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18 aprile 2014 5 18 /04 /aprile /2014 12:07

NereoVillaOpere

Propongo la lettura di queste riflessioni su certi ragionamenti del professor Giacinto Auriti, che non ho mai condiviso, come invece ho sempre condiviso la sua onesta e coraggiosa denuncia per truffa dell'8 maggio 1993 presentata contro la banca d'Italia, dimostrando che questa all'atto dell'emissione, presta denaro che invece dovrebbe accreditare, truffando così la collettività, che da proprietaria diventa debitrice del proprio denaro.
È mia convinzione che tale denuncia sia sostenuta da una logica di realtà, cioè da un pensare poggiante su fatti reali, e che invece altri pensieri riguardanti la concezione della moneta come fattispecie giuridica, poggino invece su logica formale ma non sostanziale, e quindi inefficace al punto che gli fece perdere la causa (cfr. la "Comparsa di costituzione e risposta" del tribunale civile di Roma contro Giacinto Auriti del 20 settembre 1994).
Credo che Auriti ebbe coraggio nel mettersi contro il sistema bancocentrico ma che non ebbe il coraggio ulteriore di vedere che tale sistema fu voluto fortemente dallo Stato, il quale consolidò tale sistema mediante decreti legge che dal 28 Aprile 1910 al 12 marzo 1936 concessero di fatto alla BCI il monopolio di emissione dei soldi, grave errore.
Credo altresì che i problemi odierni del nostro Paese possano essere risolti solo con la rimozione di questo errore, e che tale risoluzione esiga ulteriore coraggio conoscitivo dei fatti reali, coraggio che non vedo ancora affacciarsi da alcuna parte sia nella coscienza della classe politica, sia in quella degli ignari cittadini che la eleggono.

Oggi bisognerebbe contrapporre per esempio al sito "bastaeuro" il sito "bastamonopolio", perché il vero problema monetario che distrugge il futuro di tutti è l'anacronismo di un monopolio che principia dal primo secolo dopo Cristo e che di volta in volta è legalizzato dallo Stato ma, fino a prova contraria, mai fu legittimato da alcun nativo della nazione italiana.


Nereo Villa Castell'Arquato, sabato di Pasqua 2014

 

 

 

Giacinto Auriti attribuisce alla moneta la fattispecie giuridica, e questo è un errore.

Spiego il perché.

Auriti dice che la moneta non è
“solamente la misura del valore, ma anche il valore della misura” (G. Auriti, “Il paese dell’utopia”, Ed. Tabula fati, Chieti, 2002, pag. 19) in quanto secondo lui l’unità di misura (“ogni unità di misura”) “ha necessariamente la qualità corrispondente a ciò che deve misurare” (ibid.).

Da questo presupposto egli evince poi il seguente sillogismo:
“poiché ogni unità di misura è una convenzione ed ogni convenzione è una fattispecie giuridica, la moneta è una fattispecie giuridica”.

Il sillogismo è però sbagliato come il suo presupposto: ad una osservazione meno superficiale delle unità di misura, risulta che non vi è alcuna intrinseca necessità qualitativa fra l’oggetto misurabile e lo strumento di misura.

Infatti sostenendo che le unità di misura abbiano
“necessariamente” le qualità corrispondenti a ciò che devono misurare, il presupposto di Auriti afferma che tali “qualità corrispondenti” NON siano intrinseche alle unità di misura, dato che se fossero intrinseche a tali unità di misura, non avrebbero bisogno di essere “corrispondenti” a queste.

L’orologio per esempio, pur misurando il tempo, non ha intrinsecamente in sé la qualità del tempo: le sue lancette indicano semplicemente uno spazio percorso, a cui NOI attribuiamo del tempo trascorso. Il tempo trascorso è dunque
“qualità corrispondente” allo spazio percorso dalle lancette, solo perché gliela attribuiamo NOI.

Che noi attribuiamo del tempo allo spazio non significa però che lo spazio ed il tempo abbiano intrinsecamente le stesse qualità. Se le avessero non avremmo bisogno delle
“qualità corrispondenti” che attribuiamo loro. Quindi l’unità di misura non ha necessariamente in sé la qualità corrispondente a ciò che deve misurare. O meglio ce l’ha solo perché siamo noi ad attribuirvela.

Per fare un altro esempio, ogni volta che con la nostra auto andiamo al distributore, l’erogatore “sfarfalla” carburante secondo un dispositivo calcolato precedentemente in base al rapporto fra il tempo di “erogazione sfarfallante” e l’unità di misura “litro”. Però l’erogatore e l’unità di misura litro, non hanno intrinsecamente né necessariamente la qualità della liquidità che misurano.

Rispetto al misurante, l’elemento “qualitativo” del misurato, che Auriti chiama in un esempio
“lunghezza” (“qualità della lunghezza”), è già convenzione. Infatti la lunghezza non può esistere come “qualità” se non in ordine ad una convenzione. Senza una convenzione non può darsi alcuna lunghezza.

L’errore di Auriti consiste nel credere che la lunghezza sia spazio, o meglio, nel non accorgersi che la misura di una lunghezza non è spazio ma una necessaria relazione di pensiero: una misurazione, e quindi una lunghezza, non è lo spazio, ma una convenzione, astratta da una realtà che, in quanto tale, non è materia fisica, bensì una forma di pensiero.

 

Auriti afferma che “il metro ha la qualità della lunghezza perché misura la lunghezza” (ibid.). Così facendo parla della qualità della convenzione, perché “metro” e “lunghezza” non sono altro che qualità convenzionali.

Con simili affermazioni, se non si caratterizza in modo non convenzionale la “qualità della lunghezza” - e ciò mi sembra impossibile - si parla solo in modo antilogico o secondo tautologia astrattizzata e fuorviante.

Quindi anche l’equazione di Auriti fra “metro” e “moneta” è antilogica. Egli scrive:
“come il metro ha la qualità della lunghezza perché misura la lunghezza, la moneta ha la qualità del valore perché misura il valore” (ibid.).

L’assurdità di questa equazione appare in tutta la sua evidenza nella misura in cui si specificano essenzialmente i termini:
«Come la convenzione “metro” ha la qualità della convenzione “lunghezza” perché misura la convenzione “lunghezza”, la convenzione “moneta” ha la qualità della convenzione “valore” perché misura la convenzione “valore”» (ibid.).

A ciò Auriti aggiunge un’altra deduzione dicendo:
“Sicché la moneta non è solamente misura del valore, ma anche il valore della misura che è il potere d’acquisto”. Mi pare che anche questa deduzione sia antilogica. In ogni caso la logica di questo “sicché” resta, fino a prova contraria, oscura.

Il pensiero successivo è il sillogismo altrettanto oscuro che Auriti afferma:
“Poiché ogni unità di misura è una convenzione ed ogni convenzione è una fattispecie giuridica, la moneta è una fattispecie giuridica”.

A chi accetta come valido questo ragionamento, bisognerebbe chiedere allora se c’è nel mondo qualcosa che non sia fattispecie giuridica. “Fattispecie” significa letteralmente “appartenenza di fatto” (Vocabolario etimologico Pianigiani) ad una determinata specie di cose (ogni cosa che ha una forma appartiene di fatto ad un giudizio di pensiero circa la sua specie). Ora, se si crede che le cose che pensiamo siano, per il solo fatto che le pensiamo e le giudichiamo, siano tutte fattispecie giuridiche, si può dire in astratto che la moneta è fattispecie giuridica. Ma tale dire non rispecchia la realtà dei fatti, e cioè che l’ambito giuridico è un ambito diverso da quello mercatorio in cui la moneta è circolante. E se l’ambito giuridico è diverso da quello mercatorio, allora occorre correggere il tiro dicendo concretamente che la fattispecie della moneta non è quella giuridica ma mercatoria, o in generale, economica.

Distinguere è importante. E distinguere questi due ambiti lo possiamo fare solo attraverso un terzo ambito, quello del pensare autonomo, cioè di un atto interiore di libertà culturale.

 

Le fattispecie sono dunque perlomeno tre: giuridica, mercatoria, e culturale, e tutte e tre riguardano l’attività interiore dell’uomo.

In tal senso, ogni rapporto fra larghezza, lunghezza, e profondità delle cose, è SEMPRE un atto interiore che in generale confondiamo con la loro percezione, la cui forma, in realtà, è solo quella che si può pensare.

Il pensare umano però non è solo fattispecie giuridica come dimostra di credere Auriti con le seguenti parole conclusive del suo ragionamento:
“dunque la materia prima per fabbricare moneta è la medesima che serve a produrre fattispecie giuridiche: forma e realtà spirituale ossia simbolo e convenzione monetaria” (ibid.), il che mi ricorda tanto la celebre frase “Tu sei solo chiacchiere e distintivo!” pronunciate da Al Capone” (nel film “Gli intoccabili” di Brian De Palma).

Infatti la riduzione del pensare umano a fattispecie giuridica non è altro che subconscia riaffermazione di un anacronistico monopolio emissorio di tipo imperialistico e/o mafioso.

Occorre dunque accorgersi che Auriti sbaglia nell’attribuire alla moneta la fattispecie giuridica in quanto la fattispecie propria della moneta è quella economica (e/o mercatoria).

Da qui la necessità di rimuovere il monopolio dell’emissione monetaria concesso alle banche di emissione dallo Stato, che è la vera causa della crisi economica (monetaggio iniquo, o signoraggio, debito pubblico, ecc.).

Auriti ebbe il merito di denunciare la truffa dell’emissione di moneta creata dal nulla. Ora però è necessario continuare questa sua denuncia, aggiungendo quella dell’anacronistico monopolio emissorio, non degno di uno Stato democratico moderno, che dovrebbe occuparsi solo di diritto e non più di economia. Infatti il monopolio di emissione dei soldi è fattispecie… imperialistica (“Il periodo di primo sviluppo dei monopoli fu quello ellenistico, nel quale fu esercitato sull’olio, sul sale, sul papiro, sui prodotti della pesca, sulle miniere e sulle banche. Roma impose il suo primo monopolio sulla coniazione delle monete nel I secolo d.c.”; cfr.
Amministrazione Autonoma Monopoli di Stato)... Oggi però non c'è più l'imperatore... E non dovrebbe più esserci.

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commenti

Nereo 08/04/2015 18:30

All’animale sociale (che si firma Veritas ma è un cretino) sempre più animale e sempre meno sociale, che si straccia le vesti se qualcuno rileva che non tutto è convenzionale (e/o che qualcosa ha un modo non convenzionale di essere) bisognerebbe mostrargli la differenza fra ritmo e misura rilevata dal venerabile Beda. L’aritmetica non è convenzionale e ha un modo non convenzionale d’essere, in quanto, come dice la parola, proviene dal ritmo, non dalla misura. La convinzione che l’aritmetica sia convenzione proviene da confusione. Per fare chiarezza occorre distinguere fra due diversi ordini di cose: quello delle “unità di misura” e quello delle “unità aritmetiche”. Il primo è convenzionale, il secondo no. L’unità di misura è infatti pattuita a priori dall’uomo, come per esempio la lunghezza del metro, la capienza di un litro o il peso di un chilo, ecc., mentre la seconda non è pattuita dall’uomo e non ne ha bisogno. L’ordine delle unità di misura dipende dall’ordine aritmetico, non viceversa. A ben vedere, quest’ultimo è propriamente una inosservata tautologia in quanto il concetto di “aritmetica” porta già in sé quello di “ordine”: da “arithmòs”, “numero” e propriamente “collegamento, disposizione, ordine” (O. Pianigiani. Vocabolario Etimologico, Ed. Melita).
Pertanto, distinguendo tra “unità di misura” e “unità aritmetica” si può dire per esempio che il metro “non è che una certa lunghezza scelta per delle ragioni estranee all’aritmetica, e alla quale si fa corrispondere il numero “1” al fine di poter misurare per mezzo di essa tutte le altre lunghezze” (R. Guénon, “La metafisica del numero - Principi del calcolo infinitesimale”, Ed. Arktos). Invece il numero “1” (o l’unità aritmetica “1”) non è l’unità di misura “1”, e non va confusa con questa. Il metro, il litro, il minuto, l’ora, il giorno, i sistemi di calcolo sessagesimale, binario, ottale, decimale, ecc., sono sistemi convenzionali che si servono del principio non convenzionale dell’unità aritmetica.
Certo è difficile far comprendere questa differenza a «matematici che si immaginano volentieri che tutta la loro scienza non è e non dev’essere nient’altro che una “costruzione dello spirito umano”, cosa che, se bisognasse credere a loro, la ridurrebbe certo a non essere in verità che ben poca cosa!» (ibid.).
Invece secondo le chiacchiere e il distintivo (di statalista intoccabile come dal film “Gli intoccabili” di Brian De Palma) di questo nuovo Caifa, le convenzioni sarebbero invece necessità, necessità spirituali. Certamente necessitiamo tutti di convenzioni ma solo nella misura in cui le convenzioni siano convenienti per tutti. Solo così tutti possiamo CONVENIRE CONVENIENTEMENTE alle CONVENZIONI. Quando però le convenzioni sono convenienti solo per una parte di uomini e non per tutti gli uomini, significa che non sono più necessarie in quanto anacronistiche o inique, e che quindi vanno rimosse e cambiate, come del resto avviene per ogni altra cosa in via di evoluzione. Saremmo veramente solo chiacchiere e distintivo se volessimo negare ciò, assolutizzando la necessità della convenzione nella misura in cui essa è spirituale.
Bisognerebbe allora chiedersi: oltre al vomito, c’è qualcosa che esca dalla bocca dell’uomo che non sia spirituale?
In quanto rappresentazione concettuale, ogni parola è spirituale (l’onda meccanica della parola pronunciata evoca rappresentazioni concettuali, non fa scaturire cose materiali), quindi tutto ciò che esce dalla bocca dell’uomo sano è immateriale, cioè spirituale.
A questo punto occorre però stabilire il livello etico di tutte queste spiritualità. L’assolutizzatore del bisogno della convenzione afferma con grande forza (e con grandi invettive contro chi osa pensare il contrario) che il valore è attività spirituale, che il tempo è sostanza coscienziale e che la coscienza è attività-manifestazione spirituale. Per lui lo spirituale è sinonimo di etico.
Per lo scienziato dello spirito non è così, dato che tutto quanto è immateriale è spirituale, e mediante discernimento degli spiriti si può distinguere ciò che è etico da ciò che non è etico. Se il valore fosse attività spirituale a chi e a cosa sarebbe necessaria una banconota di grande valore in un’isola deserta? A nessuno. Ciò significa che il valore delle cose non è di per sé un’attività, né un’attività spirituale. Il valore può sussistere solo in quanto correlazione fra una cosa e un’altra. Un bicchiere d’acqua in quell’isola deserta dell’esempio ha maggiore valore di quella banconota, dato che non posso dissetarmi con essa. E cos’è la correlazione? È il mio rapporto fra mondo interiore e mondo esterno. Chi considera tutto come spirituale e/o etico
non distinguendo fra mondo interiore e mondo esterno è portato a considerare tutto di per sé giustificato come buono e giusto nella convenzione, intesa come bisogno spirituale. È semplicemente ammalato di potere proprio perché non può vedere altro che il suo dogmatismo. Non vede che il mondo esteriore è fatto di colori, suoni, sensazioni, ecc. di ogni cosa percepibile. Il mondo interiore è invece costituito dal contenuto rappresentativo di ogni possibile percezione esterna (ed interna, dato che ognuno può percepire non solo cose esterne ma anche interne come l’io, sentimenti di paura, vergogna, ecc.).
Giudicando che lo spirituale sia tutto buono e giusto solo per il fatto di essere spirituale, cioè immateriale, attribuisce allo spirito il bene e nello stesso modo acritico il male al pensare umano, che crede astratto, senza alcun contenuto concreto, e quindi di poco valore. Egli “non ha mai compreso chiaramente che cosa sia la percezione senza il concetto” (R. Steiner, “La scienza della libertà” cap. 5° de “La filosofia della libertà”).
Tutto il mondo della percezione, quale semplice posizione nello spazio e successione nel tempo, ci appare come «un AGGREGATO DI SINGOLE COSE SENZA NESSO: nessuna delle cose che entrano o escono dalla scena, ha a che fare con l’altra, il mondo è una molteplicità di oggetti di uguale valore, nessuno dei quali ha una parte più importante dell’altro nel congegno del mondo. Per capire che questo o quel fatto ha maggiore importanza degli altri, dobbiamo interrogare il nostro pensare. Se questo non funziona, l’organo rudimentale del corpo di un animale, che non ha importanza per la sua vita, ci appare dello stesso valore dell’organo che ha la più grande importanza. I singoli fatti acquistano importanza per sé e per le altre parti del mondo, solo se il pensare tira le sue fila da essere ad essere. L’attività del pensare è quindi un’attività piena di contenuto. Perché solo grazie a un contenuto ben determinato e concreto posso sapere perché la chiocciola si trovi sopra un gradino di organizzazione più basso del leone. La sola vista, la sola percezione non mi da’ alcun contenuto che possa ammaestrarmi riguardo alla perfezione maggiore o minore di un organismo. Questo contenuto è portato verso la percezione dal pensare, che lo attinge al mondo dei concetti e delle idee. In contrapposizione al contenuto della percezione che ci è dato dall’esterno, il contenuto del pensare appare nell’interno” (ibid.).
Dunque ai deficienti di pensare (auritiani o no) bisognerebbe davvero dire “Sei solo chiacchiere e distintivo!”.
http://dai.ly/x2lj74e

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  • : Musicista, scrittore, studioso di ebraico e dell'opera omnia di Rudolf Steiner dal 1970 ca., in particolare de "La filosofia della Libertà" e "I punti essenziali della questione sociale" l'autore di questo blog si occupa prevalentemente della divulgazione dell'idea della triarticolazione sociale. http://digilander.libero.it/VNereo/
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