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17 febbraio 2014 1 17 /02 /febbraio /2014 11:43

(Nereo Villa Opere)

"Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!" Questo detto di George Orwell oggi è superato. L'inganno presume un ingannatore e un ingannato. Ma oggi data l'imbecillità incalzante bisognerebbe parlare di AUTOINGANNO.

Oggi più che nel tempo dell'inganno universale ci troviamo nel tempo dello scemo universale, cioè di coloro che sono stati resi schiavi soprattutto dal fatto che da loro è "scemata", appunto, la facoltà del giudizio critico che li faceva umani. Per cui oggi sarebbe più esatto dire che nel tempo dello schiavo scemo, pensare in modo non scemo è visto come alienazione, mentre i più scemi passano per scienziati.

Lo schiavo odierno, scientificamente persuaso dei limiti della conoscenza umana, parla della fallibilità del conoscere umano scimmiottando Karl Popper e tutti gli altri maestri del dubbio, i quali dubitano di tutto eccetto che dell'assoluta certezza della “finitezza” del pensiero umano, in base alla quale non hanno alcun dubbio del fatto che oggi non si debba credere possibile, non dico di possedere ma nemmeno di ricercare la verità, perché anche il solo cercarla genererebbe totalitarismi o... pensiero unico.

Questa genìa di persone sembra davvero figlia nostalgica del marxismo o del comunismo o dello scientismo radicale, ed è evidentemente ancora talmente innamorata del pensiero unico bolscevico da inventarsene subito un altro similare, come nuovo muro, sostitutivo di quello di Berlino crollato.

Per questo nuovo "pensiero" da cui è completamente scemato il pensare, chi ha due mele e ne mangia una, diventa un fascista se, restando con una mela, osa affermare la certezza che 2 - 1 = 1. Perché nel tempo dello schiavo scemo anche la matematica è un'opinione... Insomma, in questo tempo, per essere in "regola" col pensiero debole è d'obbligo dubitare assolutamente di tutto.

 

 

Le seguenti domande di Emanuele Severino sono rivolte allo schiavo scemo, che lui si limita a chiamare "nichilista" o tutt'al più "nichilista di superficie", mentre io vorrei chiamarlo poppante di Popper.

«Domando: chi si dichiara pronto ad abbandonare i propri valori se altri si rivelano più credibili è uno che dubita di essere così pronto? È uno che dice: "Forse son pronto ad abbandonarli se ne vedo di più credibili?". È uno che dice: "Forse son pronto, perché non escludo che anche se ne vedessi di più credibili non abbandonerei mai i miei?". Se si son capite le domande, la risposta non può che essere negativa» (E. Severino, "La potenza dell'errore", p. 183, Ed. Rizzoli, Milano 2013).

E qui Severino non lo dice, ma pensa esattamente come me che costoro sono cretini, e scrive "se si son capite le domande" come se queste domande fossero molto difficili. In verità sono difficili solo per coloro dai quali la facoltà del pensare è scemata!

E continua: «Anche questo relativista, cioè, non mette in dubbio, è sicuro del fatto suo: più o meno consapevolmente, considera come irrefutabile, indiscutibile e dunque assolutamente vero il proprio trovarsi nello stato in cui egli è disposto ad abbandonare le proprie convinzioni se ne vede di migliori. Infatti l'uomo non apre bocca se dubita di quel che dice. E se dice: "Dubito di quel che dico", egli non dubita di dubitare. (Che è cosa del tutto diversa dal cogito cartesiano, perché se l'uomo apre bocca solo se non dubita, la maggior parte delle volte che l'apre dice però cose false; mentre le considerazioni di Cartesio sul cogito intendono pervenire alla suprema verità incontrovertibile)» (ibid.).

E dando un bello schiaffo anche a Popper, megapoppante fanatico dei seni di Mania (mitologica personificazione della follia) così conclude: «A Popper che afferma il carattere fallibile e congetturale di tutta la nostra conoscenza va dunque replicato che, d'altra parte, l'uomo - dunque anche Popper e tutti i relativisti di questo mondo - è sempre convinto, più o meno consapevolmente, di conoscere verità assolute e incontrovertibili (anche se sbaglia quasi sempre)» (ibid.).

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31 gennaio 2014 5 31 /01 /gennaio /2014 16:30

Nel 2004 creavo per un forum di debole pensiero il termine "mentecattocomunismo". In tale forum fui giudicato fascista perché vi inviai parole di Karl Marx!

Spiego il fattaccio nel seguente breve articolo del 2010 «Banca centrale il "nemico" di classe»:

In verità, scrive Paolo Arpini, di usura ne aveva già parlato Aristotele 2400 fa: "... si ha pienissima ragione a detestare l'usura, per il fatto che in tal caso i guadagni provengono dal denaro stesso e non da ciò per cui il denaro è stato inventato. Perché fu introdotto in vista dello scambio, mentre l'interesse lo fa crescere sempre di più (e di qui ha pure tratto il nome: in realtà gli esseri generati sono simili ai genitori e l'interesse è moneta da moneta): sicché questa è tra le forme di guadagno la più contraria a natura....." (continua in Crematistica di Paolo D'arpini).

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25 gennaio 2014 6 25 /01 /gennaio /2014 12:58

La triarticolazione sociale non esclude la coerenza sociale

(Nereo Villa Opere)

In ogni fenomeno sociale vi sono sempre in ballo tre sistemi: quello culturale, quello giuridico-politico e quello economico, l’insieme dei quali forma l’organismo sociale, da non confondere con le caste, se non si vuole perdere di vista la totalità dell’umano.

Le tre funzioni dell’organismo sociale sono presenti ovunque a livelli diversi e non si può parlare dell’una senza coglierne anche i rapporti con le altre due.

Nell’idea di Steiner della triarticolazione dei poteri sociali, una scuola è per esempio un organo collegato al sistema funzionale della libera vita culturale, ma va considerata anche 1) come un’impresa di produzione, inserita nella vita economica associativa, e 2) come ambito lavorativo in cui si realizzano rapporti umani, radicati nel sistema funzionale della vita giuridica democratica.

Sempre nell’esempio della scuola queste tre funzioni (culturale, economica e giuridica) sono, sì, essenzialmente diverse, ma affinché esista e funzioni la scuola non solo come concetto ma anche come oggetto percepibile, è necessario che esse coesistano in un medesimo luogo detto “scuola” combattendosi, completandosi e armonizzandosi a vicenda.

In tal modo sarà possibile la conoscenza sociale della scuola come opposta polarità rispetto alla coerenza, che altro non è se non azione sociale.

La conoscenza sociale della scuola (come di ogni cosa) priva di azione sociale, cioè di coerenza, è mera astrazione, mediante la quale nulla si attua che non sia pensiero dialettico, dialettica, parlamentarismo, arte di aver sempre ragione, demagogia, ecc.

La conoscenza sociale e l’azione sociale (coerenza), essendo polarmente opposte, esigono una certa pre-veggenza e post-veggenza (feedback) per armonizzarsi. Se nella conoscenza di un fenomeno sociale vivente (poniamo il funzionamento di un’istituzione) si vogliono distinguere quelle tre componenti, occorrerà prevedere nell’azione sociale (coerenza) come quelle componenti si combinino tra loro, e come, dai loro complessi rapporti, possa sorgere una forma sociale concreta.

Nell’organismo sociale si sta già realizzando questa triarticolazione, percepibile a due livelli di manifestazione: quello del micro-sociale e quello del macro-sociale. Lo testimoniano, appunto, tutte le lotte interne, che sono tutte finalizzate, ne siamo consapevoli o no, alla piena attuazione delle possibilità o dei poteri di ognuna delle componenti la triade (fatta di cultura, di economia e di diritto).

Il livello del micro-sociale è quello delle condizioni e delle forme interne di un’impresa, di un’istituzione, o di una piccola società.

In cosa consiste il cosiddetto cambiamento in base all’idea della triarticolazione divenuta consapevolezza? All’inizio ed alla fine non ci sarebbe niente di diverso. Una società che fabbrica e distribuisce scarpe continuerebbe a fabbricare e a distribuire scarpe con le stesse tecniche, la stessa divisione dei compiti, con lo stesso personale e le stesse macchine.

Ciò che invece dovrebbe risultare diverso è il rapporto di ogni socio con l’insieme dell’impresa (società), con la sua politica, le sue forme e le sue condizioni. Infatti la divisione del lavoro e la consapevolezza di appartenere ad uno stesso organo del corpo sociale porterebbe alla formazione di tre istanze in seno all’impresa: nella prima si definirebbero le grandi linee-guida in materia di ricerca, di innovazione, di macchinari, di idee, cioè tutto quanto concerne la direzione e l’organizzazione, nonché la gestione del capitale; nella seconda istanza, complementare alla prima, si realizzerebbero tutti i contatti e gli scambi necessari alla commercializzazione, alla vendita, ai rapporti tra produzione e consumo; la terza, costituirebbe il polo sociale propriamente detto, cioè la definizione delle condizioni di lavoro e di rendita, la designazione dei responsabili, e la messa a punto di tutti i dispositivi atti a favorire la circolazione, la comunicazione, la mediazione tra tutti i settori dell’impresa.

In queste tre istanze sono riconoscibili le tre funzioni sociali 1) culturale, 2) economica e 3) giuridica. Le prime due funzioni necessitano di competenze specifiche nonché di deleghe riguardanti l’iniziativa e la responsabilità; la terza si rivolge invece a tutti senza discriminazione di potere e di competenze.

Le leggi funzionali della libertà d’iniziativa, della fraternità nella complementarità dei compiti, e dell’uguaglianza per tutti dei diritti, si applicano rispettivamente alla sfera culturale, alla sfera economica e alla sfera giuridico-sociale. Dedurne che la libera iniziativa riguardi solo il settore della direzione, o che la fraternità si applichi solo al produrre, sarebbe controproducente e fallimentare. È invece necessario che questi impulsi trovino la loro collocazione in ogni luogo di lavoro, che l’operaio abbia la possibilità di sviluppare il germe della libertà, e che il dirigente guidi la propria azione sulla base della fraternità. Si può aggiungere che né gli uomini né l’impresa - considerata nel suo insieme come un organo o cellula del corpo sociale - devono specializzarsi in una soltanto delle tre funzioni. Sia negli uomini che nell’impresa c’è una combinazione vivente ed organica di tutte e tre le tre funzioni.

L’unità dell’impresa consegue alla molteplicità delle funzioni, così come l’unità di ciascuna delle tre funzioni consegue alla molteplicità degli uomini e dei loro compiti.

La triarticolazione sociale non è dunque né un dato di partenza né un punto di arrivo. Può solo intervenire nella dinamica del processo sociale come consapevolezza.

Come nell’organismo umano l’occhio, per esempio, appartiene al sistema nervoso e sensoriale pur essendo attraversato da processi che lo collegano anche al processo circolatorio ed a quello metabolico-motorio, così ogni membro di un gruppo di lavoro partecipa dei tre campi funzionali dell’organismo sociale.

L’essenziale è che ci sia movimento tra le tre funzioni, e che esse si affrontino a vicenda. Se manca il movimento fra le tre funzioni, tutto diventa fittizio e sui spegne nell’ipocrisia. Ecco perché ogni impresa o istituzione dovrebbe anche essere un luogo di formazione dell’essere umano, per sé e con gli altri, una sorta di università in cui le qualità funzionali sociali sono per ciascun individuo forza interiore, attività interiore, colorazione interiore; è per esempio necessario che chi è libero coltivi con gli altri l’uguaglianza e la fraternità, e che chi non ha nient’altro che l’uguaglianza riceva la fraternità per potersi anche affermare come essere libero.

L’organismo sociale è formato da tessuti talmente complessi che la sua triarticolazione è potente sia a livello micro-sociale che macro-sociale. Così come una cellula dell’organismo può essere più particolarmente specializzata nella digestione, e ciò non impedisce che sia collegata anche a funzioni neuro-sensoriali e circolatorie-respiratorie mediante i circuiti nervosi e sanguigni che l’attraversano, allo stesso modo un’impresa economica è collegata in modo triplice al resto dell’organismo sociale. Un’impresa è infatti allo stesso tempo consumatrice nei confronti dei suoi fornitori (macchine, energia, materie prime e prodotti trasformati) e produttrice in rapporto ai suoi clienti. In questa coerenza, simile all’ordito di una stoffa, risiede l’essenziale del suo rapporto economico con il resto dell’organismo sociale: per esempio nell’essere attraversata da una corrente di merci, ma se non vuole rischiare il soffocamento, deve essere anche percorsa dal circuito della vita culturale.

Si prenda, ad es., l’alto livello di evoluzione tecnologica richiesto dall’industria moderna. Questo non si crea per magia. Le invenzioni, i processi rivoluzionari, le innovazioni, le scoperte sono possibili solo perché tutte queste idee sono segni dei tempi, dello spirito del tempo, sono nell’aria insomma, grazie allo sviluppo di una cultura scientifica e di universalità del pensare. La ricerca ha bisogno di équipes internazionali e multidisciplinari, di laboratori, e di mezzi che superano di gran lunga le possibilità di una sola impresa.

Lo stesso accade con le nuove forme d’arte, con la creatività, con lo spirito di iniziativa, con la libertà: tutto questo è espressione di individui o di piccoli gruppi nella loro dimensione più originale, ed è necessario che creatività, spirito di iniziativa e libertà circolino, così come circolano le idee, che esista la possibilità di interventi sia dall’esterno che dall’interno dell’impresa.

Quanto al polo giuridico-sociale, la definizione collettiva delle condizioni di lavoro e di rendita suppone anche una comunicazione con le istituzioni a livello macro-sociale che permetta di farsi un’idea di ciò che è ragio-nevolmente possibile.

Una precisa idea dell’interazione in una impresa del micro-sociale col macro-sociale la si può avere considerando i processi concreti della vita dell’impresa stessa. Si prenda, ad es., il caso della designazione dei dirigenti. Si tratta di mettere al posto giusto persone in funzione delle loro capacità e attitudini. Queste qualità sono individuali, e derivano dalla combinazione di fattori ereditari (ed anche biografici) con l’educazione, gli studi, e la formazione. Insomma, la loro collocazione nell’organismo sociale riguarda la vita culturale in cui vigono la libertà e l’iniziativa. È proprio a questo carattere di iniziativa libera che si richiama l’economia liberale occidentale.

È invece notorio che quanto dovrebbe essere libero campo d’azione per gli imprenditori a cui si richiama questo sistema è poi trasformato dal corporativismo, dall’interventismo statali, e delle banche centrali di Stato volute dallo Stato, in qualcosa di totalmente altro, che assomiglia più che ad un’armonia di intenti, ad una gara egoistica ed immorale per il denaro e il potere, o ad una lotta all’ultimo sangue per il successo, o perfino all’applicazione arbitraria alla società del principio materialistico darwinista di selezione naturale.

Col corporativismo e con l’interventismo, la libera impresa non è più libera impresa in quanto ai fattori di competenza individuale si mescolano quelli del potere (gruppi di influenza dei partiti) e del denaro (gruppi di influenza delle banche centrali), ignorando, di conseguenza, i valori di fiducia sociale, di partecipazione organica, di delega democratica del controllo e del potere, che possono e devono emanare da un polo giuridico-sociale sano.

Tutto questo incominciò a vedersi all’Est ma oggi è così anche all’Ovest per chi sa aprire gli occhi su ciò che da noi è ancora occultato: l’economia dirigista di Stato che mescola continuamente interessi economici con interessi politici, finendo per trascurare del tutto la libera iniziativa individuale, e portando come conseguenza l’eliminazione della possibilità di un vero polo sociale.

Se si continuerà in questa direzione ciò non potrà che portare ad altri crolli del muro di Berlino, cioè al crollo del muro di Maastricht, ed ai muri di ogni Stato. Questo però non deve in alcun modo spaventare. Perché? Perché non sarà altro che l’attuarsi della triarticolazione sociale, purtroppo in senso karmico, cioè con immani batoste per tutti, guerre, terrorismo, ecc. C’è ovviamente da sperare che non sia così, vale a dire che ci si svegli dal torpore della coscienza, per non essere svegliati dalle batoste, appunto.

Di fronte alla realtà che caratterizzano l’inumana situazione sociale attuale, è della massima importanza che si sviluppi ovunque un polo giuridico-sociale realmente "mediano", non più come espressione diretta della volontà e della “ragion di Stato”, ma come espressione diretta di tutti coloro che fanno parte di un’istituzione o di un’impresa. In questo modo la designazione dei dirigenti è un affare che riguarda tutti coloro che lavorano nell’impresa. Spetta dunque a tutti i lavoratori di qualsiasi impresa - e non allo Stato - darsi le proprie regole e i propri organi che permettano di procedere in modo democratico. Lo Stato ha solo il compito di garantire questo procedere.

Nella consapevolezza della triarticolazione sociale sono gioco due criteri: da un lato il criterio culturale del libero impegno di persone dotate delle competenze necessarie (principio di libera iniziativa della vita culturale); dall’altro il criterio sociale-giuridico dell’espressione della fiducia sociale (principio di uguaglianza democratica della vita giuridica). Si tratta di due principi necessariamente in contraddizione tra di loro. Si può uscire da questo dualismo solo considerando un terzo fattore: la necessità di collegare il micro-sociale al macro-sociale, che corrisponde a quanto caratterizzato sopra come secondo aspetto fondamentale della triarticolazione: la comprensione della società in quanto organismo sociale.

Da questo punto di vista la risurrezione di Cristo non è altro che risurrezione di viventi forze conoscitive, possibile solo se l’io umano feconda il pensiero mediante la coerenza, cioè mediante forze di volontà, le sole in grado di metamorfosarlo a partire dall’io stesso.

Questa nuova coscienza, anche se molto lentamente, si sta già sviluppando, proprio a partire da istanze associative che hanno raggruppano consumatori, produttori e distributori, e che percorrono consapevolmente ogni settore dell’organismo sociale.

Un’economia di questo tipo ovviamente non potrà più essere quella “a breve termine” del “voglio tutto subito”, in quanto dovrà essere liberata dal principio limitativo ed egoistico del corporativismo interventista (Keynes). Il capitalismo consapevolmente fraterno non significa di certo il non tenere conto ovunque dell’integrazione organica del tutto e della parte, o il non considerare prioritario l’ambiente sociale, umano e naturale. Anzi! Le necessità di protezione della natura e dell’ambiente non deriveranno dal diritto, né dalla vita culturale. Deriveranno dalla vita economica stessa, fondata su basi proprie. Perché, da sé, essa saprà servire da supporto ad una coscienza universale dei rapporti tra il tutto e le parti, tra l’universale e il particolare.

Lo stesso accadrà per la soluzione dei gravi problemi odierni di disoccupazione e di inflazione, attraverso l’auto-regolazione associativa dei processi economici. Solo in questa comprensione l’economia può diventare realmente fraterna: nel senso della solidarietà tra il tutto e la parte! Una solidarietà poggiante sulla consapevolezza della divisione del lavoro, dunque scientifica, non buonistica…

E la questione banche?

Le banche saranno solo tipografie, così dovranno chiamarsi perché è questo che devono essere, e nulla di più. Apparterranno a tutti i soci dell'organismo sociale, e l'attuale sistema antisociale sparirà progressivamente.

In tale nuovo contesto ogni impresa sarà associata ad una o più tipografie, collegate a loro volta ad altre imprese. Queste tipografie potranno farsi carico della compatibilità delle imprese ed assicurare la circolazione del denaro che dal consumo rifluisce verso la produzione. Tali tipografie saranno, appunto, il legame associativo tra numerose imprese e permetteranno il passaggio dal micro-sociale al macro-sociale. Di conseguenza non potranno che agevolare la circolazione dal polo dell’economia di scambio al polo della produzione. Queste tipografie associative, così come quelle di credito (emissione), e come le imprese stesse, costituiranno il polo economico produttivo. Il "collettivo di lavoro" di ciascuno di questi organi costituirà il polo giuridico nella sfera economica e ogni lavoratore ne sarà parte di diritto, quale che sia il suo ruolo e la sua importanza nella produzione.

Ogni "collettivo di lavoro" designerà democraticamente, sia direttamente sia attraverso commissioni di rappresentanti, i membri del consiglio di amministrazione dell’impresa, cioè il "polo culturale" della stessa ("consiglio" è inteso qui nel senso di essere in grado di dare consigli competenti). Questi "consigli di amministrazione" dovranno necessariamente includere responsabili che definiscano i compiti e gli orientamenti dell’impresa e dirigenti delle tipografie e delle imprese associate. Vi si aggiungeranno coloro che verranno designati democraticamente, cioè i rappresentanti di categorie professionali, di settori di impresa, esperti, ricercatori, rappresentanti dei consumatori, delle collettività locali, della vita culturale propriamente detta, e così via.

Ciascuna delle tre funzioni micro-sociali dell’impresa (capitale, lavoro, merce) si ricollega direttamente, nella triarticolazione sociale, ad un organo aperto verso l’esterno che ne costituisce un prolungamento sul piano macro-sociale.

Ovviamente, occorre però andare oltre questo mio prospetto schematico. Ed apportare ognuno le proprie idee costruttive e correttive a seconda dei propri talenti e della propria esperienza di vita. Perché la triarticolazione sociale è un'idea di tutti. E nessuno ne ha il monopolio. Si tratta solo di capire.

Se si riuscirà ad avere una visione veramente organico-dinamica di queste forme sociali si riuscirà davvero a scongiurare il problema delle batoste sopra citato.

All’occorrenza sarà il polo giuridico, cioè il "collettivo di lavoro" dell’impresa ad esercitare democraticamente la propria sovranità, designando il o i responsabili dell’impresa. Tuttavia una vera scelta presuppone la partecipazione anche degli altri due poli, quello economico e quello culturale.

Da un lato, una struttura economica del genere, ed il suo tessuto associativo, permetteranno a tutti di farsi più facilmente l’idea di organismo sociale, cioè dell’interazione tra il micro e il macro-sociale. Dall’altro, prima di decidere, il polo giuridico o “collettivo di lavoro” sarà tenuto ad ascoltare le proposte del “consiglio di amministrazione”, in altre parole ad informarsi sui consigli dati dal polo culturale sulla base di criteri di libertà e di responsabilità.

Questa è, in senso organico e funzionale, l’attuazione dell'idea della triarticolazione di Rudolf Steiner, come l'ho immaginata dal 1972 ad oggi.

Si tratta di un'idea che attuandosi non può che rispettare tre criteri contraddittori: il principio di individualità e libertà, quello di uguaglianza dei diritti, e quello di “associativismo” tra il tutto e la parte (fraternità sociale).

A mo’ di esercizio, ognuno può tentare di utilizzare queste forme per risolvere gli altri due problemi pratici che deve affrontare il polo giuridico dell’impresa, e cioè la definizione delle condizioni di remunerazione, e quella delle condizioni di lavoro.

Si constaterà allora che la pratica di questo pensiero immaginativo e dinamico, mette in moto la metamorfosi del pensiero in volontà (coerenza) e della volontà in pensiero. In altre parole, sarà dato il via ad un processo plastico dell’universalità del pensare che, da solo, consente di conciliare l’individuale col sociale, e di rendere i pensieri efficaci, portandoli incontro ai processi storici e cosmici reali.

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24 gennaio 2014 5 24 /01 /gennaio /2014 11:26

Oggi coloro che si propongono di aggiustare ciò che non funziona e che è continuamente causa del “male” sociale, alla fine di tutti i più bei ragionamenti circa ciò che non è equo, non è giusto, ecc., la soluzione che propongono è: facciamo una bella società da quotare in Borsa, oppure facciamo un bel partito così con i soldi della Borsa o del finanziamento pubblico cominciamo a fare il bene, vedi anche le conferenze di antroposofia finanziate dalla Fondazione Cariplo (la Fondazione ha sempre come scopo opere di beneficienza per mascherare il fatto notorio che la Cariplo è una banca armata), oppure la parificazione delle scuole pedagogiche ad indirizzo steineriano a scuole di Stato.

Molti, per giustificare queste azioni le paragonano al fatto che lo stesso Steiner per fare le scuole si avvalse di contributi. Ma il paragone non regge, dato che Steiner accettò di farsi finanziare da un privato (il signor Waldorf, produttore delle note sigarette) all’incirca come fece Olivetti a suo tempo per creare strutture atte a consentire una vita migliore ai suoi operai. Coloro che invece vogliono giustificare per esempio la parificazione statale delle scuole steineriane incappano nella contraddizione per cui si fanno finanziare da chi combattono e cioè da quello Stato che non dovrebbe mettere le grinfie nella cultura e nell’economia. La stessa cosa accade se a finanziare un’iniziativa contro l’andamento criminoso dell’attuale economia è la stessa banca, cioè la colpevole di tutto il crimine (vale a dire della creazione ed emissione del denaro dal nulla, cioè della truffa dell’indebitamento, che poi i “soci” (individui) dell’“organismo sociale” (Società) devono pagare a suon di tasse e a suon di fallimenti, disoccupazione, suicidi, ecc..

Evidentemente oggi ci vuole molto coraggio ad essere liberi di capire questi pensieri.

Oppure ci vuole troppa onestà, che per forza di cose poi risulta quasi totalmente mancante dappertutto?

Rudolf Steiner si fece finanziare dalla fabbrica di sigarette Waldorf Astoria per la costruzione delle sue scuole per poter insegnare liberamente una nuova pedagogia ai bambini basandosi su criteri del tutto rivoluzionari rispetto alle scuole statali.

È stato dunque l’avvalersi di denaro proveniente da un’attività non delle più etiche, che ha impedito che l’opera di Steiner si realizzasse?

Se oggi a distanza di più di un secolo siamo ancora qui a dover far conoscere - attenzione bene - solo conoscere, la sua  “triarticolazione sociale” è forse perché egli sbagliò ad usufruire di quel denaro?

Quel denaro forse inquinò e impedì l’attuazione della triarticolazione?

Oggi quasi tutte le scuole pedagogiche a carattere antroposofico sono state “parificate” a quelle statali. Quindi chi frequenta queste scuole perché sceglie un’educazione libera, alla fine dei suoi studi deve avere l’avallo statale sostenendo l’esame pubblico. Ciò è però esattamente il contrario di ciò che avrebbe voluto Steiner.

Mi pare pertanto che il costo di queste contraddizioni sia quello di non realizzare alcunché di ciò che ci si era prefissati in nome del cambiamento.

Se per perseguire il cambiamento si cercano strade più brevi e facili di quelle che sembrano più impervie, credo che lo scotto da pagare sia proprio il nullificarsi di questo agognato cambiamento.

Solo chi è puro riesce a bere dal Graal traendone l’immortalità. Tutti gli altri bevendo dal Graal ne muoiono.

Secondo me occorre perciò meditare molto sulle vie da prendere, e questo era il senso del mio brano “Quiete & Tempesta (N. Villa - Pink Floyd)

Il compito più arduo che spetta ad ogni essere umano è di trovare la via giusta. A questo fine da anni propongo nel web un aforisma che trovai in un libro di Scaligero (Reincarnazione e karma). Si tratta dell’aforisma del saggio cinese Lutzu “il mezzo ingiusto rende iniquo il fine giusto” (da me cantato nel brano "Napolitano, non va bene così" in quanto conforme alla realtà oggettiva del mondo attuale ed alla sua struttura morale).

La “giustezza” dei mezzi in oggetto è infatti oggi la bestiale politica del fine che giustifica i mezzi. E ciò è una bestemmia, e con quest’ottica le cose sembrano peggiorare sempre di più.

Bisognerebbe però almeno percepirle come sono: il sistema è marcio, l’Italia stessa è marcia, perché il massimo problema economico è la delinquenza politica che lo genera: sia nel lavoro che nella vita comune la gente ha talmente paura dei “capetti”, dei capi, dei poliziotti, dei carabinieri, dei politici, e di chi ci governa con la frusta delle multe e delle cinture del protezionismo coatto, che appena parli di ingiustizia sociale ti senti rispondere che l’ingiusto in definitiva sei tu, e che risulti tale in quanto sei troppo rigido, unilaterale, intollerante, ecc., e che nella vita qualche compromesso dev’essere accettato per sopravvivere. Però nessuno si chiede “quale compromesso” possa essere accettato.

Il compromesso di tipo legale è un patto. Si costituisce fra due parti che si promettono reciprocamente [“con” (com) - “promettono”] di rispettare accordi presi secondo una precisa logica in cui chi non li rispetta perde una certa somma.

Il compromesso psicologico riguarda invece l’interiorità delle parti. In ognuna di esse il compromesso può essere lecito o illecito.

Occorre essere chiari con noi stessi su questo argomento: il compromesso è lecito quando, a motivo della sua accettazione vi è un valore umano. In questo caso è lecito in quanto l’interiore attività umana porta consapevolmente un sacrificio in nome di un valore riconosciuto da entrambe le parti. Quando invece il compromesso coinvolge l’interiorità in modo da rimuovere tale consapevolezza, il valore viene inquinato o svenduto. In tal caso il compromesso non è lecito ed anche tutto ciò che, in tale contesto, tende a compromessi conduce solo a vie sbagliate.

Qualsiasi valore è determinato da un rapporto o da una correlazione con qualcuno o qualcosa (queste stesse parole, per es., acquistano valore, cioè concreto contenuto, se si rapportano concretamente alla liceità sopra accennata del compromesso).

Si prenda per esempio il valore umano dell’obbedienza. Esso è determinato dall'atto conforme all’ascolto (obbedienza = ob-audienza) del suo contenuto. Se tale contenuto non è esso stesso conforme a se stesso, è illogico e necessariamente iniquo. In tal caso il valore dell’obbedienza è nullo in quanto falso. Non si tratta infatti di obbedienza ma di succubanza, o di rassegnazione, mascherate da civiltà. Ad esse si contrappone il valore della disobbedienza civile: il valore della disobbedienza civile è la possibilità di realizzare un compromesso lecito quando la contingenza è quella del compromesso illecito.

Chi sa considerare spregiudicatamente i fatti della vita in base a logica di realtà non può che pervenire a queste conclusioni.

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22 gennaio 2014 3 22 /01 /gennaio /2014 12:25

Nereo Villa Opere

"Qua la lotta è mortale. O devo andare in galera io per calunnia, o deve andare lei in galera per truffa" (Giacinto Auriti).

È notorio che lo spiritualismo assoluto di Johann Gottlieb Fichte è caratterizzato non solo dalla pedanteria generata dalla convinzione che lo Stato sia etico, ma anche dalla pedanteria generata dalla convinzione che lo stesso concetto astratto di convinzione sia infallibile in quanto pensiero assolutamente giusto.

La tesi dell'infallibilità della coscienza morale e delle convinzioni che ne conseguono fu da lui esposta nel 1789: "la coscienza non erra mai e non può mai errare". Nella misura in cui è "essa stessa giudice di ogni convinzione, essa non conosce alcun giudice sopra di sé", quindi, in quanto inappellabile, è sempre assolutamente essa in ultima istanza a deliberare (J. G. Fichte, "Sistema della dottrina morale": "System der Sittenlehre" 1789, III, §15; Werke, vol. 4, Berlin, 1971, p.174).

Fichte sostenne l'infallibilità della convinzione [Überzeugung] in modo così assoluto che al filosofo austriaco K. L. Reinhold (1757-1823) che gli aveva manifestato i suoi dubbi su tale infallibilità rispose: "Sa Lei, quale stato di spirito ci sta descrivendo? Quello di un uomo, che mai in vita sua è stato convinto di qualcosa!".

In altre parole, per Fichte chi non è convinto è un ciarlatano.

Secondo questo modo di pensare chi oggi scrivesse quanto segue sarebbe un ciarlatano: "Non si tratta di dare una risposta teoretica da studiare a memoria e portare come convinzione [Überzeugung]. Per la qualità di rappresentazioni che è a base di questo libro, una risposta del genere sarebbe solo apparente" (R. Steiner, FdL, Prefazione alla riedizione del 1918)!

Forse è per questo motivo che Pietro Archiati vorrebbe riformare la FdL di Steiner che reputa opera di un baro (http://youtu.be/B_qHyEped68) o l'antroposofia di Scaligero (http://youtu.be/_lCwOOtZWrA) che reputa uomo ignorante nel pensiero puro?

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10 gennaio 2014 5 10 /01 /gennaio /2014 13:59

(Nereo Villa Opere)

Nel 2002 creavo questa melodia sul brano "Careful With That Axe, Eugene" dei Pink Floyd.

Lo ripropongo in quanto mi accorgo che il modo di sentire dell'odierno "homo cricetus", animale sociale, sempre più animale e sempre meno sociale, sente se stesso un iniziato al mondo superiore, o addirittura un antroposofo, che accetta i compromessi col mondo inferiore purché tutto si svolga alla luce del sole, condizione da lui creduta prerogativa di ciò che è buono e giusto!

Invece proprio questo atteggiamento interiore genera la politica odierna, che è in realtà la "fantapolitica" dell'orrore che ci governa.

Alla luce del sole può essere commesso tanto il bene quanto il male. Facendo questa osservazione, tengo a precisare che non sono mosso da avversione verso il popolo ebraico, né che reputo il popolo ebraico sinonimo di popolo dei banchieri... E Da questo punto di vista mi pare che perfino il passo di Deuteronomio 23, 20-21 possa interpretarsi tanto con spirito nazista quanto con spirito cristiano.

Ciò premesso, nel "piano" di A. M. Rothschild del 1773 per il cosiddetto "Governo Mondiale", delineato nel libro Guy Carr, "Pawns in the Game" (CPA Book Pubblisher, pp. 26-31), trattando il tema dell'uso degli "slogan", Amschel Mayer Rothschild affermava alla luce del sole, appunto: «Nei tempi antichi, siamo stati noi i primi a mettere le parole "Libertà", "Uguaglianza" e "Fraternità" sulla bocca delle masse [...] parole ripetute fino ai giorni nostri dagli stupidi pappagalli; parole dalle quali anche il più saggio dei Goìm [la parola "goìm" significa in ebraico "non ebrei". Si veda l'esempio del salmo 117, il cosiddetto "invito alle genti", che è la preghiera più amata da Gesù di Nazaret; la nota è mia] (1) non potrebbe cavar nulla dalla loro astrattezza, e senza neppure notare la contraddizione del loro significato e interrelazione».

Rothschild afferma, alla luce del sole, che queste parole (libertà, uguaglianza e fraternità) «hanno portato sotto la loro direzione e controllo intere "legioni" "che hanno portato le nostre bandiere con entusiasmo». E spiega alla luce del sole come non vi sia alcun posto in natura per "Equaglianza", "Libertà" e "Fraternità": «Sulle rovine dell'aristocrazia naturale e genealogica dei Goìm, noi abbiamo sovrapposto un'aristocrazia del DENARO. La limitazione di quella aristocrazia è la RICCHEZZA che è in mano nostra».

Il banchiere Rothschild espone poi le sue idee sulla guerra stabilendo, nel 1773, un principio che i Governi della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, pubblicamente, cioè anch'essi alla luce del sole, annunceranno poi come loro politica comune nel 1939. Rothschild affermava che la politica dei presenti doveva essere quella di fomentare guerre, ma di dirigere le Conferenze di Pace, in modo che nessuna delle due parti del conflitto potesse ottenere guadagni territoriali. Aggiungeva che le guerre dovevano essere dirette in modo tale che le nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondassero sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il potere dei loro "Agentur".

Sempre alla luce del sole, parlando dell'Amministrazione, Rothschild diceva poi ai presenti di usare la loro ricchezza per favorire l'elezione, in posti pubblici, di candidati «servili e obbedienti ai nostri comandi, in modo da essere usati come "pedine" nel nostro gioco da uomini ingegnosi e ben addestrati, che noi instaureremo dietro le quinte dei Governi, per agire come consiglieri ufficiali».

Poi aggiunge: «Gli uomini che noi"designeremo" come "Consiglieri" dovranno essere allevati, coltivati e addestrati sin dalla fanciullezza, in sintonia con le nostre idee, per dirigere gli affari del mondo intero».

Sempre alla luce del sole, parlando della propaganda, Rothschild spiegava come la loro ricchezza riunita potesse controllare tutte le fonti di informazione pubblica, mentre loro avrebbero dovuto rimanere nell'ombra e al sicuro da ogni attribuzione di colpa, senza curarsi delle ripercussioni causate dalla pubblicazione di libelli, calunnie o falsità: «Grazie alla nostra Stampa, noi abbiamo avuto l'oro nelle nostre mani nonostante il fatto che noi abbiamo dovuto raccoglierlo da oceani di lacrime e sangue. Ma siamo stati ripagati anche se abbiamo dovuto sacrificare molti della nostra gente. Ogni nostra vittima vale mille Goìm».

Sempre alla luce del sole, spiegò poi la necessità che i loro "Agentur" venissero allo scoperto ed apparissero in scena, quando le condizioni fossero giunte al loro punto più basso, e le masse fossero state già soggiogate con le privazioni e col terrore. Indicò che quando fosse giunto il tempo di restaurare l'ordine, essi avrebbero dovuto agire in modo che le vittime fossero indotte a credere di essere state depredate da criminali e da irresponsabili. E dichiarò: «Con l'esecuzione dei criminali e dei fanatici, dopo che essi hanno portato a termine il nostro pianificato "regno del terrore", noi dobbiamo apparire come i salvatori degli oppressi ed i campioni dei lavoratori [...]. Noi siamo, invece, interessati proprio all'opposto... alla riduzione e all'uccisione dei Goìm»!

Rothschild parlò altresì di come provocare la depressione industriale e il panico finanziario, e di come utilizzarli per servire i loro tini, e spiegò: «La disoccupazione forzata e la fame, imposta alle masse, col potere che noi abbiamo di creare scarsità di cibo, creerà il diritto del Capitale di regnare in modo più sicuro di quanto non fosse quello della vera aristocrazia e dell'autorità legale dei Re». E  disse che, avendo i loro Agentur il conrollo della plebe, la plebe avrebbe dovuto essere usata per spazzar via tutti quelli che avessero osato intralciare il loro piano.

Sempre alla luce del sole, anche l'infiltrazione della Frammassoneria fu poi discussa in modo estensivo, e Rothschild dichiarò che il loro scopo era quello di sfruttare i vantaggi che offriva il segreto massonico. Affermò che loro potevano organizzare le loro Logge del Grande Oriente all'interno della Massoneria Azzurra, in modo da continuare le loro attività sovversive e nascondere la vera natura del loro lavoro, sotto la copertura della filantropia [faccio notare che circa vent’anni dopo queste dichiarazioni massoniche di Rothschild, Fichte entrava nella Loggia di Zurigo detta "Eugenia ai leoni coronati" guadagnandosi l’epiteto di “giacobino” ed ottenendo subito dopo la cattedra a Jena. Oggi le coperture di filantropia sono date dalle cosiddette Fondazioni bancarie - la nota è mia].

Amschel Mayer Rothschild disse che tutti i membri affiliati alle Logge del Grande Oriente dovevano essere usati per il proselitismo e per la diffusione della loro ideologia tra i Goìm e terminò questa fase della sua presentazione con queste parole: «Quando suonerà l'ora dell'incoronazione del nostro Signore sovrano di tutti i Mondi, queste stesse mani spazzeranno via tutto ciò che potrebbe frapporsi al suo cammino».

Esponendo, alla luce del sole, il “valore” dell'inganno sistematico, disse che i loro agentur dovevano essere addestrati all'uso di frasi altisonanti e di slogan popolari. Essi avrebbero dovuto fare alle masse le promesse più prodighe. Ed  osservò: «L'opposto di quello che è stato promesso può essere sempre dato in seguito... e senza conseguenze». E argomentava che, facendo uso dei termini “indipendenza” e “libertà”, i Goìm potevano essere mossi ad un fervore patriottico tale da farli combattere persino contro le leggi di Dio e della natura, così che: «per questa ragione, dopo aver ottenuto il controllo, il vero Nome di Dio sia cancellato dal “lessico della vita”».

Rothschild dettagliò poi i piani per la guerra rivoluzionariae l'arte della battaglia di strada, delineando il modello del "Regno del Terrore" che - egli insisteva - doveva accompagnare ogni sforzo rivoluzionario «perché è il mezzo più economico per portare la popolazione ad una rapida sottomissione».

Parlò poi di democrazia dicendo che, dopo ogni guerra, si deve insistere sulla diplomazia segreta «in modo che i nostri agentur, camuffati da consiglieri “politici”, “finanziari” ed “economici”, possano portare a termine i nostri ordini, senza timore di esporre “il vero Potere Segreto” dietro gli affari nazionali e internazionali».

Alla luce del sole Rothschild disse ai presenti che, attraverso la diplomazia segreta, dovevano ottenere un tale controllo «che le nazioni non dovevano poter pervenire persino ad un benché minimo accordo privato senza che i nostri Agentur non vi avessero parte».

Il Governo Mondiale era lo scopo finale, per raggiungere il quale Rothschild dichiarava: «Sarà necessario creare dei monopoli immensi e riserve di tale ricchezza colossale che persino le ricchezze più grandi dei Goìm dipenderanno da noi, in tale misura che essi raggiungeranno il fondo, insieme al credito dei loro Governi, nel giorno successivo alla grande catastrofe politica», aggiungendo: «Voi, gentlemen qui presenti, che siete economisti, potete avere un'idea del significato di questa combinazione».

La guerra economica fu così discussa nei piani per spogliare i Goìm delle loro proprietà terriere e industriali. Rothschild propugnò una combinazione di tasse elevate e competizione sleale per portare alla rovina economica i Goìm nei loro interessi finanziari nazionali e nei loro investimenti. In campo internazionale, dichiarò alla luce del sole che potevano essere spinti fuori mercato. Questo poteva essere ottenuto con un accurato controllo delle materie prime, con agitazioni organizzate dei lavoratori per avere una riduzione dell'orario di lavoro, ma con aumenti salariali, e con la sovvenzione dei loro concorrenti, ammonendo però gli Agentur di fare in modo che «gli aumenti salariali, ottenuti dai lavoratori, non dovevano beneficiarli in alcun modo».

Scriveva il "Times" del 10 marzo 1920: Si può considerare ormai come accettato che la rivoluzione bolscevica del 1917 fu finanziata e sostenuta, principalmente dall'alta finanza ebraica, attraverso la Svezia: ciò non è che un aspetto della messa in atto del complotto del 1773"!

A proposito degli armamenti, fu suggerito di lanciare una corsa agli armamenti in modo tale che i Goìm potessero distruggersi a vicenda, ma su una scala così colossale che alla fine «non rimarranno solo che masse di proletariato nel mondo, con pochi milionari devoti alla nostra causa... e forze di polizia e militari sufficienti a proteggere i nostri interessi».

Quanto al Nuovo Ordine Mondiale, i membri del Governo Mondiale sarebbero stati designati dal Dittatore, il quale avrebbe dovuto scegliere uomini tra gli scienziati, economisti, finanzieri, industriali, e da milionari, perché «in sostanza, tutto verrà regolato dal problema dei numeri».

Sempre alla luce del sole fu da Rothschild enfatizzata l’importanza della gioventù sottolineando l'importanza di catturare l'interesse dei giovani e spiegando come «i nostri Agentur dovranno infiltrarsi in tutte le classi, a tutti i livelli della società e del Governo, per raggirare, confondere e corrompere i membri più giovani della società, insegnando loro teorie e principi che noi sappiamo essere falsi».

Le leggi nazionali e internazionali secondo Rothschild non dovevano modificarsi, ma usarsi com’erano per distruggere la civilizzazione dei Goìm «semplicemente col torcerle nella contraddizione dell'interpretazione che prima maschera la legge, e poi la nasconde completamente. Il nostro scopo finale è quello di sostituire l'arbitrato alla legge».

Amschel Mayer Rothschild, poi, dichiarò alla sua udienza: «Voi potrete pensare che i Goìm si solleveranno contro di noi con le armi, ma, nell'Occidente, contro questa possibilità, noi abbiamo un'organizzazione di un tale terrore terrificante da far tremare anche i cuori più gagliardi... gli "Underground"... i "Metropolitani"... i corridoi sotterranei... questi saranno creati nelle capitali e nelle città di tutti i paesi, ancor prima che questo pericolo ci possa minaccìare». Il termine “occidente”, è importante qui perché chiarisce che Rothschild stava rivolgendosi a uomini che avevano aderito al "Movimento Rivoluzionario Mondiale", iniziatosi col "Pale of Settlement" nell'EST (Il "Pale of Settlement", o "Confine di insediamento", era una zona geografica, situata nella parte occidentale della Russia, che si stendeva dal Mar Baltico, a nord, fino al Mar Nero, a sud, e dove la maggior parte degli ebrei, migrati nell'Europa dell'Est, erano stati costretti a risiedere e confinati, a partire dall'anno 1772. La maggioranza erano ebrei khazari (Cfr. Guy Carr, op. cit., pp. 18 e 63). A questo proposito, si deve ricordare che, prima che Amschel Moses Bauer (padre di Amschel Mayer) si stabilisse a Francoforte sul Meno (Germania), aveva esercitato il suo mestiere di orefice e argentiere, viaggiando estensivamente nell'Est europeo dove aveva incontrato gli uomini ai quali suo figlio Amschel Mayer si era rivolto, dopo esser cresciuto da presta-denaro a banchiere, e dopo aver stabilito "la Casa dei Rothschild" nella Judenstrasse, proprio il luogo in cui fu tenuto questo incontro, nell'anno 1773.

***

(1) Salmo 117:

Pronuncia: Halelù et-(Adoscem) col-goim shabchuhu col-haum-mim. Chi gavàr alenù casdò veemeth-(Adoshem) leolam Haleluia.

Traduzione: Alleluia! Lodate Yhwh voi tutti, o non ebrei, lodatelo voi tutti, o popoli! Perchè salda è la sua misericordia per noi e la fedeltà di Yhwh dura in eterno. Alleluia!

***

Sotto: la casa della "Targa rossa" ("Rothen Schild"), nella quale nacque Amschel Mayer Rothschild, nel 1743, e dove egli tenne, nel 1773, una riunione a dodici persone ricche e influenti alle quali espose il suo "piano" per un Governo Mondiale.

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9 gennaio 2014 4 09 /01 /gennaio /2014 12:20

(Nereo Villa Opere)

Nereo Villa (NV): Finanziati da una banca armata per predicare Steiner, i marcioni non demordono...

Commenti (alle 12.15 del 9 gennaio) :

Monica Mandorli: Ciao Nereo su FB nel gruppo cui sono iscritta Discutere di Antroposofia è stato postato il tuo video da una persona che stimo di Dornach (ormai nonno ma ancora gran lavoratore pilota di aerei cargo nato da padre italiano e madre svizzera che con suo padre lo hanno cresciuto alla luce dell'antroposofia), chiede se qualcuno gli possa dare notizie in merito all'autenticità della tua denuncia, Così è nata una trafila di botte e risposte. Un certo Chiappetta dice che la Fondazione Cariplo è cosa ben diversa dalla banca Cariplo che è confluita in Banca Intesa..e reputa il tuo video spazzatura!. Parlando con Irma Stropeni al telefono, abbiamo consultato su Wikypedia le info sulla Fondazine e sembra che comunque prenda un 4% dalla banca Cariplo. Così mi sono permessa riportando questa info di conoscerti e che nonostante a volte volgare, ipercritico ed intransigente sei personaggio di indiscusso spessore culturale (invitando a visitare il tuo Consultorio) e che spesso se non sempre azzecca dove il marcio dilaga!

NV: Grazie Monica. Lasciali pure arrancare... Immaginavo già che avrebbero detto che la Fondazione non è la Banca, ma è notorio (almeno ai pensanti) che le Fondazioni sono fatte apposta per nascondere il marcio: si ammantano di "beneficienza" proprio per dissimulare il fatto che in realtà operano contro l'individuo umano. Tali Fondazioni sono azioniste delle banche e quindi sono la stessa cosa.
Quanto al documento circa l'autenticità della mia denuncia, eccolo:

http://www.rudolfsteiner.it/pdf/antroposofia-2014.pdf

Nelle spiegazioni del video ha semplicemente un url differente in modo da testimoniare per sempre la cosa (cioè anche se un "benpensante" dell'antroposofia volesse elimina il file). Eccolo:

http://digilander.libero.it/VNereo/antroposofia-2014-finanziata-da-banca-armata.pdf

La storia delle fondazioni bancarie è sintetizzabile nell'unica legge funzionante che dice che: "FATTA LA LEGGE TROVATO L'INGANNO". Altro che spazzatura...

Marco Serventi (aggiunta per Monica Mandorli): Beh lo "spessore culturale" .....direi che fa fatica ad emergere quando coperto di "spazzatura" scritta. È arcinoto che le Fondazioni non sono quel che dovrebbero, ma... di grazia, se per qualcosa che merita e che va controcorrente si ottengono pubblicamente (e non di nascosto!!) soldi da coloro che sono di assoluta diversità, dove mai è il problema morale (o forse moralistico è meglio dire). Credo che ormai sia moda da coloro che tutto sanno e che si gongolano nella loro perfezione morale ricevere insulti e critiche. Chi sta alla finestra da sempre è parassita del mondo. In fondo penso che il mondo cambia solo per coloro che si fanno carico di iniziative e le portano avanti tra difficoltà enormi e sacrifici personali e non certo per coloro che consumano ossigeno generando più anidride carbonica, magari cose dotte ed erudite e godendo del proprio "sapere" e amanti del Perfetto. La vita è altrove.

NV (aggiunta per Marco Serventi): "Di grazia"? Parli in ottocentesco pur essendo un giovane del terzo millennio? La spazzatura reale ce l'hai nel tuo cervello, così servile alle cause del male (morale, non moralistico). "Dove mai è il problema?". Il problema di farsi finanziare da banche armate in nome dell'agire alla luce del sole non è un problema solo per i caproni come te, iniziato col petrolio nel cuore, o sottospecie di criceto (http://youtu.be/zB0g3e1g-KU) come tutti quei sedicenti antroposofi che vorrebbero riformare il mondo nel solito stile del "Gattopardo". O bestia immonda, anche Rothschild faceva le cose alla luce del sole:

http://digilander.libero.it/VNereo/homo-cricetus-(gli-iniziati-col-petrolio-nel-cuore).htm

Forse che quando scorreggi alla luce del sole profumi? Ciao cagone, e fatti furbo. :D :D :D Il mio consiglio è di denunciarmi se sei tanto sicuro delle tue bacate affermazioni. Perché delle due l'una: o tu sei nell'errore oppure io sono nell'errore. Oppure rimuovi il tuo vomito da questa pagina, perché più procedi con le stronzate e più ti dimostri un uomo di merda.

NV (aggiunta per Monica Mandorli): Comunque hai sbagliato a scrivere a Liber Magi che io sono un volgare comunista. A me sta bene il volgare ma non il "comunista". Secondo me non capite una cazzo di quello che scrivo. Ho fatto perfino canzoni contro il comunismo ed ho coniato per primo nel web il termine "mentecattocomunismo". Mah! È tutto tempo perso con voi. "Non c'è più niente da fare!" cantava un mio amico... E poi... :D :D :D Chiappetta! Ma cosa si pretende da chi porta questo cognome! Se Chiappetta e Serventi sono i difensori dell'antroposofia, povero Steiner! Ahahahahaha aha aha!

Marco Serventi: Beh evidentemente la furia scatenata di insulti basati solo su due righette lette su un volantino immagino siano trasmissibili a tutti i correntisti della Cariplo (e....le altre banche?) da parte di questo Villa, che forse preso "dall'eutanasia del momento" produce il tipico lessico viscerale.....ma dalle viscere può solo uscire il decomposto incontrollato. Tanto incontrollato da violare la legge (non solo quella di you tube e in generale di internet). Consiglierei al Postatore Villa di eliminare questo video......inutile e dannoso per se stesso. In fondo, il denaro rubato a destinazioni di Potere e di forze distruttive è sempre bene accetto, come direbbe l'altro Villa (Pancho).

NV: Furia scatenata? :D :D :D E tu che ti chiami Serventi, nel tuo cognome c'è già dentro tutto. Liberatevi, schiavi! Violata la legge? Quale legge? L'unica che funziona dice: "FATTA LA LEGGE TROVATO L'INGANNO", ed è usata dai trasformisti delle banche per autoproclamarsi "Fondazioni" ammantandosi di "beneficienza". Vergognati. E riserva i tuoi consigli per chi te li chiede, o cervello pieno di quel decomposto incontrollato! Un criceto ragiona meglio di te.

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2 gennaio 2014 4 02 /01 /gennaio /2014 17:40

La fiscalità monetaria non è triarticolazione sociale

[Nereo Villa Opere]

I contenuti del mio articolo del 28/12/2013 sul quotidiano piacentino “LIBERTÀ”, pubblicato nel blog “Il Giornaletto di Saul del 29/12/2013”, e le idee di Bellia, cui accenna il signor Turrisi in detto blog, sono due cose ben diverse. Lo spiego nella seguente mia critica ad esse, basate su un accurato studio, da me fatto una decina d’anni fa come critica costruttiva, divenuta poi, per forza di cose, confutazione delle stesse nella misura in cui non si diedero risposte alle istanze che tale critica costruttiva poneva. Purtroppo fino ad oggi mai nessuno ha saputo rispondervi.

La prima indicazione data da Bellia sulla possibilità di calcolo di un “reddito di cittadinanza”, compare nel suo primo scritto “La via d’uscita”, in cui egli espone le dinamiche che renderebbero possibile tale calcolo con le seguenti parole: “Tale reddito è calcolabile nella misura di 700 mila lire mensili attuali per ciascun cittadino, dalla nascita alla morte, in sostituzione della vecchia previdenza sociale”. Nello scritto non vengono però mai presentati quei calcoli, e si afferma solamente che essi sono calcolabili in base ad un nuovo modello fiscale che, anziché prelevare tasse dai redditi, dovrà prelevare direttamente dal capitale monetario italiano, valutato nel 1979 da Bellia a “più di 7 milioni di miliardi di lire”. Il 1979 è infatti l’anno dell’autopubblicazione de “La via d’uscita”.

L’ultima indicazione di Bellia sulla possibilità di tali calcoli è data dalla sua raccolta di scritti che vanno dal 25/01/1992 al 04/12/1996, intitolata “L’antropocrazia”, nella quale, in data 10 ottobre 1992, è detto : “Se si adottasse in Italia una tale fiscalità […] si potrebbe prevedere come valido un valore mensile del Reddito di Cittadinanza di circa 700 mila lire in valore odierno”.

In ambedue questi scritti (“La via d’uscita” e “L’antropocrazia”) non sono riportati i calcoli del reddito di cittadinanza. Però in “L’antropocrazia” è ugualmente affermato, in data 25/01/1992, che “i dettagli nonché le rilevanze sociali positive di tale soluzione sono indicate nei due libri LA VIA D’USCITA del 1979 e LA NEOSOCIETÀ del 1991”. Questa affermazione è doppiamente falsa o quantomeno inesatta. Innanzitutto nello scritto “La via d’uscita” non compare - come sopra accennato - alcun “dettaglio” in merito ai calcoli del reddito di cittadinanza. La seconda inesattezza consiste nel fatto che - stando alla data di edizione, lo scritto “La neosocietà” non risalirebbe al 1991, ma al 1993.

L’osservazione di queste inesattezze è importante non tanto per la svista o per l’errore in sé, ma perché permette di dirigere l’attenzione sul fatto ben più importante che nei ragionamenti dell’autore, anche in quelli relativi allo scritto “La neosocietà” del 1993 - ed addirittura anche nella postfazione del libro “Verso l’antropocrazia”, edito da Bellerofonte nel 1998, che raccoglie tutti e tre i precedenti scritti - Bellia parla effettivamente di calcoli e di formule ma sempre attribuendo al capitale monetario italiano la stessa valutazione da lui fatta nel 1979, cioè al tempo dell’autopubblicazione de “La via d’uscita”, e pervenendo sempre al medesimo reddito di cittadinanza di 700 mila lire, calcolato in base a tale valutazione:

- 1979: “700 mila lire mensili attuali” (“Conseguenze della fiscalità monetaria” in “La via d’uscita”);

- 1992: “700 mila lire in valore odierno” (“Filosofia della fiscalità monetaria” del 10/10/1992, in “L’antropocrazia”);

- 1998: “beni monetari, che ammontano a più di 7 milioni di miliardi di lire” (N.G. Bellia, “Verso l’antropocrazia”, Ed. Bellorofonte, Roma, 1998, Postfazione, pag. 248); “Le 700.000 scaturiscono dal calcolo del risparmio, degli interessi sul debito pubblico allargato, diviso per i Cittadini Italiani, diviso 12” (ibid., pag. 251).

La “svista” mi sembra un po’ troppo grave, dato che l’esposizione del progetto non tiene assolutamente conto del fatto che l’ammontare della massa monetaria cresce, e di molto. Per esempio, già nel 1995 fu pubblicato dall’Avv. Domenico De Simone il libro “Un milione al mese per tutti” (Ed. Malatempora), nel quale è spiegato come l’ammontare concreto del capitale monetario cresca mediamente ogni anno di circa 400.000 miliardi di vecchie lire!

Ne consegue che, dando per buona la dichiarazione di Bellia che la base monetaria italiana del 1979 sia stata di 7 milioni di miliardi di vecchie lire, e dando per buona anche l’affermazione di De Simone sopracitata, dovremmo avere per l’anno 1998 (anno dell’autopubblicazione di “Verso l’antropocrazia”), un incremento della base monetaria, già maggiore del doppio di quei 7 milioni di miliardi del ‘79, dichiarati da Bellia:

 

1979 = 7 milioni di miliardi

1980 = 7 milioni e 400.000 miliardi

1981 = 7 milioni e 800.000 miliardi

1982 = 8 milioni e 200.000 miliardi

1983 = 8 milioni e 600.000 miliardi

1984 = 9 milioni di miliardi

1985 = 9 milioni e 400.000 miliardi

1986 = 9 milioni e 800.000 miliardi

1987 = 10 milioni e 200.000 miliardi

1988 = 10 milioni e 600.000 miliardi

1989 = 11 milioni di miliardi

1990 = 11 milioni e 400.000 miliardi

1991 = 11 milioni e 800.000 miliardi

1992 = 12 milioni e 200.000 miliardi

1993 = 12 milioni e 600.000 miliardi

1994 = 13 milioni di miliardi

1995 = 13 milioni e 400.000 miliardi

1996 = 13 milioni e 800.000 miliardi

1997 = 14 milioni e 200.000 miliardi

1998 = 14 milioni e 400.000 miliardi

 

Perché mai Bellia nel suo progetto non accenna, e neanche minimamente considera tale incremento?

Inoltre, come fa un sostenitore dell’antropocrazia, cioè di un sedicente progetto:

- a) “culturale benefico per tutte le parti sociali” (“La Fiscalità Monetaria per l’Italia” in “La via d’uscita”, 1979);

- b) “globale di riforma di qualunque sistema sociale” (“La questione sociale” in “L’antropocrazia”, 07/05/1992);

- c) “definito in ogni sua parte” (N.G. Bellia, “Verso l’antropocrazia”, Ed. Bellorofonte, Roma, 1998, Postfazione, pag. 247);

nel quale si parla astrattamente per ben 19 anni (dal 1979 al 1998) della medesima base monetaria del 1979?

Certamente, si potrà rispondere a questa domanda dicendo che per 19 anni si è parlato in tal modo della base monetaria, per semplificare la comprensione delle formule e della loro dinamica di applicazione.

Se però si cerca di applicare i dati di Bellia alla realtà del 1979, con lo scopo di osservare se si tratta davvero di un progetto definito realmente in ogni sua parte o no, si trova quanto segue.

A pag. 74 di “Verso l’antropocrazia” (Ed. Bellerofonte), Bellia scrive: “Se chiamiamo “Massa mon. gen.”, la massa monetaria della compagine sociale, “N° Cittadini”, il numero dei cittadini, e “Massa mon. pro cap.”, la quota monetaria pro capite, sarà “Massa mon. pro cap. = Massa mon. gen. : N° Cittadini”. Dunque, per applicare questa formula che individua la “Massa mon. pro cap.” occorre conoscere in concreto l’ammontare effettivo della “Massa mon. gen.” e dell’effettivo “N° Cittadini”. In merito alla “Massa mon. gen.”, abbiamo il dato sopra accennato di 7 milioni di miliardi. In merito al “N° Cittadini”, Bellia non da’ alcun dato, ma ognuno può risalirvi. Infatti, i cittadini italiani secondo il censimento del 1981, dunque due anni dopo il 1979, erano 55 milioni circa. Nella pagina successiva però , Bellia pone la massa monetaria pro capite al valore di 100 milioni: “Nell’attuale situazione italiana, ponendo la ‘Massa mon. pro cap.’ = L. 100 milioni [...]” (ibid. pag. 75). Per risalire al “N° Cittadini”, basta dunque fare l’operazione inversa e cioè dividere la “Massa mon. gen.” per la “Massa mon. pro cap.”. Così facendo però si ottiene una popolazione di 70 milioni per il 1979, il che è impossibile. Infatti poiché il censimento del 1981 fu di circa 55 milioni, avrebbero dovuto morire in due anni ben 15 milioni di italiani (70-15=55)!

Anche per questo motivo, reputo ingenuo il discorso di Bellia sulle sue formule in quanto eccessivamente semplificatorio e superficiale. Il progetto, così com’è non è ancora un vero e proprio progetto, ma un piccolo inizio di progetto, che abbisognerebbe di ulteriore studio e riformulazione delle parti, con esempi di applicazione delle formule comprensibili a tutti, anche ai non addetti ai lavori.

E poiché Bellia continuava a ripetere che il suo “progetto” era conforme, almeno nei suoi tratti generali, all’idea della triarticolazione dell’organismo sociale, idea proposta verso la fine dell’Ottocento in modo romantico da St-Yves d’Alveydre, e in modo scientifico-spirituale da Rudolf Steiner agli inizi del secolo passato, ho voluto approfondirlo.

Ecco perché, in quanto studioso dell’opera sociale di Steiner, per anni ho pazientemente ripetuto a Bellia tutta questa problematica, chiedendogli spiegazioni, in quanto credo che gli esseri umani siano in grado di fare calcoli. Oggi, a quanto pare, Bellia sembra avere recepito il problema che gli ponevo circa l’iniquità del monetaggio o del cosiddetto signoraggio (che nel 2005 reputava essere una mera invenzione diabolica del Prof. Giacinto Auriti in cerca di fama). Ma per il resto non ha mai risposto alle proprie incongruenze. Né ha proposto concreti esempi pratici di applicazione delle sue formule, perché - come egli afferma - “chiunque aderisce liberamente ad un gruppo, lo fa solo se è certo che da tale adesione non scaturisca alcun pericolo per la propria sopravvivenza” (La neosocietà)! Credo che il principale nemico della sua antropocrazia sia lui stesso, dato che non ne vuole sapere di dare risposte.

Quattro o cinque anni fa ho fatto, a richiesta di qualcuno che me le chiedeva, le seguenti ulteriori considerazioni sull’idea di Bellia:

Chi come Bellia afferma che bisogna avere la pancia piena per poter filosofare, pensa in modo unilateralmente causidico.

Se per esempio si ragiona in tal modo sulla stessa affermazione “prima bisogna avere la pancia piena per poter ragionare” cosa si fa? Cominciando dal fondo, si ha da questa frase come prima lettera la “e” di “ragionare”. Essa deriva dalla “r”. Si prende allora la “r”, che deriva dalla “a” che precede, e poi la “a” dalla “n”, e la “n” dalla precedente “o”, ecc. In tal modo si ha ogni volta l’effetto della causa che precede. La “e” è l’effetto della “r”, la “a” della precedente “n”, e la “n” della precedente “o”, e così via.

Ma questo modo di procedere è un assurdo. Ogni lettera ha origine unicamente per il fatto che un io umano l’ha scritta, e certamente la lettera che precede non ha prodotto quella che segue. È dunque sbagliato ritenere che la lettera che precede sia la causa di quella che segue, o che quella che precede produca quella che segue, o ancora che si possa ragionare solo se al ragionare si fa precedere il mangiare, dato che le vere cause vanno ricercate altrove e che con la pancia, vuota o piena, 1 + 1 farà sempre 2.

Certo si può anche nascondersi dietro l’aristotelico “primum vivere, deinde philosophari”, nel senso che “prima bisogna avere la pancia piena e poi si può anche ragionare”. Così facendo però ci si dimentica che questa massima è solo un pregiudizio, o perlomeno una massima molto spuria ed aberrante, di un “Aristotele” arabizzato da Avicenna e da Averroè.

Per il resto lo spostare il prelievo delle imposte dal reddito alla massa monetaria come predica Bellia è secondo me un errore, o tutt’al più una impossibilità pratica. La massa monetaria non è un chilo di prugne percepibile da tutti, per cui basta prenderne il 7 o l’8 per cento da dare ai poveri.

Per entrare nella massa monetaria occorre entrare nel portafoglio della gente. Ora, dopo il dimezzamento del valore della lira con Prodi (fra l’altro Bellia allora affermava che con l’euro non sarebbe cambiato nulla!) credo che farsi mettere ancora le mani nel portafoglio dall’inventore della fiscalità monetaria sia davvero un cattivo auspicio.

Ecco perché “osai” chiedere formule funzionanti a Bellia! E da quel momento Bellia, che mi telefonava quasi tutti i giorni da Roma per colloqui che duravano ore, mi considerò un nemico. Se tuttavia le sue formule fossero state funzionanti come diceva, paragonandole al teorema di Pitagora, a quest’ora tutti le avrebbero capite, e tutti vorrebbero la sua fiscalità monetaria. Così non è. Io sto ancora aspettando risposte chiare e tonde, che mai arriveranno semplicemente perché non ci sono.

Una distribuzione di beni non può essere fatta prendendone la metà per saldare il debito pubblico se è vero come è vero che esso è sostanzialmente una truffa! Così come un’azione non può essere fatta mediante l’agire in conformità al suo moto contrario.

Chiamare antropocrazia la rappresentazione di tale agire, è antilogica: è esattamente come quando nel gioco delle tre carte si sostituisce, una carta. Anche se in tale antilogica quel sostituire è effettuato sul piano dei contenuti concettuali, si tratta sempre di antilogica, la stessa antilogica che pretende porre a fondamento di una teocrazia, creduta antropocrazia, un procedimento democratico. Chiamare “antropocrazia” tale “contrario-crazia” è la medesima antilogica che fa poi porre a fondamento di una pseudo antropocrazia un procedimento democratico o di “democrazia informatica” o di “democrazia diretta” che dir si voglia.

Antropocrazia è altro da Democrazia. Non può chiamarsi antropocrazia un solipsismo poggiante su antilogica, anziché su universalità del pensare.

Pretendere consensi democratici sull’antropocrazia, o su un determinato tipo di antropocrazia è come pretendere di mettere, ai voti, che la somma degli angoli di un triangolo sia di 180 gradi. Ecco perché chi come Bellia insiste in questa pretesa è un solipsista, anche perché nel suo discorso, che egli crede assolutamente scientifico, compare prima o poi il concetto di “Padre eterno”…

Il termine solipsismo, proviene dal latino “solus” e da “ipse”. Il solipsismo, è una dottrina di pensiero che sostiene l’evidenza assoluta ed esclusiva dell’io o di contenuti di coscienza. Ne deriva un idealismo soggettivo di tipo metafisico che nega la realtà del mondo esterno (nel mondo esterno della realtà comune a tutti l’antropocrazia non è la democrazia), così come nega la possibilità di mostrarlo e/o di attingerlo come realtà (o come realtà di altri soggetti, cioè di altri io). Per tale visione metafisico solipsistica, è perciò necessario poi il ricorso a Dio come unico garante, dell’oggettività del conoscere. E in tale contesto di pensiero, la storia, è concepita come opera divina. “Ecco perché - era solito dirmi Nicolò Bellia concludendo ciò che affermava in modo completamete arbitrario - io dico sempre che la realizzazione dell’antropocrazia dipende dalla storia, e quindi dal Padre eterno”.

Anche da ciò si può evincere - ripeto - che il maggiore avversario dell’“antropocrazia di Bellia” è, fino a prova contraria, Bellia stesso. Il suo abituale comportamento, per quanto ne so, è infatti quello di un piccolo Cesare, pavido ed arrogante come in fondo è un qualsiasi dittatore.

Chi frequenta per un po’ Bellia, incappa prima o poi in certe sue affermazioni del tipo “questa è la mia convinzione”, “io procedo nella mia strada”, “io procedo nella mia convinzione”, ecc., che non sarebbero di per sé niente di anormale se non si riferissero però ad una tuttologia assurda delle “verità sociali”, e perfino a verità matematiche. Il fatto è che anche quando si tratta di numeri, il Bellia segue la sua strada! Ma una verità matematica può essere esatta o non esatta, confutabile o inconfutabile. Non può essere una convinzione, o un cammino di fede.

Eppure vi sono sedicenti matematici alla Bellia che, anche dopo essere stati matematicamente confutati, continuano a procedere per la loro strada, nonostante essa risulti matematicamente sbagliata. Si veda la pagina “Commenti sulla Formula Bellia”, dove sta scritto che: “Il calcolo della traslazione di Bellia [...] introduce un errore nell’equazione del polinomio traslato, dovuto all’errore di arrotondamento nell’aritmetica del computer. Questo errore rischia di accumularsi al procedere del processo iterativo. Nella descrizione dell’algoritmo di Bellia non viene MAI detto che [...] se ci si ferma dopo un numero finito di passi si ha inevitabilmente un errore. Anzi, nell’algoritmo si dice: “vediamo, ad ogni traslazione, che la funzione tende ad avvicinarsi all’origine degli assi fino a passarvi [...]”, lasciando intendere “errore zero dopo un numero finito di passi”. Naturalmente non c’è alcun cenno ad un test di arresto, o al numero di iterazioni effettuate. Men che meno ci sono dimostrazioni di convergenza [...]” (Maurizio Paolini “La matematica è un'opinione?”, e Maurizio Paolini, “La formula di Nicolò”).

Ecco perché questi sognatori sono poi confutabili come sognatori “fai da te” che “aggiustano il tiro” della realtà quando la realtà mostra loro che è diversa dal sogno.

“Chi voglia approfondire l’iter di pensiero che porta a tale concezione dell’Essere Umano, troverà ne “La filosofia della Libertà” di Rudolf Steiner, una completa trattazione filosofica di tali argomenti”, scrive Bellia in “L’antropocrazia” (Ladispoli 7 Marzo 1992). Anche qui egli non esce dal suo sogno di grandezza… Ma il denaro di decumulo di Steiner non è quello di Bellia. Si provi ad immaginare concretamente il prelievo fiscale (o di tasse, tributi, balzelli vari) dall’intera massa monetaria degli italiani come vorrebbe Bellia. Cos’è la massa monetaria se non tutti i soldi degli italiani, cioè tutti gli strumenti monetari possibili, compresi quelli che sono in banca come risparmi individuali, e tutti quelli che prendono nome di bot, cct, cambiali, assegni, pagherò, ecc.? Forse che chiamando “massa monetaria” tutti questi strumenti essi non sono più reddito, cioè entrate che entrano col sudore della fronte nei risparmi della gente?

Steiner dice di tassare casomai le uscite, non le entrate (Rudolf Steiner, “Cultura, politica, economia”, Monaco, 2006, pag. 95).

Bellia invece dice di tassare tutta la base monetaria, nella quale però vi è ancora e sempre reddito, costituito dai risparmi della gente, come ho detto, quindi Bellia tassa ancora le entrate (che provengono dai redditi, ripeto, e dai precedenti risparmi, anch’essi provenienti dai redditi). Quindi il suo passare dalla fiscalità reddituale a quella monetaria è solo - fino a prova contraria - un gioco di parole. Sarebbe questo il cambiamento?

La realizzazione della proposta di Bellia del reddito di cittadinanza non comporta per nulla la modifica dell’idea di Stato che le esigenze dei nuovi tempi auspicano per l’attuazione della triarticolazione di Steiner. Solo se in tale proposta di Bellia si distinguesse fra “reddito di base (il minimo vitale di cui parlava Steiner)” e “reddito di cittadinanza” potrebbe esistere, culturalmente almeno come presa d’atto, tale modifica. A questo proposito rimando alla mia breve pagina “Sulla distinzione fra RDB e RDC”.

Anche questo argomento l’ho delineato più volte a Nicolò, che rimuoveva metodicamente i miei scritti dal suo sito dicendomi che li considerava qualcosa di sporco (conservo ancora i files).

E ancora: come fa uno Stato a ritirarsi dall’economia come Bellia vorrebbe se è lo Stato ad elargire reddito di cittadinanza? Non è una contraddizione?

Inoltre, dove starebbe la serietà di una proposta ballerina come quella di Bellia? Una proposta in cui la percentuale della tassazione annua da lui proposta per il reddito di cittadinanza muta ogni volta che ne parla! Una volta scrisse il 7%, poi il 6%, poi l’8%, poi di nuovo il 7, ecc. Ma come si fa a proporre i calcoli per arrivare al reddito di cittadinanza se non ci si intende almeno ipoteticamente in un esempio (almeno uno!) chiaro e valido per tutti?

La proposta di Bellia va corretta in quanto, fino a prova contraria, è solo il sogno di un solipsista che non ne vuol sapere di migliorarla né di migliorarsi, con la scusa che lo stesso Steiner diceva dei suoi esempi che potevano essere migliorati… Sarebbe meglio allora studiare davvero Steiner, anziché usarlo per supportare confusioni su confusioni, come finora ha dimostrato di fare il sognatore Bellia.

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28 dicembre 2013 6 28 /12 /dicembre /2013 16:51

CON LE SOLITE RICETTE

NON SI RISOLVE IL PROBLEMA

Nereo Villa Opere

Se l’Italia sia “entrata in Europa” o in guerra, e se sia nella cosiddetta moneta unica o nell’Ade questo è difficile stabilirlo. È abbastanza frustrante per me sentire ancora affermare che se tutti pagassero le tasse esse sarebbero più basse. Forse sarà anche così, ma dicendo ciò non si risolve comunque il problema dell’evasione perché ci sarà sempre qualcuno che non paga, né quello della ruberia dei soldi pubblici, perché ci sarà sempre qualcuno che ruba. In altre parole, anche se il gettito fiscale fosse maggiore, non vi è alcuna garanzia che questo poi non sarebbe ugualmente rubato o sperperato dai politici di turno. L’unica soluzione a tale annoso problema è quella di tassare i soldi stessi presso la banca centrale che li stampa e che li emette.


In questi giorni si è parlato a proposito della rivolta dei forconi del fatto che all’interno di questo movimento pare si siano inseriti i militanti di Casa Pound. Purtroppo credo che Ezra Pound, musicista, poeta e pensatore italo-americano, sia da costoro strumentalizzato. «Scrive Antonio Pantano: “Il 19 dicembre, Sgarbi in TV (da Santoro attonito, attento, apprendente) ha dovuto citare Ezra Pound, malamente coinvolto nelle piazze da chi non lo “sa” e lo strumentalizza” (dal blog “Il Giornaletto di Saul” del 21/12/2013). Secondo Pantano, Sgarbi avrebbe dovuto aggiungere la soluzione di Pound proposta a Mussolini il 30 gennaio 1933 a Palazzo Chigi: «Basta tassare il denaro al momento dell’emissione presso la banca centrale concessionaria» (ibid.).


L’idea fu talmente bene accolta da Mussolini che annotò «Il mio amico Ezra Pound ha ragione. La rivoluzione è guerra all’usura. È guerra all’usura pubblica e all’usura privata. Demolisce le tattiche delle battaglie di borsa. Distrugge i parassitismi di base, sui quali i moderati costruiscono le loro fortezze» (Yvon De Begnac, “Taccuini mussoliniani”, il Mulino, 1990). L’annotazione è molto lunga e prosegue elogiando non poco il poeta per la sua idea.


Dal 1933 ad oggi però queste sono rimaste solo parole, dato che sappiamo tutti che la rivoluzione fascista fu ben altro!


Certamente mi hanno fatto piacere le parole di Pantano su Sgarbi, Pound e Mussolini, anche se quando io affermavo di tassare le uscite e non le entrate non mi riferivo a Ezra Pound bensì a Rudolf Steiner. E precisamente ad una sua conferenza del 1919 in cui dichiarò: «Oggi tutti pensano che sia giusto tassare il reddito [...]. L’idea che si possa raggiungere una tassazione equa tassando il reddito deriva dall'inganno prodotto dall'economia monetaria. [...] Un’epoca che è fissata sul modo in cui il denaro diventa oggetto autonomo dell’economia deve necessariamente considerare le entrate monetarie come la cosa da tassare in prima linea. Ma […] in questo modo, gravando di imposte, ci si rende corresponsabili dell’economia monetaria: si tassa quello che in effetti non è un bene reale, ma solo un segno che indica un bene. Si ha a che fare con qualcosa di economicamente astratto. Il denaro diventa reale solo quando viene speso […]. Se nel sistema tributario si vuole creare qualcosa di non parassitario per il processo economico, ma qualcosa che sia una vera dedizione del processo economico alla collettività, allora il capitale va tassato nel momento in cui viene immesso nel processo economico. […] L’imposta sulle entrate va trasformata in un’imposta sulle uscite (da non confondere con l’imposta indiretta)» (Rudolf Steiner, "Cultura Politica Economia. Per una triarticolazione della vita sociale", 2ª conf. di Zurigo del 25/10/1919).


Ecco dunque il senso del tassare la moneta all’atto della sua emissione, eliminando ogni altra tassa! Considerando che questa “unitax” genererebbe immediatamente una controparte consistente in una quota di minimo vitale incondizionato per tutti dalla nascita alla morte, essa non solo non sarebbe nemmeno avvertita come tassa, ma libererebbe ogni individuo dal recarsi all’ufficio imposte per pagare.


Proprio per questo motivo sono ancora più impressionato dal vuoto di pensiero che domina il mio Paese.


E oltretutto si delegano incompetenti ad occuparsi del nostro portafoglio. Siamo ancora attratti dall’idea ottocentesca di uno Stato plenipotenziario magari gestito dal popolo con obbligo di rendiconto istantaneo. Ciò presume una fede nel popolo che oggi non si può più avere. Valutare lo Stato o l’appartenenza a un gruppo più del singolo individuo mi pare anacronistico. Oggi la gente è talmente irretita nel valutare più del necessario la o le comunità (o i partiti) rispetto all’individualità, che si sente perfettamente a posto se viene disumanizzata, cioè ridotta ad uno schema statuale.


Il criterio statale di gestione della banca centrale subordinata nel monetaggio allo Stato è inutile in un sistema sociale triarticolato in cui diritto, economia e scuole siano armonicamente funzionanti. Infatti non sarebbero necessarie banche di Stato in tale triarticolazione di poteri (ovviamente occorre approfondire questa idea che non va creduta bensì conosciuta). Tale criterio sarebbe tutt’al più interessante come economico non come statale. Anche il concetto di subordinazione dovrebbe essere sostituito da quello di articolazione. Se non si opera interiormente tale sostituzione non c'è evoluzione, e si rimane nello Stato concepito come plenipotenziario, nonostante la storia dimostri continuamente che tale concezione e tale Stato non funzionino.

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24 dicembre 2013 2 24 /12 /dicembre /2013 10:05

La filosofia di R. Steiner è un'opera concepita in modo "rigorosamente filosofico" (R. Steiner, "I confini della conoscenza della natura", Milano, 1974, p. 106) pur andando "oltre la filosofia ordinaria" (ibid.) perché conduce dalla filosofia e dalla scienza alla scienza dello spirito.

Non per questo è da intendere come un'opera mistica o come un libro di meditazione su concetti religiosi o sul concetto del pensare.

Meditare è considerare qualcosa fermandovi a lungo il pensiero (Vocab. etimologico Pianigiani). La filosofia di Steiner fu scritta per attivarlo (R. Steiner, op. cit. p. 104).

Chi afferma di avere studiato almeno 100 volte la filosofia di Steiner, e che "ogni volta è peggio", non fa un'affermazione di modestia, né di umile sete di conoscenza, dato che chi la pone propone poi di ritradurre l'opera di Steiner secondo quei meri canoni filosofici che in tale opera risultano oltrepassati, superati, obsoleti.

Oltretutto una simile proposta è antilogica: chi sa che un'opera da lui studiata e ristudiata, ogni volta “è peggio”, fra virgolette nel senso che spinge ogni volta a conoscerne ulteriormente il contenuto, sa pure che essa è la migliore per superare i vecchi formalismi filosofici. Perché mai dovrebbe desiderare di formalmente modificarla per reintrodurveli? Migliorarla mediante il vecchio formalismo filosofico (pensiero dialettico), sarebbe antievolutivo... Sarebbe il solito trasformismo di chi vuol mettere il vino nuovo in otri vecchi...

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Presentazione

  • : Blog di creativefreedom
  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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