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21 novembre 2013 4 21 /11 /novembre /2013 09:26

Il cuore del cretino antroposofico

Nereo Villa Opere

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Chi crede che una guerra possa diventare giusta chiamandola missione di pace è molto marcio.

Il "nominalista" crede possibile risolvere i problemi cambiando loro la forma nominale e rappresenta il "trasformista di Stato" che trasforma formalmente perfino i concetti del cambiamento evolutivo credendo di semplificarne l'attuazione.

Allo stesso modo nel campo dell'antroposofia steineriana, chi fa della "triarticolazione" sociale una semplice "tripartizione" diventa nemico dell'organismo sociale perché, impedendo di fare luce sulle dinamiche delle esigenze sociali dei nuovi tempi del terzo millennio, impedisce di superare il gattopardismo che dice: «Tutto deve cambiare perché tutto resti come prima».

Chi chiama "tripartizione" la "triarticolazione" sociale perché reputa il concetto fisiologico di "articolazione" poco adatto per la società o troppo poco materialistica la sua estensione all'"organismo sociale" si comporta esattamente come i "trasformisti di Stato" di cui sopra.

Non intendo mettere alcun veto all'espressione linguistica dialettica della tripartizione: ci mancherebbe altro... Ognuno può esprimersi come vuole. Anche Rudolf Steiner e Massimo Scaligero (che considerava Steiner il maestro dei nuovi tempi) usarono il termine "tripartizione", ma avevano certamente in mente la fisiologia del corpo sociale in analogia con la fisiologia del corpo umano.

Chi però afferma che la triarticolazione sociale è una semplice tripartizione, perché non vede - o addirittura nega - la differenza fra queste due denominazioni, dimostra - fino a prova contraria - di non volere affrontare come si deve la fisiologia dell'organismo umano, dalla quale il termine triarticolazione è preso per illuminare l'analogia con l'organismo sociale.

Questo allora è molto grave perché, così facendo, si arriva a parlare di questione sociale come in genere si parla di pompe per biciclette, bulloni, o di pancetta, culatello, ecc.

Esiste dunque anche un'ANTROPOSOFIA DELLA POMPA, così voglio chiamarla, che ostacola secondo me la conoscenza della triarticolazione nella sua concretezza, e che perciò la blocca culturalmente nel nascere.

In questa pagina sul cuore, farò quindi delle affermazioni che potranno anche sembrare scioccanti ma che reputo funzionali al chiarimento del problema.

Lo statalista ha il cuore-pompa perché continua a pompare nel mondo esterno sciocche parole imperialistiche adatte ad imperare nel cuore altrui per vincerlo e convincerlo alla propria dialettica.

Ci sono due tipi di uomini: quelli che hanno il cuore a pompa, e quelli che non lo hanno in quanto sono consapevoli che il loro cuore non è - né assomiglia a - un meccanismo.

Il maggiore filosofo della coscienza meccanica è Johann Gottlieb Fichte, il quale si servì dell'analogia dell'orologio meccanico per rappresentare la coscienza umana come intero organico che descrisse come "sistema compiuto e chiuso in sé" (J. G. Fichte, "Rendiconto chiaro come il sole al grande pubblico sull'essenza propria della filosofia più recente. Un tentativo di costringere i lettori a capire", § 212, Ed. Guerini e Associati, Milano, 2001). Nei due pesi e due misure di Fichte sempre presenti nella sua concezione politica vigeva da un lato una cosa e dall'altro il suo contrario. Infatti da una parte ciò che contava per lui non era lo Stato ma i singoli cittadini, proprio come contano i singoli ingranaggi in un orologio. Invece dall'altra parte ciò che contava per lui non erano i singoli ingranaggi, o i cittadini, ma l'orologio, cioè lo Stato.

Questo errore di prospettare la rappresentazione della coscienza umana come un meccanismo è predicato ancora oggi. Ne è un esempio l'oratore di professione Pietro Archiati che nelle sue prediche riprende spesso il medesimo prospetto espositivo di Fichte parlando però non di un orologio ma di un altro meccanismo: il trattore di suo fratello che avrebbe, secondo il suo vanto, smontato e intelligentemente rimontato secondo le istruzioni.

Mediante meccanismi però non si può rappresentare alcuna coscienza, alcun organismo, alcuna libertà ed alcuna triarticolazione. Cioè non si può rappresentare alcuna cosa vivente che non sia una trappola. Infatti la trappola che scatta e imprigiona il topo, anch'essa si "anima" meccanicamente, ma non si può per questo dire che sia qualcosa di vivente.

Insomma gli statalisti dal cuore-pompa non possono comprendere la triarticolazione e quindi… la insegnano.

Non possono comprenderla perché l'articolazione dello Stato di diritto, che dovrebbe articolarsi coi restanti altri due organi dell'organismo sociale, sistema economico e sistema culturale, sono l'esempio di un comportamento armonioso analogo a quello dei tre sistemi principali della fisiologia umana, che sono rispettivamente il sistema cardio-respiratorio per lo Stato di diritto, il sistema nervoso per l'economia, ed il sistema metabolico per la cultura.

Quando però la cultura è menzognera e proclama verità che sono invece meri pregiudizi, anche tutto il comportamento dell'organismo sociale ne soffre.

Per esempio, se la cultura di Stato (che non dovrebbe neanche esistere dato che lo Stato di diritto dovrebbe occuparsi solo di diritto e di uguaglianza, non di scuole né di sistemi scolastici) afferma che tutto il funzionamento fisiologico del corpo sano dipende dal cervello o dal cuore, cioè dal sistema nervoso o da quello cardio-circolatorio, ecco che tutta la concretezza dell'idea di Steiner sulla triarticolazione diventa un mero idealismo astratto, basato sull'errore culturale di far dipendere la salute dell'organismo umano da uno dei suoi tre principali sistemi e non dall'equilibrio armonico di tutti e tre. In tal modo la triarticolazione diventa una semplice tripartizione dei poteri priva della concretezza che ogni individuo potrebbe invece percepire già in se stesso, prima che nei libri su questo argomento.

Sembra proprio che il cretino non possa o non voglia comprendere la concretezza della triarticolazione in se stesso.

Soprattutto i sedicenti antroposofi parlano di tripartizione in modo esclusivamente ideologico, cioè senza sapere nulla della concretezza propria dell'idea di cui parlano.

Dicendo che anziché parlare di triarticolazione sarebbe meglio parlare di tripartizione dimostrano di non avere ancora percepita nella sua concretezza l'idea che vorrebbero divulgare. E fanno danni, dato che la concretezza che la triarticolazione esige è di tipo squisitamente fisiologico perché solo in tal modo può comprendere in sé le tre articolazioni, ognuna delle quali è articolata con le - E NON SEPARATA DALLE - altre due restanti!


 

Un esempio massimo di statalismo è l'attuale papa, che fa il farmacista "vendendo" come medicamento la confezione "Misericordina". Cos'è e a cosa serve la "medicina" della misericordia pubblicizzata dal Papa e distribuita in Piazza San Pietro? È la massima espressione dell'alienazione essenziale manifestata da un papa della chiesa cattolica: la confezione è quella tipica delle medicine, con tanto di avvertenza sul contenuto: "59 granuli intracordiali". All'interno, si trovano una corona del rosario - di plastica, mi fa oltretutto notare lo studioso Ivo Bertaina, amministratore del sito agribionotizie.it (1) -, un'immagine di Gesù misericordioso ed il classico foglietto con la posologia e le istruzioni per l'uso.

La "Misericordina", cioè il "kit" pubblicizzato dal papa e fatto distribuire da suore e volontari in migliaia di esemplari ai pellegrini presenti in Piazza San Pietro, è una bugia tipica della chiesa cattolica.

Infatti il "venditore", cioè il papa, che proclama la sua bontà dicendo: "Non dimenticatevi di prenderla, perché fa bene al cuore…", ecc., si guarda bene dal dire la verità riguardante la storia del rosario.

Non credo che un papa possa avere dimenticato come nacque il rosario.

E chi sa come nasce il rosario non può più dire alla gente "Prendete la misericordina perché fa bene al cuore". Solo un disonesto lo potrebbe, dato che il rosario nasce al tempo in cui il cristianesimo si era già espanso a macchia d'olio. Questo impulso aveva preso talmente piede nella gente che l'apparato dei predicatori della "qaal" (parola ebraica per "assemblea", "chiesa") non bastava più, dato che la spiegazione della preghiera biblica consistente nei 150 salmi, esigeva un impiego di "personale" di gran lunga molto più numeroso. Perciò dai 150 salmi da spiegare si passò ai Pater, Ave e Gloria, ecc., da recitare come orazioni, dieci per volta, fino a 150 volte complessive…

Ma a che serve ripetere orazioni o mantra se non di impedimento all'uomo nell'esercizio della sua vita di pensiero autonomo? Finché tu chiesa mi spieghi i salmi io posso anche recitarli in quanto faccio mia la sapienza che in essi si nasconde, però se tu mi fai recitare decine di volte tre o quattro orazioni, oltretutto oggi senza nemmeno spiegarne i caratteri di sapienza, mi costringi solo all'addormentamento della mia coscienza.

 

 

Nel foglietto illustrativo della "misericordina" è spiegato che per questa medicina non sono segnalate "controindicazioni", ma anche questa è una menzogna, dato che essa serve solo ad addormentare le coscienze.

E poi rimane la questione scientifica del cuore-pompa, che è un'altra menzogna, che stavolta però riguarda maggiormente i sedicenti antroposofi che si vantano della loro scienza spirituale mostrando però di non conoscere la questione e che, anzi, si guardano bene dal citarla dato che chiamano tripartizione la triarticolazione.

Uno dei grandi limiti al progresso della conoscenza della fisiologia del cuore è proprio l'idea meccanicistica, imposta dalla cultura di Stato, che assimila il cuore ad una pompa.

Piero Angela è stato un divulgatore indefesso di questo errore meccanicistico.

Con ciò si entra proprio nell'alienazione essenziale, generata da un pregiudizio fortemente ancorato nelle persone e molto difficile da abbandonare.

Prima di parlare di triarticolazione sociale, occorre dunque spiegare la logica di realtà per cui è vero che NON il cuore fa muovere il sangue, ma al contrario, IL SANGUE FA MUOVERE IL CUORE.

E lo voglio mostrare.

Il rapporto esistente fra le sostanze alimentari liquefatte e l'aria respirabile, cioè l'elemento gassoso assorbito dal polmone, è un'interazione dinamica del processo di scambio, i cui elementi costitutivi si incontrano e si accumulano nel cuore, precedendola, e nella quale il cuore - per chi lo osserva spassionatamente - non appare affatto una pompa ma tutt'al più - se proprio ce lo vogliamo rappresentare in modo materialistico o meccanicistico - come una diga: una "diga" avente da un lato le attività inferiori dell'organismo, cioè l'assorbimento e la trasformazione degli alimenti (metabolismo), e dall'altra parte le attività superiori (sistema nervoso centrale), nelle quali la respirazione occupa il posto meno elevato (sistema simpatico).

Il cuore è dunque uno sbarramento interposto, appunto, come una diga.

L'attività del cuore è infatti il risultato del gioco di forze fra corrente alimentare ed aria.

Tutto ciò che nel cuore si manifesta e che è osservabile può essere considerato esclusivamente come conseguenza di tale gioco di forze.

Si può allora affermare senza ombra di dubbio che il cuore è un organo di equilibrio, non una pompa.

Se il cuore fosse una pompa, si potrebbe sperimentalmente deviare la circolazione fuori di esso, e si dovrebbe constatare una sua diminuzione di attività o persino un suo arresto.

 

INVECE GLI ESPERIMENTI

 

[cfr.: Manteuffel-Szoege L., Gonta J., "Réflexions sur la nature des fonctions mécaniques du coeur", Minerva Cardioangiologica Europea, VI, 261-267, 1958; Manteuffel-Szoege L., Turski C., Grundman J., "Remarks on Energy Sources of Blood Circulation", Bull. Société Inter. Chirur., XIX, 371-374, 1960; Manteuffel-Szoege L., "Energy Sources of Blood Circulation and the Mechanical Action of Heart", Thorax, XV, 47, 1960; Manteuffel-Szoege L., "New Observations concerning the Haemodynamics of Deep Hypothermia", Journ. Cardiovas. Surg., III, 316, 1962; Manteuffel-Szoege L., "Haemodynamic Disturbances in Normo - and Hypothermia with Excluded Heart and during Acute Heart Muscle Failure", Journ. Cardiovas. Surg., IV, 551, 1963; Manteuffel-Szoege L., "On Stopping and Restarting of Circulation in Deep Hypothermia", Journ. Cardiovas. Surg., V, 76,1964; Manteuffel-Szoege L., Michalowski J., Grundman J., Pacocha W., "On the Possibilities of Blood Circulation Continuing after Stopping the Heart", Journ. Cardiovas. Surg., VII, 201,1966]

 

DIMOSTRANO CHE AVVIENE PROPRIO IL CONTRARIO VALE A DIRE CHE, DEVIANDO LA CIRCOLAZIONE FUORI DAL CUORE, LA CIRCOLAZIONE, ANZICHÉ DIMINUIRE, AUMENTA CONSIDEREVOLMENTE.

 

D'altra parte, gli embriologi sanno perfettamente che l'esistenza della circolazione sanguigna precede nel tempo quella del cuore e delle sue pulsazioni, e questa realtà dovrebbe far vergognare coloro che hanno sempre predicato le dottrine di Stato del cuore-pompa. Insomma coloro che nel terzo millennio si professano ancora credenti nel cuore-pompa dovrebbero almeno chiedersi: se il mio cuore è una pompa come fa a funzionare, se la mia circolazione sanguigna circolava già prima dell'esistenza del mio cuore?

Ma non occorre neanche riferirsi agli esperimenti citati per avvertire la realtà che il cuore non è una pompa. Basta osservare le dinamiche fisiologiche della paura e della vergogna nell'essere umano, considerando il sangue come veicolo materiale dell'immateriale io. Da questo punto di vista i sentimenti di paura e di vergogna testimoniano che è il sangue a far battere il cuore, e non il cuore a pompare sangue: se io mi spavento divento pallido perché il sangue dalla periferia va a proteggermi nel mio centro di equilibrio. Perciò divento pallido. Se invece mi vergogno, dal centro di me stesso vorrei fuggire via, oltre me stesso, fuori, nel cosmo. Qui il sangue è testimone della mia volontà centrifuga e mi fa arrossire.

Questa testimonianza però non vale per gli insegnamenti dati dalle scuole dell'obbligo di Stato: in base all'insegnamento che riceviamo dalle scuole elementari fino alle università, la rappresentazione del cuore-pompa diventa così radicata in noi che concepire il vero, appare un'assurdità.

Infatti se dici a un medico che non è il cuore che mette in movimento il sangue, ma che è invece il sangue a mettere in movimento il cuore, costui ti guarda in modo strano, ed è già pronto a farti ricoverare alla neuro... Ma il matto è lui.

L'arrivo del sangue venoso nel cuore provoca la diastole. A questo processo centrifugo di dilatazione segue una reazione neurosensoriale di contrazione di direzione centripeta, la sistole. Nella diastole il cuore cede di fronte alle forze del polo metabolico, si arrotonda e tende a perdere la propria forma; viceversa, nella sistole, le forze del polo neurosensoriale restringono il cuore ridonandogli la sua struttura.

Diastole e sistole, che si alternano normalmente nel tempo, esprimono così una polarità.

 

 

 

 

Normalmente il cuore ha 72 battiti al minuto.

Essendo il ritmo respiratorio di 18 al minuto, contiamo quattro pulsazioni per ogni respirazione.

Questo rapporto di 4 a 1 tende a crescere o a diminuire a seconda dello stato di salute dell'intero organismo.

Ecco perché questi rapporti sono ricercati sistematicamente al momento in cui si esamina un ammalato, dato che la loro modificazione è il segno di uno sforzo fatto dal cuore allo scopo di ristabilire l'equilibrio tra i poli.

Il cuore è pertanto il luogo in cui le due polarità si affrontano, si compensano e si equilibrano.

Il sistema ritmico in se stesso NON può ammalarsi, essendo per definizione armonia, dunque anche salute.

Invece, il suo strumento fisico, il cuore, può essere danneggiato se lo sforzo di compensazione che gli si chiede va oltre le sue possibilità, soprattutto quando questo sforzo è imposto in maniera permanente.

Le affezioni cardiache non sono altro che il riflesso del predominio di un polo sull'altro. E nonostante il manifestarsi di un tale predominio, il cuore si sforzerà sempre di ristabilire l'armonia, al punto che le affezioni cardiache sono secondarie rispetto a quelle degli altri organi e spesso impiegano anni per manifestarsi. Ecco perché l'osservazione delle lesioni che si creano hanno dato relativamente poche informazioni sul processo morboso, e bisognerebbe innanzitutto studiarle nel tempo, cosa che implica un'anamnesi approfondita. La conoscenza di questi processi è per il medico un incitamento sia a prevenire le affezioni cardiache che a curarle.

Da quanto precede risulta che PARAGONARE IL CUORE A UNA POMPA È SOLO UNA SUPERSTIZIONE DELLA NOSTRA CULTURA DI STATO, poggiante sull'idolatria di una scienza del meccanismo, che ha ben poco da dire di umano.

In ogni caso, anche se lo scienziato meccanicista volesse a tutti i costi stabilire un paragone del cuore con parti di una macchina, si potrebbe tutt'al più caratterizzare il cuore come un ariete idraulico.

Io preferisco sentire il mio cuore come organo del sentire interiore, esattamente come l'uomo antico, che ragionava "col cuore"...

Il cuore vive nel battito che rivela la sua caratteristica presenza tra due polarità circolatorie: quella dei capillari e quella dei vasi sanguigni.

Il battito è discreto e silenzioso se il cuore è sano, e quando lo si studia si può avere un insieme d'informazioni cliniche che vanno ben oltre la semplice frequenza del polso o del rumore che produce.

Nelle piante non vi sono vasi ma soltanto capillari, e la linfa sale molto lentamente lungo di essi raggiungendo altezze tali che hanno costretto gli scienziati a cercare diverse spiegazioni non del tutto convincenti per questo fenomeno naturale.

La linfa delle piante è spinta in alto per mezzo del corpo bioplasmatico (detto anche vitale o eterico) della pianta, collegato a sua volta con le forze di vita del cosmo.

I capillari sono passati evolutivamente dalla circolazione linfatica della pianta alla circolazione sanguigna animale, e poi a quella umana.

Nel lungo percorso evolutivo, ai capillari si sono aggiunti gradualmente i vasi sanguigni che sempre più grandi hanno richiesto la presenza di un cuore anch'esso evoluto nella scala biologica animale.

La circolazione capillare parte dal corpo bioplasmatico o vitale, dal quale sono mossi anche i vasi più piccoli; ma quando si raggiunge il diametro massimo dei vasi circolatori umani è necessaria la funzione di raccordo (perfino la parola "raccordo" proviene... dal cuore) tra la circolazione capillare e quella dei grossi vasi.

Naturalmente anche gli animali superiori hanno un cuore ed una circolazione, ed anche negli animali si ha la funzione cardiaca di raccordo, mediatore tra capillari e grossi vasi. Nel pesce addirittura troviamo un cuore non ancora quadripartito, che dal punto di vista meramente fisiologico, sembra lavorare meglio del cuore umano.

Il movimento del sangue è autonomo, ma ha bisogno del cuore quadripartito per le necessità fisiologiche e psicologiche dell'uomo.

Con una circolazione troppo lenta vivremmo come piante, mantenendo la postura eretta non potremmo muoverci, non avremmo pressione, non potremmo pertanto incarnarci nel movimento, animarci, e di conseguenza non avremmo una coscienza di veglia. Saremmo insomma come ci vorrebbe lo Stato e la chiesa della "Misericordina"! L'odierno Stato mentecattocomunista, che è ancora lo Stato etico predicato da J. Gottlieb Fichte, si comporta proprio come chi vorrebbe governare i suoi governati a questo livello di coscienza!

Il cuore invece afferra la circolazione proveniente dai capillari e come esclusiva risposta a questo evento dona, col suo battito, la forza del suo muscolo alla circolazione, sostenendola, ma NON attivandola: tant'è vero che il sangue circola spontaneamente nei limiti della gravità - come è dimostrato dagli esperimenti di Manteuffel e in generale dall'embriologia, in quanto le valvole idrodinamiche cardiache non sono altro che un adattamento del cuore al flusso sanguigno prestabilito, ed alla necessità della sua circolazione, sia la piccola che la grande.

Il sangue che si precipita nel cuore crea dei vortici che vengono indirizzati nei luoghi prestabiliti dalle valvole.

Le valvole cardiache sono ben lungi dalle valvole di una pompa. Se appartenessero ad una pompa non potrebbero affatto reggere il continuo sforzo prolungato per anni, e l'esperienza clinica mostra che, anche quando le valvole si ammalano, la circolazione del sangue non è bruscamente interrotta, mentre se si altera la valvola di una pompa, questa smette di funzionare.

La funzione delle valvole che si formano nella vita embrionaria quando il cuore comincia a battere, ha soltanto la funzione di rendere ottimale la corrente, ma non è causa dello scorrimento del sangue in una determinata direzione.

Di fronte a queste evidenze è comunque difficile pensare in modo libero, scientificamente libero fino in fondo, e per lo scienziato dozzinale se il cuore batte e ci sono le valvole, ciò significa che il sangue è mosso dal cuore, perché il cuore... è una pompa.

Secondo questo superficiale modo di ragionare, se Pinco Pallino, avendo un infarto, cadesse da un albero fracassandosi il cranio, si potrebbe dire: "È morto perché è caduto dall'albero" aggiungendo: "è talmente palese!". E non verrebbe il minimo sospetto che costui non morì cadendo dall'albero, ma che cadeva proprio perché era già morto, stroncato da un infarto.

Il cuore dunque NON è una pompa.

Il cuore potrebbe somigliare ad un ariete idraulico (similitudine fatta da Rudolf Steiner) sebbene non funzioni proprio come un ariete idraulico. Come funziona un ariete idraulico?

 

 

 

[Vedi in un minuto come funziona una pompa ad ariete idraulico:

è il movimento dell'acqua ad azionare la valvola, non viceversa]

 

S'immagini una casa situata in cima ad un monte. Ai piedi di questo monte scorre verso il basso l'acqua di una sorgente. Si vuole portare l'acqua alla casa. In questa situazione serve un ariete idraulico i cui componenti sono: un tubo che convogli l'acqua e un altro tubo che la faccia risalire. Dunque si tratta di un sistema composto da una valvola e da una membrana che grazie alla pressione dell'acqua crea una successione ritmica di pressione e di contropressione con l'ausilio di un pallone riempito a metà d'acqua che svolga la funzione di cuscinetto d'espansione.

L'aspetto interessante di questo sistema è che funziona in assenza d'energia, e che sfrutta soltanto la forza gravitazionale dell'acqua che scorre (velocità di riempimento dell'ariete).

La similitudine di Steiner col cuore consiste nel fatto che nell'ariete idraulico è l'acqua che mette tutto in movimento, così come il sangue che arriva al cuore ne stimola i movimenti di contrazione.

Concludendo si deve dire che il cuore è un muscolo, il cui compito è la contrazione.

Trattandosi di un muscolo cavo, durante la contrazione il liquido che vi è contenuto è incomprimibile e pertanto viene spinto avanti.

Dunque il cuore ha, sì, compito di propulsione, ma questa propulsione non è la causa originaria della circolazione sanguigna anche se nulla funzionerebbe senza il cuore.

Il cuore accelera il movimento originario nei capillari adattandolo alle necessità dell'organismo umano.

Già in ciò il cuore si propone come organo del centro e del ritmo, cercando un compenso e quindi un equilibrio tra la circolazione del sangue nei capillari e quella nei grossi vasi; similmente all'equilibrio posto tra la piccola e la grande circolazione.

Le valvole cardiache possono reggere così a lungo perché non fermano il sangue, ma sono perfettamente inserite nel suo flusso di scorrimento che precede la loro stessa formazione nel corso dell'embriogenesi.

Se al cuore non giungesse il sangue, presente con il suo originale e lentissimo movimento capillare, il cuore smetterebbe di battere.

La circolazione del sangue inizia alla periferia dell'organismo; è mossa dalla vita stessa (del corpo bioplasmatico o vitale) fino al cuore, che si "anima" (nel suo caratteristico movimento che la solleva dalla sua condizione simil-vegetale e la innalza al livello umano) con un battito ed una lunga pausa al cui interno scorre l'attimo fuggente del suo dialogo cosmico-terreno con l'interiore attività umana...

In ogni polarità il cuore si colloca sempre al centro, e proprio per il fatto che è il mediatore fra cosmo e Terra esso rende possibile all'attività interiore umana un collegamento più forte con questi due poli.

Se una persona si lega fortemente alle forze della Terra non vede più il cosmo, che è il mondo della luce, e cade in depressione che è un processo d'incarnazione unilaterale. i suoi occhi vedono la bellezza della natura ma il suo cuore non la percepisce, così come, se non si cerca, non si percepisce il colore fior di pesco nell'arcobaleno.

Da quanto precede, credo si possa dichiarare con ragione che il concetto di misericordia (etimologicamente proveniente da "miseria" e da "cuore") sviluppato materialisticamente come medicamento dal papa sia una castroneria piena di menzogne, dato che la sua "Misericordina" è una cretinata promotrice di rosari e orazioni per formare un nuovo tipo di uomo, che anziché pensare, ripeta Pater, Ave, Gloria, ecc., credendo di stare meglio.

Se alla "Misericordina" del papa aggiungi l'antroposofia marcia dei trasformisti dei nuovi tempi, hai un quadro perfetto di come il potere odierno ti vorrebbe: un essere umano che senza alcuna pulsione interiore vada in guerra sereno e ammazzi il nemico sentendosi cristiano in base all'articolo 2266 del catechismo della chiesa cattolica nel quale è giustificata la "guerra giusta" e perfino la pena di morte.

Ecco perché ho esordito dicendo che chi crede che una guerra possa diventare giusta chiamandola missione di pace è marcio, cioè un nominalista trasformista che crede possibile risolvere i problemi cambiando loro la forma nominale, trasformando formalmente perfino
i concetti stessi del cambiamento evolutivo credendo di semplificarne l'attuazione.

Se tale trasformismo avesse prodotto nella storia qualcosa di benefico di certo gli scribi e i farisei non sarebbero passati alla storia come razza di vipere, e Gesù non avrebbe disubbidito al sabato.

La legge del sabato è la legge del non fare nel giorno festivo perché la festa è consacrata al creatore che al settimo giorno si riposò.

Ogni legge del non fare è una legge proibitiva.

Per gli ebrei il giorno di festa è il sabato. In ebraico la parola "sabato" è data dalla radice "sciabàt", che è formata dalle tre lettere "scin", "bet" e "tav", e che significa: "cessare", "non fare alcunché", "riposare", ecc.

Una legge che impone la cessazione di un fare è contemporaneamente proibitiva e impositiva.

Infatti una legge impositiva formalmente rovesciata è proibitiva.

Le leggi proibitive e quelle impositive sono diverse solo nella forma, non nella sostanza a cui si riferiscono: il non fare in giorno di sabato o il fare la santificazione del sabato che la legge ebraica esige, sono la stessa cosa, la stessa esigenza.

Ecco perché il sabato ebraico è da un lato legge impositiva del giorno di riposo settimanale, consacrato a Yhwh (Jahve) che ha riposato nel settimo giorno della creazione (Es 20,11; Gen 2, 2-3; Es 23,12), e dall'altro lato è motivazione della rispettiva legge proibitiva "Non fare lavoro alcuno (in giorno di sabato)" (Deuteronomio 5,14).

L'istituzione del sabato, caratteristica del giudaismo (Ne 13, 15-22; I Mac 2,32-41) è però violata dal Cristo (Mt. 12,1s; Lc. 13, 10s; 14,1s).

Lo spirito legalista non è dunque del Cristo, dato che il Cristo se ne libera.

Di conseguenza l'uomo che si emancipa dal legalismo (l'uomo che evolve se stesso) può liberarsi sempre di più dalle leggi mediante epicheia, che è la politica del Cristo e che, nella filosofia della libertà di Rudolf Steiner, è l'individualismo etico.

L'idea di Pietro Archiati (liberaconoscenza.it) di un nuovo ordine mondiale che in nome della libertà è fatto di mere proibizioni anziché di imposizioni è una cretinata simile a quella del medicamento "Misericordina" proposto dal papa per il bene dell'uomo.

Un esempio: l'IMPOSIZIONE dell'imposta, poniamo del 70% (come avviene oggi) sul mio reddito, e/o la PROIBIZIONE di usufruirne più del 30% che differenza fa?

Non vi è alcuna differenza. La schiavitù rimane.

Certamente ci si può anche sentire liberi di usufruire addirittura di meno di quel 30% per donare di più alla casta dei legulei chiamata Stato, ma tale sentirsi liberi non è che masochismo schiavistico mascherato da libertà.

Ed è proprio questo che i nuovi chierici traditori, sedicenti antroposofi della sedicente società antroposofica, predicano come filosofia della libertà di Steiner.

Ma è una mascalzonata poggiante su autocastrazione. È il sentire dello schiavo che ha perso ogni fiducia in sé come individualità umana, e che perciò opta per lo Stato etico (di Fichte, Schelling ed Hegel) anziché per l'individualismo etico.

Se ci attenessimo alla falsa idea di costoro di liberare l'organismo sociale dalle costrizioni dello spirito legalista attraverso la trasformazione formale delle leggi costrittive in leggi proibitive, daremmo solo legittimità al formalismo dello stesso ipocrita spirito leguleio, condannato da Gesù, e che fu poi causa del suo assassinio legale (crocifissione).

Dunque procedendo nelle cose dell'economia, del diritto, e della cultura, come se l'etica provenisse da formalismo, continueremmo ad avere gli stessi problemi di prima: un'economia del debito, un diritto rovesciato, ed una cultura barbara.

Il formalismo, basandosi sulla mera forma va bene solo per l'informatica e per il suo linguaggio binario: la macchina, "deducendo" da una stringa di un linguaggio informatico uno scatto eseguibile, lo compie immediatamente senza alcuna mediazione intuitiva.

Applicare questo processo all'uomo è eticamente un assurdo, dato che se la motivazione dell'agire umano provenisse da neutre deduzioni, leggi, o logiche formali, genererebbe non uomini liberi, ma meccanici esecutori, uomini scattanti in stile "wehrmacht"!

Oltretutto se si accettasse ciò che dichiarano questi antroposofi fichtiani, vale a dire che lo scopo naturale del potere dovrebbe essere quello di creare controforze affinché l'uomo possa esercitare la libertà, si legittimerebbe il potere nel suo mestiere di impedire la libertà.

Accogliendo l'idea delle leggi proibitive formalmente sostitutive di quelle costrittive - in quanto, come insegnano coloro di liberaconoscenza.it, è possibile, manipolandole, trasformare tutte le leggi costrittive in leggi proibitive - si accoglierebbe solo un medaglione dell'orrido con le sue due facce: da un lato la costrizione, e dall'altro l'impedimento, la proibizione, senza cambiare alcunché!

Perché qualunque potere poté, può e sempre potrà legalizzarsi con la proibizione o la censura di qualcosa di diverso dall'imposizione precedente.

Cambiare la forma, cioè la dicitura formale da costrittiva a proibitiva, solo un pirla potrebbe pretenderlo per la propria evoluzione alla libertà.

Dunque delle due l'una: o le persone di libera conoscenza.it che ragionano come Pietro Archiati sono malati mentali molto gravi, oppure hanno in mente qualcosa di diabolico molto simile ai desideri di coloro che nel 1600 proibirono a Giordano Bruno di vivere ancora e lo bruciarono nel Campo dei fiori a Roma. Costoro erano i rappresentanti della chiesa di allora.

Oggi queste cose passano per normali perché nel mondo in cui viviamo il pensare fa paura e lo si vuole bloccare nell'umano con la "Misericordina" o col cuore-pompa o in altro modo.

Essere cristiani significa però solo una cosa: essere epicheici. Non significa essere religiosi. Perché religiosi lo si è solo se si opera epicheicamente, e non fideisticamente o secondo credenze filosofiche.

Quando mai le credenze religiose o filosofiche servirono l'uomo? Esse da sempre assorbono le coscienze umane per servirsene!

E così fanno oggi gli oratori di professione che vogliono mettere le mani nella scienza di Steiner: pur sapendo che è necessario rinnovarsi, cambiare pagina, e soprattutto cambiare secolo, cioè rispettare lo spirito del tempo in cui sono, continuano a presentarsi come conferenzieri dell'ottocento, perfino nell'abbigliamento.

Nel tempo dell'informatica si presentano ancora con lavagna e gessetti del tutto inessenziali. Posso ancora concepire che uno li usi per spiegare i geroglifici o l'ebraico, ecc., ma per spiegare la logodinamica del pensare della scienza di Steiner, a che servono?

Pur sapendo che le religioni, i filosofismi e gli ideologismi sono l'oppio dei popoli, costoro continuano imperterriti nel tentativo di imbastire nuovi moralismi, secondo loro steineriani, fatti di leggi negative secondo loro steineriane, in contrapposizione a quelle kantiane del dover essere… indebitati.

Steiner però dice tutt'altro e tutto il discorso di Steiner potrebbe essere così sintetizzato: non si tratta di continuare a creare nuove leggi che valgano per la libertà di tutti, bensì di attuare l'epicheia, cioè la vera politica di Gesù di Nazaret.

Invece costoro usano Steiner al posto dei vangeli, intesi come dietetica in luogo dell'etica individuale, che solo il singolo può attuare per se stesso (individualismo etico)... Oppure usano esegeticamente i vangeli o le scritture per spiegare la scienza di Steiner come "necessità" della libertà (contraddizione in termini)!

In tal modo questi statalisti continuano ad imbrigliare se stessi nelle pastoie di un dio che crea dal nulla, ad immagine bassamente umana, e frutto della loro mente tormentata, non serena ma apodittica...

Se in riferimento al trasformismo da loro predicato delle leggi del "fare" in proibizioni, cioè in leggi del "non fare", qualcuno dice loro: "Oggi la guerra è chiamata missione umanitaria ma questo è solo trasformismo concettuale", essi prontamente rispondono: "Questo è il tuo parere, noi abbiamo un altro parere".

E con ciò continuano a spacciare la scienza di Steiner per l'aberrazione leguleia di cambiare la forma delle leggi per legittimarle.

Costoro sono gli ipocriti che Gesù chiamava "razza di vipere".

Questo è il mio parere.

***

Note

(1) Ivo Bertaina sottolinea altresì, a questo proposito, come ci sia ben poco spirito nel petrolio, e che recitare orazioni tenendo in mano la sostanza di Arimane "è molto difficile. Allo stesso modo, coltivare la terra col metallo di Marte, dio della guerra, è molto poco amorevole, e già nel 1950 Victor Schauberger aveva visto che usando leghe di rame (metallo di Venere, legato all’amore) l’humus nel terreno aumenta da sé. Oggi spesso non guardiano a cosa prendiamo in mano ed a cosa usiamo per nutrirci e a come questo venga prodotto. Da quando l’uomo ha smesso di guardare al cielo si è messo nelle mani, poco amorevoli, di altri esseri".

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15 novembre 2013 5 15 /11 /novembre /2013 14:39

http://creativefreedom.over-blog.it/2013/11/su-business-e-compromessi-della-scuola-steineriana.html Oggi, epoca dell’autocoscienza, la figura del “fiduciario” antroposofico è un anacronismo protetto da impenetrabili segreti: i business antroposofici e gli organigrammi della relativa “società” assomigliano a quelli dei capimandamento mafiosi che si riuniscono per eleggere i nuovi “fiduciari” delle nuove “famiglie” locali: il cosiddetto fiduciario, di cui non esiste garanzia alcuna in merito alla propria “rappresentatività”, né criteri per la sua nomina, né per le proprie decisioni, prende decisioni per tutti i “soci” della “società antroposofica”, la quale nonostante ciò appare giuridicamente responsabile. Dove sta quindi la differenza con le procedure mafiose?

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15 novembre 2013 5 15 /11 /novembre /2013 10:26

Vedi anche Nereo Villa Opere

 

Se esistesse la scuola pedagogica ad indirizzo steineriano sarebbe realizzata l’idea della triarticolazione della società proposta a suo tempo da Rudolf Steiner. Pertanto non esisterebbero la crisi delle scuole, la crisi economica e quella della giustizia. Come queste tre sfere dell’organismo sociale devono armonizzarsi fra loro l’ho sintetizzato nella pagina “Dieci minuti per la triarticolazione sociale”, ricavata dal ciclo di conferenze “Come si opera per la triarticolazione dell’organismo sociale”.

 

Però la scuola steineriana non esiste.

 

Essa è spenta e destinata a smorzarsi sempre più da quando è divenuta statale (parificata).

 

Da quel momento in poi non si può più dire che sia libera dalle grinfie dello Stato.

 

E poiché nelle spiegazioni date da Steiner questa sua libertà avrebbe dovuto essere il suo senso, oggi essa è del tutto insensata in quanto mero business.

 

Oggi infatti la scuola steineriana è ridotta a mera ideologia, a ideale morto, funzionante solo come business, che rastrella soldi dappertutto: sovvenzioni dallo Stato, retta abnorme dai genitori, costi abnormi degli attrezzi, prodotti per la scuola, ecc. (basti pensare che una "cartella scolastica steineriana" costa ben 158 euro), oltretutto sottopagando gli insegnanti tanto idealisti quanto ignari... 

 

 

 

 

 

Questi "steineriani" dal compromesso facile (praticamente quasi tutti) non hanno scuse, perché le idee di Steiner sui COMPROMESSI sono sempre state molto chiare.

 

Purtroppo però non sono mai state recepite, nemmeno e soprattutto da coloro che predicano la pedagogia steineriana. Perché? Perché lì, domina il business, cioè il dio quattrino in luogo del dio trino, anzi in luogo della triarticolazione sociale, la quale può attuarsi solo a partire proprio dalla liberazione delle scuole e dell’apparato produttivo dalle grinfie dello Stato.

 

Questo Stato è comunque destinato al fallimento nella misura in cui continuerà ad occuparsi (ancora come sempre) di cose che non sono di sua competenza come, appunto, la scuola e l’economia, anziché occuparsi dell’unica sua competenza: il diritto.

 

Lo Stato di diritto che anziché occuparsi di diritto si occupa di scuole e di economia è uno Stato plenipotenziario arraffone misurato esclusivamente sulla corruzione.

 

La crisi della giustizia è infatti l’impossibilità pratica di occuparsi di giustizia in nome del preoccuparsi dell’economia e della cosiddetta cultura di Stato, o cultura dell’obbligo...

 

Questi argomenti, che erano già scottanti al tempo del fallimento di Weimar, non furono mai recepiti. E nella misura in cui non li vogliamo accogliere siamo avviati a sempre peggiori catastrofi...

 

Li ripropongo nei brani seguenti, pescati da varie conferenze e libri di Steiner, che trovo di un’attualità sconvolgente.

 

“[...] Oggi è questo che deve venir superato, ma purtroppo il mondo, invece di pensare a tale superamento, fa dei COMPROMESSI. I COMPROMESSI che oggi vengono fatti nel mondo vengono conclusi anche nell’interiorità dell’anima; se le nostre anime non fossero così propense al COMPROMESSO, anche nella vita esteriore non vi sarebbero gli spaventosi COMPROMESSI, simili a quello che ora viene fatto a Weimar, il COMPROMESSO sulla scuola (R. Steiner, “Risposte della scienza dello spirito a problemi sociali e pedagogici”, 12ª conf., Milano, 1974).

 

Ciò riguarda, oggi più che mai la scuola pedagogica steineriana, che in sostanza è un covo di chierici non solo traditori ma di vermi striscianti: “Le nature tendenti al COMPROMESSO strisciano oggi attraverso l’esistenza; sono esse che sperimentano tutto guardando indietro, che non progrediscono” (“Risposte della scienza dello spirito...”, op. cit).

 

Perché mai Steiner sentì in se stesso di dare - anche se non in modo esplicito - del verme agli uomini dell’inciucio di allora attraverso le parole “Le nature tendenti al COMPROMESSO strisciano oggi attraverso l’esistenza”?

 

Fu per gli eventi storici di qualche mese prima, eventi che oggi vanno sottolineati, dato che politicamente siamo ancora nella medesima situazione di allora (1).

 

Nel febbraio del 1919, cioè sei mesi prima delle parole dette in questa conferenza - che fu tenuta il 3 agosto del 1919 -, si era infatti aperta a Weimar la cosiddetta Assemblea Nazionale, consistente in un governo di coalizione fra socialisti, democratici, e cattolici, detta appunto “Coalizione di Weimar”. Tale coalizione, per l’instabilità dei governi di formare solide maggioranze rese sempre più impopolare la Costituzione di Weimar. Il peso delle riparazioni e la politica egoistica del grande capitale finanziario determinarono poi dal 1920 fino al 1922 l’inflazione ed il crollo del marco.

 

In quel periodo, il successo della rivoluzione russa ed i fermenti di rivolta in Germania avevano galvanizzato i dirigenti socialisti, facendo apparire imminente l’instaurazione di un regime proletario anche in Italia: il partito popolare di Luigi Sturzo si presentò allora come principale interlocutore dei socialisti, e accanto ai socialisti ed ai popolari, il movimento nazionalista dei seguaci di D’Annunzio chiedeva con l’emerito socialista Mussolini il “rinnovamento” della classe dirigente.

 

Le teorie attivistiche di Sorel e di Oriani, quello della “missione” civilizzatrice imperiale, si consolidarono poi nella dottrina di Gentile, il quale contrapponeva all’individualismo liberale e democratico, “fonte di disgregazione del tessuto sociale”, l’esigenza di una solidarietà collettiva in cui i diritti e le aspirazioni dell’individuo si attuassero solo in quanto subordinati ai valori ed agli interessi della comunità nazionale, di cui “lo Stato è unico depositario e garante”. Tutto ciò si espresse poi nella teorizzazione dello Stato corporativo, che in fondo è lo Stato marcio in cui ci troviamo.

 

Il COMPROMESSO con la scuola italiana, compreso l’attuale COMPROMESSO delle scuole steineriane parificate alle scuole di Stato, cioè statalizzate, nasce proprio da questo neoidealismo gentiliano.

 

Giovanni Gentile, filosofo del fascismo e ministro della “pubblica istruzione”, chiamò poi Lombardo Radice come collaboratore alla “riforma” scolastica del 1923-24!

 

Se esistono precise dichiarazioni dichiarazioni in cui Steiner sottolinea che attraverso i COMPROMESSI non è assolutamente possibile attuare l’idea della triarticolazione sociale esplicitata nel suo libro “I punti essenziali della questione sociale”, perché i sedicenti antroposofi non le ascoltano?

 

Che senso hanno oggi i vari “fiduciari” della scuola steineriana italiana o della sedicente società antroposofica italiana, se non quello di dimostrare, nella loro qualità di “traditori verminosi”, di non conoscere alcunché della triarticolazione di Steiner? Conoscono di Steiner solo ciò che conta per il proprio tornaconto? Sì. Purtroppo è proprio così. Ma questa è mafia. Mera mafia, mascherata da antroposofia o da scienza spirituale a carattere antroposofico!

 

Oggi, epoca dell’autocoscienza, la figura del “fiduciario” antroposofico è un anacronismo protetto da impenetrabili segreti: i business antroposofici e gli organigrammi della relativa “società” assomigliano a quelli dei capimandamento mafiosi che si riuniscono per eleggere i nuovi “fiduciari” delle nuove “famiglie” locali: il cosiddetto fiduciario, di cui non esiste garanzia alcuna in merito alla propria “rappresentatività”, né criteri per la sua nomina, né per le proprie decisioni, prende decisioni per tutti i “soci” della “società antroposofica”, la quale nonostante ciò appare giuridicamente responsabile. Dove sta quindi la differenza con le procedure mafiose? 

 

Ecco alcune dichiarazioni di Steiner in merito ai COMPROMESSI:

 

“Si può dire in realtà che nel nostro tempo le persone che hanno in loro stesse l’assoluta pretesa di avere posizioni direttive in qualche settore sappiano agire con piena serietà per tutto quanto riguarda oggi la tendenza verso lo spirito? Tali persone dovrebbero avere un sentimento non solo per le teorie relative allo spirito, ma anche per la reale e vivente efficacia in campo spirituale, per l’efficacia derivata dal campo spirituale. Se però si parla della reale efficacia in campo spirituale o attraverso il campo spirituale, oggi ancora per molta gente si parla di qualcosa di incomprensibile” (“Risposte della scienza dello spirito...”, op. cit., Stoccarda, 8 settembre 1919, 13ª conf.). “[...] Oggi però non basta essere d’accordo in teoria con qualcosa. [...] Quando io siedo a Dornach e scrivo un appello al mondo civile, avendo davanti a me in modo ideale gli uomini del presente che ne possono accogliere il contenuto, quel che scrivo è tratto da un reale nesso, non è qualcosa che ho escogitato in teoria e che ora metto su carta, ma qualcosa che io scrivo in un nesso vivente con coloro che potrebbero o dovrebbero comprenderlo. In tal modo si tiene conto senz’altro dello spirito dominante del presente. E ancora: io scrivo “I punti essenziali della questione sociale”. Non scrivo però affinché le parole vengano allineate in piccole lettere stampate sulla carta, eventualmente affinché i teorici le possano criticare, ma io scrivo le parole per i miei contemporanei. Scrivo come è giusto parlare secondo realtà dal proprio scrittoio agli uomini del presente. [...] Chi oggi agisce movendo dallo spirito vivente non tiene conferenze professorali. Sono conferenze professorali quelle in cui si sono pensate le cose e si gettano le proprie preziose parole in faccia alla gente. Chi però è immerso nello spirito vivente parla movendo dal cuore, non solo per le teste. È un argomento del quale bisogna decidersi a parlare. Persone che possono seguire in teoria le cose non hanno idea che qualcuno, che voglia agire secondo lo spirito, deve agire movendo dallo spirito al quale in quel momento è appunto legato. [...] Oggi non si può più, partendo da una debolezza umana qualsiasi, voler fare un COMPROMESSO dopo l’altro. Se si è costretti nell’attività esteriore a fare un COMPROMESSO, bisogna esserne coscienti, e non passare oltre con superficialità. [...] Oggi non viene insegnata la pedagogia, non viene insegnata la didattica nelle scuole superiori, affinché la gente le capisca, ma viene ordinata la pedagogia attraverso le leggi. Come si ordina alla gente di non rubare, così si ordina mediante la Gazzetta Ufficiale, mediante disposizioni ufficiali, come si deve insegnare; e non si avverte che cosa si nasconda in questo fatto. Invece proprio nel sentire che cosa in sostanza si sia manifestato negli ultimi tempi potrebbe essere l’inizio di un risanamento. Cinquanta persone che si trovassero nei posti in cui si ascoltano le loro parole, come si sono ascoltate le parole dell’Assemblea Nazionale di Weimar, cinquanta persone che avvertissero l’anomalia del legiferare in campo pedagogico, avrebbero maggiore importanza per il risanamento del mondo che non le chiacchiere insipide che sono state fatte in quella sede negli ultimi mesi” (ibid.).

 

Anche qui vi è un riferimento ai fatti storici di sei mesi prima da me qui accennati. Si tratta di fatti che continuano purtroppo a ripetersi anche oggi. Ciò è ancora più deprimente nelle “conferenze professorali” di coloro che si spacciano per pedagoghi della scuola steineriana anelando alla sua parificazione con la scuola dell’obbligo... dell’obbligo... di Stato, cioè anelando alla sua statalizzazione, esclusivamente in nome delle sovvenzioni statali. Costoro pretendono parlare di triarticolazione dell’organismo sociale secondo le direttive del dio quattrino...

 

Ovviamente il “dio trino”... della triarticolazione poi s’incazza, generando aumento esponenziale della tassazione, del fascismo finanziario, e di ulteriori carestie!

 

 

NOTE

(1) Queste cose furono dette da Steiner sia precedentemente che successivamente al 1919:
- 1917: “Oggi è necessario chiarire agli uomini la loro condizione. Oh, se non serpeggiano sovente proprio tra di noi la disposizione a fare COMPROMESSI in questo senso, a non dichiararsi necessariamente con coraggio dalla parte della verità! Non è affatto necessario che ci abbandoniamo all’illusione di poter far in modo di giungere ad un’intesa con chi non ne vuole sapere. Potrebbe forse giovarci? È necessario per noi parteggiare con coraggio per la verità, per quanto sia possibile. Questo è quanto mi pare emergere in particolare dalla conoscenza di quanto è collegato all’evoluzione dell’umanità” (R. Steiner, “Il mistero della volontà” conf. di Zurigo, novembre 1917).
- 8 dicembre 1918: “Il problema sociale vero e proprio del presente si è fatto attuale sotto l’influenza della catastrofe bellica. E dall’attualità del problema della proprietà si è poi sviluppata in Russia, nel marzo1917, la cosiddetta rivoluzione del febbraio che invero aveva essenzialmente lo scopo di far cadere i poteri statali che stanno alle spalle della proprietà. Poco dopo questa forma puramente politica, esteriormente politica della rivoluzione, venne sostituita dalla prima tappa del pensare rivoluzionario per mezzo di quelle persone che, nella terminologia di Trotzki, si potrebbero chiamare forse “uomini del COMPROMESSO”; vale a dire degli uomini che, a mezzo di acute intuizioni trasformate in concetti, volevano realizzare una struttura sociale. Questi rivoluzionari erano soprattutto coloro che anche prima avevano già partecipato più o meno alla formazione della struttura sociale; si trattava di circoli culturali, commerciali, industriali, i quali più o meno si prefiggevano di realizzare per ragionamento una struttura sociale. Ma con una certa ragione, anche se solo con una relativa ed unilaterale ragione, Trotzki giudica queste persone, che per mezzo di valutazioni d’ogni genere, per mezzo di buone idee di buona volontà, vogliono creare una struttura sociale, dei meri insabbiatori della rivoluzione, degli incapaci, degli inetti. Dalle considerazioni da me qui svolte saprete che la concezione proletaria rifiuta soprattutto valutazioni del genere, per quanto ragionevoli, per quanto giustificate da coloro che Trotzki chiama chiacchieroni, perché‚ parlano in modo intelligente. Queste cose ragionevoli vengono rifiutate dalla concezione proletaria, e precisamente per un certo istinto che però nel marxismo si è trasformato man mano in una teoria ben determinata. Semplicemente non si credono queste cose, non si crede che per mezzo di certe valutazioni ragionevoli, anche se con intendimenti onestissimi, si possa creare in avvenire una struttura sociale come si deve” (R. Steiner, Dornach 8 dicembre 1918, 6ª conf. del ciclo “Esigenze sociali dei tempi nuovi”).
- 6 settembre 1919: “[...] il maestro non deve interiormente mai venire a COMPROMESSI con ciò che non è vero [...]. Mai verrà a un COMPROMESSO con qualche cosa di falso, altrimenti vedremo per molte vie, ma soprattutto nel metodo, fluire la falsità nel nostro insegnamento. Il nostro insegnamento sarà solamente un’espressione di verità, se saremo diligentemente attenti a perseguire la verità in noi stessi” (R. Steiner, “Arte dell’educazione. Volume III”, Milano, 1980).
- 1921 - 1922: “Io preferisco l’agire che muova dal reale, non agitandosi, non facendo propaganda. Per me tutte queste cose sono orrende. Ma quando si hanno le mani legate, quando appunto non è possibile in alcun luogo fondare delle scuole libere, occorre creare l’atmosfera che le renda possibili. Naturalmente possono venir giustificati COMPROMESSI in questo o quel caso, ma oggi purtroppo viviamo in un tempo in cui ogni COMPROMESSO ci porta ancor più alla catastrofe” (R. Steiner, “Il sano sviluppo dell’essere umano II”, Milano, 1998, p.93.).
- 1921 - 1922: “Non serve fare COMPROMESSI con ciò che sta marcendo” (R. Steiner, “Antichi e moderni metodi di iniziazione”, Milano 2006, p. 124).

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14 novembre 2013 4 14 /11 /novembre /2013 11:19

Il desiderio di arrivare ad una comprensione collettiva della realtà è il massimo pregiudizio che da sempre limita l’autostima dell’individuo, e che come risoluzione PONE il “noi” (del crocchio, del gruppo, del partito, della coalizione, della fazione, dello Stato, ecc.,) al posto dell’“io”. Questo “PORRE” (“Setzen”), assolutizzato come facoltà della ragione da Johann Gottlieb Fichte, è massimo impedimento all’individualismo etico, evidenziato da Rudolf Steiner come esigenza sociale dei tempi nuovi.

Lo scadere nel “noi” è in genere così formulata: “Se io faccio così fatica a discernere le informazioni corrette da quelle errate significa che per una comprensione collettiva e per muovermi di conseguenza in modo giusto ho bisogno del collettivo”.

La risposta a questo errore è massonica e consiste in un errore di Fichte il quale, al contrario di Steiner, tende in tutta la sua opera ad accentuare la missione “educatrice” dello Stato e a risolvere l’io empirico nel “Noi spirituale” della Nazione.

Per Fichte “la forma dell’opporre è così poco contenuta nella forma del porre, che anzi le è addirittura contrapposta” (Fichte, “Fondamenti dell’intera dottrina della scienza”, [265]), e con ciò Fichte costruisce la base per chiamare ogni cosa percepibile “urto” [“Anstoß”].

Certamente il fichtianesimo, filosofia di Stato, è complicato come uno dei tanti uffici del nostro Stato, insomma un vero e proprio UCAS (Ufficio Complicazioni Affari Semplici).

E poiché, come diceva Ermete Trismegisto, le cose avvengono tanto in alto quanto in basso, le cose che avvengono nello Stato sono identiche a quelle che avvengono nel collettivo: sia nello Stato che nel collettivo viviamo nell’imbecillità.

Come lo Stato predica la legalità anche se essa risulta illegittima, allo stesso modo, per esempio, il collettivo sedicente società antroposofica, predica la scienza dello spirito di Steiner, in base alle regole della “Dottrina della scienza” di Fichte, dunque predica Steiner non in base a Steiner ma in base all’idea fichtiana di intuizione, con tutte le folli formule che ne derivano, come da un puzzle di castronerie.

In base a tale filosofismo ciarliero, i sedicenti antroposofi del fichtiano delirio del comunismo giuridico proibizionista, hanno addirittura proposto la creazione di gruppi di studio per aggiustare la terminologia de “La filosofia della libertà” di Steiner in quanto, a loro parere, Steiner sarebbe uno che va “a spanne generando confusioni e fraintendimenti filosofici che mai un filosofo come Rosmini avrebbe generato” (P. Archiati, 3° Seminario su “La Filosofia della Libertà” di Steiner, tenuto a Rocca di Papa, Roma, dal 14 al 17 febbraio 2008, mp3 07C, Settima conferenza, sabato sera, ¾, dal 16° minuto in poi)!

Per Rudolf Steiner l’intuizione è il contenuto interno del pensare rispetto a quello esterno della percezione (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 5°).

Per Johann Gottlieb Fichte, l’attività dell’intuire è qualcosa di molto complesso e massimamente contraddittorio, che sembra uscito, appunto da un UCAS di Stato, o da regolamentazioni costruite dai nostri parlamentari odierni, le cui leggi e commi, copiosamente inseriti gli uni negli altri come in scatole cinesi sono vere e proprie insidie per l’umana comprensione.

Insomma per il massone Fichte, l’attività dell’intuire è possibile esclusivamente tramite passività, a sua volta possibile solo per attività, vale a dire tramite una “passività” (“Leiden”) contemporaneamente resa possibile soltanto da un’attività: l’intuizione (“Anschauung”) è la dinamica in cui opera l’“immaginazione” (“Einbildungskrafr”) determinata dallo spontaneo porsi dell’io come attivo e dal suo incontrare un ostacolo contro cui urta (“Anstoß”, “urto”) e rispetto al quale la direzione della sua attività subisce un’inversione che lo rende passivo.

Ecco i principali termini fichtiani usati dagli odierni predicatori della scienza della libertà di Steiner:

1) “Leiden”, la “passività”, è il patire: l’opposto dell’attività (“Tätigkeit”), vale a dire la negazione positiva e quantitativa della sua realtà;
2) “Anstoß”, l’“urto” è ciò che “accade” all’io inceppandone e invertendone l’attività altrimenti procedente linearmente all’infinito. Anstoß ricopre, nei testi di Fichte, un’area semantica plurivoca, sfumando con “ostacolo” (Hemmung), “impedimento” (Hindernis), “resistenza” (Widerstand), sin quasi a identificarsi con il confine (Grenze), il non-io, e la cosa-in-sé kantiana;
3) “Tätigkeit”, l’“attività” coincide con la realtà, anzi i due concetti sono identici: attività è realtà, realtà è attività;
4) “Einbildungskrafr”, l’“immaginazione è la facoltà teoretica e produttiva per eccellenza che, oscillando tra determinazione e indeterminazione, tra finito e infinito, colti come termini che non sono immediatamente riducibili o conciliabili, rende possibile l’io stesso nella misura in cui è “intelligenza” (“io teoretico”);
5) “theoretisches Ich”, l’“io teoretico”, è l’io nella misura in cui qualcosa di esterno ad esso lo rende “rappresentante”, cioè lo fa “intelligenza”: dunque, soltanto nella misura in cui è dipendente da un indeterminato non-io che ne frena ed ostacola l’attività.

Nella sua “Deduktion der Vostellung” (“Deduzione della rappresentazione” in Fichte, “Fondamento dell’intera dottrina della scienza” [370]), il grande (sic!) Fichte (così lo chiama un certo Hugo di ecoantroposophia.it) è assolutamente convinto di spiegare l’io ordinario illuminandone il “sistema operativo” come se esso fosse uno schema di parole incrociate della Settimana enigmistica: partendo dalla propria idea di intuizione, egli inferisce una serie di altre idee, che dovrebbero valere per le facoltà interagenti dell’io: la ragione, l’intelletto, e la capacità di giudizio. Ma sono tutte idee errate. Per Fichte, l’intuire, “convenendo” al librarsi dell’immaginazione oscillante tra direzioni contrastanti, dev’essere “fissato” affinché possa prendere corpo il prodotto, cioè qualcosa di composto in cui si mantenga la “traccia” (Spur) concreta dei termini contrapposti. Il ruolo di “fissare” l’intuizione spetta a due altre facoltà, la ragione (Vernunft) e l’intelletto (Verstand). Per Fichte il prodotto dell’immaginazione è reale solo dopo essere stato fissato nell’intelletto. La ragione, facoltà del porre assoluto, è attiva ed opera la fissazione del prodotto, cioè determina oggettivamente tale realtà, che prima era solo fluttuante nell’oscillazione immaginativa. L’oggetto determinato è fissato dalla spontaneità della ragione in vista dell’attività riflessiva. Ma l’oggetto è pensato, cioè è concepito e compreso, nell’intelletto. Diversamente dalla ragione, l’intelletto non è attività, tuttavia esplica la funzione decisiva di condurre la riflessione naturale a persuadersi fermamente della realtà delle cose esterne (sic!). L’intelletto (Verstand) non fissa, ma ciò che è fissato è fissato soltanto nell’intelletto e qui ridotto a stare immobile (verständigt). Esso è “l’inattiva, quiescente facoltà dell’animo, il mero recipiente di ciò che è prodotto dall’immaginazione e determinato e ancora da determinare dalla ragione”! È una sorta di facoltà di contenimento, recipiente di ciò che è realmente effettivo: in esso soltanto vi è realtà, e realtà concepita e compresa. Esso IMMOBILIZZA, “FISSA” IL MUOVERSI della circolarità di determinazione dell’attività immaginativa, lo mette in condizione di produrre la grandezza reale di quanto è opposto all’attività spontanea (in termini conoscitivi, dell’oggetto sensibile della conoscenza) e che così soltanto può causare un influsso su di essa (un’impressione sul soggetto conoscente).

Chiaro no? Ahahahahahaaha aha aha ah! Peccato che L’IMMOBILIZZAZIONE E LA FISSAZIONE DEL MUOVERSI non esista, dato che non il MUOVERSI ma solo ciò che è MOSSO può essere determinato.

Fichte ragiona come se l’io possedesse la vita in se stesso. Ma le cose non stanno così. L’io, pur essendo esistente, non possiede la vita, e neanche ne ha bisogno (R. Steiner, “Sedi di misteri nel medioevo”, Milano 1984, p. 21). In termini scientifico-spirituali infatti la vita inizia col corpo vitale o eterico (ibid.).

Eppure gli indottrinati di “scienza” fichtiana continuano “in alto come in basso” a starnazzare filosofismi e legalismi ciarlieri (per usare un termine di Goethe) da ogni parte.

Questo non può avere che un significato: la trasformazione dell’io nel noi.

Questo è in definitiva il pregiudizio dei pregiudizi, che dovrebbe essere fatto fuori.

Il desiderio di arrivare ad una comprensione collettiva della realtà è una cagata pazzesca (W Fantozzi!): un desiderio sbagliato, che considera il collettivo come se fosse un individuo.

E ciò è ancora una volta un misticismo comunistoide.

O popolo di dissennati, che nel terzo millennio seguite ancora le cagate pazzesche del “grande” Fichte, che predicate ancora alla Hugo (:D :D :D) sappiate che con i misticismi, le mistiche, le ideologie, e le teologie, si va solo in guerra gli uni contro gli altri, secondo il solito stile romano del “divide et impera”. È segno che dobbiamo cambiare strada.

Svegliatevi, o bestie immonde! Lavatevi il cervello, o suini dell'antroposofia d'accatto! 

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12 novembre 2013 2 12 /11 /novembre /2013 10:05

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Nereo Villa Opere

Il pensare non è il pensato. Il pensare è un verbo. Il pensato è un sostantivo. Che pensare e pensato siano due concetti non significa che il loro contenuto sia uguale, dato che il primo è in fieri mentre il secondo è compiuto. Ciò che è in fieri è in vita. Ciò che è compiuto è morto. Steiner osserva la vita del pensare. Scaligero la chiama movimento predialettico. I denigratori di Scaligero e di Steiner spiegano tali osservazioni come percezioni ingannevoli facendone un metodo di attivismo fichtiano...

Chi scambia “La filosofia della libertà” di Steiner con la filosofia della libertà di Fichte, che è mero attivismo paleocomunista poggiante su spiritualismo assoluto, inganna se stesso. Se poi egli predica queste castronerie ad altri, inganna non solo se stesso ma anche gli altri: grazie a lui l’antroposofia diventa massoneria, e roba da venditori ambulanti, dato che Fichte era un pennivendolo ed un massone, come coloro che ancora oggi anacronisticamente ne promuovono l’attivismo. (Fichte è considerato un ciarlatano da molti; vedi, per es., il De Sanctis in “Schopenhauer e Leopardi”, Reggio Calabria 2007; Schopenhauer considerava Fichte un pagliaccio al punto che togliendo l’acca alla “Wissenschaftslehre”, “Dottrina della scienza” di Fichte, la chiamava “Wissenschaftsleere”, che significa “Vuoto della scienza”; vedi la ciarlataneria di Fichte anche in Dioniso “Fichte e la Propaganda Filosofica degli Illuminati”).

Chi scambia “La filosofia della libertà” di Steiner con la filosofia della libertà di Fichte, fa comunque questo errore perché crede l’opera principale di Steiner una dottrina, e vede questa dottrina come un metodo di esercizi per imparare a pensare, paragonandolo ad un metodo per imparare a suonare uno strumento musicale. Inoltre, in base alla definizione aristotelica di Dio come attività del “noesis noeseos” (“pensare il pensare”, Aristotele, “Metafisica”, libro 12° libro) egli crede che il “metodo” di Steiner per imparare a pensare sia di conseguenza anche un metodo per imparare a fare il padre eterno, in quanto pensatore puro e/o creatore assoluto in senso fichtiano, secondo la seguente deduzione: “le cose che lo spirito creatore pensa diventano realtà; il fatto che Lui le pensa le fa realtà; quindi pensare significa creare realtà” (1° mp3 del 1° seminario su "La filosofia della libertà" di Rudolf Steiner, tenuto da Pietro Archiati a Rocca di Papa, Roma, dal 15 al 18 Febbraio 2007).

Ma pensare significa creare realtà solo per Fichte, la cui filosofia crea solo “una grandiosa immagine mentale del mondo, senza alcun contenuto sperimentale” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 2°).

Esattamente come Kant, il quale era convinto che gli esseri umani del suo tempo fossero legni storti da raddrizzare, il contraffattore fichtiano dell’opera di Steiner sulla libertà è convinto che gli esseri umani del proprio tempo siano dei “poverini, poverelli” (ibid.) e procede così nella creazione del “bisogno” (ibid.) - tutto suo in quanto predicatore di professione - “di fare questa piccola scuola di pensiero” (ibid.).

Fichte, riferendosi al dovere del contadino e dell’operaio dichiara: “chi si impadronisce di questo concetto non solo valuterà con giustizia il mondo e le sue relazioni, ma anche innalzerà il proprio valore mediante il sublime punto d’appoggio che ha acquistato. Far sorgere, consolidare, vivificare questa maniera di pensare é il punto a cui deve sboccare tutta l’istruzione che io chiamo massonica” (J. G. Fichte, “Lezioni di massoneria”).

Il contraffattore fichtiano di Steiner, riferendosi alla “missione del dotto” dichiara: “vedremo nel corso degli incontri che man mano che ognuno entra in questa creatività propria gestisce tutto lo strumentario culturale che la cultura gli da’ dal portato dell’arte, della religione, della scienza, se ne serve con piena sovranità, con piena libertà” (2° mp3, op. cit.).

Per il contraffattore, il Logos di Fichte, attinto dal vangelo di Giovanni, è l’“attività pensante, che viene gestita dall’individuo, a partire dalla sua libertà, perché non è costretto a farlo, nessuno lo costringe a farlo, a partire dalla sua libertà” (ibid.) ed in quanto “individualizzato, interiorizzato, e quindi reso diverso in ogni essere umano, viene chiamato lo Spirito Santo: lo Spirito Santo è il Logos in quanto viene liberamente recepito, interiorizzato, individualizzato dall’individuo, se lo vuole, nella misura in cui vuole. E questa è la seconda venuta del Cristo, del Logos, in forma di Spirito Santo” (ibid.).

Ma la diversificazione del Logos, o dell’“organismo di pensieri del cosmo” (ibid.) riguarda ciò che NON è l’io, dato che l’io è identico in tutti come io cosmico, o Logos, e che diventa poi “un io personale, un io individuale, poi si individua ulteriormente, divenendo un io razionale, astratto, poi ancora di più e diventa l’ego, ma è sempre lo stesso io” (M. Scaligero, “Graal. Rivista di scienza dello Spirito”, Ed. Tilopa, Anno XX - N. 79-80 - 2002, “p. 107).

Inoltre “la seconda venuta del Cristo, del Logos, in forma di Spirito Santo” è solo l’ennesimo contenuto di una fede in un Dio umanamente personale, che non c’entra nulla col contenuto della filosofia della libertà di Steiner, nella quale anzi troviamo scritto: “Non un Dio umanamente personale, né energia o materia, né la volontà senza idee di Schopenhauer, possono far da unità universale” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 5°).

Per quale motivo allora il contraffattore inserisce contenuti di fede nell’opera di Steiner?

Li inserisce per parlare della cattiveria in senso fichtiano, consistente nel peccato contro lo spirito come peccato di omissione: “L'uomo non sarà perciò detto cattivo nella misura in cui è un essere sensibile bensì nella misura in cui è un essere immobile, inerte” (Fichte, Sämmtliche Werke, vol. IV, pp. 198 sg., in Alexis Philonenko, “Storia della filosofia a cura di François Châtelet”, Milano 1976, vol. V, p. 56), e ancora: “la pigrizia è il vero male radicale, innato nell'uomo, che lo spinge nella via delle abitudini in cui s’impastoia la libertà” (ibid.). In tal modo, egli può spiegare “La filosofia libertà” di Steiner servendosi di precisi termini presi dall’attivismo di Fichte: “Soltanto l’individuo che commette peccati di omissione rispetto al suo spirito è capace di recuperare i colpi perduti” (2° mp3, op. cit.). Il colpo perduto è uno sforzo (“Streben” nel linguaggio fichiano) che è venuto a mancare a causa dell’immobilità e dell’inerzia umana, che sono appunto il male secondo Fichte.

Il predicatore contraffattore predica in tal modo una teologia della libertà fatta di massoneria fichtiana frammista a cattolicesimo, che ascoltatori possono scoprire solo conoscendo l’opera di Fichte, cosa in verità alquanto rara oggi…

Il contraffattore, per spiegare Steiner, non mancherà ogni volta di declamare la superiorità della lingua tedesca, esattamente come aveva fatto Fichte, il quale nei suoi roboanti “Discorsi alla nazione tedesca” affermava la superiorità linguistica tedesca come superiorità culturale, spirituale e filosofica...

Siamo nella pazzia? Purtroppo le cose stanno proprio così: “qual è la traduzione migliore della filosofia della libertà in italiano? Non esiste la traduzione migliore [...] non è una traduzione la cosa che meglio aiuta, ma una spiegazione” (2° mp3, op. cit.).

Ma “La filosofia della libertà” di Steiner spiegata in modo eterodiretto, cioè da fuori, che senso può avere oggi? Andrebbe casomai spiegata in modo autonomo (oltretutto, secondo Steiner oggi ognuno dovrebbe avere la propria individuale religione): ognuno potrebbe e dovrebbe spiegarla a se stesso. . Ognuno può e deve spiegarla a se stesso. Per un italiano sarà anche un po’ più difficile in italiano di quanto non lo sia in tedesco per un tedesco, ma non c’è davvero bisogno di contraffattori fichtiani, massonici o cattolici, e tanto meno di teologi! Ci sono i dizionari, dal sanscrito all’ebraico fino al tedesco, ecc., no?

No. Per il contraffattore non è così. Per lui ciò che più conta è l’idioma nazionale: “oggettivamente parlando dobbiamo dire che il linguaggio tedesco, la lingua tedesca è, diciamo [...] quella che più, in un certo senso, diciamo, meglio di tutte, si fa da ricettacolo dei misteri, ed anche dei cammini del pensiero” (ibid.). Ma quando mai?

Il contraffattore si fa passare per iniziato.

Peccato che la maggior parte delle sue contraffazioni siano esternate in modo massimamente emotive e simili a quelle di un nevrotico, dato che la calma è il primo passo di ogni iniziazione.

Prima di pensare di correggere Steiner (cfr. “Sull'ingannosofia ovvero la filosofia che fraintende se stessa”) non sarebbe forse meglio cercare di auto-educare se stessi?

Inoltre, prima di pretendere di rendere il tedesco indispensabile per la comprensione della filosofia, il contraffattore dovrebbe almeno riconoscere che : 1°) quella di Steiner, più che una filosofia, è il risultato di osservazioni dell’attività interiore umana, dunque sostanzialmente esperienza, esperienza del concetto, quella che manca sia a lui che a Fichte; e 2°) che Steiner in merito alla indispensabilità dell’elemento tedesco, la pensava in modo abbastanza diverso, dato che se il tedesco non si affina genera solo menzogna: «[…] L’elemento tedesco non possiede un’attitudine istintiva allo sviluppo dell’anima cosciente; ha solo la disposizione per educarsi all’anima cosciente […] deve essere educato a farlo […] può conquistarla solo a mezzo dell’educazione» (R. Steiner, “Esigenze sociali dei tempi nuovi”, 6ª conf. di Dornach dell’8/12/1918).

Ed ancora: assolvono a tale compito “solo coloro che hanno attuato la loro autoeducazione. La gente meramente istintiva non resta toccata dal muoversi dell’anima cosciente; resta per così dire distaccata”. […] i tedeschi [...] hanno foggiato la natura intellettualizzante […]. Delle tre cose caratterizzate nella favola di Goethe: la potenza, la sembianza, la conoscenza, al tedesco è toccato il compito, nell’epoca dell’intellettualità, di foggiare la sembianza dell’intellettualità […]. Il tedesco mente non solo quando è cortese […] può mentire anche quando vuol applicare le sue migliori inclinazioni in un campo per il quale non ha attitudini innate, per il quale le attitudini possono essere educate con sforzo individuale […]. La popolazione di lingua tedesca viene portata dalla sua politica a quanto in realtà non è disposta; quando si affida agli istinti può quindi venir portata facilmente in una situazione poco chiara, insincera; non si troverà invece mai in situazioni oscure, se i suoi rappresentanti, che si sforzano di pervenire all’intellettualità, si sottoporranno ad adeguata autodisciplina […]. La politica tedesca diventerà idealismo sognante che non avrà molto a che fare con la realtà; avrà a che fare con tutto ciò che è falso, con ogni teorizzazione - e qui non si intende moralmente - perché ogni teorizzazione è falsa» (ibid.).

Pertanto, quella della società antroposofica massonica per l’attivismo del comunismo giuridico fichtiano non può che essere una società in cui il pensare è sostituito col pensato, ed il pensato col legiferato in nome... della libertà. Non c’è limite al peggio...  

***

Per approfondire la differenza fra pensare e pensieri, cfr. "Il pensare e i pensieri" di Lucio Russo.

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12 novembre 2013 2 12 /11 /novembre /2013 10:00

Chi scambia “La filosofia della libertà” di Steiner con la filosofia della libertà di Fichte, che è mero attivismo paleocomunista poggiante su spiritualismo assoluto, inganna se stesso. Se poi egli predica queste castronerie ad altri, inganna non solo se stesso ma anche gli altri: grazie a lui l’antroposofia diventa massoneria, e roba da venditori ambulanti, dato che Fichte era un pennivendolo ed un massone, come coloro che ancora oggi anacronisticamente ne promuovono l’attivismo.

Chi scambia “La filosofia della libertà” di Steiner con la filosofia della libertà di Fichte, fa comunque questo errore perché crede l’opera principale di Steiner una dottrina, e vede questa dottrina come un metodo di esercizi per imparare a pensare, paragonandolo ad un metodo per imparare a suonare uno strumento musicale. Inoltre, in base alla definizione aristotelica di Dio come attività del “noesis noeseos” (“pensare il pensare”, Aristotele, “Metafisica”, libro 12° libro) egli crede che il “metodo” di Steiner per imparare a pensare sia di conseguenza anche un metodo per imparare a fare il padre eterno, in quanto pensatore puro e/o creatore assoluto in senso fichtiano, secondo la seguente deduzione: “le cose che lo spirito creatore pensa diventano realtà; il fatto che Lui le pensa le fa realtà; quindi pensare significa creare realtà” (1° mp3 del 1° seminario su "La filosofia della libertà" di Rudolf Steiner, tenuto da Pietro Archiati a Rocca di Papa, Roma, dal 15 al 18 Febbraio 2007).

Ma pensare significa creare realtà solo per Fichte, la cui filosofia crea solo “una grandiosa immagine mentale del mondo, senza alcun contenuto sperimentale” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 2°).

Esattamente come Kant, il quale era convinto che gli esseri umani del suo tempo fossero legni storti da raddrizzare, il contraffattore fichtiano dell’opera di Steiner sulla libertà è convinto che gli esseri umani del proprio tempo siano dei “poverini, poverelli” (ibid.) e procede così nella creazione del “bisogno” (ibid.) - tutto suo in quanto predicatore di professione - “di fare questa piccola scuola di pensiero” (ibid.).

Fichte, riferendosi al dovere del contadino e dell’operaio dichiara: “chi si impadronisce di questo concetto non solo valuterà con giustizia il mondo e le sue relazioni, ma anche innalzerà il proprio valore mediante il sublime punto d’appoggio che ha acquistato. Far sorgere, consolidare, vivificare questa maniera di pensare é il punto a cui deve sboccare tutta l’istruzione che io chiamo massonica” (J. G. Fichte, “Lezioni di massoneria”).

Il contraffattore fichtiano di Steiner, riferendosi alla “missione del dotto” dichiara: “vedremo nel corso degli incontri che man mano che ognuno entra in questa creatività propria gestisce tutto lo strumentario culturale che la cultura gli da’ dal portato dell’arte, della religione, della scienza, se ne serve con piena sovranità, con piena libertà” (2° mp3, op. cit.).

Per il contraffattore, il Logos di Fichte, attinto dal vangelo di Giovanni, è l’“attività pensante, che viene gestita dall’individuo, a partire dalla sua libertà, perché non è costretto a farlo, nessuno lo costringe a farlo, a partire dalla sua libertà (ibid.) ed in quanto “individualizzato, interiorizzato, e quindi reso diverso in ogni essere umano, viene chiamato lo Spirito Santo: lo Spirito Santo è il Logos in quanto viene liberamente recepito, interiorizzato, individualizzato dall’individuo, se lo vuole, nella misura in cui vuole. E questa è la seconda venuta del Cristo, del Logos, in forma di Spirito Santo” (ibid.).

Ma la diversificazione del Logos, o dell’“organismo di pensieri del cosmo” (ibid.) riguarda c i ò che NON è l’io, dato che l’io è identico in tutti come io cosmico, o Logos, e che diventa poi “un io personale, un io individuale, poi si individua ulteriormente, divenendo un io razionale, astratto, poi ancora di più e diventa l’ego, ma è sempre lo stesso io” (M. Scaligero, “Graal. Rivista di scienza dello Spirito”, Ed. Tilopa, Anno XX - N. 79-80 - 2002, “p. 107). Inoltre “la seconda venuta del Cristo, del Logos, in forma di Spirito Santo” è solo l'ennesimo contenuto di una fede in un Dio umanamente personale, che non c’entra nulla col contenuto della filosofia della libertà di Steiner, nella quale anzi troviamo scritto: “Non un Dio umanamente personale, né energia o materia, né la volontà senza idee di Schopenhauer, possono far da unità universale” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 5°).

Per quale motivo allora il contraffattore inserisce contenuti di fede nell’opera di Steiner? Li inserisce per parlare della cattiveria in senso fichtiano, consistente nel peccato contro lo spirito come peccato di omissione: “L'uomo non sarà perciò detto cattivo nella misura in cui è un essere sensibile bensì nella misura in cui è un essere immobile, inerte” (Fichte, Sämmtliche Werke, vol. IV, pp. 198 sg., in Alexis Philonenko, “Storia della filosofia a cura di François Châtelet”, Milano 1976, vol. V, p. 56), e ancora: “la pigrizia è il vero male radicale, innato nell'uomo, che lo spinge nella via delle abitudini in cui s’impastoia la libertà” (ibid.). In tal modo, egli può spiegare “La filosofia libertà” di Steiner servendosi di precisi termini presi dall’attivismo di Fichte: “Soltanto l’individuo che commette peccati di omissione rispetto al suo spirito è capace di recuperare i colpi perduti” (2° mp3, op. cit.). Il colpo perduto è uno sforzo (“Streben” nel linguaggio fichiano) che è venuto a mancare a causa dell’immobilità e dell’inerzia umana, che sono appunto il male secondo Fichte.

Il predicatore contraffattore predica in tal modo una teologia della libertà fatta di massoneria fichtiana frammista a cattolicesimo, che ascoltatori possono scoprire solo conoscendo l’opera di Fichte, cosa in verità alquanto rara oggi…

Il contraffattore, per spiegare Steiner, non mancherà ogni volta di declamare la superiorità della lingua tedesca, come Fichte, che nei suoi roboanti “Discorsi alla nazione tedesca” affermava la superiorità linguistica tedesca come superiorità culturale, spirituale e filosofica... Siamo nella pazzia. Ma le cose stanno così: “qual è la traduzione migliore della filosofia della libertà in italiano? Non esiste la traduzione migliore [...] non è una traduzione la cosa che meglio aiuta, ma una spiegazione” (2° mp3, op. cit.).

Ma le cose non stanno così. “La filosofia della libertà” non può essere spiegata in modo eterodiretto, cioè da fuori. Va spiegata in modo autonomo. Ognuno può e deve spiegarla a se stesso. Per un italiano sarà anche un po’ più difficile in italiano di quanto non lo sia in tedesco per un tedesco, ma non c’è davvero bisogno di contraffattori fichtiani, massonici o cattolici, e tanto meno di teologi! Ci sono i dizionari, dal sanscrito all’ebraico fino al tedesco, ecc., no?

No. Per il contraffattore non è così. Per lui ciò che più conta è l’idioma nazionale: “oggettivamente parlando dobbiamo dire che il linguaggio tedesco, la lingua tedesca è, diciamo [...] quella che più, in un certo senso, diciamo, meglio di tutte, si fa da ricettacolo dei misteri, ed anche dei cammini del pensiero” (ibid.). Ma quando mai? Il contraffattore si fa passare per iniziato. Peccato che la maggior parte delle sue contraffazioni siano esternate in modo massimamente emotive e simili a quelle di un nevrotico, dato che la calma è il primo passo di ogni iniziazione.

Prima di pensare di correggere Steiner (cfr. “Ingannosofia ovvero la filosofia che fraintende se stessa”) non sarebbe forse meglio cercare di auto-educare se stesso?

Inoltre, prima di pretendere di rendere il tedesco indispensabile per la comprensione della filosofia, dovrebbe almeno accorgersi di due cose: 1°) che quella di Steiner, più che una filosofia, è il risultato di osservazioni dell'attività interiore umana, è sostanzialmente esperienza, esperienza del concetto, quella che manca sia a lui che a Fichte; e 2°) che Steiner in merito alla indispensabilità dell'elemento tedesco, la pensava in modo abbastanza diverso, dato che il tedesco se non si auto-educa comporta in sé il mentire, la menzogna, la PARVENZA.

E proprio a questo proposito, concludo con dichiarazioni di Steiner: «[…] L’elemento tedesco non possiede un’attitudine istintiva allo sviluppo dell’anima cosciente; ha solo la disposizione per educarsi all’anima cosciente […] deve essere educato a farlo […] può conquistarla solo a mezzo dell’educazione» (R. Steiner, “Esigenze sociali dei tempi nuovi”, 6ª conf. di Dornach dell’8/12/1918). E ancora: assolvono a tale compito “solo coloro che hanno attuato la loro autoeducazione. La gente meramente istintiva non resta toccata dal muoversi dell’anima cosciente; resta per così dire distaccata”. […] i tedeschi [...] hanno foggiato la natura intellettualizzante […]. Delle tre cose caratterizzate nella favola di Goethe: la potenza, la sembianza, la conoscenza, al tedesco è toccato il compito, nell’epoca dell’intellettualità, di foggiare la sembianza dell’intellettualità […]. Il tedesco mente non solo quando è cortese […] può mentire anche quando vuol applicare le sue migliori inclinazioni in un campo per il quale non ha attitudini innate, per il quale le attitudini possono essere educate con sforzo individuale […]. La popolazione di lingua tedesca viene portata dalla sua politica a quanto in realtà non è disposta; quando si affida agli istinti può quindi venir portata facilmente in una situazione poco chiara, insincera; non si troverà invece mai in situazioni oscure, se i suoi rappresentanti, che si sforzano di pervenire all’intellettualità, si sottoporranno ad adeguata autodisciplina […]. La politica tedesca diventerà idealismo sognante che non avrà molto a che fare con la realtà; avrà a che fare con tutto ciò che è falso, con ogni teorizzazione - e qui non si intende moralmente - perché ogni teorizzazione è falsa» (ibid.).

La grande bufala dell'antroposofia massonico-fichtiana
La grande bufala dell'antroposofia massonico-fichtiana
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9 novembre 2013 6 09 /11 /novembre /2013 12:21

Grazie alla scuola degli imbroglioni, oggi l’antroposofia di Steiner si è trasformata in “ingannosofia” vale a dire nella filosofia di chi crede che la percezione sia un inganno da superare.

Questa filosofia parte dall’opinione che il mondo delle rappresentazioni sia dominato dalle leggi dello spirito, ed i suoi portatori, gli “ingannosofi”, sono convinti che tutto quanto arriva loro da fuori è solo un inganno, o una maya, in quanto riflesso soggettivo.

Secondo gli “ingannosofi” la parvenza delle cose nascerebbe dal fatto che le cose producono su di loro impressioni che essi connetterebbero secondo leggi del loro intelletto e della loro ragione.

Della possibilità che l’essenza delle cose possa parlare loro attraverso la loro ragione, essi non hanno la più pallida idea, e neanche la vorrebbero. Per questo motivo l’“ingannosofo” può essere caratterizzato con ragione come il prototipo del cretino.

L'errore fondamentale dell’“ingannosofo” consiste nel pretendere di considerare come oggetto la facoltà soggettiva di conoscenza, ma distinguendo tanto acutamente quanto ingiustamente IL PUNTO DOVE SOGGETTIVO E OGGETTIVO S’INCONTRANO.

QUAL È QUESTO PUNTO?

Soggettivo e oggettivo s’incontrano quando si tende ad unire in un’unica essenza le cose del mondo, e questo vale per ognuno a partire dalla propria interiore attività. In tal caso perciò il contrasto tra soggettivo e oggettivo termina nella realtà unificata.

Invece per l’“ingannosofo” non è così, in quanto egli è a priori convinto che, anche osservando le cose del mondo, non potrà mai pervenire alla loro realtà essenziale, quindi manco ci prova, convinto com’è, che un’opinione sulla loro essenza non possa esistere, e che possa essere invece osservato solo il come le cose gli appaiono. In tal modo però egli mostra di rapportarsi al mondo da subordinato, cioè alla Fantozzi.

Una conoscenza della relazione fra soggetto e oggetto, corrispondente al nostro rapporto con le cose che vogliamo conoscere non è però così impossibile. Diventa impossibile solo se non si riesce a far fuori un secolare pregiudizio culturale: la convinzione che la soggettiva facoltà di rappresentarci le cose sia un’invalicabile barriera che ci separa tanto dalla nostra essenziale realtà quanto da quella della cosa.

Nel loro acutissimo ma erroneo pensare gli “ingannosofi” procedono ancora kantianamente nella convinzione fichtiana di avere superato Kant, ed è come se dicessero: “Noi sappiamo che il rappresentare non ci è dato dalla realtà oggettiva, e che è piuttosto il rappresentare soggettivo a darci, non la realtà essenziale come NOUMENO, bensì l’ILLUSIONE della realtà, cioè il FENOMENO. Per noi è sbagliato accettare l’inganno come se fosse realtà perché ciò è come accettare un dogma: il dogma dell’accettazione del mondo nel suo darsi, assunto come dato empirico da collocare poi surrettiziamente come rispecchiabile sul piano gnoseologico. Pertanto l’unica possibile filosofia della libertà è per noi l’idealismo, dato che l’idealismo parte dall’idea dell’io, e da ciò che tale idea comporta come attività creatrice e trasformativa dell’io”!

Con questo loro atteggiamento che oltretutto credono rivoluzionario, gli “ingannosofi” non si accorgono però che sono proprio loro a porre davvero un dogma estremo, quello dello Stato assolutamente etico. Infatti, partendo dall’idea dell’io, e tematizzando la non necessità di vivere schiacciati da dogmatismi imposti da individui, gruppi, istituzioni, ecc., Stato compreso, finiscono per sostenerne l’insuperabilità, e giustificano la “forma-Stato” sulla base di una sedicente malintesa evoluzione dell’io, cioè intesa come scopo dell’agire umano nella storia, in coerenza con i princìpi di una filosofia della libertà, in base alla quale sia sostituita ogni legge positiva (devi fare questo e quello…) con la relativa legge negativa (non devi fare questo e quello…) scientificamente finalizzata a proibire tutto quanto sia di ostacolo alla libertà. Ma perfino Fantozzi direbbe che questa è veramente una “cagata pazzesca”!

È incredibilmente pazzesco ma è proprio così: l’“ingannosofo” cade nell’inganno da lui stesso tramato: in base alla sua rappresentazione di libertà dice “Basta” alle imposizioni! E credendo semanticamente che “imporre proibizioni” non significhi “imporre” ma solo “proibire”, per lui l’unica cosa “imponibile” è la proibizione di tutto ciò che impedisce di essere liberi.

Faccio un esempio per chiarire: affannandosi nel predicare di SOSTITUIRE L’IMPOSTA DELLA “DECIMA” (l’antica legge che imponeva al contadino di dare il dieci per cento del raccolto al suo signore o imperatore o dirigente territoriale era detta “decima”) CON LA PROIBIZIONE DI TENERE PER SÉ PIÙ DEL NOVANTA PER CENTO del proprio raccolto o reddito, l’“ingannosofo” è convinto di salvaguardare in tal modo la sua libertà.

Ma quale?

Quella di pagare di più?

Sì, l’“ingannosofo” è talmente cretino che si sente davvero libero nella misura in cui può dire a se stesso: “Io sono libero, perché se voglio, posso pagare di più della decima al mio signore”! Ed essendo “libero” di pagare più del dovuto, egli si sente libero. Non si accorge della stupida ipocrisia che si nasconde in quella arzigogolata libertà, dato che pagare una tassa per via impositiva o per via proibitiva è sempre un privarsi del reddito proveniente dal sudore della propria fronte! Insomma egli è un cretino. Un cretino convinto del proprio essere libero.

Ovviamente, qualora in un sistema legislativo si attuasse veramente questa stupidità dell’“ingannosofo” si cadrebbe solo da un’antica padella a una “nuova” brace, o dal sistema antico della carota e del bastone ad un nuovo sistema in cui al posto del bastone ci sarebbe un bastone ricoperto dal guanto dell’ipocrisia, in una sorta di magnifico e sempreverde pugno di ferro in guanto di velluto…

Il tutto riconfigurerebbe così l’inattesa ricaduta nel dogmatismo, grazie ad una malintesa - cioè moraleggiante - finalità del compito dell’umanità: se infatti il compito dell’uomo consiste nell’avvicinare sempre più l’uomo ad una condizione etica che renda superfluo il ricorso allo Stato, e se tale compito è infinito (cioè tale che non giunge mai a determinazione concreta) allora non solo lo Stato non può mai essere superato, ma diventa esso stesso l’inatteso “noumeno” (o realtà essenziale o “cosa in sé”) che la prassi trasformatrice dell’io non può affatto rimuovere.

E chi in realtà secoli fa pensava in un modo così stupido era J. Gottlieb Fichte, oggi emulato dagli ingannosofi che predicano Steiner forzando ogni pagina della sua opera principale sulla libertà.

L’idealismo dell’“ingannosofo” si capovolge allora, grazie al FRAINTENDIMENTO del compito dell’uomo, nel dogmatismo che egli voleva debellare. Così facendo, in definitiva si adotta una terapia che diventa mortale proprio come la malattia che si voleva curare.

Il fraintendere qualcosa incomincia dal sopra accennato punto in cui il concetto di questa incontra la propria percezione.

L’“ingannosofo”, nel suo idealismo di base, non riesce minimamente a cogliere tale punto, convinto com’è che concetto e percezione abbiano contenuti diversi, e che la percezione vada considerata un inganno da superare (P. Archiati, “La percezione. Un inganno da superare”, Ed. Archiati, 2004) o addirittura “il momentaneo spegnersi del pensare” (P. Archiati, 3° seminario sulla filosofia di Steiner, tenuto a Rocca di Papa - Roma - dal 14 al 17 febbraio 2008), come se il percepire dei sensi non comprendesse anche un senso per il pensare, o come se il percepire sovrasensibile non fosse realtà.

Quando però si parla di soppesare o di percepire, intendendo il riflettere pensante, lo spirito del linguaggio contraddice però questo materialismo (e/o intellettualismo) degli “ingannosofi”. Perché il contenuto di un concetto e quello di una percezione non sono antitetici né nemici. Lo sono solo per gli “ingannosofi”. Ma per la realtà, non lo sono. Infatti scrive Steiner: “Il concetto è individuale e pieno di contenuto quanto la percezione. La sola differenza sta in ciò che per afferrare il contenuto della percezione non occorrono se non sensi aperti e contegno puramente passivo di fronte al mondo esterno, mentre il nucleo ideale del mondo deve nascere nello spirito per la spontanea attività di quest’ultimo se, in genere, ha da manifestarsi. È VACUO E OZIOSO DIRE CHE IL CONCETTO SIA NEMICO DELLA PERCEZIONE PIENA DI VITA. NE È L’ESSENZA, IL VERO PRINCIPIO ATTIVO E OPERANTE IN ESSA; E AGGIUNGE IL PROPRIO CONTENUTO AL SUO SENZA ABOLIRLO [il carattere maiuscolo è mio - ndr], POICHÉ COME TALE NON LO RIGUARDA” (R. Steiner, “Le opere scientifiche di Goethe”, cap. 8°).

Ecco invece come l’“ingannosofo” predica il contenuto della percezione per ABOLIRLO.

Quanto sto per dire ha dell’inverosimile. E soprattutto ha dell’inverosimile il fatto che nessuno mai si sia accorto, soprattutto in ambito antroposofico, del fatto che questi cretini usino Steiner per abolire il contenuto della percezione in nome del contenuto dello spirito ed approdando così a quel monismo obsoleto che Steiner ha sempre combattuto!

Spiegando l’aggiunta finale alla nuova edizione del cap. 3° de “La filosofia della libertà” e riferendosi al concetto di intermittenza luminosa, l’“ingannosofo” afferma: “Nella percezione ho un mondo non reale ma astratto, perciò frammentato all’infinito; ma questa frammentazione è astratta: astrae dalla realtà perché la realtà è il NODO che mette insieme tutto quanto. Quindi la materia, la cosiddetta materia è l’astrazione dalla realtà dello spirito. Astraendo dalla realtà dello spirito, che è continua, l’astrazione della materia, quindi la cosiddetta materia, il mondo della percezione, è l’astrazione più grande che ci sia perché astrae dalla realtà dello spirito. Quindi nella percezione ho un’astrazione, non una realtà, e perciò è frammentata” (P. Archiati, 3° seminario sulla filosofia di Steiner, tenuto a Rocca di Papa - Roma - dal 14 al 17 febbraio 2008).

Se si esamina il primo pensiero di questa affermazione si scorge già il primo errore. Si afferma: “Nella percezione ho un mondo non reale ma astratto”. Ma astratto da chi? Qual è il soggetto di questo participio passato. Oppure “astratto” non è un participio passato del verbo “astrarre” ma è solo un aggettivo che si applica passivamente a qualcosa? Comunque, l’unica cosa al mondo capace di astrarre è sempre il soggetto del pensare, quindi è l’io. Anche volendo considerando la parola “astratto” come un aggettivo, non abbiamo qui una percezione ma già una considerazione, cioè una MEDIAZIONE del pensare. Ma lo sperimentare la percezione osservata da Steiner è sempre e soltanto riferibile alla percezione IMMEDIATA, cioè all’aggregato sconnesso di sensazioni non ancora MEDIATO dal pensare.

Poi l’“ingannosofo” dichiara: “perciò frammentato all’infinito; ma questa frammentazione è astratta: astrae dalla realtà perché la realtà è il NODO che mette insieme tutto quanto”.

Ora il soggetto dell’astrarre è per lui la frammentazione!

Invece dovrebbe essere il pensare, no?

Come fa una frammentazione ad astrarre?

Impossibile senza il pensare.

Però il frescone non può dirlo perché se lo dicesse ammetterebbe di parlare non di percezione ma del pensare.

Infatti, ripeto, come fa una frammentazione ad astrarre?

Questo fatto della frammentazione che astrae avviene dunque solo nella mente arruffata dell’“ingannosofo”, secondo il quale la frammentazione “astrae dalla realtà perché la realtà è il NODO che mette insieme tutto quanto”!

Ma così non è.

Se fosse così avremmo che l’uomo è libero e/o monista grazie alla realtà, non grazie a se stesso. La realtà non può dunque essere quel NODO indicato dall’“ingannosofo”, che da questo momento in poi chiamerò “cretino”..

Per Steiner la realtà è fatta di percezione e di concetto NON ancora “annodati”. Ed il fatto che percezione e concetto non siano ancora annodati in quel PUNTO DOVE SOGGETTIVO E OGGETTIVO S’INCONTRANO ma che ciò attenda l’opera umana non rende l’uno nemico dell’altro: soggettivo ed oggettivo sono nemici uno dell’altro “soltanto quando UNA FILOSOFIA CHE FRAINTENDE SE STESSA vuol trarre fuori dall’idea tutto intero il ricco contenuto del mondo sensibile; perché in tal caso essa presenta, invece della natura vivente un VUOTO SCHEMA DI FRASI” (“Le opere scientifiche di Goethe”, op. cit. ibid.).

“UNA FILOSOFIA CHE FRAINTENDE SE STESSA” è appunto l’“ingannosofia” dei vari cretini circolanti a piede libero in veste antroposofica.

Più avanti, per spiegare le percezioni, il cretino pone un’equazione presa dall’ambito musicale che fa ancora più confusione. Egli dice: “Le percezioni stanno al pensare come le macchie d’inchiostro nere stanno alla musica” (P. Archiati, 3° seminario sulla filosofia di Steiner, tenuto a Rocca di Papa - Roma - dal 14 al 17 febbraio 2008), facendo intendere che quelle macchie sono la notazione musicale.

Anche qui siamo nell’imbecillità: quelle macchie, cioè l’aggregato sconnesso di sensazioni di chiaroscuro che mediante il pensare concettualizzo come note, pause, battute, ecc., sul pentagramma musicale sono GIÀ realtà, in quanto percezioni e concetti. La loro realtà è di essere notazione, perché solo in questa loro realtà possono evocare precisi rapporti di intervalli sonori. La musica ha tutta un’altra realtà fatta anch’essa di percezione e concetto ma non è musica per via della notazione. Infatti si può produrre musica anche senza conoscere una nota scritta! Allo stesso modo si può parlare di scrittura linguistica. La scrittura non è scrittura in quanto contenuto di ciò che evoca. Il contenuto evocato e il contenuto di una scrittura sono due cose differenti, dato che la sostanza del primo, la carta, l'inchiostro, le lettere, i segni, ecc., e la sostanza del secondo, le cose evocate, sono differenti.

Ma vediamo come il cretino arriva a FRAINTENDERE tutto spiegando Steiner e svisandolo.

Egli legge Steiner: “Chi nel pensare vuol vedere qualcosa di diverso da ciò che vien prodotto nell’io stesso come attività” e aggiunge di suo: “attività continua quindi, non frammentata, attività di sintesi”. Legge ancora Steiner: “osservabile, deve anzitutto rendersi cieco di fronte al semplice dato di fatto evidente all’osservazione, per poter poi mettere a base del pensare un’attività ipotetica” e aggiunge ancora di suo: “frammentata, che riaccende il pensare a ogni pié sospinto” (ibid.). E aggiunge ancora di suo che “IL PENSANTE [lo spirito pensante] ED IL PENSARE SONO LA STESSA COSA” (ibid.).

E qui casca l’asino (o il cretino): credendo che la sostanza naturale dell’oggetto di percezione sia inganno, il cretino non può comprendere le parole di Steiner, se non come indistinte astrazioni. Certamente le cose, in quanto astrazioni, sono tutte astratte, e quindi tutte uguali. Però qui Steiner non parla in modo astratto. Parla del pensare vivente e di ciò che è prodotto nell’io come attività, come di elementi SOSTANZIALMENTE identici, ma solo come natura, sostanza, appunto. Ciò però non vale in merito ai loro rispettivi contenuti di realtà, dato che uno è pensare inconscio e l'altro conscio. DUNQUE NON SONO LA STESSA COSA! Dicendo che il pensante ed il pensare sono la stessa ci si rende davvero ciechi proprio sul fatto che il pensare inconscio NON È LA STESSA COSA del pensare conscio! NON SONO LA STESSA COSA pur avendo la medesima natura. Che non siano la stessa cosa non significa infatti che il loro contenuto percettivo sia un’attività di altra natura. Questo e non altro intende significare Steiner scrivendo l’aggiunta finale alla nuova edizione del cap. 3° de “La filosofia della libertà” a proposito di intermittenza. Pensante e pensare sono la stessa cosa solo non distinguendo di cosa si tratta o distinguendolo in modo assai grossolano. Questo modo grossolano di intendere è appunto quello del cretino, convinto che la percezione sia inganno...

Insomma, delle due l’una: o si pretende di predicare la filosofia della libertà senza pensare, oppure si pensa. Se si pensa, si osserva che “pensare attivo” e “pensato”, cioè “i risultati di un’attività non cosciente che sta a base del pensare” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, Aggiunta alla nuova edizione, cap. 3°) sono sostanzialmente ma non concettualmente identici. Solo se si è abituati a considerare la sostanza illusione e quindi a scotomizzarla si è costretti a osservare solo il relativo concetto, che però è un concetto fichtiano, privo di contenuto di esperienza reale.

Cos’è l'esperienza reale?

Si provi ad esempio a stabilire, e qui sta il punto, se l’“attività non cosciente che sta a base del pensare” sia o no altra dal pensare, o se sia un “altro pensare”. Nella mia esperienza reale io so che è “altro pensare”. Perché? Perché si tratta di un’attività che dopo essere sgorgata dalla fonte “incoscia” del mio io, attraversa innanzitutto la regione “subcoscia” della “psiche”, poi quella “precoscia” della “physis”, e infine sfocia, arrestandosi, in quella “coscia” del “soma”. L’ordinaria coscienza del pensare cos’altro è allora se non una consapevolezza “postuma”? È una coscienza che, per tutto il tempo in cui il pensare vive in me, permane nel buio. E quando il buio scompare? Il buio scompare dalla coscienza solo quando tramonta e muore nel “pensato”. Solo allora io sono consapevole, dato che la luce ha sostituito il buio. Il morto pensiero, cioè il pensato di cui ora sono cosciente, non proviene dunque, come credeva von Hartmann, da un’attività d’altra natura. Proviene dal precosciente o incosciente pensare vivente. Dunque è casomai il morto pensiero cosciente ad essere di altra natura, così come un essere vivente è altro dalla sua fotografia o dalla sua salma!

Sia ben chiaro che gli “ingannosofi” non sono solo coloro che parlamo di scienza dello spirito di Steiner essendone sprovveduti e sostituendola col “Vuoto della scienza” di Fichte o con altre filosofie della moderna new age americana [nota bene che Schopenhauer chiamava la dottrina della scienza di Fichte “Vuoto della scienza” sostituendo il termine “Wissenschaftslehre”, “dottrina della scienza” con “Wissenschaftsleere”, che significa appunto “vuoto della scienza” (A. Schopenhauer, “L’arte di insultare”, Adelphi, Milano 1999, p. 64)]! Gli “ingannosofi” sono tutti coloro che da secoli pretendono arrampicarsi sullo spirito attraverso VUOTI SCHEMI DI FRASI (“Le opere scientifiche di Goethe”, op. cit. ibid.), già a partire da Kant, col suo “noumeno” senza contenuto, da Schopenhauer stesso col suo mondo di rappresentazione, da Avenarius col suo empiriocriticismo, ecc., fino ai preti o mezzi- preti attuali del “pensiero”, che da decenni ho battezzato “mentecattocomunista”.

Credendo di combattere il materialismo con l’idealismo, i vari mentecattocomunisti del pianeta non si rendono minimamente conto del fatto filologicamente e storicamente incontrovertibile in base al quale il “codice filosofico” della cosiddetta “filosofia della prassi” è tutt’altro che materialistico. Infatti è idealistico! E nemmeno si rendono conto che la formazione di questo “codice” risale proprio ai tempi della “Wissenschaftslehre” di Fichte.

Sottolineo che Kant, in una solenne dichiarazione pubblica del 1799 prese ufficialmente le distanze da Fichte, affermando che il proprio sistema era radicalmente incompatibile con quello di Fiche, che definì come “metafisico” in senso “scolastico”. Ma entrambi i sistemi (quello di Kant e quello di Fichte) si fondavano sulla metafisica della morale universale, che sostanzialmente blocca, anche se in modo diverso, la gnoseologia al “noumeno” cioè alla cosa in sé (Ding an Sich). Ecco perché perfino Lenin poi loderà quel mantenimento kantiano del “noumeno” come “elemento materialistico della filosofia di Kant” (cfr. Costanzo Preve, “Una approssimazione al pensiero di Karl Marx. Tra materialismo e idealismo”, Saonara, 2007).

In poche parole, kantianamente o fichtianamente, gli “ingannosofi” distinguono ancora il cosmo dal “cosmo in sé” o dal “non-io”, in nome della conoscenza (Kant) o della morale necessità della “forma Stato” ( “Stato etico assoluto” che è la “cosa in sé” di Fichte), studiando e predicano la morale universale fondata ancora oggi su dualismo e/o su monismo malinteso.

«Da un dualismo di questo tipo - scrive Steiner - scaturisce la distinzione tra oggetto di percezione e “cosa in sé”, distinzione introdotta da Kant nella scienza e fino ad oggi mai più rigettata» (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 7°, §3°).

Per chiarire, la reale dinamica del rapporto fra percezione e concetto durante il processo conoscitivo è la seguente: C’È UN ATTO PERCETTIVO DEL SOGGETTO, E C’È UN CONTENUTO OGGETTIVO DELLA PERCEZIONE, che il kantismo chiama “percetto” confondendolo col soggettivo risultato del processo percettivo. MEDIANTE IL PENSARE CHE CONCETTUALIZZA TALE CONTENUTO, L’OGGETTO DI PERCEZIONE È COSÌ CONOSCIUTO. Il formarsi del concetto (nell’universalità del pensare) avviene gradualmente attraverso la rappresentazione (o concetto individualizzato).

Ogni conoscenza è invece per Fichte qualcosa di opposto allo spirito. Per Fichte l’attività conoscitiva fondamentale, resa possibile dall’immaginazione, è il rappresentare [Vorstellen] ed ogni conoscenza è innanzitutto “rappresentazione” [Vorstelung], che sintetizza per la coscienza una realtà oggettiva, cioè rende conoscibile all’intelligenza dell’“io teoretico” [theoretisc Ich] un non-io esterno OPPOSTO ad essa (cfr. “Fichte Fondamento dell’intera dottrina della scienza” a cura di Guido Boffi, Ed. Bompiani, Milano 2003, pag. 670)!

Da qui gli arzigogoli dei cretini sul sopra citato “NODO” della realtà e sulla percezione da loro fichtianamente vissuta come immagine rappresentativa opposta, e quindi come inganno da superare (“La percezione. Un inganno da superare”, op. cit)!

Questa confusione è difficile da eliminare proprio perché l’esperienza della percezione, colta nel suo stato ancora antecedente il pensare, non tutti riescono ad avvertirla. Ecco perché si scambia la percezione col giudizio su essa, giudizio che è quindi non antecedente ma successivo al pensare, il quale è già entrato in gioco per poterla giudicare come quel dato oggetto.

Ecco per esempio la convinzione erronea di un altro pretone (D. Luigi Giussani), la quale mostra che il fenomeno della percezione, consistente nell’incontro dell’essere del soggetto con l’essere dell’oggetto, può essere avvertito solo attraverso l’osservare il pensare, e non attraverso deduzione di pensati. Giussani è convinto che sia il giudicare a ricevere il “colpo dell’essere” (L. Giussani, “L’attrattiva Gesù”, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1999).

Ma così non è.

Il “COLPO DELL’ESSERE” avvia casomai il processo percettivo, così come l’“immagine percettiva” lo termina. Il fraintendimento deriva dal fatto che è grazie a questa immagine finale che prendiamo coscienza dell’esistenza dell’oggetto.

Kant distingue, dice Steiner, “fra oggetto della percezione e cosa in sé”. Se “oggetto della percezione” non è la “cosa in sé”, allora non può che esserlo l’immagine percettiva, ma considerare questa “oggetto della percezione” significa confondere non solo l’immagine percettiva dell’oggetto (che ha forma, come ha forma la rappresentazione) con il percetto (che non ha forma, come non ha forma il concetto), ma anche il percetto con l’essenza dell’oggetto (che non è solo percetto, ma unità di percetto e concetto).

IL PUNTO DOVE SOGGETTIVO E OGGETTIVO S’INCONTRANO possiamo chiamarlo come vogliamo: NODO come lo chiamano i cretini, o COLPO come lo chiama Giussani. Ciò che conta è distinguere gli oggetti di percezione dai loro concetti senza opporre i primi ai secondi o viceversa, né abolirli in nome di un monismo malinteso, che è solo pensiero malato.

La trasformazione dell’antroposofia nell’“ingannosofia” procede proprio da questo malanno in cui il sano intelletto si sclerotizza intellettualisticamente, si rammollisce sentimentalisticamente, o si disprezza volontaristicamente...

Che schifo la libera conoscenza se genera solo la libertà di dire cazzate!

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8 novembre 2013 5 08 /11 /novembre /2013 10:31

L'idealismo critico, qualunque esso sia - da Kant a Fichte fino ad ogni sedicente “antroposofo” fichtiano (purtroppo oggi esiste anche questa categoria di truffatori) - condanna l’uomo al “solipsismo”, segregando il conoscere umano nel soggettivismo delle rappresentazioni, e privandolo della speranza di accedere alla realtà per poterla migliorare. Le grandi impalcature di pensiero della chiesa cattolica e protestante, e quelle dell’idealismo tedesco (Fichte, Shelling ed Hegel) appartengono alla medesima “cattolicità”!

Incapaci di umiltà nel rinviare ad eventuali ulteriorità assenti - come ad esempio quella di Rudolf Steiner quando scrive che il suo lavoro scientifico sulla libertà: «non pretende avere in mano “l’unica possibile” via alla verità, ma vuole descrivere quella percorsa da uno cui la verità sta a cuore» (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, 2ª Appendice, §8°) - ma risolvono la verità nel sistema concettuale che si presenta come pensiero unico e fichtianamente assolutizzato.

Tali impalcature non potranno mai più avere un seguito perché la potenza dei sistemi che costituirono, fu, è, e rimarrà pre-potenza, che esclude a-priori (pre) ogni ulteriorità di sensi, sensazioni e significati possibili, ad eccezione di quelli predisposti e coordinati dal loro sistema.

Il problema del costo del denaro, che Draghi ha recentemente annunciato come dimezzato dallo 0,50 allo 0,25%, il problema del signoraggio bancario, e quello della percezione malintesa (o intesa come inganno da superare dall’attivismo per il comunismo giuridico proibizionista massonico fichtiano) sono il medesimo problema, irrisolvibile dall’imperativo categorico che comanda la gente mediante legalità priva di legittimità, cioè senza ragione umana.

Il costo del denaro è infatti una tautologia, dato che il denaro rappresenta il costo delle merci, dunque non può avere alcun senso perché il costo del costo delle merci è, e rimane, una truffa colossale, la stessa che imperversa nelle politiche economiche di tutta Europa a partire dalla fondazione della banca di Inghilterra. Lo disse già Marx nel suo “Capitale” (Libro 1°, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 817-818), ma ciò fu sempre inascoltato, soprattutto dalla sinistra, attualmente addirittura culo e camicia con le banche).

L'unica speranza possibile riposa nel diritto di epicheia, cioè nell’individualismo etico, sostitutivo dell’utopico Stato etico putiniano e merkeliano, “antroposoficamente” supportati oggi dai “neo chierici traditori” dell’idea dell’organismo sociale triarticolato, già auspicato da Goethe, Schiller e Steiner, ma che mai si realizzerà finché si accetteranno parole indicibili come “costo del denaro”, parole magiche del neo oscurantismo che affama tutto il pianeta per ingrassare poche “famiglie”, di cui sono recentemente apparsi perfino i nomi: Rothschild, Rockfeller, Astor, Bundy, Collins, Dupont, Freeman, Kennedy, Li, Onassis, Russell, Van Duyn, Merovingi, ed ai quali si può benissimo aggiungere anche Berlusconi.

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7 novembre 2013 4 07 /11 /novembre /2013 13:21

Per Johann Gottlieb Fichte l’individuo deve... scomparire.
Da una parte egli scrive: «La ragione è l’unico “in sé”, mentre l’individualità è soltanto accidentale. La personalità [..] è soltanto un modo particolare di esprimere la ragione, ed è destinata necessariamente a perdersi nella forma universale di essa. Per la “Dottrina della scienza” soltanto la ragione è eterna, mentre l’individualità deve decadere incessantemente, fino a morire (die Individualität muss unaufhörlich absterben)» (C. Cesa, “Prima e Seconda introduzione alla dottrina della scienza”, Laterza, Roma-Bari 1999, p. 87).
Dall’altra, scrive che «Dio è la ragione stessa» (J. Gottlieb Fichte, “Gesamtausgabe der Bayerischen Akademie der Wissenschaften”, hrg. von R. Lauth, H. Jacob, H. Gliwitzky, Frommann-Holzboog, Stuttgart-Bad Cannstatt 1962, sez. 4, 1° vol., p. 446).
In tal modo, affermando che la ragione pur essendo Dio si dissolve post mortem nella ragione universale, ragiona esattamente come un seguace della dottrina di Averroè, più volte accennata da Rudolf Steiner come aristotelismo spurio.
Se avesse minimamente ragionato in modo sano, Fichte si sarebbe accorto che questo suo averroismo non poteva stare in piedi, dato se fosse veramente stato convinto del dissolversi post mortem del proprio io nella ragione universale, avrebbe dovuto dire allora che la morte socializza forzatamente, dato che annienta quel corpo che è l’unico elemento che (nella convinzione di Averroè e nella propria, dato che anche per Fichte il corpo è un tratto distintivo della razionalità finita degli esseri umani) distingue una persona dalle altre. In tal caso non potrebbe però optare per la socializzazione nella convinzione che ogni socializzazione, forzata o non forzata, comporti l’annientamento dell’individualità!
Insomma secondo questo modo sballato di intendere l’individualità, perché mai dovrei optare per la socializzazione? Forse per diventare con Fichte precursore del contrasto comunista tra l’individuale e il collettivo che, non riuscendo a comporsi mediante un superiore grado di sviluppo dell’autocoscienza o di quell’“individualismo etico” di cui parla Rudolf Steiner nella sua opra principale, si risolve tutto (come oggi avviene) mortificando o annientando l’individuale per mezzo del collettivo (del partito, dello Stato o della Chiesa) o al contrario mortificando o annientando il collettivo per mezzo dell’individuale (dell’egoismo dei nostri governanti mascherati da altruisti)?
Nel comunismo - senza la scienza steineriana - convivranno sempre due tendenze, una rigida, dogmatica, statalista, ed economicistica; e un’altra di liberazione, pluralista, umanista.
In termini steineriani, la prima è “arimanica” e la seconda “luciferica”.
E dato che la storia ha mostrato il fallimento della prima, i nostalgici puntano allora sulla seconda. Per esempio, sui cosiddetti “girotondini”, “movimentisti” o “no-global” che si crede la rappresentino.
Fra costoro ci sono anche i sedicenti antroposofi di “Libera conoscenza”, con a capo Pietro Archiati che predica, sì, la libertà, ma la libertà comunista e attivista di Fichte...
Con l’opera “Der geschloßne Handelsstaat” (Lo Stato economico chiuso) Fichte instaurò “un regime comunista e proibizionista” (Giorgio Del Vecchio, “Il comunismo giuridico del Fichte”, Kessinger Legacy Reprints; testo pubblicato nel sito “Nereo Villa Opere”) in cui lo Stato era minutamente disegnato secondo un “vero trattato di comunismo giuridico, ossia (in lato senso) di socialismo di Stato” (ibid.).
Questa è dunque l’antica dinamica della nascita del comunismo acefalo, dinamica secondo la quale anche se Fichte, “l’ideologo formidabile della libertà, termina invocando il proibizionismo commerciale e l’assolutismo di Stato” (ibid.), il suo disegno minutamente tracciato nel 1800 sui compiti dello Stato è ancora predicato oggi, terzo millennio, da Pietro Archiati come scienza di Steiner: “Il legislatore deve unicamente stabilire quali azioni sono vietate, e devono perciò essere punite” (Pietro Archiati, “Il pensiero, via maestra alla felicità. Dialogo fra scienze naturali e scienza dello spirito” Ed. Archiati).
QUESTA IDEOLOGIA DI ARCHIATI È PERÒ FINO A PROVA CONTRARIA UNA CONTRAFFAZIONE DELLA SCIENZA DELLA LIBERTÀ DI STEINER.
Dunque delle due l’una: o Archiati e la sua banda di “Libera conoscenza” sono dei mistificatori consapevoli di esserlo e quindi dei criminali, oppure credono davvero che la libertà sia la libertà di dire fregnacce una dopo l’altra mettendole in bocca a Rudolf Steiner. In tal caso si ostinerebbero ad ignorare la scienza dello spirito a carattere antroposofico, ottenebrandosi volontariamente, quindi sarebbero una banda di zombi cretini!
Vero è che in nome dello Stato si diviene ciechi volontari: ci si chiude gli occhi per non vedere: l'io si nutre dell’opposizione all’oggetto di percezione, cioè al non-io fichtiano, e non si riesce a ritrovare se stessi al di là di quella soglia che il pensiero rappresentativo, la coscienza sensibile e l’ego temono di attraversare per paura di perdersi.
Ma l’io ordinario, o ego, non è il male. È solo l’embrione dell’io superiore, etico e sociale.
I sinistrorsi, o i cattocomunismi, anzi i “mentecatto comunisti”, dunque non si illudano. Perché solo da una perseverante e mai esaustiva autoeducazione dell’ego (fondata su una vera e profonda conoscenza dell’essere umano) può venire alla luce l’io, quindi un mondo migliore, non da una sua più o meno violenta o “conviviale” costrizione, generatrice del solito e vetusto mondo malmondato...
Per Fichte “l’idealismo è la sola filosofia della libertà, poiché muove dall’io e dalla sua attività creatrice e trasformativa” (D. Fusaro, “L’aporia dello Stato in Fichte”, GCSI - Anno 3, numero 5, ISSN 2035-732X, p. 112).
Per Steiner la filosofia della libertà è monismo.
Per Fichte è la passione idealistica della libertà a imporre lo Stato come principio morale decisivo, e solo mediante l’azione dello Stato diventa possibile per lui garantire l’eguale libertà dei soggetti e il loro libero sviluppo.
Per Steiner ciò sarebbe una malattia dell’organismo sociale, simile a quella di un organismo umano in cui il sistema cardiocircolatorio volesse arginare il lavoro del sistema nervoso e quello metabolico.
L’individuo è per Fiche conseguenza necessaria dell’azione dello Stato inteso come principio morale, e scrive: “il vero scopo dello Stato è di aiutare ciascuno a raggiungere quello a cui, come partecipe dell’umanità, ha diritto, e di mantenerlo in tale condizione” (J. Gottlieb Fichte, “Lo Stato commerciale chiuso”, Bocca, Milano 1909, p. 29).
Lo Stato è invece per Steiner conseguenza necessaria della vita dell’individuo, e scrive: “L’individuo umano è la sorgente di ogni moralità e punto centrale della vita terrestre. Lo Stato, la società, esistono soltanto perché risultano come conseguenze necessarie della vita individuale” (R. Steiner, “La filosofia della libertà, cap. 9°, §48).
Evidentemente per Archiati queste differenze non contano, dato che dopo avere letto per la prima volta “La filosofia della libertà” racconta di avere avuto l’impressione di averla scritta lui, che aveva fatto la sua tesi di laurea su Fichte!
Secondo Archiati, l’errore di Fichte consisterebbe semplicemente nel fatto che se anziché partire dall’io, Fichte fosse partito dall’idea del conoscere, avrebbe capito che l’io pone il conoscere, e scrive: “Fichte, invece di partire dall’idea del conoscere, è partito dall’idea dell’io. Concepito come inizio assoluto, come libertà assoluta, l’io non può porre che se stesso. Ma questo porre se stesso rimane senza contenuto. Bisogna chiedersi: che cosa pone l’io ponendo se stesso? L’oggetto di questa attività assoluta del porre, Fichte non l’ha mai chiarito. Egli fa iniziare l’io con una decisione libera, con un atto assoluto: ma quale atto? Se Fichte fosse invece partito dall’idea del conoscere, gli sarebbe stato più facile comprendere che l’io pone il conoscere” (Pietro Archiati, “Libertà senza frontiere”, Ed. Archiati, p. 74).
Ma quando mai?
L’io non pone il conoscere. L’io conosce. Il soggetto umano attuando il processo del conoscere non crea nulla, non pone alcunché. Se io conosco il Sole, mica lo creo, e manco lo pongo. Infatti è poi lo stesso Archiati a scrivere che Fichte “non ha tenuto conto che nella teoria della conoscenza (da lui chiamata «teoria della scienza»: Wissenschaftslehre) non si tratta specificamente dell’uomo in quanto attore libero, ma in quanto soggetto conoscente” (ibid.). Ma appunto come fa allora il soggetto conoscente a porre il conoscere?
Come soggetto conoscente, ripeto, io conosco il conoscere come TEORIA DELLA CONOSCENZA, mica lo pongo! Non posso porre il conoscere stesso, perché questo non esiste senza una precisa fisiologia corporea! Quindi non spetta a me creatura, porre o creare il conoscere, ma alla creazione. Io posso porre un principio a monte del mio filosofare, ma qualsiasi sia questo principio, creerò sempre una filosofia campata in aria: “finché la filosofia accetta tutti i possibili principi [...] resta sospesa in aria” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 3°, §31°).
Se Steiner fosse partito assiomaticamente dal concetto o dal principio del pensare non avrebbe operato scientificamente ma filosoficamente.
Invece il suo lavoro è scientifico, non una filosofia come le altre!
ECCO PERCHÉ IL PUNTO DI PARTENZA DESIGNATO DA STEINER (che Archiati non ha ancora capito, e lo aspetto al varco, ovviamente se è onesto con se stesso) NELLA SUA FILOSOFIA È IL PENSARE NON IL CONCETTO DEL PENSARE: “È necessario tenere presente che il punto di partenza designato qui è il PENSARE, e non i CONCETTI e le IDEE, i quali sorgono soltanto attraverso il pensare [...]. (Faccio espressamente notare questo perché qui sta la mia differenza con Hegel. Questi pone il concetto come elemento primo ed originario)” (ibid., cap. 4°, §1°).
Come mai Pietro Archiati non è ancora riuscito a capire che il pensare di cui parla Steiner non è un concetto ma un’esperienza?
La ragione è molto semplice: Archiati non comprende che Steiner non parte da un assioma perché per sua stessa ammissione: “nessun pensiero può compiersi senza assiomi” (Pietro Archiati, 3° seminario sulla filosofia di Steiner, tenuto a Rocca di Papa - Roma - dal 14 al 17 febbraio 2008) ed evidentemente “La filosofia della libertà” è per Archiati una mera serie di pensieri... Dunque non si è ancora reso conto che Steiner è scienziato, PIÙ che un filosofo.
Archiati non comprende che se, come egli afferma, “nessun pensiero può compiersi senza assiomi” (ibid.) poiché gli assiomi sono principi filosofici, quindi dei “pensati”, per forza di cose ciò significherebbe che tale partire da tali principi filosofici o assiomi, sarebbe partire da “pensati”!
La filosofia della libertà di Steiner è invece scienza della libertà in quanto OSSERVAZIONE DELL’ATTIVITÀ INTERIORE (O OSSERVAZIONE ANIMICA) SECONDO IL METODO DELLE SCIENZE NATURALI!
Dunque Steiner parte, sì, dal pensare ma da un pensare che non è da non intendersi come idea del pensare. Steiner parte bensì dal pensare come esperienza, come esperimento! In tale contesto il conoscere, ripeto, non si può porre, ma solo scoprire.
I concetti appartengono alle cose. Perciò vanno SCOPERTI, non INVENTATI alla Fichte o all’Archiati, perché tale loro inventare non può che avere come oggetto le solite fregnacce, i soliti ideologismi, il solito comunismo, il solito nazismo, ecc.
Anche Giovanni Gentile, a differenza di Hegel, prese il pensare come punto di partenza, ma lo prese come “punto di partenza” di un sistema filosofico (l’“attualismo”), e non, come Steiner, di un’“osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”. La “riforma dialettica hegeliana” di Gentile (che Archiati si vanta di avere studiato) comprendeva un saggio intitolato “L’atto del pensare come atto puro”. L’atto del pensare ha però senso solo se lo si sperimenta, e perde di senso se lo si concettualizza o lo si sistematizza. Ed è questo che continuano a fare i fresconi come Pietro Archiati e la sua band!.
Così come il “punto di partenza” dell’attualismo gentiliano non è costituito dall’atto del pensare, bensì dall’idea dell’atto del pensare, allo stesso modo il punto di partenza di Pietro Archiati non è costituito dall’osservare pensante della dinamica attiva fra percezione e concetto, ma da un pensiero, cioè da un pensato, quello della percezione pre-giudicata come inganno da superare (Pietro Archiati, "La percezione un Inganno da superare", venduto dalla Rudolf Steiner Edizioni!).
Ciò che vale per Gentile vale anche per Archiati (anche se Archiati non vale nemmeno una virgola di Gentile) e per ognuno di noi nella misura in cui confondiamo il pensare col pensato: una cosa infatti è il pensare vivente, altra il pensiero del pensare vivente. Questa osservazione non mette in luce solo i limiti dell’“attualismo”, o dello “steinerianismo fichtiano” di Archiati, ma anche quelli di tutta la speculazione filosofica mondiale.
Archiati, da me soprannominato Archiagottlieb, continuando invece ad improvvisare i suoi concetti, creandoli dal nulla secondo una fantasia speculativa incapace di distinguere l’osservare scientifico dal favoleggiare, arriva perfino a proporre la creazione di gruppi di studio per aggiustare la terminologia della filosofia della libertà, in quanto Steiner secondo lui “andrebbe a spanne generando confusioni e fraintendimenti filosofici, che mai un filosofo come Rosmini avrebbe generato”.
Se si approfondisce un po’ la cosiddetta “Dottrina della scienza” di Fichte ci si rende conto che con Steiner i “conti” di Fichte non tornano; quindi predicare l’antroposofia fichtiana per aggiustare Steiner… è roba da matti. Sarebbe meglio che coloro che vogliono cambiare il mondo in tal modo cambiassero prima se stessi.

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6 novembre 2013 3 06 /11 /novembre /2013 12:10

Chi pensa che i nostri contenuti percettivi siano delle NON REALTÀ, e pensa come REALTÀ solo le loro forme e movimenti in quanto dati dallo spirito (spiriti della forma, del movimento, angeli, arcangeli, cherubini, ecc.) approda al solito monismo fasullo che si limita a ridurre uno dei due termini del dualismo all’altro (i due termini del dualismo sono la percezione ed il concetto; la prima riguarda i contenuti del mondo; il concetto riguarda il nominalismo che li evoca). Egli usa in tal modo occhiali che deformano ogni cosa del mondo percepibile, dal contenuto di un libro al contenuto di un bernoccolo (vedi per esempio la lectio di Archiati sul bernoccolo).

Questi occhiali deformanti - che fanno apparire realtà NON il contenuto MATERIALE degli oggetti di percezione ma solo il loro IMMATERIALE concetto - sono il risultato di un vero e proprio contenuto di fede.

Nel caso degli occhiali deformanti di Pietro Archiati si può mostrare come essi siano il risultato della sua fede nella “Dottrina della scienza” di J. Gottlieb Fichte, e soprattutto nell’io, inteso come “primo principio fondamentale in tutto e per tutto incondizionato” (“Fichte Fondamento dell’intera dottrina della scienza”, a cura di Guido Boffi, Parte 1ª: “Principi fondamentali dell’intera dottrina della scienza”, p. 139).

Da ogni essere umano l’io può essere sentito, cioè percepito, come sovrasensibile autopercezione di sé, ma non come principio da credere o da accettare a priori. Perché fra tutte le cose del mondo l’io umano è l’unico oggetto di percezione che può essere percepito come cosa in sé. Dal momento in cui lo si trasforma in un principio o in un presupposto da credere a priori, lo si concettualizza, e in tal modo non lo si sperimenta.

Voglio chiarire questa importante cosa partendo dal principio “io” di Fichte.

Questo “primo principio” o presupposto assoluto dell’io [absolutes Ich], «struttura apriorica fondamentale caratterizzata costitutivamente da autoposizionalità e il cui originario, infinito porsi ha per contenuto l’essere» (ibid. p. 671) pretende essere “in tutto e per tutto incondizionato” ma è condizionato almeno grammaticalmente da Fichte: «nell’io è posta, infatti, l’“assoluta totalità della realtà”» (ibid.), ma in questo modo il suo essere senza condizioni principia dialetticamente da un condizionale, e precisamente dalla congiunzione dubitativa “se” della proposizione di partenza: “se A è, allora è A”, a sua volta posta da un imperativo, cioè dal “si ponga”, imperativo del verbo “porre”: “si ponga: se A è, allora è A” (“man setzt: wenn A sei, so sei A”, GRUNDLAGE DER GESAMTEN WISSENSCHAFTLEHERE als Handschrift für seine Zuhörer von Johann Gottlieb Fichte, 257, in “Fichte Fondamento, op. cit. p.142).

Dunque, fino a prova contraria, tutta questa “assoluta totalità della realtà” che Fichte pone imperativamente come incondizionata dialettica, poggia sulla congiunzione dubitativa “se” implicita ad ogni verbo condizionale!

Non c’è dunque da stupirsi se questo modo obsoleto di procedere di Fichte fu considerato dai suoi allievi, nonché dal suo pubblico deluso, rozzo e “rétro”. Ecco per esempio cosa Schopenhauer, discepolo di Fichte pensava del suo maestro: “Nel vecchio teatro delle marionette tedesco, a lato dell’imperatore o di un eroe qualsiasi, c’era sempre un pagliaccio (Hanswurst) che ripeteva, alla sua maniera ed esagerando, tutto ciò che diceva o faceva l’eroe: così dietro il grande Kant si ritrova l’autore della Wissenschaftslehre [Dottrina della scienza] o, più esattamente, della Wissenschaftsleere [Vuoto della scienza]” (A. Schopenhauer, “L’arte di insultare”, Adelphi, Milano 1999, p. 64).

Oggi qualcosa del genere potrebbe essere detta della dottrina di Pietro Archiati sul suo concetto di percezione intesa come inganno (Pietro Archiati, “La percezione un inganno da superare”) da lui predicata, fra l’altro, come scienza dello spirito a carattere antroposofico o, peggio ancora, come filosofia di Rudolf Steiner.

Ma la percezione sperimentata non è il concetto di percezione meramente pensato!

L’ATTIVITÀ DEL PENSARE SU CUI SI FONDA “LA FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ” DI STEINER NON È UN PRESUPPOSTO come quello che esiste nella Wissenschaftslehre: È UN’ESPERIENZA. Se fosse un presupposto sarebbe infatti un PENSIERO (un concetto o un’idea) o un PENSATO (una rappresentazione) e non il PENSARE.

Chi scambia IL PENSARE COL CONCETTO O CON L’IDEA DEL PENSARE finisce, volente o nolente, col trasformare l’antroposofia in una dottrina, e se stesso in un individuo che “crede” nel pensiero vivente, o eterico, anziché sperimentarlo. E questa è un’aberrazione. Perché Steiner non ha bisogno di fede in Steiner.

Nella scienza dello spirito a carattere antroposofico non si tratta di presupporre, né di credere, ma di osservare e pensare: in una parola, di SPERIMENTARE.

L’ERRORE DI PIETRO ARCHIATI STA PROPRIO NEL CREDERE E NEL PREDICARE POSSIBILE LA CREAZIONE DI UN PENSARE PERFETTO PERCEPIBILE CONTEMPORANEAMENTE AL SUO CREARLO. Questa è davvero una cosa impossibile ma è proprio così che egli crede di poter fare: “[io] posso creare il concetto di un pensare perfetto che si percepisce e si guarda nel mentre crea!” (Pietro Archiati, 3° seminario sulla filosofia di Steiner, tenuto a Rocca di Papa - Roma - dal 14 al 17 febbraio 2008). MA IL CONCETTO DI TALE PENSARE PERFETTO È UN CONCETTO, UN PRINCIPIO, UN PRESUPPOSTO, UN PENSATO. NON È PENSARE, NON È L’ESPERIENZA DEL PENSARE!

Scrive Steiner: “Finché la filosofia accetterà tutti i possibili principi come atomo, movimento, materia, volontà, inconscio, resterà sospesa in aria” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 3°, §31°).

La metafisica parte da principi primi o da fondamenti assoluti, deducendone poi il resto. Quindi parte dall’essere per arrivare all’esistere. Non così per la scienza di Steiner.

La scienza di Steiner (prima parte de “La filosofia della libertà”) parte dall’esistere per arrivare all’essere. Il che non è facile, dato che chi parte dall’essere arriva di solito all’esistere in modo astratto, mentre chi parte dall’esistere perviene in modo astratto all’essere oppure neanche vi perviene. Perciò lo nega.

Il processo del creare è l’inverso del processo del conoscere, dato che il processo del CREARE va dall’invisibile al visibile, mentre il processo del CONOSCERE va dal visibile all’invisibile.

Invece Pietro Archiati mischia le cose quando parla di creazione della conoscenza dicendo: “[…] questa creazione della conoscenza umana che congiunge percezione con concetto è una creazione specifica dal nulla dell’essere umano, dello spirito umano […]”. Questa affermazione è una cazzata, anzi, è una pseudologia fantastica.

Steiner non ha inventato né creato dal nulla alcunché della conoscenza, propria dell’autentico vero monismo (antico ma moderno come quello di Giordano Bruno, per intenderci) che congiunge oggetto di percezione e concetto. L’ha osservata! Osservandola ha scoperto che era ed è giusta, e che in quanto tale era ben diversa da quella del suo tempo, impestata di kantismo oscurantista.

Quella di Steiner era ed è gnoseologia. Quella di Pietro Archiati è invece pseudologia.

Insomma, se io mi metto concretamente a dipingere devo innanzitutto pensare a quello che voglio dipingere. Poi dipingo, e infine osservo ciò che ho dipinto. Il mio atto creativo ha trasformato una realtà INTELLIGIBILE (da un’IDEA invisibile) in una realtà PERCEPIBILE (in una COSA visibile). Non così l’atto conoscitivo!

L’atto conoscitivo fa esattamente il contrario: trasforma una realtà PERCEPIBILE (dai sensi) in una realtà INTELLIGIBILE.

Infatti se mentre dipingo voglio osservare quanto ho dipinto devo SMETTERE di dipingere, indietreggiare di qualche passo, e compiere l’osservazione. In altre parole non ho un collo allungabile come quello di Tiramolla o di Archiati, cioè come quello presumibile nel fantastico concetto da lui “razionalizzato” e predicato come “pensiero divino in quanto conseguenza ultima del pensare in quanto ci è percepibile e pensabile dall’uomo” (Pietro Archiati, cit.). Qui vi è solo pseudologia, pseudologia fantastica, cioè palle, non gnoseologia.

Non andrebbero confusi i “pensati” (immagini pensate) col pensare che le elabora. Detto con le parole di Steiner: “Non andrebbe confuso l’avere immagini di pensiero con l’elaborazione di pensieri attraverso il pensare. Immagini di pensiero possono sorgere nell’anima con carattere di sogno, come vaghe suggestioni. Questo non è un PENSARE” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 3°, Aggiunta alla nuova edizione del 1918, §1°).

Prima di predicare “La filosofia della libertà” come se “La filosofia della libertà” fosse una mistica, Archiati dovrebbe imparare ALMENO a distinguere il pensare (“l’elaborazione di pensieri attraverso il pensare”) dal pensiero capriccioso, ludico e vagabondo della propria natura “stenica” (“isterica”) in quanto misticamente istrionica, a volte anche mascherata da quella ruminante, coatta e molesta in quanto “astenica” (“nevrastenica”), che spesso non si accorge nemmeno, nella sua presunta e saccente “coscienza divina”, di offendere l’intelligenza di chi, ignaro, crede di ascoltare da lui l’antroposofia.

Invece questo predicatore di mistiche non solo non riesce a padroneggiare il pensiero senza alterarsi con qualcuno ma arriva perfino a utilizzarlo per “razionalizzare”, cioè per mascherare o occultare i veri motivi delle proprie modalità isteriche o nevrasteniche di predica confusa in quanto sempre fichtiana.

La raccomandazione sopra accennata di Steiner di non confondere “l’avere immagini di pensiero con l’elaborazione di pensieri attraverso il pensare” vale ovviamente per tutti ma vale soprattutto per i presuntuosi che predicano ciò che non andrebbe neanche predicato, o che tutt’al più andrebbe predicato come qualcosa da sperimentare, non da concettualizzare e basta. Ecco perché Steiner parla spesso di esperienza del concetto, intendendo con ciò non l’esperienza di memorizzazione concettuale (nozionismo culturale) o il superficiale monismo negatore della realtà dei contenuti di percezione, bensì del medesimo monismo di Giordano Bruno, fondato - anche se in modo primitivo - sul quello stesso monismo di pensiero che troverà poi massima espressione consapevole nella “Filosofia della libertà” di Steiner, che spaventava e ancora spaventa la chiesa cattolica: “In nessun modo un corpo può agire su un corpo, né la materia sulla materia, né partì della materia e del corpo possono agire su altre parti, ma ogni azione proviene dalla qualità, dalla forma ed in definitiva dall’anima... Chi dunque sarà consapevole di questa indissolubile continuità dell’anima e che essa anima è stretta da una sorta di necessità [necessità ovviamente non ammessa dal fanatismo di J. Gottlieb Fichte, né da quello dei suoi neo-pappagalli - ndc], avrà un principio non incerto sia per operare che per riflettere con maggiore verità attorno alla natura delle cose... L’anima infatti abbandona il suo corpo alla fine della vita, ma non può certo abbandonare il corpo universale, né essere abbandonata da questo; abbandonandone uno, semplice e composto, si trasferisce in un altro, composto e semplice...” (Giordano Bruno, “De Magia”).

Non vi è sostanziale differenza fra questo monismo di Giordano Bruno e quello di Rudolf Steiner. Il loro è vero monismo. Chi non lo comprende e, ciò nonostante, si pone saccentemente come correttore terminologico delle presunte contraddizioni riscontrate nel monismo di Steiner è proprio Pietro Archiati, che afferma: “Non ho capito come mai (Steiner) non ha notato che c’era questa piccola contraddizione (in Steiner)” (Pietro Archiati, “Esistono limiti alla conoscenza?”, Ed. Pensarelibero, p. 282).

Anche questa questione è affrontabile tenendo in considerazione il fatto che l’antroposofia non è né filosofia del sentimento, né filosofia della volontà. Soprattutto non è una filosofia ma sempre un’esperienza. L’antroposofia è una via del pensare, che i sognatori trasformano in una via del sentimento, mentre i “palestrati” in una via della volontà. Quel che è peggio, è che tanto gli uni che gli altri, non potendo sottrarsi al pensiero, sono poi costretti a razionalizzare (spesso in modo saccente) ciò che impone loro la natura personale.

Il palestrato culturista che ama autoesaltarsi mostrandosi lucente nei suoi muscoli, è simile al “palestrato” culturale che ama autoesaltarsi mostrandosi saccente nelle sue “vertigini” concettuali (Cfr. ad esempio anche il mio scritto “Sulla vertigine di Pietro Archiati”) o nel suo abituale presentarsi come consumato dotto e agguerrito: “Ho studiato, a Roma e poi a Monaco, filosofia per dodici semestri e teologia per dieci. Lo vedete dai capelli che ho perso. A quei tempi le lezioni erano tutte in latino, ma noi eravamo ben agguerriti. Quasi tutti i professori erano gesuiti, era la massima scuola gesuita, la Gregoriana di Roma”, ecc. (Pietro Archiati, “Dalla mia vita. La mia esperienza con la Chiesa e l’Antroposofia”, Archiati Verlag, p. 8).

Questo suo vantarsi di essere dotto, i gratuiti suoi giudizi su Scaligero e le penose sue obiezioni a Steiner lo faranno prima o poi scoppiare come la rana invidiosa di Fedro:

«Grande non più d’un ovo di gallina
Vedendo il Bove e bello e grasso e grosso,
una rana si gonfia a più non posso
per non esser del bove più piccina.
“Guardami adesso, - esclama in aria tronfia, -
Son ben grossa?” - Non basta, o vecchia amica -
E la rana si gonfia e gonfia e gonfia
Infin che scoppia come una vescica»
(Fedro, versione di Jean de La Fontaine)

Ma per comprendere a fondo la pseudologia fantastica di questo palestrato saccente, occorre considerare qualcosa di essenziale che riguarda il pensare, il sentire ed il volere: queste tre facoltà agiscono sempre insieme, ma in un modo che varia al variare dei loro reciproci rapporti. Ognuna di queste facoltà svolge infatti, una volta, un ruolo DOMINANTE e, due volte, un ruolo SUBORDINATO. Mi spiego: quando si parla di “pensare”, si parla in realtà del sentire e del volere NEL pensare; quando si parla del “sentire”, si parla in realtà del pensare e del volere NEL sentire; e quando si parla del “volere”, si parla in realtà del pensare e del sentire NEL volere. Come si vede, ognuna di queste facoltà riveste, in un caso, un ruolo dominante e, negli altri due, un ruolo subordinato. Il pensare è “pensare” non perché non abbia nulla a che fare col sentire e il volere, ma perché li subordina e utilizza per la propria espressione. Il che implica che quando il sentire o il volere, anziché sostenerlo, lo scavalcano e gli s’impongono, il pensare non è più pensare. Che cos’è, del resto, la cosiddetta “pseudologia fantastica” degli isterici o che cos’è un delirio se non una deformazione prodotta appunto, nel pensare, dall’insubordinazione del sentire o del volere?

Ed il pensare di Pietro Archiati, fichtianamente, heideggerianamente, o steinerianamente indirizzato (come se Steiner fosse un filosofo come un altro), soprattutto quando improvvisa su ogni tema possibile dicendo tutto ed il contrario di tutto, assomiglia a quello dell'uomo moderno chiamato da Jung pensare-indirizzato-ma-disattento: l’uomo moderno si abbandona in larga misura al pensare fantastico, che subentra non appena il pensare indirizzato viene a cessare. Un allentamento dell’interesse, una lieve stanchezza sono sufficienti a mettere fine al pensare indirizzato, all’esatto adattamento psicologico al mondo reale, e a sostituirlo con fantasie. Ci allontaniamo dal tema e cediamo il passo al nostro corso di pensieri; se il rilassamento dell’attenzione si fa più forte perdiamo a poco a poco coscienza del presente e la fantasia prende il sopravvento (cfr. Carl Gustav Jung, “Libido, simboli e trasformazione”).

Nella mia pagina “Sul bernoccolo dello spirito”, consistente nell’indirizzo “monistico” di Pietro Archiati, per il quale la percezione è un inganno (Pietro Archiati, “La percezione un inganno da superare”) vi è un esempio di tale pensare un po’ indirizzato e un po’ fantasioso per la serie “un po’ di qui e un po’ di là” del comico Giorgio Panariello, con cui mediante continue e “saccenti” trasformazioni della materia in non materia Archiati trasforma il monismo in non-monismo. Ecco perché Pietro Archiati crede monismo qualcosa di ben lontano dal monismo. E tutto avviene in base ad un principio creduto, come quello del primo principio di Fichte, bufala che non sta in piedi se non come costruzione di pensieri senza alcun contenuto di esperienza.

Il vero monismo è sintesi di una preparatoria e rigorosa analisi. Quelli che oggi sovente si chiamano monisti - dice Steiner - col loro monismo semplificano davvero le cose. Essi prendono una parte del mondo e ne fanno un’unità, gettando via l’altra parte. Il vero monismo nasce dal fare che le due metà sensatamente si compenetrino. Cosa potrà mai significare per Pietro Archiati il termine «sensatamente» in merito alle dinamiche della percezione qui intese?

Se ci si prova a muovere in una stanza ad occhi chiusi, cosa avviene? Avanziamo protendendo le braccia, e a un certo punto tocchiamo qualcosa. Per il solo fatto di avere toccato qualcosa siamo in grado di formulare il seguente giudizio: “Qui qualcosa c’è!”. Dunque sappiamo che lì QUALCOSA C’È, MA NON SAPPIAMO ANCORA DI CHE COSA SI TRATTA. In cosa consiste allora l’esperienza fatta? Consiste nel vivo incontro del nostro essere con l’essere della cosa. Tale giudizio, detto da Steiner “giudizio di percezione”, scaturisce in modo immediato dall’impatto tra la forza del soggetto e quella dell’oggetto.

A cosa servono le saccenti esibizioni di Pietro Archiati, cioè tutte le sue rappresentazioni di scienza dello spirito fissate nella memoria come idee morte se non per riesumarle poi all’occorrenza per negare realtà alla percezione?

Ma l’oggetto di percezione c’è, e “l’enunciazione più semplice che posso fare di una cosa è che ‘è’, che esiste” (R. Steiner, “La filosofia della libertà, cap. 3°, §19).

Ciò che più conta è proprio questo, dato che è proprio da questa esperienza che il percepire trae la sua forza probativa. Non si cercano forse dei testimoni oculari? Si vuole vedere con i propri occhi, udire con le proprie orecchie o toccare con le proprie mani.

Il percepire è dunque garanzia del mondo REALE, mentre il pensare è garanzia del mondo IDEALE.

Il problema nel monismo di Archiati consiste nel negare realtà ai contenuti materiali della percezione per affermarla in quelli immateriali dei concetti. E questo è uno stridore tutto suo, non di Steiner, che criticava il monismo dei suoi tempi ma non quello autentico dei tempi antichi, di Giordano Bruno per esempio.

Invece per il predicatore di professione Archiati, Steiner crea solo problemi. E lo vediamo quando il predicatore proietta uno stridore tutto suo e dovuto alla sua comprensione deficiente su Steiner, ponendosi sopra la sua scientificità, addirittura con l’intento di correggerne la terminologia: “C’è una piccola cosa stridente, se volete, una piccola contraddizione - cosa che se Steiner avesse la possibilità di fare una nuova edizione della Filosofia della Libertà, gli direi: correggi ciò che, insomma, crea soltanto problemi. Verso l’inizio del libro, Steiner chiama “monismo” un modo di pensare, una filosofia, che lui non fa sua, che è sbagliata! [… ] e poi, ora, in questo capitolo, “monismo” è la sua teoria! D’accordo?! […] c’è questa discrepanza tra ciò che Steiner chiama “monismo” all’inizio della Filosofia della Libertà e ciò che chiama “monismo” qui, alla fine della prima parte. Sono due cose ben diverse! Però, concedetemi, che è una pura questione di terminologia. Non ho capito come mai (Steiner) non ha notato che c’era questa piccola contraddizione” (Pietro Archiati, “Esistono limiti alla conoscenza?”, Ed. Pensarelibero, pp. 281-282).

Dice bene qui Archiati: “Non ho capito”! Ma perché non capisce?

Non capisce perché si identifica con una concezione filosofica, e così facendo, non può capire qualcosa in senso scientifico, dato che ogni altra concezione la vive come minacciosa. Non perché questa minacci la sua concezione ma perché minaccia la sua identità. E questa è la genesi dei suoi dogmatismi, fanatismi e dell’intolleranza che caratterizzano i nemici dell’io e dello spirito scientifico.

Fra filosofia e scienza vi è differenza QUALITATIVA, che Pietro Archiati evidentemente non percepisce, attento com’è a evitare che nel suo sistema vi siano contraddizioni. Somiglia a quei musicisti del solfeggio, attenti ad evitare che nelle loro composizioni vi siano teoriche stonature, non perché le percepiscano ma perché così sta scritto nei manuali di armonia.

Gli scienziati (o i veri musicisti) si aprono invece a tutti quegli stimoli che sono per il filosofo o per l’ideologo solo di disturbo. In loro è attiva una forza che porta il pensare incontro al mondo e alle cose (o al mondo sonoro)! Non si preoccupano di elaborare dei coerenti sistemi concettuali (o giri armonici perfettamente predefiniti o prefissati), ma di penetrare i fenomeni del mondo per scoprire le leggi che li governano.

O Archiagottlieb, il tuo “divino” agitarti contro la percezione ha meno valore delle affermazioni del divino Otelma! Il tuo “io”, quale entità spirituale, può incontrare il mondo sensibile solo per mezzo del corpo. Se vuoi vedere una cosa devi servirti degli occhi, se vuoi udirla devi servirti delle orecchie. Negando la realtà del corpo o della materia introiettando in te i contenuti delle cose o le cose stesse, affermi solo la realtà immateriale dell’io, ma la imprigioni in se stessa… Perciò sei SPINTO A RIMANERE FERMO, COME INCATENATO, CON LA TUA VISIONE DEL MONDO, ALL’INTERNO DELL’ATTIVITÀ DELL’“IO” STESSO (cfr. R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 2°, §7°). Svegliati, che è ora. Lascia il concilio di Trento e la massoneria di Fichte… E cerca di liberarti veramente come uomo del terzo millennio…

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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