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20 marzo 2014 4 20 /03 /marzo /2014 17:07

Ogni mio video proviente dal futuro perché il presente, terrorismo di Stato, è destinato a divenire passato.

Gli odierni pianificatori della moneta unica affermano che l'euro appartiene a chi ne accetta l'indebitamento. Ciò è come affermare che la mia biro è mia perché accetto di indebitarmi del suo valore. Quindi, secondo questa strana logica, la mia biro sarebbe mia perché accetto che non sia mia.

Non è uno scherzo di qualche bontempone. È la realtà dei fatti. 

Ovviamente se io cittadino accetto sono indebitato. Ma qui vi è un "se" dubitativo o condizionale di troppo, dato che io cittadino NON posso NON accettare, e l'Art. 128 del "Trattato sul funzionamento dell'UE" (ex articolo 106 del TCE, comma 1b) è molto chiaro in proposito: "Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell'Unione"!

In base a questo monopolio di emissione è per legge vietato all'europeo l'uso di qualsiasi altro strumento monetario!

Sfugge al cittadino una cosa talmente ignobile che egli non può sospettare: chi emette addebitando SI APPROPRIA del valore addebitato, perché addebitare o prestare è prerogatova del proprietario.

Questa è dunque la dinamica di una truffa nella misura in cui è vietato il free banking in nome di detto monopolio di emissione di valuta. Quando chi accetta un indebitamento è costretto ad accettarlo significa che un elemento forzoso lo costringe ad accettarlo, e ciò non può che delinearsi come una truffa.

La truffa dura da secoli perché si è sempre fatto così, e non si è mai considerato che entrando nella democrazia l'individuo non dovrebbe più sottostare alla signoria di faraoni o imperatori o divinità dell'Olimpo.

Il tempo dei tiranni, cioè dei signori che si appropriano ingiustamente di un dominio, o che lo esercitano con violenza (cfr. alla voce "tiranno" Ottorino Pianigiani, "Vocabolario etimologico della lingua italiana", Ed. Melita, La Spezia 1991, p. 1484) è finito, o almeno, dovrebbe essere finito!

Il monopolio dell'emissione monetaria è sopraffazione, catafratta di legalità priva di legittimità, che svuota le tasche dell'europeo secondo modalità di associazione a delinquere.

Nessuna riforma sociale potrà attuarsi se lo Stato di diritto anziché occuparsi di diritto vorrà continuare ad occuparsi tirannicamente, cioè da Stato plenipotenziario qual è, anche di economia e di cultura, distruggendole di conseguenza.

Il socialismo essendo essenzialmente lotta CONTRO ogni forma di tirannia (cfr. Rudolf Steiner, "Lo studio dei sintomi storici", Milano 1961, pag. 220).

Oggi è il tempo in cui di necessità l'individuo dovrà comprendere che "socialismo, libertà di pensiero, e scienza dello spirito sono tre cose che non possono essere separate una dall'altra" (Rudolf Steiner, "Esigenze sociali dei tempi nuovi", 4ª conf., Dornach, 06/12/1918, Ed. Antroposofica, Milano 1971). Devono stare insieme perché solo così ci si può difendere dalla tirannia, qualunque essa sia.

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12 marzo 2014 3 12 /03 /marzo /2014 16:17

Da sempre gli anglofoni vogliono dominare il mondo schiavizzandolo economicamente con esperimenti socialistici in ambiti non anglofoni (Cfr. Rudolf Steiner, "Esigenze sociali dei tempi nuovi", Milano 1971, nota 20, pag. 300). Vedi ad esempio anche l'odierno proficuo rapporto dell'Inghilterra e dell'America con l'euro e con l'eurozona: come si intrapresero in Russia esperimenti socialistici che per precauzione non si vollero intraprendere in Occidente, generando la prima guerra mondiale, e poi la seconda come contraccolpo, così oggi le medesime potenze anglofone fanno esperimenti monetari a spese dell'eurozona. È quanto io evinco dalla lettura delle conferenze di Steiner sopra citate.

Occorre dire la verità. La carta geografica della suddivisione dell'Europa dopo il 1918, cioè all'indomani della prima guerra mondiale, fu pubblicata già 28 anni prima (1890) dall'inglese Labouchère sul settimanale "Truth" con Austria e Cecoslovacchia indipendenti, con la Germania suddivisa e con lo spazio russo sul quale erano scritte le parole: "Deserto. Stati per esperimenti socialistici" (Arthur Polzer-Hoditz, "Kaiser Karl", Zurigo 1928, pag. 91, in R. Steiner, op. cit.). Oggi, "nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario" (Orwell). Eppure "la saggezza è solo nella verità" (Goethe).

Oggi solo persone risolute sono in grado di divulgare verità. Il documdentario "Cual revolucion?" prodotto da Leonardo Facco, è un esempio di tale risolutezza, e quindi di libera cultura promotrice di triarticolazione sociale. Davanti a un mondo statalista in cui il pilatismo nichilistico ed anacronistico si straccia volentieri le vesti al solo sentire termini come "verità" o "libertà", l'individuo in grado di farsi giustizia da solo - cosa oggi più che mai necessaria - non può più essere quello della lotta armata, o di classe, o della falsa democrazia, ma esclusivamente quello che dice la verità dei fatti interpretati secondo mera logica di realtà. Coloro che apprezzano l'opera di Rudolf Steiner non possono non apprezzare opere come "Cual revolution?".

Oggi è il tempo in cui di necessità l'individuo dovrà comprendere che socialismo, libertà di pensiero, e scienza dello spirito sono tre cose che non possono essere separate una dall'altra. Devono stare insieme perché solo così ci si può difendere dalla tirannia delle superpotenze anglofone miranti all'attuazione del cosiddetto nuovo ordine mondiale. Il vero socialismo non può essere tirannico, dato che "nel suo intimo, rappresenta la lotta contro il principe usurpatore di questo mondo, che appare quando [...] non si affida l'organizzazione esteriore alla pura fraternità sociale" (R. Steiner, "Lo studio dei sintomi storici", Milano 1961, pag. 220). 

 

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10 marzo 2014 1 10 /03 /marzo /2014 12:11

All'economia di Stato lo schiavo fa comodo così: scientificamente persuaso del nichilismo relativistico in cui tutto non può che essere opinione, perfino la stessa matematica.

Oggi è il tempo dell'imbecillità in cui lo schiavo, anche se morto di fame, afferma con certezza che non può esservi certezza alcuna, e che anche la matematica è un'opinione.

Avendo smarrito i punti di vista universali, abbiamo raggiunto il punto zero dell'efficacia della politica, e vogliamo perseverare nell'errore, dato che, credendo che non esista verità, non si può neanche credere che vi sia una non verità.

È allora difficile accorgersi degli errori.

Se non ci innalzeremo alla vastità delle vedute dei punti essenziali della mai risolta questione sociale, resteremo nel nichilismo nientista del "parolismo", nel parlamentarismo, nel dibattito fra sordi, ciechi e muti, come le tre scimmiette...

Ritrovare la strada verso l'universalità del pensare è l'unica possibilità di liberazione dello schiavo attuale.

I limiti che abbiamo posto alla conoscenza hanno come unica funzione quella di essere ravvisati come pregiudizi che la conoscenza può superare.

In tal senso, la tecnoscienza dei cosiddetti "quanti" del mondo submateriale o subatomico o delle sub-particelle, ha come unica funzione quella di condurrre l'uomo fuori dal subumanesimo in cui si è ingarbugliato impedendosi di accorgersi che l'antimateria non è altro che il pensare da cui egli vorrebbe continuamente sfuggire, deresponsabilizzandosi.

In tal senso, se al mondo non ci fosse la grande crisi dell'economia (già a partire dalla sua culturizzazione malata; cfr. Nereo Villa, "Etimologia di ECONOMIA"), la situazione del mondo sarebbe peggiore, perché l'errore procederebbe su tutti i fronti terrestri, indisturbato e legittimato sotto il segno della democrazia e delle convenzioni sociali, cosicché lo statalismo raffinatamente legalizzato continuerebbe tranquillamente la sua opera di formazione dello schiavo, automatizzandolo ed animalizzandolo, senza contrasti frontali.

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26 febbraio 2014 3 26 /02 /febbraio /2014 16:46

L’antica età dell’oro, nella quale la miseria e le guerre erano assenti perché era l’armonia della natura a predominare nell’organismo della società, era  fondata sulla pastorizia e sulla raccolta dei frutti della terra.

La parola “economia” proviene da questa situazione aurea formata da due precisi concetti della lingua greca: “oìkos” e “nomòs”, che significano rispettivamente “casa” e “pascolo”.

Infatti “nomòs” non ha solo il significato di “pascolo” ma soprattutto di luogo del pascolare: la regione in cui la pastorizia è possibile e che pertanto determina il pascolo (“nomòs”) rende possibile “fare economia” nel senso più equilibrato del termine, cioè secondo una naturale sobrietà di accumulo di “pecunia” (dal latino “pecus”, pecora) adatta allo scambio mercatorio anche in tempi di scarsità di raccolto.

In altre parole, la tendenza egoistica di qualcuno all’accumulazione all’infinito di “capitale”, anche a danno di altri “soci” dell’“organismo sociale”, era scongiurata, perché l’economia della casa (cioè di “oìkos”, che significa non solo “casa” ma anche “territorio”), fondata sul pascolo (“nomòs”), era caratterizzata dall’avere quantità di capi di bestiame proporzionali alla qualità del territorio ospitante: greggi e mandrie non potevano crescere in modo esponenziale (come avviene oggi nell’economia non reale fondata su strumenti monetari illusori e su giochi di potere borsistici).

Una simile crescita esagerata sarebbe stata antieconomica perché avrebbe portato alla rovina l’intero “capitale” per mancanza di alimentazione adeguata del gregge.

Gregge o mandria erano dunque proporzionali all’area sulla quale si trovavano.

Diversamente dai manipolatori di capitali e dagli economisti, i pastori sani di mente trovavano insensato accumulare oltre le proprie possibilità di gestione.

Il primigenio strumento monetario per lo scambio di mercanzie (di beni e sevizi) nelle prime forme di mercato fu dunque la “pecunia”.

Il concetto di “capitale” proviene sia dal “capo” nel senso di testa umana o di capo di bestiame, sia dal “foraggio”: in latino "caput", plurale "capita", significa sia “testa” che “capitale”. E "capitum", che significa “foraggio”, “razione”, ha il medesimo plurale "capita"!

Anche da ciò si evince che il capitale ed il foraggio dovevano  andare di pari passo.

L’aumento insensato di “capitale” sarebbe stato infatti controproducente per tutti.

Partiva da qui la ritualità della fede nelle divinità del luogo: si trattava di una “convenzione”, che a differenza delle nostre attuali fedi e convenzioni (o convinzioni partitocratiche) era “conveniente” per tutti. Quindi (si trattava di) una “convenzione” “conveniente” per tutti, cioè per ogni essere umano che per un motivo qualsiasi era “convenuto” in quel determinato territorio dell’organismo sociale.

Ecco dunque il senso del consumo rituale, offerto alla fine di ogni annata alle divinità locali. Era la necessità di consumare il sovrappiù di “capitale”, evitando così che deperisse inutilmente, cosa che avrebbe irritato gli dei, che generosamente avevano favorito il sobrio “accumulo”, cioè il mantenimento sano dei capi di bestiame durante la stagione.

Nell’età dell’oro non sarebbe dunque stato possibile accumulare capi di bestiame senza doversene prendere costantemente cura e senza foraggiarli!

Nei tempi antichi fra le divinità c’era la dea Moneta e la dea Pecunia.

Pecunia era una dea che i Romani invocavano per avere ricchezza in abbondanza, cioè un’economia fiorente.

Col prevalere dell’astratto sul concreto, cioè col primo “tradimento dei chierici” della storia, termina l’età dell’oro.

Il capitalista, cioè colui che possedeva capi di bestiame in modo armonico, era diventato preda della mentalità contadina, che aveva prevalso su quella del pastore.

Le cose perciò incominciarono a degenerare: il concetto stesso di ricchezza, anticamente legato al possesso di quantità di capi di bestiame proporzionata ai pascoli territoriali, si trasformò in quello di quantità crescente di capi di bestiame, grazie alle fosse contadine (corrispondenti ai moderni silos) per conservare il foraggio.

E pian piano l’uomo non capì più il senso dell’antico ritualismo.

Un esempio di ciò lo abbiamo tanto dal pagano  Arnobio (255 - 327) quanto dal cattolico sant’Agostino (354 - 430), i quali, dimostrando di avere capito ben poco dell’armoniosa economia degli antichi tempi, rimproveravano i politeisti di aver posto Pecunia fra il numero delle loro Divinità da invocare.

Come Giuda che si lamentava con Gesù della sua economia epicheica che non riusciva a capire, Agostino è il prototipo del tradimento dei chierici, perché trovava indecente che la moneta fosse qualcosa di sacro. Ciò disturbava la vasta cultura di Agostino. Varrone (116 a.C. - 27 a.C.) opponendosi alle dichiarazioni di Giovenale (60 circa 140 circa) che l’aveva negata, aveva infatti provato l'esistenza di cerimonie propiziatorie di buona economia, ignote perfino alle persone più erudite.

Se consideriamo alcuni tratti mitologici della moneta, vediamo come questo concetto sia pian piano degenerato rispetto a quello antico.

Il termine "moneta" proviene dalla triade di significati del verbo latino  "moneo", rispettivamente connessi alla "mente" (ram-"ment"-are), alle "membra" (ri-"membr"-are), ed al "cuore" (ri-"cor"-dare).

La parola latina "moneta" traduce infatti anche il greco "mnemosine", e Mnemosine era la personificazione divina, appunto, della memoria!

Il dimenticare collettivo di queste cose da parte di uomini nei fu sempre di più indebolito il giudizio critico, caratteristica essenziale dell’umano, fu letale anche per la moneta, che in tale contesto di mancanza di cultura è divenuta l'esatto contrario di ciò che avrebbe dovuto essere, cioè “deperibile” come i chicchi di grano delle messi di Giunone, per esempio!

Moneta era infatti il soprannome di Giunone, la dea chiamata anche “Avvertitrice” perché nel 390 a.C., durante l'invasione dei Galli, le oche sacre del suo santuario “Giunone Moneta”, situato nella sommità nord del Campidoglio, dettero l’allarme coi loro starnazzi, mentre il nemico cercava di assalire la collina con un attacco notturno.

In quel tempio si batteva moneta chiedendo consiglio alla dea, e in segno di ringraziamento per le sue risposte si stabiliva che il conio della moneta venisse effettuato sotto i suoi auspici.

La moneta avrebbe dovuto essere come il grano, qualcosa che come tutto quello che è messo nel divenire, nasce, cresce e muore, facendo sviluppare nel terreno una nuova spiga, utile per il pane e per una nuova semina nel ciclo fiorente del tempo.

Invece la moneta è divenuta un’illusione: qualcosa che anche se messa nel mondo del divenire è spacciata come essere eterno.

Infatti oggi si crede cosa buona e giusta che basti avere un capitale monetario, magari da giocare in Borsa, per vivere di rendita. Ma ciò porta solo ad un’economia degenerata che non c’entra nulla con l’economia reale né col “fare economia” fin qui inteso.

Con l’avvento del pensiero scientifico, e poi dell’illuminismo, e del livellante relativismo culturale, altri esempi di tradimenti dei chierici mostrano come, terminando la fede nelle antiche divinità del politeismo e quella nel monoteismo (morte di Dio), ne sia iniziata un’altra, quella nella scienza intesa come nuovo dogmatismo.

Che la fede antica sia scemata è senz’altro un bene ma a patto che gli dei che si vollero buttare fuori dalla porta della nostra coscienza come misticismo non ritornino poi in noi come superstizione scientifica.

Intendo per superstizione “quod super stat”, cioè “ciò che sta sopra”, vale a dire qualsiasi cosa possiamo porre sopra di noi come mero principio astratto immotivato. Oggi infatti non può più essere possibile un elemento unificatore degli esseri umani che gli esseri umani non possano verificare in se stessi.

“È assurdo ricercare negli esseri singoli del mondo - dice Rudolf Steiner - qualcos’altro di comune, al di fuori del contenuto ideale che il pensare ci fornisce. Tutti i tentativi tendenti ad un’altra unità universale che non sia questo contenuto ideale ottenuto per mezzo del pensare applicato alle nostre percezioni, devono fallire. Né un Dio umanamente personale, né energia o materia, né la volontà, senza idee, di Schopenhauer, possono far da unità universale” (E questo lo dice nel cap. 5° de “La filosofia della libertà).

La degenerazione della moneta e dell’economia ingigantì a tal punto la povertà della maggior parte degli esseri umani a favore del gruppo dei manipolatori di capitali, che l’uomo, credendo illuminata la convinzione che per contrastare l’arricchimento dei ricchi a discapito dei propri simili sempre più depauperati, dovesse operare NON più nella concretezza di una cultura basata su logica di realtà come è per esempio quella della conoscenza dell’etimologia del termine “economia”, bensì con un atto di imperio, cioè con atti di forza istituzionalizzati.

Così facendo, però, mentì a se stesso. Ingannò se stesso.

Tale tradimento dei chierici fu infatti anche l’implicita svalutazione dell’individuo umano a favore della Legge del gruppo, divinizzata.

Infatti, l’atto di forza istituzionalizzabile, per risultare giusto, avrebbe dovuto necessariamente essere regolato da una legge impersonale che tenesse conto dell’interesse generale considerato superiore a quello individuale.

In tal modo, cercando di far risultare giusto un atto di imperio sull’uomo che imperasse sulla degenerazione delle cose e degli uomini, non ci si accorse che l’atto di imperio fu il via ad un’ulteriore degenerazione, la quale diventò addirittura materia di studio nelle istituzioni delle scuole dell’obbligo. E ciò avvenne  secondo la stessa logica astratta che aveva già provveduto ad imperare sull’economia reale, cioè concreta.

Infatti nella logica di realtà non potrà mai essere giustificato l’imperio dell’uomo sull’uomo (a meno che si volesse definire la natura umana come malvagia, ma ciò imporrebbe che l’uomo non si occupasse in  modo assoluto di nulla, essendo malvagio…

Dunque l'economia non solo degenerò. Perfino l'etimologia del termine "economia" incominciò ad essere intaccata, così che si fece di essa una non-scienza: un valore normativo, impositivo, e forzoso.

È risaputo che l’odierna degenerazione istituzionale dei nostri legislatori ha come attività principale l’occuparsi di virgole, punti ed accenti, cioè di punteggiature. Punteggiature che però fanno la differenza. Un esempio di due secoli fa può chiarirlo: un condannato aveva presentato domanda di grazia al re (Umberto I). Il Ministro di Grazia e Giustizia aveva inoltrato la domanda con questa postilla: “Grazia impossibile - virgola - lasciarlo in prigione”. Il re invece spostò la virgola così “- virgola - impossibile lasciarlo in prigione” e diede la libertà al condannato.

Ecco perché ho ritenuto necessario spiegare spesso che l’etimologia di “economia” studiata oggi nelle scuole di Stato è un’aberrazione.

La parola greca "nòmos" significa “norma”, “legge”. Non significa “pascolo”. Quello è “nomòs”. “Nòmos” invece riguarda il diritto, ma il diritto non c’entra nulla col “nomòs” inserito nella parola “eco-nomia”, che significa, appunto, “pascolo”; e neanche c’entra con l’economia reale, la cui logica è quella degli scambi che si fanno al mercato.

Lo Stato di diritto, non dovrebbe occuparsi di tali scambi se non vuole essere un diritto di Stato, cioè un conflitto di interesse permanente. 

Il cambio d’accento da “nomòs” a “nòmos”, operato dal tradimento dei chierici universitari che sono culo e camicia coi legislatori del malaffare, con tutti i politici compiacenti, e con tutta la cultura massmediatica, è letale per l’economia, e genera la cosiddetta  economia politica, o la politica economica che dir si voglia, vale a dire l’amministrazione politica dell’economia, che è la MORTE dell’economia.

Il pensiero che vuole realizzare una cosa del genere ce lo mostrano i numerosi programmi di partito e di governo odierni.

Lo stesso Matteo Renzi, insediandosi come capo del governo italiano, ha per esempio dichiarato innanzitutto che la cosa più importante per un governo è la scuola, ovviamente la scuola dell’obbligo in cui si fanno studiare cose dall’accento sbagliato (bisognerebbe ricordargli!)!

Infatti ci si basa ancora sull’errore etimologico di Rousseau, che riferendo l’economia ai termini “oikos” e “nòmos”, la spiegò  come governo della casa “saggio e legittimo” (Rousseau, “Grande Encyclopédie”, 5° vol.).

Si crede che certi settori di produzione vadano amministrati collettivamente per omologarli in campi amministrativi più vasti, cioè in una sorta di centrale amministrativa che diriga il tutto in una sorta di mega ufficio economico centrale che amministri tutto il consumo e tutta la produzione.

Ma cosa c’entra il diritto con la produzione e il consumo o con la routine dell'amministrazione politica da applicare alla vita economica?

In base a tali programmi può solo verificarsi che la vita economica diventa completamente politicizzata perché gli interessati conoscono solo l'amministrazione della politica.

E ciò non significa altro che la distruzione politica della vita economica.

“Nomòs” non va d’accordo con “nòmos” perché il pastore non ha bisogno della “Legge” della pastorizia, così come il pescatore non ha bisogno della “Legge” della pescagione, o come il cacciatore non ha bisogno della “Legge” della cacciagione.

Ogni creatore di beni necessita solo della sua immaginativa morale e si muove in conformità a questa.

Il “Nòmos”, la “Legge”, non serve alla creatività umana perché la creatività umana può creare la “Legge”,  ma non viceversa.

Oggi è necessario più che mai rendersi conto che questa prassi che si vuole imporre alla vita economica è qualcosa che le è del tutto estraneo, e che pertanto può solo devitalizzarla.  

Quasi sempre, chi parla di programmi per riformare l’economia o addirittura di rivoluzionarla per dare lavoro a tutti è, tutto sommato, un puro e semplice politico che vive nel pregiudizio secondo il quale ciò che ha imparato in ambito politico vada bene anche per l’amministrazione dell'economia.

Ma un risanamento del ciclo economico può aver luogo solo se l’economia è studiata e gestita a partire dalle sue condizioni di vita specifiche, così come queste risultano anche dalla logica di realtà presente nell’etimologia del termine “economia”.

I riformatori politicanti dell’economia vogliono solo che sia la gerarchia di uffici centrali detta “Stato” a stabilire cosa dev’essere prodotto e cosa dev’essere studiato a partire dalle scuole elementari fino alle università.

Tanto la cultura, quanto l’intera produzione degli Stati è così subordinata a una gerarchia di amministratori politici.

E questo è il succo della maggior parte delle idee di riforma economica del presente.

Non ci si rende conto, o non ci si vuole rendere conto, che con simili riforme non si può che restare all’odierno livello di crisi senza eliminare i danni che, al contrario, non possono che crescere a dismisura.

Ogni socializzazione di questo genere può solo portare distruzione, e non può produrre niente di proficuo per il futuro.

Oggi l’Europa si sta reincarnando nell'URSS proprio a causa dell’amministrazione politica dell'economia, e in base a leggi che l’economia non ha in sé, dato che “nomòs” non è “nòmos”!

Carestia e suicidi sono dovuti alla intromissione forzosa della politica nell’economia.

Basti pensare che in questi tempi di crisi conclamata “la Comunità europea concede un indennizzo per la distruzione degli agrumi in eccesso” (G. Falcone, "Cose di Cosa Nostra", Ed. Rizzoli, Milano, p. 144).

Se per la logica economica ciò è giustificabile, dato che rendendo rara una merce la si rende più cara, ciò non dovrebbe essere giustificato per il diritto. La logica economica non dovrebbe coincidere con quella giuridica, dato che quest’ultima dovrebbe implicare il concetto di uguaglianza fra gli uomini.

Se i bambini muoiono di fame, se i genitori si suicidano, e se i politicanti dell’economia di Stato in combutta coi legislatori fanno in modo di incentivare la distruzione degli agrumi (questo è solo un esempio), significa che il concetto di uguaglianza per questi ultimi non vale, dato che costoro evidentemente si sentono diversi...

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17 febbraio 2014 1 17 /02 /febbraio /2014 11:43

(Nereo Villa Opere)

"Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!" Questo detto di George Orwell oggi è superato. L'inganno presume un ingannatore e un ingannato. Ma oggi data l'imbecillità incalzante bisognerebbe parlare di AUTOINGANNO.

Oggi più che nel tempo dell'inganno universale ci troviamo nel tempo dello scemo universale, cioè di coloro che sono stati resi schiavi soprattutto dal fatto che da loro è "scemata", appunto, la facoltà del giudizio critico che li faceva umani. Per cui oggi sarebbe più esatto dire che nel tempo dello schiavo scemo, pensare in modo non scemo è visto come alienazione, mentre i più scemi passano per scienziati.

Lo schiavo odierno, scientificamente persuaso dei limiti della conoscenza umana, parla della fallibilità del conoscere umano scimmiottando Karl Popper e tutti gli altri maestri del dubbio, i quali dubitano di tutto eccetto che dell'assoluta certezza della “finitezza” del pensiero umano, in base alla quale non hanno alcun dubbio del fatto che oggi non si debba credere possibile, non dico di possedere ma nemmeno di ricercare la verità, perché anche il solo cercarla genererebbe totalitarismi o... pensiero unico.

Questa genìa di persone sembra davvero figlia nostalgica del marxismo o del comunismo o dello scientismo radicale, ed è evidentemente ancora talmente innamorata del pensiero unico bolscevico da inventarsene subito un altro similare, come nuovo muro, sostitutivo di quello di Berlino crollato.

Per questo nuovo "pensiero" da cui è completamente scemato il pensare, chi ha due mele e ne mangia una, diventa un fascista se, restando con una mela, osa affermare la certezza che 2 - 1 = 1. Perché nel tempo dello schiavo scemo anche la matematica è un'opinione... Insomma, in questo tempo, per essere in "regola" col pensiero debole è d'obbligo dubitare assolutamente di tutto.

 

 

Le seguenti domande di Emanuele Severino sono rivolte allo schiavo scemo, che lui si limita a chiamare "nichilista" o tutt'al più "nichilista di superficie", mentre io vorrei chiamarlo poppante di Popper.

«Domando: chi si dichiara pronto ad abbandonare i propri valori se altri si rivelano più credibili è uno che dubita di essere così pronto? È uno che dice: "Forse son pronto ad abbandonarli se ne vedo di più credibili?". È uno che dice: "Forse son pronto, perché non escludo che anche se ne vedessi di più credibili non abbandonerei mai i miei?". Se si son capite le domande, la risposta non può che essere negativa» (E. Severino, "La potenza dell'errore", p. 183, Ed. Rizzoli, Milano 2013).

E qui Severino non lo dice, ma pensa esattamente come me che costoro sono cretini, e scrive "se si son capite le domande" come se queste domande fossero molto difficili. In verità sono difficili solo per coloro dai quali la facoltà del pensare è scemata!

E continua: «Anche questo relativista, cioè, non mette in dubbio, è sicuro del fatto suo: più o meno consapevolmente, considera come irrefutabile, indiscutibile e dunque assolutamente vero il proprio trovarsi nello stato in cui egli è disposto ad abbandonare le proprie convinzioni se ne vede di migliori. Infatti l'uomo non apre bocca se dubita di quel che dice. E se dice: "Dubito di quel che dico", egli non dubita di dubitare. (Che è cosa del tutto diversa dal cogito cartesiano, perché se l'uomo apre bocca solo se non dubita, la maggior parte delle volte che l'apre dice però cose false; mentre le considerazioni di Cartesio sul cogito intendono pervenire alla suprema verità incontrovertibile)» (ibid.).

E dando un bello schiaffo anche a Popper, megapoppante fanatico dei seni di Mania (mitologica personificazione della follia) così conclude: «A Popper che afferma il carattere fallibile e congetturale di tutta la nostra conoscenza va dunque replicato che, d'altra parte, l'uomo - dunque anche Popper e tutti i relativisti di questo mondo - è sempre convinto, più o meno consapevolmente, di conoscere verità assolute e incontrovertibili (anche se sbaglia quasi sempre)» (ibid.).

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31 gennaio 2014 5 31 /01 /gennaio /2014 16:30

Nel 2004 creavo per un forum di debole pensiero il termine "mentecattocomunismo". In tale forum fui giudicato fascista perché vi inviai parole di Karl Marx!

Spiego il fattaccio nel seguente breve articolo del 2010 «Banca centrale il "nemico" di classe»:

In verità, scrive Paolo Arpini, di usura ne aveva già parlato Aristotele 2400 fa: "... si ha pienissima ragione a detestare l'usura, per il fatto che in tal caso i guadagni provengono dal denaro stesso e non da ciò per cui il denaro è stato inventato. Perché fu introdotto in vista dello scambio, mentre l'interesse lo fa crescere sempre di più (e di qui ha pure tratto il nome: in realtà gli esseri generati sono simili ai genitori e l'interesse è moneta da moneta): sicché questa è tra le forme di guadagno la più contraria a natura....." (continua in Crematistica di Paolo D'arpini).

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25 gennaio 2014 6 25 /01 /gennaio /2014 12:58

La triarticolazione sociale non esclude la coerenza sociale

(Nereo Villa Opere)

In ogni fenomeno sociale vi sono sempre in ballo tre sistemi: quello culturale, quello giuridico-politico e quello economico, l’insieme dei quali forma l’organismo sociale, da non confondere con le caste, se non si vuole perdere di vista la totalità dell’umano.

Le tre funzioni dell’organismo sociale sono presenti ovunque a livelli diversi e non si può parlare dell’una senza coglierne anche i rapporti con le altre due.

Nell’idea di Steiner della triarticolazione dei poteri sociali, una scuola è per esempio un organo collegato al sistema funzionale della libera vita culturale, ma va considerata anche 1) come un’impresa di produzione, inserita nella vita economica associativa, e 2) come ambito lavorativo in cui si realizzano rapporti umani, radicati nel sistema funzionale della vita giuridica democratica.

Sempre nell’esempio della scuola queste tre funzioni (culturale, economica e giuridica) sono, sì, essenzialmente diverse, ma affinché esista e funzioni la scuola non solo come concetto ma anche come oggetto percepibile, è necessario che esse coesistano in un medesimo luogo detto “scuola” combattendosi, completandosi e armonizzandosi a vicenda.

In tal modo sarà possibile la conoscenza sociale della scuola come opposta polarità rispetto alla coerenza, che altro non è se non azione sociale.

La conoscenza sociale della scuola (come di ogni cosa) priva di azione sociale, cioè di coerenza, è mera astrazione, mediante la quale nulla si attua che non sia pensiero dialettico, dialettica, parlamentarismo, arte di aver sempre ragione, demagogia, ecc.

La conoscenza sociale e l’azione sociale (coerenza), essendo polarmente opposte, esigono una certa pre-veggenza e post-veggenza (feedback) per armonizzarsi. Se nella conoscenza di un fenomeno sociale vivente (poniamo il funzionamento di un’istituzione) si vogliono distinguere quelle tre componenti, occorrerà prevedere nell’azione sociale (coerenza) come quelle componenti si combinino tra loro, e come, dai loro complessi rapporti, possa sorgere una forma sociale concreta.

Nell’organismo sociale si sta già realizzando questa triarticolazione, percepibile a due livelli di manifestazione: quello del micro-sociale e quello del macro-sociale. Lo testimoniano, appunto, tutte le lotte interne, che sono tutte finalizzate, ne siamo consapevoli o no, alla piena attuazione delle possibilità o dei poteri di ognuna delle componenti la triade (fatta di cultura, di economia e di diritto).

Il livello del micro-sociale è quello delle condizioni e delle forme interne di un’impresa, di un’istituzione, o di una piccola società.

In cosa consiste il cosiddetto cambiamento in base all’idea della triarticolazione divenuta consapevolezza? All’inizio ed alla fine non ci sarebbe niente di diverso. Una società che fabbrica e distribuisce scarpe continuerebbe a fabbricare e a distribuire scarpe con le stesse tecniche, la stessa divisione dei compiti, con lo stesso personale e le stesse macchine.

Ciò che invece dovrebbe risultare diverso è il rapporto di ogni socio con l’insieme dell’impresa (società), con la sua politica, le sue forme e le sue condizioni. Infatti la divisione del lavoro e la consapevolezza di appartenere ad uno stesso organo del corpo sociale porterebbe alla formazione di tre istanze in seno all’impresa: nella prima si definirebbero le grandi linee-guida in materia di ricerca, di innovazione, di macchinari, di idee, cioè tutto quanto concerne la direzione e l’organizzazione, nonché la gestione del capitale; nella seconda istanza, complementare alla prima, si realizzerebbero tutti i contatti e gli scambi necessari alla commercializzazione, alla vendita, ai rapporti tra produzione e consumo; la terza, costituirebbe il polo sociale propriamente detto, cioè la definizione delle condizioni di lavoro e di rendita, la designazione dei responsabili, e la messa a punto di tutti i dispositivi atti a favorire la circolazione, la comunicazione, la mediazione tra tutti i settori dell’impresa.

In queste tre istanze sono riconoscibili le tre funzioni sociali 1) culturale, 2) economica e 3) giuridica. Le prime due funzioni necessitano di competenze specifiche nonché di deleghe riguardanti l’iniziativa e la responsabilità; la terza si rivolge invece a tutti senza discriminazione di potere e di competenze.

Le leggi funzionali della libertà d’iniziativa, della fraternità nella complementarità dei compiti, e dell’uguaglianza per tutti dei diritti, si applicano rispettivamente alla sfera culturale, alla sfera economica e alla sfera giuridico-sociale. Dedurne che la libera iniziativa riguardi solo il settore della direzione, o che la fraternità si applichi solo al produrre, sarebbe controproducente e fallimentare. È invece necessario che questi impulsi trovino la loro collocazione in ogni luogo di lavoro, che l’operaio abbia la possibilità di sviluppare il germe della libertà, e che il dirigente guidi la propria azione sulla base della fraternità. Si può aggiungere che né gli uomini né l’impresa - considerata nel suo insieme come un organo o cellula del corpo sociale - devono specializzarsi in una soltanto delle tre funzioni. Sia negli uomini che nell’impresa c’è una combinazione vivente ed organica di tutte e tre le tre funzioni.

L’unità dell’impresa consegue alla molteplicità delle funzioni, così come l’unità di ciascuna delle tre funzioni consegue alla molteplicità degli uomini e dei loro compiti.

La triarticolazione sociale non è dunque né un dato di partenza né un punto di arrivo. Può solo intervenire nella dinamica del processo sociale come consapevolezza.

Come nell’organismo umano l’occhio, per esempio, appartiene al sistema nervoso e sensoriale pur essendo attraversato da processi che lo collegano anche al processo circolatorio ed a quello metabolico-motorio, così ogni membro di un gruppo di lavoro partecipa dei tre campi funzionali dell’organismo sociale.

L’essenziale è che ci sia movimento tra le tre funzioni, e che esse si affrontino a vicenda. Se manca il movimento fra le tre funzioni, tutto diventa fittizio e sui spegne nell’ipocrisia. Ecco perché ogni impresa o istituzione dovrebbe anche essere un luogo di formazione dell’essere umano, per sé e con gli altri, una sorta di università in cui le qualità funzionali sociali sono per ciascun individuo forza interiore, attività interiore, colorazione interiore; è per esempio necessario che chi è libero coltivi con gli altri l’uguaglianza e la fraternità, e che chi non ha nient’altro che l’uguaglianza riceva la fraternità per potersi anche affermare come essere libero.

L’organismo sociale è formato da tessuti talmente complessi che la sua triarticolazione è potente sia a livello micro-sociale che macro-sociale. Così come una cellula dell’organismo può essere più particolarmente specializzata nella digestione, e ciò non impedisce che sia collegata anche a funzioni neuro-sensoriali e circolatorie-respiratorie mediante i circuiti nervosi e sanguigni che l’attraversano, allo stesso modo un’impresa economica è collegata in modo triplice al resto dell’organismo sociale. Un’impresa è infatti allo stesso tempo consumatrice nei confronti dei suoi fornitori (macchine, energia, materie prime e prodotti trasformati) e produttrice in rapporto ai suoi clienti. In questa coerenza, simile all’ordito di una stoffa, risiede l’essenziale del suo rapporto economico con il resto dell’organismo sociale: per esempio nell’essere attraversata da una corrente di merci, ma se non vuole rischiare il soffocamento, deve essere anche percorsa dal circuito della vita culturale.

Si prenda, ad es., l’alto livello di evoluzione tecnologica richiesto dall’industria moderna. Questo non si crea per magia. Le invenzioni, i processi rivoluzionari, le innovazioni, le scoperte sono possibili solo perché tutte queste idee sono segni dei tempi, dello spirito del tempo, sono nell’aria insomma, grazie allo sviluppo di una cultura scientifica e di universalità del pensare. La ricerca ha bisogno di équipes internazionali e multidisciplinari, di laboratori, e di mezzi che superano di gran lunga le possibilità di una sola impresa.

Lo stesso accade con le nuove forme d’arte, con la creatività, con lo spirito di iniziativa, con la libertà: tutto questo è espressione di individui o di piccoli gruppi nella loro dimensione più originale, ed è necessario che creatività, spirito di iniziativa e libertà circolino, così come circolano le idee, che esista la possibilità di interventi sia dall’esterno che dall’interno dell’impresa.

Quanto al polo giuridico-sociale, la definizione collettiva delle condizioni di lavoro e di rendita suppone anche una comunicazione con le istituzioni a livello macro-sociale che permetta di farsi un’idea di ciò che è ragio-nevolmente possibile.

Una precisa idea dell’interazione in una impresa del micro-sociale col macro-sociale la si può avere considerando i processi concreti della vita dell’impresa stessa. Si prenda, ad es., il caso della designazione dei dirigenti. Si tratta di mettere al posto giusto persone in funzione delle loro capacità e attitudini. Queste qualità sono individuali, e derivano dalla combinazione di fattori ereditari (ed anche biografici) con l’educazione, gli studi, e la formazione. Insomma, la loro collocazione nell’organismo sociale riguarda la vita culturale in cui vigono la libertà e l’iniziativa. È proprio a questo carattere di iniziativa libera che si richiama l’economia liberale occidentale.

È invece notorio che quanto dovrebbe essere libero campo d’azione per gli imprenditori a cui si richiama questo sistema è poi trasformato dal corporativismo, dall’interventismo statali, e delle banche centrali di Stato volute dallo Stato, in qualcosa di totalmente altro, che assomiglia più che ad un’armonia di intenti, ad una gara egoistica ed immorale per il denaro e il potere, o ad una lotta all’ultimo sangue per il successo, o perfino all’applicazione arbitraria alla società del principio materialistico darwinista di selezione naturale.

Col corporativismo e con l’interventismo, la libera impresa non è più libera impresa in quanto ai fattori di competenza individuale si mescolano quelli del potere (gruppi di influenza dei partiti) e del denaro (gruppi di influenza delle banche centrali), ignorando, di conseguenza, i valori di fiducia sociale, di partecipazione organica, di delega democratica del controllo e del potere, che possono e devono emanare da un polo giuridico-sociale sano.

Tutto questo incominciò a vedersi all’Est ma oggi è così anche all’Ovest per chi sa aprire gli occhi su ciò che da noi è ancora occultato: l’economia dirigista di Stato che mescola continuamente interessi economici con interessi politici, finendo per trascurare del tutto la libera iniziativa individuale, e portando come conseguenza l’eliminazione della possibilità di un vero polo sociale.

Se si continuerà in questa direzione ciò non potrà che portare ad altri crolli del muro di Berlino, cioè al crollo del muro di Maastricht, ed ai muri di ogni Stato. Questo però non deve in alcun modo spaventare. Perché? Perché non sarà altro che l’attuarsi della triarticolazione sociale, purtroppo in senso karmico, cioè con immani batoste per tutti, guerre, terrorismo, ecc. C’è ovviamente da sperare che non sia così, vale a dire che ci si svegli dal torpore della coscienza, per non essere svegliati dalle batoste, appunto.

Di fronte alla realtà che caratterizzano l’inumana situazione sociale attuale, è della massima importanza che si sviluppi ovunque un polo giuridico-sociale realmente "mediano", non più come espressione diretta della volontà e della “ragion di Stato”, ma come espressione diretta di tutti coloro che fanno parte di un’istituzione o di un’impresa. In questo modo la designazione dei dirigenti è un affare che riguarda tutti coloro che lavorano nell’impresa. Spetta dunque a tutti i lavoratori di qualsiasi impresa - e non allo Stato - darsi le proprie regole e i propri organi che permettano di procedere in modo democratico. Lo Stato ha solo il compito di garantire questo procedere.

Nella consapevolezza della triarticolazione sociale sono gioco due criteri: da un lato il criterio culturale del libero impegno di persone dotate delle competenze necessarie (principio di libera iniziativa della vita culturale); dall’altro il criterio sociale-giuridico dell’espressione della fiducia sociale (principio di uguaglianza democratica della vita giuridica). Si tratta di due principi necessariamente in contraddizione tra di loro. Si può uscire da questo dualismo solo considerando un terzo fattore: la necessità di collegare il micro-sociale al macro-sociale, che corrisponde a quanto caratterizzato sopra come secondo aspetto fondamentale della triarticolazione: la comprensione della società in quanto organismo sociale.

Da questo punto di vista la risurrezione di Cristo non è altro che risurrezione di viventi forze conoscitive, possibile solo se l’io umano feconda il pensiero mediante la coerenza, cioè mediante forze di volontà, le sole in grado di metamorfosarlo a partire dall’io stesso.

Questa nuova coscienza, anche se molto lentamente, si sta già sviluppando, proprio a partire da istanze associative che hanno raggruppano consumatori, produttori e distributori, e che percorrono consapevolmente ogni settore dell’organismo sociale.

Un’economia di questo tipo ovviamente non potrà più essere quella “a breve termine” del “voglio tutto subito”, in quanto dovrà essere liberata dal principio limitativo ed egoistico del corporativismo interventista (Keynes). Il capitalismo consapevolmente fraterno non significa di certo il non tenere conto ovunque dell’integrazione organica del tutto e della parte, o il non considerare prioritario l’ambiente sociale, umano e naturale. Anzi! Le necessità di protezione della natura e dell’ambiente non deriveranno dal diritto, né dalla vita culturale. Deriveranno dalla vita economica stessa, fondata su basi proprie. Perché, da sé, essa saprà servire da supporto ad una coscienza universale dei rapporti tra il tutto e le parti, tra l’universale e il particolare.

Lo stesso accadrà per la soluzione dei gravi problemi odierni di disoccupazione e di inflazione, attraverso l’auto-regolazione associativa dei processi economici. Solo in questa comprensione l’economia può diventare realmente fraterna: nel senso della solidarietà tra il tutto e la parte! Una solidarietà poggiante sulla consapevolezza della divisione del lavoro, dunque scientifica, non buonistica…

E la questione banche?

Le banche saranno solo tipografie, così dovranno chiamarsi perché è questo che devono essere, e nulla di più. Apparterranno a tutti i soci dell'organismo sociale, e l'attuale sistema antisociale sparirà progressivamente.

In tale nuovo contesto ogni impresa sarà associata ad una o più tipografie, collegate a loro volta ad altre imprese. Queste tipografie potranno farsi carico della compatibilità delle imprese ed assicurare la circolazione del denaro che dal consumo rifluisce verso la produzione. Tali tipografie saranno, appunto, il legame associativo tra numerose imprese e permetteranno il passaggio dal micro-sociale al macro-sociale. Di conseguenza non potranno che agevolare la circolazione dal polo dell’economia di scambio al polo della produzione. Queste tipografie associative, così come quelle di credito (emissione), e come le imprese stesse, costituiranno il polo economico produttivo. Il "collettivo di lavoro" di ciascuno di questi organi costituirà il polo giuridico nella sfera economica e ogni lavoratore ne sarà parte di diritto, quale che sia il suo ruolo e la sua importanza nella produzione.

Ogni "collettivo di lavoro" designerà democraticamente, sia direttamente sia attraverso commissioni di rappresentanti, i membri del consiglio di amministrazione dell’impresa, cioè il "polo culturale" della stessa ("consiglio" è inteso qui nel senso di essere in grado di dare consigli competenti). Questi "consigli di amministrazione" dovranno necessariamente includere responsabili che definiscano i compiti e gli orientamenti dell’impresa e dirigenti delle tipografie e delle imprese associate. Vi si aggiungeranno coloro che verranno designati democraticamente, cioè i rappresentanti di categorie professionali, di settori di impresa, esperti, ricercatori, rappresentanti dei consumatori, delle collettività locali, della vita culturale propriamente detta, e così via.

Ciascuna delle tre funzioni micro-sociali dell’impresa (capitale, lavoro, merce) si ricollega direttamente, nella triarticolazione sociale, ad un organo aperto verso l’esterno che ne costituisce un prolungamento sul piano macro-sociale.

Ovviamente, occorre però andare oltre questo mio prospetto schematico. Ed apportare ognuno le proprie idee costruttive e correttive a seconda dei propri talenti e della propria esperienza di vita. Perché la triarticolazione sociale è un'idea di tutti. E nessuno ne ha il monopolio. Si tratta solo di capire.

Se si riuscirà ad avere una visione veramente organico-dinamica di queste forme sociali si riuscirà davvero a scongiurare il problema delle batoste sopra citato.

All’occorrenza sarà il polo giuridico, cioè il "collettivo di lavoro" dell’impresa ad esercitare democraticamente la propria sovranità, designando il o i responsabili dell’impresa. Tuttavia una vera scelta presuppone la partecipazione anche degli altri due poli, quello economico e quello culturale.

Da un lato, una struttura economica del genere, ed il suo tessuto associativo, permetteranno a tutti di farsi più facilmente l’idea di organismo sociale, cioè dell’interazione tra il micro e il macro-sociale. Dall’altro, prima di decidere, il polo giuridico o “collettivo di lavoro” sarà tenuto ad ascoltare le proposte del “consiglio di amministrazione”, in altre parole ad informarsi sui consigli dati dal polo culturale sulla base di criteri di libertà e di responsabilità.

Questa è, in senso organico e funzionale, l’attuazione dell'idea della triarticolazione di Rudolf Steiner, come l'ho immaginata dal 1972 ad oggi.

Si tratta di un'idea che attuandosi non può che rispettare tre criteri contraddittori: il principio di individualità e libertà, quello di uguaglianza dei diritti, e quello di “associativismo” tra il tutto e la parte (fraternità sociale).

A mo’ di esercizio, ognuno può tentare di utilizzare queste forme per risolvere gli altri due problemi pratici che deve affrontare il polo giuridico dell’impresa, e cioè la definizione delle condizioni di remunerazione, e quella delle condizioni di lavoro.

Si constaterà allora che la pratica di questo pensiero immaginativo e dinamico, mette in moto la metamorfosi del pensiero in volontà (coerenza) e della volontà in pensiero. In altre parole, sarà dato il via ad un processo plastico dell’universalità del pensare che, da solo, consente di conciliare l’individuale col sociale, e di rendere i pensieri efficaci, portandoli incontro ai processi storici e cosmici reali.

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24 gennaio 2014 5 24 /01 /gennaio /2014 11:26

Oggi coloro che si propongono di aggiustare ciò che non funziona e che è continuamente causa del “male” sociale, alla fine di tutti i più bei ragionamenti circa ciò che non è equo, non è giusto, ecc., la soluzione che propongono è: facciamo una bella società da quotare in Borsa, oppure facciamo un bel partito così con i soldi della Borsa o del finanziamento pubblico cominciamo a fare il bene, vedi anche le conferenze di antroposofia finanziate dalla Fondazione Cariplo (la Fondazione ha sempre come scopo opere di beneficienza per mascherare il fatto notorio che la Cariplo è una banca armata), oppure la parificazione delle scuole pedagogiche ad indirizzo steineriano a scuole di Stato.

Molti, per giustificare queste azioni le paragonano al fatto che lo stesso Steiner per fare le scuole si avvalse di contributi. Ma il paragone non regge, dato che Steiner accettò di farsi finanziare da un privato (il signor Waldorf, produttore delle note sigarette) all’incirca come fece Olivetti a suo tempo per creare strutture atte a consentire una vita migliore ai suoi operai. Coloro che invece vogliono giustificare per esempio la parificazione statale delle scuole steineriane incappano nella contraddizione per cui si fanno finanziare da chi combattono e cioè da quello Stato che non dovrebbe mettere le grinfie nella cultura e nell’economia. La stessa cosa accade se a finanziare un’iniziativa contro l’andamento criminoso dell’attuale economia è la stessa banca, cioè la colpevole di tutto il crimine (vale a dire della creazione ed emissione del denaro dal nulla, cioè della truffa dell’indebitamento, che poi i “soci” (individui) dell’“organismo sociale” (Società) devono pagare a suon di tasse e a suon di fallimenti, disoccupazione, suicidi, ecc..

Evidentemente oggi ci vuole molto coraggio ad essere liberi di capire questi pensieri.

Oppure ci vuole troppa onestà, che per forza di cose poi risulta quasi totalmente mancante dappertutto?

Rudolf Steiner si fece finanziare dalla fabbrica di sigarette Waldorf Astoria per la costruzione delle sue scuole per poter insegnare liberamente una nuova pedagogia ai bambini basandosi su criteri del tutto rivoluzionari rispetto alle scuole statali.

È stato dunque l’avvalersi di denaro proveniente da un’attività non delle più etiche, che ha impedito che l’opera di Steiner si realizzasse?

Se oggi a distanza di più di un secolo siamo ancora qui a dover far conoscere - attenzione bene - solo conoscere, la sua  “triarticolazione sociale” è forse perché egli sbagliò ad usufruire di quel denaro?

Quel denaro forse inquinò e impedì l’attuazione della triarticolazione?

Oggi quasi tutte le scuole pedagogiche a carattere antroposofico sono state “parificate” a quelle statali. Quindi chi frequenta queste scuole perché sceglie un’educazione libera, alla fine dei suoi studi deve avere l’avallo statale sostenendo l’esame pubblico. Ciò è però esattamente il contrario di ciò che avrebbe voluto Steiner.

Mi pare pertanto che il costo di queste contraddizioni sia quello di non realizzare alcunché di ciò che ci si era prefissati in nome del cambiamento.

Se per perseguire il cambiamento si cercano strade più brevi e facili di quelle che sembrano più impervie, credo che lo scotto da pagare sia proprio il nullificarsi di questo agognato cambiamento.

Solo chi è puro riesce a bere dal Graal traendone l’immortalità. Tutti gli altri bevendo dal Graal ne muoiono.

Secondo me occorre perciò meditare molto sulle vie da prendere, e questo era il senso del mio brano “Quiete & Tempesta (N. Villa - Pink Floyd)

Il compito più arduo che spetta ad ogni essere umano è di trovare la via giusta. A questo fine da anni propongo nel web un aforisma che trovai in un libro di Scaligero (Reincarnazione e karma). Si tratta dell’aforisma del saggio cinese Lutzu “il mezzo ingiusto rende iniquo il fine giusto” (da me cantato nel brano "Napolitano, non va bene così" in quanto conforme alla realtà oggettiva del mondo attuale ed alla sua struttura morale).

La “giustezza” dei mezzi in oggetto è infatti oggi la bestiale politica del fine che giustifica i mezzi. E ciò è una bestemmia, e con quest’ottica le cose sembrano peggiorare sempre di più.

Bisognerebbe però almeno percepirle come sono: il sistema è marcio, l’Italia stessa è marcia, perché il massimo problema economico è la delinquenza politica che lo genera: sia nel lavoro che nella vita comune la gente ha talmente paura dei “capetti”, dei capi, dei poliziotti, dei carabinieri, dei politici, e di chi ci governa con la frusta delle multe e delle cinture del protezionismo coatto, che appena parli di ingiustizia sociale ti senti rispondere che l’ingiusto in definitiva sei tu, e che risulti tale in quanto sei troppo rigido, unilaterale, intollerante, ecc., e che nella vita qualche compromesso dev’essere accettato per sopravvivere. Però nessuno si chiede “quale compromesso” possa essere accettato.

Il compromesso di tipo legale è un patto. Si costituisce fra due parti che si promettono reciprocamente [“con” (com) - “promettono”] di rispettare accordi presi secondo una precisa logica in cui chi non li rispetta perde una certa somma.

Il compromesso psicologico riguarda invece l’interiorità delle parti. In ognuna di esse il compromesso può essere lecito o illecito.

Occorre essere chiari con noi stessi su questo argomento: il compromesso è lecito quando, a motivo della sua accettazione vi è un valore umano. In questo caso è lecito in quanto l’interiore attività umana porta consapevolmente un sacrificio in nome di un valore riconosciuto da entrambe le parti. Quando invece il compromesso coinvolge l’interiorità in modo da rimuovere tale consapevolezza, il valore viene inquinato o svenduto. In tal caso il compromesso non è lecito ed anche tutto ciò che, in tale contesto, tende a compromessi conduce solo a vie sbagliate.

Qualsiasi valore è determinato da un rapporto o da una correlazione con qualcuno o qualcosa (queste stesse parole, per es., acquistano valore, cioè concreto contenuto, se si rapportano concretamente alla liceità sopra accennata del compromesso).

Si prenda per esempio il valore umano dell’obbedienza. Esso è determinato dall'atto conforme all’ascolto (obbedienza = ob-audienza) del suo contenuto. Se tale contenuto non è esso stesso conforme a se stesso, è illogico e necessariamente iniquo. In tal caso il valore dell’obbedienza è nullo in quanto falso. Non si tratta infatti di obbedienza ma di succubanza, o di rassegnazione, mascherate da civiltà. Ad esse si contrappone il valore della disobbedienza civile: il valore della disobbedienza civile è la possibilità di realizzare un compromesso lecito quando la contingenza è quella del compromesso illecito.

Chi sa considerare spregiudicatamente i fatti della vita in base a logica di realtà non può che pervenire a queste conclusioni.

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22 gennaio 2014 3 22 /01 /gennaio /2014 12:25

Nereo Villa Opere

"Qua la lotta è mortale. O devo andare in galera io per calunnia, o deve andare lei in galera per truffa" (Giacinto Auriti).

È notorio che lo spiritualismo assoluto di Johann Gottlieb Fichte è caratterizzato non solo dalla pedanteria generata dalla convinzione che lo Stato sia etico, ma anche dalla pedanteria generata dalla convinzione che lo stesso concetto astratto di convinzione sia infallibile in quanto pensiero assolutamente giusto.

La tesi dell'infallibilità della coscienza morale e delle convinzioni che ne conseguono fu da lui esposta nel 1789: "la coscienza non erra mai e non può mai errare". Nella misura in cui è "essa stessa giudice di ogni convinzione, essa non conosce alcun giudice sopra di sé", quindi, in quanto inappellabile, è sempre assolutamente essa in ultima istanza a deliberare (J. G. Fichte, "Sistema della dottrina morale": "System der Sittenlehre" 1789, III, §15; Werke, vol. 4, Berlin, 1971, p.174).

Fichte sostenne l'infallibilità della convinzione [Überzeugung] in modo così assoluto che al filosofo austriaco K. L. Reinhold (1757-1823) che gli aveva manifestato i suoi dubbi su tale infallibilità rispose: "Sa Lei, quale stato di spirito ci sta descrivendo? Quello di un uomo, che mai in vita sua è stato convinto di qualcosa!".

In altre parole, per Fichte chi non è convinto è un ciarlatano.

Secondo questo modo di pensare chi oggi scrivesse quanto segue sarebbe un ciarlatano: "Non si tratta di dare una risposta teoretica da studiare a memoria e portare come convinzione [Überzeugung]. Per la qualità di rappresentazioni che è a base di questo libro, una risposta del genere sarebbe solo apparente" (R. Steiner, FdL, Prefazione alla riedizione del 1918)!

Forse è per questo motivo che Pietro Archiati vorrebbe riformare la FdL di Steiner che reputa opera di un baro (http://youtu.be/B_qHyEped68) o l'antroposofia di Scaligero (http://youtu.be/_lCwOOtZWrA) che reputa uomo ignorante nel pensiero puro?

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10 gennaio 2014 5 10 /01 /gennaio /2014 13:59

(Nereo Villa Opere)

Nel 2002 creavo questa melodia sul brano "Careful With That Axe, Eugene" dei Pink Floyd.

Lo ripropongo in quanto mi accorgo che il modo di sentire dell'odierno "homo cricetus", animale sociale, sempre più animale e sempre meno sociale, sente se stesso un iniziato al mondo superiore, o addirittura un antroposofo, che accetta i compromessi col mondo inferiore purché tutto si svolga alla luce del sole, condizione da lui creduta prerogativa di ciò che è buono e giusto!

Invece proprio questo atteggiamento interiore genera la politica odierna, che è in realtà la "fantapolitica" dell'orrore che ci governa.

Alla luce del sole può essere commesso tanto il bene quanto il male. Facendo questa osservazione, tengo a precisare che non sono mosso da avversione verso il popolo ebraico, né che reputo il popolo ebraico sinonimo di popolo dei banchieri... E Da questo punto di vista mi pare che perfino il passo di Deuteronomio 23, 20-21 possa interpretarsi tanto con spirito nazista quanto con spirito cristiano.

Ciò premesso, nel "piano" di A. M. Rothschild del 1773 per il cosiddetto "Governo Mondiale", delineato nel libro Guy Carr, "Pawns in the Game" (CPA Book Pubblisher, pp. 26-31), trattando il tema dell'uso degli "slogan", Amschel Mayer Rothschild affermava alla luce del sole, appunto: «Nei tempi antichi, siamo stati noi i primi a mettere le parole "Libertà", "Uguaglianza" e "Fraternità" sulla bocca delle masse [...] parole ripetute fino ai giorni nostri dagli stupidi pappagalli; parole dalle quali anche il più saggio dei Goìm [la parola "goìm" significa in ebraico "non ebrei". Si veda l'esempio del salmo 117, il cosiddetto "invito alle genti", che è la preghiera più amata da Gesù di Nazaret; la nota è mia] (1) non potrebbe cavar nulla dalla loro astrattezza, e senza neppure notare la contraddizione del loro significato e interrelazione».

Rothschild afferma, alla luce del sole, che queste parole (libertà, uguaglianza e fraternità) «hanno portato sotto la loro direzione e controllo intere "legioni" "che hanno portato le nostre bandiere con entusiasmo». E spiega alla luce del sole come non vi sia alcun posto in natura per "Equaglianza", "Libertà" e "Fraternità": «Sulle rovine dell'aristocrazia naturale e genealogica dei Goìm, noi abbiamo sovrapposto un'aristocrazia del DENARO. La limitazione di quella aristocrazia è la RICCHEZZA che è in mano nostra».

Il banchiere Rothschild espone poi le sue idee sulla guerra stabilendo, nel 1773, un principio che i Governi della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, pubblicamente, cioè anch'essi alla luce del sole, annunceranno poi come loro politica comune nel 1939. Rothschild affermava che la politica dei presenti doveva essere quella di fomentare guerre, ma di dirigere le Conferenze di Pace, in modo che nessuna delle due parti del conflitto potesse ottenere guadagni territoriali. Aggiungeva che le guerre dovevano essere dirette in modo tale che le nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondassero sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il potere dei loro "Agentur".

Sempre alla luce del sole, parlando dell'Amministrazione, Rothschild diceva poi ai presenti di usare la loro ricchezza per favorire l'elezione, in posti pubblici, di candidati «servili e obbedienti ai nostri comandi, in modo da essere usati come "pedine" nel nostro gioco da uomini ingegnosi e ben addestrati, che noi instaureremo dietro le quinte dei Governi, per agire come consiglieri ufficiali».

Poi aggiunge: «Gli uomini che noi"designeremo" come "Consiglieri" dovranno essere allevati, coltivati e addestrati sin dalla fanciullezza, in sintonia con le nostre idee, per dirigere gli affari del mondo intero».

Sempre alla luce del sole, parlando della propaganda, Rothschild spiegava come la loro ricchezza riunita potesse controllare tutte le fonti di informazione pubblica, mentre loro avrebbero dovuto rimanere nell'ombra e al sicuro da ogni attribuzione di colpa, senza curarsi delle ripercussioni causate dalla pubblicazione di libelli, calunnie o falsità: «Grazie alla nostra Stampa, noi abbiamo avuto l'oro nelle nostre mani nonostante il fatto che noi abbiamo dovuto raccoglierlo da oceani di lacrime e sangue. Ma siamo stati ripagati anche se abbiamo dovuto sacrificare molti della nostra gente. Ogni nostra vittima vale mille Goìm».

Sempre alla luce del sole, spiegò poi la necessità che i loro "Agentur" venissero allo scoperto ed apparissero in scena, quando le condizioni fossero giunte al loro punto più basso, e le masse fossero state già soggiogate con le privazioni e col terrore. Indicò che quando fosse giunto il tempo di restaurare l'ordine, essi avrebbero dovuto agire in modo che le vittime fossero indotte a credere di essere state depredate da criminali e da irresponsabili. E dichiarò: «Con l'esecuzione dei criminali e dei fanatici, dopo che essi hanno portato a termine il nostro pianificato "regno del terrore", noi dobbiamo apparire come i salvatori degli oppressi ed i campioni dei lavoratori [...]. Noi siamo, invece, interessati proprio all'opposto... alla riduzione e all'uccisione dei Goìm»!

Rothschild parlò altresì di come provocare la depressione industriale e il panico finanziario, e di come utilizzarli per servire i loro tini, e spiegò: «La disoccupazione forzata e la fame, imposta alle masse, col potere che noi abbiamo di creare scarsità di cibo, creerà il diritto del Capitale di regnare in modo più sicuro di quanto non fosse quello della vera aristocrazia e dell'autorità legale dei Re». E  disse che, avendo i loro Agentur il conrollo della plebe, la plebe avrebbe dovuto essere usata per spazzar via tutti quelli che avessero osato intralciare il loro piano.

Sempre alla luce del sole, anche l'infiltrazione della Frammassoneria fu poi discussa in modo estensivo, e Rothschild dichiarò che il loro scopo era quello di sfruttare i vantaggi che offriva il segreto massonico. Affermò che loro potevano organizzare le loro Logge del Grande Oriente all'interno della Massoneria Azzurra, in modo da continuare le loro attività sovversive e nascondere la vera natura del loro lavoro, sotto la copertura della filantropia [faccio notare che circa vent’anni dopo queste dichiarazioni massoniche di Rothschild, Fichte entrava nella Loggia di Zurigo detta "Eugenia ai leoni coronati" guadagnandosi l’epiteto di “giacobino” ed ottenendo subito dopo la cattedra a Jena. Oggi le coperture di filantropia sono date dalle cosiddette Fondazioni bancarie - la nota è mia].

Amschel Mayer Rothschild disse che tutti i membri affiliati alle Logge del Grande Oriente dovevano essere usati per il proselitismo e per la diffusione della loro ideologia tra i Goìm e terminò questa fase della sua presentazione con queste parole: «Quando suonerà l'ora dell'incoronazione del nostro Signore sovrano di tutti i Mondi, queste stesse mani spazzeranno via tutto ciò che potrebbe frapporsi al suo cammino».

Esponendo, alla luce del sole, il “valore” dell'inganno sistematico, disse che i loro agentur dovevano essere addestrati all'uso di frasi altisonanti e di slogan popolari. Essi avrebbero dovuto fare alle masse le promesse più prodighe. Ed  osservò: «L'opposto di quello che è stato promesso può essere sempre dato in seguito... e senza conseguenze». E argomentava che, facendo uso dei termini “indipendenza” e “libertà”, i Goìm potevano essere mossi ad un fervore patriottico tale da farli combattere persino contro le leggi di Dio e della natura, così che: «per questa ragione, dopo aver ottenuto il controllo, il vero Nome di Dio sia cancellato dal “lessico della vita”».

Rothschild dettagliò poi i piani per la guerra rivoluzionariae l'arte della battaglia di strada, delineando il modello del "Regno del Terrore" che - egli insisteva - doveva accompagnare ogni sforzo rivoluzionario «perché è il mezzo più economico per portare la popolazione ad una rapida sottomissione».

Parlò poi di democrazia dicendo che, dopo ogni guerra, si deve insistere sulla diplomazia segreta «in modo che i nostri agentur, camuffati da consiglieri “politici”, “finanziari” ed “economici”, possano portare a termine i nostri ordini, senza timore di esporre “il vero Potere Segreto” dietro gli affari nazionali e internazionali».

Alla luce del sole Rothschild disse ai presenti che, attraverso la diplomazia segreta, dovevano ottenere un tale controllo «che le nazioni non dovevano poter pervenire persino ad un benché minimo accordo privato senza che i nostri Agentur non vi avessero parte».

Il Governo Mondiale era lo scopo finale, per raggiungere il quale Rothschild dichiarava: «Sarà necessario creare dei monopoli immensi e riserve di tale ricchezza colossale che persino le ricchezze più grandi dei Goìm dipenderanno da noi, in tale misura che essi raggiungeranno il fondo, insieme al credito dei loro Governi, nel giorno successivo alla grande catastrofe politica», aggiungendo: «Voi, gentlemen qui presenti, che siete economisti, potete avere un'idea del significato di questa combinazione».

La guerra economica fu così discussa nei piani per spogliare i Goìm delle loro proprietà terriere e industriali. Rothschild propugnò una combinazione di tasse elevate e competizione sleale per portare alla rovina economica i Goìm nei loro interessi finanziari nazionali e nei loro investimenti. In campo internazionale, dichiarò alla luce del sole che potevano essere spinti fuori mercato. Questo poteva essere ottenuto con un accurato controllo delle materie prime, con agitazioni organizzate dei lavoratori per avere una riduzione dell'orario di lavoro, ma con aumenti salariali, e con la sovvenzione dei loro concorrenti, ammonendo però gli Agentur di fare in modo che «gli aumenti salariali, ottenuti dai lavoratori, non dovevano beneficiarli in alcun modo».

Scriveva il "Times" del 10 marzo 1920: Si può considerare ormai come accettato che la rivoluzione bolscevica del 1917 fu finanziata e sostenuta, principalmente dall'alta finanza ebraica, attraverso la Svezia: ciò non è che un aspetto della messa in atto del complotto del 1773"!

A proposito degli armamenti, fu suggerito di lanciare una corsa agli armamenti in modo tale che i Goìm potessero distruggersi a vicenda, ma su una scala così colossale che alla fine «non rimarranno solo che masse di proletariato nel mondo, con pochi milionari devoti alla nostra causa... e forze di polizia e militari sufficienti a proteggere i nostri interessi».

Quanto al Nuovo Ordine Mondiale, i membri del Governo Mondiale sarebbero stati designati dal Dittatore, il quale avrebbe dovuto scegliere uomini tra gli scienziati, economisti, finanzieri, industriali, e da milionari, perché «in sostanza, tutto verrà regolato dal problema dei numeri».

Sempre alla luce del sole fu da Rothschild enfatizzata l’importanza della gioventù sottolineando l'importanza di catturare l'interesse dei giovani e spiegando come «i nostri Agentur dovranno infiltrarsi in tutte le classi, a tutti i livelli della società e del Governo, per raggirare, confondere e corrompere i membri più giovani della società, insegnando loro teorie e principi che noi sappiamo essere falsi».

Le leggi nazionali e internazionali secondo Rothschild non dovevano modificarsi, ma usarsi com’erano per distruggere la civilizzazione dei Goìm «semplicemente col torcerle nella contraddizione dell'interpretazione che prima maschera la legge, e poi la nasconde completamente. Il nostro scopo finale è quello di sostituire l'arbitrato alla legge».

Amschel Mayer Rothschild, poi, dichiarò alla sua udienza: «Voi potrete pensare che i Goìm si solleveranno contro di noi con le armi, ma, nell'Occidente, contro questa possibilità, noi abbiamo un'organizzazione di un tale terrore terrificante da far tremare anche i cuori più gagliardi... gli "Underground"... i "Metropolitani"... i corridoi sotterranei... questi saranno creati nelle capitali e nelle città di tutti i paesi, ancor prima che questo pericolo ci possa minaccìare». Il termine “occidente”, è importante qui perché chiarisce che Rothschild stava rivolgendosi a uomini che avevano aderito al "Movimento Rivoluzionario Mondiale", iniziatosi col "Pale of Settlement" nell'EST (Il "Pale of Settlement", o "Confine di insediamento", era una zona geografica, situata nella parte occidentale della Russia, che si stendeva dal Mar Baltico, a nord, fino al Mar Nero, a sud, e dove la maggior parte degli ebrei, migrati nell'Europa dell'Est, erano stati costretti a risiedere e confinati, a partire dall'anno 1772. La maggioranza erano ebrei khazari (Cfr. Guy Carr, op. cit., pp. 18 e 63). A questo proposito, si deve ricordare che, prima che Amschel Moses Bauer (padre di Amschel Mayer) si stabilisse a Francoforte sul Meno (Germania), aveva esercitato il suo mestiere di orefice e argentiere, viaggiando estensivamente nell'Est europeo dove aveva incontrato gli uomini ai quali suo figlio Amschel Mayer si era rivolto, dopo esser cresciuto da presta-denaro a banchiere, e dopo aver stabilito "la Casa dei Rothschild" nella Judenstrasse, proprio il luogo in cui fu tenuto questo incontro, nell'anno 1773.

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(1) Salmo 117:

Pronuncia: Halelù et-(Adoscem) col-goim shabchuhu col-haum-mim. Chi gavàr alenù casdò veemeth-(Adoshem) leolam Haleluia.

Traduzione: Alleluia! Lodate Yhwh voi tutti, o non ebrei, lodatelo voi tutti, o popoli! Perchè salda è la sua misericordia per noi e la fedeltà di Yhwh dura in eterno. Alleluia!

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Sotto: la casa della "Targa rossa" ("Rothen Schild"), nella quale nacque Amschel Mayer Rothschild, nel 1743, e dove egli tenne, nel 1773, una riunione a dodici persone ricche e influenti alle quali espose il suo "piano" per un Governo Mondiale.

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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