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30 agosto 2013 5 30 /08 /agosto /2013 11:23

Ovvero: la filosofia che fraintende se stessa

Grazie alla scuola di Archiagottlieb, oggi l’antroposofia di Steiner si è trasformata in “ingannosofia” vale a dire nella filosofia di chi crede che la percezione sia un inganno da superare.

Questa filosofia parte dall’opinione che il mondo delle rappresentazioni sia dominato dalle leggi dello spirito, ed i suoi portatori, gli “ingannosofia”, sono convinti che tutto quanto arriva loro da fuori è solo un inganno, o una maya, in quanto riflesso soggettivo.

Secondo gli “ingannosofi” la parvenza delle cose nascerebbe dal fatto che le cose producono su di loro impressioni che essi connetterebbero secondo leggi del loro intelletto e della loro ragione.

Della possibilità che l’essenza delle cose possa parlare loro attraverso la loro ragione, essi non hanno la più pallida idea, e neanche la vorrebbero. Per questo motivo l’“ingannosofo” può essere caratterizzato con ragione come il prototipo degli sprovveduti gnoseologici.

Il suo errore fondamentale consiste nel pretendere di considerare come oggetto la facoltà soggettiva di conoscenza, distinguendo acutamente ma ingiustamente IL PUNTO DOVE SOGGETTIVO E OGGETTIVO S’INCONTRANO.

QUAL È QUESTO PUNTO?

Soggettivo e oggettivo s’incontrano quando si anela ad unire in un’unica essenza le cose del mondo, e questo vale per ognuno a partire dalla propria interiore attività. In tal caso perciò il contrasto tra soggettivo e oggettivo termina nella realtà unificata.

Per l’“ingannosofo” non è così, in quanto egli è a priori convinto che, anche osservando le cose del mondo, non si potrà mai pervenire alla loro realtà essenziale, quindi manco ci prova, convinto com’è, che un’opinione sulla loro essenza non può esistere, e che può essere invece osservato solo il come le cose appaiono a lui. In tal modo però egli palesa un modo alquanto subordinato di rapportarsi al mondo.

Eppure una conoscenza della relazione tra soggetto e oggetto, corrispondente al nostro rapporto con le cose che vogliamo conoscere non è così impossibile. Diventa piuttosto impossibile solo quando non si riesce a far fuori un secolare pregiudizio culturale: la convinzione che la soggettiva facoltà di rappresentarci le cose sia un’invalicabile barriera che ci separa tanto dalla nostra essenziale realtà quanto da quella della cosa.

Nel loro acutissimo ma erroneo pensare gli “ingannosofi” procedendo ancora kantianamente nella convinzione fichtiana di avere superato Kant è come se dicessero: “Noi sappiamo che il rappresentare non ci è dato dalla realtà oggettiva! È piuttosto il rappresentare soggettivo a darci, non la realtà essenziale come NOUMENO, bensì l’illusione della realtà, cioè il FENOMENO. Accettare l’inganno come se fosse realtà è per noi accettare un dogma, il dogma dell’accettazione del mondo nella sua datità, assunta come dato empirico da collocare poi surrettiziamente come rispecchiabile sul piano gnoseologico. L’unica possibile nostra filosofia della libertà è dunque l’idealismo, dato che esso parte dall’idea dell’io e da ciò che essa comporta come attività creatrice e trasformativa dell’io”.

Con questo loro atteggiamento pseudorivoluzionario, gli “ingannosofi” pongono davvero un dogma estremo, quello dello Stato assolutamente etico: partendo dall’idea dell’io e tematizzando la non necessità di vivere schiacciati da dogmatismi imposti da individui, gruppi, istituzioni, ecc., Stato compreso, finiscono per sostenerne l’insuperabilità, motivando la “forma-Stato” sulla base di una sedicente evoluzione dell’io, intesa come scopo dell’agire umano nella storia, in coerenza con i princìpi di una filosofia della libertà in base alla quale sia sostituita ogni legge positiva (devi fare questo e quello…) con la relativa legge negativa (non devi fare questo e quello…) scientificamente finalizzata a proibire ogni non libertà.

È incredibilmente pazzesco ma è proprio così: l’“ingannosofo” cade nell’inganno da lui stesso tramato: in base alla sua rappresentazione di libertà dice “Basta” alle imposizioni! E credendo semanticamente che imporre proibizioni non significhi imporre ma solo proibire per lui l’unica cosa “imponibile” è la proibizione di tutto ciò che impedisce di essere liberi. Così, affannandosi nel predicare di sostituire per esempio l’imposta della “decima” - cioè la legge che imponeva al contadino di dare il dieci per cento del raccolto al suo signore o imperatore o dirigente territoriale - con la proibizione di tenere per sé più del novanta per cento del proprio raccolto o reddito, l’“ingannosofo” è convinto di salvaguardare così la sua libertà, in quanto egli può dire: “Io sono libero, se voglio, di dare più della decima al mio signore”, ed essendo libero di pagare più del dovuto, non si accorge della stupida ipocrisia che si nasconde in quella arzigogolata libertà, dato che pagare una tassa per via impositiva o per via proibitiva è sempre un privarsi del reddito proveniente dal sudore della propria fronte!

Ovviamente, qualora in un sistema legislativo si attuasse veramente questa stupida ipocrisia dell’“ingannosofo” si cadrebbe solo da un’antica padella a una “nuova” brace, o dal sistema antico della carota e del bastone ad un nuovo sistema in cui al posto del bastone ci sarebbe un bastono ricoperto dal guanto dell’ipocrisia, in una sorta di magnifico e sempreverde pugno di ferro in guanto di velluto…

Il tutto riconfigurerebbe così l’inattesa ricaduta nel dogmatismo, grazie ad una malintesa - cioè moraleggiante - finalità del compito dell’umanità: se il compito dell’uomo consiste nell’avvicinare sempre più l’uomo ad una condizione etica che renda superfluo il ricorso allo Stato e se tale compito è infinito, e dunque non giunge mai a determinazione concreta, allora non solo lo Stato non può mai essere superato, ma diventa esso stesso l’inatteso “noumeno” (o realtà essenziale o “cosa in sé”) che la prassi trasformatrice dell’io non può affatto rimuovere. È così in realtà che secoli fa pensava J. Gottlieb Fichte, e che oggi ancora pensa il suo ripetitore Archiagottlieb surrettiziamente forzando ogni pagina della filosofia della libertà di Steiner.

L’idealismo dell’“ingannosofo” si capovolge così, grazie al fraintendimento del compito dell’uomo, nel dogmatismo che egli voleva debellare. La terapia adottata diventa allora mortale esattamente come la malattia che si voleva curare.

Il fraintendere una cosa incomincia dal sopra accennato punto in cui il concetto di essa incontra la propria percezione.

L’“ingannosofo”, nel suo idealismo di base, non riesce minimamente a cogliere tale punto, convinto com’è che concetto e percezione abbiano contenuti diversi, e che quest’ultima va considerata un inganno da superare (P. Archiati, “La percezione. Un inganno da superare”, Ed. Archiati, 2004) o addirittura “il momentaneo spegnersi del pensare” (P. Archiati, 3° seminario sulla filosofia di Steiner, tenuto a Rocca di Papa - Roma - dal 14 al 17 febbraio 2008), come se il percepire dei sensi non comprendesse anche un senso per il pensare, o come se il percepire sovrasensibile non fosse realtà. Lo spirito del linguaggio non contraddice forse questo materialismo (e/o intellettualismo) di Archiagottlieb quando si parla di soppesare o di percepire intendendo il riflettere pensante? Il contenuto di un concetto e quello di una percezione sono forse antitetici o nemici? Per l’“ingannosofo”, sì. Per la realtà, no.

Scrive Steiner: “Il concetto è altrettanto individuale, altrettanto pieno di contenuto quanto la percezione. La sola differenza sta in ciò che per afferrare il contenuto della percezione non occorrono se non sensi aperti e contegno puramente passivo di fronte al mondo esterno, mentre il nucleo ideale del mondo deve nascere nello spirito per la spontanea attività di quest’ultimo se, in genere, ha da manifestarsi. È vacuo e ozioso dire che il concetto sia nemico della percezione piena di vita. Ne è l’essenza, il vero principio attivo e operante in essa; e aggiunge il proprio contenuto al suo SENZA ABOLIRLO [il carattere maiuscolo è mio - ndr], poiché come tale non lo riguarda” (R. Steiner, “Le opere scientifiche di Goethe”, cap. 8°).

Ecco invece come Archiagottlieb predica il contenuto della percezione per ABOLIRLO. Quanto sto per dire ha dell’inverosimile. E soprattutto ha dell’inverosimile il fatto che nessuno mai si sia accorto, soprattutto in ambito antroposofico, del fatto che Archiagottlieb usa Steiner per abolire il contenuto della percezione in nome del contenuto dello spirito ed approdando così a quel monismo obsoleto che Steiner ha sempre combattuto.

Spiegando l’aggiunta finale alla nuova edizione del cap. 3° de “La filosofia della libertà” e riferendosi al concetto di intermittenza luminosa, Archiagottlieb afferma: “Nella percezione ho un mondo non reale ma astratto, perciò frammentato all’infinito; ma questa frammentazione è astratta: astrae dalla realtà perché la realtà è il NODO che mette insieme tutto quanto. Quindi la materia, la cosiddetta materia è l’astrazione dalla realtà dello spirito. Astraendo dalla realtà dello spirito, che è continua, l’astrazione della materia, quindi la cosiddetta materia, il mondo della percezione è l’astrazione più grande che ci sia perché astrae dalla realtà dello spirito. Quindi nella percezione ho un’astrazione non una realtà, e perciò è frammentata” (P. Archiati, 3° seminario sulla filosofia di Steiner, tenuto a Rocca di Papa - Roma - dal 14 al 17 febbraio 2008).

Se si esamina il primo pensiero di questa affermazione alla luce di un intelletto che non sia intellettualismo si scorge già il primo errore. Egli dice “Nella percezione ho un mondo non reale ma astratto”. Astratto da chi? Astratto da cosa? L’unica cosa al mondo capace di astrarre è il pensare. Dunque qui non abbiamo affatto una percezione ma già una mediazione di pensiero. Lo sperimentare la percezione osservata da Steiner è sempre e soltanto quella della percezione immediata, cioè dell’aggregato sconnesso di sensazioni non ancora mediato dal pensare. Poi dice: perciò frammentato all’infinito; ma questa frammentazione è astratta: astrae dalla realtà perché la realtà è il NODO che mette insieme tutto quanto”. Il soggetto dell’astrarre qui è la frammentazione! Invece dovrebbe essere il pensare, no? Però Archiagottlieb non può dirlo perché se lo dicesse ammetterebbe di parlare non della percezione ma del pensare. Infatti come fa una frammentazione ad astrarre? Questo fatto della frammentazione che astrae avviene dunque solo nella mente arruffata di Archiagottlieb, secondo il quale la frammentazione astrae dalla realtà perché la realtà è il NODO che mette insieme tutto quanto! No! Non è così. Se fosse così avremmo che l’uomo è libero e/o monista grazie alla realtà, non grazie a se stesso. La realtà non è quel NODO. La realtà è fatta di percezione e di concetto non ancora “annodati”. Ed il fatto che percezione e concetto non siano ancora annodati in quel PUNTO DOVE SOGGETTIVO E OGGETTIVO S’INCONTRANO ma che ciò attenda l’opera umana non rende l’uno nemico dell’altro: “Ne è nemico soltanto quando UNA FILOSOFIA CHE FRAINTENDE SE STESSA vuol trarre fuori dall’idea tutto intero il ricco contenuto del mondo sensibile; perché in tal caso essa presenta, invece della natura vivente un VUOTO SCHEMA DI FRASI” (“Le opere scientifiche di Goethe”, op. cit. ibid.)

“UNA FILOSOFIA CHE FRAINTENDE SE STESSA” è appunto l’“ingannosofia” dei vari Archiagottlieb circolanti a piede libero in veste antroposofica.

Più avanti, per spiegare le percezioni, Archiagottlieb pone un’equazione presa dall’ambito musicale che fa solo confusione. Egli dice: “Le percezioni stanno al pensare come le macchie d’inchiostro nere stanno alla musica” (P. Archiati, 3° seminario sulla filosofia di Steiner, tenuto a Rocca di Papa - Roma - dal 14 al 17 febbraio 2008), facendo intendere che quelle macchie sono la notazione musicale. Ma le cose non stanno così. Quelle macchie, cioè l’aggregato sconnesso di sensazioni di chiaroscuro che mediante il pensare concettualizzo come note, pause, battute, ecc., sul pentagramma musicale sono GIÀ realtà in quanto percezioni e concetti. La loro realtà è di essere notazione, perché solo in questa loro realtà possono evocare precisi rapporti di intervalli sonori. La musica ha tutta un’altra realtà fatta anch’essa di percezione e concetto ma non è musica per via della notazione. Infatti si può produrre musica anche senza conoscere una nota scritta! Allo stesso modo si può parlare di ogni scrittura. La scrittura non è scrittura in quanto contenuto di ciò che evoca. Il contenuto evocato e il contenuto di una scrittura sono due cose differenti, dato che la sostanza del primo e la sostanza del secondo sono differenti.

Ma vediamo come Archiagottlieb arriva a FRAINTENDERE tutto spiegando Steiner e svisandolo.

Egli legge: “Chi nel pensare vuol vedere qualcosa di diverso da ciò che vien prodotto nell’io stesso come attività - attività continua quindi, non frammentata, attività di sintesi - osservabile, deve anzitutto rendersi cieco di fronte al semplice dato di fatto evidente all’osservazione, per poter poi mettere a base del pensare un’attività ipotetica - frammentata, che riaccende il pensare a ogni pié sospinto” (ibid.).

E spiega che “IL PENSANTE [lo spirito pensante] ED IL PENSARE SONO LA STESSA COSA” (ibid.). Ma non sono la stessa cosa! Dicendo che il pensante ed il pensare sono la stessa ci si rende davvero ciechi ma sul fatto che il pensare inconscio NON È LA STESSA COSA del pensare conscio!

NON SONO LA STESSA COSA pur avendo la medesima natura. Che non siano la stessa cosa non significa infatti che il loro contenuto percettivo sia un’attività di un’altra natura.

Questo e non altro intendeva ed intende significare Steiner scrivendo l’aggiunta finale alla nuova edizione del cap. 3° de “La filosofia della libertà” a proposito di intermittenza. Pensante e pensare sono la stessa cosa solo non distinguendo di cosa si tratta o distinguendo in modo assai grossolano.

Insomma, delle due l’una: o si pretende di predicare la filosofia della libertà senza pensare, oppure si pensa. Il “pensare attivo” ed il “pensato”, cioè “i risultati di un’attività non

cosciente che sta a base del pensare” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, Aggiunta alla nuova edizione, cap. 3°).

Resta quindi da stabilire, e questo è il punto se l’“attività non cosciente che sta a base del pensare” sia altra dal pensare o altro pensare. Io so che è “altro pensare”, dato che si tratta di attività che, a partire dalla fonte “incosciente” dell’io, attraversa prima la regione “subcosciente” della “psiché”, poi quella “precosciente” della “physis”, e sfocia infine, arrestandosi, in quella “cosciente” del “sòma”.

Come si può osservare, l’ordinaria coscienza del pensiero è una coscienza “postuma”, cioè una coscienza che resta nell’oscurità per tutto il tempo in cui il pensiero risplende e vive, per illuminarsi solo quando il pensiero tramonta e muore.

Il morto pensiero cosciente non viene dunque, come crede von Hartmann, da attività di altra natura, ma dal precosciente o incosciente pensiero vivente. È casomai il morto pensiero cosciente a essere di natura differente, ma solo nella misura in cui un essere vivente è altro dalla propria fotografia o dalla propria salma.

Gli “ingannosofi” non sono solo coloro che come Pietro Archiati, parlamo di scienza dello spirito di Steiner essendone sprovveduti e sostituendola col “Vuoto della scienza” di Fichte o con altre filosofie della moderna new age americana - Schopenhauer la chiamava “Vuoto della scienza” sostituendo il termine “Wissenschaftslehre”, “dottrina della scienza” con “Wissenschaftsleere”, che significa appunto “vuoto della scienza” (A. Schopenhauer, “L’arte di insultare”, Adelphi, Milano 1999, p. 64). Sono tutti coloro che da secoli pretendono arrampicarsi sullo spirito attraverso VUOTI SCHEMI DI FRASI (“Le opere scientifiche di Goethe”, op. cit. ibid.), già a partire da Kant, col suo “noumeno” senza contenuto, da Schopenhauer stesso col suo mondo di rappresentazione, da Avenarius col suo empiriocriticismo, ecc., fino ai preti o mezzi preti attuali del “pensiero”, che da decenni ho battezzato “mentecattocomunista”.

Credendo di combattere il materialismo con l’idealismo, i vari Archiagottlieb del mentecattocomunismo planetario non si rendono minimamente conto del fatto filologicamente e storicamente incontrovertibile in base al quale il “codice filosofico” della cosiddetta “filosofia della prassi” è tutt’altro che materialistico. È idealistico! E nemmeno si rendono conto che la formazione di questo “codice” risale proprio alla “Wissenschaftslehre” di Fichte. Sottolineo che Kant, in una solenne dichiarazione pubblica del 1799 prese ufficialmente le distanze da Fichte, affermando che il proprio sistema era radicalmente incompatibile con quello di Fiche, che definì come “metafisico” e metafisico addirittura in senso “scolastico”! Comunque entrambi i sistemi si fondavano sulla metafisica della morale universale, che sostanzialmente bloccavano, anche se in modo diverso, la gnoseologia al “noumeno” cioè alla cosa in sé (Ding an Sich). Ecco perché perfino Lenin poi lodò quel mantenimento kantiano del “noumeno” come “elemento materialistico della filosofia di Kant” (cfr. Costanzo Preve, “Una approssimazione al pensiero di Karl Marx. Tra materialismo e idealismo”, Saonara, 2007).

In poche parole, kantianamente o fichtianamente, gli “ingannosofi” distinguono ancora il cosmo dal “cosmo in sé” o dal “non-io”, in nome della conoscenza (Kant) o della morale necessità della “forma Stato” o di “Stato etico assoluto” (la “cosa in sé” di Fichte), studiando e predicano la morale universale fondata ancora oggi su dualismo e/o su monismo malinteso.

«Da un dualismo di questo tipo - scrive Steiner - scaturisce la distinzione tra oggetto di percezione e “cosa in sé”, distinzione introdotta da Kant nella scienza e fino ad oggi mai più rigettata» (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap. 7°, §3°).

Per chiarire, la reale dinamica del rapporto fra percezione e concetto durante il processo conoscitivo è la seguente: C’È UN ATTO PERCETTIVO DEL SOGGETTO, E C’È UN CONTENUTO OGGETTIVO DELLA PERCEZIONE, che il kantismo chiama “percetto” confondendolo col soggettivo risultato del processo percettivo. MEDIANTE IL PENSARE CHE CONCETTUALIZZA TALE CONTENUTO, L’OGGETTO DI PERCEZIONE È COSÌ CONOSCIUTO. Il formarsi del concetto (nell’universalità del pensare) avviene gradualmente attraverso la rappresentazione (o concetto individualizzato)

Ogni conoscenza è invece per Fichte qualcosa di opposto allo spirito. Per Fichte l’attività conoscitiva fondamentale, resa possibile dall’immaginazione, è il rappresentare [Vorstellen] ed ogni conoscenza è innanzitutto “rappresentazione” [Vorstelung], che sintetizza per la coscienza una realtà oggettiva, cioè rende conosci­bile all’intelligenza dell’“Io teoretico” [theoretisc Ich] un non-io esterno OPPOSTO ad essa (cfr. “Fichte Fondamento dell’intera dottrina della scienza” a cura di Guido Boffi, Ed. Bompiani, Milano 2003, pag. 670)!

Da qui l’arzigogolo di Archiagottlieb sul sopra citato “NODO” della realtà e sulla percezione da lui fichtianamente vissuta come immagine rappresentativa opposta, e quindi come inganno da superare (“La percezione. Un inganno da superare”, op. cit)!

Questa confusione è difficile da eliminare proprio perché l’esperienza della percezione colta nel suo stato ancora antecedente il pensare non tutti riescono ad avvertirla. Ecco perché si scambia la percezione col giudizio di essa, che è quindi non antecedente ma successivo al pensare, il quale è già entrato in gioco per poter giudicarla come quel dato oggetto.

Ecco la convinzione erronea di un altro prete in merito al fenomeno della percezione consistente nell’incontro dell’essere del soggetto con l’essere dell’oggetto.

Non si pensi che sia cosa evidente: don Luigi Giussani, ad esempio, è convinto che sia già il giudicare a ricevere il “colpo dell’essere” (L. Giussani, “L’attrattiva Gesù”, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1999).

Ma non è così.

Il “COLPO DELL’ESSERE” avvia il processo percettivo, così come l’“immagine percettiva” lo conclude. Molti fraintendimenti derivano proprio dal fatto che, grazie a questa immagine FINALE prendiamo coscienza dell’esistenza dell’oggetto. Kant distingue, dice Steiner, “fra oggetto della percezione e cosa in sé”. Ora, se “oggetto della percezione” non è la “cosa in sé”, dovrebbe esserlo allora l’immagine percettiva... Ma considerarla “oggetto della percezione” significa però confondere, SIA l’immagine percettiva dell’oggetto (che ha forma, come ha forma la rappresentazione) con il percetto (che non ha forma, come non ha forma il concetto), SIA il percetto con l’essenza dell’oggetto (che non è solo percetto, ma unità di percetto e concetto).

IL PUNTO DOVE SOGGETTIVO E OGGETTIVO S’INCONTRANO possiamo chiamarlo come vogliamo: NODO come lo chiama Archiagottlieb, o COLPO DELL’ESSERE come lo chiama Luigi Giussani. Ciò che conta è distinguere gli oggetti di percezione dai loro concetti senza opporre i primi ai secondi o viceversa né abolirli in nome di un monismo malinteso, che è solo pensiero malato.

La trasformazione dell’antroposofia nell’“ingannosofia” procede proprio da questo malanno in cui il sano intelletto si sclerotizza intellettualisticamente, si rammollisce sentimentalisticamente, o si disprezza volontaristicamente.

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