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9 gennaio 2014 4 09 /01 /gennaio /2014 12:20

(Nereo Villa Opere)

Nereo Villa (NV): Finanziati da una banca armata per predicare Steiner, i marcioni non demordono...

Commenti (alle 12.15 del 9 gennaio) :

Monica Mandorli: Ciao Nereo su FB nel gruppo cui sono iscritta Discutere di Antroposofia è stato postato il tuo video da una persona che stimo di Dornach (ormai nonno ma ancora gran lavoratore pilota di aerei cargo nato da padre italiano e madre svizzera che con suo padre lo hanno cresciuto alla luce dell'antroposofia), chiede se qualcuno gli possa dare notizie in merito all'autenticità della tua denuncia, Così è nata una trafila di botte e risposte. Un certo Chiappetta dice che la Fondazione Cariplo è cosa ben diversa dalla banca Cariplo che è confluita in Banca Intesa..e reputa il tuo video spazzatura!. Parlando con Irma Stropeni al telefono, abbiamo consultato su Wikypedia le info sulla Fondazine e sembra che comunque prenda un 4% dalla banca Cariplo. Così mi sono permessa riportando questa info di conoscerti e che nonostante a volte volgare, ipercritico ed intransigente sei personaggio di indiscusso spessore culturale (invitando a visitare il tuo Consultorio) e che spesso se non sempre azzecca dove il marcio dilaga!

NV: Grazie Monica. Lasciali pure arrancare... Immaginavo già che avrebbero detto che la Fondazione non è la Banca, ma è notorio (almeno ai pensanti) che le Fondazioni sono fatte apposta per nascondere il marcio: si ammantano di "beneficienza" proprio per dissimulare il fatto che in realtà operano contro l'individuo umano. Tali Fondazioni sono azioniste delle banche e quindi sono la stessa cosa.
Quanto al documento circa l'autenticità della mia denuncia, eccolo:

http://www.rudolfsteiner.it/pdf/antroposofia-2014.pdf

Nelle spiegazioni del video ha semplicemente un url differente in modo da testimoniare per sempre la cosa (cioè anche se un "benpensante" dell'antroposofia volesse elimina il file). Eccolo:

http://digilander.libero.it/VNereo/antroposofia-2014-finanziata-da-banca-armata.pdf

La storia delle fondazioni bancarie è sintetizzabile nell'unica legge funzionante che dice che: "FATTA LA LEGGE TROVATO L'INGANNO". Altro che spazzatura...

Marco Serventi (aggiunta per Monica Mandorli): Beh lo "spessore culturale" .....direi che fa fatica ad emergere quando coperto di "spazzatura" scritta. È arcinoto che le Fondazioni non sono quel che dovrebbero, ma... di grazia, se per qualcosa che merita e che va controcorrente si ottengono pubblicamente (e non di nascosto!!) soldi da coloro che sono di assoluta diversità, dove mai è il problema morale (o forse moralistico è meglio dire). Credo che ormai sia moda da coloro che tutto sanno e che si gongolano nella loro perfezione morale ricevere insulti e critiche. Chi sta alla finestra da sempre è parassita del mondo. In fondo penso che il mondo cambia solo per coloro che si fanno carico di iniziative e le portano avanti tra difficoltà enormi e sacrifici personali e non certo per coloro che consumano ossigeno generando più anidride carbonica, magari cose dotte ed erudite e godendo del proprio "sapere" e amanti del Perfetto. La vita è altrove.

NV (aggiunta per Marco Serventi): "Di grazia"? Parli in ottocentesco pur essendo un giovane del terzo millennio? La spazzatura reale ce l'hai nel tuo cervello, così servile alle cause del male (morale, non moralistico). "Dove mai è il problema?". Il problema di farsi finanziare da banche armate in nome dell'agire alla luce del sole non è un problema solo per i caproni come te, iniziato col petrolio nel cuore, o sottospecie di criceto (http://youtu.be/zB0g3e1g-KU) come tutti quei sedicenti antroposofi che vorrebbero riformare il mondo nel solito stile del "Gattopardo". O bestia immonda, anche Rothschild faceva le cose alla luce del sole:

http://digilander.libero.it/VNereo/homo-cricetus-(gli-iniziati-col-petrolio-nel-cuore).htm

Forse che quando scorreggi alla luce del sole profumi? Ciao cagone, e fatti furbo. :D :D :D Il mio consiglio è di denunciarmi se sei tanto sicuro delle tue bacate affermazioni. Perché delle due l'una: o tu sei nell'errore oppure io sono nell'errore. Oppure rimuovi il tuo vomito da questa pagina, perché più procedi con le stronzate e più ti dimostri un uomo di merda.

NV (aggiunta per Monica Mandorli): Comunque hai sbagliato a scrivere a Liber Magi che io sono un volgare comunista. A me sta bene il volgare ma non il "comunista". Secondo me non capite una cazzo di quello che scrivo. Ho fatto perfino canzoni contro il comunismo ed ho coniato per primo nel web il termine "mentecattocomunismo". Mah! È tutto tempo perso con voi. "Non c'è più niente da fare!" cantava un mio amico... E poi... :D :D :D Chiappetta! Ma cosa si pretende da chi porta questo cognome! Se Chiappetta e Serventi sono i difensori dell'antroposofia, povero Steiner! Ahahahahaha aha aha!

Marco Serventi: Beh evidentemente la furia scatenata di insulti basati solo su due righette lette su un volantino immagino siano trasmissibili a tutti i correntisti della Cariplo (e....le altre banche?) da parte di questo Villa, che forse preso "dall'eutanasia del momento" produce il tipico lessico viscerale.....ma dalle viscere può solo uscire il decomposto incontrollato. Tanto incontrollato da violare la legge (non solo quella di you tube e in generale di internet). Consiglierei al Postatore Villa di eliminare questo video......inutile e dannoso per se stesso. In fondo, il denaro rubato a destinazioni di Potere e di forze distruttive è sempre bene accetto, come direbbe l'altro Villa (Pancho).

NV: Furia scatenata? :D :D :D E tu che ti chiami Serventi, nel tuo cognome c'è già dentro tutto. Liberatevi, schiavi! Violata la legge? Quale legge? L'unica che funziona dice: "FATTA LA LEGGE TROVATO L'INGANNO", ed è usata dai trasformisti delle banche per autoproclamarsi "Fondazioni" ammantandosi di "beneficienza". Vergognati. E riserva i tuoi consigli per chi te li chiede, o cervello pieno di quel decomposto incontrollato! Un criceto ragiona meglio di te.

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2 gennaio 2014 4 02 /01 /gennaio /2014 17:40

La fiscalità monetaria non è triarticolazione sociale

[Nereo Villa Opere]

I contenuti del mio articolo del 28/12/2013 sul quotidiano piacentino “LIBERTÀ”, pubblicato nel blog “Il Giornaletto di Saul del 29/12/2013”, e le idee di Bellia, cui accenna il signor Turrisi in detto blog, sono due cose ben diverse. Lo spiego nella seguente mia critica ad esse, basate su un accurato studio, da me fatto una decina d’anni fa come critica costruttiva, divenuta poi, per forza di cose, confutazione delle stesse nella misura in cui non si diedero risposte alle istanze che tale critica costruttiva poneva. Purtroppo fino ad oggi mai nessuno ha saputo rispondervi.

La prima indicazione data da Bellia sulla possibilità di calcolo di un “reddito di cittadinanza”, compare nel suo primo scritto “La via d’uscita”, in cui egli espone le dinamiche che renderebbero possibile tale calcolo con le seguenti parole: “Tale reddito è calcolabile nella misura di 700 mila lire mensili attuali per ciascun cittadino, dalla nascita alla morte, in sostituzione della vecchia previdenza sociale”. Nello scritto non vengono però mai presentati quei calcoli, e si afferma solamente che essi sono calcolabili in base ad un nuovo modello fiscale che, anziché prelevare tasse dai redditi, dovrà prelevare direttamente dal capitale monetario italiano, valutato nel 1979 da Bellia a “più di 7 milioni di miliardi di lire”. Il 1979 è infatti l’anno dell’autopubblicazione de “La via d’uscita”.

L’ultima indicazione di Bellia sulla possibilità di tali calcoli è data dalla sua raccolta di scritti che vanno dal 25/01/1992 al 04/12/1996, intitolata “L’antropocrazia”, nella quale, in data 10 ottobre 1992, è detto : “Se si adottasse in Italia una tale fiscalità […] si potrebbe prevedere come valido un valore mensile del Reddito di Cittadinanza di circa 700 mila lire in valore odierno”.

In ambedue questi scritti (“La via d’uscita” e “L’antropocrazia”) non sono riportati i calcoli del reddito di cittadinanza. Però in “L’antropocrazia” è ugualmente affermato, in data 25/01/1992, che “i dettagli nonché le rilevanze sociali positive di tale soluzione sono indicate nei due libri LA VIA D’USCITA del 1979 e LA NEOSOCIETÀ del 1991”. Questa affermazione è doppiamente falsa o quantomeno inesatta. Innanzitutto nello scritto “La via d’uscita” non compare - come sopra accennato - alcun “dettaglio” in merito ai calcoli del reddito di cittadinanza. La seconda inesattezza consiste nel fatto che - stando alla data di edizione, lo scritto “La neosocietà” non risalirebbe al 1991, ma al 1993.

L’osservazione di queste inesattezze è importante non tanto per la svista o per l’errore in sé, ma perché permette di dirigere l’attenzione sul fatto ben più importante che nei ragionamenti dell’autore, anche in quelli relativi allo scritto “La neosocietà” del 1993 - ed addirittura anche nella postfazione del libro “Verso l’antropocrazia”, edito da Bellerofonte nel 1998, che raccoglie tutti e tre i precedenti scritti - Bellia parla effettivamente di calcoli e di formule ma sempre attribuendo al capitale monetario italiano la stessa valutazione da lui fatta nel 1979, cioè al tempo dell’autopubblicazione de “La via d’uscita”, e pervenendo sempre al medesimo reddito di cittadinanza di 700 mila lire, calcolato in base a tale valutazione:

- 1979: “700 mila lire mensili attuali” (“Conseguenze della fiscalità monetaria” in “La via d’uscita”);

- 1992: “700 mila lire in valore odierno” (“Filosofia della fiscalità monetaria” del 10/10/1992, in “L’antropocrazia”);

- 1998: “beni monetari, che ammontano a più di 7 milioni di miliardi di lire” (N.G. Bellia, “Verso l’antropocrazia”, Ed. Bellorofonte, Roma, 1998, Postfazione, pag. 248); “Le 700.000 scaturiscono dal calcolo del risparmio, degli interessi sul debito pubblico allargato, diviso per i Cittadini Italiani, diviso 12” (ibid., pag. 251).

La “svista” mi sembra un po’ troppo grave, dato che l’esposizione del progetto non tiene assolutamente conto del fatto che l’ammontare della massa monetaria cresce, e di molto. Per esempio, già nel 1995 fu pubblicato dall’Avv. Domenico De Simone il libro “Un milione al mese per tutti” (Ed. Malatempora), nel quale è spiegato come l’ammontare concreto del capitale monetario cresca mediamente ogni anno di circa 400.000 miliardi di vecchie lire!

Ne consegue che, dando per buona la dichiarazione di Bellia che la base monetaria italiana del 1979 sia stata di 7 milioni di miliardi di vecchie lire, e dando per buona anche l’affermazione di De Simone sopracitata, dovremmo avere per l’anno 1998 (anno dell’autopubblicazione di “Verso l’antropocrazia”), un incremento della base monetaria, già maggiore del doppio di quei 7 milioni di miliardi del ‘79, dichiarati da Bellia:

 

1979 = 7 milioni di miliardi

1980 = 7 milioni e 400.000 miliardi

1981 = 7 milioni e 800.000 miliardi

1982 = 8 milioni e 200.000 miliardi

1983 = 8 milioni e 600.000 miliardi

1984 = 9 milioni di miliardi

1985 = 9 milioni e 400.000 miliardi

1986 = 9 milioni e 800.000 miliardi

1987 = 10 milioni e 200.000 miliardi

1988 = 10 milioni e 600.000 miliardi

1989 = 11 milioni di miliardi

1990 = 11 milioni e 400.000 miliardi

1991 = 11 milioni e 800.000 miliardi

1992 = 12 milioni e 200.000 miliardi

1993 = 12 milioni e 600.000 miliardi

1994 = 13 milioni di miliardi

1995 = 13 milioni e 400.000 miliardi

1996 = 13 milioni e 800.000 miliardi

1997 = 14 milioni e 200.000 miliardi

1998 = 14 milioni e 400.000 miliardi

 

Perché mai Bellia nel suo progetto non accenna, e neanche minimamente considera tale incremento?

Inoltre, come fa un sostenitore dell’antropocrazia, cioè di un sedicente progetto:

- a) “culturale benefico per tutte le parti sociali” (“La Fiscalità Monetaria per l’Italia” in “La via d’uscita”, 1979);

- b) “globale di riforma di qualunque sistema sociale” (“La questione sociale” in “L’antropocrazia”, 07/05/1992);

- c) “definito in ogni sua parte” (N.G. Bellia, “Verso l’antropocrazia”, Ed. Bellorofonte, Roma, 1998, Postfazione, pag. 247);

nel quale si parla astrattamente per ben 19 anni (dal 1979 al 1998) della medesima base monetaria del 1979?

Certamente, si potrà rispondere a questa domanda dicendo che per 19 anni si è parlato in tal modo della base monetaria, per semplificare la comprensione delle formule e della loro dinamica di applicazione.

Se però si cerca di applicare i dati di Bellia alla realtà del 1979, con lo scopo di osservare se si tratta davvero di un progetto definito realmente in ogni sua parte o no, si trova quanto segue.

A pag. 74 di “Verso l’antropocrazia” (Ed. Bellerofonte), Bellia scrive: “Se chiamiamo “Massa mon. gen.”, la massa monetaria della compagine sociale, “N° Cittadini”, il numero dei cittadini, e “Massa mon. pro cap.”, la quota monetaria pro capite, sarà “Massa mon. pro cap. = Massa mon. gen. : N° Cittadini”. Dunque, per applicare questa formula che individua la “Massa mon. pro cap.” occorre conoscere in concreto l’ammontare effettivo della “Massa mon. gen.” e dell’effettivo “N° Cittadini”. In merito alla “Massa mon. gen.”, abbiamo il dato sopra accennato di 7 milioni di miliardi. In merito al “N° Cittadini”, Bellia non da’ alcun dato, ma ognuno può risalirvi. Infatti, i cittadini italiani secondo il censimento del 1981, dunque due anni dopo il 1979, erano 55 milioni circa. Nella pagina successiva però , Bellia pone la massa monetaria pro capite al valore di 100 milioni: “Nell’attuale situazione italiana, ponendo la ‘Massa mon. pro cap.’ = L. 100 milioni [...]” (ibid. pag. 75). Per risalire al “N° Cittadini”, basta dunque fare l’operazione inversa e cioè dividere la “Massa mon. gen.” per la “Massa mon. pro cap.”. Così facendo però si ottiene una popolazione di 70 milioni per il 1979, il che è impossibile. Infatti poiché il censimento del 1981 fu di circa 55 milioni, avrebbero dovuto morire in due anni ben 15 milioni di italiani (70-15=55)!

Anche per questo motivo, reputo ingenuo il discorso di Bellia sulle sue formule in quanto eccessivamente semplificatorio e superficiale. Il progetto, così com’è non è ancora un vero e proprio progetto, ma un piccolo inizio di progetto, che abbisognerebbe di ulteriore studio e riformulazione delle parti, con esempi di applicazione delle formule comprensibili a tutti, anche ai non addetti ai lavori.

E poiché Bellia continuava a ripetere che il suo “progetto” era conforme, almeno nei suoi tratti generali, all’idea della triarticolazione dell’organismo sociale, idea proposta verso la fine dell’Ottocento in modo romantico da St-Yves d’Alveydre, e in modo scientifico-spirituale da Rudolf Steiner agli inizi del secolo passato, ho voluto approfondirlo.

Ecco perché, in quanto studioso dell’opera sociale di Steiner, per anni ho pazientemente ripetuto a Bellia tutta questa problematica, chiedendogli spiegazioni, in quanto credo che gli esseri umani siano in grado di fare calcoli. Oggi, a quanto pare, Bellia sembra avere recepito il problema che gli ponevo circa l’iniquità del monetaggio o del cosiddetto signoraggio (che nel 2005 reputava essere una mera invenzione diabolica del Prof. Giacinto Auriti in cerca di fama). Ma per il resto non ha mai risposto alle proprie incongruenze. Né ha proposto concreti esempi pratici di applicazione delle sue formule, perché - come egli afferma - “chiunque aderisce liberamente ad un gruppo, lo fa solo se è certo che da tale adesione non scaturisca alcun pericolo per la propria sopravvivenza” (La neosocietà)! Credo che il principale nemico della sua antropocrazia sia lui stesso, dato che non ne vuole sapere di dare risposte.

Quattro o cinque anni fa ho fatto, a richiesta di qualcuno che me le chiedeva, le seguenti ulteriori considerazioni sull’idea di Bellia:

Chi come Bellia afferma che bisogna avere la pancia piena per poter filosofare, pensa in modo unilateralmente causidico.

Se per esempio si ragiona in tal modo sulla stessa affermazione “prima bisogna avere la pancia piena per poter ragionare” cosa si fa? Cominciando dal fondo, si ha da questa frase come prima lettera la “e” di “ragionare”. Essa deriva dalla “r”. Si prende allora la “r”, che deriva dalla “a” che precede, e poi la “a” dalla “n”, e la “n” dalla precedente “o”, ecc. In tal modo si ha ogni volta l’effetto della causa che precede. La “e” è l’effetto della “r”, la “a” della precedente “n”, e la “n” della precedente “o”, e così via.

Ma questo modo di procedere è un assurdo. Ogni lettera ha origine unicamente per il fatto che un io umano l’ha scritta, e certamente la lettera che precede non ha prodotto quella che segue. È dunque sbagliato ritenere che la lettera che precede sia la causa di quella che segue, o che quella che precede produca quella che segue, o ancora che si possa ragionare solo se al ragionare si fa precedere il mangiare, dato che le vere cause vanno ricercate altrove e che con la pancia, vuota o piena, 1 + 1 farà sempre 2.

Certo si può anche nascondersi dietro l’aristotelico “primum vivere, deinde philosophari”, nel senso che “prima bisogna avere la pancia piena e poi si può anche ragionare”. Così facendo però ci si dimentica che questa massima è solo un pregiudizio, o perlomeno una massima molto spuria ed aberrante, di un “Aristotele” arabizzato da Avicenna e da Averroè.

Per il resto lo spostare il prelievo delle imposte dal reddito alla massa monetaria come predica Bellia è secondo me un errore, o tutt’al più una impossibilità pratica. La massa monetaria non è un chilo di prugne percepibile da tutti, per cui basta prenderne il 7 o l’8 per cento da dare ai poveri.

Per entrare nella massa monetaria occorre entrare nel portafoglio della gente. Ora, dopo il dimezzamento del valore della lira con Prodi (fra l’altro Bellia allora affermava che con l’euro non sarebbe cambiato nulla!) credo che farsi mettere ancora le mani nel portafoglio dall’inventore della fiscalità monetaria sia davvero un cattivo auspicio.

Ecco perché “osai” chiedere formule funzionanti a Bellia! E da quel momento Bellia, che mi telefonava quasi tutti i giorni da Roma per colloqui che duravano ore, mi considerò un nemico. Se tuttavia le sue formule fossero state funzionanti come diceva, paragonandole al teorema di Pitagora, a quest’ora tutti le avrebbero capite, e tutti vorrebbero la sua fiscalità monetaria. Così non è. Io sto ancora aspettando risposte chiare e tonde, che mai arriveranno semplicemente perché non ci sono.

Una distribuzione di beni non può essere fatta prendendone la metà per saldare il debito pubblico se è vero come è vero che esso è sostanzialmente una truffa! Così come un’azione non può essere fatta mediante l’agire in conformità al suo moto contrario.

Chiamare antropocrazia la rappresentazione di tale agire, è antilogica: è esattamente come quando nel gioco delle tre carte si sostituisce, una carta. Anche se in tale antilogica quel sostituire è effettuato sul piano dei contenuti concettuali, si tratta sempre di antilogica, la stessa antilogica che pretende porre a fondamento di una teocrazia, creduta antropocrazia, un procedimento democratico. Chiamare “antropocrazia” tale “contrario-crazia” è la medesima antilogica che fa poi porre a fondamento di una pseudo antropocrazia un procedimento democratico o di “democrazia informatica” o di “democrazia diretta” che dir si voglia.

Antropocrazia è altro da Democrazia. Non può chiamarsi antropocrazia un solipsismo poggiante su antilogica, anziché su universalità del pensare.

Pretendere consensi democratici sull’antropocrazia, o su un determinato tipo di antropocrazia è come pretendere di mettere, ai voti, che la somma degli angoli di un triangolo sia di 180 gradi. Ecco perché chi come Bellia insiste in questa pretesa è un solipsista, anche perché nel suo discorso, che egli crede assolutamente scientifico, compare prima o poi il concetto di “Padre eterno”…

Il termine solipsismo, proviene dal latino “solus” e da “ipse”. Il solipsismo, è una dottrina di pensiero che sostiene l’evidenza assoluta ed esclusiva dell’io o di contenuti di coscienza. Ne deriva un idealismo soggettivo di tipo metafisico che nega la realtà del mondo esterno (nel mondo esterno della realtà comune a tutti l’antropocrazia non è la democrazia), così come nega la possibilità di mostrarlo e/o di attingerlo come realtà (o come realtà di altri soggetti, cioè di altri io). Per tale visione metafisico solipsistica, è perciò necessario poi il ricorso a Dio come unico garante, dell’oggettività del conoscere. E in tale contesto di pensiero, la storia, è concepita come opera divina. “Ecco perché - era solito dirmi Nicolò Bellia concludendo ciò che affermava in modo completamete arbitrario - io dico sempre che la realizzazione dell’antropocrazia dipende dalla storia, e quindi dal Padre eterno”.

Anche da ciò si può evincere - ripeto - che il maggiore avversario dell’“antropocrazia di Bellia” è, fino a prova contraria, Bellia stesso. Il suo abituale comportamento, per quanto ne so, è infatti quello di un piccolo Cesare, pavido ed arrogante come in fondo è un qualsiasi dittatore.

Chi frequenta per un po’ Bellia, incappa prima o poi in certe sue affermazioni del tipo “questa è la mia convinzione”, “io procedo nella mia strada”, “io procedo nella mia convinzione”, ecc., che non sarebbero di per sé niente di anormale se non si riferissero però ad una tuttologia assurda delle “verità sociali”, e perfino a verità matematiche. Il fatto è che anche quando si tratta di numeri, il Bellia segue la sua strada! Ma una verità matematica può essere esatta o non esatta, confutabile o inconfutabile. Non può essere una convinzione, o un cammino di fede.

Eppure vi sono sedicenti matematici alla Bellia che, anche dopo essere stati matematicamente confutati, continuano a procedere per la loro strada, nonostante essa risulti matematicamente sbagliata. Si veda la pagina “Commenti sulla Formula Bellia”, dove sta scritto che: “Il calcolo della traslazione di Bellia [...] introduce un errore nell’equazione del polinomio traslato, dovuto all’errore di arrotondamento nell’aritmetica del computer. Questo errore rischia di accumularsi al procedere del processo iterativo. Nella descrizione dell’algoritmo di Bellia non viene MAI detto che [...] se ci si ferma dopo un numero finito di passi si ha inevitabilmente un errore. Anzi, nell’algoritmo si dice: “vediamo, ad ogni traslazione, che la funzione tende ad avvicinarsi all’origine degli assi fino a passarvi [...]”, lasciando intendere “errore zero dopo un numero finito di passi”. Naturalmente non c’è alcun cenno ad un test di arresto, o al numero di iterazioni effettuate. Men che meno ci sono dimostrazioni di convergenza [...]” (Maurizio Paolini “La matematica è un'opinione?”, e Maurizio Paolini, “La formula di Nicolò”).

Ecco perché questi sognatori sono poi confutabili come sognatori “fai da te” che “aggiustano il tiro” della realtà quando la realtà mostra loro che è diversa dal sogno.

“Chi voglia approfondire l’iter di pensiero che porta a tale concezione dell’Essere Umano, troverà ne “La filosofia della Libertà” di Rudolf Steiner, una completa trattazione filosofica di tali argomenti”, scrive Bellia in “L’antropocrazia” (Ladispoli 7 Marzo 1992). Anche qui egli non esce dal suo sogno di grandezza… Ma il denaro di decumulo di Steiner non è quello di Bellia. Si provi ad immaginare concretamente il prelievo fiscale (o di tasse, tributi, balzelli vari) dall’intera massa monetaria degli italiani come vorrebbe Bellia. Cos’è la massa monetaria se non tutti i soldi degli italiani, cioè tutti gli strumenti monetari possibili, compresi quelli che sono in banca come risparmi individuali, e tutti quelli che prendono nome di bot, cct, cambiali, assegni, pagherò, ecc.? Forse che chiamando “massa monetaria” tutti questi strumenti essi non sono più reddito, cioè entrate che entrano col sudore della fronte nei risparmi della gente?

Steiner dice di tassare casomai le uscite, non le entrate (Rudolf Steiner, “Cultura, politica, economia”, Monaco, 2006, pag. 95).

Bellia invece dice di tassare tutta la base monetaria, nella quale però vi è ancora e sempre reddito, costituito dai risparmi della gente, come ho detto, quindi Bellia tassa ancora le entrate (che provengono dai redditi, ripeto, e dai precedenti risparmi, anch’essi provenienti dai redditi). Quindi il suo passare dalla fiscalità reddituale a quella monetaria è solo - fino a prova contraria - un gioco di parole. Sarebbe questo il cambiamento?

La realizzazione della proposta di Bellia del reddito di cittadinanza non comporta per nulla la modifica dell’idea di Stato che le esigenze dei nuovi tempi auspicano per l’attuazione della triarticolazione di Steiner. Solo se in tale proposta di Bellia si distinguesse fra “reddito di base (il minimo vitale di cui parlava Steiner)” e “reddito di cittadinanza” potrebbe esistere, culturalmente almeno come presa d’atto, tale modifica. A questo proposito rimando alla mia breve pagina “Sulla distinzione fra RDB e RDC”.

Anche questo argomento l’ho delineato più volte a Nicolò, che rimuoveva metodicamente i miei scritti dal suo sito dicendomi che li considerava qualcosa di sporco (conservo ancora i files).

E ancora: come fa uno Stato a ritirarsi dall’economia come Bellia vorrebbe se è lo Stato ad elargire reddito di cittadinanza? Non è una contraddizione?

Inoltre, dove starebbe la serietà di una proposta ballerina come quella di Bellia? Una proposta in cui la percentuale della tassazione annua da lui proposta per il reddito di cittadinanza muta ogni volta che ne parla! Una volta scrisse il 7%, poi il 6%, poi l’8%, poi di nuovo il 7, ecc. Ma come si fa a proporre i calcoli per arrivare al reddito di cittadinanza se non ci si intende almeno ipoteticamente in un esempio (almeno uno!) chiaro e valido per tutti?

La proposta di Bellia va corretta in quanto, fino a prova contraria, è solo il sogno di un solipsista che non ne vuol sapere di migliorarla né di migliorarsi, con la scusa che lo stesso Steiner diceva dei suoi esempi che potevano essere migliorati… Sarebbe meglio allora studiare davvero Steiner, anziché usarlo per supportare confusioni su confusioni, come finora ha dimostrato di fare il sognatore Bellia.

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28 dicembre 2013 6 28 /12 /dicembre /2013 16:51

CON LE SOLITE RICETTE

NON SI RISOLVE IL PROBLEMA

Nereo Villa Opere

Se l’Italia sia “entrata in Europa” o in guerra, e se sia nella cosiddetta moneta unica o nell’Ade questo è difficile stabilirlo. È abbastanza frustrante per me sentire ancora affermare che se tutti pagassero le tasse esse sarebbero più basse. Forse sarà anche così, ma dicendo ciò non si risolve comunque il problema dell’evasione perché ci sarà sempre qualcuno che non paga, né quello della ruberia dei soldi pubblici, perché ci sarà sempre qualcuno che ruba. In altre parole, anche se il gettito fiscale fosse maggiore, non vi è alcuna garanzia che questo poi non sarebbe ugualmente rubato o sperperato dai politici di turno. L’unica soluzione a tale annoso problema è quella di tassare i soldi stessi presso la banca centrale che li stampa e che li emette.


In questi giorni si è parlato a proposito della rivolta dei forconi del fatto che all’interno di questo movimento pare si siano inseriti i militanti di Casa Pound. Purtroppo credo che Ezra Pound, musicista, poeta e pensatore italo-americano, sia da costoro strumentalizzato. «Scrive Antonio Pantano: “Il 19 dicembre, Sgarbi in TV (da Santoro attonito, attento, apprendente) ha dovuto citare Ezra Pound, malamente coinvolto nelle piazze da chi non lo “sa” e lo strumentalizza” (dal blog “Il Giornaletto di Saul” del 21/12/2013). Secondo Pantano, Sgarbi avrebbe dovuto aggiungere la soluzione di Pound proposta a Mussolini il 30 gennaio 1933 a Palazzo Chigi: «Basta tassare il denaro al momento dell’emissione presso la banca centrale concessionaria» (ibid.).


L’idea fu talmente bene accolta da Mussolini che annotò «Il mio amico Ezra Pound ha ragione. La rivoluzione è guerra all’usura. È guerra all’usura pubblica e all’usura privata. Demolisce le tattiche delle battaglie di borsa. Distrugge i parassitismi di base, sui quali i moderati costruiscono le loro fortezze» (Yvon De Begnac, “Taccuini mussoliniani”, il Mulino, 1990). L’annotazione è molto lunga e prosegue elogiando non poco il poeta per la sua idea.


Dal 1933 ad oggi però queste sono rimaste solo parole, dato che sappiamo tutti che la rivoluzione fascista fu ben altro!


Certamente mi hanno fatto piacere le parole di Pantano su Sgarbi, Pound e Mussolini, anche se quando io affermavo di tassare le uscite e non le entrate non mi riferivo a Ezra Pound bensì a Rudolf Steiner. E precisamente ad una sua conferenza del 1919 in cui dichiarò: «Oggi tutti pensano che sia giusto tassare il reddito [...]. L’idea che si possa raggiungere una tassazione equa tassando il reddito deriva dall'inganno prodotto dall'economia monetaria. [...] Un’epoca che è fissata sul modo in cui il denaro diventa oggetto autonomo dell’economia deve necessariamente considerare le entrate monetarie come la cosa da tassare in prima linea. Ma […] in questo modo, gravando di imposte, ci si rende corresponsabili dell’economia monetaria: si tassa quello che in effetti non è un bene reale, ma solo un segno che indica un bene. Si ha a che fare con qualcosa di economicamente astratto. Il denaro diventa reale solo quando viene speso […]. Se nel sistema tributario si vuole creare qualcosa di non parassitario per il processo economico, ma qualcosa che sia una vera dedizione del processo economico alla collettività, allora il capitale va tassato nel momento in cui viene immesso nel processo economico. […] L’imposta sulle entrate va trasformata in un’imposta sulle uscite (da non confondere con l’imposta indiretta)» (Rudolf Steiner, "Cultura Politica Economia. Per una triarticolazione della vita sociale", 2ª conf. di Zurigo del 25/10/1919).


Ecco dunque il senso del tassare la moneta all’atto della sua emissione, eliminando ogni altra tassa! Considerando che questa “unitax” genererebbe immediatamente una controparte consistente in una quota di minimo vitale incondizionato per tutti dalla nascita alla morte, essa non solo non sarebbe nemmeno avvertita come tassa, ma libererebbe ogni individuo dal recarsi all’ufficio imposte per pagare.


Proprio per questo motivo sono ancora più impressionato dal vuoto di pensiero che domina il mio Paese.


E oltretutto si delegano incompetenti ad occuparsi del nostro portafoglio. Siamo ancora attratti dall’idea ottocentesca di uno Stato plenipotenziario magari gestito dal popolo con obbligo di rendiconto istantaneo. Ciò presume una fede nel popolo che oggi non si può più avere. Valutare lo Stato o l’appartenenza a un gruppo più del singolo individuo mi pare anacronistico. Oggi la gente è talmente irretita nel valutare più del necessario la o le comunità (o i partiti) rispetto all’individualità, che si sente perfettamente a posto se viene disumanizzata, cioè ridotta ad uno schema statuale.


Il criterio statale di gestione della banca centrale subordinata nel monetaggio allo Stato è inutile in un sistema sociale triarticolato in cui diritto, economia e scuole siano armonicamente funzionanti. Infatti non sarebbero necessarie banche di Stato in tale triarticolazione di poteri (ovviamente occorre approfondire questa idea che non va creduta bensì conosciuta). Tale criterio sarebbe tutt’al più interessante come economico non come statale. Anche il concetto di subordinazione dovrebbe essere sostituito da quello di articolazione. Se non si opera interiormente tale sostituzione non c'è evoluzione, e si rimane nello Stato concepito come plenipotenziario, nonostante la storia dimostri continuamente che tale concezione e tale Stato non funzionino.

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24 dicembre 2013 2 24 /12 /dicembre /2013 10:05

La filosofia di R. Steiner è un'opera concepita in modo "rigorosamente filosofico" (R. Steiner, "I confini della conoscenza della natura", Milano, 1974, p. 106) pur andando "oltre la filosofia ordinaria" (ibid.) perché conduce dalla filosofia e dalla scienza alla scienza dello spirito.

Non per questo è da intendere come un'opera mistica o come un libro di meditazione su concetti religiosi o sul concetto del pensare.

Meditare è considerare qualcosa fermandovi a lungo il pensiero (Vocab. etimologico Pianigiani). La filosofia di Steiner fu scritta per attivarlo (R. Steiner, op. cit. p. 104).

Chi afferma di avere studiato almeno 100 volte la filosofia di Steiner, e che "ogni volta è peggio", non fa un'affermazione di modestia, né di umile sete di conoscenza, dato che chi la pone propone poi di ritradurre l'opera di Steiner secondo quei meri canoni filosofici che in tale opera risultano oltrepassati, superati, obsoleti.

Oltretutto una simile proposta è antilogica: chi sa che un'opera da lui studiata e ristudiata, ogni volta “è peggio”, fra virgolette nel senso che spinge ogni volta a conoscerne ulteriormente il contenuto, sa pure che essa è la migliore per superare i vecchi formalismi filosofici. Perché mai dovrebbe desiderare di formalmente modificarla per reintrodurveli? Migliorarla mediante il vecchio formalismo filosofico (pensiero dialettico), sarebbe antievolutivo... Sarebbe il solito trasformismo di chi vuol mettere il vino nuovo in otri vecchi...

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15 dicembre 2013 7 15 /12 /dicembre /2013 10:45

Fino a che non finirà di occuparsi di scuola e di economia, lo Stato dei porconi avrà a che fare con forconi... 

Nereo Villa Opere

Necessaria premessa: non so nulla di - e non sono in rapporto con - il movimento dei forconi. Questo video ed il precedente ("Forconi ed esplosioni di ruote infuocate") non intendono affiancarlo. La mia osservazione sui forconi è completamente spregiudicata, ed intende solo osservare come faccio da sempre (dal 1999 circa) che le proteste (comprese le proteste senza proposte) sono un continuum proveniente da molto lontano, e precisamente dal periodo post bellico della prima guerra mondiale in cui si parlava della famosa "questione sociale". I punti essenziali di essa non sono mai stati capiti da alcun politico, anche se di fatto siamo già nella terza guerra mondiale che si presenta in modo occulto. La comprensione di quei punti mi permise in tempi non sospetti (2002) di apporre sotto il "voltone" di entrata nel mio paese (Castell'Arquato, PC) il seguente messaggio: "Eurotruffa by night. Euro truffa by day. Europa = Soviuet. Visto che tutti dicono che siamo in una grande democrazia come mai non ci hanno fatto votare come in Svezia per l'entrata in Europa? Può essere considerata democratica una democrazia imposta? Nereo Villa" (Gennaio 2002) e di scrivere al quotidiano piacentino "Libertà" diversi aspetti della medesima questione.
Questa è dunque la mia opinione: la scontentezza di tutti (compresa anche quella di chi oggi è costretto a turarsi il naso per restare nel proprio partito) è un sintomo importante della medesima esigenza sociale che chiamo triarticolazione sociale, o tri-unità dei poteri sociali, o tripartizione della società, nella quale lo Stato dovrebbe costituire un solo terzo. Gli altri due terzi, l'economia e le scuole, non dovranno più in futuro essere generate dallo Stato, che per essere di diritto, dovrebbe occuparsi solo di diritto.

* * *

Lo Stato plenipotenziario dei porconi dovrà rinunziare ad amministrare la vita culturale, cioè le scuole, e ad ingerirsi nell'economia.

Quando veramente avverrà quello che dovrebbe avvenire sorgeranno delle vere scuole private.

Allora lo Stato dei porconi, se vorrà ancora fare resistenza, per esempio come ha fatto fino adesso tramite l'assurdità della parificazione delle scuole private alle scuole di Stato, parificazione che non è altro che gattopardismo, dovrà continuamente fare i conti coi forconi.

Lo Stato dei porconi non dovrà nemmeno opporre resistenza al fatto che la vita economica si appoggi sulle sue proprie fondamenta.

Le scuole di Stato e le istituzioni economiche andranno gradualmente demolite perché lo Stato plenipotenziario non può che demolire sia la cultura che l'economia.

Nel finire del XVIII secolo era sorta l’aspirazione verso una nuova costituzione della società.

Quindi si proclamarono, come un segno di questa nuova organizzazione, le tre parole famose: Fratellanza, Uguaglianza, Libertà.

La storia però dimostra che realizzare in un organismo sociale unitario queste idee di fratellanza, uguaglianza e libertà è impossibile.

L'organismo esige di essere tri-unitario, se no questi tre impulsi sono in reciproca confusione e contraddizione.

È per esempio impossibile che, realizzandosi l'impulso dell'eguaglianza, possa realizzarsi anche quello della libertà che pure ha le sue basi in ogni essere umano.

Io sono uguale a te nel diritto: i tuoi e i miei diritti devono essere gli stessi. Non così per la mia libertà di studiare qualcosa. Se io studio una cosa più di te, avrò più possibilità di conoscerla di quanto hai tu. In questa conoscenza della cosa non possiamo essere uguali. Lo stesso può essere detto della fratellanza, in base alla quale la divisione del lavoro prevede vari tipi di attività basata su talenti specifici. Io mi associo a un gruppo di persone in base a un mio talento individuale, non in base a uguaglianza o a libertà.

Uguaglianza, libertà, e fraternità, sono come tre fiumi aventi un differente alveo. Rispettivamente, l'alveo del diritto, quello della cultura, e quello economico. Se le acque di questi fiumi scorrono in alvei diversi dai propri vi è contraddizione.

Questa contraddizione sorge per il fatto che il vero significato sociale di questi tre ideali emerge soltanto dal riconoscimento della necessaria triarticolazione della società, dei poteri della società.

Queste tre unità non necessitano di essere riunite e accentrate in un astratto e teorico parlamento o in altra unità di questo tipo.

Devono essere una realtà vivente.

Ciascuna di queste unità, per essere vivente esige di essere accentrata in sé.

Soltanto dalla loro azione parallela e comune potrà poi risultare l'unità di tutto quanto l'organismo sociale.

Nella vita reale concorre a formare l'unità proprio ciò che apparentemente
si contraddice.

Perciò arriva a capire il sociale solo chi in base a logica di realtà sa vedere nel sociale i rapporti di fratellanza, di uguaglianza e di libertà.

Allora si riconosce che:
- la cooperazione degli uomini nella vita economica (anzi la cooperazione dei soci della società, e dei soci effettivi, non minimali della società) necessita di fondarsi su quella fratellanza che sorge dalle associazioni;
- il sistema di diritto pubblico, riguardante i rapporti puramente umani che esistono da uomo a uomo necessita di attuare l'idea di eguaglianza (attuare vuol dire realizzare che ci sia davvero uguaglianza fra gli uomini).
- che la ricerca culturale necessita di attuare l'impulso alla libertà.

Considerati sotto questo punto di vista, questi tre ideali manifestano il loro effettivo valore.

Non si possono però realizzare in una vita sociale caotica, ma soltanto in un organismo sociale sano, cioè triarticolato come ho detto.

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12 dicembre 2013 4 12 /12 /dicembre /2013 12:49

La plenipotenza è la facoltà assoluta di trattare ed ultimare qualunque affare, delegata dai governi di un Paese.

La rivolta dei forconi è uno dei tanti risultati di tale attività plenipotenziaria: volendosi occupare di soldi, lo Stato plenipotenziario blocca ogni iniziativa economica imponendo alle imprese tasse su tasse e/o burocrazie su burocrazie.

Per fare un esempio nella fisiologia umana di questo grave morbo sociale è un po' come se il cuore di una persona crepasse ed esplodesse per essersi attivato nei rapporti fra nervo e nervo (sinapsi) delocalizzando la propria sede dal torace alla testa.

La natura cardiaca non è "plenipotenziaria" e necessita di un solo potere: quello del funzionamento delle "valvole". Se le "valvole" battono in testa, le reazioni sono tre: cefalea e progressivo stordimento fino alla morte, blocco cardiaco, e blocco metabolico dell'ATP.

Affinché la triarticolazione fra torace, testa ed estremità del corpo umano funzioni è necessario che che questi tre ambiti funzionino ognuno nella propria sede naturale.

Le cose stanno così anche nell'organismo sociale. Lo Stato di diritto, per funzionare, non ha bisogno di essere plenipotenziato. Ha solo bisogno di aprire e chiudere le "valvole" giuridiche secondo lo swing del proprio tempo, cioè andando a tempo con la cultura del momento storico presente, e con la relativa divisione del lavoro fra gli uomini, ognuno secondo il loro talento...

PS per Brian Auger: Ciao Brian, mi hanno detto che ti sei ricordato di me - negli anni '70 avevamo gli stessi impresari (Walter Benenti e Luciano Bonfiglioli) e ad Alassio ti prestai il mio Pari per un tuo concerto perché il tuo Hammond era fermo alla frontiera svizzera. Mi ha fatto piacere. Spero che il tuo Hammond continui a funzionare bene! :D Un grande abbraccio fraterno. Jerry (alias Nereo Villa). PS: Stanotte ho creato questo video pensando ai bei tempi!

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9 dicembre 2013 1 09 /12 /dicembre /2013 13:57

Dal 2002 ripetevo nel web ciò che il M5S affermava nel 2013: che l'entrata nella moneta unica avrebbe dovuto essere messa ai voti. Votare ora per uscire, senza avere ben chiara l'idea della triarticolazione sociale (vera rivoluzione culturale) è inutile (cfr. "Uscire dall'euro senza idee - Nevrosi e psicosi"). Forse fra altri 11 anni il M5S se ne renderà conto?

 

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6 dicembre 2013 5 06 /12 /dicembre /2013 13:57

Quando in nome della preminenza del concetto rispetto all'oggetto di percezione si dichiara automatica la rappresentazione, si afferma implicitamente automatico anche il relativo concetto, dato che la rappresentazione non è altro che un concetto "individualizzato" (Rudolf Steiner, FdL, cap. 6°, § 6).


Questo è l'errore dello spiritualista che nella sua missione del "dotto" (attivismo) crede di far fuori in tal modo l'oggetto di percezione, la percezione materiale, minerale, il materialismo, ecc., come mali da combattere. Ma questi non sono il male. Sono solo il lato della realtà da sperimentare mediante l'io, lo spirito.


Il male è l'anacronistico attivarsi per crociate antimateria, senza accorgersi che tale operare è attivismo materialistico, avente di fronte a sé l'antimateria reale, data dalla concretezza stessa del vivo pensare.


Per Fichte l'inesistenza di un mondo esterno consisteva nell'interpretazione del mondo esterno come non-io. Ma questa è cecità volontaria, in quanto è impossibile interpretare una cosa come non-cosa.


La figura di Edgar Rubin è detta ambigua o doppia, perché vi si può vedere a piacere tanto una cosa quanto un'altra: si vede ciò che si vuole (i due profili o il vaso) per il semplice fatto che gli oggetti di percezione diventano rappresentazioni NON in modo passivo o automatico, bensì a seconda dell'immissione di volontà nel pensare individuale.


La consapevolezza di tale immissione di volontà nel percepire ordinario sfugge all'uomo primitivo, il quale, credendo che la rappresentazione sia qualcosa di meccanico, di passivo, di automatico o di dato dalla natura, la scotomizza (la mette in ombra) assieme ad ogni contenuto percepibile per esaltare romanticamente lo spirito (spiritualismo assoluto) o l'idea (idealismo assoluto).


Questo fenomeno percettivo, già rilevato nell'antichità, e divenuto famoso nel 1915 grazie allo studioso danese Edgar Rubin, dimostra la variabilità percettiva in cui entra in gioco la soggettività dell'osservatore e, soprattutto, che non è il cervello il soggetto del percepire ma l'io umano.


L'oggetto di percezione, detto semplicemente "percezione" da Steiner, diventa dunque rappresentazione non in modo passivo o automatico o meccanico. Di fronte alle cose occorre sempre un cambio di prospettiva dell'attività interiore individuale, dato che la prospettiva esterna non cambia e la figura è quella che è, cioè gli stimoli che raggiungono gli occhi sono sempre gli stessi.


È l'io quindi che, muovendo il pensare, giudica tali stimoli una volta come “vaso”, l’altra come “due profili”, una volta come "donna giovane", l'altra come "donna vecchia, ecc.
Questa dinamica vede l'uomo come colui che porta incontro ai medesimi stimoli concetti diversi, che generano poi due diverse rappresentazioni le quali, proiettate all’esterno, si traducono in immagini percettive diverse.


Le ambiguità e/o gli inganni delle figure che prendono forma dall'"aggregato sconnesso di oggetti di sensazioni" ("Aggregat von Empfindungsobjekten", ibid., cap. 4°, §10) derivano dalla sfera del pensare e dei concetti, e non - come credono gli anacronisti oscurantisti della new age antroposofista - da quella della percezione.


Come l'autoinganno degli anacronisti oscurantisti bruciava vivo Giordano Bruno nel 1600 a Roma nel Campo dei Fiori, in nome dell'antico monismo, allo stesso modo l'autoinganno di anacronisti oscurantisti incendiava il primo Goetheanum di Steiner la notte del 31 dicembre 1922 (a Dornach venivo a sapere nel 1980-81 dal custode del nuovo Goetheanum che tali operatori del dolo erano gesuiti).


Oggi, terzo millennio, l'avversione a Rudolf Steiner è mascherata, ma persiste nelle fila di coloro che insegnano la Dottrina della scienza di Fichte come scienza dello spirito di Steiner...

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2 dicembre 2013 1 02 /12 /dicembre /2013 10:24

Compito dello scienziato non è quello di esporre concetti o idee secondo l’uso romantico della metafora, della metonimia, della sineddoche, o di quanto opera spostamenti di significati. Compito dello scienziato è al contrario quello di non cadere in alcuno di questi usi, che sono tanto invenzioni formalistiche nei campi dell’arte poetica, della retorica e della mistica, quanto superficialità in quelli della scienza ordinaria e scientifico-spirituale, in cui si esige invece tutt’altra ricerca. Chi procede indifferentemente nei due campi (logica formale o intellettuale, e logica di realtà) attraverso criteri del primo nel secondo o viceversa, genera confusione, tanto più quando si mira a mistificare la scienza dello spirito come dottrina della scienza secondo confessioni religiose e romantiche o, addirittura, a mistificare la libertà come "streben" del dover essere liberi. Questo errore di pensiero è tipico di coloro che, confondendo romanticamente la conoscenza ordinaria con la conoscenza immaginativa, può eristicamente permettersi di dire tutto e il contrario di tutto, mediante l'assolutizzazione dei concetti.

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26 novembre 2013 2 26 /11 /novembre /2013 17:52

Se la realtà è data dal mondo come percezione da un lato, e dal mondo come concettualizzazione dall'altro, assolutizzare uno di questi due mondi è sbagliato. Assolutizzare il primo è infatti "materialismo", mentre assolutizzare il secondo è "immaterialismo", cioè quell'idealismo o spiritualismo assoluti, che condurrebbero ad essere perennemente "in un sogno che nel sogno dipende da se stesso" (Johann Gottlieb Fichte, "La missione dell'uomo").

Chi assolutizza i concetti come realtà assolute non può poi anche sostenere che tali realtà sono incomplete perché, così facendo, dimostra di essere fuori dalla realtà, cioè in quel sogno. I concetti di "supercazzola prematurata" o di "posterdato di toio" presenti nel film "Amici miei" sono esempi di tale sogno, che in quanto sogno ne costituiscono la comicità di mere convinzioni dialettiche prive di contenuto.

Chi nel terzo millennio predica "La filosofia della libertà" di Steiner ancora con le categorie del "darsi una mossa" e dell'assoluto del "Sistema della dottrina morale" di Fichte (1798) è molto simile al sognatore della "supercazzola, solo che non scherza come fanno i personaggi del film "Amici miei" ma nemmeno si accorge di essere entrato nel sogno di quell'attivismo fichtiano.

Quando l'io entra in contatto col non-io si verifica per Fichte un "urto", per cui l'io percepisce una resistenza.

Nasce da qui la sognante teoria fichtiana dello "sforzo". Questo sforzo genererebbe l'attivismo che opporrebbe all'ostacolo (non-io) se stesso (io).

In tale contesto, questo sognatore della "supercazzola" chiama l'attività di opposizione a se stessa il "darsi una mossa" che, plasmando l'indeterminato, vale a dire l'aggregato sconnesso di sensazioni, colori, odori, impressioni, ecc., del non-io urtante (l'oggetto di percezione prima che l'io gli abbia dato un nome, per esempio quella data rosa), come Fichte, fa in modo che sia l'io a plasmare il non-io, e non viceversa.

In base a queste premesse obsolete, il sognatore arriva poi ad affermare il dovere morale come libertà, col quale l'io realizzerebbe la sua indipendenza dal mondo naturale, anche se ogni volta che l'io supera un non-io, ne ricompare un altro, e quest'altro sforzo, quest'altra tensione (o quest'altro darsi una mossa verso la libertà) costituirebbe per lui come per Fichte un compito tanto infinito e titanico, quanto romantico.

La morale di Fichte e del sognatore della "supercazzola" è l'idealismo etico, ed è basata su attivismo, intraprendenza, e lavoro, cioè sul "darsi una mossa" all'infinito fino all'infinita flessibilità dell'io.

Ma come la storia ha dimostrato, si tratta di una flessibilità che in realtà è sostanzialmente schiavitù, creduta "immaginativa morale" o "fantasia morale", che non c'entrano affatto con tale moralismo fichtiano.

La "morale" steineriana non esiste. Esiste tutt'al più come individualismo: individualismo etico, in cui l'immaginativa morale è quella creata dall'individuo all'occorrenza, e che può essere flessibilità in un caso ma può essere anche inflessibilità in un altro caso, o può essere altro ancora se l'individuo stabilisce per sé un altro libero comportamento morale.

In altre parole, l'individualismo etico non abbisogna di alcun dovere, neanche del fichtiano "dovere morale-libertà", in quanto prende coscienza dell'antitesi essenziale fra dovere e libertà...

Ad un certo punto di una sua conferenza, il sognatore della "supercazzola", riassumendo nel terzo millennio il concetto di monismo del capitolo 10° de "La filosofia della libertà" di Rudolf Steiner, fa le seguenti dichiarazioni: "Questa è la VERTIGINE del pensare puro [...] nel pensare puro mi trovo all'inizio del mondo dove io dico "Il triangolo sia" e il triangolo fu [...] Il primo che ha creato il concetto di triangolo, da dove l'ha creato? Non c'era. Da lì si vede che il pensare è creazione in assoluto. Perché prima che il Logos creasse il concetto di triangolo, il concetto di triangolo non c'era. Da dove lo crea? Dal nulla lo crea. Dal nulla. Quindi il pensare puro è la creazione dal nulla" (11° Seminario tenuto a Rocca di Papa, Roma, tenuto da Pietro Archiati, 3-5 febbraio 2012).

Più che una "VERTIGINE", questa è una menzogna! Infatti per Steiner "la matematica tutta quanta, la geometria, nascono dal nostro sistema di movimento" (R. Steiner, "Nascita e sviluppo storico della scienza", Milano, 1982).

Ciò significa che matematica e geometria sono estratte DAL NOSTRO SISTEMA LOCOMOTORIO (ibid. 3ª conf., Dornach, 26 dicembre 1922), dunque NON dal "nulla".

Certamente il cattolico potrà anche obiettare che matematica e geometria provengono dal "nulla" in quanto ritiene che anche il nostro sistema locomotorio sia creato dal nulla. Davvero "VERTIGINOSO"!

Questa obiezione può però essere valida solo per un credente! Un credente nella creazione dal nulla.

La scienza della libertà di Steiner non ha però nulla a che fare con contenuti di fede o con confessioni religiose. Se no che scienza sarebbe?

Dunque se vogliamo attenerci alla logica di realtà, la matematica e la geometria non nascono PER NULLA dal nulla!!! Il neonato impara la retta già nella suzione del latte materno… È un apprendere ancora in un mondo di sogno ma è un apprendere, tant'è vero che poi si risveglia subito quando incomincia a tracciare un'asta su un foglio… La mera logica formale del sognatore, mediante la quale egli si crede un padre eterno nel poter dire tutto e il contrario di tutto, è ben altro!

Che poi un essere - come sostiene il sognatore -  abbia detto "il triangolo sia", e che poi il triangolo sia comparso dal nulla, questa è pura elucubrazione, sogno non consapevole in cui d'abitudine egli assolutizza fichtianamente i concetti.

Tranne che per gli assolutisti, i concetti non furono, non sono e non saranno mai degli assoluti, dato che furono, sono, e sempre saranno perfettibili.

Un esempio: oggi viviamo un più perfetto concetto della nostra posizione cosmica: il geocentrismo ha lasciato il posto all'eliocentrismo, e l'eliocentrismo ha lasciato il posto alla comprensione del fatto che ci troviamo in un universo in espansione.

Invece stando alle parole del sognatore, l'evoluzione sembra non esistere proprio. Per esempio, ad un certo punto, qualcuno del pubblico gli chiede maggiore concretezza in merito a matematica e geometria. Ne nasce una diatriba che si conclude con la negazione della percezione e della rappresentazione, e con l'esaltazione del concetto assoluto di concetto: "È nel concetto di concetto che il concetto concepisce l'unità di un'infinità di elementi che altrimenti, senza il concetto sarebbero dispersi [...]".

Ma che risposta è mai questa?

Per me è davvero esilarante pensare che oggi al mondo ci sia ancora un fichtiano talmente convinto dell'esistenza di un essere assoluto, creatore del concetto di triangolo dal nulla, da dire che nel concetto di concetto, il concetto concepisca qualcosa, cioè un altro concetto! È semplicemente pazzesco!

Poi afferma: "Stando alla filosofia della libertà [...] per avere la rappresentazione devi avere la percezione, ma per avere il concetto di triangolo non hai bisogno di nessuna percezione; basta il concetto [...]. Nella filosofia della libertà c'è questa frase: "Si può avere il concetto di leone senza mai avere percepito un leone".

Steiner scrive: "Il mio concetto di un leone non è formato a partire da mie percezioni di leoni; ciò che invece devo alla percezione è la mia rappresentazione del leone. A chiunque non abbia mai visto un leone io posso INCULCARE il concetto di un leone. Di trasmettergli una rappresentazione vivente non mi riuscirà senza la sua propria percezione" (R. Steiner, "La filosofia della libertà", cap. 6°, §4: "Mein Begriff eines Löwen ist nicht aus meinen Wahrnehmungen von Löwen gebildet. Wohl aber ist meine Vorstellung vom Löwen an der Wahrnehmung gebildet. Ich kann jemandem den Begriff eines Löwen beibringen, der nie einen Löwen gesehen hat. Eine lebendige Vorstellung ihm bei-zubringen, wird mir ohne sein eigenes Wahrnehmen nicht gelingen").

A me pare che Steiner scriva non per assolutizzare il fatto che per il mio concetto di leone io non abbia bisogno di percepirlo, bensì per dire che non posso derivarlo "da mie percezioni di leoni". Infatti solo sperimentandolo prima come rappresentazione, vale a dire come concetto individualizzato - cosa che avviene solo grazie al percepire l'oggetto di percezione, cioè quel dato leone - posso sperimentarlo poi come concetto. In altre parole, se io vedo una cosa, posso, sì, raccontarla concettualmente a te che non l'hai mai vista, ma non potrò mai far passare da me a te la rappresentazione vivente di quella cosa senza la tua viva percezione di essa.

Questo però è l'esatto contrario di quanto comprende il sognatore quando dichiara che in quell’affermazione di Steiner (ibid. cap. 6°, §4) starebbe scritto che per avere un concetto non c'è bisogno di percezione. Se ciò fosse vero, come mai allora, al 12° capitolo, Steiner scrive che a nessuno dovrebbe venire in mente "di affermare che può derivare dal proprio concetto di protoamnioto quello di rettile con tutte le sue caratteristiche, pur non avendo mai visto un rettile"? (R. Steiner, op. cit., Cap. 12°, §5).

Se in questa affermazione di Steiner si prova a sostituire il rettile col leone si potrebbe ottenere quest’altra, vale a dire che a nessuno dovrebbe venire in mente di affermare di poter derivare da un proprio concetto quello di leone pur non avendo mai percepito un leone! Ebbene, al sognatore della supercazzola viene proprio in mente di poter affermare ciò quando dice di leggere in Steiner che "Si può avere il concetto di leone senza mai avere percepito un leone"!!!   

Se questo mio ragionamento è giusto, ho appena dimostrato che si può predicare e spiegare la scienza di Steiner facendo dire ad essa esattamente l'opposto di quanto vi si trova scritto. In che modo? Basta assolutizzare i concetti e il gioco è fatto, un giorno si può dichiarare una cosa e il giorno dopo il suo contrario. Tutto e il contrario di tutto. Ma questa è la scuola di Fichte, e in genere dell’eristica (arte di avere sempre ragione con le parole), non di Steiner.

Per Steiner ogni concetto è caratterizzabile sempre meglio perché anche questo aspetto migliorativo dei concetti rientra nell’evoluzione. I concetti non sono mai degli assoluti per chi sa orientarsi in senso evolutivo.

Invece il concetto del sognatore non è altro che una definizione, cioè qualcosa di morto, o di esaustivo avente in sé la fine della propria perfettibilità.

Come mai il sognatore fa questo errore di credere definizione il concetto? A me pare che le cose stiano così: il concetto è forma che non possiede una forma specifica. Perciò parlare, come fa il sognatore, di "concetto di concetto"risulta alienante. I concetti non hanno forma. Sono le forme essenziali delle cose. Io posso rappresentarmi UN leone ma non IL leone come concetto assoluto. Il concetto è forma in potenza ma non in atto. Affinché IL leone possa prendere concettualmente forma in me, devo per forza di cose passare dal piano concettuale a quello immaginativo o rappresentativo. Questa è la dinamica caratterizzata da Steiner là, dove scrive che il concetto di un leone non lo si può derivare da percezioni del leone (R. Steiner, op. cit., cap. 6°, §4).

Un leone, come ogni altra cosa, ha una forma.

Ciò che conferisce l’essenziale a una cosa è la sua forma.

Contrapponendo un concetto a ciò che i miei sensi colgono di quella cosa trovo la sua forma essenziale solo se quel concetto riesce ad evocare universalmente quella data cosa.

Infatti l'universalità di un concetto non è altro che la forma essenziale di quella data cosa a cui il concetto fa riferimento.   

Ciò che il concetto ha come vera e propria sua forma proviene da me in quanto  soggetto, quello che invece il concetto ha, come contenuto, proviene dalla cosa in quanto oggetto.

Infatti, ai tempi della Scolastica si sarebbe detto che il concetto è fondato "formaliter" nel soggetto, e "fundamentaliter" nell'oggetto. Allora occorreva avere un'idea precisa dei limiti di un concetto, ed era stata perfino trovata una via verso una tecnica concettuale altrettanto precisa: "Se questa via fosse stata seguita, senza lasciarsi imprigionare, prima dall'averroismo, e poi dal kantismo, si sarebbero raggiunte due cose. Prima cosa: una teoria della conoscenza, sicura in se stessa. Seconda cosa: la comprensione al posto del fraintendimento di spiriti come Ficthe, Shelling, ed Hegel, dei quali si dice ancora oggi che essi hanno intessuto un mondo di concetti astratti, proprio perché si è ancora irretiti nel kantismo" (R. Steiner,  "Filosofia e antroposofia", Ed. Antroposofica, Milano, 1980).

Questo diceva Steiner nel 1904 ma le cose dette allora sono ancora attuali, soprattutto per i "sognanti" di oggi che assolutizzando euristicamente i concetti rifiutano il risvegli!

Proprio perché il concetto è sempre perfettibile: "ogni ampliamento della cerchia delle mie percezioni rende necessario che io corregga la mia immagine del mondo" (R. Steiner, op. cit., cap. 4°, §13: "Jede Erweiterung des Kreises meiner Wahrnehmungen nötigt mich, mein Bild der Welt zu berichtigen").

Dovremmo quindi sempre trasmettere i nostri concetti mediante il nostro percepire, dato che solo in tal modo si entra nella logica della realtà consistente di percezione e concetto là, dove per "percezione" si intende non un concetto astratto ma la cosa, l'oggetto percepibile ("Dato che vi sono oscillazioni di significato nell'uso della lingua, mi sembra imperativo intendermi col mio lettore circa l'uso di una parola che devo usare qui di seguito. Sopra ho nominato gli oggetti di sensazione immediati: chiamerò questi - in quanto il soggetto cosciente ne prenda atto tramite l'osservazione - PERCEZIONI. Perciò designo con questo nome non il processo di osservazione, ma l'OGGETTO di questa osservazione"; R. Steiner, op. cit., cap. 4°).

Questa spiegazione di Steiner, se la si vuol vedere, è l'esatto opposto della comprensione assolutizzante del sognatore.

E ciò è avvalorato anche dalla conclusione del capitolo in cui si parla del concetto di leone citato da detto sognatore: "Il sentimento è il mezzo attraverso cui i concetti anzitutto acquistano VITA concreta" (R. Steiner, op. cit., cap. 6°), dato che il sentimento non è altro che un elemento del percepire!

Il monismo di pensiero mostrato da Steiner nella sua filosofia NON è dunque un pensare assoluto, cioè disciolto ("ab-solutus" = "di-sciolto") dal sentire, ma un PUNTO DI ARRIVO in cui il pensare ed il sentire generano evoluzione dell'essere umano, essenziale se non ci si vuole perdere in mere astrazioni di un "pensare puro" astrattizzato senza alcuna connessione con la relativa esperienza reale nella nostra propria vita. Infatti senza l'elemento della percezione non è possibile accogliere l'evoluzione a cui ha portato il copernicanesimo: "L'immagine che gli antichi si erano fatti riguardo alla relazione della terra col sole e con gli altri corpi celesti, dovette, da Copernico, essere sostituita con un'altra, perché non coincideva più con PERCEZIONI che non erano state conosciute prima" (R. Steiner, op. cit., cap. 4°).

Steiner parla dunque di percezioni che non hanno caratteristiche di impercepibilità come quelle predicate dal sognatore quando afferma la non realtà dell'eliocentrismo (11° Seminario tenuto a Rocca di Papa, op. cit.). L'eliocentrismo dal 1851 fu infatti considerato reale grazie al famoso esperimento del pendolo di Foucault, che realizzò poi, dopo solo un anno, nel 1852, il giroscopio, nel quale divenne percepibile che l'asse del suo rotore segue sempre le stelle fisse. E proprio perché perfino la teoria eliocentrica dimostratasi reale, oggi risulta anch'essa inesatta perché siamo arrivati a conoscere che nella realtà dei fatti nemmeno il sole, il sistema solare, né la Via Lattea sono immobili, ma che l'intero universo è in via di espansione, non bisognerebbe mai assolutizzare i concetti.

Assolutizzare i concetti è un errore: è eristica del trasformismo dell'animale sociale, sempre più animale, e sempre meno sociale!

E il pensare puro?

Certamente il pensare puro non va creduto, né assolutizzato attraverso un non percepibile creatore dal nulla.

Il pensare puro può solo essere SPERIMENTATO.

Per la giusta considerazione di come sorga il concetto puro in contrapposizione alla percezione, ripropongo la seguente immaginazione di Steiner (non ricordo ora la citazione).

Si immagini di voler formare il concetto del cerchio. È possibile fare questa esperienza in due modi, attraverso i soli cinque sensi riconosciuti dalla fisiologia ufficiale, oppure attraverso gli altri sette sensi che la fisiologia ufficiale deve ancora riconoscere. Nel primo caso, si può sperimentare il cerchio navigando per esempio sul mare finché tutt'intorno non si veda che acqua. In questo modo, è tramite l'oggetto di percezione che ci si può formare la rappresentazione di un cerchio. Nel secondo caso, si può arrivare al concetto di cerchio senza fare alcun appello ai cinque sensi ordinari, ma costruendo nel proprio spirito, la somma di tutti i punti che sono ugualmente distanti da un punto dato. Per formare questa costruzione che si svolge totalmente nell'intimo della vita del pensiero, non c'è bisogno di fare appello a qualcosa di esteriore; e poiché questo è assolutamente pensiero puro, in senso aristotelico, "pura attualità", c'è bisogno soltanto del senso del pensiero, che è uno dei sette sensi, che la scienza ufficiale della scuola dell'obbligo deve ancora riconoscere.

Certamente si può parlare anche teologicamente di universali.

Però oggi parlare di Dio è parlare di aria fritta.

Solo qui il sognatore ha ragione, ma dovrebbe essere così coerente da considerare che anche il parlare di un creatore che crea dal nulla è aria fritta, dato che NON un creatore dal nulla può unificare oggi gli uomini, ma solo il pensare.

E il pensare può attuarlo solo a condizione di non scambiarlo col pensare assoluto o con l'idealismo assoluto pensato da Fichte, che comporterebbe un nuovo oscurantismo di tipo moraleggiante in quanto nuovo "pensato", sostitutivo del pensare.

A questo proposito, la questione, tirata in ballo dal sognatore circa l'"immoralità" dell'eliocentrismo o del... telefonino (11° Seminario tenuto a Rocca di Papa, op. cit.) è solo oscurantismo, oscurantismo del terzo millennio!

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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