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22 novembre 2011 2 22 /11 /novembre /2011 16:16

te-lo-do-io-steiner.jpgQuanto segue è il capoverso integrale da cui gli statalisti in modo superficiale deducono, estrapolandone una frase dal contesto, che solo mediante le leggi di Stato sia possibile risolvere la questione del denaro. La frase estrapolata è "Il denaro si logorerà, come si logorano le merci; ma questa misura, che dovrà esser presa dallo Stato, sarà giusta" (cfr. la pag. "Non confondiamo"). Se costoro avessero letto con minore superficialità, o addirittura se avessero almeno letto il capoverso interamente, si sarebbero accorti che esso si conclude esattamente col contrario della loro tesi, vale a dire con le parole: "La questione del denaro non verrà mai risolta in modo soddisfacente da uno Stato per mezzo di leggi; gli Stati attuali la potranno risolvere soltanto rinunciando da parte loro alla sua soluzione, e lasciando all'organismo economico separato le misure necessarie". - [Le note fra parentesi quadre sono mie; il testo è in parte da me riveduto solo al fine di facilitarne la comprensione].

"Il valore puramente economico di una merce (o di una prestazione), esprimendosi nel denaro che rappresenta il suo equivalente, non potrà che provenire dalla competenza che l'amministrazione economica ["l'amministrazione economica" a cui allude qui Steiner non è l'amministrazione dello Stato, ma l'amministrazione dell'economia fatta dall'economia stessa; noi siamo talmente abituati a rapportare immediatamente il concetto di amministrazione allo Stato che rischiamo subito di fraintendere qui l'intromissione dello Stato nel campo economico, in quanto viviamo da secoli in questo centralismo statalista in cui Lo Stato amministra tutto, distruggendo tutto; ma proprio per questo motivo Steiner parlava di amministrazione economica dell'economia "entro l'organismo economico"] saprà sviluppare entro l'organismo economico. Dalle misure che saprà prendere, dipenderà fino a qual punto - su base culturale e di diritto creata dalle altre parti dell'organismo sociale [ecco la tri-articolazione dell'amministrazione economica con se stessa, con la cultura e col diritto], potrà svilupparsi la produttività economica. Il valore monetario di una merce sarà allora espressione dell'essenzialità del bisogno, grazie alle disposizioni dell'organismo economico. Se nell'organismo economico si attuano le premesse esposte in questo libro, l'impulso ad ammassare ricchezze mediante quantità produttive non è più determinante, e grazie ad associazioni interconnesse nelle più svariate maniere, la produzione si coordina ai bisogni. Sarà così stabilito, in modo conforme a questi ultimi, il rapporto fra valore monetario ed organizzazione produttiva. Nell'organismo sociale sano, il denaro è in realtà solo un misuratore del valore (1), perché dietro ad ogni moneta o banconota c'è produzione di merce, e perché il possessore di denaro può ottenere denaro solo in base a tale produzione. In base alle condizioni esistenti, risulteranno necessari provvedimenti grazie ai quali il denaro, nella misura in cui abbia perso il significato sopra caratterizzato, debba perdere il suo valore in mano al suo possessore. Di tali provvedimenti si è già accennato: dopo un certo periodo, e nella dovuta forma, il possesso del denaro deve passare alla collettività, e periodicamente si dovrà riconiarlo o ristamparlo, affinché non succeda che, senza fini produttivi, esso sia trattenuto dal suo possessore, eludendo le disposizioni dell'organizzazione economica. Da simili condizioni non può che risultare che anche l'ammontare di interessi di un capitale, progressivamente diminuisca col passare degli anni. Il denaro si logorerà, come si logorano le merci; ma questa misura, che dovrà esser presa dallo Stato, sarà giusta. Non potranno più esservi "interessi" sopra interessi. Certamente chi fece risparmi, fece prestazioni che poterono conferirgli il diritto di ricevere poi delle contro-prestazioni in merci, così come le prestazioni odierne danno in cambio il diritto a relative contro-prestazioni. Tali pretese però possono estendersi solo fino a un certo limite, in quanto le pretese provenienti dal passato possono essere soddisfatte solo mediante lavoro attuale, non farsi un mezzo di violenza economica. Con la realizzazione di queste premesse, il problema monetario sarà comunque posto su base sana perché, qualunque saranno le circostanze di stabilizzazione monetaria, la moneta sarà la ragionevole base di tutto l'organismo economico ad opera della propria amministrazione. La questione del denaro non verrà mai risolta in modo soddisfacente da uno Stato per mezzo di leggi; gli Stati attuali la potranno risolvere soltanto rinunciando da parte loro alla sua soluzione, e lasciando all'organismo economico separato le misure necessarie" (Rudolf Steiner, "I punti essenziali della questione sociale", Ed. Antroposofica, Milano, 1980, pp.100-103).

(1) [Il denaro è per Steiner misura del valore e non anche "valore della misura" come teorizza il prof. Giacinto Auriti in modo contraddittorio; l'opera di Auriti non è comunque invalidata da questa sua originale teoria]. Per la vita economica, un sano rapporto fra i prezzi dei beni prodotti, può risultare solo da un'amministrazione dell'organismo sociale derivante da tale libera collaborazione dei tre sistemi dell'organismo sociale. Il prezzo dev'essere tale che ognuno, lavorando, possa ottenere, come equivalente per un prodotto, l'occorrente per l'appagamento di tutti i bisogni, suoi e dei suoi familiari, fino a quando non abbia ulteriormente lavorato nel suo campo per crearne un altro. Tale rapporto tra i prezzi non dev'essere fissato d'ufficio, ma risultare dalla cooperazione vivente fra attive associazioni dell'organismo sociale, cosa che non potrà che emergere con certezza solo quando la collaborazione poggerà sulla sana opera comune dei tre sistemi. E ciò risulterà con la stessa sicurezza con cui risulta un ponte solido quando lo si costruisce secondo giuste leggi matematiche e meccaniche. Obiettare che la vita sociale non segue le sue leggi allo stesso modo di un ponte, è facile. Nessuno però solleverà questa obiezione nella misura in cui si saprà riconoscere come - nell'esposizione fatta in questo libro - alla base della vita sociale siano pensate leggi viventi, e non matematiche.

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21 novembre 2011 1 21 /11 /novembre /2011 14:21

fischi-per-fiaschi.jpgUna delle ultime obiezioni stataliste, che mi è stata fatta riguardo all'emissione di nuovo denaro, è che nella proposta di Steiner il denaro nuovo dovrebbe reintegrare quello scaduto grazie allo Stato che dovrebbe imporre al denaro di consumarsi come le merci (pag. 101 dei "Punti essenziali"), mentre secondo i principi da me esposti ciò sarebbe un'indebita intromissione statale. Secondo questa obiezione io sarei dunque in errore quando dico che lo Stato secondo Steiner non deve emettere denaro.


Alla pag. sopracitata de "I punti essenziali della questione sociale" di Rudolf Steiner (Antroposofica, Milano, 1980) si legge: "Il denaro si logorerà come si logorano le merci; ma questa misura, che dovrà essere presa dallo Stato, sarà giusta".

 

Infatti la misura del "come si logorano le merci" sarebbe ingiusta se non dovesse essere uguale per tutti coloro che nella sfera economica emettono moneta.

 

Questo concetto di uguaglianza vale dunque per uno Stato finalmente di diritto.

 

Ciò però non significa affatto che lo Stato di diritto debba emettere denaro.

 

Solo leggendo la misura del logoramento del denaro come emissione, tale obiezione avrebbe senso.

 

Ma col leggere in tal modo, vale a dire col confondere la misura di un oggetto con l'oggetto non si fa altro che quanto si è fatto finora: sostituire lo Stato di diritto col diritto di Stato!

 

Lo Stato quindi, per Steiner, decide in che misura il denaro deperisce ma non lo emette in quanto lascia agli operatori economici la possibilità dell'emissione, eliminando così ogni monopolio, e promuovendo il free banking.

 

"La differenza fra me e il mio simile non consiste menomamente nel fatto di vivere in due mondi spirituali completamente diversi, ma nel fatto che, da un mondo di idee comune, egli riceve intuizioni diverse dalle mie.

Egli vuole svolgere le sue intuizioni, io le mie.

Se entrambi veramente attingiamo dall'idea, senza seguire alcun impulso esterno (fisico o spirituale), non possiamo non incontrarci negli stessi sforzi, nelle stesse intenzioni.

Un malinteso morale, un urto è escluso fra uomini moralmente liberi.

Solo l'uomo moralmente non libero, che segue l'impulso naturale o il comandamento del dovere, respinge il suo prossimo, quando questi non segue lo stesso istinto o lo stesso comandamento.

Vivere nell'amore per l'azione e lasciar vivere nella comprensione della volontà altrui è la massima fondamentale dell'uomo libero.

Egli non conosce alcun dovere all'infuori di quello con cui il suo volere si mette in intuitivo accordo; quel ch'egli sarà per volere in un determinato caso, glielo dirà il suo patrimonio di idee" (R. Steiner, "La filosofia della libertà", cap. 9: L'idea della libertà).

 

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20 novembre 2011 7 20 /11 /novembre /2011 11:54

Il Reddito di Base (RdB) non è il Reddito di Cittadinanza (RdC).

 

Da tempi mitologici sappiamo ed accettiamo come cosa buona e giusta che la fondazione della civiltà del diritto, cioè del civis romanus e del jus, avvenne col fratricidio (Romolo e Remo) e con la rapina (ratto delle sabine). Se ancora oggi non capiamo ancora questa anticristianità della “civiltà” e del “diritto” è inutile qualsiasi “dialogo” e qualsiasi politica: sarebbe come battersi per sostenere giuridicamente che il diritto non sia storto. Occorre dunque cambiare l'impostazione stessa del diritto. E questo è compito di ognuno, un compito che deve essere risolto dalla base, dunque da noi piccoli, e non dalle altezze veterotestamentarie dei Monti o dei Tremonti in via di tramonto...

 

Durante la prima guerra mondiale Rudolf Steiner fu esplicito su questo punto: "il diritto romano è una realtà anticristiana" (Rudolf Steiner, conferenza di Berlino del 14 aprile 1917).

 

Ma questo argomento fu da lui affrontato più volte:

"ciò che oggi chiamiamo il diritto è certamente esistito, in qualche forma anche prima della civiltà romana; però nella forma in cui lo conosciamo oggi, il diritto può considerarsi in certo modo un'invenzione dei romani. Quel "giure" che si presta particolarmente bene a distinguere ogni cosa in articoli di legge, a inscatolare concetti l'uno dentro l'altro, è un'invenzione dei romani. E perché i romani non avrebbero dovuto dire al mondo che cos'è il diritto, e in che modo si agisce secondo diritto? È chiaro [...]: basta riflettere agli inizi della loro storia, quali essi stessi ce la tramandano: a Romolo che uccise il fratello, per poi raccogliere tutti i prepotenti dei dintorni e fare di loro i primi cittadini di Roma; basta ricordare che essi  riconducono al ratto delle Sabine l'origine, la possibilità di esistere come popolo! Con l'aiuto della potenza che opera mediante il "retto uso dell'ostacolo", sembra dunque che quel popolo sia stato chiamato a inventare il diritto, a estirpare l'ingiustizia; quel popolo che fa risalire le proprie origini maschili a dei briganti e femminili a un ratto! Nella storia molte cose si possono imparare dai contrasti; ma occorre considerare i fatti per quel che sono, senza simpatie, né antipatie" (Rudolf Steiner, conferenza di Dornach del 16 settembre 1916, dal ciclo "Impulsi evolutivi dell'umanità. Goethe e la crisi del secolo diciannovesimo", Antroposofica, Milano 1976, pp.15-16). 

Ho faticato non poco a ricordare dove si trovavano queste osservazioni di Steiner, che all'età di 29 anni mi sconvolsero. Da allora io mi liberai della "politica" e mi interessai ad altro. Ecco perché io non comprendo assolutamente nulla di "politica". E me ne vanto.

"La romanità creò col "civis" un concetto avente caratteristiche che non esistevano prima della civiltà romana. A comprendere rettamente questo  concetto si avverte che esso è un po' come una pianta nata dal mero terreno politico-giuridico. Con ciò si attribuisce e si inserisce nel concetto di uomo un carattere politico-giuridico. Il concetto del "civis romanus", che è penetrato nel sangue dei popoli europei, sta in stretto rapporto con la politicizzazione del mondo dei concetti" (ibid. p. 23),

ovviamente ad uso del Delfino di turno.

"Alcuni giuristi fondano il nesso tra l'umanità moderna e la romanità, propriamente sul mero concetto del "civis", mediante il quale [...] l'uomo si inserisce in senso politico-giuridico nella sua comunità. Anche se non lo si ammette, con tale concetto l'uomo si inserisce nell'umanità in modo politico-giuridico. Aristotele parlava ancora di "animale politico"; egli metteva dunque ancora l'elemento politico in relazione con l'animale. Era un modo di pensare ancora del tutto diverso, un pensare immaginativo, non ancora un pensare politico; i concetti non erano ancora politicizzati.

Venne così formandosi un elemento che viene denominato secondo una categoria politico-giuridica. Non ci si rende conto che si denomina questo elemento con una categoria politico-giuridica, ma è proprio così; si sente l'effetto della mentalità politico-giuridico romana (magari lo si sente spesso solo inconsciamente) in quel mostro concettuale che in tempi recenti si è chiamato "civilizzazione" o "civiltà": un concetto che si fonda su quello di "civis" e del quale si è tanto abusato. Dietro a tutto ciò che è contenuto nella parola "civilizzazione" sta lo spirito romano. L'insistere sulla civilizzazione nel modo come oggi viene spesso fatto è indizio di mentalità romana, forse anche solo vagamente sentita: capita infatti che,usando un termine col quale si vorrebbe esprimere qualcosa di particolarmente elevato, si esprima senza saperlo una propria dipendenza da determinate forze storiche. Per chi scorga tutto tutto lo sfondo politico-giuridico della parola "civilizzazione", il pronunciare questo termine, nel senso in cui oggi viene usato, produce spesso una specie di pelle d'oca, una specie di recondito orrore. Fenomeni come questi bisogna pure enunciarli, perché la scienza dello spirito non è cosa per i bambini come qualcuno ritiene, ma è strumento di una seria conoscenza del mondo. Di fronte a questa seria conoscenza del mondo, molti concetti che oggi l'umanità adora come suoi idoli, cadranno dai loro piedistalli. La scienza dello spirito deve comprenderlo, poiché essa non è cosa per bambini. Essa non ha lo scopo di favorire una spcie di rapporto confidenziale cogli esseri del mondo spirituale, un rapporto piacevole, come quello che si può avere con i poeti; essa esiste per potersi accostare in tutta serietà al mondo spirituale e alle sue forze" (ibid., pp. 23-24).

Vi è dunque un diritto anticristiano oggettivamente di tipo imperiale, dittatoriale, violento, truffaldino, e criminale, partendo dal quale si vorrebbe parlare ancora oggi di "cittadinanza", di "reddito di cittadinanza", che è l'ultima follia dei non pensanti e credenti nello statalismo.

 

Occorre saper distinguere il reddito di base dal reddito di cittadinanza per non cadere dalla padella nella brace.

 

La base dei terrestri è la terra, non il "civis", e il reddito che la terra offre ai terrestri è la loro retribuzione, non la distribuzione, perché il distribuire presume un soggetto padrone della terra che invece è di tutti i terrestri.

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19 novembre 2011 6 19 /11 /novembre /2011 11:51

guavda.jpgLo Stato - ma si potrebbe dire tutti gli Stati (da quelli uniti d'America a quelli dell'UE) - non può che essere mafioso, in quanto la sua vita economica e quella culturale non sono staccate da quella statale.

 

L'economicismo e l'ignoranza che lo domina ha bisogno da sempre di stupidi al potere, e di cultura di Stato, che li glorifichi esattamente come sta accadendo oggi in Italia con Monti.

 

Cos'è la mafia? Eccone la caratterizzazione di Frank Coppola all'indomani del suo arresto nel 1980:

"Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare procuratore della Repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell'appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia..." (Giovanni Falcone, "Cose di Cosa Nostra", Ed. Rizzoli, Milano 1991, p. 50).

"Come è noto", scriveva Giovanni Falcone nel 1991, "la Comunità Europea concede un indennizzo per la distruzione degli agrumi in eccesso" (G. Falcone, cit., p. 144). Qui abbiamo una dichiarazione che dimostra con un esempio chiaro e tondo che la logica economica (del distruggere gli agrumi per alzarne il prezzo) atrofizza la logica giuridica, essenzialmente diversa, dato che tanto uno Stato di diritto quanto un Super Stato di comunità europee o di unioni europee poggianti sul diritto, dovrebbe invece impedire tale scempio, in modo che quegli agrumi anziché essere distrutti possano almeno comparire sulla tavola dei meno abbienti o di chi muore di fame.

 

È chiaro che lo scempio invece favorisce la mafia:

"Tutti sanno all'interno di Cosa Nostra che la mafia è implicata fino al collo nella distruzione di agrumi da cui ricava sensibili profitti" (Salvatore Contorno in Giovanni Falcone, "Cose di Cosa Nostra", cit., ibid.).

Ed è chiaro allora che la mafia vada da sempre a braccetto con la stupidità economicista e l'incultura dei giudici, nonché, per conseguenza, di tutti coloro che ci governano. Non diceva forse Gianfranco Miglio, parlando della degenerazione del federalismo americano, che perfino nella crisi economica del 1929 ebbero buon gioco tale incultura ed economicismo statizzati nel fare degenerare quei miscugli fra politica, economia e scuole dell'obbligo, simili a maionese impazzita, che prendono il nome di Stato?

"Ebbe buon gioco a far accettare dagli Stati aiuti finanziari, e interventi del governo federale, che gradualmente trasformarono gli Stati Uniti in una repubblica presidenziale accentrata non diversa dalle altre. La tendenza si rafforzò dopo la seconda guerra mondiale, perché la disponibilità di grandi risorse economiche durante le "presidenze imperiali" e il predominio del concetto di federalismo cooperativo resero il sistema dei "grants-in-aid" distruttivo dell'equilibrio originale della costituzione"? (Gianfranco Miglio, "Federalismi falsi e degenerati", Milano, Ed. Sperling & Kupfer, 1997, p. XIII).

Ma la degenerazione mafiosa della politica che accentra in sé economia e cultura, cos'altro è se non la faccia più oscura dell'URSS che si sta reincarnando da noi attraverso l'ideale cinese?


"Come spiega Miglio", scrive Geminello Alvi, citandone lo scritto "Federalismi falsi e degenerati",

"la Germania grande grossa e forte, che sta liquidando il sogno della "unione europea Paritaria", è il prodotto diretto della rozza e arcaica politica di conquista staliniana" (G. Miglio, cit., in G. Alvi, "Il capitalismo. Verso l'ideale cinese", Ed. Marsilio, Venezia, ottobre 2011, p. 248).

E più avanti, sempre parlando di Miglio,

"Alla biblioteca Lenin, in un libro di quel Miglio che fu grande studioso e corrispondente di Carl Schmitt: «La tenacia con cui i cittadini svizzeri hanno difeso per sette secoli le loro istituzioni e in particolare le prerogative delle comunità cantonali è il segreto della stabilità della Confederazione svizzera... Le minacce esterne e non una omogeneità etnica ha spinto alla collaborazione quattro stirpi diverse»" (Federalismi falsi e degenerati", cit., pp.XVIII-XIX). Ogni uomo libero, avverso alla omologazione in atto, deve pertanto complimentarsi che malgrado i ricatti, e ogni genere di dispetti, gli svizzeri ancora resistano, non abbiano ceduto dissolvendosi nell'Unione europea o prestandosi alla commedia dell'euro" (Alvi, "Il capitalismo. Verso l'ideale cinese", cit. p.300).

Ogni uomo libero, avverso alla omologazione in atto, dovrebbe pertanto complimentarsi con coloro che sabato 8 ottobre 2011 si sono riuniti a Bergamo (convegno "Ripartire da Miglio") per quella che vorrei chiamare l'autoderminazione degli ultimi rari pensanti.


La volontà di determinare i confini dell'azione dello Stato ha comunque radici profonde, perché ogni cultura, se non è ridotta a mero nozionismo ideologico, non può che innestarsi armonicamente in quella precedente, e in quella ancora precedente, e così via, fino al germoglio di Iesse, padre di Davide e antenato dell'io umano che si sarebbe incarnato all'inizio della nostra era.


"È caratteristico", afferma Rudolf Steiner, padre della triarticolazione sociale moderna,

"che proprio in Europa centrale siano sorti i pensieri su come dovrebbe formarsi lo Stato, senza che si fosse ancora giunti alla triarticolazione. È interessantissimo osservare che, partendo da certi concetti di Schiller e di Goethe, Wilhelm von Humboldt (che poté divenire persino ministro prussiano, ed è strano) nella prima metà del secolo diciannovesimo poté scrivere il bell'articolo: "Tentativo di determinare i confini dell'azione dello Stato" (Wilhelm von Humboldt, 1767-1835, "Ideen zu einen versuch, die Grenzen der Wirksamkeit des Staates zu bestimmen", Leipzig 1851). Qui si è realmente lottato per ottenere un reale edificio statale, si è cercato di cavare dai rapporti sociali quello che può essere appunto l'elemento soltanto statale, politico, giuridico. Il tentativo è riuscito proprio a Wilhelm von Humboldt, anche se in maniera imperfetta, ma non è questo che importa. Queste cose avrebbero dovuto poi essere perfezionate, per giungere a creare una realtà per l'elemento statale, mentre i vari Stammler continuano a balbettare che la vita statale è solo formata di vita economica" (R. Steiner, conferenza di Stoccarda del 13 febbraio 1921 sera, del ciclo" Come si opera per la triarticolazione dell'organismo sociale".

Gli Stati-Mafia e le loro continue, giornaliere, e programmatiche reincarnazioni URSS nell'UE in stile omologante cinese, sono appunto quell'idea di Stato che anziché articolarsi come diritto con l'economia e con la cultura come enti autonomi ed essenzialmente diversi dal diritto, le accentra in sé come cose proprie.


Quest'idea sta, appunto, crollando come il quarto Re della "Favola" di Goethe...


Tutte le paure indotte dalla Tv e dai media per il crollo di questa idea di Stato, anzi di Super-Stato, costituiscono ancora il vecchio sistema del terrore che però, grazie ad internet, non avranno più presa sulla gente.


Crolla l'idea dello Stato-Mafia nella misura in cui la sete di giustizia degli individui la sostituisca con quella di uno Stato di diritto che non si occupi mai più di economia, né di cultura.


Non abbiate paura di coloro che vi terrorizzano con idee mafiose del "dover essere" patrioti spennati.


Ron Paul, e non solo Ron Paul, ha dimostrato che il vero patriota americano fu e resta quello che si rifiutò di pagare le tasse all'Inghilterra e promosse la secessione dagli inglesi.


La stessa cosa sta capitando ora qui in Europa. I veri patrioti sono e saranno quelli che si rifiuteranno di pagare il pizzo mafioso, per quanto esso sia legalizzato dal Super Mario di turno. I Monti e i Tremonti tramonteranno, in quanto spiriti veterotestamentari...

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18 novembre 2011 5 18 /11 /novembre /2011 12:47

L'anticapitalismo è senza testa (resh) - 1di3 (http://vimeo.com/32309578)

L'anticapitalismo è senza testa (resh) - 2di3 (http://vimeo.com/32310477)

L'anticapitalismo è senza testa (resh) - 3di3 (http://vimeo.com/32312266)

L'idea di giustizia di Caifa è spiegata nei Vangeli: "Meglio che un solo uomo muoia per il popolo  e non perisca  tutta la nazione". Da questa idea derivò la crocifissione, cioè la massima ingiustizia della storia universale.

Ebbene, la percezione anticapitalista poggia su questa idea fino al punto da complimentarsene secondo l'assunto democratico per cui "la parte è minore del tutto"!

Cosa altro è l'anticapitalismo se non invidia?

L'invidia induce al tornaconto, e il tornaconto è sempre preceduto da una comparazione. Ora, quando si organizza in comparazione colletiva l'invidia, la si crede, e la si chiama ANTICAPITALISMO; ma è soltanto la variante plurale del capitalismo, il quale consiste anch'esso d'invidia, ma singola.

Moralmente, l'anticapitalismo, cioè la plurale organizzazione dell'invidia, è un vizio più spregevole, perché dell'invidia il singolo, almeno, si vergogna. Invece, riunito in un movimento agli altri, cogli altri si giustifica senza vergogna. Di qui la sua natura ringhiante.

L'invidia collettiva, perdendo la vanita', che è almeno un vizio simpatico, è ossessa.

Gli anticapitalisti sono i più ipocriti complici di ciò che più odiano; della qual cosa tanto il capitalismo in Cina, pilotato dal Partito comunista, quanto i lavoratori tassati nella commedia dell'euro, danno amplia prova.

Ecco perché l'anticapitalismo è senza testa, è ignoranza essenziale.

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18 novembre 2011 5 18 /11 /novembre /2011 08:58

basta-coi-puzzoni-del-sinedrio.jpg

Ti rispondo. Se dovessi ragionare come ti esprimi nella mail dovrei "prendere atto" che sei "fermo" sulla carta più che "mobile" nella carne (non per nulla in ebraico le parole "bessar" e "bessuràh", rispettivamente "carne" e "messaggio", hanno la stessa radice). Quindi ti incito a ragionare secondo il tuo giudizio critico, e non a usarlo solo per confrontare percezioni con altre percezioni senza pervenire ad alcuna sintesi di pensiero che non superi il "coincide" o il "non coincide".

Coloro che mi indichi come "tosti" sono stolti. Solo uno stolto può affermare "Dobbiamo controllarlo per vedere se è antroposofico per davvero": vedi

http://antroponordest.altervista.org/viewtopic.php?f=61&t=35&hilit=cittadinanza&sid=b8e4b28913af47d3617ece5c916721e0

e vedi pure: http://santaruina.splinder.com/post/25758361#comment

E chi sarebbero poi costoro, gli antroposofi del sinedrio? Ma dove siamo? In Russia? In un sistema di spionaggio? In un sistema di delazioni?

testadicranio.jpgPer queste teste di cranio ho creato questo video: "OtelmaTV - Il bureau degli economisti buzzurri" (http://vimeo.com/29476400dato che sono proprio questi imbecilli la vera causa della crisi mondiale del deficit del pensare, cioè del manas (in sanscrito) e quindi della moneta (non viceversa della moneta e quindi del manas).

Quindi da tempo non mi interessano più i "confronti" con gli stolti, ed anzi, con chiunque: il confronto presume sempre un fronte e quindi un atteggiamento di guerra che non ha nulla a che fare col suo contrario, vale a dire con la pace della concordia (da cum-cordis: cum = con, collegamento, cordis = del cuore).

Io non sono uno di quelli che "l'ha detto Steiner", e non ho mai usato i libri e/o le conferenze di Steiner per supportare mie elucubrazioni o congetture o fantasie, ma casomai per apprendere da quei contenuti la metodologia essenziale a procedere libero dalle strettoie di ogni pensato concepito come sovrastruttura del mondo reale.

Reddito di cittadinanza? La cittadinanza proviene dal civis romanus, che nasce mitologicamente dal fratricidio e dalla rapina (Romolo e Remo, e ratto delle sabine). Questo l'ho imparato da Steiner, quindi ne deduco che reputare verosimile che Steiner abbia potuto parlare di un reddito di cittadinanza, può farlo solo chi giudichi il pensare un mero "prendere atto" della realtà. Ma cos'altro è questo se non mero percepire animale con uso minimale del pensare, tipico ad esempio del cavallo o del bue, che sgranando i loro occhi sulle cose, le fiutano esclusivamente per vedere se sono commestibili?

stupido.jpg

Dunque veri stolti sono, altro che controllori dell'antroposofia altrui!

Il reddito basilare dei soci dell'organismo sociale deve però necessariamente provenire da qualche parte se non lo si vuole legare schiavisticamente al lavoro come Steiner avverte di non fare (ma forse il termine "necessariamente" evidentemente non vale per costoro).

Dunque se non proviene necessariamente da qualche parte come potrebbe avvenire altrimenti il sostentamento sociale, cioè il sostentamento dei soci reali di un reale organismo sociale?

Solo essendo stolti possono presumere di controllare l'antroposofia altrui indagando se Steiner abbia o no detto la parola "cittadinanza" attaccata alla parola "reddito"...

Steiner parlava di queste cose indirizzando il futuro, non programmandolo a tavolino come pretenderebbero i cretini del bureau, o gli stessi politicastri che ci governano, attraverso infinite irresponsabili burocrazie.

Gli uomini devono camminare slle loro gambe e coi piedi per terra, non per aria o per carte altrui. Scribi, farisei, sadducei, e tipi come Caifa, a un certo momento li dovremo lasciare perdere. O no?

Dobbiamo imparare a socializzare senza statizzare. Questo sì. Questo è il punto cruciale che determina la nostra evoluzione di esseri umani liberi.

Nell'organismo triarticolato non vi è posto statale "per il reddito da disoccupazione o in assenza di lavoro in quanto tale", come risulta dalla conferenza di Zurigo, 30/10/1919, del ciclo: "Cultura, Politica ed Economia": "In un organismo come quello che ho in mente non c’è posto per il reddito da disoccupazione o in assenza di lavoro in quanto tale". Lo Stato, che per Steiner, è la pura sfera giuridica, non ha il compito di determinare "ammortizzatori sociali" ma casomai di difenderli giuridicamente se qualcuno lo tira in ballo, tirando in ballo il diritto, denunciando chi gli impedisce "il giusto provento che consenta al lavoratore di condurre una vita dignitosa, lui e la sua famiglia".

Steiner diceva queste cose perché reputava contro natura costringere il prossimo a lavorare per gli altri: "Il fatto che si dia il proprio denaro al prossimo significa soltanto poter tenere il prossimo sotto la propria influenza, renderlo schiavo, costringerlo a lavorare per noi" (2ª conf. del ciclo "Esigenze sociali dei tempi nuovi"). Oltretutto, aveva anche detto che la triarticolazione sociale, riguardando la libera espressione dell'individuo, era adatta a tutti, perfino a chi a un certo momento se ne volesse stare sdraiato sotto un albero a contemplare la vita delle formiche: economicamente si sarebbe provveduto anche per lui, sia pure minimamente, affinché attuasse la sua vera vocazione. Ma economicamente non significa statalisticamente, significa sfera economica, fatta di associazioni fraternamente unite; e fraternamente non significa buonisticamente ma unite dal principio della divisione del lavoro. Tale principio, tanto odiato da Marx, non è per nulla imposto; è naturale. Non è forse naturale che il pianista  per suonare non debba costruire prima il suo pianoforte dopo essere andato nel bosco ad abbattere l'albero adatto per avere il legno o scavare la montagna per avere il ferro, ecc.? Noi non lavoriamo per noi stessi ma per tutti gli altri. Questa è la naturale fraternità scientifica in cui tutti sono economisti, massaie comprese, anzi soprattutto esse, che devono fare i conti ogni giorno col mercato. In base a tale fraternità, cioè conseguentemente, dovremmo ricevere da tutti gli altri il reddito per il nostro sostentamento, proveniente non dal nostro lavoro corrispondente all’estrinsecazione della nostra vocazione, ma dalle associazioni economiche che la contemplano come parte essenziale dell'organismo sociale.

Ma è così difficile capirlo?

È così difficile ad esempio concepire che la categoria delle massaie sia una essenziale parte della società, e che pertanto dovrebbe esigere una gratificazione pecuniaria proveniente dalla relativa associazione in grado di mostrare al mondo cosa sarebbe il mondo senza il lavoro delle massaie?

Qui ha da operare la sfera economica non quella giuridica.

 

000 robogate

 

Come fa la sfera giuridica a restituire il giusto e dignitoso provento all'individuo o al socio dell'organismo sociale senza renderlo schiavo costringendolo a lavorare? Oppure, detto con le parole di Steiner: come fa lo Stato a restituire al prossimo il dovuto senza "tenerlo sotto la propria influenza, renderlo schiavo, costringerlo a lavorare per noi"?

Lo sviluppo tecnologico, inimmaginabile un secolo fa, consente (e sempre di più consentirà) di lavorare di meno, tanto che già oggi il lavoro non c'è più, mentre ci sono sempre più licenziamenti. L'evoluzione tecnologica quindi si rivela necessariamente e paradossalmente un danno per l'uomo... Non è pazzesco? Da qui l'esigenza di un reddito di base non proveniente dal lavoro, né costringente al lavoro. Oltretutto un simile reddito spazzerebbe via le "cianfrusaglie sociali" come i sussidi di disoccupazione, di malattia, le pensioni stesse, insomma tutto il welfare, che altro non è se non menzogna sociale.

L’attività lavorativa è intesa da Steiner come atto dello spirito, impegno personale, dove ognuno deve prendere coscienza che la ricchezza che produce non è per sé ma per gli altri (è il segreto che sta dietro alla divisione del lavoro), e dalla reciprocità, dalla solidarietà (la vera oggettiva fraternità in economia) che ne consegue sorge il carattere di reciproca sussistenza. Steiner lega il giusto compenso del socio dell'organismo sociale non al lavoro come tale perché il lavoro non è una merce. Le merci  possono essere pagate, non il lavoro, perché, in quanto atto spirituale, il lavoro non può essere pagato, a meno che si opti per la schiavitù.

Come si fa allora se io devo lavorare per te?

Si fa un contratto.

E nel contratto si contratta il prezzo di una merce o di un servizio, non il lavoro.

La sfera del diritto entra in gioco solo se richiamata da una delle parti che vede l'altra inadempiente rispetto al contratto.

Dunque non lo Stato né il sindacato devono determinare compensi ma solo gli individui che li contrattano.

Steiner è un fautore della proprietà privata dei mezzi produttivi, fondamento di una vita spirituale libera (libera vita imprenditoriale), mentre è estremamente critico sull’accumulazione del capitale sotto qualsiasi forma, perché questo significherebbe una cristallizzazione del denaro e una sua sottrazione al circuito virtuoso della produzione, circolazione e consumo delle merci (3° capitolo dei "Punti Essenziali"). Ma quando parla dell'inutilità dell'eredità poi sembrerebbe contraddirsi. Che proprietà privata è se non la posso lasciare a mio figlio come eredità? Allora si contraddice? No. Non si contraddice, in quanto tale inutilità risulta immaginativamente verificata solo in un contesto in cui sia in un modo o nell'altro in atto un reddito di base incondizionato per tutti dalla nascita alla morte.

Non ci vuole grande acume per capire che se per Steiner i proventi che servono alla sussistenza non devono provenire dal lavoro, da qualche altra parte devono pur provenire se non si vuole morire di fame.

Ma non devono ovviamente provenire dallo Stato.

Nella triarticolazione sociale, lo Stato deve imparare a fare una cosa che non ha mai fatto: NON FARE ALCUNCHÉ perché ovunque mette le mani distrugge! Per Steiner, lo Stato deve cioè impedirsi di agire sia nell'economia, sia nella cultura, che sono sfere che non gli competono se vuole essere uno Stato di diritto. Solo il diritto è sua competenza, ma di servizio: cioè se tu o io lo tiriamo in ballo per questo servizio.

Invece noi vogliamo trovare il diritto di Stato perfino fra le carte di Steiner! E ciò è assurdo!

In merito a www.nereovilla.it, sì, l'ho rimosso perché non mi va più di pagare per ricevere insulti da intorpiditi del bureau o del politicamente corretto, mascherati magari da libertari. Per questi lattanti va bene Silulo, il mago del futulo: Don Luigi Mascella presenta Silulo, il mago del futulo (http://vimeo.com/30179943)...  

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16 novembre 2011 3 16 /11 /novembre /2011 13:15

Sul reddito di base (minimo vitale)
incondizionato e per tutti dalla nascita alla morte...

Avrei potuto parlare del minimo vitale anche senza accennare a coloro che lo avversano e dicono, per es., che Rudolf Steiner non concepisce reddito che non sia da lavoro. Però credo sia importante soprattutto oggi mostrare come alcuni sedicenti antroposofi operino, consapevolmente o no, contro l’antroposofia. In questo mondo di ladri, come dice la canzone, c’è oggi ancora molta paura dell’uomo-lupo, come dice l’altra canzone, così sono ancora molti coloro che si sentono in diritto di fermarsi a Hobbes dicendo “Attenti al lupo”…

Certo, non si può pretendere che al mondo siano tutti conoscitori delle idee economiche di Steiner, ma si può ragionevolmente pretendere che lo siano almeno quelli che si dichiarano tali, per esempio asserendo di descrivere “in un modo afferrabile per la scienza economica ortodossa le idee di Steiner” (Geminello Alvi, “L’anima e l’economia”, Ed. Mondadori, Milano 2005, pag. 296) al fine di “rimediare alla deprecabile trascuratezza” di coloro che “numerosi, da autodidatti, hanno dissertato” sulle sue conferenze, costituendo la “varia ma limitata cerchia di quanti adesso si professano suoi seguaci” “ma per lo più riuscendo solo in confusi esercizi di zelo, del tutto inutili a una efficace comprensione scientifica. Il risultato di questa frammentarietà, e d’un insistito dilettantismo, è che le idee economiche di Steiner sono dai più, nelle università o nell’economia, in Italia o all’estero, sconosciute prima ancora che trascurate” (ibid.).

Invece avviene sempre più che la cultura di questi eruditi universitari e sedicenti divulgatori scientifici sia creata e divulgata non dal loro libero spirito di ricerca ma da pregiudizi di tipo politico, che emergono in modo evidente se si ha la pazienza di leggere non una sola ma più opere di uno stesso autore di questo tipo.

Prendendo Alvi come prototipo dei sedicenti corretti divulgatori delle idee economiche di Steiner non voglio criticarlo dicendo che tende a proiettare nel mondo esterno la confusione che non riesce a dipanare in se stesso circa tutto il vasto bagaglio della propria erudizione universitaria, che tende forse a sostituire all’antroposofia. Il suo lavoro sull’etimologia di “economia” è per esempio apprezzabile, e così è per altre sue dichiarazioni. Dico solo che i fondamenti di quanto Steiner sostiene stanno in piedi non perché “lo dice Steiner” bensì perché hanno la facoltà di reggersi da sé. Chi conosce l’opera di Steiner sa che egli intendeva «introdurre “i principi della triarticolazione” nella vita sociale (vale a dire in quella culturale, giuridica ed economica), e non nella vita “politica”; sempre comunque ribadendo che “la triarticolazione è campata in aria senza l’antroposofia” (R. Steiner, “Come si opera per la triarticolazione dell’organismo sociale”, Ed. Antroposofica, Milano 1988, p. 205)» (Francesco Giorgi, “Antroposofia e politica”, Roma 27/06/2003, ospi.it).

Ora, se la “triarticolazione è campata in aria senza l’antroposofia”, ci si figuri quanto più lo sarebbe un risanamento della sfera culturale che prescindesse dalla stessa.

Tutto ciò che è campato in aria poggia non su logica di realtà ma su mera logica intellettuale, e «Steiner, sin dai primi anni della sua attività, “ha esortato a osservare il mondo”» (Francesco Giorgi, op. cit.) affinché la realtà fosse restituita all’uomo, dato che essa “non viene restituita né dal solo concetto né dalla sola percezione, ma dalla riunione o dalla sintesi dei due. Ciò implica, dunque, che si è nello spirito dell’antroposofia soltanto quando ci si arricchisce conoscendo il mondo e si arricchisce il mondo conoscendo sé stessi. Occorre quindi fare attenzione perché ci sono sì, da una parte, i tipi che vorrebbero servirsi dell’antroposofia per arricchirsi senza dover però conoscere (e arricchire) il mondo, ma ci sono pure, dall’altra, i tipi che vorrebbero servirsene per arricchire il mondo (per renderlo “migliore”) senza dover però conoscere (e arricchire) se stessi; e sono appunto quest’ultimi che, nell’incapacità di sperimentare la “concretezza” o la “praticità” dell’impegno spirituale, cercano spesso un compenso nella concretezza o nella pratica dell’impegno politico» (ibid.).

Ciò premesso, vengo ora all’idea di minimo vitale o RdB (Reddito di Base).

“Gli anticapitalisti, essendo presuntuosi non meno che ignoranti” - scrive Geminello Alvi - “non si sono accorti che il trionfo cinese asseconda le loro peggiori vanità. Ma, appena se ne accorgeranno, reclameranno subito quella congiura degli uguali che è la pretesa di un reddito garantito e senza lavoro, elargito alla loro vanità e tassando” (Geminello Alvi, “Il capitalismo”, Venezia 2011).

Usando questo stesso linguaggio politico-ideologico non potrebbe allora essere una “congiura degli uguali” anche quella del 2003 per il “sottoprogetto didattico” di Alvi per la scuola (G. Alvi, “Una moneta per la scuola”) di 37,75 milioni di euro provenienti dalle casse dello Stato, e quindi anch’essi ottenuti “tassando”? Forse non ho capito bene il “sottoprogetto” e quei milioni provenivano di tasca sua e non dallo Stato?

(continua nel file PDF: ).

 

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15 novembre 2011 2 15 /11 /novembre /2011 14:07
Signor Monti,

i sacrifici che Lei, da economista, richiede ai Suoi simili possono essere adempiuti solo in misura della loro consapevolezza in merito alla chiarezza su alcune importanti questioni che Lei dovrebbe conoscere, e quindi spiegare affinché essi abbiano un senso.  

Pertanto Le espongo dette questioni qui di seguito.

In economia ad esempio non si sa distinguere, sia nella teoria che nella contabilità, il debito che finanzia il funzionamento dello Stato dal debito che finanzia l'aumento del valore del patrimonio dei nativi. Potrebbe illuminarmi su questo punto?

Ma anche su altri punti, dato che non si dispone nemmeno di alcun criterio serio, cioè scientifico, per misurare gli attivi e i passivi dello Stato, né di quelli della Nazione (Stato e Nazione non sono un unico ente, e Lei lo sa).

Non si sa nulla neppure della redditività finanziaria, economica, e sociale dell'investimento pubblico, di cui non si ha del resto alcuna definizione chiara; né del legame tra il debito e il valore del patrimonio della collettività. Mi illumini, dunque. Si ignorano persino le relazioni di causalità tra crescita, deficit e maturità del debito, nonostante milioni di pagine di letteratura economica siano stati scritte sull'argomento. Queste cose sono importanti, dato che, in mancanza di misure credibili, non è possibile alcuna verifica alla luce del Sole, cioè empirica, di qualsiasi teoria (se ne esistesse una). Non trova?

Per pagare nuovi tributi, detti sacrifici, dovrei forse  accontentarmi di misure non scientifiche dell'indice che mette in relazione il debito e il deficit al PIL, calcolato anch'esso non scientificamente ma "ad occhio" (come di fatto avviene)? Non credo che Lei voglia questo, cioè mera obbedienza, dato che il ventennio fascista è ben lontano dall'oggi. Oppure mi sbaglio, ed esso è vicino, anzi è nell'oggi in modo occulto?

In ogni caso io sono ragionevolmente disposto a fare quei nuovi sacrifici che Lei ha già incominciato a chiedere. Ma ragionevolmente significa attraverso la ragione delle cose.

Altrimenti preferisco farmi esplodere piuttosto che pagare ancora un centesimo, perché pagare sarebbe un insulto a quella stessa ragione.

Nereo Villa

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14 novembre 2011 1 14 /11 /novembre /2011 12:49

Nel vangelo di domenica prossima (20 novembre 2011) si parla dell'inferno eterno (Matteo 25,31-46), quindi di un dio bastardo fino a prova contraria. La prova contraria spetta ad ogni individuo. La mia è nella seguente comprensione. Si dice "Quando il Figlio dell'uomo verrà"! "Figlio dell'uomo" era un termine tecnico per indicare l'io! "[...] nella sua gloria con tutti i suoi angeli". Anticamente l'angeologia era l'astrologia: la sfera della Luna era quella degli angeli, quella di Mercurio degli arcangeli, il Sole delle Potestà, ecc., fino al cielo cristallino delle stelle fisse o dei Cherubini, Serafini, ecc. "[...] si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra". Pecore e capri non sono che pulsioni dell'io, quelle stesse pulsioni che Freud chiamerà complessi colorando tutto quanto di libido. L'inventore della psicanalisi infatti da chi è mai stato psicanalizzato? Quindi, proiettando i suoi problemi sessuali e di dipendenza alla cocaina sui suoi simili, ha generato a modo suo una dipendenza delle coscienze, esattamente come quella di certi pretoni che fanno mostra di credere ancora all'inferno eterno che forsennatamente predicano. Ma può un Dio "misericordioso" dare ai suoi figli un'unica possibilità di raggiungere il suo regno? Come conciliare la sua "misericordia infinita" con l'"inferno eterno"? Davvero Dio ci costringe a giocarci tutto in questa vita? Un padre affettuoso non lo farebbe. Perché dovrebbe farlo Dio? 

In verità, se tu continui a rifiutare di essere un io, cioè un'individualità, cosa fai? Continui a passare da un gruppo di catecumeni a un altro, da un partito all'altro, cercando fuori di te il regno di Dio, che è il regno dell'io in te. Così se muori in queste condizioni, è chiaro che poi rinasci con lo stesso problema da risolvere, o pirla! L'inferno eterno è il tuo essere eternamente pirla o addormentato. Perciò svegliati, o caprone di un pecorone figlio di capra complessata! Ahahahaha aha!

Anche la storia evangelica del cieco nato conferma la comprensione di cui sopra (vedi il video "Non c'è un dio più bastardo" (http://vimeo.com/32074557). Ciao bestie! 

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13 novembre 2011 7 13 /11 /novembre /2011 11:04

panoplia.jpgDiceva Nathan Rothschild: "Datemi la possibilità di emettere la moneta di un paese, e non m'importerà chi farà le sue leggi". Con ciò cosa vuoi dire Nereo? Voglio dire che Hitler ha vinto la guerra perché i potenti clan familiari che finanziarono il terzo reich ancora oggi dettano le ideologie convenienti ai propri obiettivi economici. Con ciò cosa vuoi dire Nereo? Voglio dire che Hitler ha vinto la guerra perché una sottile linea rossa collega queste ricchissime famiglie all'industria petrolifera, alle banche, al traffico di droga e di armi, alle più prestigiose università, ed al terrorismo. Con ciò cosa vuoi dire Nereo? Voglio dire che Hitler ha vinto la guerra e nessuno se ne è accorto. Con ciò cosa vuoi dire Nereo? Voglio dire che non siamo accorti, perché se lo fossimo non ci lasceremmo manipolare come pirla... Con ciò cosa vuoi dire Nereo? Voglio dire: vaffanculo a te e alle tue domande da pirla (dibattito realmente accaduto).

 

 

Come finirà?

 

Quanto segue sono i dati presentati da Jacques Attali nel suo libro "Come finirà?" Attali, uomo di sinistra, fu primo presidente della Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Le cose qui espresse non può NON saperle il Supermario, anzi, è prevedibile che il Supermario proprio in base ad esse si muoverà, spennando tutti... i pirla. Perché in verità siamo tutti democraticamente pirla! Ahahahahaha aha aha aha aha! Evviva! Evviva! Quanto fa uno pù uno? Non lo so! Ahahahahaha aha aha ah! Tutto è relatovo! Pirlaaaaaaa!

 

"[...] Se l'Asia, l'Africa e l'America Latina si stanno sviluppando e liberano del risparmio, i governi del Giappone, dell'Europa e degli Stati Uniti hanno speso fortune per arginare temporaneamente la crisi bancaria lasciando alle società finanziarie il controllo delle loro istituzioni, senza regolamentare nulla di significativo. Il debito pubblico ha raggiunto un livello tale da poter esplodere, e non soltanto ai confini dell'Europa.

Nel 2010, il rapporto del debito pubblico dei paesi sviluppati rispetto al loro PIL è in media dell'80% per i paesi più ricchi del G20, mentre è soltanto del 40% per i paesi emergenti membri dello stesso club. Se nulla cambierà, nei paesi ricchi questo rapporto sarà presto uguale a quello della fine della seconda guerra mondiale.

D'altra parte, l'interdipendenza crescente delle economie rende le crisi moderne più difficili da limitare di quelle del passato: nel XV secolo, Venezia poteva dichiarare fallimento senza che ciò influisse sulla prosperità di altre nazioni europee, avendo ciascuna altri sbocchi commerciali. Al contrario, se l'Europa dovesse crollare oggi, l'America e il resto del mondo la seguirebbero a ruota, secondo uno degli scenari peggiori che, osservando la realtà di oggi, non è difficile da immaginare.

 

 

Prima tappa: l'indebitamento eccessivo si aggrava

 

Come prima cosa, se non verrà fatto nulla in tempi rapidi, il debito pubblico dei paesi dell'OCSE continuerà a crescere in maniera massiccia, sotto l'effetto combinato del calo delle entrate fiscali, dei piani di rilancio, dell'incapacità di questi paesi di ritrovare una forte crescita, delle perdite gigantesche ancora nascoste nelle banche e nelle istituzioni finanziarie e della volontà frenetica del settore privato, in particolare quello bancario, di disindebitarsi. Inoltre, se l'allungamento della durata della vita e il calo della natalità in Occidente porteranno, senza cambiamenti nella legislazione, una leggera diminuzione della spesa per l'istruzione, causeranno però un aumento massiccio delle spese sanitarie, delle spese legate alle inabilità e alle pensioni, mentre l'aumento delle imposte sarà sempre più impopolare, a causa dei livelli raggiunti.

Riassumendo, nei prossimi anni il debito pubblico nei paesi dell'OCSE probabilmente aumenterà ancora, a partire dai livelli vertiginosi appena raggiunti.

 

Osserviamo le cifre.

tabella-6.gif

In Giappone, a legislazione costante e anche senza evoluzione dei tassi d'interesse oggi quasi nulli, il debito pubblico lordo dovrebbe passare dal 204% al 245% del PIL nel 2014, poi, secondo la Banca per i Regolamenti Internazionali (BRI), al 300% nel 2020. Anche se il Giappone ha accumulato uno stock considerevole di capitale, la sua capacità di finanziare il debito con il risparmio si sta esaurendo. Tanto più che, senza finanziamenti, e con una domanda piuttosto scarsa visto l'orientamento del risparmio verso i buoni del Tesoro, le imprese private giapponesi rischiano di smettere di investire e di alimentare l'innovazione e la crescita. Per riportare in quindici anni il rapporto del debito pubblico giapponese con il PIL al 60%, lo Stato dovrebbe dedicare almeno venti punti del PIL a economie di bilancio o ad aumenti d'imposta. Se non ci riuscisse, i risparmiatori giapponesi, pur essendo molto patriottici, potrebbero perdere fiducia e cessare di finanziare lo Stato. I tassi d'interesse dovrebbero aumentare. Allora il fallimento si verificherebbe molto rapidamente.

Anche in Europa, il debito pubblico, che ha appena raggiunto livelli vertiginosi, non può che aumentare ancora. Dal 2010, i bilanci dei paesi membri dell'Unione Europea hanno bisogno di prestiti pari a 1600 miliardi di euro. Se diamo per buone le previsioni più che incerte dell'Unione Europea, il debito dell'Italia passerà dal 115,3% del PIL nel 2009 al 128,5% nel 2014; quello della Germania, dal 78,7% all'89,3 %; quello della Francia, dall'83% al 96,3%; quello della Gran Bretagna (il paese più in pericolo perché non protetto dall'euro), dal 68,7% al 98,3%. Secondo altre previsioni che provengono dall'FMI, nel 2014 il debito pubblico della Gran Bretagna sarà del 99,7% del PIL; quello del Belgio del 111,1%. Quello dell'Italia del 132,2%; il debito pubblico della Grecia sarà pari al 133,7% del suo PIL.

 

tabella 6

Il Portogallo, l'Irlanda, la Spagna (il cui debito pubblico è raddoppiato in quattro anni) registrano situazioni ancora peggiori.

Nel 2020, questa volta secondo la BRI, il debito pubblico supererà il 200% del PIL in Gran Bretagna, e il 150% in Belgio, in Francia, in Irlanda, in Grecia e in Italia. A tasso d'interesse costante, gli oneri degli interessi rappresenteranno allora più del 10% del bilancio di questi Stati, fino al 27% in Gran Bretagna.

Se i tassi d'interesse salgono, questi importi saranno allora fuori della portata di qualsiasi finanziamento ragionevole. Inoltre, le scadenze sono sempre più brevi. tabella 8E in futuro lo saranno ancora di più, poiché le spese sociali e militari europee continuano a crescere per ragioni sia demografiche sia geopolitiche. Senza contare che le spese europee per gli armamenti, che rappresentano ogni anno più di 250 miliardi di euro, finanziano soprattutto le importazioni, contrariamente agli Stati Uniti, dove la parte preponderante delle commesse militari è indirizzata a imprese nazionali. Bisogna ancora aggiungere le perdite future del sistema finanziario, che occorrerà coprire, e altri disavanzi pubblici nascosti in diversi meccanismi (operazioni di swap, bad bank, agenzie paragovernative, partenariati tra pubblico e privato ecc.) che trasformano l'indebitamento estero in debiti pubblici (come in Irlanda) o lo trasferiscono (come in Spagna) in investimenti immobiliari, convertiti dalla crisi in deficit pubblico interno. Il risanamento dei bilanci primari esigerà sforzi considerevoli (dal 4 all'8% del PIL in economie o in nuove entrate, a seconda del paese).

Lo stesso dicasi degli Stati Uniti, dove le spese militari e quelle sociali, legate anche all'invecchiamento della popolazione e alla sanità, d'ora in poi meglio garantita, aumenteranno e appesantiranno il conto già enorme, e non ancora definitivo, causato dai disordini bancari. A ciò si aggiungerà una grave crisi degli Stati e delle comunità locali, già sull'orlo del fallimento. Senza contare il ripianamento necessario delle perdite della FED, che occorrerà coprire perché questa non perda la sua credibilità.

tabella 7

Ci si può dunque aspettare nel 2010 un deficit del bilancio federale americano di 1600 miliardi di dollari e di almeno
1300 miliardi nel 2011. A questa data, il debito pubblico americano rappresenterà il 400% delle entrate dello Stato (in altre parole, quattro anni di redditi fiscali) e l'80% del PIL. Nel 2012, il governo americano dovrà rimborsare 850 miliardi di dollari di obbligazioni e finanziare un deficit di almeno 1000 miliardi di dollari. E più ancora negli anni successivi. Secondo le previsioni dell'amministrazione attuale, il deficit del bilancio federale resterà ogni anno superiore al 4% del PIL, almeno fino al 2019. Secondo la BRI, il debito federale americano raggiungerà il 150% del PIL nel 2020. Gli oneri d'interesse rappresenteranno, al livello attuale dei tassi, il 25 % delle entrate fiscali. Occorrerà aggiungere le spese legate al nuovo programma della sanità, valutate intorno a 16.000 miliardi per il prossimo decennio. Inoltre, se i tassi d'interesse salgono e anche se il dollaro resta la principale valuta di riserva mondiale, la situazione non sarà tollerabile.

Invece, la maggior parte dei paesi detti "in via di sviluppo" si sta liberando dai debiti: nel 2010 il debito pubblico della Cina è scomparso; quello del Brasile è passato dal 68,5% al 58,8% del PIL; quello dell'India dall'84,7% al 78,6%; anche quello del Messico è passato dal 47,8% al 44,3%, e quello della Russia è rimasto invariato al 7,2%. Questa tendenza continuerà: tra vent'anni, al ritmo attuale, la Cina sarà diventata il primo creditore internazionale, prima persino del Giappone (vedi tabella).

Riassumendo, nel 2014 il debito pubblico potrebbe rappresentare il 120% del PIL dei paesi più ricchi e sempre il 40% di quello dei paesi emergenti. Il rimborso di questo debito esigerà la mobilizzazione di un risparmio che non andrà verso i privati né verso le imprese, ritardando ancora il progresso tecnico, frenando l'investimento competitivo, la produttività, il potere d'acquisto, il consumo privato e le entrate fiscali, ostacolando di conseguenza le ulteriori possibilità di rimborsare i debiti pubblici.

Nel 2050, al ritmo attuale, il rapporto tra il debito dei paesi sviluppati e il loro PIL raggiungerà la cifra del 250%. Situazione ovviamente impossibile.

Tuttavia, questa è la tendenza. Si tratta di un moto di una tale ampiezza, di una tale dimensione geografica, di una tale velocità mai viste prima. In mancanza di un vero meccanismo di ristrutturazione del debito sovrano, il rifiuto, cioè l'insolvenza, potrebbe diventare l'unica soluzione possibile dei governi degli Stati, un tempo più ricchi, per onorare - almeno temporaneamente - gli impegni sottoscritti presso gli elettori (vedi il video "Nereo Villa - Moratorium on debt service": http://vimeo.com/32028762)

 

 

Seconda tappa: il fallimento dell'euro e la depressione mondiale

 

I paesi europei, in particolare quelli dell'Eurogruppo, normalmente hanno i mezzi per resistere a lungo a una crescita del debito sovrano, nella misura in cui i tassi d'interesse sono bassi e il risparmio privato abbondante.

Ma questo stato di cose non sarà eterno, e gli europei dòvranno presto rendersi conto della problematicità di questa sfida. Nel 2060, per ristabilire in Europa un livello d'indebitamento pubblico ragionevole, vicino al 60% del PIL, occorrerebbe passare da un deficit strutturale del 3,5% nel 2010 a un surplus strutturale del 4,5% nel 2020, e conservarlo fino al 2030! Ciò implicherebbe di ridurre Te spese pubbliche dell'8% del PIL, cioè dal 20 al 25% del bilancio. Ciò esigerebbe di fare economia per 300 miliardi di euro o di aumentare in uguale misura le imposte (in Francia, uno scossone da 70 miliardi di euro). Prospettiva quasi impossibile. Nessuna democrazia lo ha mai fatto, e i popoli preferiranno senza alcun dubbio non saldare i loro debiti.

Consapevoli di ciò, i mercati finanziari non crederanno i governi europei capaci di ritrovare un equilibrio. Scommetteranno su un loro crollo. Inizialmente, lo preannunceranno, alcuni paesi vacilleranno o cadranno, come si è visto recentemente per l'Islanda, a

causa della corruzione delle sue banche, e per la Grecia, a causa delle sue follie di bilancio. Esigeranno da loro rendimenti più elevati per prestiti che giudicheranno più rischiosi. Di qui un rincaro del costo del debito pubblico, con considerevoli differenze di tasso tra i diversi paesi dell'Eurogruppo.

I quali faticheranno a essere solidali tra loro: perché prestare 20 miliardi di euro alla Grecia, quando si sa che prima della fine del 2011 avrà bisogno di 150 miliardi che non potrà rimborsare? Non conviene di più conservare questo denaro per coprire le perdite future delle banche europee, in caso di fallimento greco? Incapaci di mettersi d'accordo tempestivamente per aiutare in modo credibile la Grecia (che rappresenta peraltro soltanto il 2% del PIL dell'Unione) e poi il Portogallo e la Spagna, gli altri paesi dell'Unione Europea, anche i membri più solidi dell'Eurogruppo, e la Gran Bretagna, particolarmente vulnerabile, saranno colpiti uno dopo l'altro.

In mancanza di mezzi e di consenso, l'Unione passerà allora sempre più la mano all'FMI. Questa istituzione, oggi ancora dominata politicamente e ideologica-mente dagli Stati Uniti, non dispone di alcuna competenza particolare per gestire il massiccio aiuto finanziario necessario. Tenterà invano di imporre ad alcuni Sta-ti membri dell'Unione Europea un rigore indispensabile, ma che sarà percepito come ingiustificato. A un certo punto, il dibattito verterà sulla responsabilità delle banche e sulla loro eventuale nazionalizzazione. I paesi europei capiranno che, essendosi privati dell'arma illusoria della svalutazione, non possono che usare quella, efficace, della solidarietà; ma non saranno pronti a finanziarla. Gli Stati Uniti e il loro alleato britannico faranno di tutto per screditare l'euro, credendo di salvarsi dal naufragio annegando i loro vicini.

L'Unione Europea cercherà tutti gli espedienti per ritardare il fallimento. L'inflazione, allo stesso tempo tanto attesa e tanto temuta, fino a quel momento accuratamente contenuta grazie alla globalizzazione e alla depressione, si metterà in moto e ridurrà il valore del debito e, con esso, quello dei patrimoni finanziari e dei redditi fissi. I risparmiatori europei che hanno finanziato il debito pubblico saranno rovinati e, con loro, i detentori di un patrimonio finanziario, di qualsiasi natura e di qualsiasi importo. Se non viene attentamente controllata da un aumento dei tassi d'interesse, l'inflazione esploderà. Ma, se questi salgono, il debito sarà ancora meno finanziabile...

Di fronte a questa situazione, in questo scenario estremamente negativo, in mancanza di una reale solidarietà finanziaria tra gli Stati membri dell'Eurogruppo, i paesi più in difficoltà, a cominciare dalla Grecia, falliranno, penalizzando gravemente le banche creditrici. Questo fallimento non basterà a fermare la crisi. Alcuni di questi paesi usciranno, almeno temporaneamente, dalla zona euro per modificare la loro parità, passare attraverso uno shock deflazionistico maggiore e ridurre le importazioni. Ciò svaluterà i loro buoni del Tesoro e indebolirà molto pericolosamente le banche che li avranno finanziati. A meno che i paesi più stabili finanziariamente - la Germania e i Paesi Bassi - non chiedano di uscire dall'euro, vivendolo come un macigno appeso al collo.

L'esistenza stessa dell'euro verrebbe così rimessa in discussione con il rifiuto dei paesi più virtuosi di legare la loro valuta al destino di quelli più lassisti. L'autorizzazione accordata ad alcune banche centrali dell'Unione di ricevere in deposito, con grande discrezione, titoli liberamente scelti da ciascuna di loro lascia prefigurare un ritorno a banche centrali indipendenti e alla fine dell'euro.

Ne deriverà un ritorno al protezionismo, una rimessa in discussione di tutte le conquiste dell'Unione Europea e una depressione molto profonda, estesa a tutto il continente. Le democrazie europee non ne usciranno indenni.

 

 

Terza tappa: fallimento del dollaro e ritorno dell'inflazione mondiale

 

Obbligati anche loro a emettere sempre più carta per finanziare il proprio debito sovrano, gli Stati Uniti saranno felici di vedere così indebolirsi, quindi scomparire, un concorrente del dollaro di cui avranno fatto il possibile per minare metodicamente la credibilità. Poi si renderanno conto che loro stessi potrebbero essere la prossima vittima della crisi di fiducia negli Stati debitori.

Tuttavia, gli Stati Uniti sembrano poter restare, per molto tempo ancora, dei debitori incuranti del pericolo. Dopotutto sono la prima economia del mondo, dispongono dell'esercito più forte, del maggior numero di ricercatori, e la loro valuta è tuttora utilizzata in più di tre quarti degli scambi planetari e delle riserve mondiali. Inoltre sono capaci, se lo vogliono, di risparmiare quello che serve loro per finanziarsi.

Ma la recessione, quindi la crisi che imperversa in Europa, rallenterà la crescita americana, e ciò comporterà un crollo delle entrate fiscali e un aumento delle spese. Il debito pubblico americano (che supera già ufficialmente gli 11.000 miliardi di dollari) aumenterà allora in modo vertiginoso. Il finanziamento del mercato immobiliare poggerà completamente sul governo, con una proroga della garanzia data dallo Stato federale a Fannie Mae e Freddie Mac, cioè con la nazionalizzazione di tutto il credito immobiliare negli Stati Uniti. Il dollaro allora si svaluterà nei confronti di valute considerate oggi esotiche (cinese, russa, indiana e brasiliana). Si scoprirà il quantitativo immenso di attivi dubbi riacquistati dalla Banca Centrale per finanziare il sistema bancario in crisi. In questo panorama, i buoni del Tesoro americani perderanno la notazione AAA.

Durante un certo lasso di tempo, le banche centrali dei paesi asiatici e i fondi sovrani, che detengono dei buoni del Tesoro americani, avranno ancora interesse a non lasciar crollare il corso del dollaro e compreranno i buoni a tassi un po' più elevati. Quindi i creditori saranno sempre più rari; la FED dovrà aumentare ancora i tassi d'interesse dei buoni del Tesoro per ottenere capitali. Quest'aumento finirà per pesare molto sulle finanze pubbliche americane. Un aumento di due punti dei tassi d'interesse farà passare l'onere del debito al di là del 40% delle entrate fiscali. E questo è l'unico indicatore serio che annuncia ai creditori l'imminenza di una grave crisi del debito pubblico.

Per ridurlo, gli Stati Uniti dovranno allora, in questo scenario così negativo, decidersi infine ad aumentare le imposte e a ridurre la spesa pubblica, facendo affondare le ultime illusioni di un ritorno alla crescita, come accadde già nel 1936 quando Morgenthau impose a Roosevelt di rinunciare al lassismo di bilancio dei primi anni del suo mandato. Il presidente americano, qualunque esso sia, sceglierà allora certamente la via dell'inflazione per evitare la depressione - un ricorso ricorrente nella storia americana: un inflazione del 6% su cinque anni può ridurre il rapporto debito/PIL di venti punti. Accetterà anche, come extrema ratio, l'emissione e la distribuzione di somme in valuta dell'FMI, i Diritti Speciali di Prelievo (DSP). Di conseguenza verrà fabbricata nuova cartamoneta, emettendo un'altra valuta, che completerà la   p a n o p l i a   dei finanziamenti immaginari dei deficit pubblici, questi sì, reali.

Se non si rimette in sesto, come ha fatto così spesso nella sua storia, lo Stato americano sarà rovinato dall'inflazione. Il dollaro terrà soltanto con il beneplacito di Pechino. La crisi finanziaria apparirà allora come una tappa importante nell'accelerazione della perdita di fiducia del mondo nei confronti dell'Occidente e nello spostamento "del centro" del mondo verso l'Asia".

 

Fonte: Jacques Attali, "Come finirà?", Roma, novembre 2010.

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