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29 ottobre 2011 6 29 /10 /ottobre /2011 17:12

Seguimi nel "Consultorio di economia della triarticolazione sociale"

 

ultima-cenaOmelia per cervelli non fusi sull'etimologia di economia

 

L'etimologia di "economia" ha in sé la solidarietà. Fuori da questa solidarietà l'economia è molto pericolosa.

 

La "calamità" è una disgrazia, la "calamìta" è un magnete; il "pànico" è una paura, il "panìco" è una graminacea. Gli accenti contano. "Prendere  bòtte" è diverso dal "prendere una bótte"; la nota musicale "re" è tutt'altra cosa dal "rè" sovrano, ecc. Allo stesso modo l'economia di oggi poggia essenzialmente su regole anziché sulla sua vera essenza che è la solidarietà. Invece le regole, le leggi, dove portano? All'ira. "La legge (nòmos) infatti produce l'ira; dove non vi è legge (nòmos), non vi è neppure violazione" (Paolo di Tarso, "Lettera ai romani", 4,15; vedi anche 3,20; 5,13-20; 7,8-10).

 

Nel quinto volume della "Grande Encyclopédìe" Rousseau riferisce la parola "economia" ai termini greci "oikos", "casa", e "nòmos", "legge", traducendo "oìkonomìa" come "legittimo governo della casa". In tal modo ne sballa completamente l'etimologia, quella stessa accettata per buona dai cervelli incolti degli odierni economisti buzzurri (http://youtu.be/I2neIgnzUIM) che conferisce loro ulteriore e facile pretesto per sparare idiozie su idiozie fino a generare l'odierna crisi economica.

 

Ovviamente nelle universalità odierne l'economia è spiegata con questa etimologia d'accatto e cioè come crescente intento amministrativo di "efficienza" che conosciamo tutti dalla storia!

Le scuole che obbligano a questo superficiale nozionismo ideologico sono università che non poggiano su universalità di pensiero, così che esigono fede, non ragionevolezza; credenza, non vita del pensare.

Se nella testa del nozionista ideologico vi fosse un'apertura per una minima esperienza culturale differente, potrebbe avvedersi del fatto che l'etimologia di "economia" è completamente diversa da quella che crede.

 

Se per esempio il docente di economia delle università avesse davvero letto Omero non potrebbe accettare di insegnare l'economia come "nòmos", legge, dato che in greco non vi è solo il termine "nòmos" con l'accento sulla prima "o", ma anche "nomòs" con l'accento sulla seconda.    

 

nomos


Nell'Odissea ogni questione economica non rimanda forse al pastorale 'nomòs', che significa "pastorizia" o tutt'al più "cura di un gregge da parte di un pastore"? In greco, "pastore" si dice "nomeus"! Ed Eumeo è il nome di un personaggio dell'Odissea, quello ammirato da Omero per la sua generosità, al di là di ogni parsimonia, persino in circostanze difficili, e per il suo agire Omero usa il verbo "némo", che significa "distribuire".    

 

Nel 14° libro dell'Odissea, Eumeo, è appunto il pastore che ospita uno straniero senza sapere che è Ulisse, confermando in ogni suo atto che l'economia, alle sue origini caratterizza, sì, il modo di condurre la casa ("oikos") ma solo in quanto ospitalità generosa, non in quanto parsimonia o calcolo!

Il torto di Rousseau e dell'etimologia prediletta dagli economisti buzzurri è quindi evidente.
 

 

Ma chi si rilegge il 14° libro dell'Odissea può andare ben oltre. Nei versi dal 433 al 438 l'economia del pastore Eumeo è così spiegata da Omero:

 

 "[Eumeo] Si alzò per spartire: perché conosceva la retta maniera. E, spartendo, divise tutto in sette porzioni: ne offrì una alle Ninfe e ad Ermete, il figlio di Maia, pregando; distribuì le altre a ciascuno; onorò Odisseo con l'intera schiena del porco dalle bianche zanne; e rallegrò l'animo del suo signore". 

  

In questi versi "neimen hekasto" significa "distribuire condividendo", coerente alla funzione del "nomeus" Eumeo. Si tratta di un agire solidale, che non abbisogna di calcolo alcuno, in quanto indotto da una "retta maniera" stabilita dal fato, "aisima""Istato daitreuson", "si alzò per spartire", ribadisce qui Omero, dato che neanche il verbo "daizein", "spartire", rimanda al calcolo. "Daizein" ha la stessa radice di "daimon", la divinità che presenzia in ogni uomo. Il condividere riguarda dunque sia gli uomini che gli dei, anzi, ne è inseparabile: riguarda dunque una divino-umanità, che ingloba l'economia in coerenza alle Moire (le divinità del destino). Anche il verbo "dieimoirato" usato per "dividere" proviene dalla stessa radice di "daimon".

 

Il nòmos dell'econòmia buzzurra dovrebbe dunque essere un nomòs! È troppo complicato? Certamente è più complicato di quanto la spenta immaginazione degli odierni economisti possa comprendere. Se ben compreso e compiuto, questo condividere parti divise, non condurrebbe forse alla divino-umanità di cui parlava il filosofo russo Solovi'ev?

 

Non è forse tipico offrirsi reciprocamente da bere nelle osterie? Appena entro in una osteria c'è subito qualcuno che mi accoglie come ospite chiedendomi: "Che cosa bevi?". Ebbene, lì, vive ancora l'economia come dovrebbe essere. Non a caso il termine tedesco per "economia" è "Wirtschaft", che significa anche "osteria"!

 

La sofisticazione dell'economia farà poi perdere la sua vera essenza di solidarietà, presente in Omero. Dunque l'economia non era per nulla riducibile alla sistematicità, che assunse il significato odierno  della parola. In Omero "non esiste ancora un tempo scontato e distribuito, come nel capitale moderno, ma uno spartire sentito ancora divino e solo perciò solidale [il grassetto è mio]. Tuttavia, malgrado la distinzione di Aristotele, l'epoca seguente si disabituò a questa percezione originaria. La sofisticazione dell'atto economico, come la chiamava brillantemente Campbell, avvicinò la parola al suo uso triviale e moderno. «Seguendo Plutarco si può dedurre che la parola venisse usata nel senso moderno di razionale sistematico ordinamento degli affari familiari. Un significato, comunque, già palese nell'uso che della parola fanno Senofonte e Platone»" (William S. Campbell, "Pericles and the Sophistication of Economics", in "History of Political Economy", XV, 1, primavera 1983). 

"Ma ciò non toglie che Omero, poco dopo la scena ospitale che conforta Ulisse, reiteri quest'uso del verbo "nemo", come agire provvidente in un rito. «Il dio darà questo e lascerà quello, come nel suo animo vuole perché egli può tutto. Disse così ed offrì le primizie agli dei eterni e avendo libato pose nelle mani di Odisseo distruttore di città scuro vino: ed egli sedeva, con accanto la propria porzione. Distribuì il pane ad essi Mesaulio» (444-449). Il dio darà, "dosei", perché può tutto, e perciò a Eumeo si rende necessario il "dosis", il dono all'ospite e agli dei, che implica di sacrificare loro il meglio. Perciò, l'avere accanto la propria porzione, di Odisseo, rimanda alle Moire: è "para moire", scrive Omero. Solo alla fine di questo ricevere e ridare in sacrificio le parti agli dei può arrivare dispiegata nel suo senso la distribuzione anche del pane: "siton de sfi eneime". E dire che per la percezione consueta della razionalità economica non si tratterebbe che della spartizione di un maiale cotto...".


La funzione di redistribuzione, sia quella antica che quella odierna, porta un po' di complicazioni. Per lo spartire, il dividere nell'Odissea, si usa, come ho accennato, il verbo "daizein", da cui deriva la parola "daimon", che definisce una divinità, cioè un «nume distributore di sorte favorevole o avversa». Da questo punto di vista la redistribuzione progressista spiegata agli omerici avrebbe, in definitiva, sofferto di qualche difficoltà anzitutto a dirsi. Invece le redistribuzioni di oggi sono spartite senza tenere minimamente in considerazione la sorte, comunque assunta come favorevole, se le redistribuzioni avvengono.

 

Quando invece la redistribuzione è affidata allo Stato, "è burocratica sciagura. Del resto, non c'è atto più complicato del dono individuale, facile a rovinare amicizie e a fraintendersi. Ma almeno gli omerici o le caste indiane sapevano questa complicatezza e la componevano in un sacrificio agli dei".

Alla descrizione omerica è presente perfino la parola "profitto": "Del maiale, poco prima, al verso 415, Eumeo dice: «Ne trarremo profitto anche noi», "pros d'autoi onesometha". Ma l'egoità di questo suo intento viene subito inglobata nel divino: «Il porcaro non trascurò gli immortali, perché aveva un animo pio» (419-420)".

 

E nei versi precedenti non manca neppure la percezione di uno sfruttamento ad Eumeo. Tuttavia Eumeo non attribuisce questo sfruttamento al suo padrone, ma ai proci: "l'insopportabile è la violazione dell'ospitalità da parte dei pretendenti. E di essi egli non si fa complice, come consiglierebbe il calcolo comunista; anzi, da loro si sente sfruttato, tutt'uno in ciò col suo padrone. Il quale lo ricambia: «Zeus ti conceda, o straniero, con gli altri immortali ciò che tu più desideri, perché gentilmente mi accogli». E tu rispondendo, o porcaro Eumeo, gli dicesti: «Straniero, non è mio costume offendere un ospite, neppure se arriva uno meno di te: ospiti e poveri vengono tutti da Zeus. Il dono è piccolo e caro da parte nostra» (53-59).

 

Non esiste in Omero un termine economico che si accordi con l'uso moderno di questo concetto.

La crescita non è più prospera oggi perché è sparito dall'economia il "dosis", il dono all'ospite e agli dei, vale a dire il dono del peculio. Ovviamente ciò non significa che dobbiamo tornare ai tempi mitologici o agli dei. Significa che dobbiamo comprendere il senso scientifico della solidarietà, del dono, e dell'ospitalità, o della vita conviviale come caratteristiche essenziali  reali dell'economia. Altrimenti non sarà mai possibile alcuna prosperità: "Gli dei hanno avvinto il ritorno di chi mi avrebbe voluto un gran bene e data tutta la roba che un padrone d'animo buono da' al suo servitore - una casa, un pezzo di terra, una donna ambita da molti -, a chi tanto fatica per lui, a chi l'opera fa prospera il dio, come anche a me rende prospera questa fatica, in cui duro" (61-66). Rendere prospera proviene da "aechsetai", "accresco", "prospero", che rimanda al latino "augeo"! La prosperità, meglio della crescita o dello sviluppo odierni, è il cosiddetto aumento di stipendio. Ma a chi oggi viene da usare questa parola?

Il peculio si dona. Bastano pochi versi d'Omero e l'economia si svela diversa, e in grado di liberare molteplici percezioni, tutte non riconducibili al capitalismo, anzi opposte, come in Dickens.

 

L'oikonomia non è dunque il calcolo arcaico inefficiente del capitalismo ma un agire che basta a se stesso, oltretutto irriducibile all'efficienza. 
 

L'economia dell'inefficiente calcolo arcaico è quella del pensiero debole, anzi debolissimo, quasi morto. Ecco perché si parla qui di marmorea freddezza. Siamo oramai i cadaveri di noi stessi. Siamo zombi, credenti, creduloni , convinti di avere questo o quel punto di vista, questa o quella opinione. Siamo convinti di essere i creatori dei nostri concetti: crediamo quindi che ogni persona abbia concetti suoi propri. Uno dei compiti fondamentali del pensare filosofico dovrebbe essere, appunto, quello di vincere questo pregiudizio. Allora si supererebbero le strettoie del pensiero debole.

 

Allora si arriverebbe anche al concetto vero di economia. E sicuramente non vi sarebbero crisi.

 

Il superamento del pensiero debole consiste nell'aprirsi all'universalità del pensare, che è spirito di verità, spirito sano e santo. Coloro che non operano liberamente in se stessi tale superamento sono come le cinque vergini che non hanno olio e che nessuno può salvare...

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24 ottobre 2011 1 24 /10 /ottobre /2011 15:10

sua-maesta-la-porcona-dodi-c.jpgO animale sociale o social-libertario,

sempre più animale

e sempre meno sociale,

te lo dico in modo cordiale:

seguimi nel mio 

"Consultorio di economia

della triarticolazione sociale"!!!

 

Libri come "Che cosa è il denaro" di Gary North sono la prova provata di ciò che Platone (Platone, Fedone, [b] XLIX, 101°; Liside, XII, 216b; Teeteto, XVIII, 164c) chiamava antilogica, vale a dire di una filosofia che è l'esibizione di chi si compiace e si esalta dei propri sfoghi egotici attraverso i quali vorrebbe addirittura lievitare verso un egotismo ancora più strampalato, del tipo: "Chi non la pensa come me è un maiale". L'egotismo non è infatti il sano egoismo dell'individualità umana. È anzi il suo contrario: anti-individualità, gregarismo, partitocrazia da Bar Sport.

L'antilogica di cui sopra è anche tipica degli odierni portatori di pensiero debole, poggiante non solo su incongruenze e paradossi, ma su perpetua ripicca. È lo stile di chi fa tutto per ripicca. 

 

Il "capitalismo per ripicca" che ne risulta è un eccesso di prepotenza, un atteggiamento mentale, che vive in rappresentazioni del passato che non esistono se non come risentimento, come se ci si dovesse ancora difendere dal dispotismo comunista o nazista del secolo passato. In quanto non pensiero, ma animosità, emotività, reattività, cioè modo molto strampalato di ragionare, tale antilogica è infine esercizio di buzzurrismo.

Ciò mi fa comprendere, fra l'altro, la seguente frase di Alvi, studioso libertario, anzi libero studioso della triarticolazione sociale (che reputo l'unica vera anarchia consapevole possibile) che alla prima lettura mi aveva lasciato perplesso: "C'è del resto, qualche libertario, che non sia uno strampalato e non deformi, secondo la misura e la mania del suo carattere, il mondo?" (Geminello Alvi, "Il Capitalismo. Verso l'ideale cinese", Venezia, ottobre 2011).

 

01-norh.jpgIl libro "Cosa è il denaro" di Gary North contiene un capitolo il cui titolo è un vero e proprio autogol ideologico. Quel titolo porta in sé le parole "cialtroni monetari", e in quel capitolo si parla di Silvius Gesell come di un cialtrone monetario. In altre parole si da' del cialtrone monetario proprio a chi promosse il decumulo monetario, che avrebbe corrisposto proprio ai requisiti richiesti da North per il denaro. 

 

Gesell aveva descritto un comunitarismo anarchico che implicava decumulo monetario (1). 

 

Cos'è il decumulo monetario? 

 

Decumulo, lo dice già la parola, è il decremento di un accumulo. Ma prima di spiegare il senso di questo concetto in riferimento ai soldi, riporto la definizione di "cialtrone monetario" data dal North  nel suo libro: 

 

"Definisco cialtrone monetario chi propone di applicare al denaro principi diversi da quelli ritenuti validi per tutti gli altri beni economici. Ludwig von Mises accorpava la teoria monetaria nella stessa logica che governa tutti i processi di mercato: si veda La Teoria della Moneta e dei Mezzi di Circolazione. Diversamente, un cialtrone monetario ci racconta come [...] sia necessario ricorrere al denaro creato dal nulla e controllato dal governo".

 

Applicare al denaro principi diversi da quelli ritenuti validi per tutti gli altri beni economici è certamente qualcosa di ingiusto. 

 

E questo dovrebbe valere per tutti. 

 

Quindi si dovrebbe ritenere giusto applicare al denaro (che è un bene economico) gli stessi principi ritenuti validi per ogni altro bene economico. 

 

Il principio di applicare ai beni di scambio i medesimi principi è però anche il fondamento logico dell'idea di decumulo del denaro, perché senza l'applicazione del decumulo al denaro il sopraddetto principio non può affatto attuarsi. 

 

Ora, l'idea del decumulo del denaro di Gesell non è altro che quella data da Rudolf Steiner (2) anche se questa è più concreta in quanto poggia sul riconoscimento di una triarticolazione dei tre massimi poteri sociali (economia, politica, cultura) nella quale il decumulo del denaro è direttamente e consapevolmente connesso all'idea di donor (denaro di dono) per il finanziamento dell'ordine politico, dal quale siano rimosse le gestioni della cultura e dell'economia. L'idea del free banking completa poi la concezione di Steiner, come anche quella di Gesell. 

 

In altre parole, l'idea steineriana di decumulo dei soldi poggia su questo semplice ragionamento: se con un euro acquisto un alimento significa che con un bene (l'euro) mi approprio di un altro bene (l'alimento). Sul piatto della bilancia dei principi  giustamente - non solo per North ma anche per me e per qualsiasi altro che rifletta almeno un po' -  identici per i due beni di scambio vi sta da un lato l'euro e dall'altro l'alimento. Domanda: siamo proprio sicuri che quel principio di uguaglianza dei beni di scambio è realizzato se non si interviene sul denaro? L'alimento se non lo mangi subito perde le sue qualità organolettiche e diventa immangiabile, perché invecchiando marcisce. Non così è per quell'euro. I soldi, anzi, più stanno lì e più generano accumulo. Così almeno siamo abituati a pensarli. Ecco dunque che se non si interviene sul denaro applicandovi l'idea di decumulo, quel principio di uguaglianza, ripeto: giustissimo, non si attua. Dunque senza decumulo cosa si avvera in verità? Si avvera solo che, in base alla definizione di cialtrone data da North, che afferma essere cialtrone "chi propone di applicare al denaro principi diversi da quelli ritenuti validi per tutti gli altri beni economici", il vero cialtrone è lo stesso North, in quanto considera cialtrone proprio Gesell che proponeva di applicare il decumulo al denaro proprio al fine di escludere che si applicassero al denaro "principi diversi da quelli ritenuti validi per tutti gli altri beni economici".

 

Quanto segue sono le parole pronunciate da Steiner nella conferenza di Dornach del 2 agosto 1922 a proposito dell'esigenza del decumulo da applicare al denaro.

 

"[...] nell'organismo sociale che soggiace alla divisione del lavoro [...] dev'esserci un equivalente per ogni prodotto, cioè un valore in denaro che è il prezzo. [...] Eccettuato qualche prodotto di durata relativamente lunghissima, abbiamo a che fare con merci che deperiscono, si svalorizzano, e sempre, dopo un certo tempo, non esistono più.
Invece, strano a dirsi, proprio il denaro è un elemento che, sebbene si trovi in perfetta equivalenza con gli altri elementi economici, non deperisce né si logora. Potremmo
rappresentarcelo radicalmente pensando: io possiedo, poniamo, delle patate per una certa somma; in un modo o nell'altro dovrò dunque provvedere a collocarle o a consumarle. Infatti, di lì a qualche tempo, le patate sono appunto consumate, scomparse. Se il denaro equivale alle merci, alle merci lavorate, dovrebbe anch'esso consumarsi, deperire; il denaro dovrebbe subire lo stesso logorio a cui soggiacciono le altre merci. Vale a dire che, se nel corpo economico il denaro non è deperibile, noi gli creiamo un vantaggio di fronte alle merci deperibili. Ciò è di somma importanza [il grassetto è mio], e lo diventa tanto più se si considerano, da un lato, gli sforzi che io dovrò fare, se oggi posseggo una data quantità di patate, per giungere con l'apporto di tutta la mia attività a raddoppiarla, mettiamo dopo 15 anni (s'intende con quelle patate che ci saranno allora!), e dall'altro lato il poco sforzo che occorre a chi, come singolo individuo, possieda oggi la stessa somma in denaro, per averne dopo 15 anni il doppio!
Basterà che se ne stia con le mani in mano, sottraendo all'organismo sociale tutta la sua forza attiva, e lasciando lavorare gli altri a cui presta il proprio denaro. Se durante tutto quel tempo non provvede lui stesso a consumarlo, il denaro non si consuma certo da sé.
Ma è proprio così che viene introdotto nella compagine sociale molto di ciò che più tardi verrà sentito, diciamo, come errore sociale. [...]" (3).

 

Ed ecco la risoluzione consistente nell'applicazione al denaro dell'invecchiamento e della morte del denaro, o del cosiddetto decumulo:

 

"Non bisogna lasciare semplicemente che il denaro circoli dandogli piena libertà di fare quel che gli pare; in tal modo provochiamo davvero qualcosa di assai singolare nella compagine economica. Se per qualsiasi ragione di lavoro ci occorrono degli animali, prima di tutto li addomestichiamo, e poi li adoperiamo come animali domestici. Pensiamo quanto tempo occorre prima di aver domato un cavallo e di poterlo cavalcare. Che cosa avverrebbe se non ci prendessimo la pena di addomesticare gli animali, ma volessimo utilizzarli nel loro stato selvaggio? Il denaro lo lasciamo invece circolare allo stato selvaggio nel processo economico" (4). 

 

"Sottolineo che non intendo procedere in modo programmatico, ma che intendo dire soltanto come stanno le cose. La mia conoscenza mi dice infatti che non potremo creare un paradiso in Terra attraverso le vie economiche. Non lo si potrà realizzare, e si potranno solo instaurare  le migliori condizioni possibili. [...] Che si sia al di sotto delle migliori condizioni possibili deriva dal fatto che i singoli fattori economici non possono esplicare il loro giusto valore [...] Il denaro deve invecchiare. Il problema è solo stabilire in che modo ciò sia tecnicamente realizzabile. Attuare una svalutazione graduale del denaro aggiungendo alle banconote dei buoni che possano essere staccati in tempi determinati ad opera di un apposito ufficio [...] creerebbe un apparato burocratico complicatissimo. Non si tratta dunque di attuare la svalutazione grazie a misure esteriori del genere, ma di tener presente che il corso reale delle cose determina da sé tale svalutazione. Questo avviene dando semplicemente ad ogni forma di denaro la caratteristica di mezzo di scambio nella misura in cui essa richiede un termine finale. Questo ovviamente non può essere calcolato in astratto, ma sarà stabilito all'inizio con una certa approssimazione, in previsione di un momento determinato. Poi lo si correggerà fino a quando l'equilibrio si stabilirà con un termine eventualmente possibile" (5).

 

Nel seguente brano ho modificato le date aumentandole di cento anni in modo da attualizzarle e facilitare al lettore il processo immaginativo relativo all'ipotesi proposta da Steiner. 

 

"Supponiamo ora di aver introdotto il modo di far invecchiare il denaro; abbiamo una moneta di un qualunque metallo, e di una qualunque data, diciamo del 2010, e un'altra moneta del 2015; supponiamo che, grazie a giudiziosi accorgimenti, la moneta che porta la data del 2015, che fu dunque emessa nel 2015 come denaro d'acquisto, avesse la stessa sorte che hanno di solito i prodotti di consumo, che dopo qualche tempo risultasse svalutata. Diciamo dunque che questo denaro, (naturalmente le cifre che indico sono del tutto secondarie e servono solo per chiarire; ciò che nella realtà dovrà scaturire sarà prima oggetto di calcoli laboriosi e tuttavia raggiungibili, come vedremo in seguito), supponiamo dunque che nel 2040 quella moneta dovesse risultare svalutata per il traffico economico; essa avrebbe dunque un valore ben determinato solo fra il 2015 e il 2040. Se dunque nel processo economico il denaro perde il proprio valore dopo 25 anni, la moneta che porta incisa la data del 2010, perderà il proprio valore nel 2035. In questo modo, se ho in tasca del denaro, io gli attribuisco una determinata durata, gli conferisco una specie di età. Il denaro del 2010 è più vecchio e morirà prima dell'altro denaro del 2015. Si potrà dire che è un programma; ma non lo è affatto; quel che ho esposto fin qui è la realtà; lo stesso processo economico esige che il denaro invecchi, e opera anche in modo che ciò avvenga. Se in apparenza non invecchia e se, con denaro del 2010 si può ancora comperare nel 2040, è solo una maschera dei fatti veri. In realtà nel 2040 non si compera più con quel denaro, ma con un denaro avente un valore fittizio, non reale" (6).

  

Un simile decumulo esplicito applicato consapevolmente alla moneta avrebbe come effetto il domarla in modo che essa sia consapevolmente nelle mani dell'uomo e non l'uomo totalmente all'oscuro nelle mani della moneta o del monetarismo impazzito. Altrimenti essa si comporta veramente come un cavallo matto che nessuno riesce più a domare, ponendo di conseguenza gli uomini in sua balia come schiavi completamente rincitrulliti. Se infatti sul denaro ci fosse la data di nascita e quella di morte avrebbe un differente valore d'uso rispetto a quello che ha ora. Per esempio, nessuno vorrebbe un prestito di denaro che ha pochi anni di vita per un'impresa la cui realizzazione ne richieda molti di più. Allora non ci sarebbe debito pubblico perché la truffa del debito pubblico sarebbe finita dal momento dell'adozione del denaro a scadenza. 

 

Grazie a quel decumulo esplicito sarebbe possibile una società con una unica tassa: quella sul denaro all'atto della sua libera emissione (free banking) in modo che tutti gli altri dispositivi di furto imposto (imposte, balzelli, tributi, ecc., nonché il costoso quanto inefficiente impianto welfare) sarebbero abrogati e sostituiti con un nuovo dispositivo:  quello per la separazione del lavoro dal procacciamento dei mezzi di sussistenza, come auspicato da Steiner (7). 

  

Perché? 

 

Perché questa non è altro che l'evoluzione scientifica e non buonistica del concetto di solidarietà poggiante sulla divisione del lavoro, vale a dire l'attuazione della "fraternità" presente nel trinomio "liberté, égalité, fraternité", scritto ben chiaro su alcune Logge. 

Questo trinomio è oggi disatteso in quanto si realizza solo se lo si comprende nella sua triplice diversità di essenza logica, vale a dire che i tre concetti si attuano solo in ambiti separati: libertà di cultura, uguaglianza di legge, e solidarietà (fraternità) dell'economia. Questi tre concetti non possono mai attuarsi in un loro medesimo ambito logico, perché se ciò avviene, avviene una vera e propria violazione con conseguenze di disordine. Per fare un esempio, secondo la mera logica economica è normale distruggere una merce al fine di renderla rara e di alzarne conseguentemente il prezzo. Però secondo l'etica dell'uguaglianza (giustizia) ciò non è normale perché c'è gente che muore di fame e sarebbe antievolutiva tale distruzione di merci. Eppure  "la Comunità Europea concede un indennizzo per la distruzione degli agrumi in eccesso" (8).

 

Il problema è dunque evolutivo.

 

Del resto, il secolo passato, nonché quelli precedenti, non sono forse l'espressione umana dell'evoluzione cui si accennava ancora mezzo secolo fa? 

 

Alla fine degli anni '60 e negli anni '70 non si diceva forse: "Finalmente nel 2000 l'automazione libererà gli esseri umani dall'obbligatorietà del lavoro..."?


L'obbligatorietà è antilibertaria. Quindi è mefitica. Puzza di marcio e di malsano. Non il lavoro ma l'obbligatorietà è malsana: una persona, se è libera, lavora  spontaneamente, e bene. E produce altrettanto bene. 

 

02-robogate.jpgOggi invece siamo arrivati a questo paradosso: che le macchine hanno effettivamente liberato l'uomo dall'obbligo del lavoro, ma si continua a non parlarne, e a parlare invece di disoccupazione come di una calamità. 

Ma la disoccupazione non è altro che la liberazione raggiunta grazie ai sacrifici dei nostri padri e nonni dei secoli passati, miranti all'automazione cioè a un mondo di macchine che lavora al posto degli uomini. La disoccupazione è dunque una benedizione libertaria. 

La disoccupazione è libertà. 

 

È questo che bisogna capire oggi. E tutti gli immensi profitti che le macchine oggi producono dovrebbero costituire la nuova retribuzione per tutti, indipendentemente dal lavoro di tutti. Perché, ripeto, questa non è altro che la soluzione a cui alludeva Steiner quando auspicava per i nuovi tempi la separazione del lavoro dal procacciamento dei mezzi di sussistenza:

"Esiste oggi nell'ordinamento sociale qualcosa di innaturale al massimo grado e cioè che, semplicemente per il fatto di possederlo, il denaro aumenta. Lo si mette in banca e se ne ricavano interessi. Questo è il fatto più innaturale che possa esistere. In realtà è semplicemente un assurdo. Non si fa nulla; si mette in banca il denaro che si ha, che forse non ci si è nemmeno procurato col lavoro, ma che si è ereditato, e se ne ricavano interessi. È tutta un'assurdità. Però sorgerà la necessità, quando il procacciamento dei mezzi di sussistenza sarà separato dal lavoro, che venga impiegato il denaro, quando esiste, e quando venga prodotto come equivalente di merci che esistono. Esso deve essere utilizzato, deve circolare. Si avrà allora l'effetto reale che il denaro non aumenterà, ma diminuirà" (9).

 

Non si tratta dunque di creare nuovi posti di lavoro o di formare delle badanti, o scervellarsi per inventarsi nuove occupazioni astrattizzate dalla realtà. 

 

La disoccupazione è la valorizzazione dell'umano che si può cogliere solo se si incomincia ad accogliere liberamente il nuovo pensiero dello spirito dei tempi. Ecco perché dico che da questo punto di vista, la mancanza di lavoro non va considerata un problema ma una benedizione.

 

03-proposta.jpgSe Gary North auspicasse davvero il superamento di ciò che Mises chiamava "polilogismo", cioè l'uso di logiche diverse rispetto ai beni di scambio accetterebbe di buon grado l'idea di decumulo monetario di Gesell, o di chi per lui, senza considerare cialtroni monetari coloro che si sono occupati di questa scoperta, l'attuazione della quale rimuoverebbe tale "polilogismo".

 

Altri punti in cui Gary North è ideologicamente in lotta con se stesso sono i seguenti: alla pagina 175 del suo libro "Cosa è il denaro" chiama "cialtroni monetari" coloro che sostengono il denaro a corso legale; e ciò dopo avere proposto a pag. 04-espediente.jpg93, al fine di eliminare una ruberia di Stato, nientemeno che una "legge", addolcendo la pillola col dire essa sarebbe solo un "espediente politico". 

 

Ma il denaro a corso legale cos'altro è se non un espediente politico? 

 

Anche da questo punto di vista Gary North risulta pertanto essere cialtrone monetario proprio secondo... se stesso.

 

A me pare che, fino a prova del contrario, questo tipo di libertari sia per molti aspetti non molto diverso da quello dei marxisti del secolo passato...

 

NOTE

(1) Silvius Gesell, "Die Natürliche Wirtschaft Ordnung durch Freiland und Freigeld", Ed. Arnstadt i. Thür., Roman.
(2) Rudolf Steiner, "I capisaldi dell'economia", Milano, 1979.
(3) Rudolf Steiner, "I capisaldi dell'economia", cit. p. 158.
(4) Ibid. p. 171-172
(5) Rudolf Steiner, "Seminario di economia", Milano, 1973, p. 77-78.
(6) "I capisaldi...", cit. p. 173.
05-robogate2.jpg(7) Rudolf Steiner, "Esigenze sociali dei tempi nuovi", Milano, 1971, 2ª conferenza, Dornach, 30 novembre 1918: "Infatti ciò cui si deve tendere, naturalmente non in maniera bolscevica ma ragionevole, è di separare il lavoro dal procacciamento dei mezzi di sussistenza. In avvenire il denaro non dovrà essere un equivalente per la forza umana di lavoro, ma solo per la merce. Solo merce si potrà avere in avvenire per denaro, non forza umana di lavoro". Ciò potrà essere realizzato solo grazie a libere associazioni capaci di istituire un reddito di base incondizionato per tutti dalla nascita alla morte (che per fare una proporzione col costo della vita, se fosse attuato oggi, 2011, dovrebbe consistere all'incirca di 2000 euro mensili). 
(8) Giovanni Falcone, "Cose di Cosa Nostra", Ed. Rizzoli, Milano 1991 p. 144.
(9) Rudolf Steiner, "Esigenze sociali dei tempi nuovi", cit., ibid.  

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4 ottobre 2011 2 04 /10 /ottobre /2011 12:22

I tuoi nemici non sono gli evasori fiscali, gli speculatori finanziari, i commercianti, la globalizzazione, l'Islam, il terrorismo, gli extra-comunitari, il nord, il sud, la Cina, i paesi canaglia, i paradisi fiscali, e cosi via . . . I tuoi nemici stanno in parlamento: sono loro che hanno generato il debito pubblico che ora fanno pagare a te. Anche se li hai mandati a rappresentarti, tra i tuoi diritti è rimasto quello di esserti potuto sbagliare. Non farti distrarre dai finti nemici che additano. Chiedi il fallimento del sistema, prima che il loro sistema dichiari il tuo. http://vimeo.com/29962280

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30 settembre 2011 5 30 /09 /settembre /2011 18:23
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28 settembre 2011 3 28 /09 /settembre /2011 17:35

Mino è il mio più caro amico dall'età dell'asilo, anzi dall'età della pietra. Recentemente abbiamo deciso di darci da fare per cantare la solita canzone secolare di D. Thoreau, vale a dire di non pagare le tasse. Ciao bestie!

http://vimeo.com/29723228

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22 settembre 2011 4 22 /09 /settembre /2011 17:31
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22 settembre 2011 4 22 /09 /settembre /2011 14:46
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22 settembre 2011 4 22 /09 /settembre /2011 13:29
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22 settembre 2011 4 22 /09 /settembre /2011 13:24
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21 settembre 2011 3 21 /09 /settembre /2011 16:48

L'intervista all'artista islandese Hordur Torfason, leader della rivoluzione silenziosa contro il debito detestabile (20/09/2011).

 
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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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