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20 febbraio 2012 1 20 /02 /febbraio /2012 09:34

rapporto-sulla-fede.jpgContinuum dalla parte 1ª

 

4. La Verità non è dell’uomo

 

Ci rimane da fare un’ultima considerazione sul modo in cui Ratzinger concepisce la verità.

 

“La verità è l’elemento fondamentale della vita dell’uomo” (p. 18). E precisa: “La verità può essere solo trovata, ma non prodotta”(p. 62).

 

Simili formule non sono soltanto delle evidenze ingenue. Esse sono delle prese di posizione attuali su questioni difficili. Prendiamo in considerazione almeno due di queste questioni a causa della loro importanza quanto all’idea stessa di ortodossia.

 

Si tratta innanzitutto del rapporto tra ortoprassi e ortodossia. Il cardinale prefetto denuncia con rigore ciò che gli pare eretico: “Ciò che conta oggi sarebbe l’ortoprassi, cioè il “comportarsi bene”, l’”amare il prossimo”. Sarebbe invece secondaria, se non alienante, la preoccupazione per l’ortodossia e, cioè, il credere in modo giusto, secondo il senso vero della Scrittura letta all’interno della tradizione viva della chiesa. ‘Slogan’ facile perché superficiale [...]” (p. ‘9). Per il cardinale è del tutto evidente che un’azione retta suppone un pensiero retto. E questo pensiero retto è la Verità con la maiuscola che è “riconosciIbile, esprimibile e, entro certi limiti, anche definibile in modo preciso” (p. 20).

 

La Verità è divina. È stata l’oggetto, da parte di Dio, di una rivelazione, affidata alla chiesa.IN NESSUN MODO IL CARDINALE RITIENE CHE QUESTA RIVELAZIONE È AVVENUTA IN UNA STORIA, attraverso cioè un insieme di pratiche, in particolare quelle di Gesù, portatrici di un significato inaudito.TUTTO ACCADE COME SE, PER LUI, LA VERITÀ DOVESSE ESSERE DETTA PRIMA DI ESSERE VISSUTA, E NON IL CONTRARIO, A DISPETTO DI TUTTA L’ESPERIENZA BIBLICA [questa visione di Ratzinger evoca un Gesù che prima di fare qualcosa va a sbirciare sui vangeli come la deve fare, anche se i vangeli sono scritti dopo la crocifissione di Gesù. Non siamo dunque qui ancora in un vero clima manicomiale? - ndc].

 

In secondo luogo si tratta dell’accesso dei soggetti credenti di oggi alla verità, o meglio alla Parola di Dio. Così, a proposito della credenza nell’esistenza personale di Satana, Ratzinger fa notare che “si da’ per scontato che queste forme di pensiero non sono più compatibili con la nostra immagine del mondo [...] ciò che si considera incomprensibile per l’uomo medio di oggi viene cancellato”(p. 150).

 

Certo la cultura moderna non è il criterio ultimo. Ma partendo da questa evidenza, Ratzinger ignora le condizioni soggettive della conoscenza della verità. Come se bastasse che la Verità sia “in sé” perché sia vera “per noi” [È evidente che qui domina l’’a-priori kantiano, dunque il fondamento filosofico della DODI&C, la Compagnia Dove Ogni Deficiente Impera - ndc].

 

Ritroviamo così ancora una volta le stesse prospettive, che tendono a confortare la nostra ipotesi, già notata a proposito di Maria e a proposito della chiesa. La Verità viene concepita come divina, tale da toccare episodicamente la terra degli uomini, senza alcuna compromissione con essi.

 

L’ortodossia quindi va anch’essa intesa come una specie di ipostasi, non storica, affidata alla chiesa, soggetto della fede autentica e, all’interno della chiesa, affidata in modo particolare alla Congregazione per la dottrina della Fede. Essa non ha alcun reale rapporto con la storia, neanche con quella dei credenti, neanche con quella dei testimoni, in particolare del testimone privilegiato che fu l’uomo Gesù. L’appropriazione progressiva della Parola di Dio non ha alcun significato teologico. Perché la verità non è da produrre, ma semplicemente da ricevere e da custodire come deposito (traduzione dal francese di Pietro Crespi).

 

***

 

Nereo Villa, Cap. 2° de “Il sacro simbolo dell’arcobaleno. Numerologia biblica sulla Reincarnazione”, SeaR Edizioni, Reggio Emilia, aprile 1998.

 

Il riconoscimento dell’io

 

“Solitamente non si da’ l’importanza dovuta ai nomi delle cose e delle persone, eppure essi, specialmente nel contesto biblico, hanno un preciso significato la cui conoscenza permetterebbe la comprensione di parte di molti misteri.

 

Vediamo per esempio il nome di Giona.

 

Il nome di Giona è, nel Nuovo Testamento, il “cognome” di Pietro, colui che doveva principiare la serie dei vescovi romani, “Simon bar Jonah”, cioè “Simone, figlio di Giona”.

 

L’uomo del primato della Chiesa e la storia del profeta Giona hanno pertanto qualcosa in comune.

 

Sappiamo dai Vangeli, che Simone, figlio di Giona, era un pescatore e che quindi aveva a che fare con i pesci, e sappiamo anche che il soprannome datogli da Gesù, era “roccia”, vale a dire “Pietro”, cioè “Cefa” (Giovanni 1,42). Questa parola ricorda il nome di un pesce dalla grande testa, il cefalo, così che anche il concetto di “testa” diventa ora un importante elemento.

 

Le parole testa, capo, derivano etimologicamente dall’aramaico “kefa”, dal greco “kepha” e dal sanscrito “kapalas”, che vuol dire vaso, cranio, teschio, guscio.

 

Ora, la definizione apostolica “Pietro” proviene da antiche sedi di dottrine segrete religioso-politiche, dette “Misteri”, presiedute dallo ierofante, o gran sacerdote, che aveva il titolo caldeo di “patar”, “pietro”, cioè interprete, vaticinatore, colui che spiegava presagi e oracoli, costruendo così un “ponte” per il passaggio dal mondo materiale a quello spirituale. Il senso di “Pontefice”, letteralmente “facitore di ponti”, comportava tale funzione.Si tratta di quello stesso titolo che Augusto, dopo aver fatto in modo che si raccogliessero e si spedissero a Roma ogni specie di opere d’arte e di testimonianze delle antiche civiltà magiche e misteriche dei popoli conquistati, volle per sé, come carica di Pontefice Massimo. Il suo intento era infatti quello di edificare in Roma la massima sede di misteri, un Pantheon, un centro religioso universale, in cui tutte le divinità del mondo avrebbero dovuto avere il loro tempio e il loro culto, preparando così il momento in cui si sarebbe proclamato Sommo Sacerdote, non solo di Roma, ma del mondo intero.

Formule come “Roma caput mundi” o la benedizione apostolica “Urbi et Orbi”, hanno, in tale contesto storico, il loro fondamento e ciò vale anche per la sede romana del “Vaticano”, parola proveniente da Vate, il vaticinatore o interprete del mondo spirituale e dei suoi presagi, appunto, i “vaticinia”.

 

L’istituzione del Pantheon e del culto cesaréo romano venivano così incontro alla grande attesa del Messia, vibrante allora in tutti i popoli. Ben presto, infatti, si cominciò a venerare Augusto come un dio, secondo l’usanza del mondo antico nei confronti dei suoi sovrani. Augusto veniva magnificato come l’Unico, il Messia inviato da Dio. In molti luoghi vennero innalzati templi, con iscrizioni “QUALI CI SONO CONSERVATE IN ALICARNASSO E PRIENE: AL DIVINO AUGUSTO - DIO VI HA INVIATO IL REDENTORE - TERRA E MARE GIOISCONO DELLA PACE - NON VI SARÀ ALCUNO PIÙ GRANDE DI LUI - SI È COMPIUTO L’EVANGELO DELLA NASCITA DEL DIO” (E. Bock, “Cesari e Apostoli”, Ed. Bocca, pag. 120)

 

La parola “messia”, in ebraico “mashiach”, in greco “christòs”, è un termine teologico, che designa una persona consacrata tramite unzione di olio, rituale della consacrazione del re d’Israele. Il titolo di messia, che resta in tal modo intrecciato al concetto di regalità, viene però a significare, con Gesù di Nazareth, un regno che non è “di questo mondo” (Giovanni, 18,36), bensì qualcosa che si instaura dentro l’uomo (Luca, 17,21) grazie al “Figlio dell’Uomo”, altro termine tecnico che riguarda propriamente l’io umano (Urs von Balthasar, “Sponsa verbi”, Ed. Jacabook, p. 480).

 

A questo punto del libro avevo messo in nota quanto segue: “Il Figlio dell’uomo, in quanto “io”, non nasce da carne e sangue, bensì dall’elemento spirituale dell’umanità la cui natura è tale che muove in sé la possibilità della scoperta dell’io. Il bambino, a un certo punto della sua infanzia dice “io” a se stesso. Si tratta della vera e propria nascita verginale del Figlio dell’uomo da parte della natura umana e ciò era anche il senso della nascita del Cristo in quanto involucro (sinderesi) dell’”io sono” nell’uomo. Vi è un rapporto di equivalenza fra la storia dell’individuo e quella dell’umanità. Infatti, tanto nell’infanzia dell’umanità quanto in quella del bambino si passa dalla consapevolezza di sé in terza persona a quella in prima persona. Troviamo testimonianza di ciò nei più antichi testi. Citiamo per esempio il ringraziamento del faraone Azoze (V dinastia, circa 2900 a.C.) al suo vizirSepses-rie. Il faraone parla di se stesso sempre in terza persona singolare come gli infanti quando, prima di scoprire la parola “io”, indicano se stessi servendosi del proprio nome: “La mia maestà ha visto questo scritto che mi hai fatto portare nella corte, in questo bel giorno in cui è veramente rallegrato il cuore di Azoze con ciò che veramente ama. La mia maestà ama assai vedere questo tuo scritto: tu sei davvero colui che sa dire ciò che assai ama la mia maestà e davvero il tuo dire si conviene assai a me. Appunto la mia maestà sa che ami dire tutto ciò che è amato dalla mia maestà. O Sepes-rie, ti dico un milione di volte: ‘Amato dal suo signore! Elogiato dal suo signore! Diletto del suo signore! Depositario dei segreti del suo signore!’ Ho appunto conosciuto che Rie mi ama, perchéha dato te a me. Quanto è vero che Azoze vive all’infinito, se chiederai subito per lettera alla mia maestà una ricompensa qualsiasi, la mia maestà la farà dare subito.” (G. Farina, “Grammatica della lingua egiziana antica”, Ed. Hoepli, pag. 183 e 184). Anche nei Vangeli si possono trovare tracce di questo modo antico di indicare l’io:L’ANIMA MIA MAGNIFICA IL SIGNORE E IL MIO SPIRITO ESULTA IN DIO, MIO SALVATORE....” (Luca, 1,46).

 

Cfr. il video “Patrizio Borlenghi MAGNIFICAT 2011”.

 

 La mancata conoscenza di questo sviluppo storico dell’autocoscienza - da parte delle confessioni religiose, preposte a promuovere in senso paolino la capacità dell’io (impulso cristico) di superare i condizionamenti dell’ego (“Non io ma il Cristo in me”: vedi la lettera di Paolo ai Galati, II°cap., versetto 20) - comporta (aggiungo: purtroppo) la nascita della psicanalisi, tentativo di oggettivazione dell’io ai fini della sua individuazione ed evoluzione” (nota 5, cap. 2° de “Il sacro simbolo…”, cit.).

 

A questo proposito [cioè a proposito del concetto “messia” - ndc], è interessante notare che le parole “mashiach”, (messia), e “nachash”, che significa “serpente”, sono imparentate, in quanto - e lo vedremo più avanti - hanno il medesimo valore numerico. Ciò spiegherebbe il simbolismo del serpente, usato da Gesù per indicare la direzione verso l’alto che l’egoità doveva prendere, al fine di conquistare fiducia nella propria eternità: “...come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo...”(Giovanni, 3,14). Pertanto era necessario che tale innalzamento arrivasse fino al riconoscimento del nuovo impulso che l’umanità incominciava ad avvertire nel capo umano. È infatti proprio la testa dell’uomo, il capo, che in questo periodo si innalza a sede di una coscienza individuale, libera e illuminata dal pensiero.

 

“SU QUESTA PIETRA IO COSTRUIRÒ LA MIA CHIESA...” dice Gesù e questa frase è stata usata nei secoli per giustificare un “Vicariato di Cristo”, una “Istituzione di Cristo”, ma a nostro avviso occorrerebbe un ulteriore approfondimento di tali parole messianiche.

Se prendiamo i versetti precedenti quello accennato, ce ne accorgiamo presto: “...Voi chi dite che io sia?. Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E Gesù: Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa...”(Matteo, 16, 15-18).

 

E qui non si dovrebbe trascurare un importante passaggio. GESÙ VUOLE EDIFICARE LA CHIESA SUL FATTO CHE UN UOMO (PIETRO) RICONOSCE IN UN ALTRO UOMO (GESÙ DI NAZARET) IL “CRISTO”, E PONE TALE RICONOSCIMENTO COME PIETRA DI FONDAMENTO, cioè quell’aurea pietra detta filosofale, capace di illuminare e liberare nell’uomo la “crisalide” dell’io superiore: in greco le parole “oro”, “crisalide” e “Cristo” (“chrysós”, “chrysallis” e “Christós”), risuonano fra loro, quasi a voler indicare l’elevazione da terra di un altro animale strisciante, il bruco, che si trasforma in farfalla, librandosi in un elemento superiore. Si tratta quindi del riconoscimento dell’Io cristico nell’uomo e AVREBBE DOVUTO ESSERE QUEL RICONOSCIMENTO A COSTITUIRE L’EDIFICAZIONE DELLA SUA CHIESA. Chiesa non certo intesa come mera istituzione del Cristo ma come organismo di testimonianze ogni volta rinnovabili. In quell’occasione, Gesù dice, prima della definizione - apostolica - “Pietro”: “Beato te, Simone, figlio di Giona...”, che letteralmente equivale - come si vedrà più avanti - a “figlio della colomba”, simbolicamente a “figlio dello Spirito Santo”, cioè di uno spirito capace di conferire all’autocoscienza chiarezza di pensiero, verità e libertà, che “né la carne né il sangue” possono conferire.

 

Oggi, 2012, la situazione della chiesa cattolica, proprio in base al dogmatismo che si è sostituito alla sindéresi dell’uomo, cioè al suo autonomo discernimento, è diventata paradossalmente una specie di aporema vivente: “da una parte la chiesa sostiene che sia il Cristo, sia l’evento del Golgota costituiscono delle realtà spirituali oggettive, dall’altra sostiene la convinzione in base alla quale l’azione redentrice del Cristo può raggiungere l’uomo solo per il tramite della chiesa, una chiesa che continua ad esistere ininterrottamente nel mondo sensibile attraverso la “successione apostolica” dagli apostoli fino ai sacerdoti consacrati ai giorni nostri” (P. Archiati in Rudolf Steiner, “Il bene c’è per tutti. La ‘redenzione’ vista in chiave moderna”, ArchiatiVerlag e. K., Memmingen, 2007).

 

Oltretutto proprio dai vangeli risulta che la cosiddetta “successione apostolica” poggia su fondamenta simili a quelle dell’euro, costruito come edificio europeo a partire... dal tetto, dunque poggiante su una vera e propria allucinazione, che tutti devono forzosamente credere come cosa buona e giusta.

 

Ovviamente, la chiesa cattolica conosce questo suo aporema vivente. È per questo motivo che essa in fondo non vuole che i vangeli siano conosciuti dai profani, poiché teme che si arriverebbe  a comprendere che attraverso essi si può giungere solamente all’allucinazione della “successione apostolica”, ma non alla conoscenza storica di Cristo.

 

Ogni uomo d’oggi, anche se non tiene più in considerazione come nei tempi antichi la propria genealogia, può sapere il nome del padre di suo padre. È una cosa ovvia conoscere il nome del proprio nonno paterno. Questo è ovvio per il più comune e sconosciuto degli uomini. E sarebbe qualcosa di allucinante sostenere che il nostro nonno paterno possa essere doppio, cioè che vi possano essere due nonni paterni.

 

Eppure ciò è sostenuto dalle genealogie che i vangeli di Matteo e di Luca tramandano di Gesù di Nazareth: per la tradizione di Matteo, il nonno paterno di Gesù è Giacobbe; per la tradizione di Luca è invece Eli. Giacobbe ed Eli sono ambedue il padre di Giuseppe? Come mai questa allucinazione viene tramandata dai vangeli? Eppure gli scrittori dei vangeli erano ebrei egli ebrei, come è notorio, dettero sempre una straordinaria importanza alla progenie. Questa importanza del sangue, delle generazioni, delle genealogie è confermata in tutto il vecchio testamento. Come mai proprio il nuovo testamento incomincia con l’assurdità delle due non concordanti genealogie di Gesù?

 

È davanti a scogli come questi che il teologo di oggi, per quanto riguarda la conoscenza storica del Cristo, si appella alla fede. Ma è una fede strana: quella che di fronte alla contraddizione da risolvere si comporta come se la risoluzione fosse data solo per il motivo di crederlo. Tanto valeva omettere le genealogie nei vangeli di Matteo e di Luca. Per quale motivo gli scrittori di quei vangeli avrebbero dovuto porre quelle due diverse se la loro diversità avesse dovuto far sorgere una fede che crede nonostante esse? No, qui si dovrebbe dire: credo che gli scrittori dei vangeli di Matteo e di Luca abbiano voluto trasmettere, tramite due differenti genealogie di Gesù, qualche cosa di molto importante e di misterioso, che riguarda la conoscenza storica di Gesù.

 

La mia fede nella forza spirituale che ispirò quegli scrittori mi spinge a credere che le due genealogie non siano una svista  dello Spirito Santo sulla quale sia ammissibile sorvolare per fede nel Figlio o nel Padre. Quelle due genealogie sono poste lì per illuminarmi su qualcosa, e questo qualcosa è un evento cosmico, un fatto che avviene teoricamente ogni 26 mila anni, che è il periodo delle precessione degli equinozi, iniziato 2000 anni fa, quando i segni dello zodiaco coincidevano con le costellazioni dello zodiaco.

 

La vergine Maria, che per Ratzinger è sinonimo di chiesa tanto incontaminata quanto astrattamente celeste, è dunque quella che sta nelle altezze delle costellazioni celesti. Ma questo mai lo dirà il papa col suo vaticano, nato dal vaticinio, e oggi assurdamente rivolto contro astri ed astrologia. Eppure nella costellazione della Vergine, nasce il Figlio dell’uomo, cioè l’io. In altre parole, questa nascita è celeste o verginale o spirituale perché l’io umano non nasce "da carne e sangue", e non ha problemi di imene… Nasce dallo spirito della vergine umanità, che accoglie l’"Io sono", il "Nome dei Nomi" (Giovanni, 1,12-13).

 

“Ulteriore conferma che la Vergine da cui nasce Gesù di Nazaret sarebbe da intendersi come fenomeno cosmico (non quindi in senso anatomico), provengono proprio dal... cielo: ‘Ogni anno, il 25 dicembre, a mezzanotte, appare all’orizzonte la costellazione della Vergine, ed è questo il motivo per cui è detto che Gesù è nato dalla Vergine. All’opposto appaiono i Pesci, e nel Medio Cielo si può vedere la splendida costellazione di Orione, con al centro l’allineamento delle tre stelle che, secondo la tradizione popolare, rappresentano i tre Re Magi". (O. M. Aïvanhov, "Natale e Pasqua nella tradizione iniziatica", Ed. Prosveta, p. 12); ‘...nella notte fra il 24 e il 25 dicembre, il Sole comincia l’ascensione da sud a nord e poiché esso è la ‘Luce del Mondo’ una buona parte dell’umanità sarebbe inevitabilmente sterminata dal freddo e dalla fame se restasse a sud. E’ quindi per noi una grande gioia il fatto che cambia direzione e inizia la risalita verso nord. Per questo viene salutato con il nome di ‘Salvatore’, colui che viene a ‘salvare il mondo’ dandogli il ‘pane di vita’, facendo crescere il grano e la vite. Di conseguenza, ‘da’ la sua vita’ nel momento in cui attraversa la ‘croce’ dell’equinozio di primavera, quando si eleva (ascensione) nei cieli boreali. Durante la notte in cui il Sole comincia a dirigersi verso nord, il segno zodiacale della Vergine, ‘Regina del Cielo’, sorge a mezzanotte all’orizzonte orientale, nel linguaggio astrologico si trova ‘all’ascendente’. In questa maniera il Sole ‘nasce da una Vergine’, senza altro intermediario, quindi con una ‘concezione immacolata’” (M. Heindel, "Il cielo sopra Natale", Ed. Jupiter, p. 8, in cap. 11° de "Il sacro simbolo dell’arcobaleno", cit.).

 

La risposta che in genere si da' in merito alle due sballate genealogie di Gesù si basa sull’esigenza di differenziare fra la legalità della successione dinastica (basata sulla legge del levirato, narrata in Deuteronomio 25,5) e la discendenza naturale.

 

 Ma tale esigenza è - fino a prova del contrario - insufficiente e di conseguenzanon convincente, dato che non risponde al perché gli scrittori dei Vangeli, che erano pur sempre ebrei (e che gli ebrei, ripeto, dettero sempre una straordinaria importanza alla progenie, com’è confermato in tutto il “Vecchio Testamento”: “Tizio figlio di Caio… figlio di…, di... ecc.”), abbiano fatto iniziare il “NUOVO TESTAMENTO” secondo leggi del “VECCHIO TESTAMENTO”, che il “NUOVO TESTAMENTO” avrebbe dovuto superare.

 

In altre parole resta da chiedersi: come mai il NUOVO incomincia con l’“assurdità” delle due genealogie diverse di Gesù di Nazaret giustificate legalmente in base al "VECCHIO TESTAMENTO", e non anche legittimamente in base alla ragione umana?

 

La risposta a questa domanda non può che essere un avvertimento, un segnale, qualcosa che fin dall'inizio mette in guardia, come se si volesse dire press’a poco così:

 

“Guardate che non si tratta solo di trasmettere contenuti di fede o indottrinamenti. Trasmettete anzi solo ciò a cui giungete da interno riconoscimento, dato che sulla pietra di QUESTO riconoscimento poggia la mia chiesa, cioè sulla pietra del riconoscimento di Dio nel prossimo da parte di ogni essere umano. Questo conta più di ogni tradizione e di ogni testo della tradizione, compreso il vangelo, che è sì, anche un certificato di tradizione ma di livello diverso da quella precedente… Trasmettete voi stessi come pietre viventi… non dottrine, non dogmi. TRASMETTETE VOI STESSI COME MESSAGGIO DI CARNE, NON DI CARTE BUROCRATICHE ”. Ecco perché in ebraico i termini "CARNE”  e "MESSAGGIO" hanno la medesima radice "BSR" (lettere bet, shin, e resh).

 

messaggio-carne

  monti-e-papa.jpg

 

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commenti

visit the site 03/14/2014 12:12

I would very much like to agree with you that truth is not at all human. There is far better things that a human can do than seek the truth, because truth is not always glorious and saviour. Thanks for sharing the details of the gospels here.

Nereo Villa 03/15/2014 10:18

Creditable to you of the message. My reasonings are however spiritual scientific, not fideistic: "It is senseless to look for any common element in the separate entities of the world other than the ideal content that thinking offers us. All attempts to find a unity in the world other than this internally coherent ideal content, which we gain by a thoughtful contemplation of our percepts, are bound to fail. Neither a humanly personal God, nor force, nor matter, nor the blind will (Schopenhauer), can be valid for us as a universal world unity. All these entities belong only to limited spheres of our observation" (Rudolf Steiner, "The Philosophy of Freedom", 5 - The Act of Knowing the World; http://pvtridvs.net/pool/miscbooks/Rudolf_Steiner_-_The_Philosophy_Of_Freedom_v1.5.pdf). A brotherly regard. Nereo Villa

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