrio del quale deriva parte del potere riconosciuto alle banche. Tale potere è il risultato della reciproca indifferenza delle parti in gioco, della loro incapacità di sviluppare interesse per le aspirazioni dell'altra parte" (2). 

Cos'è allora il valore del tasso? Di certo non è il dormire dell'animale tasso. Ma voglio partire da quanto valgo io come libera individualità. 

 

In senso materiale, io valgo se il rapporto con le mie gambe mi permette di camminare.

 

In senso psicologico, valgo se il rapporto con le mie emozioni mi permette una respirazione equilibrata.

 

In senso immateriale, valgo se il rapporto col mio pensare mi permette l'esperienza di liberarmi dalle mie abitudini peggiori.

 

Cosa significa ciò? Che ogni valore vale in quanto RAPPORTO.

 

Così, anche il valore dei soldi (e quindi dei tassi) scatta a partire a partire dai rapporti fra le tre differenti qualità possibili di soldi che sono sempre in gioco fra gli uomini: la qualità di acquisto, la qualità di dono, e la qualità di prestito, di cui ho accennato qui in quanto connessa ai tassi nell'"econòmia" in attesa che l'"econòmia" diventi "economìa".

 

La crisi dell'"econòmia" mondiale è determinata dalla mancanza di rapporti umani, sia in senso quantitativo che qualitativo.

 

Per ridisegnare un'"econòmia" che non sia "econòmia" occorre premettere il free banking auspicato dai reazionari libertari. Scrive Alvi sul principio triarticolato: 

"i reazionari ma libertari sarebbero i più appropriati a rimediare il danno omologante del capitalismo; e il free banking ha un ulteriore pregio. Ridimensiona lo Stato e al contempo gli eccessi dell'economia, inserisce, con la libertà di emissione vincolata al possesso di riserve di capitale vero e non fittizio, un potere spirituale" (3). 

E nella trasmissione "L'Infedele" del 10/10/2011 (http://vimeo.com/30498869) Alvi ha pure manifestato questa sua "simpatia per" e "presa di posizione in favore dei" libertari. 

 

Esattamente ciò che ho fatto anch'io in quanto anche secondo me "sarebbero" (i più appropriati) ma solo se non si rifiutano di ragionare sulla necessità di riconoscere lo  spirito dei tempi attraverso l'idea della via del denaro triarticolato, perché non ve n'è un'altra.

 

Il denaro triarticolato è "denaro emesso a fronte di una promessa di capitale vera, non falsata da tassi d'interesse" (4) su cartaccia di Stato priva di garanzia. L'attuazione del denaro triarticolato corrisponderebbe pertanto ad un'intelligenza fraterna che si compie nella realizzazione di merci effettive. Dunque è un denaro che non c'entra con l''"econòmia" ma che ristabilisce l'"econòmia", in quanto non ricercherebbe la sua perpetuazione nel gioco all'accumulo e lusingando la vanità, cioè il finto spirito sognato dal capitalismo. Ma diventerebbe dono ai campi spirituali dell'esistenza, dono alle funzioni ineconomiche della cultura, dono fedele alla sua scadenza ed alla necessità di un ritorno all'intelligenza e alla morale che lo resero vero ed epico dai tempi antichi: queste tre fasi di un denaro d'investimento corrisposto, denaro di circolazione a termine e infine di denaro di dono 

"potrebbero scandirsi in un sistema di denaro legato al capitale investito, alle merci circolanti e al dono: "invor"; "mercor"; "donor"; come in un saggio lo scrivente li ha studiati in reciproco agire (5). Un denaro che dallo spirito emana come intelligenza organizzativa e fraterna; si consolida come circolante proporzionato e condiviso tra eguali; ritorna infine col dono allo spirito, alla cultura e alla bontà che lo hanno emanato; come già aveva ben spiegato il dottor Steiner". 

NOTE

(1) Rudolf Mees, "Ecologia del denaro. Etica ed economia per un mondo migliore". Ed. Filadelfia, Milano, 1996. Steineriano sostenitore della triarticolazione dell'ordine sociale, e consigliere presso la Mercury Provident Plc, una banca etica inglese attiva dal '74, ha svolto fino al 1990 la professione di banchiere presso la Middenstandbank olandese.

(2) Ibid.

(3) Geminello Alvi, "Il capitalismo", Venezia, ottobre 2011, p. 304.

(4) Ibid.

(5) Geminello Alvi, "Invor, Mercor, Donor: i tre denari", in Id. "L'anima e l'economia", Milano, 2005, pp. 308-321. 

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11 novembre 2011 5 11 /11 /novembre /2011 17:36

Supermario

http://vimeo.com/31947646 "Dietro ai numeri ci sta il pensiero, quello di molti uomini liberi che non accettano la coercizione e l’aggressione di istituzioni che nemmeno lontanamente sono volontarie. Cos’è allora l’undici di novembre? Chi è San Martino e perché lo si ricorda in questo giorno in particolare? Dietro ad un’estate in pieno autunno c’è la voglia di cambiare, la voglia di liberarsi di un passato che molte volte sta stretto" (Leonardo Facco).

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10 novembre 2011 4 10 /11 /novembre /2011 09:39

 

Storia monetaria d'Italia

La ripubblicazione di questo mio vecchio scritto (del 2004) mi è stata ispirata dalle tante parole che si fanno oggi sulla presunta attendibilità di Mario Monti, recentemente nominatio “senatore a vita”. Forse qualcuno avrà sentito nominare l’infame Bilderberg, comunque qui accennato. Nel 1996 Mario Monti risultava nella “LIST OF U.S., CANADIAN AND EUROPEAN V.I.P.'s AT SUPER-SECRET, TORONTO, BILDERBERG MEETING!”, lista che gentilmente mi inoltrò l’amico Bruno Aprile. Dunque ebbe a che fare non solo con l’infame Goldmann & Sachs!!! Ciao bestie. Siete pregati di copiare questa pagina perché se mi girano i coglioni posso rimuoverla ancora! Ahahahahahaha aha aha aha!

 

E a proposito: a chi sostiene che il signoraggio non esiste a priori consiglio la lettura di "Storia monetaria d'Italia. L'evoluzione del sistema monetario e bancario" scritto da Franco Spinelli e Michele Fratianni, i quali nel 1991 calcolarono che, nei ben centovent'anni dal 1861 al 1980, il signoraggio annuo era ammontato al 3,6% del reddito nazionale e la tassa sull'inflazione al 3,9% (cit., Milano, 1991, p. 134 in G. Alvi, “Il capitalismo”, Venezia, ottobre 2011). Non so se vi rendete conto di queste cifre annuali moltiplicate per 120! Pensateci. Alla fine di questa pagina ho aggiunto un breve paragrafo sul “Lobbying”, che oggi va di moda ma passa per complottismo nelle menti più marce, tipo quella di Monti!

cetto-la-qualunque

Nereo Villa - Ma quale politica? 

Ma quale politica? - Ma cos'è il signoraggio? - I controllori del mondo - I padroni del mondo - Il controllo incontrollato dei manipolatori di capitali - "Democratico consenso" - L'ordine "democratico" dei banchieri - Dalla tirannide delle "lobbies" alla riconquista della sovranità nazionale.

 

PRESENTAZIONE

 

In questo scritto è espresso il contenuto di tutte le mie precedenti pubblicazioni internet dal 1999 ad oggi in merito all'indagine sulla cosiddetta depressione economica, il cui sintomo maggiore può essere espresso in poche parole: "Tutte le imposte sul reddito finiscono per gravare sui poveri, in quanto obbligano le aziende a scaricarle sui prezzi". Tale sintomo è l'effetto di una logica contro l'uomo, o antilogica, per usare una parola di Platone (Platone, Fedone, [b] XLIX, 101e; Liside, XII, 216b; Teeteto, XVIII, 164c), produttrice di schiavitù, cioè di nuovo schiavismo, che riguarda tutti gli uomini, non solo categorie di essi. Anche il cosiddetto mobbing non è che un aspetto di tale antilogica da schiavi. Quest'ultima, pertanto, va combattuta non a partire dai sintomi, ma dalle cause profonde, cioè a partire dall'interiorità.

La vita pone da sempre il problema della necessità di disporre di alcuni prodotti della natura per la sopravvivenza, ed il procacciamento del necessario impegna da sempre a progettualità diverse. Perfino agli schiavi veniva chiesta la prestazione di attività fisiche poggianti su tali progetti. Ma il lavoro degli schiavi, mancando di progettualità soggettiva, potenziò più l'esecuzione automatica che la consapevolezza dei loro talenti individuali, creando di fatto due categorie di lavori, una coinvolgente l'intera personalità degli uomini liberi, e l'altra senza la libera partecipazione degli uomini (non liberi). Con la rivoluzione industriale, la precedente schiavitù si modificò poi nel lavoro subordinato, e la grande diffusione del lavoro subordinato allargò progressivamente la fascia dell'infelicità, strettamente connessa con l'agire eterodiretto, cioè motivato a partire dal di fuori della personalità (se le azioni lavorative impegnano l'intera personalità umana, educano alla libertà, e quindi alla capacità di amore; se al contrario la motivazione del lavoro viene limitata alla sola ricerca del denaro si ha l'educazione all'egoismo e quindi all'isolamento e all'infelicità).

Perciò in questo scritto ho cercato di ricollegare chi legge con la sua capacità immaginativa e creativa, che la tirannia del "lavorismo" tende a sopprimere. E l'ho fatto a partire dalla verità, che nessuno ancora, in questo tetro clima di schiavitù, osa dire. Credo che, in tal senso, questi risultati di ricerca, in quanto verità, facciano liberi, formando in chi legge una specie di organo di percezione, adatto a cogliere le vere cause del male o del "grande mobbing" o truffa nei confronti dell'umanità stessa.

 

MA QUALE POLITICA?

 

Dagli attuali bilanci della banca d'Italia (in realtà "banda" d'Italia) risulta che essa riporta A DEBITO, a proprio debito, il denaro che emette, anziché A CREDITO, come dovrebbe essere. Questa operazione si chiama falsificazione del bilancio.

 

Perché - si chiede il dubbioso - tu affermi che l'emissione monetaria riporta a debito, e non a credito?

 

La risposta è: per logica dei FATTI. E basta saper leggere i bilanci bancari per accorgersene. Ma il cittadino può prenderne consapevolezza anche semplicemente attraverso la sua riflessione pensante.

 

Come anticamente il gregge, in quanto somma delle pecore, era la ricchezza delle comunità pastorizie, così la somma dei patrimoni e dei prodotti di una comunità è la ricchezza dell'organismo sociale attuale.

 

Come la pecus, cioè la pecora, in quanto unità di misura per regolare gli scambi, apparteneva ai pastori, così la pecunia, cioè la moneta, per logica, dovrebbe essere (ma non è) di proprietà del popolo perché sostituisce la pecus. Ed il suo conio e controllo, sempre per logica, dovrebbe essere compito del popolo sovrano in quanto Stato.

 

Infatti come i pastore vigilava sulla salute del gregge, così lo Stato, costituito dal popolo sovrano, deve vigilare perché la quantità di moneta circolante equivalga al valore reale della ricchezza esistente (beni immobili, mobili, di consumo e strumenti di produzione, ecc.).

E come il volume del gregge era proporzionale all'aumento delle pecus, così il volume di pecunia circolante è proporzionale all'aumento delle ricchezze (per conseguenza, come la minore ricchezza dei pastori era determinata dalla diminuzione del gregge, così la minore ricchezza dell'organismo sociale è determinata dalla diminuzione della quantità della moneta o pecunia).

 

Da questo punto di vista meramente logico, inflazione e deflazione risultano essere una pericolosa patologia economica, consistente nello squilibrio esistente tra i beni presenti sul mercato e la quantità di denaro circolante.

 

Per rendere stabile il potere d'acquisto di una moneta è dunque necessario un controllo sull'equilibrio tra ricchezza e circolazione monetaria, ma a questa funzione dovrebbe essere deputato solo lo Stato, istituito per perseguire il bene della collettività.

 

Le banche, invece, in quanto S.pA. con scopo di lucro, sono state inventate e strutturate per ottenere utili attraverso speculazioni e transazioni finanziarie, ed il terreno più fertile per tale attività è quello dell'instabilità, dell'inflazione e della deflazione. È quindi logico che quando, come oggi avviene, il controllo dell'economia è affidato al mondo bancario, tanto la stabilità del potere d'acquisto della moneta, quanto la veridicità di ogni politica che non sia quella della moneta al popolo, sono destinate a rimanere una chimera, perché le conseguenze di questa situazione si moltiplicano a cascata, coinvolgendo ogni aspetto della vita della collettività.

 

Infatti, che senso possono avere le scelte elettorali, se nessun candidato, una volta eletto, può avere il controllo delle leve economiche del credito? E quale politica di sviluppo può essere programmata da un governo che non sa né quanto costerà il denaro, né di chi è la proprietà del denaro stesso?

 

Oltre alla verifica della falsificazione percepibile dalla lettura dei bilanci, la falsificazione del bilancio della banca centrale risulta altresì dalla dichiarazione apposta sulle banconote delle lire. Perché là era scritto, per es., "Lire tot pagabili a vista del portatore". Ora, un documento giuridico non può essere contemporaneamente titolo di credito e oggetto del medesimo credito, come invece la banca pretende che sia.

 

Anche questo FATTO prova dunque la falsificazione del bilancio. Infatti, delle due l'una: o è un credito oppure è oggetto del credito. Questa precisazione va fatta perché, come non si può contestare la percezione di un albero, in quanto un fatto percepibile non può diventare un discorso sulla validità della percezione stessa, così la scritta "Lire tot pagabili a vista del portatore" è un fatto, che esige di rispondere al significato di "pagabili". La domanda è: come lo paghi? Con un'altra cambiale? Detto con parole ancora più semplici: se io uso la cambiale non solo come titolo di credito, ma come oggetto per pagare il credito, la cosa è davvero una ridicola tautologia, tant'è vero che sull'euro se ne sono vergognati di apporre "Euro tot pagabili a vista del portatore", e che si sono ben guardati di rispondere alle contestazioni riguardanti tale mancanza. Infatti gli argomenti per i quali è stata cancellata questa frase sono stati contestati a suo tempo. Ma non vi sono state risposte, in quanto queste cose non camminano se non nell'ambito della alte leggi massoniche.

 

Dunque il "pagabile a vista del portatore" come può essere pagato? Il fatto che esista una cambiale, la banconota, che è al contempo cambiale e mezzo per pagare la medesima cambiale, non è forse un insulto all'intelligenza umana? Quando si fanno errori logici di interpretazione di questa portata, si ha di fatto la documentazione di essere cretini.

 

La storia dell'incretinimento progressivo del cittadino nessuno la racconta, né alle elementari, né alle università, però è vera, e ci trattano da cretini dal 1694, anno della fondazione della banca d'Inghilterra, fatto già denunciato da Marx: "Fin dalla nascita le grandi banche, agghindate di denominazioni nazionali, non sono state che società di speculatori che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipare loro denaro. Quindi l'accumularsi del DEBITO PUBBLICO non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui sviluppo risale alla fondazione della Banca d'Inghilterra (1694). La Banca d'Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all'otto %, contemporaneamente era autorizzato dal Parlamento a battere moneta con lo stesso capitale tornando a prestarlo un'altra volta al pubblico in forma di banconota. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito fabbricata dalla banca d'Inghilterra stessa, diventasse la moneta con la quale la banca stessa faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per averne in restituzione di più con l'altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua verso la Nazione, fino all'ultimo centesimo che aveva dato" (C. Marx, "Il Capitale", libro I, cap. 24, paragrafo 6, Edizioni Riunite, Roma 1974, pp. 817-818).

 

Nel 1694, infatti, regnante Guglielmo III d'Orange, un gruppo di finanzieri capeggiati da William Paterson prestano un milione e duecentomila sterline al governo inglese al tasso d'interesse dell'8% annuo. Il re, per ottenere il prestito, concede alla banca di Paterson l'autorizzazione a stampare cartamoneta - allora chiamata "nota di banca" - per un importo equivalente alla somma prestata. La banca di Paterson si trova quindi - oltre ad essere proprietaria di un capitale sul quale percepiva gli interessi - a disporre di una massa monetaria fittizia - non corrispondente a nessuna ricchezza reale - con la quale può intraprendere fruttuose operazioni finanziarie o concedere prestiti sui quali percepire altri interessi.

 

Per il governo inglese, che rinuncia a battere cartamoneta in proprio, comincia così la lunga e mai terminata sequela di interessi da versare alla banca, e per l'economia inglese è consentita la circolazione di denaro inventato, col quale illegittimamente si promuovono speculazioni finanziarie.

 

L'esempio inglese, nei secoli successivi, è seguito da tutti i governi del mondo, fino alla situazione attuale, in cui nessun popolo è proprietario della moneta che utilizza, e dove tutti sono debitori delle banche private che battono moneta.

 

Le banche, nel momento stesso della loro nascita, iniziano a creare moneta fittizia - culminante con l'immensa massa di denaro virtuale oggi circolante nel mondo - dando vita a una colossale truffa ai danni dei popoli. Il prezzo che gli uomini devono pagare per l'utilizzo di tale cartamoneta ASTRATTA, cioè creata dal nulla, è il lavoro, la produzione, i beni mobili ed immobili, cioè la ricchezza CONCRETA, determinata dal sudore della fronte.

 

Per inciso va detto che, accanto a questa truffa, esistono da sempre le grandi furbizie dei banchieri: le banche, iniziando a conservare nei depositi blindati valori ad esse affidati per motivi di sicurezza dai cittadini, consentirono a questi ultimi di compilare "buoni di cessione" - capostipiti del moderno assegno - di questi preziosi per utilizzarli come forma di pagamento. Ovviamente, la tendenza di chi deposita è rivolta più al risparmio che all'utilizzo a breve dei beni, ed il furbo banchiere, verificando che costui ne movimenta in pratica solo il 10% circa, cosa fa? Sfrutta il restante 90% circa: sapendo di non rischiare molto, crea a proprio uso ricevute di pagamento per un importo pari al 90% dei valori depositati nella sua banca, ed utilizza queste stesse ricevute per concedere prestiti ad interesse, e per partecipare a fruttuose attività finanziarie!

 

Oggi siamo andati molto più in là. Mentre l'antico denaro, che l'antico banchiere aveva illegittimamente creato, non essendo lui il proprietario dei beni depositati, era pur sempre garantito da beni esistenti, il denaro do oggi viene semplicemente stampato "ex nihilo", senza nessuna garanzia, e senza nessun limite, e oltretutto si è aggiunto il denaro virtuale, elettronico.

 

Attraverso gli intrallazzi fra governi e banche in nome di politiche cosiddette democratiche promotrici di "sovranità" del popolo, il popolo è stato di fatto rimbecillito.

 

Il valore monetario nasce dal fatto che il popolo incretinito accetta e usa denaro stampato, non dal fatto che qualcuno ha pensato bene di stamparlo. Se infatti lo stesso banchiere emette le banconote in un'isola deserta, quale valore possono avere?

 

Ciononostante, le banche centrali, che sono banche private, creano moneta addebitandola al popolo e, truffa per truffa, la pongono a bilancio sotto la voce "passivo", nonostante l'unica spesa sostenuta sia il costo della carta, dell'inchiostro e della stampa.

 

La moneta viene così prestata allo Stato ed agli istituti bancari che, su tali operazioni, devono pagare poi anche gli interessi. E la trafila di questa truffa è ormai talmente consolidata che nessuno si pone quesiti sulla sua ineluttabilità. In realtà la truffa passa nella misura dell'intorpidimento mentale generale della cittadinanza, continuamente bombardata da informazioni fuorvianti, o da mezze verità.

 

Per esempio, lo Stato in effetti conia, presso la sua Zecca, le monete metalliche - per importi assai limitati in confronto a quelli del cartaceo - ed in passato furono stampate in Italia banconote da 500 lire come "Biglietto di Stato a corso legale". Ma i cittadini non hanno certo rilevato un fatto del genere, così come non se ne rendono conto per ciò che riguarda le monetine che oggi, nell'era dell'euro, vengono coniate dai singoli Stati, anche se per importi rigidamente determinati dalla BCE (banca centrale europea). Siamo cioè arrivati al colmo: ora è lo Stato a dover chiedere al potere bancario l'autorizzazione a battere moneta, peraltro per importi piccolissimi - gli spiccioli appunto -, e non l'inverso, come avveniva nel 1694 in Inghilterra, quando iniziò il lungo percorso della grande truffa monetaria!

 

Ad aggravare la situazione si aggiunge il "maldestro" operare dei governatori. Si veda per esempio la beffarda ed umiliante risposta che Wim Duisenberg, governatore della BCE, inviava all'ex ministro dell'economia, Giulio Tremonti, in merito alla sua proposta di sostituire le monete da 1 e 2 euro con simboli cartacei: "Ne abbiamo parlato e in linea di principio - recita testualmente la dichiarazione di Duisenberg - non abbiamo nulla in contrario. Mi auguro che il ministro Tremonti sia consapevole che così perderebbe i proventi del diritto di signoraggio sulle monete". Ovviamente, per motivi "politici", Tremonti viene poco dopo subito sostituito. Si consideri anche che col suo condono fiscale, Tremonti avrebbe potuto essere il pallido inizio di una rivoluzione monetaria per l'abolizione definitiva del debito da signoraggio. La BCE infatti non può avere diritto al signoraggio monetario, semplicemente perché non dispone di riserva aurea, essendo questa abolita dal 15 agosto 1971 con la fine degli accordi dei Bretton Woods.

Al cittadino è fatto credere che il prelievo fiscale sia un corrispettivo monetario, dovuto per funzioni e servizi statali. Se veramente fosse così, il prelievo fiscale dovrebbe essere basato su valori monetari rigidi, non decurtabili, né condonabili, in quanto considerati come corrispettivo, al puro costo, di atti di scambio senza scopo di lucro, tra cittadini e Stato.

 

La verità è invece che, nonostante l'avvento della moneta nominale, cioè astratta in quanto creata dal nulla, le banche centrali hanno continuato e continuano ad emettere moneta prestandola, come se si trattasse di moneta concreta, cioè sostanziata da oro di riserva. Continuando a prestarla anche allo Stato, il prelievo fiscale non può che aumentare continuamente del cosiddetto debito da signoraggio verso la banca centrale, per un valore pari a tutto il denaro messo in circolazione!

 

MA COS'È IL SIGNORAGGIO?

 

Il cittadino non sa niente di queste cose, dunque non può nemmeno prendere atto o accorgersi che è merito di Tremonti di avere messo, consciamente o no, il dito nella piaga e fatto emergere dalla dichiarazione Duisemberg, conscia o no, che si vuole lasciare agli Stati solo l'elemosina proveniente dal "signoraggio degli spiccioli", riservando così il malloppo agli usurai della Banca Centrale Europea. Qui infatti la truffa si chiama usura. Occorre pertanto informare i cittadini. Basterebbe aprire l'Enciclopedia Treccani alla voce "Vandea" per accorgersi che la causa della rivoluzione vandeana (rivoluzione francese) fu il fisco: con l'emissione degli assegnati (moneta nominale concepita sulla falsariga della sterlina inglese) era nato, infatti, il debito da signoraggio nei confronti della banca centrale. Il portatore della moneta era stato inconsapevolmente trasformato da proprietario in debitore del suo denaro. Al momento del prelievo fiscale si verificava così il trauma psicologico che apriva una nuova drammatica pagina di storia, incompatibile con quella che l'aveva preceduta. Il popolo della Vandea abituato, per tradizione, alla moneta romana di proprietà del portatore, avvertì l'oltraggio della truffa quando ebbe la consapevolezza che gli assegnati lo avevano trasformato da proprietario in debitore della sua moneta. Con la Vandea iniziava il ciclo storico della guerra del sangue contro l'oro, in cui le verità essenziali si sono avvertite in movimenti romantici più col sangue che col cervello, e perché è mancata una scuola di pensiero all'altezza dei problemi della generazione. Dalla Vandea ad oggi non è cambiato nulla, crollano le Torri Gemelle, simbolo di un sistema economico ad uso e consumo dei banchieri e siamo di nuovo in guerra…

 

Perciò solo l'informazione corretta può fermare questo stato di cose. Occorre sapere per esempio che la differenza tra euro-carta ed euro-moneta è riscontrabile dal fatto che mentre la carta è perfettamente identica in tutte le nazioni che utilizzano l'euro, le monete sono personalizzate dallo Stato che le conia in una delle due facce. Ma i cittadini utilizzano e spendono allo stesso modo cartamoneta e monete metalliche.

 

Come cittadino, come posso credere in Tremonti, se Tremonti, ma anche Berlusconi e tutti coloro che hanno operato per dimetterlo, dimostrano di non sapere che è diritto dello Stato stampare non solo gli spiccioli ma anche la cartamoneta, sottraendo così questa prerogativa alle banche private? In tal modo infatti si affermerebbe il diritto alla sovranità monetaria, fondamentale per la libertà di un popolo così come quella territoriale, quella militare e quella politica.

 

Thomas Jefferson, presidente americano dal 1801 al 1808, ebbe a dire a questo proposito: "Credo che per le nostre libertà le istituzioni bancarie siano più pericolose degli eserciti nemici. Sono già arrivate al punto di erigersi in un'aristocrazia del denaro che sfida il governo. La facoltà di emettere moneta dovrebbe essere loro strappata e restituita al popolo, al quale giustamente appartiene. In realtà, il potere di produrre moneta dovrebbe essere riservato soltanto allo Stato, che provvederebbe a metterla in circolazione a seconda delle necessità".

 

Stretti dalla morsa del ricatto bancario, tutti governi del mondo sono invece "costretti" a pagare cifre di interessi tali da incidere pesantemente sul bilancio delle rispettive nazioni: LE TASSE CHE I CITTADINI DEBBONO VERSARE, INVECE DI FINANZIARE OPERE PUBBLICHE, SERVONO A COPRIRE ANCHE QUESTI INTERESSI. Ecco perché il sistema non funziona, tant'è vere che per denominare una cosa scadente, per esempio un prodotto, invale il detto "È un prodotto 'della mutua'"! Per le strade, gli acquedotti, gli ospedali e tutte le altre strutture necessarie alla collettività, lo Stato è infatti costretto a chiedere nuovi prestiti, sui quali tutti i cittadini debbono pagare il balzello riservato ai banchieri.

 

Si tratta di una situazione assurda che il rincretinimento giudica inevitabile. Ma basterebbe che lo Stato tornasse a battere moneta e tutto sarebbe risolto.

 

Parecchi hanno intravisto la possibilità di questa soluzione, ma finora nessuno è riuscito a diffondere questa idea, in modo tale da creare una coscienza collettiva, necessaria per una radicale ribellione, né alcun politico è riuscito ad attivare provvedimenti alternativi senza scontrarsi - rovinosamente (si veda la tremarella di Tremonti nei suoi rapporti con Fazio) - con i poteri forti che governano il mondo.

 

Due presidenti statunitensi, per altri versi assai discussi, tentarono l'inversione di marcia.

Abraham Lincon fece stampare dei "Biglietti degli Stati Uniti" -chiamati, per il loro colore, "greenbacks" - su cui non gravavano interessi da pagare alle banche. Tutti sanno che nel 1865 Lincon fu ucciso; qualche storico induce a collegare la persona dell'assassino, John Wilkes Booth, con casa Rothschild.

 

John F. Kennedy tentò un provvedimento analogo - alcune banconote prive di interesse stampate allora sono ancora in circolazione -, ma l'iniziativa non ebbe molta durata per quel che avvenne a Dallas nel 1963.

 

Storicamente, il "signoraggio" era il termine col quale si indicava il compenso richiesto dagli antichi sovrani per garantire, attraverso la propria effigie impressa sulle monete, la purezza e il peso dell'oro e dell'argento. Ogni cittadino poteva infatti portare alla Zecca metallo prezioso per farlo trasformare in denaro e il sovrano tratteneva, come signoraggio, una percentuale del metallo.

 

Ciò che viene oggi indicato come "reddito monetario" in effetti non è altro se non l'antico signoraggio.

 

Se dunque un ente statale si prendesse la briga di stampare moneta, diffonderla, controllare l'operato degli Istituti bancari, certamente sarebbe legittimo istituire una tassa per coprire le spese necessarie al buon funzionamento di quell'ente. Ma la dimensione del moderno signoraggio va ben al di là di una semplice tassa. Il reddito monetario di una banca di emissione è dato infatti dalla differenza tra la somma degli interessi percepiti sulla cartamoneta emessa e prestata allo Stato e alle banche minori e il costo infinitesimale di carta, inchiostro e stampa, sostenuto per la produzione del denaro.

 

I CONTROLLORI DEL MONDO

 

Se l'ente di emissione fosse statale, il problema avrebbe innanzitutto un peso relativo, perché sparirebbero di colpo gli interessi pagati dallo Stato. Che senso avrebbe infatti, per lo Stato, pretendere interessi da se stesso? In secondo luogo si tratterebbe di utili che, rimanendo in mano allo Stato, apparterrebbero sempre alla collettività.

 

Il reddito monetario, cioè l'utile di esercizio di una banca di emissione, viene distribuito invece a tutti i "partecipanti", né più né meno di come accade in una normale società per azioni con scopo di lucro.

 

Ma il problema inerente la natura delle banche centrali non è tanto quello della quantificazione degli utili e della loro distribuzione - peraltro in alcune nazioni, per attutire gli effetti dell'increscioso balzello monetario, è stata prevista una restituzione allo Stato di una percentuale del signoraggio -, quanto il potere esercitato sulla politica monetaria e su tutta l'economia nazionale in conseguenza delle prerogative proprie di un istituto di emissione: stabilire il tasso di sconto, la politica monetaria e del credito, la concessione dei mutui, ecc.; prerogative della sfera politica, nel caso di un istituto di Stato, ma che sono invece riferibili, nel caso di istituti privati, a interessi di centri economici e finanziari, per di più quasi sempre non nazionali.

 

Le banche di emissione sono dunque istituti dello Stato, cioè pubblici, oppure sono privati?

In Italia, nel 1874, fu promulgata, per la prima volta dalla nascita del Regno, una legge bancaria per porre un freno alle emissioni di cartamoneta e per regolamentare la concorrenza tra le banche che stampavano denaro. Le banche autorizzate a emettere cartamoneta erano infatti ben sei: la banca nazionale del regno d'Italia, la banca nazionale tscana, la banca toscana di credito, la banca pomana, il banco di Napoli e il banco di Sicilia. Con tale legge, inoltre, si stabiliva che le variazioni del tasso di sconto dovevano essere autorizzate dal ministero delle finanze.

 

Con la successiva legge del 1893, promulgata a seguito del clamoroso fallimento della banca romana, i quattro istituti dell'Italia centrosettentrionale vennero fusi, dando vita alla banca d'Italia, e rimasero ancora attivi il banco di Napoli ed il banco di Sicilia, ma con ruoli di emissione più limitati.

 

Bisogna arrivare agli anni 1926-27 per vedere attribuito il diritto di battere moneta solo alla banca d'Italia, che diventa così banca centrale.

 

La sua natura, definita e regolamentata nello statuto approvato con regio decreto solo nel 1936, fu addirittura definita come quella di un "istituto di diritto pubblico", ma la sua struttura e la sua proprietà rimasero quelle che erano: quelle di una società anonima, trasformata successivamente in società per azioni con scopo di lucro.

 

Il governatore assunse da subito un ruolo massimamente rilevante, non solo per l'amministrazione monetaria, ma anche per l'intera vita economica delle nazione. Lo statuto stabilì la non revocabilità del governatore da parte del potere politico, attribuendo questa facoltà solo al consiglio superiore della banca d'Italia, organo tecnico ed estremamente frammentato, quindi difficilmente condizionabile.

 

Nel 1926, mentre si stava discutendo sull'assetto da dare alla banca di emissione italiana, le pressioni per garantirne la sostanziale autonomia e l'inamovibilità del governatore furono notevoli. Benjamin Strong, governatore della federal reserve bank di New York intervenne direttamente su Mussolini per ottenere garanzie sull'indipendenza della banca d'Italia e sulla permanenza di Bonaldo Stringher al posto di suo governatore, mettendo sul piatto della bilancia l'appoggio della federal reserve e della banca d'Inghilterra alla stabilizzazione della moneta italiana.

 

I cedimenti in campo monetario, pur se compiuti nel tentativo di ottenere momentanei benefici, sono sempre anticipatori di ulteriori e più gravi concessioni. Infatti, nonostante numerose correnti del fascismo spingessero verso la nazionalizzazione della banca centrale, il decreto del 1936 si limitò a sostituire i vecchio azionisti con un consorzio di enti e banche, con prevalenza delle casse di risparmio. La banca d'Italia rimaneva dunque una banca privata.

 

La sua proprietà, nel corso degli anni, non è sostanzialmente cambiata: la proprietà della banca d'Italia non è mai stata dello Stato, cioè del popolo, ma delle banche.

 

E la storia dell'autonomia della banca d'Italia è, sino ad oggi, una sequenza di tappe sempre più significative, tutte indirizzate ad aumentarne il distacco dallo Stato.

 

Nel 1981, quando era ministro del tesoro Beniamino Andreatta e governatore della banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi, si giunse a sancire il diritto della banca a non sottoscrivere, sia parzialmente che "in toto", i titoli di Stato; un divorzio sempre più definitivo che dimostrava, senza alcun dubbio, chi erano coloro che detenevano il bandolo della politica monetaria italiana e in quale conto era tenuta l'autorità politica.

 

Nel 1992 cadde anche la residua possibilità da parte dello Stato di controllare il tasso di sconto: il potere di modificarlo, antico appannaggio del governo, era stato nel corso dei decenni attribuito al governatore della banca d'Italia, che doveva però agire "in concerto" con il ministro del tesoro.

 

L'ex governatore Guido Carli, nei panni di titolare del dicastero economico, il 7 febbraio 1992 fece approvare dal parlamento l'assoluta autonomia dell'istituto di emissione in materia di tasso di sconto.

 

Si tratta di una questione chiave: il debitore riconosce al creditore la facoltà di fissare unilateralmente le regole del prestito! Regole che poi saranno applicate a tutta l'economia nazionale.

 

Che senso hanno allora le scelte elettorali, se nessun candidato, una volta eletto, ha il controllo delle leve economiche del credito? Quale politica di sviluppo può essere programmata da un governo di imbecilli che non sanno quanto "costerà" il denaro?

 

Così, anche l'ultimo residuo di cordone ombelicale tra banca centrale e potere politico era stato definitivamente reciso.

 

Non solo. Con il passare dei decenni i personaggi del mondo monetario, non contenti dell'assoluta autonomia conquistata, proposero se stessi in modi sempre più arroganti come controllori e spesso perfino come gestori del mondo politico!

 

Nel 1945 l'allora governatore della banca d'Italia Luigi Einaudi cumulò la sua alta carica monetaria con quelle di vicepresidente del consiglio e di ministro del bilancio. Nel 1948 Einaudi divenne presidente della Repubblica.

 

Da allora, i casi del genere sono stati molteplici, e si svolgono in un crescendo pericolosissimo: Carli, già governatore, divenne ministro del Tesoro; Ciampi, dopo essere stato governatore, è divenuto ministro, poi presidente del consiglio e infine è approdato al Quirinale; Lamberto Dini, direttore generale della banca d'Italia, è divenuto ministro e poi premier; Antonio Maccanico, già presidente di Mediobanca, è divenuto ministro e consigliere del presidente della Repubblica. C'è anche da ricordare la carriera politica di Giuliano Amato, che da assiduo frequentatore degli ambienti finanziari americani, divenne più volte ministro e primo ministro, e quella di Romano Prodi, passato dall'incarico di consulente della banca Goldmann & Sachs alla poltrona di palazzo Chigi e successivamente a quella di presidente del consiglio europeo.

 

Si tratta di scalate politiche quasi mai scaturite da consultazioni elettorali, ma frutto di alchimie di potere operate in assoluto dispregio del consenso popolare. Quale politica dunque vanno cianciando costoro? E quale democrazia!

 

Con l'avvento dell'euro e della BCE, le cose sono peggiorate. Le autonomie godute dal mondo bancario si sono rafforzate e la lontananza delle sedi dove si decide e si comanda, hanno infittito l'atmosfera di sospetto e di mistero sul mondo monetario ed economico.

 

È un problema di casta. Da questi signori manipolatori di capitali, le cariche che contano vengono spartite rigorosamente tra loro, gli intoccabili delle banche centrali nazionali; le cariche della BCE, che sono di spettanza dei governi, per statuto devono essere attribuite a "persone di riconosciuta levatura ed esperienza professionale nel settore monetario o bancario".

 

Mentre gli uomini delle banche continuano sistematicamente ad occupare gli scranni dei politici, a nessun politico è concesso di entrare nei blindatissimi palazzi del denaro!

 

Non vi è ministro, né presidente del Consiglio, né presidente della Repubblica o monarca ad avere il potere, l'insindacabilità e la durata della carica che hanno a disposizione un presidente e un dirigente della banca centrale europea. La BCE da' "indicazioni" vincolanti ai governi, stabilisce i tassi e la politica monetaria. E nessun potere politico può interferire.

 

E il popolo? Il popolo è sempre più lontano, e sempre più sottomesso. Dov'è dunque la democrazia? Qui siamo in una super dittatura occulta.

 

Analoga la storia delle altre banche centrali negli altri paesi d'Europa e del mondo.

 

La più autonoma, la più indipendente, e la più spudoratamente privata è indubbiamente la federal reserve americana. La sua proprietà è inoltre tenuta scrupolosamente segreta, come segrete sono le riunioni della sua dirigenza. Palese è invece il suo potere, beffardo ed efficace, negli USA e nel mondo.

 

Scrisse Gertrude Coogan: "La legge sulla federal reserve fu un grave errore. Essa consegnò ai banchieri internazionali il controllo assoluto sul sistema bancario americano e, di conseguenza, su ogni attività economica".

 

Persino nei regimi comunisti, in smaccata contraddizione con i dettami ideologici marxisti, le banche di emissione finirono in mano ai banchieri internazionali. Nel 1937 la Gosbank, l'istituto di emissione sovietico, fu privatizzato, e nel consiglio di amministrazione fu accolto il plurimiliardario ebreo americano Armand Hammer.

 

Ci fu una sola nazione, nel XX secolo, che osò nazionalizzare la propria banca di emissione, riconoscendo allo Stato, e quindi al popolo, la proprietà della moneta: la Germania nazionalsocialista.

 

Riflettendo sull'accanimento criminalizzante riservato a Hitler ed ai suoi seguaci, e sulla nazionalizzazione della Reichsbank, forse si potrebbero formulare spiegazioni inconsuete e illuminanti sull'intera storia del secolo appena trascorso.

 

I PADRONI DEL MONDO

 

Le banche centrali, quelle cioè che stampano la cartamoneta dei vari paesi del mondo, sono dunque private, ed i proprietari sono in maggioranza le altre banche e i grandi finanzieri internazionali.

 

Ma allora, se il mondo della politica, se i governi, i capi di Stato, i ministri del tesoro e dell'economia non hanno più voce in capitolo sui tassi di sconto, sulle strategie monetarie, sulle condizioni dei prestiti, sui finanziamenti internazionali, sui cambi, sulle borse, chi coordina tutto questo complesso MONDO DI NUMERI, di previsioni economiche, di interventi piccoli e grandi destinati a influire in maniera determinante sulla vita di tutti i popoli?

 

Chi prende le decisioni? Chi comanda?

 

C'è chi afferma che sarebbe il sistema stesso, nel suo complesso groviglio di interessi e di meccanismi automatici, ad autogovernarsi, a funzionare come una enorme macchina avviata così bene da non aver più bisogno di progettisti e di macchinisti. Non ci sarebbe nessuno dunque a comandare. Tutto avverrebbe così, naturalmente, ineluttabilmente, come in un Eden illuminato dallo splendore del dio denaro.

 

Ma si tratta di un'analisi che sa di malafede. Se le cose andassero così come vanno in modo automatico, se non ci fosse nessuno a decidere e comandare, non avrebbe senso cercare i responsabili. A nessuno potrebbe essere imputata la colpa delle crisi economiche, dei crolli monetari, dello sfruttamento delle risorse o del lavoro, e della fame nel mondo. Certo si tratta di una spiegazione eccessivamente comoda, e assai difficile da accettare.

 

È allora necessario informarsi, ed osservare più da vicino il mondo delle banche centrali, cercando di individuare il momento e la sede dove esse si incontrano per decidere.

 

Infatti costoro decidono veramente per tutti. E gli effetti di tali decisioni sono davanti agli occhi di tutti.

 

E allora, informandosi, si viene a sapere che a Basilea, in Banhofplatz 2, ha sede la banca dei regolamenti internazionali BRI, o BIS, "Bank for International Settlements", fondata nel 1930, dove si riuniscono, ogni mese, i dirigenti di tutte le banche centrali del mondo. Proprietarie della BRI sono infatti tutte le banche centrali del mondo, ma in proporzioni assai differenti tra di loro. Il 25 % delle azioni sono della federal reserve USA, il 15 % della banca d'Inghilterra e il rimanente 60 % è distribuito, con quote minime, tra tutti gli altri. Un 60 %talmente frammentato da rendere impossibile una qualsiasi aggregazione percentualmente significativa.

La federal reserve, col suo 25 % di proprietà e con la costante, servile disponibilità della banca d'Inghilterra, ha facile mano nel determinare il bello e il cattivo tempo.

 

Nell'ambito della la banca dei regolamenti internazionali BRI, le banche centrali dei paesi più industrializzati del mondo, Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Canada, Olanda, Belgio, Svezia e Svizzera, hanno istituito appositi comitati di vigilanza internazionale: il CBVB, "Comitato di Basilea sulla Vigilanza bancaria"; il CSPR, "Comitato sui Sistemi di Pagamento e Regolamento"; e il CSFG, "Comitato sul Sistema Finanziario Globale".

Le nomine dei governatori delle banche centrali delle varie nazioni del mondo, prima di giungere alla ratifica dei rispettivi governi, dove ciò è ancora previsto, devono essere approvate dalla BRI; se a Basilea non sono d'accordo, tutto viene rimesso in gioco, si vagliano altre candidature, più gradite ai signori della Banhofplatz, fino ad individuare l'uomo adatto a gestire, a livello nazionale, le decisioni che vengono assunte lassù, nell'Olimpo dei potentissimi Morgan, Rockefeller, Warburg, Rothschild...

 

Certo, perché, nonostante i proprietari della federal reserve siano tenuti segreti, e segrete le loro riunioni, si sa per certo che tra di loro ci sono anche questi uomini, e che le loro quote pesano molto. Nomi che compaiono da secoli nella storia del denaro e, soprattutto, nella scalata che il potere finanziario internazionale ha fatto ai danni del potere politico.

 

Quindi chi comanda il mondo del denaro, cioè il mondo dell'economia, cioè il mondo "tout court", esiste davvero.

 

In quelle riunioni mensili vengono affrontate tutte le questioni di ogni paese, vengono decisi i tassi di sconto, i beneficiari dei prestiti della BM (banca mondiale) e del FMI (fondo monetario internazionale), quali governi devono essere aiutati, facilitati, finanziati, quali monete devono decollare e quali svalutarsi, quali movimenti rivoluzionari devono essere armati e quali riforme devono essere sponsorizzate. Sì, perché chi ha il potere di decidere la politica monetaria può influire, in maniera determinante, su ogni cosa.

 

Certamente, nei sontuosi saloni della BRI, si è molto discusso, e deciso, prima che venissero firmati gli accordi di Bretton Woods nel 1944, con i quali fu stabilito, tra l'altro, che il dollaro dovesse essere assunto come moneta per gli scambi internazionali. Certamente, negli uffici della Banhofplatz 2, si è molto discusso, e deciso, prima che il presidente USA Richard Nixon, nell'agosto del 1971, annunciasse al mondo l'inconvertibilità del dollaro in oro (sino ad allora per 35 dollari doveva esistere la garanzia di un'oncia d'oro). Certamente a Basilea si è molto discusso, e deciso, prima che la pubblica opinione del mondo venisse a conoscenza della perestrojka, del trattato di Maastricht, dell'euro, della guerra all'Iraq, della guerra nei Balcani, della guerra all'Afghanistan. E, probabilmente, si è parlato anche di attentati, di grattacieli e di tante altre cose.

 

Ora, nessuno, assolutamente nessuno di questi signori che si riuniscono, discutono e decidono al numero 2 di Banhofplatz di Basilea, è mai stato candidato in nessuna lista di nessun partito, è mai stato eletto da elettori di questo o di quel popolo del mondo.

 

È dunque questa la democrazia?

 

IL CONTROLLO INCONTROLLATO DEI MANIPOLATORI DI CAPITALI

 

Mark Alonzo Hanna, consulente del presidente USA William McKinley e mitica figura di organizzatore di campagne elettorali, citato anche da Bush jr., ebbe ad affermare nel 1896: "Per vincere occorrono due cose. La prima è avere molti soldi... La seconda non me la ricordo".

Ed è per questo che la scalata dei signori del denaro non è iniziata all'interno dell'area politica o delle istituzioni rappresentative delle singole nazioni. Si è sviluppata dove i soldi si fabbricano, all'interno delle banche centrali, affiancandone l'attività con una miriade di istituzioni internazionali, enti, fondazioni, banche di credito e d'affari tutte rigidamente dirette o controllate tra loro. Una ragnatela così ampia e articolata da consentire il progressivo condizionamento planetario di tutte le attività: la "Trilateral Commission", il "Council on Foreign Relations", il "Bilderberg Group", il "Club de Paris", il "FMI", la "BM", l'"OMC" (organizzazione mondiale del commercio), la "CCI" (camera di commercio internazionale), l'"Institute of International Finance", il "Forum di Davos"; e, ancora, il "Comitato di Bali", per la supervisione bancaria; l'"IOSCO" (International Organisation of Securities Commissions) per la supervisione delle borse e dei mercati di capitali; l"ISMA" (International Securities Market Association); l'"IAIS" (International Association of Insurance Supervisors) per la vigilanza sulle compagnie di assicurazione; e l'"ISO" (International Standard Organisation) alla quale è demandato l'incarico di definire gli standard industriali, tanto per citarne i più noti e importanti.

Al condizionamento politico ed economico delle singole nazioni, attraverso il controllo monetario, si aggiunge il potere di influire sui rapporti internazionali. Poco importa se intere nazioni, nel gioco delle speculazioni, sono travolte e ridotte alla fame - vedi i paesi dell'America Latina - o altre vengono a trovarsi in posizione di immeritato vantaggio. Un esempio tra i tanti che si potrebbero fare: il 30 % dell'intero ammontare dei prestiti concessi dal FMI è attualmente assorbito dalla Turchia, favorita dalla sua posizione geostrategica nel "vicino Oriente", che va salvata per non far perdere un forte alleato a Stati Uniti e ad Israele.

 

Inoltre, attraverso il flusso dei finanziamenti, si attivano tutte quelle iniziative che si ritengono funzionali a questo disegno criminale mondiale, condizionando pesantemente, spesso sino a stravolgerle, anche quelle iniziative che, a prima vista, potrebbero apparire di segno opposto. Esempio particolarmente eloquente ne è il movimento dei "No Global".

 

Maurizio Blondet, nel suo libro "No Global", informa che, contrariamente a quanto la pubblica opinione è indotta a credere, "l'International Global Forum è largamente finanziato dalla Foundation for the Deep Ecology, un think-tank con sede a San Francisco, erede delle fortune del magnate Douglas Tompkins, il padrone della Esprit Clothing Company, la nota multinazionale di prêt-à-porter. Detta "Fondazione per l'Ecologia Profonda" nel 2000 ha dichiarato attivi per 150 milioni di dollari: grazie a questi fondi essa funziona come una finanziaria, che fornisce capitali iniziali per il lancio di gruppi antiglobal in tutto il pianeta".

 

Ed ancora: tra i "finanziatori dei 'No Global' spicca un nome: Theodor (Teddy) Goldsmith. [...] Teddy è il fratello minore del defunto sir James Goldsmith, speculatore mondiale in materie prime, uno dei dodici uomini più ricchi del mondo, cugino dei Rothschild".

 

Procedendo nella sua indagine, Blondet mette in luce anche le relazioni che legano il mondo dei "No Global" a un altro celebre miliardario, George Soros: "Ebreo ungherese naturalizzato americano, Soros è diventato enormemente ricco e famoso con speculazioni internazionali sulla lira negli anni 90, il genere di operazioni possibili nel mercato globale".

 

Dunque, ovunque si cerchi, escono fuori soldi, enormi quantità di soldi, attraverso i quali i soliti signori indirizzano, determinano, controllano.

 

Per ciò che riguarda l'Europa, taluni sono indotti a credere che l'euro sia il punto di arrivo spontaneamente perseguito dalle nazioni del vecchio continente, nel quadro della loro volontà di unificazione.

 

Il professor Joshua Paul, docente della Georgetown University, ha pubblicato nell'autunno del 2000 una serie di documenti del Bilderberg Group, sino ad allora tenuti segreti, che documentano come da cinquant'anni quegli ambienti stessero lavorando perché l'Europa si dotasse di un'unica valuta. Già nel 1948 le Fondazioni Ford e Rockefeller avevano dato vita all'American Committee for a United Europe, con lo scopo di condizionare lo sviluppo monetario, economico e politico del nostro Continente in modo convergente agli interessi d'Oltreoceano. Un memorandum della sezione Europa del Dipartimento di Stato americano, in data 11 giugno 1965, riporta precisi suggerimenti al vicepresidente della Comunità Economica Europea, Robert Marjolin, per giungere al varo di un'unica valuta europea, non come concorrente del dollaro, ma come agevole mezzo di controllo delle economie delle singole nazioni europee.

 

È infatti molto più semplice controllare un'unica entità monetaria e un'unica banca centrale indipendente, piuttosto che quindici valute e quindici Istituti di emissione con ancora qualche residuo legame con i ministri economici, i governi e il mondo politico.

 

All'articolo 7 dello Statuto del Sistema Europeo di banche Centrali e della BCE si legge: "Né la BCE, né una banca centrale nazionale, né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai governi degli Stati membri, né da qualsiasi altro organismo".

 

Le banche centrali delle singole nazioni europee, prima del Trattato di Maastricht, avevano un'indipendenza dal potere politico variabile tra il 40 e il 65 %; oggi, dopo i cambiamenti determinati dall'avvento dell'Euro, hanno raggiunto il 90 %.

 

Dunque, mentre nessuna influenza può giungere dal potere politico alla BCE, dai vertici monetari giungono al potere politico continue indicazioni, parametri cui attenersi, precisi paletti che coinvolgono l'intera economia delle nazioni.

 

Come giustamente osserva Bruno Tarquini, già procuratore della Repubblica a Teramo, nel suo "La banca, la moneta e l'usura", "lo Stato ha rinunciato alla propria sovranità monetaria, trasferendola a un istituto privato: questo perciò, in perfetta autonomia e indipendenza, esercita una pubblica funzione di essenziale rilevanza per la vita della Nazione, essendo noto che la politica monetaria (vale a dire l'emissione della moneta e la regolamentazione della sua circolazione nonché del mercato monetario) condiziona l'intero sistema economico di uno Stato e influisce quindi anche sulla sua politica generale, e particolarmente su quella sociale".

 

È davvero singolare come il Trattato di Maastricht si sia preoccupato di definire la BCE esclusivamente per ciò che riguarda la sua indipendenza. Francesco Papadia e Carlo Santini, nel loro "La banca centrale europea", ricordano: "Dalla lettura del Trattato emerge la particolare collocazione della banca centrale europea nell'assetto istituzionale dell'Unione Europea. L'articolo 4, infatti, non la menziona tra le istituzioni (Parlamento europeo, Consiglio, Commissione, Corte di giustizia e Corte dei conti) della Comunità. Alla banca, però, il Trattato conferisce personalità giuridica e lo Statuto riconosce la più ampia capacità di agire in ciascuno degli Stati membri. Sotto il profilo giuridico-formale, la banca centrale europea non è, dunque, un'istituzione comunitaria [...], i suoi atti non sono imputabili alla Comunità. La banca centrale europea è inserita in una cornice giuridica che ne stabilisce e ne tutela l'indipendenza nell'attuazione della politica monetaria".

 

La BCE determina dunque, in perfetta autonomia, come se ciò non avesse rilevanza politica e sociale, il livello dei tassi di interesse ufficiali, cioè il costo del denaro, in altre parole: la politica di espansione o di restrizione monetaria. E, se non bastasse, decide e guida, in perfetta indipendenza, tutte le operazioni di acquisto e di vendita degli euro contro altre valute sul mercato dei cambi. E le banche centrali nazionali devono conformarsi in tutto e per tutto alle direttive della BCE - il consiglio direttivo vigila attentamente! -, altrimenti bacchettate sulle dita, con tutto il potere per farlo!

 

La BCE, e di conseguenza anche tutte le banche centrali nazionali, ufficialmente - e ormai questo è scritto a chiare lettere, nero su bianco, nei Trattati e nei Regolamenti - non possono concedere, per nessun motivo, crediti agli Stati, o alla comunità europea o a qualsiasi altro soggetto pubblico, e quindi è loro proibito acquistare titoli di Stato, sia al momento dell'emissione che successivamente.

 

Non solo: se prima di Maastricht, qualche banca centrale, come sopra ricordato, poteva ancora prevedere allo Stato un parziale ritorno del signoraggio, reddito ottenuto attraverso la politica monetaria, alla BCE si fa obbligo di non fare uscire neanche un centesimo dalle casse del Sistema europeo di banche centrali.

 

E, ancora, mentre i dibattiti e le sedute della camera dei deputati e del senato sono aperti al pubblico, le sentenze delle corti di giustizia devono essere dettagliatamente motivate e pubblicate, le riunioni del consiglio direttivo della BCE sono assolutamente secretate, ed è lo stesso consiglio che, di volta in volta, decide se pubblicare le proprie deliberazioni, se pubblicarne solo alcune parti, o se non pubblicarle affatto.

 

Oltre tutto questo, i dirigenti della BCE godono di una sostanziale immunità: non sono infatti previste, all'interno della BCE, sanzioni per comportamenti impropri. Nei regolamenti si legge che è sufficiente il rischio di perdere credibilità e fiducia per garantire la certezza dell'operato dei dirigenti. Solo in caso di colpe gravissime e di comportamento palesemente illegittimo può intervenire la Corte di giustizia e occuparsi del caso.

 

La perdita delle sovranità monetaria e legislativa, che sono parti essenziali della sovranità nazionale, da parte degli Stati europei, è stata stabilita in maniera irrevocabile. Ed alla chetichella.

 

In Italia, come sottolineò Ida Magli su "il Giornale" dell'11 marzo 2001, "nella legge di riforma della Costituzione, approvata dalla maggioranza di sinistra in gran fretta poche ore prima dello scioglimento delle Camere, c'è un passo fondamentale e che pure non è stato portato a conoscenza dei cittadini né prima né dopo della sua approvazione. Si tratta dell'articolo 117 in cui si stabilisce: "La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali". In queste tre righe è codificata la perdita della sovranità legislativa dell'Italia. Per questo l'articolo 117 non è stato discusso apertamente: GLI ITALIANI NON DEBBONO SAPERE".

 

Forse, la politica della democrazia è proprio questa.

 

Da qualche parte si è sentito il dovere di coinvolgere ed ascoltare il popolo attraverso regolari referendum, e lì, vedi il caso della Danimarca e della Svezia, Maastricht ed euro sono rimasti lettera morta. Il popolo ha detto no. Ma queste sono rare eccezioni.

 

Molto democraticamente, a tutti gli altri paesi europei è stato imposto di uniformarsi al modello americano senza diritto di replica, senza alcun referendum.

 

Scrive Giulietto Chiesa sul suo "La guerra infinita": "È il denaro che decide non più soltanto come l'economia deve procedere, ma anche - direttamente, immediatamente - come l'America deve essere governata. [...] Il popolo, come tutto il resto, non è più sovrano di nulla, essendo diventato, nel frattempo, consumatore. Non ha forse invitato, l'imperatore Bush, pochi giorni dopo il tremendo impatto terroristico, i suoi elettori a 'tornare a fare shopping'?".

 

"DEMOCRATICO CONSENSO"

 

L'economia è governata da uomini che, fino a prova del contrario, nulla hanno a che vedere con il consenso popolare; su questo non può ormai esservi più dubbio. E si crede che queste siano le regole del libero mercato, della globalizzazione, del consumismo e del benessere. L'importante, si dice, che il sistema politico - adottato o imposto -, ovunque, in ogni angolo del mondo, sia quello democratico. Si devono svolgere "libere" consultazioni elettorali attraverso le quali il popolo possa scegliere i candidati proposti dai diversi partiti.

 

A parte la sopra citata frase di Mark Alonzo Hanna, che ricorda come nelle campagne elettorali più dei programmi contino i soldi, il cittadino sovrano può e deve legittimamente chiedersi cosa possa offrire al popolo una classe dirigente politica privata di ogni potere inerente la moneta e l'economia, e quindi di ogni possibilità di intervenire nel sociale. Sforzandosi di essere ottimista fino in fondo, egli osserverà come la democrazia riesce a gestire l'oggetto principale del suo esistere: il consenso.

 

È per garantire il libero consenso, infatti, che i "padri fondatori" hanno inventato la moderna democrazia. E di questo sistema politico esiste un modello indicato ad esempio, ad ogni pie' sospinto, un vero e proprio santuario: "la grande democrazia americana".

 

Si osservi, dunque, come si esprime il consenso in quel paese.

 

I dati che si riscontrano non possono che lasciare perplessi. Nelle elezioni presidenziali va a votare meno del 50% degli aventi diritto, quindi il presidente USA rappresenta a malapena un americano su quattro. Nelle altre consultazioni, le cose vanno molto peggio: i votanti nelle elezioni dei singoli Stati sono il 35-40%, in quelle di contea e municipali addirittura il 25-30%. Dunque, nel santuario della democrazia ci sono anche "maggioranze" che rappresentano meno del 13% della popolazione.

 

Qualcosa non funziona: le motivazioni addotte per condannare le dittature si sono sempre incentrate sui temi della libertà e del consenso. Ma è legittimo domandarsi quanto possa durare un regime quando si basi su un consenso del solo 13% o 25% della popolazione. Negli Stati totalitari certamente molto poco.

 

Il consenso, quando è una cosa seria, è un fatto di coscienza, è un senso di appartenenza e di partecipazione: è una forza centripeta che ingrandisce il cittadino e lo rende parte fondamentale del popolo, anzi di "quel" popolo.

 

In democrazia, intesa come regno del più sfrenato individualismo, le forze che prevalgono sono invece quelle centrifughe, che rimpiccioliscono il cittadino, lo rendono anonimo, un semplice numero, e lo collocano in una massa amorfa e spersonalizzata: una massa che si può governare anche con un misero 13% di "maggioranza".

 

Il consenso, in democrazia, ha la dignità di una lattina di "Coca-Cola" venduta sullo scaffale di un supermercato.

 

E più la democrazia è imposta al mondo, più la finanza internazionale ha mano libera per i suoi traffici, più crescono le sacche di povertà entro le nazioni ricche e più popoli vengono cacciati nel girone della fame.

 

Nell'ultimo rapporto ONU sullo sviluppo umano (1998) si legge che il 20% più ricco della popolazione mondiale consuma l'86% dei beni disponibili, mentre il 20% più povero solo l'1,3%.

 

E la "grande democrazia americana" prosegue nella sua opera di conquista planetaria. Attraverso quali strumenti?

 

Siamo alle solite, rispuntano i banchieri. Scrive ancora Giulietto Chiesa: "Strumenti sovrannazionali di questo progetto sono state le due istituzioni regine di Bretton Woods, il Fondo Monetario Internazionale e la banca Mondiale, cui negli ultimi anni si è aggiunto il WTO (World Trade Organization), loro parente stretto in quanto erede del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade). Non a caso, questi tre strumenti operativi sono estranei alle Nazioni Unite. Altrettanto non a caso, essi sono le uniche istituzioni sovrannazionali che hanno ricevuto concreti, reali poteri di limitazione, di abrogazione delle sovranità nazionali dei paesi che vi aderiscono. Ma non tutte le abrogazioni sono eguali tra loro. Il "consenso di Washington" ha rappresentato il grimaldello con cui la rappresentatività internazionale del sistema delle Nazioni Unite è stata smantellata per far posto al decalogo della globalizzazione americana".

 

E la "grande democrazia americana" continua, con ricatti monetari, con azioni militari, con spoliazioni delle sovranità nazionali sempre più devastanti, ad imporre il proprio modello "buono", "libero", "politicamente corretto".

 

Le regole? I Trattati internazionali? Contano solo, se, e quando, sono funzionali al disegno USA, altrimenti si ignorano, si stracciano o si riscrivono. Una risoluzione dell'ONU non rispettata può essere ottimo pretesto per scatenare una guerra se si tratta dell'Iraq di Saddam Hussein, ma non ha nessuna importanza se nella parte dell'inadempiente si trova lo Stato di Israele.

 

Quando, nel 1999, l'obbiettivo era lo smantellamento della Serbia di Milosevic, gli americani non esitarono a stravolgere la natura della NATO. Da patto difensivo la trasformarono in alleanza militare offensiva. I regolamenti furono, in quattro e quattr'otto, cambiati. Gli articoli 5 e 6 dello Statuto che circoscrivevano, in chiave difensiva, l'uso della forza, vennero riscritti: la NATO si autodefinì e si comportò, con atto unilaterale, e in dispregio dell'articolo 51 della Carta dell'ONU sulla legittima difesa, come il "gendarme del nuovo ordine mondiale".

 

L'ORDINE "DEMOCRATICO" DEI BANCHIERI

 

Per comprendere quale, puntualmente, si dimostra essere la considerazione che gli americani hanno della legalità e della libertà basta osservarli in una qualsiasi delle loro scorribande.

 

A titolo di esempio riporto la ricostruzione fatta da Noam Chomsky dell'aggressione militare scatenata dall'America di Ronald Reagan contro il Nicaragua: "Il Nicaragua non rispose. Essi non risposero mettendo bombe a Washington. Essi risposero chiamando Washington a difendere il proprio operato davanti al Tribunale internazionale [...] Non ebbero difficoltà a trovare le prove. Il Tribunale le accettò, deliberò in loro favore, [...] condannò ciò che essi avevano denunciato come "uso illegale della forza", che è un altro modo per definire il terrorismo internazionale, [...] intimò agli Stati Uniti di porre fine al crimine e di pagare massicci indennizzi. Gli Stati Uniti, ovviamente, respinsero con sdegno la sentenza della Suprema Corte e annunciarono che da quel momento non ne avrebbero più riconosciuto la giurisdizione. Allora il Nicaragua si rivolse al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Che emise una risoluzione invitante tutti gli Stati a osservare le leggi internazionali. Nessuno fu nominato, ma tutti compresero. Gli Stati Uniti misero il veto alla risoluzione. Ed essi sono oggi l'unico Stato che ha dovuto subire una condanna del Tribunale internazionale e che, al tempo stesso, ha posto il veto su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che esortava gli Stati a osservare le leggi internazionali. Allora il Nicaragua andò oltre e si rivolse all'Assemblea Generale dell'ONU, dove non esiste tecnicamente un meccanismo di veto, ma dove un voto negativo degli Stati Uniti equivale a un veto. E l'Assemblea approvò una risoluzione analoga a quella del Consiglio di Sicurezza con il voto contrario soltanto degli Stati Uniti, di Israele e del Salvador. L'anno successivo si votò di nuovo e questa volta gli Stati Uniti raccolsero soltanto il voto di Israele [...] A quel punto il Nicaragua non poteva fare nient'altro di legale. Aveva tentato tutte le strade. Ma esse non potevano funzionare in un mondo governato dalla forza".

 

È questa la particolare interpretazione che la "grande democrazia americana", quella che si attribuì l'autorità per istruire e dirigere i processi di Norimberga e di Tokyo, ha dei valori di libertà, di legalità e di giustizia. Esattamente come quando proclamano il diritto dei palestinesi di avere un proprio Stato, ma a condizione, non solo che sia uno Stato di tipo democratico, ma anche di poter porre il proprio veto sulla scelta della persona che il popolo palestinese vorrà scegliere come capo.

 

In questa strana politica, e strana democrazia, lo spirito "missionario" dei cavalieri a stelle-e-strisce nel "liberare" i popoli del mondo lascia perplessi, almeno quanto lo spessore di quel consenso democratico che consegna al mondo "maggioranze" del 13%.

 

Ma, a chiarire cosa sia il consenso democratico, arriva poi il banchiere Carlo Azeglio Ciampi, nella sua nuova veste di presidente della Repubblica. A chi gli chiedeva spiegazioni sulla legittimità di portare avanti riforme della portata dell'euro e dell'istituzione della BCE, questo mortificatore della democrazia e di ogni cittadino italiano, senza sottoporre le questioni al vaglio di referendum popolari, ha detto: "Si parla a volte di fare un referendum sull'Europa. Ma a me pare che un "referendum di fatto" sia già stato celebrato, il primo gennaio scorso, quando è stato varato l'Euro, e mi chiedo quale consultazione popolare migliore di quella sia possibile". Con una frase breve, lapidaria, e chiarissima, egli ha spiegato che il consenso democratico "migliore" è quello di utilizzare una moneta imposta d'autorità. Nell'epoca del denaro virtuale è probabilmente logico che ci si debba accontentare del consenso virtuale. E probabilmente, proprio questa è la democrazia.

 

DALLA TIRANNIDE DELLE "LOBBIES" ALLA RICONQUISTA DELLA SOVRANITÀ NAZIONALE

 

Nell'epoca del denaro virtuale, della "e-money", cioè del soldi che non esistono, ma che possono determinare benessere o povertà per intere popolazioni, ricchezza o rovina per intere categorie, si fa passare per logico che il sistema politico dominante sia quello democratico, dove "sovrano" sia il popolo, ma a patto che a decidere siano solo i banchieri e le loro "lobbies", dove si confondono le alchimie monetarie con i referendum popolari, dove le maggioranze possono essere del 13%, e dove si scambia la libertà con l'obbligo a consumare, la dignità con il possesso di una carta di credito, la patria con un titolo quotato in borsa, e la vita con la storia di un conto corrente.

 

Di fronte ai grandi temi di attualità le uniche risposte sono quelle ispirate dall'interesse dei soliti gruppi finanziari. E nessuno si ribella, perché non c'è più un potere politico rappresentativo e autorevole da cui aspettarsi risposte differenti, autonome, ispirate dall'interesse della collettività.

 

Sul "Corriere della Sera" del 23 gennaio 2002, Giovanni Caprara, affrontando il problema dell'inquinamento, riporta la possibile soluzione indicata dal Nobel Carlo Rubbia: "Per risolvere i problemi bisogna fabbricare veicoli con emissione zero, cioè che non inquinano. E lo strumento ideale è la cella a combustibile a idrogeno. Ne sono già state costruite e dimostrano di funzionare egregiamente. Anche meglio del motore a benzina, per quanto riguarda il rendimento che risulta addirittura tre volte più elevato: 45% la cella, 15% il motore a benzina. [...] In cinque anni l'intero parco dei mezzi pubblici potrebbe essere riconvertito e disponibile. Per le auto private, basterebbe solo qualche anno in più. [...] Bisogna solo decidere politicamente di andare in questa direzione ed esserne tutti consapevoli".

 

Ma è proprio questo il problema. Per "decidere politicamente", nell'interesse della collettività, occorre un potere politico vero e indipendente, un potere che oggi non esiste più, di cui altro non è rimasto se non l'ectoplasma, un'immagine più o meno decorativa ad uso e consumo degli interessi dei soliti signori.

 

Per risolvere i problemi dell'inquinamento è inutile ricercare ciò che è buono per il popolo, anzi per "quel" popolo; sarà più opportuno individuare le soluzioni favorevoli agli interessi dei commercianti di petrolio, degli Agnelli, Ford e &.

 

Ma, in tutta questa vicenda di ordinaria dittatura finanziaria, i numeri hanno un forte peso e i conti si possono anche sbagliare. Anzi, la storia lo dimostra, prima o poi si sbagliano. Vuoi perché l'avidità è spesso più forte della prudenza, vuoi perché le reazioni della psicologia umana spesso non coincidono con la fredda consequenzialità dei calcoli numerici, vuoi perché a forza di sottrarre libertà e sovranità si arriva al punto in cui i popoli si arrabbiano e si ribellano.

Ha destato scalpore il successo che in diverse parti del mondo ha ottenuto il film "The Bank". Si narra di un personaggio che si vendica dei torti subiti inventando un sistema informatico capace di distruggere la banca che aveva rovinato la sua famiglia. La storia ha il pregio di mettere a nudo i ricatti, le manipolazioni contrattuali e giuridiche, la sete di potere e il cinico controllo delle vite umane messi in atto dagli istituti che maneggiano il denaro. Alle battute finali del protagonista, "la banca non c'è più" e "odio le banche", nelle sale cinematografiche esplodono ovazioni da stadio.

 

In Argentina, nelle riunioni familiari, un nuovo gioco da tavolo ha soppiantato la tradizionale Tombola e il Monopoli: si chiama "Debito eterno". Sulla scatola si legge: "Chi è capace di sconfiggere il Fondo Monetario?".

 

Forse, gli esseri umani stanno cominciando a comprendere chi sono i veri nemici, e stanno cominciando ad odiarli. Non si tratta di esseri esterni alla loro coscienza. Si tratta di un demone che abbiamo tutti dentro, che già Gesù di Nazaret chiamava Mammona, il dio denaro.

Il giro di boa che condurrà al crollo della dittatura monetaria e alla riconquista delle sovranità nazionali è probabilmente molto più vicino di quello che, di fronte alla potenza planetaria delle "lobbies" finanziarie, si sarebbe indotti a credere.

 

Si preparano tempi duri, durissimi, simili a quelli vissuti e che stanno ancora vivendo gli argentini.

 

Sarà un passaggio traumatico, dolorosamente traumatico, dato che tutte le risorse sono ormai nelle mani di quei signori manipolatori di capitali, e che gran parte delle nostre qualità lavorative sono state travolte: il villaggio globale ha distrutto l'artefice del prodotto finito, e lo ha sostituito con l'operaio costretto a costruire un bullone, un ingranaggio o solamente ad assemblare, e con l'impiegato o il fattorino capace solo di consegnare ciò che le multinazionali hanno commercializzato.

 

Dovremo reimparare ciò che ci hanno fatto dimenticare. Dovremo trovare il coraggio di intraprendere strade nuove, soluzioni originali. Dovremo sbarazzarci della moneta-truffa dei banchieri, e di tutti i loro ricatti, e fondare finalmente una moneta vera, quella del popolo.

Scrive Bruno Tarquini: "Siamo seduti su una polveriera" ha annunciato, dall'alto della sua competenza, l'economista Paolo Savona; e non può certamente sostenersi che non ci si renda conto, già da oggi, di quali potrebbero essere gli effetti di una sua eventuale esplosione. L'emissione della "moneta del popolo", già utile nell'attuale situazione per contrastare la rarità monetaria, arbitrariamente scelta dalle autorità finanziarie per la soddisfazione della loro sete di dominio, in caso di crisi sarebbe anche decisamente necessaria".

 

I popoli, vere vittime della tirannide delle "lobbies", sapranno riconquistarsi, pezzo per pezzo, tutta la sovranità che è stata loro sottratta.

 

Quando il cloroformio del benessere consumista si sarà esaurito, quando il bailame di gadget, telefonini, computers sarà andato in tilt, quando il "luna park" di supermercati e centri commerciali sarà rimasto senza prodotti, i popoli necessariamente dovranno riscoprirsi, rifondarsi, tornare ad esistere con la propria specifica identità e la propria cultura.

 

Questo sistema consumista, monetario e di "libero" mercato è un sistema entropico: un sistema destinato, prima o poi, a spegnersi, perché si basa sul continuo aumento dei consumi, quindi della produzione, quindi dello sfruttamento delle risorse, aumento che non può essere infinito, perché, giunti al punto in cui la disponibilità dei beni sarà inferiore alla quota d'incremento necessaria al perpetuarsi del sistema consumistico, si giungerà all'implosione economica.

 

Sarà un momento durissimo.

 

Ho ascoltato recentemente da un'anziana montanara il racconto dei tempi, non poi così lontani, in cui nelle nostre valli mancava tutto quello che oggi c'è. Si mangiava polenta, latte, castagne, formaggio, cotenne e qualche raro insaccato. Ma non tutto ciò era disponibile sempre; un giorno si mangiava questo, l'altro quello; la povertà era grande. Spesso, tra gli abitanti del villaggio, ci si riuniva e, allora, le cose andavano meglio perché c'era chi portava cotenne, chi cipolle, chi polenta, chi un salame, chi una ciotola di latte. "La miseria ci teneva uniti, e ci ha consentito di superare anche gli inverni peggiori", fu la conclusione del racconto.

 

I popoli hanno dimostrato già in molte occasioni di saper superare prove tremende, sviluppando una forza e una capacità solidale oggi insospettabili. Anzi, le loro qualità migliori le hanno espresse nei periodi più duri, e in quelli della ricostruzione, qualità che i signori delle banche internazionali non sospettano nemmeno e sicuramente non hanno preventivato.

 

I popoli europei, oggi ridotti a bracciantato per i servizi necessari allo sviluppo della nuova economia, quella della globalizzazione o del mondialismo, e delle multinazionali, sapranno ritrovare le proprie caratteristiche produttive e creatrici. Non resteranno, storditi, affamati, accampati accanto agli aeroporti, ad attendere l'arrivo degli "aiuti umanitari", come avviene in molti paesi del terzo mondo.

 

I popoli europei non accetteranno i nuovi ricatti di qualche nuova banca internazionale e sapranno ritrovare la sopita passione per la libertà e l'indipendenza.

 

La lotta per la libertà è una costante nella storia degli uomini. La lotta dei popoli per la libertà e per la sovranità sarà il tema dominante della storia di domani.

Nereo Villa

Castell'Arquato, 2/9/04

 

AGGIUNTA SUL LOBBYING

 

Lo stretto legame tra attività delle imprese e le dinamiche della politica si sono stabilite "da lungo tempo" (L. Gallino, "L'impresa irresponsabile", Milano, 2009, XIV-XV): "In misura crescente le grandi imprese si sono impegnate nei processi elettorali, nel finanziamento dei candidati e dei partiti politici, e in imponenti attività di pressione personale e di gruppo sui membri dei corpi legislativi e amministrativi, ciò che in sintesi si chiama LOBBYING (ossia, alla lettera, "aggirarsi nei corridoi"). Quando il costo della campagna per le elezioni presidenziali in Usa supera i 500 milioni di dollari, com'è avvenuto nel 2004, il finanziamento dei candidati per mano delle grandi imprese diventa indispensabile. Corrispettivamente diventa naturale la disponibilità che gli eletti, A QUALSIASI PARTE POLITICA APPARTENGANO, mostrano di fronte alle società finanziatrici allorché queste pretendono da loro interventi legislativi volti a ridurre il rischio che si chieda alle imprese di rispondere delle loro attività, in patria o all'estero. In Italia, la necessità di coprire quelli che furono sagacemente chiamati i "costi della democrazia" rientra fra le concause della condotta irresponsabile di molte imprese pubbliche negli anni '70 e '80, con relativi scandali finanziari e strategie industriali fallimentari. Una condotta cui erano state sospinte dai politici che controllavano attraverso il ministero delle Partecipazioni statali di allora la quota maggioritaria delle azioni, proprietà dello Stato (particolarmente pesante fu l'intervento dei politici nella chimica pubblica: cfr. F. Briatico, "Ascesa e declino del capitale pubblicoin Italia. Vicende e protagonisti", Bologna, 2004, spec. pp. 406 sgg.).

Quanto al LOBBYING, già nel 1996 un rapporto del leader della maggioranza repubblicana della Camera dei deputati Usa stimava in oltre 67.000 gli addetti regolarmente stipendiati del "settore lobbying" a Washington - divenuto il principale datore di lavoro privato della capitale. Trent'anni prima erano meno di 17.000. In altre parole nel 1964 v'erano 31 persone per ciascun membro del Congresso che lavoravano per influenzare la politica governativa; a metà degli anni '90 i lobbisti erano saliti a 125 per parlamentare (Office of Congressman D. Amery, "Washington's Lobbying Industry: A Case for Tax Reform", U. S. Congress, Washington, 19 giugno 1996).

L'Unione europea appare da tempo procedere per la stessa strada. Allo scopo d'influenzare le decisioni del Parlamento europeo, della Commissione europea e del Consiglio dei ministri, opera anche a Bruxelles un "SETTORE LOBBYING" formato da rappresentanti di oltre 3000 gruppi di interesse, tra cui 200 grandi imprese con i loro appositi uffici. L'intero settore occupa oltre 15.000 persone a tempo pieno. È possibile che né a Washington né a Bruxelles le corporation formino la maggioranza assoluta dei gruppi di pressione ivi dislocati. Nondimeno esse costituiscono di gran lunga i gruppi di maggior influenza per le risorse che sono capaci di mobilitare, compresi i servizi di agguerritissimi studi legali, forti di decine quando non di centinaia di avvocati (l'attività nell'Ue dei gruppi di pressione facenti capo a grandi imprese è oggetto da tempo di appositi studi. Cfr. tra gli altri P. Bouwen, "A Comparative Study of Business Lobbying in the European Parliament, the European Commission and the Council of Ministers", Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung, discussion paper 02/7, novembre 2002)” (ibid.).

Nereo Villa

Castell'Arquato, 10/11/11

BIBLIOGRAFIA

 

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Giuseppe Santoro, Banchieri e camerieri, Società Editrice Barbarossa, 1999.

Bruno Tarquini, La banca, la moneta e l'usura, Controcorrente, 2001.

AA.VV., L'antibancor, Edizioni di Ar, settembre 1992.

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AA.VV., L'antibancor, Edizioni di Ar, settembre 1995.

Mario Consoli in "Ma quale democrazia?" da "l'Uomo libero", a cura di Benedetto Brugia (http://www.paginadelleidee.net/7_politica/politica28.htm).

Nereo Villa, Il cielo di tutti, Ed. Ricerca '90, Napoli 2004.

Nereo Villa, Astrologia, numerologia e triarticolazione sociale, Ed. Ricerca '90, Napoli, 2003.

 

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creativefreedom
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9 novembre 2011 3 09 /11 /novembre /2011 12:55

Tutti i nostri politici, servi dei banchieri, muovono forsennatamente le chiappe indignate ad ogni aumento di spread. Nessuno di loro vede che il marcio consiste non tanto in tale aumento ma nell'esistenza dello stesso spread. Dico subito che il libero arbitrio non è per me la libertà (cfr. Rudolf Steiner, "La filosofia della libertà"); che reputo abominevole ogni tipo di impresa irresponsabile, vale a dire ogni impresa che in nome del mero libero arbitrio supponga di non dover rispondere ad alcuno in merito alle conseguenze in campo economico delle proprie scelte; e che ogni sistema di prestito ad interesse è usurocrazia altrettanto abominievole dalla quale dovremmo liberarci. Quindi non mi considero un libertario o, meglio, mi considero libertario solo nella libertà di distinguere e di scegliere fra libero arbitrio e libertà. Viceversa, questa libertà sembra non essere concessa fra certi sedicenti libertari nemmeno come libertà di parola.

 

Il movimento libertario si propone come movimento liberatore dalla schiavitù di Stato. Questo è un bene. Non tiene conto però che avversando l'idea di un futuro reddito di base per tutti e incondizionato dalla nascita alla morte, di fatto si fa perpetuatore di una schiavitù che se non sarà di Stato sarà di mercato, ma sempre di schiavitù si tratta. E questo perché l'impresa irresponsabile genera mercato-contro-l'uomo. Il problema non è solo quello di dirigenti più o meno inclini a commettere crimini in colletto bianco, che pure esistono; è piuttosto dato dal risultato di un modello strutturale, per vari aspetti scientificamente costruito, di governo dell'impresa. Lo scopo dominante di tale modello è far salire il prezzo delle azioni, più precisamente il valore di mercato dell'impresa. Succede però che per esempio tra l'impresa A che vale in borsa 10 miliardi di euro ma ha un fatturato di soli 5 miliardi e 3000 dipendenti, e l'impresa B che vale 6 miliardi benché fatturi 60 miliardi e conti 50000 dipendenti, il modello porta a concludere che A è largamente preferibile a B (questi rapporti fra vendite e valore di mercato delle imprese sono del tutto realistici e supportati  nelle classifiche annuali delle Global 500 o 1000 pubblicate da "Business Week", "Fortune", "Financial Times, "Forbes", ecc., in Luciano Gallino, "L'impresa irresponsabile", Trento, 2009).

 

La liberazione dall'obbligo del lavoro (badate: non dico liberazione dal lavoro ma dall'obbligo del lavoro) è oggi la principale esigenza del nostro tempo, e ciò è invece avversato dai libertari, ciechi di fronte al fatto che in questa loro avversione si ragiona come nell'ottocento, nel tempo cioè della nascita dell'industria. Proprio oggi che l'industria tradizionale sta sparendo perché il lavoro è prevalentemente svolto dall'automazione, avviene che

 

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l'ideologia libertaria incentrata principalmente sull'assolutizzazione della proprietà, rifiuta di vedere che tale libertà è l'unico vero raggiungimento del nuovo millennio (auspicato fra l'altro già dagli anni sessanta) avente la concreta possibilità di attuazione di un sostentamento proveniente non più dal lavoro ma da altra fonte. Fonte ovviamente non statale ma economica nel senso della triarticolazione fra cultura, economia e diritto spiegata da Rudolf Steiner.

 

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Proprio grazie ai nuovi raggiungimenti tecnologici dell'automazione del lavoro abbiamo dunque la possibilità di tale nuovo sostentamento. Il non accoglimento di tale sostentamento, di fatto rende l'uomo ancora più schiavo di prima. Quindi siamo ancora daccapo: prima l'uomo faticava per lavorare, oggi fatica addirittura per vivere perché il lavoro non c'è più in quanto svolto dalle macchine. È un paradosso!

 

Assolutizzando la credenza che sia giusto possedere ciò che si produce, si ritiene che la terra non sia di tutti ma solo di chi lavora. Ma a conti fatti si vede subito che ciò è solo un'astrattizzazione della realtà. 

 

Osserviamo per esempio un semplice ferro di cavallo, vare a dire un prodotto derivante dal lavoro del fabbro. Che sia proprietà del fabbro che lo ha prodotto, lo può dire per esempio un bambino o chi astrae dal ragionamento il fatto - di cui il fabbro è ben consapevole - che il ferro di cavallo "appartiene" anche al fornitore da cui ha acquistato la materia prima, l'incudine e il carbone, e pure ai minatori da cui il fornitore ha acquistato ferro, e così via, e a tutti coloro che in un modo o nell'altro hanno partecipato alla sua creazione secondo i presupposti della moderna divisione del lavoro nella quale tutti siamo coinvolti. Certamente in astratto o in modo superficiale, posso dire di essere proprietario di quello che compro, ma quello che pago per avere il ferro grezzo è nulla in confronto all'impiego di ciò che è stato necessario per ricavare dalla miniera il ferro: la tuta del minatore, il suo lavoro, il trasporto del materiale, ecc., tutti elementi anch'essi bisognosi in concreto di altri lavori (divisione del lavoro) al fine della loro e della mia esistenza. A me fabbro rimane poi solo una briciola del valore di quel ferro di cavallo, e so che dovrò scambiarla col macellaio, col panettiere e col sarto in cambio di tutti quegli altri beni che costituiscono l'autentico tessuto, o involucro, del mio vivere. Oltretutto, pagherò questi beni più del loro valore, perché anche gli altri commercianti dovranno soddisfare le richieste dei rispettivi lavoratori e creditori coinvolti nel loro e nel mio sostentamento. Tutto questo ragionamento sfugge al teorizzatore della proprietà assoluta, il quale non si rende conto che non vi è nulla di assoluto nel mondo (assoluto = ab-soluto = disciolto, staccato dal resto del mondo).
 

Se per ipotesi un gigantesco re del mondo stringesse in una mano una corazzata e domandasse al più saggio degli uomini chi l'ha costruita e a chi dovrebbe appartenere, delle due l'una: il più saggio degli uomini ammutolirebbe, oppure direbbe che quel re è il costruttore supremo, e che tutto dipende dunque da lui? (un esempio simile fece G. Bernard Shaw nel suo"Preface on the Prospects of Christianity" del 1916, trad. it."Sia fatta la sua volontà", Milano, settembre 2011)

 

Ma poniamo che non si voglia parlare del re o del creatore del mondo. Si potrebbe allora domandare: come fa una moltitudine di persone, ciascuna delle quali lavori per se stessa, a costruire una nave, o un aereo, o una centrale elettrica? Non ce la farebbe.

- Primo, perché perfino per realizzare un panino il panettiere non ce la farebbe mai se dovesse per se stesso prima arare il campo in cui seminare il grano e costruire un mulino per macinarlo.

- E secondo perché lavorare per sé significa avere un compenso che in sé non potrebbe mai bastare a compensare tutti coloro che dovrebbero lavorare a tali realizzazioni.

Questo significa che, fin dalla sua origine, il credito capace di compensare ogni essere umano è accresciuto dall'incremento della cooperazione di tutti. Il credito dunque aumenta con la organizzazione dei nativi della nazione.


In tal senso ogni credito è un prodotto nazionale (da non confondere con"statale") e ciò vale anche per il credito personale, dato che la responsabilità personale è una delle componenti del credito concesso ad un individuo, e in genere lo si concede fidando nella buona fede e nelle buone intenzioni del debitore, cioè sulla sua volontà di restituire la somma ricevuta.

 

Se si considera che tale restituzione dipende poi anche dalle condizioni ambientali e dal mantenimento dell'ordine pubblico, è chiaro che il credito personale è un prodotto nazionale (nel senso di cosa realizzata dai nativi di un luogo o nazione, oppure sociale nel senso di cosa realizzata dai soci di tutto l'organismo sociale in cui essi vivono).
 

Il caos sociale che stiamo vivendo non avrà mai fine finché non incominciamo a conoscere la terra come luogo dei nativi, cioè dei terrestri. La terra è di tutti!

 

Coloro che lo negano, credono che la terra appartenga non a tutti ma a pochi. E, ovviamente, si collocano fra quei pochi, ma senza alcuna animadversio, anzi quasi da ciechi volontari: grazie alla divisione del lavoro costoro, producendo ognuno un pezzo di meccanismo - chi una vite, chi una rotella, chi una conduttura elettrica ecc. - per il funzionamento dei macchinari, non si sono accorti (o non vogliono proprio vederlo) di avere creato, lavorando tutti non per sé ma per tutti gli altri, mezzi automatici di produzione di quelle stesse viti, rotelle, schede elettroniche, vale a dire macchine che producono macchine senza mano d'opera umana.

 

Non accorgendosi di ciò non riescono ad accogliere un nuovo modo di ragionare.  Questo nuovo paradigma di pensiero è, per chi lo vuol vedere, contenuto nella famosa parabola dei talenti (vangelo di domenica 13 novembre 2011): il Padre da' i talenti a tutti i suoi figli secondo la capacità di ognuno. Qualcuno li coltiva, qualcuno no, ed il debito rimane a colui che non ha coltivato.

 

Ecco la parabola:

"Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti" (Matteo 25, 14-30, bibbia C.E.I.).

Chi è convinto che la terra sia di pochi e non di tutti, dato che tutti non la lavorano, dovrebbe riflettere ancora sulla frase "A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì" e soprattutto sulle parole "a ciascuno secondo la sua capacità". Non tutti infatti nascono con gli stessi talenti per lavorare la terra.

 

In altre parole ogni essere umano è uguale per legge divina ma diverso per i talenti che ha: uno ha il talento del lavoro nei campi, un altro per dipingere chi lavora nei campi, un altro ancora per creare sonetti sul lavoro nei campi, e così via. Questi diversi talenti possono essere coltivati nella libertà di ognuno. Libertà, uguaglianza e fraternità sono valori essenzialmente diversi uno dall'altro.

 

Cosa dice l'uguaglianza? Dice che ognuno deve godere dei medesimi diritti divini ed umani di cui godono gli altri. Qui siamo nel campo della vera giustizia.

 

Cosa dice la libertà? Dice che ognuno è libero di coltivare i talenti che vuole. Qui siamo nel campo della vera cultura.

 

Cosa dice la fraternità? Dice che ognuno lavora per gli altri, e qui siamo nel vero campo etimologico di ciò che l'economia dovrebbe essere (cfr. l'etimologia).

 

In sintesi il ragionamento è di una semplicità estrema: la terra è del Padre, che ama tutti i figli suoi in uguale misura. Dunque vuole che un pezzo di questa sua terra sia di ciascuno. Poiché però vi saranno alcuni che possiedono anche le cose degli altri e alcuni che non possono disporre delle proprie, questi ultimi rimangono in credito, mentre gli altri rimangono in debito. Una discrepanza dunque.

 

Con un reddito di fondo incondizionato elargito dall'organismo sociale ad ogni suo socio dalla nascita alla morte, questa discrepanza non si verificherebbe, in quanto l'organismo sociale risarcirebbe ognuno, appunto, attraverso tale reddito incondizionato.

 

L'individuo dunque dovrebbe avere questo naturale diritto, almeno come ipotesi: nell'ipotesi possibile che il socio di un organismo sociale riceva dall'organismo sociale un reddito di fondo incondizionato dalla nascita alla morte, si verificherebbe che nella sua serie di conti egli resterebbe "in dare". L'organismo sociale invece resterebbe "in avere" in quanto gli conferirebbe tale reddito.

 

Il sistema di scrittura contabile che permette di registrare spostamenti di valori simultaneamente in due serie di conti al fine di rilevarne il dare e l'avere reciproci è detto infatti "partita doppia", e non è così difficile da capire: se mi dai dei soldi o mi offri una quantificabile prestazione di lavoro, tu rimani "in avere", mentre io "in dare".

 

Quando ti restituisco i soldi o il compenso dovuto, i conti chiudono a zero. Perché sommando tutto il "dare" e tutto l'"avere" la dinamica della partita doppia esige che si chiuda sempre a zero. 

 

Anche dal punto di vista del gigantesco re del mondo (quello che nell'esempio di prima stringeva in una mano la corazzata), la cosiddetta partita è doppia perché vedrebbe da un lato la terra che è di tutti, e dall'altro coloro che la sfruttano schiavizzando gli altri.

 

Il riconoscimento che i beni del creato attualmente fuori da ogni proprietà e sovranità (risorse minerarie di fondi oceanici o della luna, Antartide, bacini idrici, orbite satellitari per le telecomunicazioni, ecc.) valorizzati dalle tecnologie avanzate, sono di pertinenza comune, dove conduce? Conduce all'ipotesi che coloro che li sfruttano e li commercializzano siano in debito verso tutti gli altri.

 

Da questo punto di vista, la creazione di un fondo per la perequazione di quel debito e per lo sviluppo - mediante i proventi dei canoni di concessione dei beni di pertinenza comune - potrebbe non solo far uscire l'umanità dall'attuale usurocrazia, ma decondizionare ogni individuo dall'obbligo di lavorare per vivere.

 

Quindi non si tratta del dono ai poveri per filantropia o per collettivismo ma di denaro di donazione, che deve tornare (già Seneca affermava: "Ciò che dai all'altro non lo presti, ma lo restituisci": "De beneficiis",5,1,4) a essere elemento centrale della vita economica, così come è stato spiegato da Rudolf Steiner nei cicli di conferenze su "I capisaldi dell'economia", "Seminario di economia", "Esigenze sociali dei tempi nuovi" e nel libro "I punti essenziali della questione sociale", secondo la logica della triarticolazione dei soldi nelle tre forme essenziali di "acquisto", "prestito", e "donazione".

 

Steiner, profeta nell'avere anticipato l'incapacità governativa e parlamentare di limitare il potere del denaro a corso legale, aveva assegnato già nel 1920 l'organizzazione del denaro (monetaggio) alla sfera economica e non a quella giuridica: "[...] non sarà più l'amministrazione statale che dovrà riconoscere il denaro come mezzo legale di pagamento, ma questo riconoscimento dovrà fondarsi su misure emanate dai corpi amministrativi dell'organizzazione economica, perché in un sano organismo sociale il denaro non può essere altro che un assegno su merce prodotte da altri [...]" (R. Steiner, "I punti essenziali della questione sociale", cap. 3, Ed. Bocca). Il fenomeno delle tante valute locali o complementari che nascono nella sfera economica da associazioni di imprese è la conferma di questa affermazione, che sarebbe da discutere e da trattare sul mercato, nelle associazioni, nelle cooperative e non nel parlamento. Le nuove piccole valute complementari o locali favoriscono l'economia (da nomòs), e ogni indagine fatta sull'effetto sociale delle valute

 

nomos

 

locali conferma che queste rinforzano le comunità in cui circolano e sono accettate. Invece il monetaggio tradizionale favorisce l'"econòmia" con l'accento sulla seconda "o" (da nòmos) favorendo innanzitutto la legge della speculazione. Bisognerebbe incominciare a vederlo!

 

Si tratta di prendere coscienza che se si vuole un’economia che non sia anticapitalista e allo stesso tempo diversa dal capitalismo antiuomo, occorrono nuove fondamenta fra cui, appunto, il dono come era concepito nei tempi antichi, ovviamente impostato non più nell'antica coscienza sognante ma nella moderna coscienza di veglia. Certo che se non ci si sveglia, si rimane indietro e turlupinati dagli esemplari umani della specie animale più svegli...

 

Oggi sono ancora in molti quelli che credono di avere in banca i soldi che risparmiano, senza la minima consapevolezza che tale specie di denaro si chiama, in senso scientifico e spirituale, "denaro di prestito", specie diversa da quella detta "denaro d'acquisto" e dall'altra denominata "denaro di donazione".

 

Proprio per questa credenza, che dai tempi dei tempi imperversa per assenza di giudizio critico (e soprattutto oggi col pensiero debole) nelle persone, le persone sono turlupinate.

 

Chi non distingue le tre forme essenziali del denaro (acquisto, prestito, e donazione) e si fa attivista promotore astratto del denaro nell'aspetto che ha oggi, cercando consensi, voti, aderenti, ecc., divide di fatto gli uomini in partiti, obbligandoli psicologicamente e con dispendio di tempo e denaro (volantini, pubblicità, emails, spot pubblicitari, ecc.), ad organizzarsi a loro volta per cercare altri aderenti secondo l'anti-logica del pagare (propaganda, campagna pubblicitaria, public relations, ecc.) per avere consensi col risultato di una "catena di sant'antonio" capace di produrre solo dispendio di tempo, energia, e onorevole stupidità per le solite stolide "azioni politiche". E questo solo allo scopo di promuovere il possesso della terra per pochi eletti manipolatori di capitali. Invece occorre rendersi sempre più consapevoli che la terra è di tutti i terrestri, ed un pezzo di terra appartiene anche a te individuo.

 

Se riesci a vedere che la terra possa avere dato un potenziale reddito sufficiente perlomeno al tuo sostentamento, tale potenzialità la puoi benissimo pensare "in avere" nella tua serie di conti, mentre "in dare" rispetto all'organismo sociale a cui appartieni come socio. D'altra parte l'organismo sociale, ponendosi in "dare", non può non avvertire che la terra non appartiene più a se stessa, bensì ai vari proprietari terrieri.

 

Tutti i redditi potenziali dei vari proprietari terrieri dovrebbero pertanto - se questo ragionamento è esatto - essere messi in "dare". Per il solo fatto di possedere la terra, divengo allora debitore della terra elargitrice di quel reddito. L'individuo coltiva la terra e non solo produce quel reddito ma cento volte quel reddito. Trasformato quel reddito in denaro grazie ad individui che hanno tenuto la terra coltivata e che quindi hanno prodotto più di quello che era stato loro addebitato, vi dovrebbero essere in definitiva i conti di ogni sussistenza umana, anche per gli altri che invece hanno tenuto la terra lì, ferma, solo per desiderio di possesso. Questi ultimi rimangono pertanto "in dare", in quanto responsabili verso il Creatore perché non hanno fatto produrre la terra.

 

C'è dunque nell'assolutizzazione della proprietà qualcosa che non funziona e che va di pari passo con un'altra cosa che funziona come logica contro l'uomo anche se accettata come cosa buona e giusta: l'ideologia del"tasso"! Questa è l'ideologia dell'usura dormiente nella specie animale (come il"tasso" animale, appunto). Ebbene, chi dorme nella propria specie animale rifiuta di farsi individualità ed ama essere ancorato alla bestia, o tutt'al più elevarsi al mero livello canino del"lupus" secondo il noto adagio"homo homini lupus". In tal modo, imbestialiti, latranti e rabbiosi, si accetta la legalità del pizzo (pagabile per avere un utile prestito) e del conseguente"spread", neologismo (anzi orwelliano neolinguismo) il cui significato è"margine","guadagno", ottenuto dal"far la cresta" al prezzo dei soldi da vendere a qualcuno, così che il venditore facendo la cresta sulla sua merce, rende iniquo il mercato del prodotto, vale a dire il monetaggio, che produce materialmente quella carta detta cartamoneta.

 

Anticamente lo"spread" era detto"signoraggio" (i saputelli che procedono per definizioni fino a far finire l'economia nell'econòmia non lo ammetteranno mai e diranno che bestemmio), ma poiché lo stile gattopardiano vuole che tutto cambi affinché non cambi nulla - o che cambi la maniera ma non la sostanza del rubare o del far la cresta a un costo, a un prezzo, ecc. - lo ripeto: oggi il"signoraggio" è detto"spread" in quanto il"signore", la"signoria" e il predominio dell'uomo sull'uomo sono sostituiti da un altro dominatore o signore invisibile detto"democrazia"! La cresta fra le obbligazioni (bond) e i buoni pluriennali (btp) di un tesoro che fra l'altro non c'è, la cresta fra il"denaro" (che gli intermediari finanziari detti"market maker" sono disposti a comprare) e la"lettera" (che gli stessi sono disposti a vendere), e la cresta fra il costo di produzione delle banconote (carta e stampa) e il loro valore facciale, sono tre creste differenti o tre diverse espressioni della medesima dinamica principale dell'usurocrazia, scambiata oggi per democrazia in un mondo rovesciato come quello attuale?

 

In un simile mondo rovesciato, la parabola dei talenti, dovrebbe essere allora un motivo di risveglio, cioè un toccasana per prendere contatto inizial con lo stato di veglia dell'umano.

 

Si potrebbe parlare a lungo di questa parabola, e credo che non basterebbe una biblioteca per spiegarla a fondo, anche perché è una parabola escatologica come quella delle dieci vergini... Qui ho detto solo alcuni punti essenziali che riguardano il momento storico del presente. Ciao Bestie.

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7 novembre 2011 1 07 /11 /novembre /2011 14:14

110813liberta-spread

Spread: nuovo termine tanto in voga oggi. In italiano si dovrebbe chiamare “margine” o “guadagno”, o “cresta” (nel senso di “fare la cresta” ai soldi emessi senza riserva) ed i nostri “creditori” (i banchieri) farebbero un’opera di bene se lo spiegassero perché così parlerebbero di monetaggio, cioè della “spesa che occorre per creare moneta” (Vocabolario Zingarelli), che invece deve restare tabù. Chiamandolo “spread” invece fondano su questo inglesismo neolinguistico alla Orwell la loro ricca sopravvivenza. In parole povere - anzi bisognerebbe dire in parole adatte a noi poveri “maiali”, “pigs" o "piigs", dato che è così che questi nostri “creditori” ci considerano, come del resto considerano tutti i Paesi della periferia della cosiddetta eurozona - lo “spread” non è altro che “il di più” che ogni banca decide di aggiungere al costo della propria mercanzia, anche se questa è per lo più elettronica, e dunque priva di costi rispetto alla banconota cartacea. Il principio non è

diverso da quello commerciale: vi è un negoziante (la banca) che compra un prodotto (il denaro) da grossisti (banche più grosse) emittenti cioè aventi il monopolio di emettere soldi a macchinetta (non in base al PIL come si crede, dato che prima ci vogliono soldi, produzione e mercato per generare PIL e non viceversa) senza alcuna garanzia del loro valore, i.e.: senza riserva aurea, e legittimate in ciò a suo tempo dalle nazioni (non dai nativi, ignari) fino al punto della loro completa indipendenza ed autonomia rispetto alla propria logistica giurisdizione. Per fare un esempio di casa nostra, l’indipendenza della Banca d'Italia risale al luglio 1981 (G. Santoro, “Il tabù della banca centrale”, cap. 3° de "Banchieri e camerieri", Milano, 1999), così che dal 1981 le cose sono talmente degenerate che si può tranquillamente dire che oggi sono le banche a far fallire gli Stati. Dunque si compra dal “grossista” (banca centrale) a un prezzo all’ingrosso detto “tasso interbancario” e lo si rivende al cliente facendo la cresta, che è appunto lo “spread”! Questa aberrazione è norma! E la giustificazione è che “la banca ti presta soldi in cambio di garanzie ma la gestione e i rischi dell’operazione sono a carico suo e quindi vuole guadagnarci qualcosa” (M. Fratini - L. Marconi, "Vaffanbanka!", Padova, 2009). Insomma oggi lo “spread” è di moda e neanche ci si rende conto di cosa vi sia dietro questa aberrazione. Oltretutto la prassi vuole che questo “spread” sia agganciato all’“euribor” (altro termine occulto), che vorrebbe essere un indice imparziale e affidabile del “costo del denaro”. Se si ragionasse ancora con sano buon senso - cosa che ormai pare essersi persa - si potrebbe percepire senza bisogno del parere di tanti fasulli esperti, che il costo dei soldi è una stonatura, dato che essi dovrebbero permettere l’acquisto di cose “che costano”, ma non “costare” essi stessi se non come mere spese di tipografia (e solo per i soldi cartacei). Se oggi oramai tutto è elettronico, dov’è allora il costo del denaro? Non esiste. Eppure il “debito” esiste, ma è quello della banda Bassotti, anzi “Tassotti”, dato che serve poi ai politici come pretesto per spennarci, appunto, attraverso le tasse. 

Come dice il suo nome per esteso “euro interbank offered rate”, l’“euribor” è il tasso medio calcolato in euro mediante il quale le banche europee fanno affari tra loro. Sarebbe insomma un termometro sedicente fedele per chi parte dal presupposto che nessuno meglio delle banche sappia comprare e vendere soldi. Ciò sarà anche vero, però affidarsi all’“euribor” è un po’ come affidarsi alla Goldman Sachs che “consigliava il governo greco e nello stesso tempo lo attaccava” (Jean Quatremer, giornalista di “Libération” in "Debitocrazia", il film documentario dei giornalisti Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou sulla crisi; http://youtu.be/R3SxvKX3uW0). Ecco perché l’“euribor” è oramai croce e delizia di ogni mutuo a tasso variabile, e l’atto di mutuo è diventato come un atto di fede nella religione della troika “UE - FMI - BCE”, dalla quale ogni Nazione dovrebbe liberarsi se non vuole essere catastroficamente schiavizzata! Credo pertanto che sia giusta l’idea proposta da quel film: creare comitati civici per l’annullamento del debito italiano (o per la moratoria dello stesso, “moratorium on debt service”) dichiarandolo non solo illegittimo ma “detestabile”. Nel corso della storia, spiega il documentario, decine di paesi hanno rifiutato con successo di pagare debiti dei quali i cittadini non erano responsabili, ed il diritto internazionale offre spesso strumenti utili a tal fine, come appunto la nozione di "detestabile” riguardo al debito. Esiste una storia precisa della giurisprudenza di questo concetto scoperto negli anni ’20 dall’esperto di diritto e ministro russo Alexander Sack. Tre sono i requisiti per dichiarare detestabile un debito e che quindi non va pagato: 1) il governo del Paese deve aver conseguito il prestito senza che i cittadini ne fossero consapevoli e senza il loro consenso; 2) i prestiti devono essere stati utilizzati per attività che non hanno beneficiato la cittadinanza; e 3) i creditori devono essere al corrente di questa situazione e disinteressarsene. Le proposte di Sack servirono agli interessi degli Stati Uniti, i quali si confrontarono con la necessità giurisprudenziale di “debito detestabile” fin dal 1898, quando vinsero la guerra ispano-americana e poterono annettere Cuba e non avevano intenzione di pagare per gli errori dei regimi precedenti. Decisero dunque che il debito di Cuba era “detestabile” e si rifiutarono di pagarlo. Una storia simile avvenne anche in Messico, pochi decenni dopo. La maggior parte di esempi di “debito detestabile” del 19° secolo e degli inizi del 20° sembrano riguardare i paesi sottosviluppati del continente americano ma, in realtà, dietro tutte le decisioni di non ripagare i debiti si trovava una superpotenza in ascesa: gli Stati Uniti. E fu questa stessa superpotenza ad accompagnare la nozione di “debito detestabile” nel 21° secolo. Obama ha recentemente affermato infatti: "Penso che sarebbe un errore lasciare che l'Iraq continui a portare il peso degli errori di un dittatore ormai deposto". Gli USA continueranno ad “aiutare” l'Iraq e a cancellare vecchi debiti? Sembra dunque di sì. Nessuno però a Washington vuole sentir pronunciare le parole "debito detestabile”… Ovviamente formare commissioni civiche in grado di indagare anche sulla “detestabilità” del nostro debito italiano non dovrebbe provenire dall’alto ma dal basso, dagli scrittori, artisti, ecc., perché almeno si sappia che pagare un debito immorale è immorale. Faccio allora un appello anche a Jovanotti che cantava “cancella il debito”: si faccia coraggio e lo canti ancora ma per l’Italia e non solo per il Paesi del Terzo Mondo.

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5 novembre 2011 6 05 /11 /novembre /2011 11:17

tasso-tassa-fisco-spesa_bancaria.jpgSiamo in crisi in quanto specie animale, vale a dire bestie che accettano come normale l'usura, cioè il pagamento di tassi (http://vimeo.com/31590864) di interesse per avere prestiti. Se invece la specie animale si evolvesse in specie umana mediante individualità cosciente, non saremmo in crisi in quanto accetteremmo come normale il divieto cristiano dell'usura (cristiano nel senso di umano). 

- Secondo Aristotele, la moneta è un semplice mezzo di scambio da cui non si può ricavare altro denaro (nummus non parit nummos): serve per misurare il valore degli oggetti scambiati.

- "La moneta [...] è stata in primo luogo inventata per gli scambi; il suo uso naturale e primo è dunque di essere utilizzata e spesa negli scambi. Pertanto è in sé ingiusto ricevere un prezzo per l'uso del denaro prestato" (Tommaso d'Aquino, "Somma teologica, IIª, IIae, q.78). 

- "Prendere un'usura per del denaro prestato è in sé INGIUSTO, poiché si vende ciò che non esiste, attuando manifestamente, con ciò, una DISUGUAGLIANZA contraria alla GIUSTIZIA" (Ibid). 

- "È usura tutto ciò che viene richiesto in cambio di un prestito oltre al prestito stesso; riscuotere un'usura è un peccato (Urbano III, "Consuluit" decretale, inserita nel Codice di diritto canonico, 1187). 

- "Usura est plus accipere quam dare": "Usura è prendere più di quanto si sia dato" (S. Ambrogio, "Breviarium in Ps. LIV, Patrologia Latina XVI, col.982); 

- "Usuram appellari et superabundantiam quidquid illud est, si ab eo quod dederit plus acceperit": "Si ha usura quando si richiede più di quanto si da'" (S. Girolamo, "Decreto" di Graziano, c.14, q.3, c.4.). - "Signore, chi abiterà nella tua tenda? [... Colui che] presta denaro senza fare usura" (Salmo XV).

In verità il tasso è misura... anticristiana. Ciao bestie!

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2 novembre 2011 3 02 /11 /novembre /2011 12:20

Video per i morti dentro: http://vimeo.com/31475402

Data di creazione del video: 2 novembre 2011.

Se il signoraggio non esiste a priori... esisterà a posteriori, cioè per i morti... 

Domanda per i libertari saputelli neo-peripatetici (nonché alquanto patetici): se è vero che il signoraggio è un falso problema o che il signoraggio non esiste a priori, che cos'è lo spread tra il costo di produzione delle banconote (carta e stampa) e il valore facciale delle stesse?

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1 novembre 2011 2 01 /11 /novembre /2011 11:43

Nereo Villa 31 ottobre 2011Nel vangelo di domenica prossima (6 novembre 2011) si parla della parabola dell'olio delle dieci vergini, cinque delle quali sono stolte. Eccola:

"Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. Ora, mentre quelle andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora" (Matteo 25, 1-13).

Se una volta nella storia della chiesa si fosse spiegato il senso di questa parabola, la chiesa non sarebbe divenuta quello che è: un'intercapedine mafiosa fra lo Stato-mafia e un sistema finanziario (bancario e monetario) assassino. Questa mia valutazione emergerà nel corso della spiegazione della parabola con sempre maggiore chiarezza.


Innanzitutto occorre farsi alcune domande: che razza di regno è quello in cui si impone da ogni invitato una lampada accesa? Si suppone che quel luogo non sia illuminato, dato che ciascuno deve portare egli stesso la luce. Ma non basta una lampada per tutti? E perché invece lo sposo è così crudele da non esitare a chiudere la porta in faccia alle cinque vergini sprovviste di olio e che, tuttavia, gli sono andate incontro? Il loro peccato è dunque così grande da meritare una tale punizione? Che buzzurro questo sposo, che sveglia tutti in piena notte e lascia fuori cinque povere giovani col pretesto che non hanno olio nella loro lampada! Vale veramente la pena di aspettare un simile pirla, che fa tanto casino per un po' d'olio? Inoltre, che razza di saggezza è quella di chi, anziché donare un po' d'olio a chi non ne ha, lo manda al mercato ("andate piuttosto dai venditori") come se il mercato fosse la risposta a tutto?
 

Dunque come si può spiegare un regno dei cieli in cui i saggi e gli sposi sono così buzzurri?


L'unica spiegazione può dunque essere simbolica. L'olio deve quindi simboleggiare qualcosa di talmente individuale che non può provenire da fuori di noi. La chiesa predica il Cristo da 2000 anni senza spiegare che la parola "Cristo" era un termine tecnico per indicare qualcosa che non può provenire da fuori di noi. Ora, fra tutte le parole di tutti i vocabolari di ogni lingua, ve ne è una sola che non può essere usata per indicare qualcosa che è fuori di noi.

 

Questa parola è "io" ed ha la funzione di indicare sia l'interiorità di ognuno sia anche il vero potere di ogni individualità.

 

Ogni individualità, grazie alla sindéresi della propria coscienza ("sindéresi", questa parola è quasi del tutto sparita pergino dai vocabolari!) sa discernere fra cattiveria e bontà, ingiustizia e giustizia, odio e amore, stoltezza e saggezza, menzogna e verità, e trasformare le prime nelle seconde. Cosa sono cattiveria, bontà, ingiustizia, giustizia, odio, amore, stoltezza, saggezza, menzogna e verità, se non dieci qualità come dieci sono le vergini, cinque delle quali rappresentano le virtù e le altre i difetti corrispondenti?


Siamo allora di fronte qui a un'altra domanda: la natura dell'uomo è buona oppure è cattiva?

 

In quanto specie animale è cattiva, mentre è buona in quanto individualità che supera la specie. Ecco perché il termine tecnico per indicare l'individualità in quanto specie superiore ad ogni altra specie era quella detta del "figlio dell'uomo". Con questo termine si indicava l'io umano, immateriale in quanto non proveniente da carne o sangue, e quindi spirituale in quanto in grado di riconoscere la divino-umanità (Matteo 16,17).

 

L'individualità umana è tale in quanto supera i legami di specie. Se ne libera.

 

Se non se ne libera non si può parlare di individualità, dato che permane qualcosa d'altro nell'uomo: l'esemplare della specie, il gregario, l'uomo di parte o di partito, ecc., praticamente il buzzurro che non ne vuol sapere di ragionare, dato che anche il ragionare presuppone il pensare come antimateria o come forza spirituale universale. In tal caso l'uomo rimane incompleto. È un uomo a metà in quanto il figlio dell'uomo in lui, cioè il suo io, non opera liberamente in lui.
 

Prima o poi però questo uomo incompleto è costretto a sperimentare una grande delusione: tutto ciò in cui credeva crolla; se credeva nelle istituzioni dello Stato, si accorge di essere da queste abbandonato; non solo! È abbandonato da tutti: dagli spiriti del popolo, della stirpe, della razza, dei partiti, ecc., e deve sperimentare su di sé il non-valore di ogni addomesticamento ricevuto. Si pensi per esempio a quello  proveniente dalle scuole dell'obbligo verso il senso di Stato, il senso della legalità, il senso delle istituzioni di Stato, ecc., tutte "cagate pazzesche" direbbe Fantozzi!

 
Una simile delusione non sta forse avvenendo proprio oggi con la crisi dell'economia... dei buzzurri? (Se avete tempo, e voglia di farvi anche una risata, guardate questo video
http://vimeo.com/29476400).

 

In ogni caso, solamente un buzzurro può rispondere al suo prossimo meno abbiente: "Ti manca quella data cosa? Vai al mercato"!
 

È dunque evidente che nella parabola delle dieci vergini lo sposo è qualcuno che deve venire, cioè qualcosa che non si può comprare al mercato, in quanto viene sotto forma di luce, immaginativa, ispirativa, intuitiva. E che cosa è? È l'io umano.

 

È l'io che viene, immateriale, non minerale corpo fisico. E la luce delle lampade è la luce di ogni io, resa immaginativamente percepibile con l'olio dell'unzione messianica. Un'altra immagine di questa luce è quella di pentecoste, quando le fiammelle sul capo di ognuno simboleggiano lo Spirito Santo...

 
Da ogni iniziazione o scuola misterica è risaputo che se l'uomo non impara a morire nella sua vita (morire alla pseudo-vita della cattiveria, dell'ingiustizia, dell'odio, della stoltezza, e della menzogna) condizionata dai legami della specie, perisce nella morte: con la morte del suo corpo fisico, in seguito alla rottura dei fili di congiunzione fra pensare, sentire e volere, si dissolvono anche tutte le nozioni che egli crede avere fatto proprie ed ogni pensiero che crede sua proprietà.
 

Da ogni iniziazione o scuola misterica è altresì risaputo che durante il trapasso l'uomo volge indietro lo sguardo su tutte le vicende dell’educazione passata, come si potrebbe guardare una casa che si sta sgretolando nei suoi singoli mattoni, e che si deve ormai riedificare in nuova forma.
 

Ecco perché nella parabola delle vergini stolte/sagge è indicato, per chi ha orecchi per intendere, che solo la crescita interiore produce quell'"olio" che non si compra al mercato, né si perde, nemmeno col trapasso. Invece il non impegnarsi a crescere comporta che nessuno, neanche una divinità ci possa aiutare, e che infine si perda anche il (troppo) poco che si era conquistato.

 

Questa è la vera dinamica del regno dei cieli: a tutti è data la possibilità dello Spirito Santo, cioè dell'universalità del pensare. Nessuno è a ciò obbligato da alcuna scuola dell'obbligo. Chi vuole restare buzzurro ed avere come suo unico dio il mercato, nessuno lo obbliga a cambiare idea, però quando sta per morire non può comprare lo Spirito Santo al mercato, Spirito Santo che oltretutto ha sempre avversato in vita. Mi sembra giusto.


Maledire chi rimane diverso come l'olio in contatto con l'acqua è tipico del buzzurro, il quale vorrebbe omogeneizzare tutti, anche e soprattutto coloro che non vogliono mescolarsi a lui. Allora incomincia a frullarli con energia e insistenza crescenti. Ma anche se frulli l'olio con l'acqua, l'olio della ragionevolezza torna sempre a galla. Allora il buzzurro inizia a fare scongiuri contro la magia della resistenza umana, che definisce schiava del maligno e, se ne è capace, prende le armi contro di loro perché non tollera chi si dimostra sicuro di quanto afferma. Questa non tolleranza è il libero arbitrio del buzzurro, l'ideologia libertaria, creduta libertà.

 

O libertario buzzurro che non vuoi saperne di ragionare, non avere paura dell'io! Non avere paura di te stesso!

 

Non bisogna avere paura dell'io , o bestie! (http://vimeo.com/31421556)

 

La nascita verginale del "figlio dell'uomo" da parte della natura umana, il senso della nascita del Cristo in quanto involucro (sinderesi) dell'"io sono" nell'uomo, fa parte della storia sacra dell'uomo! Ciò è verificabile attraverso la percezione di un rapporto di equivalenza fra la storia dell'individuo e quella dell'umanità. Infatti, tanto nell'infanzia dell'umanità quanto in quella del bambino si passa dalla consapevolezza di sé in terza persona a quella in prima persona. Troviamo testimonianza di ciò nei testi più antichi: come quella di cinquemila anni fa in cui il faraone Azoze, V dinastia, circa 2900 a.C., diceva "La mia maestà ha visto" (G. Farina, "Grammatica della lingua egiziana antica", Ed. Hoepli, pag. 183 e 184), anziché dire "Io ho visto". Allo stesso modo, duemila anni fa, la "madre" dice ancora "l'anima mia magnifica il Signore", anziché dire "io magnifico il Signore" (Luca, 1,46).

 

Il senso del "Magnificat" è da questo punto di vista una importantissima testimonianza, regolarmente omessa dalla predicazione della chiesa sulla nascita dell'io nell'umano! Fatto molto grave questo, dato che nella misura in cui si prova a ripercorrere all'indietro le antiche forme di autocoscienza dell'umanità, dal tempo dell'avvento del "figlio dell'uomo" fino ai primordi, oltrepassando i tempi dell'essenziale esigenza mosaica di un dio che dica di se stesso "Io sono l'Io sono" (Esodo, capitolo 3, versetti 13-16), fino ai tempi prediluviani, è percepibile come l'umanità tenda ad indicare se stessa sempre in terza persona singolare, come gli infanti quando, prima di scoprire la parola "io", indicano se stessi servendosi del proprio nome.

 

Ovviamente, qui non si tratta di una percezione materiale simile a quella che si ha di un cotechino, perché qui - a parte i pochi documenti antichi rimasti - la materia percepibile è poca. Si tratta dunque di percezione soprasensibile, vale a dire di intuizione, veggenza spirituale, che abbisogna, appunto di luce e quindi di "olio" per la "lampada" del nostro comprendonio. E questa è la stessa veggenza spirituale che permetterà a Rudolf Steiner la seguente affermazione: "La terra degli Atlanti era quella che la mitologia germanica designa con i nomi di "Niflheim", "Nebelheim", "Wolkenhein", terra delle nebbie. [...] Il continente atlantico venne sommerso a seguito di una serie di diluvi nel corso dei quali l'atmosfera terrestre si rischiarò. Solo in seguito si videro il cielo azzurro, i temporali, la pioggia e l'arcobaleno. Per questo dice la Bibbia che, dopo che l'arca di Noè aveva toccato terra, l'arcobaleno divenne il nuovo segno del patto fra Dio e gli uomini. [...] Solo allora l'uomo iniziò a chiamarsi "io". Gli Atlanti parlavano di se stessi in terza persona" (Rudolf Steiner, "Kosmogonie", Opera Omnia n. 94, R. Steiner Verlag, Parigi, 26 maggio 1906; cfr. anche R. Steiner, "I manichei", Ed. Antroposofica, Milano 1995).

 

La vita dell'io in terza persona si è fatta sentire fino nel "plurale maiestatis" degli ultimi papi, perché sempre la vita di un periodo precedente diviene la forma di quello successivo. È una legge evolutiva che si esprime qui.

 

Il male non consiste nell'evoluzione, ma nel non voler tenerne conto!

 

La nuova forma sociale, la nuova moneta, non è l'euro né ogni altra diavoleria imposta forzosamente dall'alto. Ciò che è alto è l'io, e solo l'io, e dunque la sovranità dell'individuo, da cui scaturirà il Reddito di Base per tutti dalla nascita alla morte, secondo la triarticolazione dell'ordine sociale, cioè secondo il sabato per l'uomo di cui parlava Gesù.

 

Anche la moneta di oggi non è chiara ed abbisogna di essere illuminata dalla "lampada" del comprendonio, dato che gode di privilegi non goduti dalle merci. Perciò è iniqua. Non per altro. Non ci vuole molto a capirlo: la moneta è equa (cioè non iniqua) solo se le si impedisce di stagnare, solo se la si naturalizza, facendola rientrare nel divenire entro lo spazio ed il tempo delle cose, di tutte le cose, e quindi delle merci.

 

Quando l'uomo farà in modo che essa deperisca in modo naturale, come deperiscono le merci quando non sono consumate, allora sarà equo strumento di scambio.

 

Ecco perché, sempre per chi ha orecchie per intendere, nella "liquidità" del mare monetario da cui Gesù fa prelevare moneta fiscale (Matteo 17,27) esiste il vero movimento della vita economica, dato dalle sue necessarie onde, liberatrici da ogni stagnazione e crisi.

 

Oggi dovremmo dire: "Padre nostro liberaci dal male... della stagnazione che è in noi... nel nostro mero emisfero sinistro dell'ideologia che fa gregari, cioè schiavi di idee credute Dio!"

 

Vera stagnazione è infatti quella del cervello malato di coloro che pretendono l'attuazione della neosocietà e della neofiscalità, retrocedendo, attraverso le forme di ieri, attraverso la democrazia che in verità è usurocrazia: forme antiche che generano altre forme antiche, spingendo le persone a formare da un lato fazioni in lotta fra loro, e contemporaneamente a risparmiare, portando i loro soldi in banca... È la follia! Queste persone, altro non sono altro che un'ignara espressione (una delle tante) della "belva feroce" di cui parlava Nietzsche (F. Nietzsche, "Genealogia della morale", Adelphi, Milano 1995, pag.30-32).

 

È proprio nell'intimo di questa follia che tale bestia giace, avida di vittoria:

"la belva deve di nuovo balzar fuori, deve di nuovo rinselvarsi - aristocrazia romana, araba, germanica, giapponese, eroi omerici, vichinghi scandinavi - tutti sono eguali in questo bisogno. [...] È ancor sempre una ripercussione di quell'inestinguibile terrore con cui l'Europa, nel corso dei secoli, ha riguardato la furia della bionda bestia germanica [...]. I discendenti di ogni schiavitù europea e non europea e di ogni popolazione pre-ariana in particolare - costoro rappresentano la retrocessione dell'umanità [Essi] sono un obbrobrio per l'uomo [...] un elemento demoniaco..." ("I manichei",  cit.).

Ma il male dovrà essere espulso dalla corrente dell'evoluzione universale come una scoria:

"Dominano i mali, testimoni d'egoità che si libera per colpa altrui d'egoismo, vissuta nel pane quotidiano, in cui non domina la volontà del cielo, da quando l'uomo si separò dal vostro regno e obliò il vostro nome o Voi, Padri nei cieli" (dall'antico "Padre Nostro": Rudolf Steiner, "Il quinto vangelo", Ed. Antroposofica, Milano, 1989).

Scriveva il librettista l'arquatese Luigi Illica:

"[...] Bestemmiando il suolo che l'erario a pena sazia [...] fui soldato e glorioso affrontato ho la morte che, vile, qui mi vien data. Fui letterato, ho fatto di mia penna arma feroce contro gli ipocriti" (Luigi Illica, "Andrea Chénier. Dramma di ambiente storico", Ed. Casa musicale Sonzogno, Milano, 1978).

L'azione di questo dramma si svolge in Francia fra il 1789 ed il 1794. In piena rivoluzione francese dunque! Inutile, come ogni rivoluzione in cui la dolcezza e la non violenza non siano ancora divenute il fondamento vero del procedere dell'io.

 

Prima sono i poeti ad accorgersene, gabbiani discepoli dell'aria, che apprendono l'arte del volo... Poi tutti i piloti di se stessi, incominciando dai più increduli nei confronti di sé. Allora incomincia ad apparire la vera struttura dell'ordine universale delle cose, mostrando le vere dinamiche di uguaglianza, fraternità e libertà a cui nessuno, materialista o spiritualista, può sfuggire.

 

In un modo o nell'altro le torri dell'iniquità devono cadere come le torri gemelle o diventare sempre più leggere:

"iugum enim meum suave est et onus meum leve est", "il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero" (Matteo 11,30).

E tutte queste cose le scopri il giorno in cui si desta in te la consapevolezza dell'io, libero formatore del tuo destino.

"Coloro che hanno a cuore il tema della fraternità e della socialità, allorché lo ameranno al punto da dedicare ad esso la vita, non potranno fare a meno di scoprire che il problema sociale è inseparabile dal problema del karma e che la conoscenza della legge del karma è la forza trasformatrice della società futura" (Massimo Scaligero in Nereo Villa, "Numerologia biblica. Considerazioni sulla matematica sacra", SeaR Edizioni, Reggio Emilia, 1995, cap. V; cfr. anche Nereo Villa, "Il sacro simbolo dell'arcobaleno. Numerologia biblica sulla reincarnazione", SeaR Edizioni, Reggio Emilia, 1998, cap. VII.).

sepolcro.gifEcco perché perfino i sepolcri parlano... La morte non è che una nuova vita...

 

Ecco perché è importante l'avvento dell'io nell'umanità. Ecco perché è importante il "Magnificat" (http://vimeo.com/31364038 ).


Chi ha il coraggio di comprende le parole del "Magnificat" sa che quando il Cristo non era ancora nato la vergine umanità non diceva ancora la parola "io". Gli uomini indicavano se stessi come fanno gli infanti, in terza persona: "Mario ha fame" in luogo di "io ho fame", "L'anima mia (magnifica il Signore...)". Il "Magnificat" testimonia del passaggio dall'umanità antica, che non diceva ancora "io", alla nuova umanità che dice "io". Il rapporto del Cristo con l'io umano è messianico: "Messia" significa "unto". Il Cristo è l'involucro protettivo dell'io dell'uomo, reso splendente se con l'olio si unge il suo corpo.

 

Ecco anche perché nei vangeli, l'unico passo biblico letto da Gesù di Nazaret in sinagoga evoca l'unzione (Luca 4,17-21).

 

Nell'aramaico targumico e talmudico, "mešah" (o mishà) significa sia "olio" che "misura", perché la misura del bene e del male consiste nel contenuto di tale involucro: la coscienza, anticamente detta "sindéresi".

 

La parabola delle 10 vergini è la parabola dell'olio e del 10 che lo contiene come fortuna per la vergine umanità nella prima lettera Yod del nome del Padre (Yhwh). "Yod" è anche detta nel "Sefér Yetzirah" (Libro della formazione dell'universo) "lettera zodiacale della Vergine".

 

Il valore numerico della lettera Yod è 10. In greco "Yod" è lo "iota", la lettera più piccola dell'alfabeto, simile a un apice o a un accento, di cui Gesù predicava l'importanza (Matteo 5,8).

 

Gli accenti sono importanti.

 

Per esempio, chi oggi parla di "economia" non tenendo conto del diverso accento greco fra "nòmos" e "nomòs" predicherà la "nomia" di "economia" come legge (nòmos) anziché come pascolo (nomòs) presupponente il "distribuire" ("nomòs" proviene da "nemo", "distribuire") (vedi la pagina "Economia - Etimologia per cervelli non fusi:

http://creativefreedom.over-blog.it/article-economia-etimologia-per-cervelli-non-fusi-87515550.html) solidale, essenza universale dell'economia. E ciò comporterà crisi economica, povertà.

 

Nello "Zohar" si legge: "Come mai il Messia è detto povero? Perché non ha nulla di suo". In ebraico "povero" si pronuncia "anì", esattamente come la parola "io", anche se con una lettera diversa.

 

Anche l'io non ha nulla di suo.

 

E qui sta il mistero dell'universalità del pensare, nuovo progetto conoscitivo portato dall'Unto, cioè dal Cristo, involucro di ogni io umano autocosciente.

 

La parabola delle dieci vergini e dell'olio mancante a cinque di loro parla del mancare in loro della sanità mentale o dello spirito sano (Spirito Santo). Che cos'è? È la facoltà di comprendere l'unitarietà o l'universalità del pensare:

"Chi comprende la parola dello Spirito Santo, comprende che la saggezza è unitaria. Gli uomini però non sono ancora giunti a questo punto; essi dicono pur sempre: questo è il mio punto di vista; secondo me è così, e l'altro può ben avere un punto di vista diverso. Questa visione delle cose deve essere superata. Gli uomini dovettero parcellizzarsi per una fase di egoismo, di affermazione dell'io; e non hanno ancora trovato la via verso la saggezza unitaria. La troveranno in quanto si accosteranno realmente ad essa, dopo essersi individualizzati quanto più è possibile. Quando si sarà acquistato lo spirito unitario della saggezza ci si disabituerà al dire: questo è il mio punto di vista, questa è la mia opinione. Quando si sarà compreso che, rispetto alla saggezza unitaria, non esistono punti di vista particolari, e che l'avere un proprio punto di vista non significa altro che non si è progrediti sufficientemente, solo allora si potrà concepire l'idea dello Spirito Santo. Solo l'uomo imperfetto ha il suo punto di vista. Chi si avvicini allo spirito della saggezza, non avrà più i suoi punti di vista. Egli saprà che deve darsi con abnegazione alla saggezza unica originaria. Come le piante si volgono tutte ad un unico Sole, così gli uomini si uniranno e si volgeranno ad un UNICO spirito, all'unico spirito della saggezza che vivrà in loro. Come dal Cristo sgorgò quel sangue che originariamente aveva unito fra loro gli uomini, così la saggezza si effonderà su di noi congiunti in fratellanza" (Rudolf Steiner, "Il significato storico universale del sangue fluito dalla croce", conf. di Berlino del 25/03/1907).

La vera tragedia del presente deriva dall'assunzione buzzurra del concetto di economia, tutt'altro che universale:

"La cordialità che l'"oikonomia" presuppone è spenta nella testa di chiunque e l'intento fraterno si riduce pertanto a ideologia. Di qui il paradosso: non c'è fraternità economica per i moderni che non indica un'avversione o una doppia morale" (G. Alvi, "Il capitalismo. Verso l'ideale cinese", Venezia, ottobre 2011).

 

In "oikonomia", la vera casa, "oikos", della fraternità è simbolicamente Betlemme, che etimologicamente significa "Casa del pane", pane che sarà poi distribuito, appunto, da Gesù nell'ultima cena... 

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31 ottobre 2011 1 31 /10 /ottobre /2011 12:46

http://vimeo.com/31364038

Chi comprende le parole del "Magnificat" sa che quando il Cristo non era ancora nato la vergine umanità non diceva ancora la parola "io". Gli uomini indicavano se stessi come fanno gli infanti, in terza persona: "Mario ha fame" in luogo di "io ho fame", "L'anima mia (magnifica il Signore...)". Il "Magnificat" testimonia del passaggio dall'umanità antica, che non diceva ancora "io", alla nuova umanità che dice "io". Il rapporto del Cristo con l'io umano è messianico: "Messia" significa "unto". Il Cristo è l'involucro protettivo dell'io dell'uomo, reso splendende se con l'olio si unge il suo corpo. Ecco perché nei vangeli, l'unico passo biblico letto da Gesù di Nazaret in sinagoga evoca l'unzione (Luca 4,17-21). Nell'aramaico targumico e talmudico "mešah" (o mishà) significa sia "olio" che "misura", perché la misura del bene e del male consiste nel contenuto di tale involucro: la coscienza, anticamente detta "sindéresi". La parabola delle 10 vergini è la parabola dell'olio e del 10 che lo contiene come fortuna per la vergine umanità nella prima lettera Yod del nome del Padre (Yhwh). "Yod" è anche detta nel "Sefér Yetzirah" (Libro della formazione dell'universo) "lettera zodiacale della Vergine". Il valore numerico della lettera Yod è 10. In greco "Yod" è lo "iota", la lettera più piccola dell'alfabeto, simile a un apice o a un accento, di cui Gesù predicava l'importanza (Matteo 5,8). Gli accenti sono importanti. Per esempio, chi parla di "economia" non tenendo conto del diverso accento greco fra "nòmos" e "nomòs" predicherà la "nomia" di "economia" come legge (nòmos) anziché come pascolo (nomòs) presupponente il "distribuire" ("nomòs" proviene da "nemo", "distribuire") solidale, essenza universale dell'economia. E ciò comporterà crisi economica, povertà. Nello "Zohar" si legge: "Come mai il Messia è detto povero? Perché non ha nulla di suo". In ebraico "povero" si pronuncia "anì", esattamente come la parola "io", anche se con una lettera diversa. Anche l'io non ha nulla di suo. E qui sta il mistero dell'universalità del pensare, nuovo progetto conoscitivo portato dall'Unto, cioè dal Cristo, involucro di ogni io umano autocosciente. La parabola delle dieci vergini e dell'olio mancante a cinque di loro parla del mancare in loro della sanità mentale o dello spirito sano (Spirito Santo). Che cos'è? È la facoltà di comprendere l'unitarietà o l'universalità del pensare: "Chi comprende la parola dello Spirito Santo, comprende che la saggezza è unitaria. Gli uomini però non sono ancora giunti a questo punto; essi dicono pur sempre: questo è il mio punto di vista; secondo me è così, e l'altro può ben avere un punto di vista diverso. Questa visione delle cose deve essere superata. Gli uomini dovettero parcellizzarsi per una fase di egoismo, di affermazione dell'io; e non hanno ancora trovato la via verso la saggezza unitaria. La troveranno in quanto si accosteranno realmente ad essa, dopo essersi individualizzati quanto più è possibile. Quando si sarà acquistato lo spirito unitario della saggezza ci si disabituerà al dire: questo è il mio punto di vista, questa è la mia opinione. Quando si sarà compreso che, rispetto alla saggezza unitaria, non esistono punti di vista particolari, e che l'avere un proprio punto di vista non significa altro che non si è progrediti sufficientemente, solo allora si potrà concepire l'idea dello Spirito Santo. Solo l'uomo imperfetto ha il suo punto di vista. Chi si avvicini allo spirito della saggezza, non avrà più i suoi punti di vista. Egli saprà che deve darsi con abnegazione alla saggezza unica originaria. Come le piante si volgono tutte ad un unico Sole, così gli uomini si uniranno e si volgeranno ad un UNICO spirito, all'unico spirito della saggezza che vivrà in loro. Come dal Cristo sgorgò quel sangue che originariamente aveva unito fra loro gli uomini, così la saggezza si effonderà su di noi congiunti in fratellanza" (Rudolf Steiner, "Il significato storico universale del sangue fluito dalla croce", conf. di Berlino del 25/03/1907). La vera tragedia del presente deriva dall'assunzione buzzurra del concetto di economia, tutt'altro che universale: "La cordialità che l'"oikonomia" presuppone è spenta nella testa di chiunque e l'intento fraterno si riduce pertanto a ideologia. Di qui il paradosso: non c'è fraternità economica per i moderni che non indica un'avversione o una doppia morale" (G. Alvi, "Il capitalismo. Verso l'ideale cinese", Venezia, ottobre 2011). In "oikonomia", la vera casa, "oikos", della fraternità è simbolicamente Betlemme, che etimologicamente significa "Casa del pane", pane che sarà poi distribuito da Gesù nell'ultima cena...  

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30 ottobre 2011 7 30 /10 /ottobre /2011 19:29

Il primo OGM della storia biblica risulta essere la donna: http://vimeo.com/30188817

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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